Paolo Attivissimo sbaglia gli accenti in spagnolo e confonde lo spagnolo con il portoghese

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Paolo Attivissimo (“diploma in lingue”, secondo quanto riferito da Wikipedia), nel maldestro tentativo di denunciare cialtronaggine giornalistica nel trattare le cause della morte di Diego Armando Maradona (sì, è morto, però ora anche basta!), segnala che ANSA, RAI “e altre testate”, attribuirebbero il decesso del campione argentino a una “parata cardiorespiratoria”.

Brutto vizio quello di scrivere male, frettolosamente e di copiarsi l’un con l’altro le informazioni senza nemmeno dare loro un’occhiata, questo è fuor di dubbio.

Ma nel farlo, il Superlativo, spiega così l’errore commesso:

“Questa disastrosa cialtroneria collettiva deriva probabilmente dal fatto che in spagnolo l’arresto cardiaco si chiama “paro cardiorrespiratório” o “parada cardiorrespiratória”.”

Peccato che in spagnolo “cardiorespiratoria” si scriva senza accento, e che la lingua che, invece, l’accento lo vuole sia il portoghese. Chissà da dove diavolo è andato a copiare e incollare! Ve lo dico io, da Google. Andando a cercare “parada cardiorespiratoria”, questi sono i risultati:

Sui suggerimenti ci sono le due versioni. Quella con l’accento si riferisce (appunto) a pagine in portoghese dove l’aggettivo “cardiorrespiratório” si scrive con l’accento, sì, ma anche con la -rr- (doppia r!!). Insomma, questo castigatore dei giornalisti “cialtroni”, fa un pasticcio incredibile sia a livello ortografico che squisitamente linguistico.

Lui che raccomanda di rileggere sempre quello che si scrive, scivola su queste inezie e banalità.

Stavolta, però, anche noi abbiamo avuto lo scrupolo di salvare in copia permanente il suo scritto (non sia mai che legga questo blog, o che qualcuno glielo segnali, e che corregga gli errori). Lo trovate qui:

https://archive.is/Nk7eS

Ho detto.

La muerte es una tómbola

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Questo è il primo e ultimo articolo che scrivo in cui parlo di calcio, argomento su cui si sono scritte tonnellate di inchiostro e si sono spese parole spesso vacue e inutili per descrivere situazioni al limite del grottesco.

Diego Armando Maradona è morto. Per carità, sia pace all’anima sua e che trovino pace e serenità i suoi diretti congiunti, nonché tutti (e sono tanti) che gli hanno voluto bene in vita.

E’ stato un campione, e questo nessuno lo mette in dubbio.

Quello che, invece, sì, c’è da mettere in dubbio, è la deificazione (addirittura!) che ne è stata fatta. Il famoso gol di mano contro l’Inghilterra fu catalogato come “la mano de Dios“. Leggendo un quotidiano argentino on line ho trovato la scritta “D10s“. Mi pare francamente eccessivo. Un po’ perché, non credendo in nessun dio, mi pare impossibile che un essere umano fallibile come Maradona abbia potuto assurgere direttamente dal ruolo di attaccante a quello di divinità. Un po’ perché l’unica verità è che si muore. E’ toccato a Maradona, ieri, oggi chissà a quanti altri. Forse domani a me. O a qualcun altro.

L’uso di cocacina, l’uso di sostanze dopanti come l’efedrina (che, va beh, la prendono un po’ tutti per perdere peso e per curare il raffreddore, ma si dà il caso che nello sport sia proibita), i suoi eccessi, le sue frequentazioni ambigue in ambiente italico, ne facevano un uomo fragile ed eccentrico allo stesso tempo. Non certo un dio. Eppure “a Rosario, in Argentina, i suoi tifosi fondarono nel 1998 la Iglesia Maradoniana (Chiesa di Maradona), dove il calendario si calcola contando gli anni dalla sua nascita” (Wikipedia). Insomma, AD non sta per Anno Domini, ma per “Antes de Diego”. Gli sono stati dedicati e intitolati in vita stadi (come nel quartiere La Paternal di Buenos Aires), e il sindaco De Magistris ha già annunciato la sua intenzione di dedicargli lo Stadio San Paolo di Napoli.

Non è eccessivo?

E forse sì, magari “Maradona è cchiù meglio ‘e Pelè”, che è come dire che un dio è migliore rispetto a un essere umano. E chi lo mette in dubbio?? Solo che gli dei non giocano a calcio, il calcio è roba per gli esseri umani, e a noi, tifosi di Pelè fino in fondo e con tutto il cuore, rimane solo la consolazione di un vero e proprio poeta del calcio. E i poeti, si sa, non vanno in paradiso. Pelè è un uomo dalla vita specchiata, un vero e proprio gentiluomo. Un uomo che ha dato al calcio dla sua vita, per irprendersela, poi, quando ha visto che era finita. Tutto quello che, forse, gli si può rimproverare è essere stato il testimonial del deodorante “Brut 33 di Fabergé”, certo non avrà mica vissuto per la gloria, ma è, appunto, un uomo. Che lasciava le sue imprese calcistiche agli umani, l’unico vero campione cui si piegò, inchinandosi per il telento, la storica Nazionale italia di Riva, Rivera e Facchetti appena uscita con un sonoro 4-3 dalla semifinale con la Germania nel 1970. E’ stato ” una faccia nera, un par di cosce ipertrofiche e un tronco nel quale stanno due polmoni e un cuore perfetti”, come scrisse Gianni Brera. Si chiama Edson Arantes do Nascimento, e va orgoglioso del fatto che il suo nome, una storpiatura di “Edison”, gli sia stato dato in onore di Thomas A. Edison. E’ “O rei” (il re) e i re sono umani, non hanno nulla a che vedere con la divinità. 761 reti in 821 incontri: una media di quasi un gol a partita.

Qualcuno ci ha provato a dargli del “dio”. Fu il Sunday Times, il giorno dopo della già ricordata vittoria del Brasile contro l’Italia a scrivere «How do you spell Pelé? G-O-D» ma nessuno lo prese sul serio.

Insomma, gli dei non hanno nulla a che vedere col calcio, che è roba da persone mortali. Come mortale era Maradona. Voleva entrare nella storia, c’è entrato, ma la storia è piena di persone che non ci sono più. E quando, o mammammammamàmma, il corazón non ci batte più e ci tradisce, ci se ne va. Come tutti gli altri. Perché i morti sono quasi tutti uguali.

Non credere nella divinità ci aiuterà a vedere Maradona per quello che era e non per quello che noi vorremmo che fosse. ¡Adiós Diego, que un tango te acompañe!.

Paolo Attivissimo, dopo la quarantena (who cares?) parla di “ca**ate”

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Era un bel po’ che non vi parlavo più di Paolo Attivissimo. Davvero, sono passati mesi. Oggi mi sento decisamente più diligente. Tanto è lui che parla di sé.

Paolo Attivissimo è stato in quarantena e ne è uscito, con la sua famiglia, i suoi adorati gatti e tutto il caseggiato che egli ama chiamare “Maniero Digitale”. Nulla di cui preoccuparsi, dunque, per la salute dei diretti congiunti del Nostro. E neanche per Lui (ché da buon superlativo ci vuole la majuscola), per fortuna, perché, parlando una volta sul serio, il male non si augura a nessuno e preferiamo continuare a parlarne per quello che dice e che scrive e non saperlo sofferente o in condizioni di difficoltà, questo mi dispiacerebbe moltissimo. Chiusa la parentesi seria, torniamo al faceto.

Cos’è successo, in pratica? Nulla, è stato a contatto con una persona positiva, la app svizzera (Paolo Attivissimo vive in Svizzera, non lo sapevate? E ha anche una Tesla, non lo sapevate?? Dovreste saperlo….) corrispondente al nostro “Immuni”, lo ha segnalato e ha ricevuto una lettera dal medico cantonale che gli prescriveva la quarantena, appunto. Che è finita.

Cosa c’è di strano in tutto questo? Nulla. A parte il fatto che lui non si limita, come fanno tanti cittadini svizzeri, a prendere atto della sua situazione, e a mettere in pratica i preziosi consigli del medico, per la salvaguardia sua e della sua famiglia, no, lui non è contento finché questa circostanza non l’ha raccontata all’universo mondo. Insomma, tutti devono sapere, attraverso il suo blog, che lui è stato sottoposto a quarantena.

Ma, voglio dire: è una notizia? No, si tratta solo di un particolare sulla salute di un privato cittadino (svizzero, perché non so se sapete che Attivissimo vive e lavora in Svizzera), che casualmente ha un blogghino, che costituisce un dato sensibile, e che riguarda non soltanto lui, ma anche la “Dama del Maniero”, come affettuosamente chiama sua moglie.

L’occasione ha dato il “la” per una dissertazione sul funzionamento dell’app svizzera (perché non so se ve l’ho ancora detto che lui vive in Svizzera) per il tracciamento dei contatti delle persone positive (funziona bene? Ci fa piacere!) e per pubblicare la lettera del medico succitata.

Cioè, non solo “cui prodest?”, ma soprattutto “who cares??” Voglio dire, io sono stato in ospedale per due mesi e poi per altri quattro in clinica riabilitativa, eppure non ho mai messo in linea uno straccio di documento medico che mi riguardasse, nemmeno il foglio fanale delle dimissioni con la scritta “Tutto bene, sono tornato a casa”. Semplicemente ho quasi interrotto le pubblicazioni del blog, salvo qualche raro e sporadico intervento, e poi bon, finita lì. A chi interessava (o doveva interessare) il certificato del mio medico curante che mi imponeva di stare a riposo? A nessuno, appunto.

Perché Paolo Attivissimo NON E’ un personaggio pubblico. Ha scritto diverse cose, è diventato famosetto, lo chiamano in televisione sulla Nove per metterlo in onda alle 23,30 (così fa concorrenza a “Un giorno in pretura”), lo chiamano di qua e di là per tenere quelle che lui chiama “conferenze”, ha una voce su Wikipedia in cui si dichiara che ha un diploma in lingue (titolo che in Italia non esiste, tutt’al più un diploma di liceo linguistico, che non è la stessa cosa), probabilmente se può permettersi una Tesla usata invece che una Panda nuova a benzina guadagna anche diversi soldini più di me. Ma è e rimane un PRIVATO cittadino. Che una volta scriveva via mail dei gattini messi nella bottiglie, delle truffe via posta elettronica. Insegnava agli imbecilli come me a installare Linux, a come difendersi dai virus… poi, d’improvviso è cambiato. L’11 settembre, sulla Luna ci siamo andati, la fantascienza, le imprese nello spazio, Astroquello, Astroquellaltro, e lui che conosce gli astronauti quindi sa quello che dice, si è fatto un account Twitter che ha una buona percentuale di followers di dubbia provenienza (insomma, non si sa bene se siano bot o human beings), litiga con Burioni che gli dice (giustamente) che la cosa più grave che ha visto in vita sua è stato un complottista, scrive alle redazioni dei giornali per ogni nonnulla qualificandosi come “giornalista informatico” (in Svizzera -perché non so se lo sapete, ma il Nostro vive in Svizzera-, basta iscriversi a un sindacato per avere questa qualifica, non come da noi che c’è un ordine che vigila, e va a finire che ciascuno scrive un po’ quello che gli pare), come per esempio l’aver pubblicato una pubblicità mascherata da notizia. Che, voglio dire, basta guardare in fondo a un articolo qualsiasi e ci sono un sacco di link pubblicitari a notizie o pseudotali che l’utente medio spesso può confondere, e invece sono solo i feed di Taboola. E invece no, se la prende, con “OggiTreviso”, che gli ha anche intimato di mettere off line IMMEDIATAMENTE l’articolo in cui il Nostro denunciava questa piramidale nequizia, ma Lui gli ha fatto maramèo e se l’è messa alle spalle, tanto lui risponde solo alle leggi svizzere (ve lo avevo già detto che vive in Svizzera? Ah, sì??). Voglio dire, un po’ di notorietà non si nega a nessuno, ma qui si esagera.

E tornato dalla quarantena dove va? A Focus Live, per un incontro sul tema “Non condividete ca**ate”. Lo scrive proprio così, con due asterischi, come quelli su Facebook che non vogliono farsi bannare o che, peggio ancora, tirano il sasso e vogliono ritirare la mano (“Eh, ma io non l’ho detta una parolaccia, ci sono due asterischi in mezzo, gnè gnè gnè…”). E ci mette anche la sua faccia. Va be’ per carità, uno la faccia la mette dove vuole, ma bisognerebbe tranquillizzarlo, il Nostro, perché la Corte di Cassazione, già nel 2009 aveva sbolognato il termine “cazzate” dal penalmente rilevante. Che, poi, voglio dire, le cose o si dicono (e ci se ne assume tutta la responsabilità) o non si dicono. Che cosa mi viene a significare “ca**ate”?? Voleva forse scrivere “cassate” (plurale dei dolci siciliani)? Voleva dire “cannate” (dicesi di persone che si sono fatte le canne o che risultano in stato di obnubilamento)?? No, voleva proprio dire “cazzate”. Ma, siccome, l’appuntamento era previsto per le 1445, fascia oraria in cui anche i minori sono lì a guardare, forse avrà voluto, non dico di no, preservarli un pochino. Ma non è che i minori sono scemi, hanno capito benissimo dove si vuole andare a parare, voglio dire, le parolacce sono i loro argomenti preferiti, assieme alla curiosità per il sesso, al telefonino e alla Playtèscion.

Ma “ca**ate”, abbiate pazienza, non si può soffrire.

La protesta della professoressa Sara Masoero del Liceo Peano-Pellico di Cuneo: se 5625 studenti positivi le sembran pochi…

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L’edizione di Cuneo del quotidiano “La Stampa” di oggi riporta la notizia, invero inquietante, di una professoressa del Liceo Peano-Pellico, che ha avuto l’idea di fare lezione, per protesta contro la didattica a distanza, sotto i portici dell’Istituto, a partire delle ore 8.

La Professoressa, che si chiama Sara Masoero, si è armata di tablet e di un cartello in cui è scritto: LA SCUOLA, LUOGO DI POSSIBILITA’, CULTURA, PARTECIPAZIONE ATTIVA DEVE ESSERE IN PRESENZA, in caratteri maiuscoli e su sfondo arancione.

Il Dirigente Scolastico, oltretutto, ha pubblicamente espresso un plauso all’iniziativa della docente: “Giustamente la docente contesta questo tempo sospeso”, e anche la Dirigente dell’Ufficio Scolastico provinciale Maria Teresa Furci ha espresso la sua opinione terminando l’intervento con la frase: “La scuola è vita, è naturale e bello che docenti e ragazzi chiedano di poter tornare in aula.

La docente, che ha avvisato esclusivamente i suoi alunni della sua singolare protesta, conta, naturalmente, di avere un nutrito gruppo di followers al suo seguito. Consolata da un the caldo portatole da una bidella e da un collega di sostegno, ha dichiarato: “Insegnerò qui all’aperto e a oltranza finché le scuole riapriranno. La didattica a distanza va bene per periodi brevi, e in emergenza.” E definisce, addirittura, l’iniziativa governativa di chiudere le scuole e gli altri centri culturali come “criminale”.

Io sono disposto a regalare alla signora, anziché un teino caldo della macchinetta delle bevande della scuola, una buona bottiglia di grappa, perché se è vero come è vero che vuole andare avanti ad oltranza, l’inverno e il freddo si avvicinano, e un buon bicchierino di graspa, al mattino, apre le coronarie, scalda i cuori e favorisce la concentrazione.

Ma la docente si contraddice: è pur vero che la didattica a distanza va bene per periodi brevi (e questo non mi pare affatto un periodo lungo, tale da giustificare proteste così plateali), e anche in periodi di emergenza. Ma, mi scusi, professoressa, questo che cos’è se non un periodo di emergenza? Il Dirigente Scolastico, in maniera forse un po’ inopportuna, sciorina delle cifre: prima che il governo portasse, prima al 75% e poi al 100% la didattica a distanza in tutte le scuole superiori, aveva lamentato PIU’ DELLA META’ dei docenti in quarantena precauzionale. Non è un’emergenza questa? Ma c’è di più. Secondo quanto afferma il quotidiano on line “Orizzonte Scuola”, “su 27440 studenti piemontesi testati, 5625 sono risultati positivi. E nell’ultima settimana il dato si è fatto più allarmante.” 5625 studenti positivi non sono un’emergenza TALE da giustificare la didattica a distanza? Lo sono e come! Dovrebbe bastare questo numero altissimo per giustificare la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, altro che tablet e banco e sedia comprati all’Ikea (sì, perché “La Stampa” di Cuneo riferisce anche questo curioso particolare)!!

Quanti studenti seguiranno l’esempio della Professoressa Masoero? Non lo sappiamo. Ma nel caso si trattasse della totalità dei suoi alunni, si creerebbe un assembramento indicibile. La stessa Masoero ammette, in maniera un po’ disincantata, di avere un giorno alla settimana, il mercoledì, in cui è impegnata nell’insegnamento per cinque ore (ma avrà altri giorni in cui ne avrà solo due, tre o quattro, e il giorno libero non lo vogliamo contare?). Immaginiamo solo il putiferio che ne deriverebbe al cambio di ogni ora. Alunni che si siedono su banchi o sedie occupati in precedenza da altri alunni, senza una minima disinfezione o sanificazione, gruppi di una quarantina di individui pronti a darsi il cambio per la causa della didattica in presenza, con rischio contagio elevatissimo. E quando piove? No, perché pare, dice, si vocifera che a Cuneo, come in molte altre parti d’Italia, ogni tanto piova. Basteranno i paraorecchi per preservare docente e alunni dalla pioggia? No, serviranno parecchi ombrelli e diversi impermeabili.

Perché se è vero, come è vero, che la didattica in presenza è un valore, è altrettanto vero e ancor più sacrosanto che la didattica a distanza può contribuire a salvarti la vita. Non abbiamo bisogno di eroi, di proteste, di gesti plateali e di cartelloni, abbiamo bisogno di una risposta certa e adeguata da parte delle istituzioni piemontesi e nazionali, che guardi al rispetto e alla tutela di quei 5625 studenti risultati positivi, delle loro classi, delle loro famiglie e delle persone che frequentano.

Hic Rhodus, hic salta!

Ma la lessicografia non è sessista

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Una signora che si chiama Maria Beatrice Giovanardi, ha vinto una singolare e bizzarra battaglia lessicale. Ha fatto cambiare la definizione del lemma “woman” all’Oxford Dictionary, una delle fonti lessicografiche più autorevoli in Europa su web e su cartaceo.

Tra le definizioni fornite c’era quello di “essere umano adulto femminile” ma anche «moglie, fidanzata, amante di un uomo». Non sia mai. La Giovanardi, armata di una invidiabile determinazione, è riuscita a far cambiare la definizione in “la moglie, la fidanzata, l’amante di una persona” e non di un uomo. Una soddisfazione minima e minimale perché, si spera, una donna è molto di più della moglie, fidanzata o amante di qualcuno, considerato anche che l’Oxford, secondo quanto riferito dal periodico “Io Donna”, non ha cancellato lo spregevole appellativo “bitch”, limitandosi a segnalarlo come un peggiorativo e un volgarismo,.

Ma c’è di più. Tra i sinonimi di “woman” suggeriti dall’Oxford ce n’erano alcuni di estremamente irriguardosi, al limite del sessismo, come “Ragazza”, “femmina”, “signora”, “cagna”,”puledra”, “zoccola”, “poco di buono”.

Allora, andiamo a vedere cosa dice effettivamente l’Oxford Advanced Learner’s Dictionary:

Qui non mi pare ci siano espressioni di tipo sessista. Per scrupolo andiamo a vedere anche la versione on line:

Forse l’avranno modificata dopo l’operazione Giovanardi, non dico di no, ma non mi pare proprio che riporti espressioni di tipo sessista.

La Giovanardi ha promesso battaglia anche contro la Treccani. Andiamo a vedere anche quella:

dònna s. f. [lat. dŏmĭna «signora, padrona», lat. volg. dŏmna]. – 1. a. Nella specie umana, l’individuo di sesso femminile, soprattutto dal momento in cui abbia raggiunto la maturità anatomica e quindi l’età adulta: una giovane d., una d. anziana; non è ancora una d. (non ha ancora raggiunto la pubertà); è già una d.; si dà arie da d. o da d. fatta; frequente in frasi di apprezzamento: una bella d., una d. affascinante, piacente, elegante, di classe, di spirito, una vera donna. Si contrappone a uomo in espressioni come: voce di donna; scarpe, abiti, borse, orologi da donna (nelle quali si alterna, spesso con da signora o con l’agg. femminile); il carattere, la sensibilità, l’intuito della d., ecc., dove il sing. donna ha in genere valore collettivo, ch’è ancora più marcato quando donna viene assunto a rappresentare l’intera componente femminile della società: i diritti della d.; l’emancipazione della d.; i movimenti per la liberazione della donna. b. Con sign. più ristretto: la mia d., mia moglie (cfr. Dante, Par. XV, 137: Mia d. venne a me di val di Pado), oppure la mia compagna, la donna amata; fam., le mie d., le donne che fanno parte della mia famiglia; con senso sim., anche le d. di casa, distinto da una d. di casa, che accudisce da sé alle faccende domestiche, o si occupa solo della casa e della famiglia (oppure, che è portata per i lavori di casa). c. Per antonomasia, nella famiglia, la donna, la persona di servizio (variamente indicata, in successione di tempo, nel linguaggio ufficiale e sindacale: domestica, collaboratrice domestica o familiare, ecc.); meglio determinata, d. di servizio, in senso generico, d. a mezzo servizio, assunta solo per poche ore della giornata, d. a tutto servizio, assunta stabilmente nella famiglia; d. a ore, che viene retribuita secondo il numero di ore di lavoro che svolge; d. tuttofare, che fa tutti i servizî, anche se non viene assunta stabilmente. S’intende sempre la domestica nelle frasi: trovare la d., prendere o assumere una d., licenziare la d., e sim. d. Nel linguaggio teatrale, prima d. (anche unito, primadonna), l’attrice cui viene affidata la parte più importante (in senso fig., fare la prima d. – riferito anche a uomini, e spec. a persone che ricoprano cariche pubbliche o svolgano attività importanti o godano per altri motivi una certa notorietà –, voler primeggiare, cercare con ogni mezzo di essere al centro dell’attenzione, e mostrar di gradire non solo il successo ma anche le forme con cui questo viene tributato); nel circo e nei baracconi di fiera, d. cannone, donna di proporzioni e di peso eccezionali che costituisce uno dei numeri di attrazione. e. Con accezioni partic.: d. di mondo, che frequenta ambienti mondani e ne conosce gli usi, gli aspetti e i difetti, in passato, cortigiana; d. pubblica, d. di strada o di giro o di marciapiede, d. di malaffare, d. di mala vita, prostituta; ha spesso lo stesso sign. anche buona d., spec. nella espressione offensiva figlio di buona d. (in altri casi, buona d. ha il senso proprio: è veramente una buona d.; in passato anche come forma allocutiva: ehi, dite, buona donna!). Di uomini, andare a donne, andare in cerca di facili avventure amorose. f. Proverbî (tradizionali, ma ormai di poca attualità): chi disse donna disse danno; donne e buoi dei paesi tuoi; chi vuol vivere e star sano, dalle d. stia lontano; le d. ne sanno una più del diavolo, ecc. 2. a. Nell’uso ant. e letter., signora (nei due sign. che ha oggi la parola e che aveva domina in latino; nei sec. 13° e 14° donna è il femm. corrispondente a signore): fattosi innanzi, disse: – Signori e donne, come voi sapete … (Boccaccio); quindi anche padrona: io t’avrò sempre cara, e sempre … sarai d. della casa mia (Boccaccio); come vocativo o appellativo della Vergine: Donna, se’ tanto grande e tanto vali (Dante); Nostra D. (cfr. Madonna). Anche nel senso di dominatrice: Non donna di provincie, ma bordello (Dante, con riferimento all’Italia); la cittade [Roma] La qual fu d. de’ mortali un tempo (Leopardi); con sign. sim., fig.: Torna deh! torna al suon, d. dell’arpa (Foscolo). In altri casi, con il sign. che oggi ha dama: Le d., i cavallier, l’arme, gli amori (Ariosto); tale sign. si conserva nei composti gentildonna, nobildonna. b. Titolo di riguardo che si antepone al nome delle nobildonne (analogam. al maschile don) o delle consorti di persone che ricoprono alte cariche pubbliche; nell’Italia merid., viene attribuito anche a donne di umile condizione: d. Carmela, d. Rosa. 3. Nel gioco delle carte, ognuna delle quattro figure che rappresentano una dama: d. di cuori, d. di quadri, d. di fiori, d. di picche. 4. Nel gioco degli scacchi, il pezzo, detto anche regina, che ha la maggiore possibilità di movimento sulla scacchiera e rappresenta quindi l’elemento più importante per la condotta del gioco. ◆ Dim. donnétta (talora anche spreg. o vezz.), donnina, o donnino m. (donna piccola e graziosa, fanciulla o giovinetta assennata; donnina allegra, spesso eufem. per donna di facili costumi; donnino si dice anche di uomo che sbrighi le faccende di casa). Dim. o spreg. donnùccia, donnicciòla (anche di uomo debole o chiacchierone); solo spreg. donnàccola (donna del volgo, pettegola), donnùcola (donna povera e in cattive condizioni), e donnàcchera (donna d’inferiori condizioni, sudicia o d’animo vile). Accr. donnóna, e donnóne m. (donna grossa e robusta). Pegg. donnàccia (donna cattiva d’animo o, più spesso, di pessimi costumi).

Neanche qui appaiono particolari sessismi lessicali.

E allora, tutto questo, cui prodest?? Nessuno vuole certo che i dizionari riportino espressioni offensive nei contronti delle donne, ma la lessicografia è certamente una scienza impietosa, ma non sessista.

Abruzzo zona rossa

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Dunque anche l’Abruzzo, con evidente ritardo, si sta avvicinando alla zona rossa.

Il Governatore Marsilio dovrebbe firmare la documentazione relativa alla fine della sua giornata di consultazioni, e dovrebbe, secondo quanto riferiscono voci insistenti, chiudere le scuole di ogni ordine e grado e stabilire la didattica a distanza. Qualcuno sta frenando su questo punto, cercando di fare in modo che almeno le materne, le elementari e la prima media vengano svolte in presenza, come accade nelle altre regioni rosse.

Se chiudesse le scuole, Marsilio farebbe solo bene, e dimostrerebbe di poter ricevere l’appoggio, su questo provvedimento, anche da chi non si schiera (come me) dalla parte del suo colore politico. Certo, di grane, in caso di lockdown didattico totale, ne avrebbe in quantità. Ci sono associazioni di genitori e cittadini che sono pronte ad affilare i coltelli per ricorrere al TAR perché l’ordinanza della regione sarebbe troppo restrittiva rispetto alle direttive nazionali. Il punto, tanto per cambiare, è sempre lo stesso: considerare la scuola come un Kindergaten, anziché come un luogo di educazione e di cultura. Gente inviperita che non può conciliare le esigenze lavorative con quelle educative, che si vuol mantenere le ferie belle intonse per il mese di agosto, poi magari vanno in vacanza in Sardegna dove riaprono le discoteche, la gente va (s)ballare con la benedizione della Santanché e di Briatore, poi contagia gli altri e il cerchio si chiude di nuovo.

Vinceremo anche la causa al TAR. O se no ci infetteremo tutti. Dipenderà dai giudici. L’epidemiologo Pierluigi Lopalco ha affermato oggi che per ogni studente che contrae il Covid a scuola, statisticamente ci sarebbero circa 20 infezioni tra familiari, parenti, amici, vicini. E allora cosa diavolo aspettiamo? Qui ci sono studenti e pazienti adulti che se ne vanno tranquillamente in giro pur avendo il tampone positivo, è un suicidio-omicidio collettivo che non giova a nessuno. I numeri dei contagi sono ancora troppo alti per poter permetttere a questi gentiluomini e a queste gentildonne di potermantenere i loro pargoli in un luogo che si vorrebbe sicuro, ma che, invece, sicuro non è.

Vi aggiornerò, sempre se non l’avrò beccato anch’io. Qui si vive alla giornata, i ritmi sono scanditi dai radio e telegiornali regionali che dànno cifre preoccupanti, ora per ora. E non è un bel vivere, no davvero.

 

Ma tutto questo Anita non lo sa

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Anita è una ragazzina di circa 12 anni. Frequenta le scuole medie “Italo Calvino” di Torino. Dunque è minorenne.

Come alcune delle sue coetanee è favorevole alla didattica in presenza e chiede che le lezioni tornino ad essere fatte in classe anziché con l'”odioso” computer che, a suo dire, svilirebbe il senso dell’insegnamento. Non c’è nulla di male, è una sua opinione e fa bene ad esprimerla. Ne è liberissima. E ci mancherebbe anche altro.

Ogni giorno, per protesta, fa lezione con il suo tablet davanti al portone della sua scuola chiusa. Mascherina sul volto, molta volontà, grinta da vendere. Nulla da eccepire, viviamo ancora in un paese libero. Forse.

Anita è stata oggetto di un’attenzione mediatica (e non solo!) senza precedenti.

Pigliamo, ad esempio, il Corriere della Sera, di cui vi ho riportato il titolo di richiamo in home page. Non solo ha dato la notizia, ma ha anche pubblicato la foto della ragazza seduta sui gradini di accesso alla scuola. Non insinuo, e non voglio minimamente insinuare che il Corriere non avesse l’autorizzazione per farlo (sono troppo scafàti per questo), il punto non è assolutamente questo. Il punto è, viceversa, se fosse o meno opportuno pubblicare la foto di una minore a corredo di un articolo che avrebbe tranquillamente mantenuto il suo valore informativo anche senza materiale iconografico a corredo.

Idem con patate anche per Repubblica. Sky TG 24 nella sua versione web pubblica un articolo senza immagini (bene!) ma su un’altra pagina pubblica un video costituito da immagini delle ragazze (male!). Torino Today fa la stessa cosa. Come se pubblicare un video o un’immagine costituisse, di per sé, un valore aggiunto, una prova provata di quello che si sta scrivendo. Della serie “se non vedo non credo”. Ma i lettori non sono come San Tommaso e non credo proprio che abbiano interesse a mettere il dito nel costato delle fonti di informazione a cui si riferiscono.

Perfino Orizzonte Scuola non demorde. Foto in primissimo piano delle due studentesse in uno dei loro articoli e viandare. Un’immagine vale più di mille parole, è vero, ma quanto meno bisognerebbe farsi venire il dubbio che quella immagine sia utile e pertinente al messaggio che si vuole veicolare. Che costituisca un’informazione di per sé, che non sia un accessorio o una semplice aggiunta “perché così fan tutti”.

Anche sul linguaggio c’è poi da ridire. Il Corriere titola “La battaglia di Anita contro la didattica a distanza” (una battaglia addirittura?), ma l’apoteosi la raggiunge Torino Today quando scrive che le due ragazze “stanno portando avanti una crociata contro la didattica a distanza”. Si arriva ad paradosso della “crociata”? E’ impossibile, un po’ perché non siamo più nel Medioevo, un po’ perché la didattica in presenza, per la quale le due ragazze si battono, non è il Santissimo Sepolcro.

Ciliegina sulla torta alla crema dell’esposizione mediatica è stata la partecipazione di Lisa e Anita alla trasmissione “Che succede?” (ribattezzata opinabilmente in “Che succ3de?”) di Rai 3, jersera. Intervistate dalla cara la mia simpaticissima e niente affatto verbosa Geppi Cucciari (che all’anagrafe si chiamerebbe anche Maria Giuseppina, ma non si sa perché abbia deciso di usare un diminutivo come nome d’arte, questo resta un mistero come quelli di Parigi di Eugène Sue), le due ragazze hanno agilmente difeso le loro tesi, forti del fatto che proprio il Ministro dell’Istruzione Azzolina avesse appena telefonato ad Anita e le avesse fatto i complimenti per il bel gesto, non prima di averla rassicurata che cercherà di fare di tutto per riportare la didattica in presenza (cosa di cui non nutrivamo alcun dubbio).

Lisa e Anita sono supportate dai rispettivi genitori. Che hanno dichiarato, secondo quanto riportato dallo stesso “Orizzonte Scuola”, che “Altri Paesi hanno tenuto la scuola aperta, solo noi le abbiamo chiuse”. Peccato che questa affermazione vada a cozzare, ad esempio, con il comunicato del governo austriaco (l’Austria è a due passi da noi) che ha preannunciato il lockdown totale per domani e la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado. Genitori bravissimi, per carità, su questo non si discute minimamente, ma profeti quanto meno un po’ azzardati.

E poi: “Non sono i ragazzi che stanno diffondendo il virus”. Beh, può anche darsi, ma peccato anche qui che il quotidiano Il Tempo (sì, proprio quello!) abbia contemporaneamente pubblicato una statistica da cui si evince che dall’agosto scorso al 7 novembre, il picco dei contagi è aumentato in maniera incredibile proprio sulla popolazione che va da 0 a 19 anni. Cioè tra coloro che la scuola la frequentano. Sono i fatti che smentiscono le opinioni opinabili. E questi fatti provengono dall’Istituto superiore di Sanità, non da una agenzia di sondaggi di parte.

Ma i fatti non li racconta quasi nessuno. Sono le opinioni che stanno prendendo il sopravvento. C’è qualcuno che pensa che le scuole vadano riaperte in presenza e che siano dei luoghi realmente sicuri? Quella è la verità. Il resto lo si lascia scivolare via come neve disciolta al primo solicchio di primavera.

E ai docenti che si fanno un mazzo tanto ogni giorno per garantire la DaD cosa tocca? Ve lo dico io: un bel nulla. Non una pagina su un giornale (tutt’al più qualche fotografia su quella dei necrologi, quando crepano di Covid), non un’intervista in TV (si accontentino di qualche spazio redazionale in qualche emittente privata e si trovino anche contenti!) Cosa succede a quei dirigenti scolastici che fermano l’attività in presenza e scelgono di ricorrere alla DaD perché è l’unico rimedio affinché il personale scolastico, gli insegnanti e gli alunni non si infettino? Semplice: vengono ignorati. Del resto, come dicevo prima, se le opinioni non ci sono, o, quanto meno, non si vedono, non esistono neanche i fatti, e tanto fa.

E dei ragazzi che seguono la DaD diligentemente, con profitto, che non fanno mai un’ora di assenza, e che magari vivono in posti sperduti, con segnale internet da Terzo Mondo, che usano il cellulare della madre perché il loro “non prende”, e che magari a metà mese hanno esaurito i gigabyte a disposizione, ne vogliamo parlare? Delle scuole che non riescono a dare in comodato d’uso gratuito ai loro studenti se non dei computer vetusti e totalmente inadeguati c’è traccia sull’informazione pubblica?? No. Non ce n’è.

E allora si crea un pericolosissimo squilibrio. Non solo informativo, ma proprio sociale. E’ un cane che si rincorre la coda. E’ una nave che anela il mare eppur lo teme, diceva il Poeta.

Ma i minorenni no. Quelli teneteli fuori dai giochi.

Roseto degli Abruzzi: oltre 104 contagiati. A Voltarrosto quattro classi in presenza. DAD per Cologna Spiaggia

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Riporto di seguito l’intervento di ieri del Sindaco di Roseto degli Abruzzi su Facebook:

Buonasera . Comunico che, a seguito di ulteriori comunicazioni pervenutemi dalla ASL di Teramo, il numero dei residenti positivi è salito a 104 persone.
La dirigente scolastica del II° circolo mi ha comunicato che lunedì riprenderanno le lezioni in presenza per quattro classi della scuola elementare di Voltarrosto; rimarrà in didattica a distanza solo la quinta classe per cautela , mancando ancora il risultato di alcuni accertamenti.
La dirigente scolastica del I° circolo, d’intesa con me, disporrà invece da lunedì la didattica a distanza per tutti gli alunni del plesso di Cologna Spiaggia , essendo emerse alcune positività , seppure da riscontrare, a carico del personale e di alcuni alunni ; ciò per cautela ed in attesa delle indicazioni e decisioni che i sanitari della ASL riterranno di dare nei prossimi giorni.
Sfuggono ancora ad un censimento preciso della ASL le positività accertate presso alcuni laboratori privati , sicchè il numero dei positivi ragionevolmente può considerarsi sottostimato.
Torno a raccomandare a tutti il rispetto delle note cautele nell’agire quotidiano.

Covid 19: il Professor Marco Santagata in coma irreversibile

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Dal Corriere della Sera apprendo che il Prof. Marco Santagata si troverebbe in gravi condizioni a seguito del contagio da Covid-19. E’ in coma irreversibile, secondo quanto riferisce lo stesso quotidiano. Il virus si sarebbe innestato in una situazione clinica già gravemente compromessa.

Fu il mio professore di letteratura italiana, e anche se non misi mai quell’esame nel mio piano di studi finale, lo ricordo con molto affetto. E’ un italianista raffinatissimo, profondo conoscitore di Petrarca (ricordo il suo commento al Canzoniere), studioso di Leopardi e della poesia otto-novecentesca.

E’ anche romanziere. Ha pubblicato, fra gli altri, Papà non era comunista, Il copista, Il Maestro dei santi pallidi, L’amore in sé, Il salto degli Orlandi, Voglio una vita come la mia, Come donna innamorata e Il movente è sconosciuto (tutti pubblicati da Guanda). Sua la biografia Dante, il romanzo della sua vita.

Forza Professore!

Matteo Renzi e Maria Elena Boschi indagati

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Giunge in queste ore la notizia, data per primo dal quotidiano “La Verità” e, successivamente, confermata dall’agenzia ANSA, che Matteo Renzi e Maria Elena Boschi sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Firenze e che lo scorso 2 novembre è stata emessa nei loro confronti una informazione di garanzia per finanziamento illecito continuato, assieme al deputato PD Luca Lotti e ai già indagati Alberto Bianchi e Marco Carrai.

Il capo di accusa motiva così il provvedimento della Magistratura fiorentina: “perché in concorso tra loro, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso (…) ricevevano in violazione della normativa citata i seguenti contributi di denaro che i finanziatori consegnavano alla Fondazione Open”: circa 670.000 euro nel 2012, 700.000 nel 2013, 1,1 milioni nel 2014, 450.000 nel 2015, 2,1 milioni nel 2016, 1 milione nel 2017 e 1,1 milioni nel 2018.”

Le somme, secondo la Procura, erano “dirette a sostenere l’attività politica di Renzi, Boschi e Lotti e della corrente renziana”.

Fin qui i fattti. Che non sono minimamente in discussione.

Il ricordo va a quando Matteo Renzi prennunciava denuncia civile con richieste di risarcimento stratosferiche a chiunque lo avesse offeso attraverso i social network o i blog, e alla causa intentata nel dicembre 2017 da Maria Elena Boschi contro quel gentiluomo che è Ferruccio De Bortoli, colpevole, a suo dire, di aver pubblicato notizie false e diffamatòrie sul suo conto in uno dei suoi libri. Non si è mai saputo come sono andati a finire questi ricorsi (ammesso e non concesso che siano andati a finire). Voglio, comunque, essere garantista. Si difendano davanti ai PM in prima istanza e davanti ai giudici di merito che decideranno sulla fondatezza o meno delle accuse.

Ma l’arroganza del potere passa, prima o poi, attraverso la rendicontazione della verità. In questo caso la verità è quella giudiziaria. Noi, come al solito, pazientemente, aspettiamo.

Regione Puglia: l’ordinanza Emiliano va oltre le due sentenze contraddittorie del TAR

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Succede che il TAR di Lecce rigetta il ricorso proposto da tali Andrea De Tommasi, Giovanni Delle Donne, Sara Giglio, Stefania Monastero, Nausica Scrimitore, Delia Rus, Francesca Bruno, Monica Semeraro, Francesca Rossi, Barbara De Cola, Simona Rizzo, Vincenzo Malatesta, Marialuisa Diana, Anna Grazia D’Agostino, Alessandro Tresca, Annarita Simona Gabellone (tanti ne sono…) contro la regione Puglia, in ordine alla riapertura delle scuole e dell’interruzione della didattica a distanza.

Succede, poi, a poche ore di distanza, che il TAR di Bari, invece, accoglie il ricorso del Codacons, “ritenuto che il rilevato profilo di inadeguatezza del sistema scolastico pugliese ad attivare subito la DAD costituisce ragione di urgenza per la quale si deve disporre la misura cautelare interinale (…)” e ripristina la didattica in presenza.

Grattacapi per il Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, il quale sulla sua pagina Facebook riferisce: “ho disposto, con ordinanza, che le scuole pugliesi si attrezzino immediatamente per effettuare la Dad per motivi di salute pubblica e consentano a tutte le famiglie che la richiedano di ottenerla. Chi non puó ottenerla per carenze organizzative della scuola, non puó essere obbligato ad andare a scuola in presenza.”

Non è la prima volta che un TAR contraddice se stesso, e non sarà certo l’ultima.

Bene ha fatto Emiliano a non voler minimamente assimilare la DAD alla didattica in presenza, ma a considerarla, al contrario, un valido ed efficace strumento per tutelare la salute dei lavoratori della scuola, degli alunni, specie i più piccoli, e degli insegnanti, che ha ringraziato per l’enorme sforzo profuso e per essersi messi a rischio “della propria salute per assicurare il diritto allo studio dei nostri studenti di ogni ordine e grado.”

La salute prima di tutto, poi verrà la scuola, sempre garantendo le normali misure di sicurezza. Rem tene, verba sequentur, dicevano i latini. Il provvedimento è finalizzato a “che le scuole pugliesi si attrezzino immediatamente per effettuare la Dad per motivi di salute pubblica e consentano a tutte le famiglie che la richiedano di ottenerla.”

Nessuno deve essere obbligato ad andare a scuola in presenza, e le eventuali assenze saranno giustificate. Questo il sentiero indicato dal TAR, che costituisce la via maestra per l’amministrazione Emiliano.

E c’è solo da sperare che, almeno in Puglia, torni la ragione e che si garantisca il diritto primario alla salute sancito dalla Costituzione.

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Addio a Gigi Proietti: Ne me rompe’ er ca…

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Anche noi, sul blog, vogliamo ricordare, a esequie avvenute, e a contratiempo acaso, l’anima nobile di Gigi Proietti.

Lo facciamo evitando di ridiffondere le innumerevoli copie della barzelletta del cavaliere nero e del cavaliere bianco (esilaranti, certo, ma alla fine stufano, o, meglio, sono quelle storielle che quando uno te le racconta finisci sempre col dire “la so!”) che circolano sui social network.

No, Proietti ci piace ricordarlo così, alle prese con una macchietta fatta di pochissimi elementi, ripetitiva, giocata sulle espressioni facciali, su un tormentone iterato, unico esempio di presa in giro dell’esistenzialismo francese. Così, la mirabile “Ne me quitte pas” di sessantottiana memoria diventa “Ne me rompe’ er ca…”, nell’imitazione del cantante di night di provincia, maglione a collo alto e sigaretta mai appicciata.

Un esempio indelebile della bravura di Proietti, dove la presa in giro diventa arte, dove lo sberleffo viene assunto a elemento insostituibile, unico, irripetibile, di un uomo e del suo palcoscenico.

Don’t cry for me

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Succede che su Facebook, sul suo account pubblico, una signora che si autodichiara “mamma a tempo pieno” (come se tutte le altre madri lo fossero in part-time, magari, semplicemente, lavorano a tempo pieno anche loro) inserisce un post in cui se la prende con la Didattica a Distanza (definita come “improponibile” e “deficiente”) e invoca l’immediata riapertura delle scuole nella sua regione, la Campania, perché l'”istituzione” (magari voleva dire “l’istruzione”) è un diritto.

Ora, nessuno può negare a nessuno il diritto di opinione, anche quando si tratta di opinioni completamente scollegate dalla realtà dei fatti e dall’evidenza pandemica.

La cosa grave, anzi, gravissima, è che questa signora, per rafforzare la sua indignazione, ha postato un breve filmato di 13 secondi in cui si vede una bambina che piange perché non vuole fare la DaD e vuole tornare a scuola. Ah, questi governatori che fanno piangere i bambini!! Questi cattivacci degli insegnanti che si ostinano a far lezione on line, che bisogna anche stare a casa a guardare i piccoli e assisterli nei compiti!

Hanno scambiato la scuola per un baby parking, anziché come un luogo di educazione, formazione e istruzione. Hanno preso la Didattica a Distanza come una punizione divina e non come una risorsa dalle potenzialità immense, che salva la vita agli alunni, agli insegnanti, al personale scolastico, che evita possibili contagi da uno dei luoghi più a rischio per la pandemia in Italia, la scuola pubblica, quella che dovrebbe passare SUBITO, e SENZA ESITAZIONI, alla chiusura di qualsiasi attività in presenza, mentre, invece, il governo ciurla nel manico, appioppando la responsabilità delle decisioni più urgenti alle regioni, che prima chiudono, poi ci ripensano (è il caso della regione Puglia), oppure costituistcono un esempio virtuoso e da seguire, come la stessa regione Campania.

Ora, inserire un video di una bambina che piange a sostegno di tesi strampalate e campate in aria, non solo è un gesto di dubbio gusto, ma è di per sé terribile e aberrante. Qual è il valore aggiunto di quel video? Una volta si sbatteva il mostro in prima pagina, adesso si sbattono i bambini su Facebook senza nemmeno oscurare e preservare l’immagine del minore, il diritto a esprimere un’opinione viene commistionato con il pietismo più rozzo e dozzinale. Come se le famiglie non facessero parte di quei patti di corresponsabilità che le scuole italiane stilano al momento dell’iscrizione. E in calce al post della signora è tutto un proliferare di cuoricini, di faccine affettuose, di commenti del tipo “amore”, “poveri cuccioli” (ma cuccioli de che? Sono animali, forse?), “non piangere stellina” e c’è perfino uno che propone difar vedereil video al signor De Luca. E via sciorinare: “Governo di delinquenti, avrete sulle vostre coscienze la rovina di questi bambini. Altroche proteggere la salute, la state distruggendo”, “E’ una vergogna, aprite le scuole”, “Prima o poi la pagheranno per tutto il male che fanno ai bambini”, “Poveri figli” e così via.

La privacy dei minori dov’è andata a finire? Per carità, probabilmente la signora aveva tutti i diritti di postare quel video. Magari la bambina è sua figlia o figlia di qualun altro che le ha dato l’autorizzazione a farlo. Ma ne valeva veramente la pena?? Era così indispensabile impietosire i passanti del web con l’accattonaggio ideologico che usa i bambini? La risposta è no.

Vi trasmetto il mio commento, che ho rilasciato ieri sull’account della signora. Non è servito a niente. Ma probabilmente vale la pena rimbalzare sul blog questa pratica aberrante a eterna memoria, prima che l’oblio del web ingoi anche questa immane sconceria.

Gentile Signora, posso comprendere il suo risentimento nei confronti della Didattica a Distanza, che tuttavia in questo momento è l’unico metodo efficace per salvaguardare la nostra salute e quella dei nostri figli, posso capire che per molti genitori che lavorano la scuola sia un comodo parcheggio mattutino, anziché un luogo di educazione e di crescita. Posso anche capire che non si voglia vedere (per cecità o per negligenza volontaria) che la scuola è uno dei principali luoghi in cui il virus del covid si trasmette. Ma non posso capire, mi scusi, il perché, per difendere queste pericolose ideologie, si metta su Facebook un filmato di una bambina minorenne che piange. Non dubito affatto che Lei abbia il diritto di pubblicare quello che vuole, se lo vuole, ma i bambini, per favore, non mettiamoli in prima pagina. I bambini sono bambini, forse non hanno tutti gli elementi per valutare la realtà che ha un adulto. E ci credo che una bambina piange perché non può andare a scuola e vedere i suoi amichetti! Ma spetta ai genitori spiegare che la scuola non è un parco giochi, ma un luogo dove si apprende, e che la DAD è una risorsa, un bene primario, in questi momenti di emergenza. Mi permetta di esternarle tutto il mio disappunto per l’esposizione di una minore per giustificare le sue idee, che, peraltro, risultano infondate alla luce dei dati sulla pandemia.

Roseto degli Abruzzi: in quarantena alunni e personale della scuola elementare di Santa Petronilla e tre classi con relativi docenti del secondo circolo “Fedele Romani”

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Dall’account Facebook del Sindaco di Roseto degli Abruzzi Sabatino Di Girolamo, appendo che “la ASL ha disposto che alunni, docenti, collaboratori scolastici della scuola elementare di Santa Petronilla, a titolo di estrema cautela, rimangano in quarantena fino all’esito del tampone, che la stessa azienda sanitaria effettuerà al più presto. L’attività didattica quindi resta sospesa.”

Inoltre, “presso il secondo circolo Fedele Romani tre classi, e gli insegnanti venuti a contatto, sono da domani in quarantena, sempre per cautela e su disposizione della ASL, fino ad esito negativo del tampone da effettuare nei prossimi giorni.”

E’ necessario adottare anche in Abruzzo il modello Campania, che ha posto in modalità didattica a distanza anche le scuole elementari. Non c’è ulteriore tempo da perdere.

Privacy: Referti on line accessibili ad altri pazienti, il Garante sanziona un policlinico

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Il Garante per la protezione dei dati personali ha sanzionato per 20 mila euro un policlinico per aver violato la riservatezza dei referti on line di alcuni utenti. Mentre consultavano le proprie radiografie, collegandosi con lo smartphone attraverso le loro credenziali, 39 pazienti avevano potuto avere accesso all’elenco alfabetico di 74 altri assistiti, visualizzare i loro referti radiologici e l’elenco degli esami.

Venuto a conoscenza della violazione dei dati a seguito di una segnalazione, il policlinico aveva interrotto la procedura di consultazione dei referti online, corretto il bug, onde evitare futuri accessi non autorizzati ai dati dei pazienti e segnalato l’incidente al fornitore del sistema. Aveva poi, come previsto dal Regolamento Ue, notificato il data breach al Garante, spiegando che la causa della violazione era da attribuire ad un errore umano nell’integrazione di due sistemi informatici. La struttura ospedaliera aveva specificato di non aver ricevuto reclami o richieste di risarcimento dei danni in merito.

Il Garante, alla luce dell’illecita comunicazione di dati sanitari causata dall’errore informatico, ha applicato una sanzione di 20 mila euro, tenendo conto dell’elevato livello di cooperazione dimostrato dal policlinico e della tempestiva risoluzione del problema.

(dalla Newsletter del Garante per la Protezione dei Dati Personali)

Tirarsela con i libri: l’autografo di Selvaggia Lucarelli e l’esercizio di democrazia

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Cosa ci fa nella mia libreria un libro autografato di Selvaggia Lucarelli? Non vi dirò come l’ho avuto. Vi dico solo che è una cosa curiosissima che mi è capitata. E considerato che nell’account Twitter della giornalista io sono bloccato (è sensibile alle critiche, bisogna riconoscerglielo), mantenere questo scritto (che, bisogna pur dirlo, non è che sia un capolavoro assoluto della narrativa mondiale) tra i miei possedimenti è un esercizio di democrazia. Io non posso esprimere le mie opinioni in casa sua (ma le conviene?), ma lei in casa mia, sia pure sotto forma di firma autografa su carta-Rizzoli, può starci tranquillamente. Lo considero uno dei più facili e massimi esercizi di democrazia che siano mai potuti capitarmi.

Omaggio agli Squallor

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Ora basta parlare sempre di scuola, didattica a distanza, ordinanze, DPCM, regolamenti, cazzi vari. Pigliamoci un paio di post di pausa e parliamo di cose più serie.

Umberto Eco, per esempio. Ecco, Umberto Eco diceva spesso che gli strumenti che si usano per analizzare le produzioni narrative “alte” servono egregiamente per analizzare anche la letteratura popolare, e che i risultati di queste analisi sono molto, ma molto interessanti. Lui lo faceva con i Peanuts di Schulz, con le strisce di Superman, per non parlare di quella marea di divertimento e rimandi che è “La misteriosa fiamma della regina Loana”, libro in cui il professore dev’essersi divertito come nessuno a ritirare fuori canzoni, canzonette, spartiti, figure, figurine, e tutto quanto fa spettacolo dell’epoa fascista, nel tentativo di far recuperare la memoria a un pover’uomo che l’aveva perduta.

Geniale, quindi, è colui che, dotato di strumenti narrativi e poetici aulici e nobili, li mette a disposizione di una produzione “bassa” e volgare nel senso più genuino del termine.

Assolutamente geniali, dunque, sono stati gli Squallor. Ne parlo in ritardo perché di recente ci ha lasciati uno dei componenti, Alfredo Cerruti, colonna portante del gruppo perché faceva da “voce narrante” alla produzione surreale, volgare, grottesca, irriverente, goliardica e volutamente parolaccesca del gruppo.

Gli Squallor erano dei professionisti della musica ingiustamente definita “leggera” o disimpegnata. Facevano parte della formazione origiaria, oltre allo stesso Cerruti, i parolieri Giancarlo Bigazzi e Daniele Pace, il musicista Totò Savio e il discografico Elio Gariboldi. Compositori sensibili, musicisti capaci, gente che ha scritto per i migliori cantanti italiani canzoni che sono rimaste nella storia della nostra espressione musicale d’autore e non.

Ripeto, professionisti assoluti, nati e rifiniti. Che da bravi professionisti, una volta l’anno si riunivano per incidere, per la gloriosa etichetta CBS (o CGD, mo’ nun me l’arcord’!) un album contenente brani assolutamente sboccati e al limite del surreale, che sono valsi al gruppo una serie inenarrabile di censure, perfino nel novero delle radio private e non solo nella cattolicissima e puritanista RAI, che alcuni anni prima del fenomeno Squallor aveva già censurato “Dio è morto” di Guccini.

Forti della loro incrollabile preparazione artistica, gli Squallor uscivano con dischi dai titoli al limite dell’ambiguo esilarante (“Pompa”, “Troia”, “Cappelle”, “Tromba”, “Scoraggiando”, “Uccelli d’Italia”, “Palle”, “Vacca” e via enumerando), proprio in quegli anni 70 che davano troppo spazio alla canzone impegnata e d’autore. Wikipedia, che dedica loro una pagina, definisce il loro genere “Rock demenziale”. Ma “demenziale” de che?? Gli Squallor erano artisti lucidissimi e pieni di inventiva, con capacità tecnico-compositive fuori dal comune. Solo che, occasionalmente, le mettevano al servizio della goliardia e del non-sense, creando anche brani di rara originalità.

Uno degli ultimi in ordine di tempo, “Albachiava”, che vede la partecipazione dell’altrettanto compianto Gigi Sabani (che, bisogna ammetterlo, come imitatore non era un gran che, ma in questo brano ha dato il meglio di se stesso, riscattandosi della pubblicità televisiva a cui il suo stesso personaggio stereotipato lo aveva costretto). Il titolo è chiaramente un calco della conosciutissima “Albachiara” di Vasco Rossi, solo che Alba, invece di essere chiara, chiava. E da lì nasce tutto. Non è solo una canzone che imita lo stile e la voce di Vasco Rossi, ma riscrive e ricrea una canzone molto meglio di Vasco Rossi. Gli Squallor avevano interiorizzato talmente bene lo stile canoro di Rossi, che si sono permessi il lusso non solo di pigliarlo per il culo (cosa, invero, assai facile), ma di fare addirittura meglio di lui. Semplicemente creando un senso di straniamento nell’ascoltatore: la chitarra elettrica che svisa, il pubblico che canta le canzoni in sottofondo, le parole degli originali leggermente mescolate per creare un effetto “scrambling” (“Tu che respiri piano dentro un ascensore, con le scarpe in mano per non far rumore”, che contiene per intero il verso originale “respiri piano per non far rumore”, fino ad arrivare al ritornello inevitabile per cui “Alba chiava/e tu non me la dài/ce l’hai nuova/che cazzo te ne fai??”

Mirabile fu anche “Berta”, dichiarazione d’amore e di arrapamento estremo di un milanese nei confronti di una ragazza napoletana che lo manda a stendere con variegata e partenopea ricchezza lessicale. La melodia su cui si svolge il dialogo surreale potrebbe essere una danza ungherese di Brahms in versione orchestrale, tanto per dire il livello di perfezione raggiunto dai nostri.

Ma dove si sfiora l’assoluto, la perfezione, la mirabile sintesi tra il genio e la volgarità (inteso nel senso nobile di “popolare”) è nel brano “Cornutone”, che comincia, a sua volta, con un omaggio a Totò, sempre con lo “scrambling” di quel “Miss, mia cara Miss / Faccio a scummessa / Ca io mi sposo a te / Miss mia dolce miss / Io voglio il bis e tu lo sai di che”.

“Cornutone” inizia in modo assolutamente folgorante, con una quartina perfetta:

“Miss,
simme juti a fernì int’ ‘o cess’,
e mo’ ca rimango ‘i sule,
te mann ‘affancule…”

fino ad arrivare al culmine, al climax, all’arte pura e totale:

“guardàte stu’ pover omm, ‘na péreta che po’ ffà,
pe’ ‘na femmena ca te leva ‘a libbertà,
pe’ nu vas’ ‘ncoppa ‘a ‘na zizza,
pe’ stu cazz’ ca nun s’arrizza
senza ‘e te:
allìsceme ‘stu bebbé!”

La voce napoletana del gruppo, quella di Totò Savio, quando ancora non era colpita, purtroppo, da una patologia alle corde vocali, rende “Cornutone” un capolavoro assoluto, degno di entrare a far parte della tradizione della canzone napoletana comica.

Parlare di canzoni senza ascoltarle è un po’ limitante, lo so, e non potrei che offrirvi alcuni spezzoni perché la legge sul diritto d’autore di più non mi consente, ma andate su YouTube e trovate questo e molto di più.

Grazie agli Squallor abbiamo portato la volgarità a forma d’arte. Gli Squallor si inseriscono nella tradizione storica e immortale di Pietro Aretino, di Giorgio Baffo, regalandoci un momento di amara ilarità. Fatene buon uso.

Succede al Liceo Manzoni di Milano

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(Immagine a risoluzione superiore non disponibile)

Al prestigioso Liceo Manzoni di Milano, nel mese di settembre, andò in scena una sorta di flash mob di solidarietà con il Liceo Socrate di Roma, per protestare contro la presa di posizione della dirigente scolastica contro le gonne corte, fortemente sconsigliate perché, si diceva, poi “ai professori gli casca l’occhio”. E allora anche le studentesse del Manzoni hanno deicso di andare a scuola in minigonna, al grido collettivo di “io mi vesto come mi pare” e “se vi casca l’occhio sono affari vostri”.

Con la scusa di volere una scuola antisessista si sono prestate, assieme alle loro colleghe e correligionarie romane, alla più bieca propaganda sessista della scuola in versione 2020/2021: quella che ritrae i professori (evidentemente i maschi) come degli allupati bavosi che altro non hanno da fare che guardare le gambe delle proprie alunne, messe in generosa evidenza da chi pretende che gli altri si girino dall’altra parte e si facciano anche gli affari loro. Come dire “Non siamo noi che vi provochiamo, siete voi che siete dei pervertiti e maniaci sessuali”.

Dopo questo imbarazzante esordio, del Liceo Manzoni di Milano non si era più sentito parlare fino all’altro giorno, quando il Consiglio di Istituto ha approvato i criteri per fa formazione di un massimo di otto nuove prime classi (per motivi di aule disponibili), criteri approvati con 15 voti a favore e 4 contrari. Si legge nella premessa che il Liceo “ha deciso di sospendere la sua tradizionale apertura a tutti gli studenti” (bravi! Così si fa!!) e a utilizzare un metodo meritocratico: “sarà data precedenza agli studenti che in seconda media avranno ottenuto una media del 10 o del 9 in italiano, matematica e inglese”. Inoltre si è deciso di privilegiare un criterio territoriale: è stata data precedenza a chi vive in zona Milano 1 (il centro).

Insomma, per aspirare a mettersi in minigonna e sputare un po’ di sessismo spicciolo addosso agli insegnanti non basta un dignitoso e magari meritato 8 in inglese, matematica e italiano, no, ci vogliono almeno 9 o 10, e se vivi in periferia vai in coda alle richieste.

Ma è la stessa Dirigente Scolastica Milena Mammani a fare marcia indietro e a diramare una circolare che specifica che “Dato lo scalpore suscitato dai nuovi criteri di iscrizone alle classi prime per l’anno scolastico 2021/2022 si ritiene opportuno sospendere la delibera in attesa di un ulteriore confronto”. Insomma, imbarazzo evidente e senso altrettanto evidente di pesantezza della gravità del fatto, se è vero, come è vero, che è stata la Dirigente Scolastica a sospendere gli effetti di una delibera del Consiglio di Istituto. A questo proposito, sarebbe carino conoscere chi è stato che ha votato a favore. Chi sono, o meglio, chi rappresentano quei 15 voti favorevoli del Consiglio di Istituto? Gli alunni? I genitori?? C’era il DSGA??? Gli insegnanti come hanno votato???? E la stessa dirigente scolastica???? Non lo sapremo mai (eppure i verbali di consigli di istituto dovrebbero essere pubblici). Ma c’è da giurare che tra chi ha votato a favore allora ci sia chi si indigna oggi. E non è un atteggiamento esattamente coerente.