Raffaele Matteotti – L’Iraq al distributore

I lettori di Topolino ricorderanno certo i famosi trilioni di Paperone. Molti però, pur ricordando la parola, non hanno mai saputo a che quantità esatta si riferisse. Un trilione equivale a un milione di milioni, o a mille miliardi. Tradotto in milioni di dollari è una cifra spaventosa ed è la soglia superata da quello che sarà il budget dell’invasione dell’Iraq.
Per dare un’idea della differenza tra tale cifra e le previsioni dell’Amministrazione Usa, basta pensare al licenziamento del sig. Lawrence Lindsey, che sei mesi prima dell’invasione fu cacciato per aver previsto un costo della Guerra tra i cento ed i duecento miliardi di dollari, mentre Bush diceva solo settanta miliardi.
A seguito dello studio dell’economista J. Stiglitz (già premio Nobel) che prevede un conto totale tra uno e due trilioni di dollari, anche i commentatori più vicini ai conservatori non hanno potuto fare a meno di notare che qualunque manager faccia una previsione di costi sbagliano di oltre il 97%, verrebbe immediatamente licenziato. A Bush saranno fischiate le orecchie.

Altri quotati economisti hanno fatto notare come questa enorme quantità di dollari sia stata sostanzialmente presa a prestito e che il bilancio statale, già depauperato dalla politica no-tax di Bush, sta per affrontare anche l’entrata in pensione dei baby-boomer. Insomma un pessimo quadro dal quale non sarà possibile evadere riducendo le spese militari o tagliando l’assistenza medica, già peraltro ai minimi.
Atri analisti hanno fatto notare come la cifra rimanga contenuta anche perché ai deceduti e agli invalidi militari non vengono riconosciuti risarcimenti in linea con quelli del mercato assicurativo civile e che, in ogni caso, le spese per assistere l’alto numero di invalidi di guerra (muoiono meno soldati grazie alle migliori protezioni, ma così aumenta il numero degli invalidi, molto costosi da mantenere) saranno molto più alte di quanto previsto.
Il moderno warfare americano riesce a ridurre le morti, ma non i colpiti. Questo provoca un numero molto più alto di feriti per ogni caduto rispetto alle guerre precedenti, con alte percentuali di invalidi permanenti e un numero altissimo di casi di BSD (Battle Stress Disorder), il disagio mentale che colpisce i reduci, che richiede anch’esso trattamenti molto costosi e prolungati nel tempo.

Lo studio non è caduto dal nulla, già da tempo era chiaro che “alcune centinaia di miliardi di dollari” fosse la misura alla quale attenersi al di là dei proclami dell’Amministrazione, ma il superamento della soglia psicologica del trilione sembra sia riuscita a far vibrare le corde di molti deputati e senatori.

Di fronte a questa montagna di denaro impallidiscono le misere cifre destinate alla ricostruzione irachena, circa venti miliardi di dollari provenienti dalle rendite petrolifere irachene. Ma fa ancora più impressione il fatto che tale cifra sia saccheggiata da malversazioni, inefficienze e da una tassa occulta sulla sicurezza per la quale il 25% dei fondi di ogni progetto se ne sono andati in spese per la sicurezza, quando non siano stati dirottati del tutto, come i fondi previsti per l’istruzione che sono stati destinati alla formazione dei militari iracheni.

Il 7 dicembre scorso, in sordina, Bush ha deciso l’eutanasia dell’Iraq Reconstruction Management Office (IRMO), gestito dal Pentagono e il trasferimento delle sua competenze al Dipartimento di Stato della signora Rice; un’ammissione di responsabilità evidente, anche se passata in sordina.
Il disastro è evidente, non solo in Iraq, dove si sognano le condizioni di vita dei tempi di Saddam, ma anche nelle parole dell’Amministrazione ed è solo grazie ad una stampa prona alle esigenze del governo che riesce ad evitare lo scandalo.

Nel 2003 il presidente Bush affermava: “In molte zone le infrastrutture sono rimaste al livello anteguerra, che è soddisfacente, ma non è l’obiettivo finale. L’obiettivo finale per le infrastrutture è quello di renderle le migliori della regione”.
Oggi il invece il generale di brigata del Genio, William McCoy, dice: Gli Stati Uniti non hanno mai detto di voler ricostruire completamente l’Iraq, ma solamente di voler porre le basi perché ciò sia possibile”. Finiti i soldi per la ricostruzione, Bush si è appellato alla coalizione dei “volenterosi” per reperire fondi per la ricostruzione, raccogliendo scarso entusiasmo e ancora meno denari.

I motivi di bilancio sono la molla che sta spingendo l’amministrazione USA a ridurre il contingente in Iraq ed Afghanistan, visto che all’attuale ritmo di 5.6 miliardi di dollari di spesa corrente mensile solo per l’Iraq non è compatibile con il bilancio federale e che non si potrà andare avanti per molto a depredarlo a colpi di extra contabili. Si avvicinano le elezioni di mid-term e neppure i parlamentari repubblicani si vogliono presentare ai loro elettori a mani vuote. Tutto questo mentre i militari americani in Iraq continuano a sparare milioni di proiettili al mese e a buttare costosissimi ordigni in bombardamenti aerei quotidiani, non esattamente uno scenario che inclini ad un futuro risparmio.

Questo senza considerare che i cittadini americani stanno pagando di tasca loro un altro costo occulto: l’aumento dei carburanti. Aumento che ha beneficiato le compagnie petrolifere, tanto da spingere il Senato a proporre una tassa una tantum sugli stratosferici guadagni che hanno messo a segno grazie alla guerra. L’ipotesi è stata sdegnosamente respinta dalla compagnie e dai loro lobbysti, che infatti l’hanno affossata, ma fa letteralmente imbestialire i l’americano comune, poco incline a contribuire all’esportazione di democrazia e al contemporaneo arricchimento delle compagnie ogni volta che si reca al distributore.

Francis Fukuyama, il politologo noto per le sue affermazioni sulla fine della storia, ha affermato tempo fa: “se Bush fosse andato dagli americani chiedendo qualche centinaio di miliardi di dollari e qualche migliaio di vite per portare la democrazia in Iraq, gli avrebbero riso in faccia”.
Ora che il conto ha raggiunto e superato la soglia del trilione, non ride nessuno.

da www.altrenotizie.org

 

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Alessandro Iacuelli – E’ davvero emergenza gas?

E’ un breve dispaccio d’agenzia della Reuters a divulgare quanto si apprende dall’ENI: tra le 6.00 del mattino di giovedì 19 gennaio e la stessa ora di venerdì 20, non sono stati consegnati 9 milioni di metri cubi di gas russo su 74 milioni richiesti. La flessione registrata è quindi del 12,2%. La riduzione del gas è stata compensata tramite stoccaggi di modulazione, informa la nota. Ieri il gruppo petrolifero prevedeva che non venissero consegnati 3 milioni di metri cubi rispetto ad una richiesta di 74 milioni, con una riduzione attesa del 4,1%. Stavolta non si tratta di nuovi intrecci d’affari o di disaccordi tra Russia e Ucraina sui prezzi: secondo Gazprom, infatti, il motivo è rappresentato dell’ondata di freddo che sta investendo la Russia in questi giorni.

In Italia, già nei giorni precedenti, si stava andando in direzione di una serie di provvedimenti per affrontare "l’emergenza gas", a partire da una riunione straordinaria del Consiglio dei Ministri. Esiste davvero una situazione di emergenza? Guardando indietro nel tempo sembrerebbe di no. Tagli ai flussi di gas provenienti dalla Russia a causa delle basse temperature si sono verificati anche l’anno scorso e anche negli anni precedenti le cose non erano andate diversamente.

Per motivi geografici semplicemente elementari, è assolutamente normale che in Russia, in pieno inverno, ci siano dei picchi di gelo che nei nostri Paesi mediterranei non immaginiamo neanche. E’ bene anche ricordare che una situazione climatica rigida, da un punto di vista strettamente fisico e tecnologico, rende più faticosa e più dispendiosa l’estrazione di gas dai giacimenti (ad una diminuzione di temperatura corrisponde una diminuzione di pressione, come insegna il primo principio della Termodinamica). Questo senza considerare che in gennaio aumenta il fabbisogno di gas all’interno della stessa Russia.

L’anno scorso la diminuzione del flusso di gas in Italia è stata più o meno equivalente a quella di questi giorni. La stessa ENI fa sapere che il gas in stoccaggio strategico è sufficiente ad evitare il rischio di black out nell’erogazione. Non sembra essere d’accordo il presidente dell’Autorità per l’energia, Alessandro Ortis, il quale afferma che "le attuali riserve strategiche, come confermato dagli eventi climatici verificatisi lo scorso anno, e dai correnti problemi di sicurezza, si stanno rivelando insufficienti per sostenere adeguatamente (dal punto di vista commerciale e di continuità del servizio) la maggiore richiesta di gas stagionale". Il cittadino medio a questo punto non sa da che parte sia la verità.

Andando a guardare effettivamente le statistiche degli anni precedenti, si rileva che è vero che da molti inverni si ha una piccola decrescita del flusso di gas, come è vero che mai negli scorsi inverni si è parlato di "emergenza gas". Pertanto le ipotesi plausibili sono solo due: o effettivamente le riserve strategiche di gas in Italia si sono ridotte rispetto al passato, oppure questa "emergenza gas" è stata evidenziata un po’ oltre la sua normale dimensione. A questo punto potrebbe sembrare non molto casuale che questo allarmismo circa delle riserve insufficienti di gas vengano alla ribalta proprio alla fine di gennaio. Ricordiamo, infatti che il governo italiano, con un decreto, ha deciso di convocare a Roma, dal 23 al 25 febbraio, la Conferenza nazionale su energia e ambiente. Può esserci un nesso tra le due cose? Tale Conferenza su energia e ambiente servirà solo a fare propaganda a un governo che per l’intera legislatura ha affidato le scelte energetiche al mercato e alle imprese? L’Italia in effetti ancora oggi non si è dotata di un Piano Energetico adeguato alle necessità della società attuale.

In questi quattro anni abbiamo assistito a nuovi processi di liberalizzazione, che hanno portato a risultati tutt’altro che positivi, quali un aumento del costo dei servizi energetici, un generale peggioramento della qualità, un accentuarsi dell’uso di combustibili fossili (petrolio in primis, ma anche metano proveniente dalla Russia) e non rinnovabili e, non ultimo, un allontanamento dal rispetto dei limiti di emissione descritti nel Protocollo di Kyoto..

Come se non bastasse, con questa Conferenza, come si legge sul decreto, il governo cercherà anche di rilanciare il nucleare. Da anni infatti, e precisamente dal black out nazionale del 28 settembre 2003, numerosi esponenti sia della maggioranza che dell’opposizione, cercano di riproporre la tecnologia nucleare che, al di là della propaganda sul nucleare "sicuro" e di "nuova generazione", in un mercato dell’energia privatizzato continua ad essere pericoloso, costoso e incapace di smaltire i rifiuti che produce. Fino ad ora, il tentativo non è andato a buon fine. Si potrebbe pensare che questa "emergenza gas" un po’ artificiosa avvenga proprio al momento giusto.

da: www.altrenotizie.org

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Giovanna Pavani – Sebben che siamo donne

All’epoca fu una tale vittoria che nessuno si premurò di constatare se, alla conquista della scheda elettorale, corrispondessero anche consistenti risultati sul piano dei diritti civili. Se insomma le donne, chiamate per la prima volta alle urne il 2 giugno del ’46, si fossero anche conquistate la condizione di "cittadine" di quella che, di lì allo spoglio, sarebbe stata proclamata Repubblica italiana. Ovviamente non fu così, perchè la storia si muove a piccoli passi e, quando si tratta di donne i passi, oltre che piccoli, si dimostrano drammaticamente lenti. Ma il voto fu comunque una svolta epocale per il nostro paese, che le rese – almeno – "elettrici". Non ancora "cittadine", dunque, ma si auspicava che questo si sarebbe lentamente accaduto. Sono passati 60 anni, non uno, ma la piena parità tra uomo e donna è ancora di là da venire. C’è un dato che, più di altri, dà il quadro della situazione: a parità di ruolo e di mansioni, una donna viene pagata un terzo in meno.

Nel mondo c’è un susseguirsi di elezioni in cui le donne vengono elevate ai ruoli più alti delle istituzioni, mentre da noi si è costretti a presentare grottesche leggi ad hoc per costringere i partiti a candidature femminili nelle liste elettorali. Peraltro, succede poi che persino le proposte meno "invasive", vengano comunque bocciate.

Donne esibite come folklore politico, sembrerebbe, perché quando si tratta di seggi e di potere gli uomini preferiscono condividerli con dei loro pari, nel segno della più bieca solidarietà maschile, eliminando quel valore aggiunto che è l’impegno delle donne che, il più delle volte, li mette addirittura in difficoltà. E’ dunque un anniversario triste questa ricorrenza dei sessant’anni del voto al femminile. Le donne italiane sono ancora molto "elettrici" e troppo poco "cittadine". E che qualcosa non andava per il verso giusto se ne erano subito accorte anche le prime elettrici della repubblica: dopo aver digerito l’entusiasmo per quella prima espressione di conquista di un diritto civile primario, negato fino a quel momento, le donne cominciarono a vedersi respinte davanti ad ogni tentativo di accesso a ruoli fino a quel momento di squisita pertinenza maschile. Una vittoria di Pirro? Sembrava proprio così.

Eppure, il 2 febbraio del ’45, quando venne promulgato il decreto legislativo sul suffragio femminile, in molte avevano tirato un sospiro di sollievo. La battaglia era stata dura e, a tratti, defatigante. E poco importa se lo stesso decreto stabilisse che le donne potessero votare ma non potessero essere elette, l’importante era aver messo un piede nella porta, aver stabilito un principio dopo mezzo secolo di rivendicazioni femminili. L’esultanza, si diceva, fu breve.

Fu, allora, una vittoria senza troppi splendori, offuscata da ombre e amarezze. La conclusione della faticosa scalata iniziata dopo l’unità d’Italia con le suffragette, intellettuali e scrittrici, non poteva essere considerata un pieno successo. La conquista della scheda espose infatti le donne a ritorsioni e vendette:mentre venivano dichiarate libere di partecipare alla vita politica, era loro interdetto, ad esempio, l’accesso alla magistratura. Di fatto si trattava di un paradosso: con il voto della Costituente era passata l’assurda ipotesi che una donna potesse partecipare politicamente alla formazione della legge, potesse anche far parte del governo ma non potesse applicarla con la toga sulle spalle. Si dovranno aspettare gli anni ’50 perché progressivamente tante leggi basate sulla discriminazione sessuale vengano lentamente fatte fuori, come quella del ’53 che vietava il licenziamento in seguito al matrimonio. Oppure quella del ’58, con l’abrogazione del diverso trattamento dell’adulterio maschile e femminile, per arrivare al nuovo diritto di famiglia ed alla parità nel lavoro.

Uno degli scogli che le donne da sempre hanno trovato sulla loro strada di riconoscimento della parità reale dei diritti civili e politici con l’altro sesso è sempre stato rappresentato dalla cultura cattolica imperante nel Paese. Sarebbe il caso di ricordare come Pio XII commentò l’approvazione del diritto di voto. Non si trattò, invero, di una condanna, ma di un più sottile tentativo di disinnescare la portata di un cambiamento che poteva minare la concezione cattolica della donna come angelo del focolare. L’auspicio del pontefice fu quello che a prender parte alla vita politica fossero solo quelle signorine che "gli eventi hanno votato ad una solitudine che non era nel loro pensiero e nelle loro aspirazioni, condannandole a una vita inutile e senza scopo".

In politica solo le zitelle, dunque, quelle su cui mai sguardo d’uomo aveva avuto l’occasione di poggiarsi e che, quindi, non sarebbero potute servire alla bisogna di spose e madri. Anche all’epoca, tuttavia, agli appelli del Papa corrispondeva una sana disobbedienza civile e quindi le donne, sentito il discorso, corsero in massa alle urne e nella Costituente ne furono elette 21. E certo non tutte erano, come si diceva allora, "signorine". Erano poche, però, ma comunque la speranza era quella che il numero potesse crescere con l’andare del tempo e il cambiamento lento dei costumi. Macchè. Oggi si litiga sulle quote rosa e quei partiti di sinistra che più di altri dovrebbero seguire il pensiero di Togliatti ("le donne in politica sono non solo necessarie ma addirittura indispensabili") di donne ne mettono in lista poche oppure le escludono prima per evitare addirittura che si possa porre il problema.

Insomma, 60 anni, almeno da questo punto di vista, sembrano essere scivolati invano. Perché fa ancora fede quanto disse un’arrabbiatissima deputata democristiana che aveva visto inserito nelle liste del suo partito solo un nome di donna. "Gli uomini sembrano pronti, per antica abitudine, ad aprire le porte al passaggio di una donna, ma amerebbero deflettere dall’usanza davanti alla porta di Montecitorio". Oggi, le cose sono molto cambiate. In peggio.

da: www.altrenotizie.org

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Sara Nicoli – Eutanasia, la parola assente

L’eutanasia ha fatto il suo ingresso in una campagna elettorale che, fino ad ora, si era caratterizzata solo per lo squallore dilagante.
E’ impopolare parlare di eutanasia? Certo, ma è essenziale parlarne. Perchè è un dibattito che ne supera tanti altri, considerati in questo momento di maggiore urgenza solo perchè la politica ne ha fatto una bandiera da far sventolare nell’imminenza del voto e che, invece, investe molto più di altri il dibattito etico intorno alla vita e alla sua dignità.
L’eutanasia, dunque, una vecchia battaglia radicale che si ripresenta oggi sotto l’egida della "Rosa nel pugno", che ha presentato una proposta che suona come un elettrochoc delle coscienze: estendere la possibilità della "bella morte" anche ai minori, a quei bambini o adolescenti che, per colpa di malattie incurabili o per destino avverso, si trovano in coma vegetativo da anni. Con i genitori che spesso implorano la fine dell’inutile agonia, ma che la legge di uno Stato laico inchioda comunque al rispetto del dettato divino, unico padrone nel dare e nel togliere la vita.

Fino ad oggi l’eutanasia è stata associata a persone comunque adulte: malati terminali con una vita vissuta alla spalle, anche se breve, ma condannate a morte certa dall’impotenza della medicina e dall’altrettanto evidente scarsità e di miracoli. Persone cui una mano anonima, misericordiosa, ha spesso, in solitudine, aiutato a morire serenamente sollevandoli dall’atroce percorso degli ultimi attimi, quando la paura aumenta lo strazio e il dolore e non ci sono più speranze.
Siringhe amiche, camici bianchi compassionevoli e consapevoli di commettere, di fatto, un omicidio; ma forse più sensibili all’aiuto di un malato in condizioni disperate che al pensiero di essere scoperti e condannati.
Uno scenario, questo, che anche se biasimato pubblicamente si è infiltrato lento nelle coscienze di tutti; raro sentir dire a chi ha vissuto accanto a un malato terminale che non avrebbe fatto qualcosa per lui, se solo ne avesse avuto il coraggio.

Ma che dire quando, invece, si parla della scelta di staccare la spina ad un ragazzino che è stato vittima di un incidente in motorino e la cui morte celebrale scongiura ogni possibilità di recupero? O di un bambino, nato con una grave malformazione, che solo una macchina può tenere in vita?
In Olanda, in Belgio, in alcuni stati americani, l’eutanasia è stata già ampiamente codificata, a fronte di un testamento biologico che certifichi, oltre ogni ragionevole dubbio, la scelta di una persona adulta di morire con dignità, anche con un aiuto, laddove le condizioni risultassero disperate. Adulti, appunto. Dire a una madre e ad un padre attoniti dal dolore che possono rinunciare al sostegno dei trattamenti artificiali perchè il loro bambino comunque morirà, apre però un altro fronte del problema che forse nessuna legge potrà mai risolvere, pur recependone la possibilità: in questo caso non si sceglie per se stessi, si sceglie per un altro. Tuo figlio.

E’ per questo che la proposta della "Rosa nel pugno" è apparsa a molti come una provocazione politica di stampo elettorale.
Ma se forse sarebbe giusto parlarne, discutere, disegnare i confini del possibile intervento medico intorno alla scelta finale di una persona, evitando di trascendere su terreni che nessun Parlamento al mondo si sentirebbe in grado di dirimere. In fondo, è crudele dire a un genitore che può staccare la spina al figlio in coma: non lo farà mai, salvo casi eccezionali che però si sono verificati, il più delle volte perchè l’accanimento terapeutico ha superato il limite del tentativo di guarigione. E’ impopolare parlare di tutto questo, certo. Ma, senza provocazioni, sarebbe almeno auspicabile parlarne. Prima che dagli altari qualcuno decida per noi.

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Alberto Cantoni – La sinistra

Sinistramente lunga, e magra e torta,

Io, la Sinistra, ho destreggiato assai,

Ora in silenzio e qual tra viva e morta,

Ora manesca e sempre in mezzo a’ guai.

 

Finchè un bel giorno con predace scorta

Lo stretto pugno innanzi a me vibrai,

E sgangherata una sconnessa porta

Dissi ad ognun che m’era dietro: « Vai! »

 

Erano fidi? Chi lo sa! So bene

Ch’entraron tutti e ch’eran troppi, e ancora

So che da tempo star mi si conviene

 

Coi diti all’uscio eternamente immoti,

Per tema espressa che la mia dimora

Già tanto popolata or non si vuoti.

 

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Mazzetta – Un gendarme si aggira per l’Europa

Nasce oggi la FGE, una forza europea destinata a compiti di gendarmeria continentale.
La FGE è stata istituita tramite accordi informali tra alcuni governi e vi parteciperanno elementi provenienti da Olanda, Italia, Spagna, Portogallo e Francia. La sua costituzione non è stata deliberata da alcun organo legislativo, ma attraverso incontri informali tra i ministri della difesa di alcuni Stati, che conferiranno al nuovo corpo uomini provenienti dalle polizie militarizzate europee: i Carabinieri italiani, la Gendarmeria francese, la Guardia civil spagnola, la Guardia Nazionale repubblicana portoghese e la "Koninklijke Marechaussee" olandese. Appare dunque evidente che la neonata FGE va intesa come un corpo paramilitare.

La FGE non nasce sotto buoni auspici, perché sarà un corpo con una missione confusa, che spazia dal peacekeeping internazionale agli interventi sul suolo europeo in funzione di ordine pubblico: troppo vasto il suo raggio d’azione perché si possa pensare che nasca per rispondere ad un’esigenza precisa.
Ancora meno simpatica la circostanza che vuole la sede della forza nello stesso edificio che ospita il CoESPU (Centro che si occupa dell’addestramento dei corpi paramilitari di paesi non-UE, secondo le direttive dell’esportazione di "sicurezza") e quella per cui la sua concezione sia da far risalire al generale Leonardo Leso (al comendo del CoESPU). Il generale Leso era infatti il comandante della disastrosa operazione Ibis in Somalia, dalla quale il nostro contingente si ritirò con disonore dopo essere entrato in conflitto con le autorità USA per il sostegno fornito ad alcuni personaggi ambigui, ma anche per il vergognoso caso delle torture ai danni dei somali da parte dei soldati della Folgore. Vergogna ancora non sanata, visto che alle risultanze della Commissione Parlamentare d’inchiesta appositamente costituita, non sono seguite punizioni o rimproveri ufficiali. I torturatori sono andati impuniti, e chi ne era responsabile promosso; un film già visto.
Il generale Leso è anche l’ideatore della MSU (Multinational Specialised Unit), impiegata in missioni di mantenimento dell’ordine pubblico dal Kosovo all’Iraq, recentemente finita sotto inchiesta per i mancati controlli su traffici di armi e di reperti archeologici da parte di militari impegnati nelle missioni all’estero. Lo stesso generale lo troviamo anche a Genova con compiti di ordine pubblico durante il tragico G8. Per quanto indubbiamente competente in materia, non sembra esattamente una figura politicamente rassicurante.

Dunque la FGE avrà compiti di intelligence, sorveglianza generale, polizia giudiziaria e mantenimento dell’ordine, oltre a poter essere dispiegata in compiti di peacekeeping in collaborazione con altri organismi internazionali. Sarà sotto il comando di 30 ufficiali agli ordini del brigadiere generale Gerard Deanaz, francese, che disporranno di un contingente dai 1000 ai 5000 uomini, pronti a essere dispiegati nel tempo massimo di un mese.

Ancora una volta nel vuoto politico europeo prendono vita strane creature; se la collaborazione internazionale può avere un senso nel controllo dei confini, non si capisce l’istituzione di questi doppioni destinati ad operare virtualmente al di fuori del controllo politico, sovrapponendosi ai corpi nazionali ed agli accordi di collaborazione già esistenti. Ancora più grave sarebbe l’ipotesi che vuole la FGE come un corpo impiegabile nelle operazioni di ordine pubblico interno, dato che non è per nulla sentita l’esigenza di dotarsi di un corpo paramilitare europeo per affrontare le manifestazioni di piazza.
Un altro aspetto inquietante è dato dal fatto che la FGE sarà sotto il controllo di un High Level Inter-Ministry Committee (HLIMC), cioè un comitato nominato da alcuni ministri dei paesi europei, mentre non sono previste procedure di controllo, né di rendiconto, amministrativo o politico.
La disordinata costruzione europea, priva di una reale testa politica, genera un numero enorme di mostriciattoli di dubbia utilità, una tendenza preoccupante che inclina a temere non solo la nascita di doppioni inutilmente costosi, ma anche la nascita di strutture poco trasparenti.

Una scarsa trasparenza ed una mission poco chiara che non sono certo nei desideri di quanti aspirino alla costruzione di una UE; esiste una differenza evidente tra le avanzate aspettative dei cittadini europei e le soluzioni finora realizzate da strane congreghe che operano al di fuori del controllo parlamentare.

da: www.altrenotizie.org

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Una bibita miracolosa contro le balle

Dimagrire attaccandosi degli adesivi sulla pancia e senza fare attivita’ fisica e dieta, e’ impossibile.
Lo ha stabilito l’Antitrust, che ha ritenuto falsi e in alcuni casi pericolosi per la salute, alcuni prodotti dimagranti, come l’elettrostimolatore Pancia Stop che prometteva di dimagrire in due settimane senza dieta e senza fare un cazzo. 7 pubblicita’ ingannevoli sono state sanzionate con 200mila euro di multa.
Oltre all’elettrostimolatore compaiono anche integratori alimentari, prodigiosi fanghi anticellulite del Mar Morto e una bibita miracolosa contro le balle.
(Fonte: Greenplanet)

da NayNewz

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Messaggio del Capo dello Stato di rinvio alle Camere della legge sull’inappellabilità

”Onorevoli Parlamentari, mi è stata sottoposta per la promulgazione la legge recante: “Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento”, approvata dalla Camera dei Deputati il 21 settembre 2005 e dal Senato della Repubblica il 12 gennaio 2006. Dopo accurata disamina, ritengo di dover formulare alcune osservazioni di fondo, che attengono alla costituzionalità di disposizioni contenute nel testo a me inviato. L’articolo 7 della legge modifica l’articolo 606 del codice di procedura penale che disciplina i casi di ricorso per Cassazione, stabilendo che tra essi rientrano la ”mancata assunzione di una prova decisiva quando la parte ne ha fatto richiesta, sempre che la stessa fosse ammissibile’ e la mancanza o la contraddittorietà ovvero la manifesta illogicità della motivazione della sentenza.

Le modificazioni apportate all’articolo 606 del codice di procedura penale, da un lato, sopprimono la condizione che la mancata assunzione di una prova decisiva sia rilevante come motivo di ricorso soltanto se adotta come controprova rispetto a fatti posti a carico o a discarico dal pubblico ministero o dall’imputato; dall’altro, fanno venir meno la condizione che la mancanza o la manifesta illogicità della motivazione debbano emergere esclusivamente dal testo del provvedimento impugnato.

Queste modificazioni generano un’evidente mutazione delle funzioni della Corte di Cassazione, da giudice di legittimità a giudice di merito, in palese contrasto con quanto stabilito dall’articolo 111 della Costituzione, che, al penultimo comma, dispone che ”contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso per Cassazione per violazione di legge’.

Nei limiti indicati nella precedente formulazione dell’articolo 606 del codice di procedura penale, la valutazione della motivazione demandata dalla Corte di Cassazione atteneva al controllo della legalità della sentenza. Oggi, dalla seconda modificazione introdotta, inevitabilmente discende che la Corte di Cassazione debba procedere al controllo della legalità dell’intero processo, riconsiderandone ogni singolo atto.

Analoga mutazione si verifica per effetto della prima modificazione, nella parte in cui obbliga la Corte al controllo del fascicolo processuale in ogni caso di asserita decisività di qualsiasi prova non ammessa.

Tale mutazione diventerebbe ancora piu’ gravida di conseguenze ove i due motivi di ricorso – vizi della motivazione e assunzione di prove – fossero congiuntamente dedotti.

Una Corte Suprema chiamata ad esercitare funzioni di merito di tale estensione perde la sua connotazione principale – ulteriormente esaltata dalla recente riforma dell’ordinamento giudiziario – di ”organo supremo della giustizia” che ”assicura l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge’ (articolo 65 del vigente ordinamento giudiziario), il cui carattere insopprimibile è stato ribadito nella lettera inviata il 3 gennaio 2006 al Primo Presidente della Corte di Cassazione dal Presidente del Consiglio di Amministrazione della Rete dei Presidenti delle Corti Supreme giudiziarie dell’Unione Europea.

Il Primo Presidente della Corte di Cassazione ha chiaramente indicato che una delle conseguenze della modifica introdotta sarà l’impossibilità di continuare a utilizzare il meccanismo di selezione dei ricorsi stabilito dall’articolo 610, comma 1, del codice di procedura penale, che ha consentito negli ultimi anni ”una decisiva economia delle risorse, indirizzando verso la settima Sezione penale della Corte (cosidetta sezione ”filtro”, ndr.) il 45 per cento dei procedimenti pervenuti”. Questa circostanza, unita all’ampliamento dei motivi del ricorso per Cassazione, condurrà alla crescita in termini esponenziali del carico di lavoro della Corte e al progressivo accumulo di arretrato. Il rischio è che ne risulti compromesso ”il bene costituzionale dell’efficienza del processo, qual è enucleabile dai principi costituzionali che regolano l’esercizio della funzione giurisdizionale, e il canone fondamentale della razionalità delle norme processuali” (cfr. la sentenza della Corte Costituzionale n.353 del 1996). Questo rischio va a recare un vulnus al precetto costituzionale del buon andamento dell’amministrazione – articolo 97 della Costituzione – applicabile, secondo la giurisprudenza della Corte Costituzionale, anche agli organi dell’amministrazione della giustizia (cfr. le sentenze della Corte Costituzionale n.86 del 1982 e n.18 del 1989). Tutto ciò è aggravato dalla norma transitoria (articolo 9 della legge) che, da un lato, prevede l’applicabilità anche ai procedimenti pendenti delle nuove disposizioni che ampliano i casi di ricorso per cassazione e, dall’altro, converte in ricorso per cassazione ”l’appello proposto prima della data di entrata in vigore della presente legge contro una sentenza di proscioglimento’.

Un altro problema, strettamente collegato ai precedenti e che si muove in direzione di un netto aggravamento della situazione già posta in evidenza, è quello che deriva dall’articolo 4 della legge, che modifica l’articolo 428 del codice di procedura penale, trasferendo dalla Corte d’Appello alla Corte di Cassazione l’impugnazione della sentenza di non luogo a procedere. Ne deriverà non soltanto un ulteriore aumento di lavoro per la Corte di Cassazione, ma anche, in caso di mancata conferma della sentenza di non luogo a procedere, una regressione del procedimento, che ne allungherà inevitabilmente i tempi di definizione.

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Alessandro Iacuelli – Kirghizistan tra Oriente ed Occidente

Altre avvisaglie di rivolgimenti nella piccola ma strategica repubblica asiatica del Kirghizistan. Un gruppo di politici coinvolti nella "Rivoluzione dei Tulipani", che ha portato l’attuale governo al potere, sta premendo verso alcune fondamentali riforme nel Paese, asserendo che dal cambio di regime in poi non è poi cambiato molto.
Per comprendere meglio quanto sta succedendo, occorre fare un piccolo passo indietro nel tempo, fino al marzo 2005 ed alle elezioni che confermano la Presidenza di Askar Akayev, già vincitore delle elezioni nel 1991, 1995, e 2000.
Pochi giorni dopo, spinta dall’opposizione che accusa il governo di brogli elettorali, la "Rivoluzione dei Tulipani" rovescia il governo e costringe il Presidente a fuggire a Mosca, dove è accolto da Putin e riceve asilo politico.

Akayev, di estrazione culturale sovietica, già a capo del soviet supremo del Kirghizistan prima della caduta dell’URSS, viene ricordato come una figura molto ambigua nel panorama politico; dotato di un forte "spirito di conversione" post-sovietico, si è dimostrato un riformatore in senso neoliberista: ha ristrutturato l’apparato esecutivo per adattarlo al proprio liberismo politico ed economico ed ha intrapreso riforme che sono considerate le più radicali e di tipo occidentale tra tutte le repubbliche dell’Asia centrale.

Dal 2001, Akayev assume posizioni decisamente filoamericane, nonostante la maggioranza della popolazione sia musulmana sunnita. A seguito di tale politica, il Kirghizistan ha dato appoggio logistico all’aggressione militare contro il vicino Afghanistan e, nel 2002, ha permesso la costruzione di una grande base aerea statunitense nei pressi della capitale Bishkek.
E’ bene poi sottolineare come questo paese povero, desertico, montagnoso, con un tenore di vita bassissimo, sia strategicamente fondamentale per tutto l’assetto della regione asiatica, essendo in un’area di forte influenza russa, ma confinante sia con l’Afghanistan sia con la Cina.

E proprio in questa direzione guarda il rivolgimento istituzionale del 2005 destinato a cambiare il quadro delle alleanze internazionali. Rivolgimento che è spinto da tutte le forze politiche: partiti filo americani, islamici e indipendenti portano al comando del Paese Kurmanbek Bakiyev e Felix Kulov, quest ultimo liberato da una lunga detenzione proprio in occasione della deposizione di Akayev.
Non appena eletto, Bakiyev dichiara che "occorre riconsiderare la presenza delle basi americane sul territorio nazionale", asserendo che possono essere smobilitate in quanto la situazione nella regione è sotto controllo.
A seguito della lunga serie di "rivoluzioni" nelle repubbliche dell’area dell’ex-URSS, in meno di due anni gli USA, con la motivazione del supporto alle operazioni militari in Afghanistan, hanno collocato tra Kazakhistan, Kirgizistan, Turkmenistan e Tajikistan circa 100.000 militari, con mezzi terrestri ed aerei, a ridosso della Russia, ed al confine con la Cina.
In seguito alla visita di Donald Rumsfeld a Bishkek ed a tutte le basi americane nella zona, avvenuta durante la scorsa estate, Bakiyev, senza temere eventuali reazioni da parte americana, ha anche aderito allo SCO (Shanghai Cooperation Organization), aderendo alla nascente politica di scambi economici, ma anche militare, tra Russia e Cina.

Alla fine di settembre 2005, il governo pretende ed ottiene le dimissioni di sei ministri, accusati di non essere allineati con la nuova politica filo asiatica del presidente. Questo cambio al vertice ha essenzialmente liquidato tutti gli esponenti del movimento di marzo aventi posizioni filo occidentali in generale e filo americane in particolare, al prezzo di un indebolimento del consenso popolare.
Il 24 dicembre nella capitale Bishkek ha avuto luogo un’assemblea (kurultai) nazionale, fortemente voluta da Azimbek Beknazarov e Roza Otunbaeva, tra i promotori della rivolta che portò alla rivoluzione.
Beknazarov infatti ha avuto incarichi nel nuovo governo ed ha sostenuto azioni di allontanamento dalla sfera pubblica di esponenti dell’era fedele ad Akayev, sospettati di corruzione. Nel settembre scorso poi ha abbandonato ogni incarico.
Otunbaeva, ex ambasciatrice, ha ricoperto l’incarico di ministro degli esteri, incarico poi revocato dal Parlamento alla fine di settembre.
I due sono sono alla testa di un movimento politico chiamato semplicemente "Kyrgyzstan", che raccoglie il favore di alcuni partiti d’opposizione, ma anche personalità di spicco della società civile.
I partecipanti all’assemblea, circa 300 persone tra cui alcuni parlamentari, hanno manifestato insoddisfazione verso i cambiamenti avvenuti dopo la rivoluzione, al punto in cui per molti quella di marzo è stata solo la prima fase di una "rivoluzione da continuare".
Intervistato sull’argomento, Beknazarov ha dichiarato: "Abbiamo commesso degli errori, e la rivoluzione non è terminata. L’errore principale è stato l’intraprendere la strada legale delle riforme, basandoci sulla legalità del vecchio regime, invece di creare un governo provvisorio ed una commissione rivoluzionaria".
Al termine dell’incontro, i partecipanti hanno votato all’unanimità alcune risoluzioni che mirano a promuovere un referendum per il prossimo febbraio riguardante la struttura stessa dello Stato, ad interrogare il governo circa i progressi compiuti fino ad ora, per l’allontanamento delle persone che hanno lavorato per il governo di Akayev, per un congelamento della legge che permette la vendita dei beni appartenuti alla famiglia Akayev.
Queste le cose dette alla stampa dalla nuova opposizione.

Dall’altro lato, gli esponenti del governo, lasciando intendere tra le righe che dietro il movimento di Beknazarov e Otunbaeva potrebbe esserci l’azione di una mai nominata "potenza straniera", rigettano le accuse. Come ricorda Bolot Januzakov, "chi non ha lavorato con il regime di Akayev? Certo, noi non lavoravamo per Akayev, ma sotto di lui! Espellere tutti coloro che hanno lavorato sotto quel regime, significa espellere tutti".
La questione che resta aperta è cosa i neo-rivoluzionari potranno fare per cambiare il corso politico del Kirghizistan. Molto probabilmente, il terreno di confronto sarà sul referendum di febbraio ma anche sull’altro referendum, per l’approvazione della nuova Costituzione, che il governo ha intenzione di svolgere entro la fine del 2006.

Le posizioni dei due schieramenti iniziano ad essere chiare: da un lato il governo che vorrebbe entrare a far parte definitivamente dello SCO e quindi entrare nel nuovo blocco asiatico russo-cinese, dall’altro c’è l’opposizione, che vorrebbe un Kirghizistan più occidentalizzato. Il tutto si gioca sul terreno della zona cuscinetto tra mondo arabo, Russia e Cina, sotto gli occhi vigili degli USA.

da www.altrenotizie.org

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Maurizio Musolino – L’affaire Siria

"Siamo nel mirino", è questa la consapevolezza che attraversa l’intera società siriana. Una frase che suona come un ritornello nei mercati, come nelle università, nelle moschee come negli affollati uffici ministeriali. Tutti sanno che dopo la guerra e l’invasione all’Iraq è proprio la Siria, insieme al vicino Iran, ad essere indicata dall’amministrazione Bush come lo stato responsabile e colluso con il terrorismo internazionale, in pochi però riescono a spiegarsene il motivo.
La Siria è oggi l’unico Stato, nell’intera regione, ad aver conservato una fortissima impronta laica. Molto più che in Egitto, dove in maniera strisciante (ma non troppo dopo le ultime elezioni e l’affermazione dei Fratelli mussulmani) l’Islam politico è un soggetto influente nella vita politica, qui c’è una sorta di rivendicazione del pluralismo religioso. Una necessità per un Paese da decenni governato dalla dinastia Al Assad, famiglia di religione alawita, una piccola corrente del frastagliato universo islamico.

Fu proprio il padre dell’attuale presidente, Hafez Al Assad, ad essere un precursore della lotta all’integralismo religioso quando negli anni Ottanta intraprese una vera e propria guerra contro l’islamismo radicale che culminò con il bombardamento di Hama, cittadina a metà strada fra Aleppo e Damasco. Da allora molte cose sono cambiate, ma certamente l’agibilità politica per i partiti religiosi è in Siria assai limitata. Del resto una situazione analoga si registrava anche in Iraq prima dell’invasione anglo-americana. Il regime autoritario di Saddam Hussein solo negli ultimi mesi della propria esistenza aveva aperto alle forze islamiche, precedentemente sempre perseguitate in nome di un laicismo ba’hatista che aveva caratterizzato oltre un ventennio di vita politica. Da qui la prima domanda che viene d’obbligo a chiunque voglia interrogarsi seriamente su cosa avviene in questa martoriata parte del mondo: come può Bush accusare il presidente Bashar di complicità con Al Qaida? E soprattutto perché chi ha dichiarato guerra all’islamismo radicale oggi vuole colpire uno fra i pochi Stati laici della regione?

La vicenda siriana rafforza la sensazione che l’obiettivo della Casa Bianca non sia mai stato né Bin Laden, négli altri "mostri" di volta in volta creati. Il vero obiettivo è la disgregazione degli Stati nazionali e soprattutto dell’idea stessa di nazionalismo panarabo che aveva caratterizzato l’intero processo di decolonizzazione negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta. Forte dell’antico detto romano "dividi et impera", i teorici neocons hanno deciso che l’unico modo per assicurarsi il controllo di una area del mondo strategicamente importantissima, sia in chiave di risorse energetiche che geograficamente, è l’abbattimento degli attuali Stati nazionali. Questo è accaduto in Afghanistan, sta accadendo in Iraq, si vorrebbe far accadere in Siria e Iran. Un ritorno ad un mondo tribale che faticosamente sembrava essere oramai alle spalle dei Paesi del Medioriente. Poco importa se questo può portare ad una instabilità foriera di terrore e sangue.

Del resto su questa linea Bush ha trovato un facile alleato in Israele volenteroso di ridimensionare tutti i Paesi vicini per superare la psicosi di nanismo generata dall’essere uno Stato piccolissimo di appena sei milioni di abitanti e con un territorio equivalente a quello di una media regione italiana. Per Israele la disgregazione di Siria, Iraq e Iran è una vera e propria assicurazione per la vita in vista di un futuro più o meno lontano nel quale lo Stato ebraico perdesse la funzione di baluardo degli interessi americani nell’area.
A questo proposito molti commentatori leggono l’evoluzione della crisi irachena, con la volontà Usa di dialogare con settori sunniti della resistenza, strettamente collegata alla crisi siriana. Damasco potrebbe diventare moneta di scambio per compensare la perdita di egemonia sunnita in Iraq. Una Siria di stretta osservanza sunnita diventerebbe una controparte succosa in cambio dell’accettazione di una divisione territoriale dell’Iraq che assegnerebbe alla popolazione sunnita una fetta di Paese limitata e di scarso interesse economico ed energetico. Per realizzare questo progetto, cosa di meglio che attaccare Damasco proprio partendo dalla nazione simbolo delle divisioni etnico religiose? Da qui le pressione che da circa due anni – le date coincidono con la consapevolezza di Bush che la campagna irachena non sarebbe stata né facile, né breve – si sta esercitando verso il Libano.

Tutto è iniziato circa diciotto mesi fa prendendo spunto dalla riconferma dopo due mandati del Presidente della repubblica Emil Lahoud. Lahoud, libanese maronita, ex capo di Stato maggiore dell’esercito, aveva avuto il merito di traghettare il Paese verso quello che sembrava un definitivo superamento della guerra civile. Aveva ricreato un esercito veramente nazionale, con il contributo di tutte le componenti del Paese dei Cedri, aveva pacificato il Libano riuscendo a tessere stretti rapporti con il vicino siriano e con le forze della resistenza guidate da Hezbollah; non trascurando però, anche grazie all’ex presidente del consiglio Rafik Hariri, assassinato nella scorsa primavera a Beirut, i contatti con i ricchi Paesi del Golfo e con i sauditi che avevano fatto la parte del leone nella ghiotta partita della ricostruzione. La sua rielezione era stata letta come un favore alla Siria se non proprio il risultato di pressione arrivate direttamente da Damasco.

Un vero affronto verso l’indipendenza del Paese, per alcune forze politiche che spalleggiate e finanziate dalla Francia e dagli Usa hanno dato vita ad un cartello delle opposizioni che avevano come unico punto del loro programma l’uscita dei militari di Damasco dal Paese. Militari, è bene ricordarlo, in Libano per volontà della Comunità internazionale al fine di garantire la pace raggiunta dopo gli accordi di Taef. Così si arriva alla formulazione di una risoluzione delle nazioni Unite; la 1559, che chiedeva essenzialmente due cose: il ritiro totale dei soldati siriani dal Libano e la smilitarizzazione di tutte le milizie libanesi. Due richieste a prima vista più che legittime, ma che nascondono intenzioni di natura ben diversa da quella sbandierata. Al già citato progetto di indebolire e colpire il governo di Bashar si aggiunge infatti anche la volontà di rendere inoffensivi gli Hezbollah, legati sia a Damasco che a Teheran, ancora impegnati sul fronte sud del Paese nella liberazione di una parte di territorio ancora occupata da Israele e di umiliare i palestinesi che in oltre 400mila unità vivono in situazioni disperate nei campi del Libano. Un regalo all’alleato Israele. Ma sul terreno libanese non si consuma solo la rottura con la Siria. Beirut diventa anche luogo di ricomposizione fra Bush e Chirac dopo la rottura consumata con la guerra in Iraq. Gli Usa accettano di attribuire alla Francia di nuovo un ruolo nella regione in cambio di un sostanziale appoggio alle sue politiche espansive nell’area.

E in questo contesto che avviene l’omicidio di Rafik Hariri, l’uomo politico più impegnato, fino ad allora, nella campagna antisiriana insieme al leader druso Jumblatt. Troppo facile quindi individuare in Damasco e nei suoi servizi le responsabilità di questo assassinio, anche in presenza di più di un elemento che poteva far ricondurre l’attentato contro Rafik a regolamenti di conti di natura prevalentemente finanziaria. Conti che sicuramente passavano anche per la capitale siriana ma che nulla avevano a che fare con una possibile strategia del governo Bashar per colpire chi si opponeva alla sua presenza in Libano. Dopo la morte di Hariri molti veli cadono e soprattutto si registra un esplodere dell’attivismo maronita. Protagonisti delle piazze diventavano i rampolli di famiglie storiche e famigerate quali Gemayel, Frangié, Aoun e Gea Gea. Ad orchestrare il tutto l’arcivescovo maronita di Beirut Sfeir. Ma da noi questi nomi per i più dicono poco e sui rotocalchi si esalta la piazza pubblicando i volti di giovani che si riproponevano di emulare la rivoluzione arancione Ucraina. La situazione degenera in pochi giorni, il Paese dei cedri sembrava essere ritornato sull’orla di una guerra civile che si scopre non sopita. Hezbollah porta in piazza oltre un milione di persone per ribattere a queste pressioni. Ma alla fine stretta in una morsa violenta e sull’onda di una forte richiesta popolare Damasco sarà costretta a capitolare e nel giro di poche settimane ritira completamente il suo contingente militare dal Libano. In quei giorni, paradossalmente, Bush affermava che senza quel ritiro, sotto occupazione, non si sarebbero mai potute svolgere elezioni veramente libere.

Ma il ritiro a questo punto non basta più. Si scopre il vero obiettivo dell’intero "affaire": la Siria. Inizia così proprio in concomitanza con l’uscita dal Libano una escalation contro Damasco fatta di blocchi di conti correnti, di sanzioni economiche, di provocazioni militari al confine iracheno e di accuse, appunto, di sostenere il terrorismo internazionale. Culmine di questa strategia è l’istituzione di una commissione di inchiesta internazionale chiamata ad indagare sull’omicidio di Rafik Hariri. A guidare questa commissione viene chiamato un tedesco, Mehlis. Lo stesso che negli anni Novanta era stato nominato alla testa di una analoga commissione in Libia.
Da quella esperienza era uscito malissimo, infatti gran parte del castello accusatorio si era dimostrato infondato e frutto solo di un accurato lavoro di disinformazione messo in atto dai servizi segreti occidentali. L’uomo giusto, quindi. Mehlis non perde il suo vizio e costruisce l’impianto accusatorio su testimoni inaffidabili, alcuni dei quali ritrattano poche settimane dopo la sentenza.

Ma a caratterizzare le indagini c’è una precisa volontà di considerare il governo siriano sul banco degli imputati. Continue le richieste di interrogatori a cittadini siriani, accompagnate però dal rifiuto di procedere a queste udienze a Damasco. Viene rifiutata anche una proposta di mediazione che individua nell’Egitto un possibile Paese terzo dove poter svolgere gli interrogatori. Nulla ferma la volontà di individuare nella Siria il nuovo "Satana". Tanto meno le riforme che si stanno portando avanti che prevedono una sostanziale liberalizzazione del mercato e l’introduzione di una forma di multipartitismo. Riforme che sono seguite ad un congresso del partito ba’hat che non è sbagliato definire storico dal quale è uscito un gruppo dirigente rinnovato al 75%.
Partono così le accuse al Presidente Bashar di non collaborazione e le relative minacce di pesanti ripercussioni. Nessuno però si preoccupa di spiegare per quale motivo la risoluzione delle Nazioni Unite anche questa volta sembra avere carattere ultimativo per uno Stato arabo mentre a decine sono puntualmente disattese da Israele senza che nulla accada. Così come nessuno si preoccupa di rassicurare la popolazione siriana convinta di "essere nel mirino" e che ad una caduta dell’attuale governo possa corrispondere solo una crescita di influenza da parte di quell’Islam politico che, a parole, l’occidente dice di voler combattere.

da: www.altrenotizie.org

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