Beppe Grillo e la depenalizzazione del reato di vilipendio al Capo dello Stato

Sì, Beppe Grillo avrà anche messo della pubblicità da blogger scalcinato sulle sue pagine web, ma stavolta, come direbbe Camilleri, c’insertò.

Il reato di vilipendio al Capo dello Stato dovrebbe essere quanto meno depenalizzato perché, ponendosi tra il reato di opinione e quello contro la dignità della persona, crea una sorta di effetto-cerniera che, di fatto, limita il diritto di critica dei cittadini.

E’ chiaro che la persona di Giorgio Napolitano non può e non deve essere offesa o denigrata, come quella di qualunque altro cittadino. Ed è altrettanto chiara che non può essere offesa e denigrata la funzione di garante supremo della Costituzione che risiede, prima ancora che nel cittadino Giorgio Napolitano, nelle prerogatice proprie e reali del Capo dello Stato.

Ma che il Capo dello Stato, per il solo fatto di essere tale, non possa essere criticato nei suoi discorsi, nelle sue azione e nelle sue pubbliche esternazioni senza che chi lo critica (chi lo critica, si badi bene, non chi lo offende) debba rischiare di essere incriminato per un reato che viene punito con una pena edittale che fa da un minimo di uno a un massimo di cinque anni è semplicemente fuori da qualsiasi dettato costituzionale.

E la critica, nonché il suo diritto all’esercizio, è un bene che appartiene ad ogni cittadino (quindi, certamente anche al Capo dello Stato) ma che non tutti i cittadini possono esercitare.

Se, per esempio, un giornalista dovesse criticare nel merito un atto del Presidente della Repubblica, non ci sono dubbi, eserciterebbe il suo sacrosanto diritto a dissentire rispetto a quello che una persona fa e dice. MA se un giornalista, ad esempio, dovesse, come spesso succede, parlare del Capo dello Stato usando nomignoli, cercare di affermare che chi ricopre quella carica fa parte di una logica politica vecchia e magari anche un po’ logora in cui i cittadini non si sentono più rappresentati, quello è vilipendio? E la satira? La satira che, per definizione stessa, non ha neanche bisogno del principio di verità fattuale per potersi esprimere, com’è considerata, vilipendio o libera espressione del pensiero?

Il rischio da correre è quello, come spesso accade, di dover sottostare non alla prova provata in un giudizio, che quelle espressioni rappresentino vilipendio, ma al personale sentire del giudice, che dovrà sì motivarlo (si motiva il sentire??) ma che rischierà di creare precedenti imbarazzanti e contraddittori, se la gente dovesse andare in galera solo per colpa del personale sentire di una persona.

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