Salvini e la giacchetta di Mattarella

Ecco, Salvini, per esempio, ne vogliamo parlare? Sta per essere sottoposto a un procedimento penale davanti al Giudice per l’Udienza Preliminare (dunque non è ancora a processo vero e proprio) di Catania per l’ipotesi di sequestro di persona, reato che si presume consumato nell’esercizio delle sue funzioni di Ministro dell’Interno. Sul quotidiano “La Verità” è uscita la pubblicazione di una chat tra magistrati, intercettata nell’ambito delle indagini effettuate su Luca Palamara, in cui si mostrerebbe una manifesta ostilità nel confronti di Salvini, tanto da indurre il purtuttavia incalzante quotidiano a titolare: “Anche se ha ragione lui adesso dobbiamo attaccarlo”. Se quanto rivelato da La Verità dovesse corrispondere (parolegiocando) al vero, la cosa sarebbe di estrema gravità e andrebbe chiaramente sanzionata (ma intanto l’Associazione Nazionale Magistrati si sta squagliando come un ghiacciolo al limone in mano a un bimbetto di tre anni). Tuttavia Salvini ha fatto di più. Ha telefonato e scritto al Presidente della Repubblica (anche nelle sue funzioni di Presidente del CSM, va riconosciuto) auspicando che gli “venga garantito, come deve essere garantito a tutti i cittadini, il diritto ad un processo giusto, davanti a un giudice terzo e imparziale, nel rispetto dell’articolo 111 della Costituzione”. Ora, a parte il fatto che rammentare al Presidente della Repubblica un articolo della Costituzione è quanto meno fuori luogo, cosa teme Salvini? In qualità di indagato (e non ancora imputato) ha avuto la possibilità di farsi sentire dal PM ed inviare, se opportuno, un memoriale difensivo. Il GUP, che è e rimane un giudice terzo, non deciderà sulla sua responsabilità penale, ma solo (ed esclusivamente) se Salvini dovrà o no affrontare un processo o meno. In caso positivo l’ex Ministro dell’Interno dovrà comparire innanzi al giudice (terzo anche lui) di primo grado. La sua sentenza (di assoluzione o di condanna) potrà essere appellata in secondo grado, sede in cui avrà diritto a un collegio giudicante (terzo anch’esso), la cui sentenza potrà essere contestata in Cassazione, dove dei giudici terzi decideranno sulla sua definitività o no. Che siano TUTTI costoro gli stessi giudici che hanno chattato su WhatsApp tramando contro Salvini? A questo, sinceramente, non ci credo. E che succederebbe se tutti i cittadini italiani sottoposti a indagine penale scrivessero al Presidente della Repubblica lamentando il dubbio di terzietà di chi lo deve giudicare? Salvini abbia prima di tutto fiducia nelle istituzioni, e si sottoponga a processo come qualunque altro cittadino, senza tirare Mattarella per la manica della giacchetta. Saremo tutti più tranquilli.

40 anni fa l’assassinio di Walter Tobagi

Nessuno si è accorto, o, se se n’è accorto, ha dato scarsissima rilevanza al fatto, che ieri ricorreva il quarantesimo anniversario della barbara uccisione del giornalista Walter Tobagi. Eh, sì, abbiamo il coronavirus, l’ANM si sta sciogliendo come un croccante all’amarena al sole, abbiamo la movida a cui pensare, può mai essere possibile che qualcuno si ricordi di Walter Tobagi, della maestria giornalistica che rappresentava, del sacrificio estremo per la libertà di espressione e di giornalismo (quello vero, quello dell’Ordine, non quello rivendicato dai debunker svizzeri che si iscrivono ai sindacati), del suo lavoroper Avanti!, Avvenire e per lo stesso Corriere della Sera? Gli spararono Mario Marano e Marco Barbone. Il secondo fu condannato a una pena ridicola (8 anni e 9 mesi), e fu subito scarcerato dopo tre anni di detenzione in libertà provvisoria. Alla figura del suo assassino materiale l’inutilissima e implacabile Wikipedia ha dedicato una voce apposita, considerandolo di rilevanza enciclopedica e facendolo entrare così nel novero della cultura universale. Poi dice uno compra la Treccani! Di Walter Tobagi ci resta indelebile la memoria e l’eredità più grande, quella rappresentata da sua figlia Benedetta, che ne ha accolto e raccolto la lezione, diventando una giornalista di rigore e regalandoci lezioni di metodo storico e storiografico come quella rappresentata dal suo libro sulla strage di Piazza Fontana.

La neverendig story di classicistranieri.com

Il 26 aprile scorso la mia biblioteca on line classicistranieri.com è stata messa in modalità manutenzione dal provider Aruba.
In quel momento mi trovavo in una condizione molto delicata della mia vita in cui non disponevo nè di PC nè di connessione internet.
Ho potuto soltanto vedere il messaggio di avviso del reparto webserver una settimana dopo, ignorando fino ad allora l’irraggiugibilità dei contenuti del sito, cui era stato posto un messaggio di cortesia (grazie).
L’origine del disservizio sarebbe consistito, a detta del provider, da non ben meglio specificati plugin o temi vetusti installati sul sito. Nonostante le mie insistite richieste, non sono stato in grado di conoscere quali fossero questi applicativi in modo da rimuoverli in tutta velocità e sicurezza. Successivamente Aruba mi ha informato che erano in corso degli aggiornamenti lato server, e oggi pomeriggio il sito è risultato di nuovo accessibile e navigabile.
Farò il possibile per ottimizzarlo ulteriormente. Ma intanto classicistranieri c’è e lotta insieme a noi.

Luc Montagnier vs David Puente 1-0

Il 17 aprile scorso, il quotidiano online “Open”, diretto da Enrico Mentana (lo stesso che annunciò che se avese saputo che Conte avesse fatto nomi e cognomi dei suoi detrattori di destra non avrebbe mandato in onda il suo intervento), ha pubblicato un articolo a firma di David Puente e Juanne Pili, intitolato “Il nuovo Coronavirus è stato creato in laboratorio per trovare un vaccino contro l’Hiv? Lo dice Montagnier, ma non è così!”.
Nel pieno rispetto della libertà di espressione e di stampa, l’unica cosa che c’è da osservare è che non è possibile che due giornalisti, di cui uno debunker noto per la sua lotta ai complottisti, possano avere maggiore competenza di un premio Nobel per la medicina con quattro lauree.
In questo momento di emergenza sanitaria che tutti ci coinvolge, abbiamo sempre più bisogno di opinioni autorevoli come quelle del Prof. Montagnier e sempre meno di quelle dei cacciatori di bufale. Iosto con Montagnier. Per il resto beato chi ci crede. Noi, no, non ci crediamo.

Silvia Romano si è convertita all’Islam. E sono solo affari suoi.

La liberazione di Silvia Romano, in un momento di emergenza sanitaria quale quello che stiamo vivendo, avrebbe dovuto renderci tutti più contenti e sollevati. E non escludo che per la maggioranza delle persone, me compreso, sia stato così.
Invece c’è stato il solito vomito acidulo dei consueti leoni da tastiera (per non parlare dei titoli aberranti di quotidiani a tiratura e diffusione nazionale e della definizione di “neo-terrorista” affibbiatale da un parlamentare della repubblica, salvo poi scusarsi per l’infelice espressione) che ne ha stigmatizzato, e con parole irripetibili, la conversione alla religione islamica, come se questo fosse una colpa da espiare. Qualcuno si è perfino divertito a lanciare dei cocci di bottiglia contro la sua abitazione e a riempire di insulti il suo profilo Facebook.
Non so, e non posso sapere, se la conversione all’Islam di Silvia Romano sia stata un atto originato da una libera determinazione o da una costrizione psicologica, So solo che la nostra Costituzione garantisce a chiunque la libertà religiosa, che Silvia Romano è una persona maggiorenne e che ha diritto di fare della sua vita quello che vuole, Una scelta religiosa non potrà e non dovrà sottrarla all’affetto dei suoi cari e delle tante persone che le vogliono bene. Almeno finché vivremo in uno stato laico e di diritto.

Paolo Attivissimo e il “delirio del giorno”

Paolo Attivissimo ha una piccola ma deplorevole abitudine. Quando riceve dei commenti di insulti, cosa che gli accade assai frequentemente, screnshotta (termine orribile che significa “acquisisce una copia grafica del contenuto”), rimuove il commento e lo ripubblica sotto una sezione che ha denominato “il delirio del giorno”.

Così ha fatto con un recente commento di uno dei soliti conigli da tastiera (i conigli sono animali nobilissimi) che, a suo dire, lo ha riempito di insulti. Il mittente di questo ignobile messaggio di commento, però, non è stato al gioco ed ha minacciato Attivissimo di denuncia-querela, preannunciandogli in una mail la richiesta economica dei danni.

Naturalmente Attivissimo non ha resistito alla tentazione di raccontare l’accaduto sul suo blog, lamentando il fatto di avere ricevuto un preannuncio di querela per una presunta diffamazione che lui non avrebbe posto in essere, ma che sarebbe stata originata proprio dal mittente del commento. In breve, lui è stato diffamato e lui è il destinatario della querela annunciata.

Di errori Paolo Attivissimo ne ha commessi tanti. In primo luogo non ci si difende su un blog da una querela per il momento solo preannunciata. Si attende che l’atto si materializzi, che il pubblico ministero ne venga a conoscenza e che compia le dovute indagini, per decidere alla fine, se procedere con la citazione diretta a giudizio o chiedere l’archiviazione al GIP.

Durante questo procedimento le strategie di difesa sono varie. Paolo Attivissimo può farsi interrogare dal Pubblico Ministero, spiegare le sue ragioni, e produrre una memoria difensiva. Se tutto questo non dovesse bastare a chiudere la questione può andare a processo, farsi interrogare da un giudice, dai suoi avvocati difensori, dagli avvocati della parte lesa e dallo stesso pubblico ministero.

Anche chi scrive è stato querelato per diffamazione (peraltro da una cara amica dello stesso Attivissimo) ma per rispetto delle condizioni procedurali, del segreto istruttorio, della supposta parte lesa, non si è mai minimamente sognato di definire l’atto della querelante “il delirio del giorno”. Ognuno, se si sente diffamato, ha il diritto di rivolgersi alla magistratura, e questo diritto è inalienabile. Nella aule di giustizia non esistono cacciatori di bufale, debunker, terrapiattisti o complottisti. Esiste solo chi ha ragione e chi ha torto.

Un punto (un altro) su cui Attivissimo ha inevitabilmente torto è quando scrive che “Al suo avvocato, invece, non sarà sconosciuto il concetto di lite temeraria.” La lite temeraria è un concetto che si applica al processo civile, quello in cui un giornalista e il direttore della sua testata sono chiamati a rispondere economicamente del danno diffamatorio ricevuto, non a quello penale, in cui in primo luogo si deve valutare se un atto di querela è fondato o no.

Cosa avrebbe potuto fare Attivissimo? Semplice: non cancellare quel messaggio di insulti, correre alla prima stazione dei carabinieri o della polizia postale, sporgere querela e vedere che cosa sarebbe successo in futuro. Senza allertare i suoi adepti, avendo fiducia nelle istituzioni, e proseguendo il suo cammino nel pieno rispetto dei diritti delle parti.

Almeno per una volta non basterà la frase “graie per tutto il pesce” per venirne fuori.

 

 

Non ci sono prove scientifiche che stabiliscano una correlazione tra l’Ibuprofene e il peggioramento del decorso della malattia da COVID19

Le agghiaccianti dichiarazioni di Matteo Renzi in un’intervista a Avvenire: “Riapriamo. Perché non possiamo aspettare che tutto passi.”

“Questo virus ci farà ancora male. Non per settimane, per mesi e mesi. Il vaccino non c’è e se andrà bene torneremo ad abbracciarci tra un anno, se andrà male tra due…”.

“Riapriamo. Perché non possiamo aspettare che tutto passi. Perché se restiamo chiusi la gente morirà di fame. Perché la strada sarà una sola: convivere due anni con il virus”

“(…) bisogna consentire che la vita riprenda. E bisogna consentirlo ora. Sono tre settimane che l’Italia è chiusa e c’è gente che non ce la fa più. Non ha più soldi, non ha più da mangiare. I tentacoli dell’usura si stanno allungando minacciosi specialmente al Sud. Senza soldi vincerà la disperazione e si accende la rivolta sociale. I balconi presto si trasformeranno in forconi; i canti di speranza, in proteste disperate”.

“Serve un piano per la riapertura e serve ora. Le fabbriche devono riaprire prima di Pasqua. Poi il resto. I negozi, le scuole, le librerie, le Chiese. Serve attenzione, serve gradualità. Ma bisogna riaprire”.

“Bisogna garantire gli esami, il sei politico fa male. I ragazzi hanno il diritto di essere valutati e il governo ha il dovere di permetterlo. E allora faccio una proposta concreta: si torni a scuola il 4 maggio. Almeno i 700mila studenti delle medie e i 2 milioni 700mila delle superiori. Tutti di nuovo in classe, mantenendo le distanze e dopo aver fatto comunque tutti un esame sierologico una puntura su un dito e con una goccia di sangue si vede se hai avuto il virus. È probabile che tanti ragazzi abbiano già contratto il Covid senza mostrare sintomi: sarebbe uno screening di massa importante”.

(Matteo Renzi, intervista a “Avvenire”)

Il Ministro Azzolina nella sua informativa al Senato: “Il Ministero è già al lavoro e stiamo predisponendo tutte le misure necessarie per intervenire, anche in deroga alle vigenti disposizioni normative (…)”

«Il Ministero è già al lavoro e stiamo predisponendo tutte le misure necessarie per intervenire, anche in deroga alle vigenti disposizioni normative, in materia di: valutazione intermedia e finale degli studenti; modalità di recupero degli apprendimenti; requisiti di accesso e struttura degli Esami di Stato, per il I e II ciclo di Istruzione; ridefinizione del calendario scolastico nazionale e dei calendari regionali, nel rispetto delle prerogative delle Regioni»

«Anticipo sin d’ora quella che può essere una diretta conseguenza di questo approccio di valorizzazione dei percorsi di ognuno, che riguarda la composizione delle commissioni d’esame per la scuola secondaria di II grado. Il mio orientamento è di proporre una commissione formata da soli membri interni, con presidenti esterni. Da un lato, ciò vale a tutelare gli apprendimenti effettivamente acquisiti. Dall’altro, un presidente esterno si fa garante della regolarità dell’intero percorso d’esame».

Finalmente sequestrati gli account Facebook e YouTube di Rosario Marcianò

Mi fa piacere esprimere la massima soddisfazione per l’operato della Polizia Postale, sezione di Imperia, che su mandato della Procura della Repubblica ha sequestrato gli account social (sicuramente quelli di Facebook) di Rosario Marcianò. E in particolare risultano sequestrati l’account YouTube, la pagina personale di Facebook, e quella denominata “Tanker Enemy”. C’è da dire che nonostante l’iconografia che vi riporto in testa a queste note campeggi indisturbata come un vessillo sulla pagina Facebook incriminata, i post di Rosario Marcianò precedenti alla data del sequestro sono ancora visibili. Inoltre, su Facebook, è possibile inserire ancora dei commenti per cui il sequestro è un po’ a metà. Di certo Marcianò non può più esprimere le sue idee sulle scie chimiche e tutte le tesi complottiste che lo hanno visto, nel bene e nel male (ma soprattutto nel male) protagonista. Dopo svariate vicissitudini giudiziare, tra le quali mi preme ricordare il processo che lo ha visto soccombere con l’accusa di diffamazione nei confronti della giornalista Silvia Bencivelli (che Paolo Attivissimo chiama impropriamente “collega”, forse perché è lui che vorrebbe essere collega di una persona della levatura della Bencivelli). L’accusa per Marcianò è quella di avere postato un video, poi rimosso, in cui invita i suoi seguaci e la popolazione a negare l’esistenza del coronavirus e di scendere per le strade in modo da screare scompiglio nelle forze dell’ordine per intasare la macchina burocratica delle denunce e la magistratura inquirente:

“l’idea migliore sarebbe quella di uscire tutti per strada come facevamo prima in modo tale che poi Carabinieri e Polizia non sappiano più come fare per fermare tutti quanti e gli uffici giudiziari saranno intasati di denunce e non potranno più fare niente. Allora si che loro saranno paralizzati.”

Non è più questione di negare a qualcuno il diritto di opinione, o di esprimere le proprie convinzioni ancorché bislacche, ma di eliminare veri e propri reati dalla rete. In questo caso si parla di istigazione a delinquere. Saranno i magistrati a fare chiarezza sulle reali responsabilità di Marcianò, non certo io. L’essenziale è che questa persona sia stata messa nelle condizioni di non nuocere ulteriormente, anche se dubito che la cosa duri a lungo (sequestrato un account se ne fa sempre un altro).

Variazioni su un tema dell’Avigan

Insomma, via, c’è stato uno, un illustre sconosciuto, che dal Giappone ha postato un video su Facebook o su Twitter (ora non so bene) che dice che lì in terra nipponica il coronavirus non esiste (infatti hanno fatto slittare in avanti le Olimpiadi proprio per questo), e che non esiste perché c’è un farmaco, l’Avigan, che fa miracoli e che lo combatte e lo debella, ma al resto del mondo non lo fanno sapere, per cui imparate e, naturalmente, come è prevedibile in questi casi, “fate girare”. Ah sì, e cosa sarà questo Avigan che schiaccia il coronavirus come se fosse una piàttola appena uscita da un buco nel muro? Via, via, dice il popolino ignorante e cafone dei social network, facciamolo “girare” perdavvero, sicché gira che ti rigira si arriva a farlo diventare virale perdavvero questo filmato. E la gente, piano piano, apprende dell’esistenza di questo Avigan e della sua presunta efficacia contro il coronavirus. Non solo lo apprende, ci crede. Tanto che Zaia per il Veneto, seguito dalla regione Piemonte, decidono di iniziare a sperimentarlo, con quali risultati non è ancora dato di sapere. La FUJIFILM Toyama Chemical fa sapere che sul farmaco, testato anche in Cina, “al momento NON ESISTONO PROVE SCIENTIFICHE cliniche pubbliche che dimostrino l’efficacia e la sicurezza di Avigan contro Covid-19 nei pazienti”. Ma nulla, in Italia l’AIFA ha dato il via libera alla sperimentazione pur specificando che l’Avigan viene sperimentato anche altrove, che è un farmaco piuttosto conosciuto, e che presenta una serie di controndicazioni, anche di un certo rilievo. Tutto questo perché qualcuno ha messo un video su Internet.

(da un’idea di Emiliano Rubbi)

Ricordo del dottor Gualtiero Graziani, medico condotto

Era buono il dottor Gualtiero Graziani, “medico condotto”, come era stampato sulla carta bianca su cui “segnava” (in toscano “segnare” sta per “prescrivere”) le ricette. Era buono e, soprattutto, non faceva male. No, il dottor Graziani non faceva male ai bambini. Quando visitava aveva il tocco leggero e gentile di un foresto (fiorentino, com’era) che non conosceva il posto in cui abitava e aveva timore perfino a mettere un piede in casa, ché, di sa, si potrebbe sporcare, e che chiedeva sempre permesso. Cominciava a palparti con molta cognizione e non ti chiedeva se faceva male qui o, piuttosto, quaggiù, no, no, ti chiedeva “Faccio male?” e no, a me il dottor Graziani male non ne ha mai fatto. Quando andavo a farmi vedere da lui perché avevo la tosse mi auscultava e poi mi diceva, tutto gentile, “Ecco, io ti darei proprio un bello sciroppino, te cosa ne dici?” Ma come che ne dicevo io, il medico era lui, poteva darmi quello che gli pareva, perché un altro modo toscano per dire “prescrivere” era “ordinare”: “Il dottore m’ha ordinato una caterva di medicine, accidentallùi”, diceva la mi’ nonna Angiolina quando ritornava dalla visita periodica in ambulatorio (lei però aveva un altro medico, il Graziani ce l’avevamo in famiglia io e i miei genitori). Quello che ti dava il medico era un “ordine” e lo dovevi pigliare, non si discuteva. Quando mi cascò il primo dentino ero proprio nella sua anticamera e, discretamente ma non troppo, lo sputai nel portacenere della sala di attesa. Non arrivò il topino a prendermelo e non mi ci mise un soldino (o, come dicevano i fiorentini stessi, un cittino), ma avevo dato il mio tributo alla scienza piuttosto che alla creduloneria popolare dei bimbi della mia età. Poi un giorno il dottor Graziani si ritirò dall’attività medica. “O quella?” dissero subito i miei genitori, “ora ci toccherà trovarne un altro”. Già, e dove lo trovavi un altro come il Graziani? Che ti dava le buone medicine, le fialette ricostituenti dolcissime di vitamina B12, che ti metteva il vaccino dell’antipolio sullo zuccherino (tre o quattro gocce) e te lo posava sulla lingua, che quando si scioglieva non era vaccino, era dolcezza allo stato puro. Perché era dolce il dottor Graziani. Come la ginnastica che consigliava di fare ai suoi pazienti più anziani e, in genere, a tutti, perché, si sa, fare un po’ di movimento fa bene, e io duro pinato, che non volevo fare sport di nessun genere. Se n’è andato il dottor Graziani, come prima o poi tocca fare a tutti. Se n’è andato in pieno coronavirus (ma non PER il coronavirus), e probabilmente, se ci fosse stato ancora come medico, si sarebbe stupito, con quello sguardo incredulo che aveva, davanti a questa catastrofe, per cui faccia buon viaggio dottore, tanto qui si mòre tutti.