“Bella mi’ Livorno! Saòsa, l’hai bell’e detto du’ mestolate di ‘arcina e una pennellatina di bianco la rimetti su!” (Beppe Orlandi)

Bella mi’ Livorno perdavvero, basta che ti tolgano una “c” e sei finita, svilita, affranta, incaprettata in una costrizione linguistica di romana provenienza che trasforma il “Cacciucco” (maiuscolo, sissignori, è categoria dello spirito!) in un “caciucco” da due lire.

Ma i giornali si fanno vanto del loro stesso massacrarti, e ti rifilano l’umiliazione proprio nel loro paginone centrale. A caratteri cubitali, lì, implacabile. Uno sputo in ghigna, una pedata negli stinchi, un etto di torta di ieri o un ponce diaccio marmato.

Giornalisti e tipografi che sanno ‘na sega loro di cosa vuol dire ritrovarsi la bazza unta di pomodoro, scorfano e olio. Ricavare la polpina dalle triglie con le mani unte, pigliare DAL FIASCO un bicchiere di vino rosso (certo!!) e alla fine appoggiarsi alla seggiola, ruttare ed esprimere un “Ah bene!” di soddisfazione.

Vogliono reinventarti, Livorno, e ci stanno riuscendo. Dal “caciucco” alla morte che ricongiunge sempre dei film del Virzì, che è l’intervistato del giornale suddetto, e che guarda caso girò la pubblicità del cacciucco industriale Findus e il cerchio si chiude.

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