Be my Valentine

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Una delle sciagure periodiche che si abbattono annualmente sul Beato Istituto è il San Valentino.

Perché puntuale come una multa per divieto di sosta non pagata arriva l’iniziativa “Ti regalerò una rosa”, sostenuta fortemente da un progetto pagato coi soldi pubblici, vòlto a favorire l’interazione e l’amicizia tra gli alunni, ma soprattutto le alunne.

L’iniziativa, di per sé, non sarebbe nemmeno tanto schifosa. Chiunque può decidere, anche in forma anonima, di inviare a prezzi popolarissimi e da taverna polacca dei tempi di Jaruzelzki una rosa a un qualsiasi destinatario, alunno o professore che sia.

I rappresentanti di istituto hanno cominciato a rompere i coglioni con questa storia fin da dieci giorni prima.

“Professore, ci scusi tanto se interrompiamo la sua lezione, ma volevamo segnalare alla classe l’iniziativa dell’Istituto per il 14 febbraio…”

“Che poi è sempre la stessa da quindici anni!” chioso non senza una reazione di fastidio.

“Esatto! Ma siccome i ragazzi sono del primo anno, volevamo brevemente esporre quest’ideona einsteiniana anche a chi non la conosce…”

E giù venti minuti di sproloqui, istruzioni (eh, i ragazzi non hanno il “know-how”, e allora cosa ci vuoi fare??), risposte alle domande della classe, al punto che perfino il Corbelli si è rotto le balle di San Valentino e ha tirato fuori la fionda per cacciarli in malo modo (il Corbelli ha una mira impressionante, colpirebbe un passerotto lontano un miglio…), e io gli metto otto per l’eccezionale contributo al dialogo formativo.

All’ora successiva vado in terza, dove qualcuno ha avuto la fulminante idea, nel frattempo, di appiccicare una fetta di prosciutto cotto al soffitto, sfidando ogni legge di gravità e qualsiasi principio della termodinamica, al punto che la supplente di fisica è arrivata alla conclusione che la scienza non può spiegare tutto e dove non può arrivare arriva la fede nell’ignoto. Ovviamente subito dopo ha presentato domanda di riconversione della sua classe di concorso verso la Religione Cattolica e nell’attesa dell’esito si è messa in malattia accusando sindrome ansioso-depressiva perché questi delinquenti le hanno stravolto tutti i principii su cui aveva basato una vita intera di studi.

“Professore, ci scusi tanto se interrompiamo la sua lezione… ma lei non era quello di prima?”

“Eh, sì, ma si dà il caso che il tempo scorra e che il mondo giri! Levàtevi subito dai cabasisi!”

Mi sono salvato.

Il giorno precedente la festività degli innamorati si compie il rito ancestrale dello scrutino. Il nostro veneratissimo dirigente scolastico siede sullo scranno e, come per le elezioni del Presidente della Repubblica, conta le preferenze espresse.

“Figoni… Figoni… Figoni… Wunderbari… bianca…”

Ormai il risultato, per il quinto anno consecutivo, è scontato. Vince la Figoni di un soffio sulla Wunderbari. Fasci di rose come se piovessero giungono nella sua classe ma lei non li degna neanche di uno sguardo. Delega direttamente al suo erculeo fidanzato il compito di fare le public relations e di rispondere uno a uno al suo fiume di ammiratori. Allora il tipo prepara un breve messaggino di cortesia e lo spamma a tutta la sua rubrica telefonica: “Grazie dei fior, anch’io ti farò un mazzo così!”

Tra gli insegnanti, oltre alla prevedibile Wunderbari, hanno ricevuto fiori anche la De Poppibus, che ha già detto che terrà cara la rosa tra le zinne e la schiaccerà con tutta la loro potenza distruttiva, la De Estremitatis e, inaspettato, il professor Bassettini di matematica, che fa dei culi grandi come ceste di vimini da vendemmia ma che ha le sue fans.

La rosa per la De Estremitatis costituisce motivo di dibattito acceso e serrato. C’è chi dice che è stato quel coglione del Corbelli che voleva vendicarsi del quattro affibbiatogli e che gli sta meglio di una camicia nuova di flanella. Un’altra scuola di pensiero, più peripatetica, sostiene che la De Estremitatis sia addirittura rinata, dopo l’anonimo omaggio floreale.

Fatto si è che la tapina non fa altro che domandarsi chi sarà stato il misterioso spasimante che ha investito due euro per farle presente d’un fior caduco. E questo le dà nuova energia vitale, meglio di un ciclo di cure antidepressive col Prozac.

Il fioraio però si spazientisce. Vuole essere pagato e ha anche ragione, ma i conti non tornano. Mancano due euro e al loro posto c’è una cicca masticata, prova provata del misfatto compiuto. Certamente, come diceva Hitchcock, qualcuno (il Corbelli) aveva usato qualcosa (una cannula di penna BIC con una gomma americana appiccicata in fondo) per pescare una moneta con cui finanziarsi i beveraggi alla macchinetta.

“Corbelli, dove cazzo vai? Rientra in classe!” gli urlo.

Ma quell’anima inquieta mi restituisce un sonoro pernacchione e io svengo tra le braccia di mia madre. O fra quelle della De Chattibus, dipende.

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