Patrizia Orlandi – Alitaglia

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Il governo che voleva fare dell’imprenditorialità il fattore di successo che avrebbe rivoluzionato la pubblica amministrazione, sembra avere uno strano concetto sia della imprenditorialità che della pubblica amministrazione. Il tratto comune a diverse situazioni nelle quali sono stati innestati i criteri di imprenditorialità, dalla scuola, alla sanità, fino all’attività diplomatica e alle aziende quasi-privatizzate, sembra quello di nominare alcuni manager ed affidare loro enormi responsabilità, per poi dileguarsi non prima di aver provveduto a tagliare drasticamente i trasferimenti dallo stato. Il passo successivo è quello di accusare i lavoratori per l’inevitabile fallimento; lavoratori inadatti a "stare sul mercato" o troppo intrisi di "logiche stataliste". Succede nella scuola, è successo con Trenitalia, e in questi giorni abbiamo avuto la certezza che lo stesso destino toccherà all’Alitalia.

Il prestigio ricavato dal mandare in giro per il mondo qualche centinaio di aerei con la bandiera nazionale è sempre costato molto caro ai contribuenti italiani, ma, almeno a parole, tutti i governi hanno fatto un punto d’onore del mantenimento della compagnia di bandiera, oltre che l’innegabile vantaggio per il turismo interno. Il governo uscente sembra invece determinato a distruggere la compagnia di bandiera, magari per rivenderla a pezzettini a volenterosi investitori che la comprerebbero a prezzo di fallimento. Il sicario incaricato di portare a termine la dissoluzione della compagnia aerea sembra essere lo stesso amministratore delegato, coordinato da un consiglio d’amministrazione presidiato da personaggi fedeli alla linea.

Il buon Cimoli ha commesso una serie di errori troppo grandi per essere giudicato semplicemente poco accorto. Errori gravissimi, non solo nel campo delle relazioni sindacali, ma anche e soprattutto errori di management industriale. La scorsa estate Cimoli ha provocato la rivolta sindacale comunicando di aver estromesso dal novero delle organizzazioni sindacali il SULT, scatenando rivolte e scioperi che lo hanno costretto a fare marcia indietro; una mossa poco comprensibile e assolutamente velleitaria, che ha provocato gravi danni sia in solido che in immagine all’azienda. Ma è sul piano industriale e gestionale che la gestione di Cimoli si è distinta per imperizia e decisioni che si rivelano contrarie all’interesse della compagnia che presiede. Dai balletti sulle alleanze con altri vettori, agli sconclusionati recenti boatos sulle acquisizioni di aziende fallite da parte della società anch’essa allo sbando; non si può certo dire che le strategie siano apparse chiare ed in grado di dare fiducia agli investitori, che infatti si sono dileguati. A far gridare allo scandalo non è stato solo lo spezzatino nel quale si dovrebbe trasformare la compagnia in diverse aziende dedicate ciascuna ad un settore del business, ma anche vere e proprie decisioni manageriali che si sono dimostrate assolutamente fallimentari. Tra queste, su tutte, la decisione di non assicurare la compagnia contro il rialzo dei prezzi dei carburanti. Tutte le compagnie europee hanno sottoscritto polizze assicurative, grazie alle quali hanno potuto evitare le conseguenze dell’esplosione dei prezzi dei carburanti pagando pochi milioni di euro ciascuna. La compagnia di Cimoli invece no, non lo ha ritenuto necessario. Da questa semplice decisione è derivata per l’Alitalia una perdita secca quasi equivalente al passivo di bilancio del 2005.

La circostanza non ricevuto l’attenzione che meritava e lo stesso ministro del Lavoro, Maroni, continua a professare fiducia nelle capacità del manager preferendo accusare i sindacati ed i lavoratori che con i loro scioperi metterebbero in ginocchio l’azienda. Questo nonostante si tratti di un errore gravissimo, ancora di più per il fatto che la decisione sia stata presa in un momento nel quale le tensioni internazionali rendevano praticamente scontato il futuro rialzo del prezzo del petrolio. Maroni, oltretutto, si rifugia dietro al fatto che l’azienda sarebbe "privata" per respingere ogni ipotesi di intervento sulla gestione; un espediente da poco, visto che lo Stato detiene ben il 49% della compagnia ed è molto di più dell’azionista di riferimento, senza considerare che Cimoli è stato nominato proprio dal governo e non certo da misteriosi azionisti. Ora Maroni afferma che sarebbe bene che Alitalia fallisse, in modo da risorgere più forte e bella che prima e, allo stesso tempo, tesse le lodi di Cimoli, il quale ha tutte le ragioni per poter ritenere la sua missione compiuta: la compagnia affonda e la colpa è di chi ci lavora. L’impresa all’italiana, ovvero il saccheggio e la dispersione dei beni pubblici a favore di pochi privilegiati, operata in nome dell’imprenditorialità, si risolve nel peggior affarismo da basso impero. I finali di queste imprese sono già scritti e le responsabilità già distribuite, con grande gioia di chi siede in alto e perenne scorno di chi non può che subire un copione scritto da altri. Agli altri, prezzi alti, voli a rischio e tagli sicuri.

da: www.altrenotizie.org

 

Sara Nicoli – Sparate a vista

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Benvenuti nel nuovo Far West Italia. In questi ultimi scampoli di legislatura, le pressioni della Lega hanno reso possibile l’approvazione di una delle leggi più pericolose della storia repubblicana: la legittima difesa. Mutuando uno dei più discutibili costumi americani, d’ora in poi anche in Italia sarà possibile sparare e uccidere, "con un’arma legittimamente detenuta", a chiunque attenti alla "propria o altrui incolumità o ai propri o altrui beni", ma solo quando "non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione". Cambio radicale quindi, all’ispirazione originaria dell’articolo 52 del codice penale, che rimandava alla fase processuale l’accertamento delle reali responsabilità dell’aggredito e dell’aggressore in merito a un "fatto delittuoso".

Ed era proprio questo che la Lega voleva eliminare, il fatto che l’aggredito e l’aggressore fossero considerati sullo stesso piano, facendo in modo, come ha subito commentato il ministro Castelli, che invece "i cittadini onesti non siano più costretti a subire l’inferno di processi ingiusti soltanto perchè hanno cercato di difendersi". Un’aberrazione giuridica, che dà per assunta la proporzione tra azione e reazione e che mette sullo stesso piano il bene della vita e dell’incolumità personale nonché i beni di carattere patrimoniale.

Si parla già di incostituzionalità, ma nel frattempo la giustizia sarà sempre più "fai da te", essendo venuto a cadere quello steccato dell’eccesso di difesa che, fino ad oggi, ha evitato che le rapine si trasformassero in stragi e che le liti tra condomini finissero a coltellate.

I costruttori d’ armi ieri hanno gioito. Come i ricconi padani con la villa sul lago che potranno dormire sonni più tranquilli con un bel fucile a pompa sotto il cuscino, pronti a sparare contro l’immigrato di turno reo di essersi avvicinato troppo al cancello e di aver così infastidito la classica muta di rothweiler sguinzagliati nel parco. Da oggi non ci saranno più sconti per nessuno. Perchè "é giusto _ ha spiegato ancora Castelli – che Abele si difenda da Caino". Fa impressione questa frase, pronunciata dal ministro della Giustizia, esponente di spicco di un governo che ha fallito sui fronti della sicurezza e della giustizia e che non ha trovato di meglio che armare la mano dei cittadini. E’ come se, davanti all’impossibilità di creare misure valide per garantire la sicurezza degli onesti, il centro destra avesse detto "arrangiatevi da soli".

Qualcuno non si farà sfuggire la possibilità di mettere immediatamente in pratica l’invito, con il risultato che presto si registrerà un numero sempre crescente di vittime. Ma non tra gli aggressori, bensì tra gli aggrediti. Senza contare poi che gli italiani non sono in maggioranza temibili pistoleri avvezzi dalla nascita all’uso delle armi, mentre con le armi si destreggiano assai meglio i delinquenti. Che, vista l’aria, cercheranno di sparare per primi.

Comunque e a prescindere dalle dinamiche delittuose su cui si dovranno confrontare prossimamente giudici ed avvocati, la nuova legge sulla legittima difesa propone un cambio radicale di mentalità dei cittadini. Si trasmette un’idea di sicurezza che degrada la socialità, che riduce la libertà, che invita ad armarsi, ad evitare gli sconosciuti, a diffidare del vicino, a non frequentare alcuni luoghi, a non uscire in certi orari, ad affacciarsi dalle grate, a vivere dietro porte blindate o sotto gli occhi delle telecamere. Proprio come in america, paese che riusciamo ad imitare solo nei suoi aspetti peggiori.

da: www.altrenotizie.org

 

Legittima offesa

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L’aula della Camera ha approvato in via definitiva la legge sulla legittima difesa. Il provvedimento, fortemente voluto dalla Lega, ha avuto il sostegno di tutta la Cdl. L’Unione ha votato contro.

Leggi l’articolo su Repubblica

Come lo vedono all’estero

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"Since January 1994, I have no longer had any active interest in the fortunes of my group." (AGI)
Berlusconi initiated his political career in 1994.
He’s the current President of Italian Council of Ministers.
Outstanding debt of Mediaset group in 1994: 2B$
Outstanding debt of Mediaset group in 2006: 0$

We must assume that board of directors and stock holders celebrated his departure in 1994.

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Beppe Grillo – Dipendenti trasparenti

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Ho citato spesso nel mio spettacolo dello scorso anno www.wikipedia.org, l’enciclopedia più grande del mondo.
Wikipedia è creata attraverso liberi contributi di tutti. La versione italiana ha raggiunto 133.000 voci
dalle 40.000 del
mio post di maggio 2005.

Wikipedia è stata proibita in Cina, non ancora in Italia.

Si può trovare di tutto, perfino lui, si proprio lui, quello che non vuole sciogliere le Camere perché non ha ancora finito i compiti e ha paura di essere bocciato.
Qui vi do l’indice, tutto sommato abbastanza completo, delle sue gesta che potete leggere nella
sezione a lui dedicata.

Indice
> 1 Note familiari
> 2 Formazione
> 3 Altre note biografiche antecedenti la carriera politica
> 4 Attività imprenditoriale
> 4.1 Edilizia
> 4.2 Televisioni
> 4.3 Editoria
> 4.4 Altro (Commercio, Milan)
> 5 Attività politica
> 5.1 La discesa in campo
> 5.2 La questione dell’ineleggibilità
> 5.3 Campagna elettorale ed elezioni del 1994
> 5.4 Cenni generali
> 5.5 Governi presieduti
> 6 Conflitto di interessi e "Par Condicio"
> 7 Il "berlusconismo"
> 8 Televisione
> 8.1 La legge Gasparri e Retequattro
> 9 Come Berlusconi viene visto dall’opinione pubblica
> 9.1 All’estero
> 9.1.1 Gran Bretagna
> 9.1.2 Stati Uniti d’America
> 9.1.3 Svezia
> 10 Procedimenti giudiziari a carico di Berlusconi
> 10.1 Procedimenti conclusi con un’assoluzione
> 10.2 Procedimenti nei quali è stato giudicato colpevole, ma i reati commessi sono coperti da amnistia
> 10.2.1 Dichiarazioni sulla P2
> 10.2.2 Falso in bilancio nell’acquisto di terreni
> 10.3 Procedimenti nei quali ha goduto della prescrizione per i reati oggetto d’accusa
> 10.3.1 Processo All iberian 1 (tangenti a Bettino Craxi)
> 10.3.2 Lodo Mondadori
> 10.3.3 Processo SME Capo di accusa A
> 10.4 Procedimenti conclusi con una condanna
> 10.5 Procedimenti in corso
> 10.5.1 Processo Sme-Ariosto (capo A, tangente al giudice R. Squillante)
> 11 Voci correlate
> 12 Bibliografia e riferimenti
> 13 Collegamenti esterni
> 13.1 Biografie
> 13.2 Siti dedicati
> 13.3 Articoli e opuscoli
> 13.4 In inglese

E’ un lavoro importante, che merita di essere sviluppato e approfondito.
Ed esteso a tutti i segretari di partito.
Proviamo a farlo. E’ un’operazione di trasparenza.

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Paolo Attivissimo – “In Plane Site”, il video sull’11 settembre pubblicato da Nexus

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Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di "paperofa", "giorgio.sib***" e "m.coi". L’articolo è stato aggiornato rispetto alla sua pubblicazione iniziale.

Grazie a un lettore (edopilia) ho potuto visionare il DVD "9/11 In Plane Site", che riguarda alcune ipotesi di complotto intorno agli attentati dell’11 settembre 2001. Questa è una recensione veloce e sommaria; per ora non posso fare di più. Già così, so che mi attirerò un bel po’ di commentacci. Pazienza.

Per cominciare, devo riconoscere un aspetto molto positivo di In Plane Site: il DVD è un’ottima fonte di filmati e immagini di alta qualità di quei tragici eventi. Filmati che sono utilissimi per chiunque voglia studiare di persona il tanto materiale video disponibile.

Fra l’altro, tutti i filmati presenti sul DVD includono l’ormai famoso e controverso "lampo" all’istante dell’impatto dei due aerei contro le torri del World Trade Center. In questo senso, "In Plane Site" è più utile, per il ricercatore, rispetto ad altri DVD, come per esempio il documentario "9/11" dei fratelli Naudet, nei quali il lampo del primo impatto manca. L’assenza, a quanto pare, è dovuta semplicemente alla conversione da un formato all’altro, nella quale si è perso il fotogramma-chiave del lampo.

La versione del DVD distribuita dalla rivista Nexus ha anche l’ulteriore pregio di essere uno dei pochi DVD del suo genere tradotto e titolato anche in italiano, cosa che facilita non poco la comprensione dei suoi contenuti. In questi appunti mi baserò sulla versione italiana.

La cosa che si nota subito è l’alta qualità della produzione. E’ chiaro che chi ha prodotto questo DVD ha speso un bel po’ di soldi. Montaggio ricco e articolato, musica scritta appositamente, animazioni, audio e luci professionali, doppiaggio fatto da speaker. Complimenti. Sono qualità che dovrebbero far riflettere coloro che mi accusano di essere al soldo della CIA e cose simili (giuro) quando smonto le loro teorie predilette sull’11 settembre.

Se lo fossi, dannazione, non vi pare che potrei produrre anch’io un bel DVD professionale, invece delle mie squallide paginette Web? Magari un bel libro, come ha fatto Thierry Meyssan? Viene da chiedersi, semmai, chi finanzia questi DVD complottisti così ben fatti. Ma lasciamo stare, altrimenti sembra che voglio prendermela col messaggero per screditare il suo messaggio.

La seconda cosa che attira subito l’attenzione è la dicitura iniziale del DVD, che afferma che verranno presentati soltanto fatti e che non si vuole proporre alcuna conclusione (le parole esatte non le ricordo, dovrei rivedere il DVD per trascriverle, ma il loro senso è questo). Nobile intento; peccato che verrà disatteso ripetutamente.

Viene poi presentato il mistero della mancanza di segni di bruciatura in varie stanze della breccia nel Pentagono. Tuttavia i filmati del DVD mostrano stanze non bruciate soltanto ai piani superiori al primo e ai lati della zona successivamente crollata, ossia in porzioni dell’edificio che (stando alla ricostruzione ufficiale) non sarebbero state colpite dall’aereo, ma sarebbero state esposte dal successivo crollo della porzione lesa. Quindi non sarebbe affatto misterioso che ci siano fogli di carta non bruciati nelle stanze superiori.

Supponiamo che sia vera la versione ufficiale: un aereo di linea penetra nell’edificio al livello del piano terra e lo sventra per forza meccanica. Il suo carburante produce una palla di fuoco e un incendio, che devasta il piano terra e ne indebolisce la struttura già compromessa dall’impatto fisico. Dopo l’impatto, ed è il DVD stesso a mostrarlo e il presentatore lo ribadisce, i piani superiori sono ancora in piedi e privi di danni, quindi sono schermati dall’incendio. Verranno portati alla luce soltanto dal crollo, che è avvenuto in seguito, a incendio spento. Quindi è normale che non ci siano tracce d’incendio in quei locali. Il mistero, semmai, ci sarebbe se fossero stati trovati oggetti non bruciati al piano terra, ma il DVD non accenna a questa circostanza.

Su un punto sono d’accordo con il presentatore di "In Plane Site": devono esserci altri filmati dell’impatto al Pentagono. Anzi, ci sono, e sono almeno tre, come ho già accennato in uno dei miei articoli sull’argomento. Tuttavia possono esservi altre ragioni più banali e meno drammatiche, oltre al complotto, per averli sequestrati e segretati. Per esempio, si potrebbe ritenere che siano troppo scioccanti per un’opinione pubblica già fortemente scossa come quella statunitense, o che debbano essere tenuti riservati per poterli usare come prove in un eventuale processo contro i mandanti degli attentati.

Il presentatore poi afferma che non ci sono frammenti o detriti sul prato del Pentagono. Eppure il filmato di Fox News presentato nel suo stesso DVD intorno a 19:30 li mostra chiaramente. Ma come? Non hanno neppure guardato i filmati che presentano come prove?

A proposito della simulazione, invece, concordo con il presentatore: è una porcheria. Mancano i motori, la sezione di coda (in particolare la deriva) non viene scalfita, la resistenza del muro esterno del Pentagono non viene considerata. Che cosa dimostra tutto questo? Un complotto? No: semplicemente che quella specifica simulazione è stata fatta male.

Per chi non crede che il WTC sia stato colpito da aerei, il DVD mostra un filmato di Fox News che riporta chiaramente frammenti d’aereo (30:13).

A proposito della frase di Larry Silverstein, che alcuni interpretano come ammissione di aver demolito intenzionalmente l’Edificio 7 del World Trade Center (quello più basso): è uno dei pochi spunti che anch’io trovo interessanti in tutte le ipotesi di complotto.

Silverstein, proprietario del WTC, dice (o almeno così si può intendere) di aver dato ordine ai pompieri di "pull it", ossia "tirarlo giù" (questa è l’espressio
ne usata nella traduzione italiana del DVD, fatta da Nexus), espressione da demolizione controllata: una testimonianza importantissima, se confermata. Ma cosa fanno quelli di In Plane Site? Vanno a chiedere a Silverstein "Scusi, abbiamo capito bene? Lei ha dato l’ordine di demolire con l’esplosivo il WTC 7, o no?". Nossignore. Lanciano la provocazione e poi passano oltre. Troppo comodo.

Ma se questa frase di Silverstein è così cruciale per dimostrare la loro tesi, perché la lasciano cadere? Ho trovato decine di siti che citano Silverstein, e il filmato della sua dichiarazione è molto attendibile, eppure non ho ancora trovato nessun sito che abbia avuto l’idea banale di contattare Silverstein e chiedere chiarimenti. Come mai?

[Aggiornamento (14/1/2006): anch’io ho i miei momenti di stanca. Come potete leggere nei commenti qui sotto, un lettore ha saputo usare le chiavi di ricerca giuste e ha trovato un sito nel quale viene appunto chiesto il chiarimento a Silverstein, e Silverstein smonta l’ipotesi della demolizione con una spiegazione semplicissima, che però viene nascosta allo spettatore italiano dalla scelta di traduzione fatta da Nexus]

A 35:30 circa, il presentatore dice "ci hanno mentito, ci hanno ingannato". Un momento: ma non aveva detto che avrebbe presentato fatti, senza trarre conclusioni? A me questa sembra una conclusione.

Si passa poi alla solita, trita faccenda del "pod", l’oggetto che sarebbe appeso sotto l’aereo del secondo impatto al WTC, che ho già discusso in un altro articolo. I filmati mostrati sono interessanti perché presentano il già citato lampo d’impatto da moltissime angolazioni. Mi viene da pensare che quel lampo è davvero una palla di fuoco miserrima, se è (come sostengono alcuni) un "lanciafiamme" o un missile lanciato un istante prima dell’impatto (a che pro, poi, non si capisce, visto che l’edificio sta per essere colpito da cento tonnellate di metallo e cherosene).

La foto del New York Times, che sarebbe l’immagine più nitida disponibile della parte inferiore del secondo aereo del WTC (la vedete in piccolo all’inizio di questo articolo), viene mostrata come conferma della presenza di un "pod". Ma se guardate la livrea di un aereo dell’American Airlines, notate che la forma della parte inferiore della fusoliera è esattamente quella mostrata nella foto della livrea. Non ci sono sporgenze, se non quelle ordinarie della radice dell’ala.

In Plane Site, purtroppo, bara spudoratamente quando prende invece, a titolo di "confronto", una foto di un aereo identico, ma guarda caso con una livrea completamente bianca, che appiattisce tutto, non con quella vivace dell’American Airlines, in cui la fusoliera è blu con una banda argento in basso e le ali sono in argento. Questo non è un confronto onesto.

La storia del "pod" viene poi "avvalorata" dal DVD con una sequenza di aerei militari dotati di carenature sotto la fusoliera. Ma il presentatore dimentica di segnalare una differenza molto importante: tutte le carenature mostrate sono simmetriche, ossia centrate rispetto all’asse longitudinale dell’aereo, per ovvie ragioni di aerodinamica e di stabilità, mentre il presunto "pod" sporgerebbe da una sola parte. Anche questo, quindi, è un confronto artefatto.

A 41:35 circa, il presentatore viene meno ancora una volta alla sua promessa di non presentare conclusioni e dice "è innegabile che al di sotto dell’aereo vi sia appeso qualcosa". E a 42:50 ribadisce più sottilmente: "diamo un’altra occhiata all’oggetto attaccato alla pancia dell’aereo". Come se ormai la cosa fosse assodata e fuori discussione. Questa è una scorrettezza, resa ancora più grave dall’infilarla di soppiatto.

Si torna poi al lampo. E’ ottima la presentazione di tutte le riprese disponibili, ed è sensata l’osservazione che non può trattarsi di un riflesso perché è visibile da varie angolazioni, mentre un riflesso in genere è visibile da un’angolazione ristretta.

Si passa poi ai testimoni oculari. Viene dato molto risalto, con tanto di rallentatore, a una dichiarazione di una signora secondo la quale "non era un aereo dell’American Airlines". Come fa a dirlo? Se date un’occhiata al DVD, noterete che la signora è lontanissima dalle torri gemelle. E’ possibile, a quella distanza, identificare un aereo tanto da poter dire che non è dell’American Airlines? E’ un’esperta di aviazione con una vista da aquila?

C’è poi il giornalista che afferma di non aver visto finestrini. La sua dichiarazione è presentata come una prova inconfutabile, ma sarebbe opportuno verificare se alla distanza alla quale si trovava il giornalista sarebbe stato possibile o meno vedere eventuali finestrini, specialmente nel caso di un aereo che vola velocemente a bassa quota. Provate ad andare nei paraggi di un aeroporto e guardate a che distanza dovete trovarvi per poter scorgere i finestrini degli aerei che decollano e atterrano. Non è facile come potreste pensare.

La teoria dell’"accendino" per giustificare il lampo all’impatto è uno dei punti più ridicoli dell’intero DVD. Secondo questa teoria, il lampo (della cui presenza reale non vi è ragionevole dubbio, essendo presente in tutti i filmati) sarebbe un innesco necessario per incendiare il carburante contenuto nell’aereo.

Forse agli autori del DVD è sfuggito il piccolo particolare che il carburante degli aerei ha una sgradevole tendenza ad incendiarsi al semplice impatto, senza aver bisogno di accendini montati sul muso. Guardate le fotografie degli incidenti aerei raccolte in siti come Airdisaster.com: il carburante s’accende per un nonnulla. Ricordate il disastro del Concorde, il cui carburante s’incendiò perché il velivolo era stato colpito da un pezzetto di metallo sollevato dalle ruote? Secondo i complottisti, perché i piloti scaricano sempre il carburante prima di tentare un atterraggio d’emergenza?

Torniamo al lampo: a 47:00 si afferma che il lampo precede l’impatto, ma non si considera che l’aereo colpisce una facciata del WTC che è in ombra, per cui il muso dell’aereo entra in tale ombra, cambiando colore e luminosità. E’ possibile che quello che sembra essere il muso dell’aereo (in un filmato peraltro molto sgranato e poco chiaro) sia in realtà una porzione retrostante della fusoliera, per cui il lampo in realtà coinciderebbe con l’impatto del muso. Se usate come riferimento la posizione del motore per determinare dove si trova il muso anche quando l’aereo entra nel cono d’ombra, noterete che questa interpretazione è piuttosto plausibile. Lo so, dovrei preparare un’animazione che chiarisca l’idea, ma me ne manca il tempo.

A 49:06 si afferma che "il fatto che questo lampo si verifica un attimo prima dell’impatto…". E ci risiamo. Conclusioni, conclusioni, conclusioni: quelle che il DVD aveva solennemente promesso di non presentare. Questo è giocare sporco.

Guardate invece le ombre nel filmato (quello del primo impatto al WTC): l’ombra dell’aereo, stavolta su una facciata esposta al sole, incontra la sagoma della fusoliera esattamente al momento dell’impatto. Ma non credete a me: lo dice anche il presentatore medesimo, contraddicendo quello che ha detto pochi minuti prima: "proprio
al momento dell’impatto dell’aereo, c’è un lampo"
. Insomma, che si decida: sostiene che il lampo si verifica prima, o si verifica contemporaneamente all’impatto?

E’ invece lodevole che il DVD presenti la registrazione originale della contestatissima frase di Bush secondo la quale avrebbe visto il primo impatto: Bush dice "fly into", ("volare dentro") non "hit" (colpire/colpito), per cui non c’è il dubbio che abbia inteso dire che aveva visto che l’aereo aveva colpito il WTC. Lui dice di averlo visto volare dentro. Ma conoscendo la poca dimestichezza di Bush Junior con la grammatica e la sintassi, possiamo fidarci di quello che ha detto? Basta questo per dire "è stato un complotto del governo USA"? Se lo fosse, perché Bush andrebbe in giro a dire (in più occasioni) di aver visto un filmato che nessuno poteva aver visto in quel momento? Non può essere contemporamente un genio del complotto internazionale e un cretino che spiffera tutto.

Il DVD ripete poi l’errore di lanciare notizie-bomba e non approfondirle quando parla del lancio d’agenzia secondo il quale il Volo 93 sarebbe atterrato regolarmente, non precipitato in Pennsylvania come racconta invece la versione ufficiale. Una dichiarazione esplosiva. Ma cosa fa il presentatore? Va a intervistare chi ha scritto quel lancio d’agenzia? Va a intervistare qualcuno del personale dell’aeroporto dove il volo sarebbe atterrato e chiede di confermare la notizia? No. Lascia perdere e passa ad altro. Incredibile. Se ha davvero fra le mani una smentita così clamorosa, perché non la approfondisce confermandone i dettagli?

Segue poi un lungo discorso sul mentire a proposito di altri attacchi terroristici. Il presentatore, però, non considera che non è detto che chi ha mentito in passato debba mentire sempre (a parte il fatto che le "menzogne" presentate suonano più come dichiarazioni affrettate, rilasciate durante il caos e il panico di un attentato).

Ma ammettiamo che il presentatore abbia ragione e che il governo USA abbia orchestrato gli attentati. Non vi pare che sarebbero stati un po’ meno pasticcioni e dilettanti? Che non avrebbero lasciato tonnellate di indizi e di testimoni? Che si sarebbero inventati un attentato semplice e pratico, invece di concepire il lancio coordinato di aerei radiocomandati, senza finestrini e dotati di vistosissime carenature esterne, che colpiscono torri imbottite di nascosto di esplosivo per assicurarne la demolizione, mentre i passeggeri dei voli autentici vengono fatti sparire senza traccia?

Perché prendersi la briga di usare radiocomandi ed esplosivi la cui detonazione va pianificata scientificamente, quando basta prendere un aereo di linea da oltre cento tonnellate, pieno di carburante, lanciarlo come un maglio a quattro-cinquecento chilometri l’ora contro una torre, e lasciare che fuoco e danni strutturali insieme producano il danno desiderato?

E’ questa la falla fondamentale di tutte le ipotesi di complotto intorno all’11 settembre: pretendono che gli attentatori siano stati al tempo stesso capaci di architettare una complicatissima serie di azioni coordinate, ma talmente scemi da lasciare in giro foto, filmati, testimoni, oggetti in bella vista e quant’altro che li smascherano. Talmente scemi da non pensare "Ehi, se mettiamo un ‘pod’ fuori dell’aereo, magari qualcuno lo noterà; meglio metterlo all’interno; se dobbiamo far credere che è stato un aereo di linea, usiamo un aereo che abbia anch’esso i finestrini". Eccetera, eccetera.

da: http://attivissimo.blogspot.com/2006/01/complotti-119.html

(C) Paolo Attivissimo

Ripeto: questi sono appunti frettolosi, e qui mi fermo. Se avessi a disposizione le stesse ampie risorse finanziarie di Nexus e degli autori del DVD, farei di meglio e magari produrrei anch’io un bel DVD di controanalisi. Per ora, però, questo articolo è tutto quello che posso permettermi. Attendo sponsor. Nel frattempo, buona riflessione.

Maurizio Musolino – Le elezioni di Barghouti

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Chissà, quando mercoledì prossimo apriranno ufficialmente i seggi elettorali nei territori palestinesi occupati da Israele per il rinnovo dell’assemblea nazionale (il Parlamento), cosa farà nella sua cella Marwan Barghouti. Come attenderà i risultati il leader di Fatah, nelle carceri israeliane da quasi quattro anni per scontare cinque ergastoli, lo sanno in pochi; di sicuro molti di più sanno cosa ha pensato in queste ultime settimane. Marwan (sottolineamo ancora una volta il nome per evitare confusione con un altro Barghouti, Mustapha, anche lui candidato alle prossime elezioni a capo di una formazione laica e progressista) anche dalle mura del carcere è riuscito a condizionare le elezioni confermandosi una figura di riferimento per una parte importante della società civile palestinese. Su di lui sono stati puntati gli occhi di molti commentatori e di tanti protagonisti dell’area. Innanzitutto gli occhi di quanti all’interno di Fatah vedevano nella sua figura l’unico modo per arginare l’aumento di popolarità della formazione religiosa Hamas. La sua candidatura doveva servire inoltre a tenere unito un partito che, dopo la morte di Yasser Arafat, rischia la frantumazione.

E lui, come aveva fatto anche un anno fa per le elezioni presidenziali, non si è fatto pregare ed è sceso nella competizione politica con tutto il peso della sua figura. A dimostrazione che le mura di un carcere possono poco nei confronti di chi rappresenta non solo un partito od una organizzazione, ma l’aspirazione di un intero popolo.

Sin dall’inizio Marwan Barghouti ha dato la sua disponibilità a guidare le liste di Fatah, salvo poi ritirarla una volta saputo che dietro il suo nome ci sarebbe stata tutta la vecchia guardia dell’Anp. E’ bene ricordare come proprio Barghouti aveva denunciato, molto prima delle strumentali campagne messe in atto da alcuni paesi occidentali, degenerazioni all’interno dell’Anp ad opera principalmente dei cosiddetti "tunisini", ovvero la vecchia guardia che aveva operato nell’esilio, prima in Libano e poi in Tunisia. Nei giorni della rottura Marwan aveva minacciato la formazione di una nuova aggregazione che avrebbe preso le origini proprio da Fatah. Questa lista doveva chiamarsi "Futuro" e avrebbe visto, secondo indiscrezioni, la partecipazione di nomi importanti della nomenclatura palestinese. Fra questi, due hanno particolarmente colpito, essenzialmente perché da tutti ritenuti molto distanti dal leader di Fatah: Dahlan e Rajiub, rispettivamente uomo forte di Fatah a Gaza ed ex capo dei servizi di sicurezza della Cisgiordania. Proprio sul perché della presenza di questi due nomi a fianco di quello di Barghouti sta una delle principali ragioni di interesse della competizione elettorale.

Esiste da tempo una vera e propria lotta per il rinnovamento che porti alla ribalta le generazioni protagoniste della prima e, soprattutto, della seconda Intifada. Questa lotta è trasversale a tutte le formazioni e attraversa Fatah verticalmente. E proprio in nome di questa esigenza in molti si sono dichiarati disponibili a superare antiche divergenze o attuali motivi di divisioni. Da una parte e dall’altra. E così, se in "Futura" c’era Barghouti con Dahalan e Rajiub, in queste settimane si è registrato anche uno storico riavvicinamento fra il Presidente Abu Mazen e Faruk Kaddumi, quest’ultimo fra i fondatori dell’Olp da sempre contrario ad un rientro in Cisgiordania per non riconoscere gli accordi di Oslo. Comunque sia alla fine di un braccio di ferro durato diverse settimane si è arrivati alla ricomposizione all’interno di Fatah attraverso una mediazione che vede Marwan Barghouti capolista e qualche testa illustre (fra queste spicca quella dell’attuale presidente del parlamento Abu Ala, fuori dalla competizione). Resta però da vedere cosa diranno le urne e chi sarà premiato, o bocciato, dal popolo palestinese. Ma con lo sguardo volto a Marwan non è solo Fatah. Anche Hamas riconosce Barghouti come un interlocutore privilegiato, memore di antichi rapporti che hanno portato allo scoppio della seconda Intifada. Il laico Barghouti non ha mai criminalizzato la formazione islamica e con essa, negli anni passati, ha condotto una campagna di moralizzazione in Palestina. Ma soprattutto Hamas sa bene che Marwan gode di un ampio sostegno in Cisgiordania, ma ha bisogno di sostegni a Gaza. Un uomo forte, quindi, ma condizionabile. Anche da questo punto di vista si può leggere "l’incontro" con Dahalan.

E poi c’è Israele. Anche il governo di Tel Aviv, seppur non ancora uscito dal trauma causato dalla malattia di Sharon, guarda verso la cella del prigioniero politico Marwan Barghouti. Non è stato un caso che Israele ha autorizzato per la prima volta il rilascio di una sua intervista. Domenica mattina, infatti, il ministero della Difesa, per bocca di un portavoce dei servizi peniteniari israeliani, ha annunciato di aver "concesso in via eccezionale l’autorizzazione affinchè Marwan Barghouti dia un’intervista alle emittenti al-Jazira e al-Arabiya". In questa occasione Marwan Barghouti ha esortato i palestinesi a partecipare in massa alle elezioni generali, che ha definito "essenziali" per la loro libertà. Ha inoltre espresso l’auspicio che i risultati porteranno a un governo di coalizione dalle ampie basi di consenso, in grado di realizzare le indispensabili riforme. "Dalla mia cella mi appello al grande popolo palestinese, ai giovani e agli anziani, affinché prendano parte alle imminenti elezioni, che debbono essere considerate lo strumento essenziale per conseguire la libertà, il ritorno dei profughi e l’indipendenza". Ma il passaggio per certi versi più importante di questa intervista riguarda l’omaggio alle figure di Yasser Arafat e Ahmed Yassin (leader spirituale di Hamas ucciso da Israele) "martiri della resistenza". Un messaggio di unità ad Hamas, ma anche un invito a collaborare in un futuro governo. Proprio su una ipotesi di collaborazione scommette infatti Barghouti, che si proporrà dopo le elezioni come unico uomo in grado di garantire sia i partiti laici che le formazioni religiose. A questo punto il cerino tornerà ad Israele che, contro le leggi internazionali, continua a tenere Marwan in carcere e che sarà chiamata a dire con fatti concreti se vuole davvero intraprendere la strada del dialogo.

Note: per saperne di più: "Barghouti, il Mandela palestinese" di  Musolino e Barbieri; edito da Datanews

da: www.altrenotizie.org

Mazzetta – Armageddon

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L’apocalisse liberista comincia a realizzarsi e a rendere tangibili gli incubi delle prime generazioni ambientaliste e non solo.Che ci si sia arrivati nonostante gli avvertimenti attiene alla natura umana, alla natura delle masse incolte, come alla natura di quanti, pur avendo coscienza dei problema, sono distratti dall’avidità o in altre faccende affaccendati.
Dal globale al locale, tutto il pianeta è ormai avvelenato. L’uomo ha prelevato e elaborato materie prime restituendo scarti di lavorazione e veleni. I veleni sono finiti nell’acqua, nell’aria e da lì ovunque. Gli orsi al Polo nascono ermafroditi, gli alberi in Siberia muoiono prima che le avanguardie dei taglialegna banditi della APP (Asian Pulp and Paper, un’azienda multinazionale clamorosamente abile a tagliare, fallire e rinascere) li possano raggiungere; sono inquinate le vette, come gli abissi.
Quello che ancora sfugge è la drammatica realtà, il vero stato del pianeta, o meglio, della delicata e rarissima biosfera nella quale sopravviviamo.

Un accidente del caso ci ha dato un’atmosfera che gli esser viventi hanno imparato a respirare attraverso un’evoluzione lunghissima, sopravvivendo anche a cambiamenti nella sua stessa composizione, evolvendo bio-elementi che, grazie alla lentezza dei processi, hanno trovato quel miracoloso equilibrio, tanto necessario quanto inevitabile. La relativa velocità, o meglio la vorticosa lentezza naturale dell’evoluzione, ha concesso il tempo necessario all’evoluzione degli organismi.

Da duecento anni questa velocità è cambiata, aumentando drammaticamente. Tutti lo sanno, ma gli allarmi lanciati da decenni da qualche stupido restano per lo più inascoltati. Sono decenni che si denuncia il taglio insostenibile delle foreste. E’ da allora che la quantità di quelle tagliate ogni anno aumenta. Dal 1800 sappiamo che certe sostanze inquinano, ma questo non ha evitato che per duecento anni si sia scavato oro e lo si sia lavato con il cianuro; o che altre sostanze siano state sparse per decenni senza alcun filtro.
E si continua così, le maggiori miniere mondiali funzionano ancora in questo modo. Tutto lo scarto che produciamo finisce, prima o poi, nell’acqua.
Da anni la FDA sconsiglia, con forza e spiegazioni da terrore, le gestanti e i bambini dal mangiare un lunghissimo elenco di specie marine più di una volta a settimana. Nel mare non ci sono confini, tutto il pescato del mondo contiene livelli simili di metalli pesanti e via elencando.
La situazione dell’atmosfera aveva preoccupato gli unici che possono preoccuparsi di questo dramma. Gli stessi che possiedono la conoscenza, il potere e le ricchezze del mondo.

Tutto quello che sono riusciti a fare è stato firmare un trattato, quello di Kyoto, che impegnava ad un 6% di riduzione delle emissioni in atmosfera. Gli studi sui quali si fondava l’esigenza di siglare il protocollo, chiedeva una -urgente- riduzione di -almeno- il 30% delle emissioni.
Il protocollo si Kyoto non lo ha rispettato nessuno, nemmeno i firmatari, nemmeno l’Italia. Oggi ci dicono che nel 2010 le emissioni saranno aumentate del 10%, e il segretario per l’energia americano, S. Bodman, arringa il mondo dicendo che il problema sarà risolto dai privati, dalle aziende; per stroncare alla radice il tentativo di scrivere un Kyoto2 più stringente, comunque sicuramente inefficace.
Non poteva essere diversamente; un sistema che si fonda sullo sfruttamento del pianeta e dei suoi stessi abitanti non può riformarsi neppure sotto la spinta della sopravvivenza.
Come conciliare il rispetto di impegni che limitano certi profitti se tutti i profitti -devono- essere leciti, se l’impresa deve essere -libera- per conseguire lo scopo sociale, meglio conosciuto come il profitto?

Il libero mercato teorizzato e perseguito consente a chi esercita l’impresa, o a chi persegue il profitto, di sfuggire alla gran parte delle leggi promulgate dagli uomini. L’impresa, tanto più se internazionale o multinazionale, può lucrare infrangendo le leggi nell’assoluta mancanza di responsabilità. Pochissime persone sul pianeta soffrono azioni penali anche se provocano disastri ambientali o sociali; anche se le provocano coscientemente, ovvero si appropriano dei beni comuni per trarne profitto.
In un quadro del genere è chiaramente insensato puntare a riforme locali, se non nel senso di una drastica revisione del modello di consumo, del ciclo dell’energia e dei rifiuti come mero contributo alla riduzione del danno.
La prospettiva di finire avvelenati con una atmosfera non respirabile non è immediata, e neppure certa, ma urgente se ci poniamo nei panni delle prossime due generazioni. Già ora è chiaro che la specie umana evolverà anche attraverso mutazioni imposte o favorite dell’inquinamento ambientale.
Se anche si riuscirà a limitare i danni all’atmosfera, non si potrà fare altrettanto con l’inquinamento dei terreni e delle acque. E’ fin troppo evidente che coloro che vorranno lucrare ne avranno licenza per ancora più tempo, se tutto resterà come adesso.

La concreta impalpabilità delle multinazionali, l’esistenza di centinaia di "zone franche" sul pianeta nelle quali possono trovare riparo legale, l’alto livello di plusvalore che procura lo sfruttamento dell’illegale, la corruzione diffusissima, e la permanente tendenza a <laissez-faire> di un personale politico internazionale impegnato principalmente a fare guerre o a fare "sviluppo", sono alcuni degli elementi che consentono e incentivano questi fenomeni.

Come gli orsi polari, anche gran parte della popolazione mondiale subirà gravi mutazioni genetiche. Già ora accade, basti pensare alla diffusione delle allergie. A molti medici basta pensare alla qualità dell’aria che respirano durante la giornata per spiegarsela; basta fare la prova inspirando con forza nei luoghi della quotidianità.
Molti altri che vivono a favore di falde inquinate, che si nutrono per tutta la vita di cibo sintetico o marcio (anche il marcio è illegale, quindi rende di più), soffrono malattie strane. Per assisterli tutti non basterebbe dedicare loro tutte le tasse del mondo.
New York ha 800.000 diabetici, tra poco saranno un milione. Il sangue dei newyorkesi impazzisce perché dentro c’è di tutto: dagli ormoni medicinali che danno agli animali fino alle centinaia di pillole che gli americani vengono educati a mangiare fin da piccoli. Inquinamento da medicinali, case farmaceutiche poco controllate fanno disastri e uccidono come la food industry.
Quello che si tende a sottovalutare, quando si parla di inquinamento ambientale, è che i pericoli che dobbiamo temere non sono uguali al maggior pericolo che ci possiamo immaginare. Come i nostri corpi assorbono i miasmi del traffico, benzene, polveri sottili, allo stesso modo assumono sostanze impreviste dal cibo, dalle nostre stesse abitazioni ed oggetti, dai vestiti; sono esposti a radiazioni di ogni tipo.
Come succede al nostro corpo, così il problema investe tutte le specie viventi.
Il problema, di natura squisitamente matematica, è che occorre pensare alle conseguenze del fatto che la partita non si gioca singolarmente contro una sostanza, ma che si è inevitabilmente esposti ad una combinazione imprevedibile e difficilmente calcolabile di sostanze notoriamente nocive, che ci vengono servite come un cocktail nel corso della nostra vita.
Nella mia città c’è qualche stazione che monitora al massimo tre sostanze inquinanti, in molte altre città nemmeno quelle; nella mia città l’aria è "illegale" per oltre cento giorni all’anno, lo sappiamo perché ci sono i rilevatori; ma non sappiamo se ci sono altre sostanze e nessuno pare preoccupato per la sua salute o della necessità di vivere in apnea.
Nel crollo delle torri di New York vennero censite oltre duemila sostanze tossiche nell’aria; un numero che dà l’idea di quante siano le sostanze capaci di infestare l’atmosfera, alle quali aggiungere quelle che possiamo assorbire dai cibi e dalle acque. Tra non molto oltre all’acqua depurata ci sarà molto mercato anche per l’aria filtrata e depurata, è uno dei business del futuro. Le occasioni di profitto sono infinite, come infiniti sono i rischi che l’umanità corre abbracciando questa follia.
A mondo non esistono studi sull’esposizione multipla agli inquinanti, rendendo assolutamente inutile e pleonastica la lotta contro il singolo veleno mostruoso che intrattiene le opinioni pubbliche ogni tanto.
Se domani chiudessimo il buco nello strato d’ozono, o risolvessimo il problema dell’effetto serra e del riscaldamento globale, non servirebbe a nulla; se non ad optare per un disastro diverso.
Il problema è di sistema. O è "Il" sistema.

da www.altrenotizie.org

 

Dario D’Elia – Pornoweb, l’amministrazione Bush tenta la stretta

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San Francisco (USA) – Il braccio di ferro fra Il Ministero di Giustizia statunitense (DOJ) e Google mette a nudo la considerazione che Washington nutre per le libertà degli utenti, ed alimenta le polemiche sul diritto governativo di accedere ai dati personali. La scorsa estate la Casa Bianca aveva giocato la carta della "richiesta di testimonianza" (subpoena) di Google per mettere le mani sui suoi database correlati alle "query" degli utenti. Una mole sconfinata di dati che avrebbero permesso di comprendere il tipo di ricerche effettuate in Rete, e il peso del fenomeno pornografico online. Google ai tempi si oppose alla chiamata, giustificandosi con il fatto che la divulgazione di quel tipo di informazioni sarebbe entrata in conflitto con il diritto alla privacy dei suoi utenti.

I cori di proteste delle associazioni per i diritti alla privacy non si sono fatti attendere. Ari Schwartz, direttore di Center for Democracy and Technology, tutt’ora continua a sostenere che la subpoena sia esagerata e vergognosa. "Siamo felici che Google stia resistendo e speriamo che altri nella stessa situazione si comportino ugualmente", ha dichiarato qualche giorno fa. Già, perché Yahoo e Microsoft MSN, interpellate dal DOJ per la stessa ragione, si sono dimostrate più collaborative con il Governo, fornendo liste parziali delle query e dichiarando che la maggior parte dei dati consegnati, comunque, erano già di pubblico dominio.

L’obiettivo dell’amministrazione Bush è quello di raccogliere il maggior numero di informazioni riguardanti la pornografia online per riproporre il 1998 Child Online Protection Act, una chiacchieratissima legge che impone una nuova responsabilità per i provider internet attorno alla pubblicazione di siti osceni o pornografici. La normativa è stata bloccata dalla Corte Suprema due anni fa per problemi di incostituzionalità, e rimandata alla Corte Federale della Pennsylvania per un ulteriore approfondimento – che dovrebbe essere completato entro la fine dell’anno. Se dovesse passare, questa è l’opinione prevalente, si arriverebbe ad un assalto senza precedenti alla presenza della pornografia in rete.

Ma senza la "collaborazione" di Google, il "1988 Child Online Protection Act" potrebbe essere bloccato definitivamente. Per questo motivo l’avvocato della Procura Generale degli Stati Uniti, Alberto Gonzales, mercoledì scorso ha depositato presso la Corte Federale di San Jose una richiesta per l’acquisizione dei dati archiviati da Google – ovvero tutte le query registrate in una settimana dell’anno non specificata e un milione di URL random provenienti da vari database del motore di ricerca. Nello specifico, i dati di Google, secondo una nota del Dipartimento di Giustizia, "(…) supporterebbero il Governo nel suo tentativo di comprendere i comportamenti degli utenti Web, e fornirebbero delle stime su quanti utenti si imbattano – durante le ricerche – nei contenuti vietati ai minori (…)".

Insomma, l’amministrazione Bush vorrebbe scardinare gli assunti della mozione di anti-costituzionalità della legge, fornendo una quadro della situazione. Rafforzato ulteriormente dal tentativo – tutt’ora in corso presso un altro tribunale della Pennsylvania – di dimostrare l’inefficienza dei filtri anti-pornografia.

Il Governo ha più volte confermato che non si tratterebbe di un’operazione di raccolta di dati personali, ma solo di un mezzo per creare una base dati a sostegno della legge per la protezione dei minori. Di diverso avviso è la notissima associazione American Civil Liberties Union (ACLU), convinta che tutto questo rientri nell’ennesima violazione dei diritti alla privacy. "Un gran numero di persone continua a non digerire la linea di condotta del Governo. Certamente non rappresentiamo l’industria del porno, ma i siti con un contenuto sociale. Ciò non toglie che questa sia una prevaricazione", ha dichiarato Emily Whitfield, rappresentante ACLU.

Gli altri due motori di ricerca statunitensi coinvolti dal DOJ, che assieme a Google accolgono il 90% delle query nazionali, si sono trovati in difficoltà e prontamente hanno sentito il bisogno di giustificare le loro azioni.

"Noi abbiamo soddisfatto le loro richieste, ma con la sicurezza di aver preservato la privacy dei nostri utenti. Siamo stati in grado, infatti, di fornire le query (non quindi i risultati) prive di informazioni personali", si legge in un comunicato ufficiale Microsoft. Anche Yahoo ha collaborato – dice – rispettando il diritto degli utenti. "Secondo la nostra opinione non si tratta di una questione di privacy. Siamo molto rigorosi al riguardo", ha commentato Mary Osako, portavoce Yahoo.

"Questa richiesta è non solo gravosa ma anche dal sapore tirannenggiante. Si tratta di un’ingiustificata richiesta di dati. Vi è anche il pericolo di spionaggio industriale. Google sarebbe costretta a rivelare quale genere di informazioni normalmente decide di archiviare", ha dichiarato Susan Crawford, esperta di cyberlaw docente presso Cardozo Law School. "A tratti questa iniziativa sembra incomprensibile. La mole di dati sarebbe incredibile. E poi, sganciata dalle connessioni con i dati personali a cosa servirebbe? Non sapendo chi ha fatto le ricerche online cosa vorrebbero stimare?", ha commentato Danny Sullivan, fondatore di Search Engine Watch.

Secondo Pam Dixon, direttore esecutivo del World Privacy Forum è inevitabile che alcune query contengano informazioni personali, come nomi o profili di medici o informazioni correlate alla Social Security. "Queste sono proprio le informazioni delle quali bisognerebbe preoccuparsi e che gli stessi motori di ricerca non dovrebbero poter archiviare. Google, come altri, dovrebbe essere condannata per queste azioni". "Un motore di ricerca come Google dispone di un database sconfinato, e certamente qualcosa di allettante per un Governo come questo, che del controllo ha fatto un suo credo. Oggi le query, e domani?", ha d
ichiarato Chris Hoofnagle, consigliere per
Electronic Privacy Information Center.

"Siamo di fronte ad un caso estremamente delicato. Non solo si darebbe la possibilità al Governo di disporre di uno strumento di sorveglianza, ma si creerebbe un precedente. Con questo, in futuro, ogni ulteriore nuova prevaricazione potrebbe trovare piena giustificazione. In tribunale con i precedenti non si sa mai dove si va a finire", ha ricordato Jim Harper del Cato Institute, che gestisce Privacilla.org.

Daniel J. Solove, docente associato della cattedra di Legge presso la George Washington University Law School e autore del libro "The Digital Person: Technology and Privacy in the Information Age", ha cercato di analizzare il problema da un altro punto di vista: quello del rapporto fra la Legge e la società. "Certamente più un Governo è intrusivo e più i crimini possono essere risolti facilmente. Ma la nostra società è fondata sul fatto che non vogliamo dare al Governo tutto questo potere". Della stessa opinione è Shayana Kadidal, avvocato del Center for Constitutional Rights: "Bisogna essere preoccupati dell’idea che un giorno possa venire qualcuno a richiedere i propri dati statistici. Potrebbe essere il primo passo per ottenere il contenuto delle mail".

Il mese prossimo il Congresso discuterà sulla possibilità di estendere ulteriormente il Patriot Act, che permette al Governo di ottenere più facilmente le informazioni personali. "Gli intenti della National Security Agency, legati al Patrioct Act, e la richiesta di informazioni riguardanti le ricerche degli utenti, sono un abuso di potere che entra in conflitto con le libertà civili", ha dichiarato duramente I.M. Destler, docente di legge specializzato nel tema della sicurezza nazionale presso University of Maryland.

Considerazioni che non sembrano preoccupare l’amministrazione Bush. "Gli americani vogliono che sia fatto tutto ciò che è in nostro potere per prevenire attacchi terroristici", ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca, Scott McClellan. "Penso che le persone siano sempre a favore delle libertà civili in senso astratto. Ma in alcuni casi si sentono libere di barattarle con il senso di sicurezza", ha sottolineato Neil M. Richards, professore di Legge della Washington University di St. Louis.

da: http://punto-informatico.it/p.asp?i=57430&r=PI

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Maria Clerici – Quanto costa la parola di Dio?

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Ratzinger dimostra ogni giorno di voler riportare la Chiesa indietro almeno di quarant’anni ma, di contro, appare straordinariamente sensibile (lui e le alte gerarchie vaticane) a quelle diavolerie legislative moderne con le quali si può far soldi. E nel suo caso si tratta davvero di tanti soldi. Benedetto XVI, degno Papa d’altri tempi, ha deciso di apporre il copyright alle sue Encicliche, ai suoi discorsi durante le udienze, all’angelus e ad ogni soffio comunicativo che possa uscire dalle Mura Vaticane. Diritti d’autore sulle parole del Papa che d’ora in poi saranno una merce a pagamento.
Wojtila non l’avrebbe mai fatto. Sarebbe stato quasi un insulto per lui pensare che qualcuno potesse fare mercimonio delle sue parole, avendo speso l’intera esistenza per far in modo che la sua voce raggiungesse gli angoli più nascosti e più lontani del mondo e cercando di farla arrivare anche laddove non era poi così gradita.

Sembra uno scherzo per i laici e un’umiliazione per i cattolici. Comunque un controsenso davvero enorme per chi, come una religione, vive di proseliti e mira – o almeno dovrebbe farlo – a raccogliere intorno a sé il maggior numero di "anime", ovviamente senza far pagare chi si pone volontariamente in ascolto. Tant’è che fino alla morte di Wojtila la chiesa aveva fatto un sapiente uso dei media, proprio nell’ottica di una massiccia divulgazione del messaggio apostolare. Ed era stato un modo talmente innovativo quello di "portare a tutti la parola di Dio" da costringere il mondo intero ad interrogarsi sulla bella novità costituita dall’ultimo successore di Pietro deciso a porre al centro del proprio ministero la comunicazione . Adesso è un giorno diverso, si torna all’antico. E per i cattolici è ancora un altro brusco risveglio.

In Vaticano, come sempre in questi casi, danno una spiegazione all’iniziativa del copyright che non solo è poco convincente, ma aumenta in qualche modo lo sconcerto. Dicono, in primo luogo, che lungi dal voler commerciare il magistero della chiesa, desiderano tutelarlo da una divulgazione "pirata". Ora, fatto salvo che anche i "pirati", nell’ottica cattolica, sono figli di Dio, dietro questa frase sembrerebbe esserci il desiderio di tutelare le pubblicazioni "ufficiali", ovvero le case editrici cattoliche che vivono di questo genere di editoria di nicchia. E invece no, è peggio. Perché anche le varie San Paolo, Unione Librai Cattolici, Edizioni Paoline , Città Nuova eccetera, hanno ammesso candidamente non solo di non saperne nulla, ma di dover pagare anch’ esse sulle prossime pubblicazioni religiose il copyright sulle parole del Papa. E persino i giornali quotidiani, secondo la nuova norma, dovranno versare un obolo per poter pubblicare, "previa autorizzazione" i discorsi del Pontefice. Figurarsi come l’avrà presa il Tg1, che così vede a grande rischio il proprio budget. Comunque, si tratta di un’operazione di marketing con un clamoroso effetto boomerang.

E, allora, qual è lo scopo finale di questa discutibilissima iniziativa se non quello di aumentare ulteriormente gli introiti delle già grasse casse vaticane? E’ solo questo: "Il pagamento di una percentuale sui testi del Santo Padre _ hanno spiegato in Vaticano, con dubbio senso del ridicolo _ potrà contribuire ad alimentare la carità del Papa".

La faccenda ha, tuttavia, un suo lato positivo: le parole del Papa, di questo Papa, avranno sempre minor diffusione, visto che costeranno care. E molti cattolici vivranno senza dubbio giornate più serene senta sentirsi rimbombare in testa, più o meno quotidianamente, anatemi e ingerenze nella politica legislativa dello Stato laico, che di spirituale non hanno davvero nulla. Ma in questo caso il vaticano troverà senz’altro il modo di superare l’ostacolo, mandando avanti il cardinal Ruini a dire le cose più forti sul sociale. Le sue parole, com’è noto, non costano nulla e valgono in egual misura.

In questo scenario ci sarà però qualcuno che ricorderà con nostalgia quel vecchio Papa che tremava sotto la neve senza mollare e che si serviva dei farmaci per sostenere i viaggi che lo portavano ad avvicinare i popoli del mondo. Quel Papa che urlava ai mafiosi "pentitevi!" e che all’ultimo, pur piegato in due sul pastorale, scalpitava per riuscire a riconciliarsi con il "patriarca di tutte le Russie" Alessio II . E che cominciava ogni discorso con un’invocazione, "aprite le porte a Cristo", parole a cui il suo successore ha allegato un prosaico e meno teologico "solo se pagate il biglietto".

da: www.altrenotizie.org

 

Beppe Grillo – Stanca Express

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Al termine del suo glorioso quinquennio alla guida del ministero dell’innovazione Stanca ha gettato la spugna.
Ha capito che gli italiani, distratti dal digitale terrestre, vessati dai costi di connessione tra i più alti nel mondo e spesso neppure raggiunti dalla ADSL, non si erano ancora digitalizzati.

Come fare per ovviare a questa incresciosa situazione?
Semplice, informandoli della rivoluzione digitale con un libretto: “L’innovazione digitale per le famiglie” di 48 pagine che sarà inviato a 16 milioni di famiglie italiane.
Naturalmente per posta, altrimenti come farebbero le famiglie a riceverlo?
Non sono collegate alla Rete.
Altrimenti lo leggerebbero comodamente dal pc come potete fare voi.
Usare la carta per spiegare il digitale è come mandare una missiva a cavallo ai tempi dell’automobile.

Quanto costerà inviare 48pagineX16milionidifamiglie?
SETTEMILIONIDUECENTOSETTANTAMILAEURO, pari a 45 centesimi a copia per stampa, imbustamento e invio.
Ma scusate, c..o!, non era meglio dotare le scuole italiane con qualche decine di migliaia di pc con quei soldi?

Il libretto è accompagnato da un pezzo comico del portatore nano di Internet: “ il governo sta promuovendo la rivoluzione digitale attraverso una serie di iniziative senza eguali in Europa, a partire dall’insegnamento dell’informatica sin dal primo anno di scuola, sino alle agevolazioni per l’acquisto di computer e accessi alla larga banda”.

Facciamo il nostro dovere di cittadini, aiutiamo le casse dello Stato:
1 – scarichiamo il libretto dalla Rete ed evitiamo questo costoso spreco di carta
2 – inviamo una email a Stanca all’indirizzo: L.Stanca@governo.it chiedendogli di non inviarci nulla per posta
3 – facciamo una colletta per regalare un pc a Stanca, digitalizziamolo!

da: www.beppegrillo.it

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Raffaele Matteotti – L’Iraq al distributore

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I lettori di Topolino ricorderanno certo i famosi trilioni di Paperone. Molti però, pur ricordando la parola, non hanno mai saputo a che quantità esatta si riferisse. Un trilione equivale a un milione di milioni, o a mille miliardi. Tradotto in milioni di dollari è una cifra spaventosa ed è la soglia superata da quello che sarà il budget dell’invasione dell’Iraq.
Per dare un’idea della differenza tra tale cifra e le previsioni dell’Amministrazione Usa, basta pensare al licenziamento del sig. Lawrence Lindsey, che sei mesi prima dell’invasione fu cacciato per aver previsto un costo della Guerra tra i cento ed i duecento miliardi di dollari, mentre Bush diceva solo settanta miliardi.
A seguito dello studio dell’economista J. Stiglitz (già premio Nobel) che prevede un conto totale tra uno e due trilioni di dollari, anche i commentatori più vicini ai conservatori non hanno potuto fare a meno di notare che qualunque manager faccia una previsione di costi sbagliano di oltre il 97%, verrebbe immediatamente licenziato. A Bush saranno fischiate le orecchie.

Altri quotati economisti hanno fatto notare come questa enorme quantità di dollari sia stata sostanzialmente presa a prestito e che il bilancio statale, già depauperato dalla politica no-tax di Bush, sta per affrontare anche l’entrata in pensione dei baby-boomer. Insomma un pessimo quadro dal quale non sarà possibile evadere riducendo le spese militari o tagliando l’assistenza medica, già peraltro ai minimi.
Atri analisti hanno fatto notare come la cifra rimanga contenuta anche perché ai deceduti e agli invalidi militari non vengono riconosciuti risarcimenti in linea con quelli del mercato assicurativo civile e che, in ogni caso, le spese per assistere l’alto numero di invalidi di guerra (muoiono meno soldati grazie alle migliori protezioni, ma così aumenta il numero degli invalidi, molto costosi da mantenere) saranno molto più alte di quanto previsto.
Il moderno warfare americano riesce a ridurre le morti, ma non i colpiti. Questo provoca un numero molto più alto di feriti per ogni caduto rispetto alle guerre precedenti, con alte percentuali di invalidi permanenti e un numero altissimo di casi di BSD (Battle Stress Disorder), il disagio mentale che colpisce i reduci, che richiede anch’esso trattamenti molto costosi e prolungati nel tempo.

Lo studio non è caduto dal nulla, già da tempo era chiaro che “alcune centinaia di miliardi di dollari” fosse la misura alla quale attenersi al di là dei proclami dell’Amministrazione, ma il superamento della soglia psicologica del trilione sembra sia riuscita a far vibrare le corde di molti deputati e senatori.

Di fronte a questa montagna di denaro impallidiscono le misere cifre destinate alla ricostruzione irachena, circa venti miliardi di dollari provenienti dalle rendite petrolifere irachene. Ma fa ancora più impressione il fatto che tale cifra sia saccheggiata da malversazioni, inefficienze e da una tassa occulta sulla sicurezza per la quale il 25% dei fondi di ogni progetto se ne sono andati in spese per la sicurezza, quando non siano stati dirottati del tutto, come i fondi previsti per l’istruzione che sono stati destinati alla formazione dei militari iracheni.

Il 7 dicembre scorso, in sordina, Bush ha deciso l’eutanasia dell’Iraq Reconstruction Management Office (IRMO), gestito dal Pentagono e il trasferimento delle sua competenze al Dipartimento di Stato della signora Rice; un’ammissione di responsabilità evidente, anche se passata in sordina.
Il disastro è evidente, non solo in Iraq, dove si sognano le condizioni di vita dei tempi di Saddam, ma anche nelle parole dell’Amministrazione ed è solo grazie ad una stampa prona alle esigenze del governo che riesce ad evitare lo scandalo.

Nel 2003 il presidente Bush affermava: “In molte zone le infrastrutture sono rimaste al livello anteguerra, che è soddisfacente, ma non è l’obiettivo finale. L’obiettivo finale per le infrastrutture è quello di renderle le migliori della regione”.
Oggi il invece il generale di brigata del Genio, William McCoy, dice: Gli Stati Uniti non hanno mai detto di voler ricostruire completamente l’Iraq, ma solamente di voler porre le basi perché ciò sia possibile”. Finiti i soldi per la ricostruzione, Bush si è appellato alla coalizione dei “volenterosi” per reperire fondi per la ricostruzione, raccogliendo scarso entusiasmo e ancora meno denari.

I motivi di bilancio sono la molla che sta spingendo l’amministrazione USA a ridurre il contingente in Iraq ed Afghanistan, visto che all’attuale ritmo di 5.6 miliardi di dollari di spesa corrente mensile solo per l’Iraq non è compatibile con il bilancio federale e che non si potrà andare avanti per molto a depredarlo a colpi di extra contabili. Si avvicinano le elezioni di mid-term e neppure i parlamentari repubblicani si vogliono presentare ai loro elettori a mani vuote. Tutto questo mentre i militari americani in Iraq continuano a sparare milioni di proiettili al mese e a buttare costosissimi ordigni in bombardamenti aerei quotidiani, non esattamente uno scenario che inclini ad un futuro risparmio.

Questo senza considerare che i cittadini americani stanno pagando di tasca loro un altro costo occulto: l’aumento dei carburanti. Aumento che ha beneficiato le compagnie petrolifere, tanto da spingere il Senato a proporre una tassa una tantum sugli stratosferici guadagni che hanno messo a segno grazie alla guerra. L’ipotesi è stata sdegnosamente respinta dalla compagnie e dai loro lobbysti, che infatti l’hanno affossata, ma fa letteralmente imbestialire i l’americano comune, poco incline a contribuire all’esportazione di democrazia e al contemporaneo arricchimento delle compagnie ogni volta che si reca al distributore.

Francis Fukuyama, il politologo noto per le sue affermazioni sulla fine della storia, ha affermato tempo fa: “se Bush fosse andato dagli americani chiedendo qualche centinaio di miliardi di dollari e qualche migliaio di vite per portare la democrazia in Iraq, gli avrebbero riso in faccia”.
Ora che il conto ha raggiunto e superato la soglia del trilione, non ride nessuno.

da www.altrenotizie.org

 

Alessandro Iacuelli – E’ davvero emergenza gas?

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E’ un breve dispaccio d’agenzia della Reuters a divulgare quanto si apprende dall’ENI: tra le 6.00 del mattino di giovedì 19 gennaio e la stessa ora di venerdì 20, non sono stati consegnati 9 milioni di metri cubi di gas russo su 74 milioni richiesti. La flessione registrata è quindi del 12,2%. La riduzione del gas è stata compensata tramite stoccaggi di modulazione, informa la nota. Ieri il gruppo petrolifero prevedeva che non venissero consegnati 3 milioni di metri cubi rispetto ad una richiesta di 74 milioni, con una riduzione attesa del 4,1%. Stavolta non si tratta di nuovi intrecci d’affari o di disaccordi tra Russia e Ucraina sui prezzi: secondo Gazprom, infatti, il motivo è rappresentato dell’ondata di freddo che sta investendo la Russia in questi giorni.

In Italia, già nei giorni precedenti, si stava andando in direzione di una serie di provvedimenti per affrontare "l’emergenza gas", a partire da una riunione straordinaria del Consiglio dei Ministri. Esiste davvero una situazione di emergenza? Guardando indietro nel tempo sembrerebbe di no. Tagli ai flussi di gas provenienti dalla Russia a causa delle basse temperature si sono verificati anche l’anno scorso e anche negli anni precedenti le cose non erano andate diversamente.

Per motivi geografici semplicemente elementari, è assolutamente normale che in Russia, in pieno inverno, ci siano dei picchi di gelo che nei nostri Paesi mediterranei non immaginiamo neanche. E’ bene anche ricordare che una situazione climatica rigida, da un punto di vista strettamente fisico e tecnologico, rende più faticosa e più dispendiosa l’estrazione di gas dai giacimenti (ad una diminuzione di temperatura corrisponde una diminuzione di pressione, come insegna il primo principio della Termodinamica). Questo senza considerare che in gennaio aumenta il fabbisogno di gas all’interno della stessa Russia.

L’anno scorso la diminuzione del flusso di gas in Italia è stata più o meno equivalente a quella di questi giorni. La stessa ENI fa sapere che il gas in stoccaggio strategico è sufficiente ad evitare il rischio di black out nell’erogazione. Non sembra essere d’accordo il presidente dell’Autorità per l’energia, Alessandro Ortis, il quale afferma che "le attuali riserve strategiche, come confermato dagli eventi climatici verificatisi lo scorso anno, e dai correnti problemi di sicurezza, si stanno rivelando insufficienti per sostenere adeguatamente (dal punto di vista commerciale e di continuità del servizio) la maggiore richiesta di gas stagionale". Il cittadino medio a questo punto non sa da che parte sia la verità.

Andando a guardare effettivamente le statistiche degli anni precedenti, si rileva che è vero che da molti inverni si ha una piccola decrescita del flusso di gas, come è vero che mai negli scorsi inverni si è parlato di "emergenza gas". Pertanto le ipotesi plausibili sono solo due: o effettivamente le riserve strategiche di gas in Italia si sono ridotte rispetto al passato, oppure questa "emergenza gas" è stata evidenziata un po’ oltre la sua normale dimensione. A questo punto potrebbe sembrare non molto casuale che questo allarmismo circa delle riserve insufficienti di gas vengano alla ribalta proprio alla fine di gennaio. Ricordiamo, infatti che il governo italiano, con un decreto, ha deciso di convocare a Roma, dal 23 al 25 febbraio, la Conferenza nazionale su energia e ambiente. Può esserci un nesso tra le due cose? Tale Conferenza su energia e ambiente servirà solo a fare propaganda a un governo che per l’intera legislatura ha affidato le scelte energetiche al mercato e alle imprese? L’Italia in effetti ancora oggi non si è dotata di un Piano Energetico adeguato alle necessità della società attuale.

In questi quattro anni abbiamo assistito a nuovi processi di liberalizzazione, che hanno portato a risultati tutt’altro che positivi, quali un aumento del costo dei servizi energetici, un generale peggioramento della qualità, un accentuarsi dell’uso di combustibili fossili (petrolio in primis, ma anche metano proveniente dalla Russia) e non rinnovabili e, non ultimo, un allontanamento dal rispetto dei limiti di emissione descritti nel Protocollo di Kyoto..

Come se non bastasse, con questa Conferenza, come si legge sul decreto, il governo cercherà anche di rilanciare il nucleare. Da anni infatti, e precisamente dal black out nazionale del 28 settembre 2003, numerosi esponenti sia della maggioranza che dell’opposizione, cercano di riproporre la tecnologia nucleare che, al di là della propaganda sul nucleare "sicuro" e di "nuova generazione", in un mercato dell’energia privatizzato continua ad essere pericoloso, costoso e incapace di smaltire i rifiuti che produce. Fino ad ora, il tentativo non è andato a buon fine. Si potrebbe pensare che questa "emergenza gas" un po’ artificiosa avvenga proprio al momento giusto.

da: www.altrenotizie.org

Giovanna Pavani – Sebben che siamo donne

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All’epoca fu una tale vittoria che nessuno si premurò di constatare se, alla conquista della scheda elettorale, corrispondessero anche consistenti risultati sul piano dei diritti civili. Se insomma le donne, chiamate per la prima volta alle urne il 2 giugno del ’46, si fossero anche conquistate la condizione di "cittadine" di quella che, di lì allo spoglio, sarebbe stata proclamata Repubblica italiana. Ovviamente non fu così, perchè la storia si muove a piccoli passi e, quando si tratta di donne i passi, oltre che piccoli, si dimostrano drammaticamente lenti. Ma il voto fu comunque una svolta epocale per il nostro paese, che le rese – almeno – "elettrici". Non ancora "cittadine", dunque, ma si auspicava che questo si sarebbe lentamente accaduto. Sono passati 60 anni, non uno, ma la piena parità tra uomo e donna è ancora di là da venire. C’è un dato che, più di altri, dà il quadro della situazione: a parità di ruolo e di mansioni, una donna viene pagata un terzo in meno.

Nel mondo c’è un susseguirsi di elezioni in cui le donne vengono elevate ai ruoli più alti delle istituzioni, mentre da noi si è costretti a presentare grottesche leggi ad hoc per costringere i partiti a candidature femminili nelle liste elettorali. Peraltro, succede poi che persino le proposte meno "invasive", vengano comunque bocciate.

Donne esibite come folklore politico, sembrerebbe, perché quando si tratta di seggi e di potere gli uomini preferiscono condividerli con dei loro pari, nel segno della più bieca solidarietà maschile, eliminando quel valore aggiunto che è l’impegno delle donne che, il più delle volte, li mette addirittura in difficoltà. E’ dunque un anniversario triste questa ricorrenza dei sessant’anni del voto al femminile. Le donne italiane sono ancora molto "elettrici" e troppo poco "cittadine". E che qualcosa non andava per il verso giusto se ne erano subito accorte anche le prime elettrici della repubblica: dopo aver digerito l’entusiasmo per quella prima espressione di conquista di un diritto civile primario, negato fino a quel momento, le donne cominciarono a vedersi respinte davanti ad ogni tentativo di accesso a ruoli fino a quel momento di squisita pertinenza maschile. Una vittoria di Pirro? Sembrava proprio così.

Eppure, il 2 febbraio del ’45, quando venne promulgato il decreto legislativo sul suffragio femminile, in molte avevano tirato un sospiro di sollievo. La battaglia era stata dura e, a tratti, defatigante. E poco importa se lo stesso decreto stabilisse che le donne potessero votare ma non potessero essere elette, l’importante era aver messo un piede nella porta, aver stabilito un principio dopo mezzo secolo di rivendicazioni femminili. L’esultanza, si diceva, fu breve.

Fu, allora, una vittoria senza troppi splendori, offuscata da ombre e amarezze. La conclusione della faticosa scalata iniziata dopo l’unità d’Italia con le suffragette, intellettuali e scrittrici, non poteva essere considerata un pieno successo. La conquista della scheda espose infatti le donne a ritorsioni e vendette:mentre venivano dichiarate libere di partecipare alla vita politica, era loro interdetto, ad esempio, l’accesso alla magistratura. Di fatto si trattava di un paradosso: con il voto della Costituente era passata l’assurda ipotesi che una donna potesse partecipare politicamente alla formazione della legge, potesse anche far parte del governo ma non potesse applicarla con la toga sulle spalle. Si dovranno aspettare gli anni ’50 perché progressivamente tante leggi basate sulla discriminazione sessuale vengano lentamente fatte fuori, come quella del ’53 che vietava il licenziamento in seguito al matrimonio. Oppure quella del ’58, con l’abrogazione del diverso trattamento dell’adulterio maschile e femminile, per arrivare al nuovo diritto di famiglia ed alla parità nel lavoro.

Uno degli scogli che le donne da sempre hanno trovato sulla loro strada di riconoscimento della parità reale dei diritti civili e politici con l’altro sesso è sempre stato rappresentato dalla cultura cattolica imperante nel Paese. Sarebbe il caso di ricordare come Pio XII commentò l’approvazione del diritto di voto. Non si trattò, invero, di una condanna, ma di un più sottile tentativo di disinnescare la portata di un cambiamento che poteva minare la concezione cattolica della donna come angelo del focolare. L’auspicio del pontefice fu quello che a prender parte alla vita politica fossero solo quelle signorine che "gli eventi hanno votato ad una solitudine che non era nel loro pensiero e nelle loro aspirazioni, condannandole a una vita inutile e senza scopo".

In politica solo le zitelle, dunque, quelle su cui mai sguardo d’uomo aveva avuto l’occasione di poggiarsi e che, quindi, non sarebbero potute servire alla bisogna di spose e madri. Anche all’epoca, tuttavia, agli appelli del Papa corrispondeva una sana disobbedienza civile e quindi le donne, sentito il discorso, corsero in massa alle urne e nella Costituente ne furono elette 21. E certo non tutte erano, come si diceva allora, "signorine". Erano poche, però, ma comunque la speranza era quella che il numero potesse crescere con l’andare del tempo e il cambiamento lento dei costumi. Macchè. Oggi si litiga sulle quote rosa e quei partiti di sinistra che più di altri dovrebbero seguire il pensiero di Togliatti ("le donne in politica sono non solo necessarie ma addirittura indispensabili") di donne ne mettono in lista poche oppure le escludono prima per evitare addirittura che si possa porre il problema.

Insomma, 60 anni, almeno da questo punto di vista, sembrano essere scivolati invano. Perché fa ancora fede quanto disse un’arrabbiatissima deputata democristiana che aveva visto inserito nelle liste del suo partito solo un nome di donna. "Gli uomini sembrano pronti, per antica abitudine, ad aprire le porte al passaggio di una donna, ma amerebbero deflettere dall’usanza davanti alla porta di Montecitorio". Oggi, le cose sono molto cambiate. In peggio.

da: www.altrenotizie.org

Cosa da non fare assolutamente

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Paderno Dugnano, provincia di Milano: tenta, armato di cacciavite, un furto in un centro anziani ma incappa nel

Prete e nei fantastici 4 parrocchiani che lo bloccano e lo fanno arrestare.

(Fonte: Tgcom)

da NayNewz

Sara Nicoli – Eutanasia, la parola assente

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L’eutanasia ha fatto il suo ingresso in una campagna elettorale che, fino ad ora, si era caratterizzata solo per lo squallore dilagante.
E’ impopolare parlare di eutanasia? Certo, ma è essenziale parlarne. Perchè è un dibattito che ne supera tanti altri, considerati in questo momento di maggiore urgenza solo perchè la politica ne ha fatto una bandiera da far sventolare nell’imminenza del voto e che, invece, investe molto più di altri il dibattito etico intorno alla vita e alla sua dignità.
L’eutanasia, dunque, una vecchia battaglia radicale che si ripresenta oggi sotto l’egida della "Rosa nel pugno", che ha presentato una proposta che suona come un elettrochoc delle coscienze: estendere la possibilità della "bella morte" anche ai minori, a quei bambini o adolescenti che, per colpa di malattie incurabili o per destino avverso, si trovano in coma vegetativo da anni. Con i genitori che spesso implorano la fine dell’inutile agonia, ma che la legge di uno Stato laico inchioda comunque al rispetto del dettato divino, unico padrone nel dare e nel togliere la vita.

Fino ad oggi l’eutanasia è stata associata a persone comunque adulte: malati terminali con una vita vissuta alla spalle, anche se breve, ma condannate a morte certa dall’impotenza della medicina e dall’altrettanto evidente scarsità e di miracoli. Persone cui una mano anonima, misericordiosa, ha spesso, in solitudine, aiutato a morire serenamente sollevandoli dall’atroce percorso degli ultimi attimi, quando la paura aumenta lo strazio e il dolore e non ci sono più speranze.
Siringhe amiche, camici bianchi compassionevoli e consapevoli di commettere, di fatto, un omicidio; ma forse più sensibili all’aiuto di un malato in condizioni disperate che al pensiero di essere scoperti e condannati.
Uno scenario, questo, che anche se biasimato pubblicamente si è infiltrato lento nelle coscienze di tutti; raro sentir dire a chi ha vissuto accanto a un malato terminale che non avrebbe fatto qualcosa per lui, se solo ne avesse avuto il coraggio.

Ma che dire quando, invece, si parla della scelta di staccare la spina ad un ragazzino che è stato vittima di un incidente in motorino e la cui morte celebrale scongiura ogni possibilità di recupero? O di un bambino, nato con una grave malformazione, che solo una macchina può tenere in vita?
In Olanda, in Belgio, in alcuni stati americani, l’eutanasia è stata già ampiamente codificata, a fronte di un testamento biologico che certifichi, oltre ogni ragionevole dubbio, la scelta di una persona adulta di morire con dignità, anche con un aiuto, laddove le condizioni risultassero disperate. Adulti, appunto. Dire a una madre e ad un padre attoniti dal dolore che possono rinunciare al sostegno dei trattamenti artificiali perchè il loro bambino comunque morirà, apre però un altro fronte del problema che forse nessuna legge potrà mai risolvere, pur recependone la possibilità: in questo caso non si sceglie per se stessi, si sceglie per un altro. Tuo figlio.

E’ per questo che la proposta della "Rosa nel pugno" è apparsa a molti come una provocazione politica di stampo elettorale.
Ma se forse sarebbe giusto parlarne, discutere, disegnare i confini del possibile intervento medico intorno alla scelta finale di una persona, evitando di trascendere su terreni che nessun Parlamento al mondo si sentirebbe in grado di dirimere. In fondo, è crudele dire a un genitore che può staccare la spina al figlio in coma: non lo farà mai, salvo casi eccezionali che però si sono verificati, il più delle volte perchè l’accanimento terapeutico ha superato il limite del tentativo di guarigione. E’ impopolare parlare di tutto questo, certo. Ma, senza provocazioni, sarebbe almeno auspicabile parlarne. Prima che dagli altari qualcuno decida per noi.

Alberto Cantoni – La sinistra

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Sinistramente lunga, e magra e torta,

Io, la Sinistra, ho destreggiato assai,

Ora in silenzio e qual tra viva e morta,

Ora manesca e sempre in mezzo a’ guai.

 

Finchè un bel giorno con predace scorta

Lo stretto pugno innanzi a me vibrai,

E sgangherata una sconnessa porta

Dissi ad ognun che m’era dietro: « Vai! »

 

Erano fidi? Chi lo sa! So bene

Ch’entraron tutti e ch’eran troppi, e ancora

So che da tempo star mi si conviene

 

Coi diti all’uscio eternamente immoti,

Per tema espressa che la mia dimora

Già tanto popolata or non si vuoti.

 

Mazzetta – Un gendarme si aggira per l’Europa

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Nasce oggi la FGE, una forza europea destinata a compiti di gendarmeria continentale.
La FGE è stata istituita tramite accordi informali tra alcuni governi e vi parteciperanno elementi provenienti da Olanda, Italia, Spagna, Portogallo e Francia. La sua costituzione non è stata deliberata da alcun organo legislativo, ma attraverso incontri informali tra i ministri della difesa di alcuni Stati, che conferiranno al nuovo corpo uomini provenienti dalle polizie militarizzate europee: i Carabinieri italiani, la Gendarmeria francese, la Guardia civil spagnola, la Guardia Nazionale repubblicana portoghese e la "Koninklijke Marechaussee" olandese. Appare dunque evidente che la neonata FGE va intesa come un corpo paramilitare.

La FGE non nasce sotto buoni auspici, perché sarà un corpo con una missione confusa, che spazia dal peacekeeping internazionale agli interventi sul suolo europeo in funzione di ordine pubblico: troppo vasto il suo raggio d’azione perché si possa pensare che nasca per rispondere ad un’esigenza precisa.
Ancora meno simpatica la circostanza che vuole la sede della forza nello stesso edificio che ospita il CoESPU (Centro che si occupa dell’addestramento dei corpi paramilitari di paesi non-UE, secondo le direttive dell’esportazione di "sicurezza") e quella per cui la sua concezione sia da far risalire al generale Leonardo Leso (al comendo del CoESPU). Il generale Leso era infatti il comandante della disastrosa operazione Ibis in Somalia, dalla quale il nostro contingente si ritirò con disonore dopo essere entrato in conflitto con le autorità USA per il sostegno fornito ad alcuni personaggi ambigui, ma anche per il vergognoso caso delle torture ai danni dei somali da parte dei soldati della Folgore. Vergogna ancora non sanata, visto che alle risultanze della Commissione Parlamentare d’inchiesta appositamente costituita, non sono seguite punizioni o rimproveri ufficiali. I torturatori sono andati impuniti, e chi ne era responsabile promosso; un film già visto.
Il generale Leso è anche l’ideatore della MSU (Multinational Specialised Unit), impiegata in missioni di mantenimento dell’ordine pubblico dal Kosovo all’Iraq, recentemente finita sotto inchiesta per i mancati controlli su traffici di armi e di reperti archeologici da parte di militari impegnati nelle missioni all’estero. Lo stesso generale lo troviamo anche a Genova con compiti di ordine pubblico durante il tragico G8. Per quanto indubbiamente competente in materia, non sembra esattamente una figura politicamente rassicurante.

Dunque la FGE avrà compiti di intelligence, sorveglianza generale, polizia giudiziaria e mantenimento dell’ordine, oltre a poter essere dispiegata in compiti di peacekeeping in collaborazione con altri organismi internazionali. Sarà sotto il comando di 30 ufficiali agli ordini del brigadiere generale Gerard Deanaz, francese, che disporranno di un contingente dai 1000 ai 5000 uomini, pronti a essere dispiegati nel tempo massimo di un mese.

Ancora una volta nel vuoto politico europeo prendono vita strane creature; se la collaborazione internazionale può avere un senso nel controllo dei confini, non si capisce l’istituzione di questi doppioni destinati ad operare virtualmente al di fuori del controllo politico, sovrapponendosi ai corpi nazionali ed agli accordi di collaborazione già esistenti. Ancora più grave sarebbe l’ipotesi che vuole la FGE come un corpo impiegabile nelle operazioni di ordine pubblico interno, dato che non è per nulla sentita l’esigenza di dotarsi di un corpo paramilitare europeo per affrontare le manifestazioni di piazza.
Un altro aspetto inquietante è dato dal fatto che la FGE sarà sotto il controllo di un High Level Inter-Ministry Committee (HLIMC), cioè un comitato nominato da alcuni ministri dei paesi europei, mentre non sono previste procedure di controllo, né di rendiconto, amministrativo o politico.
La disordinata costruzione europea, priva di una reale testa politica, genera un numero enorme di mostriciattoli di dubbia utilità, una tendenza preoccupante che inclina a temere non solo la nascita di doppioni inutilmente costosi, ma anche la nascita di strutture poco trasparenti.

Una scarsa trasparenza ed una mission poco chiara che non sono certo nei desideri di quanti aspirino alla costruzione di una UE; esiste una differenza evidente tra le avanzate aspettative dei cittadini europei e le soluzioni finora realizzate da strane congreghe che operano al di fuori del controllo parlamentare.

da: www.altrenotizie.org

Una bibita miracolosa contro le balle

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Dimagrire attaccandosi degli adesivi sulla pancia e senza fare attivita’ fisica e dieta, e’ impossibile.
Lo ha stabilito l’Antitrust, che ha ritenuto falsi e in alcuni casi pericolosi per la salute, alcuni prodotti dimagranti, come l’elettrostimolatore Pancia Stop che prometteva di dimagrire in due settimane senza dieta e senza fare un cazzo. 7 pubblicita’ ingannevoli sono state sanzionate con 200mila euro di multa.
Oltre all’elettrostimolatore compaiono anche integratori alimentari, prodigiosi fanghi anticellulite del Mar Morto e una bibita miracolosa contro le balle.
(Fonte: Greenplanet)

da NayNewz

Messaggio del Capo dello Stato di rinvio alle Camere della legge sull’inappellabilità

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”Onorevoli Parlamentari, mi è stata sottoposta per la promulgazione la legge recante: “Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento”, approvata dalla Camera dei Deputati il 21 settembre 2005 e dal Senato della Repubblica il 12 gennaio 2006. Dopo accurata disamina, ritengo di dover formulare alcune osservazioni di fondo, che attengono alla costituzionalità di disposizioni contenute nel testo a me inviato. L’articolo 7 della legge modifica l’articolo 606 del codice di procedura penale che disciplina i casi di ricorso per Cassazione, stabilendo che tra essi rientrano la ”mancata assunzione di una prova decisiva quando la parte ne ha fatto richiesta, sempre che la stessa fosse ammissibile’ e la mancanza o la contraddittorietà ovvero la manifesta illogicità della motivazione della sentenza.

Le modificazioni apportate all’articolo 606 del codice di procedura penale, da un lato, sopprimono la condizione che la mancata assunzione di una prova decisiva sia rilevante come motivo di ricorso soltanto se adotta come controprova rispetto a fatti posti a carico o a discarico dal pubblico ministero o dall’imputato; dall’altro, fanno venir meno la condizione che la mancanza o la manifesta illogicità della motivazione debbano emergere esclusivamente dal testo del provvedimento impugnato.

Queste modificazioni generano un’evidente mutazione delle funzioni della Corte di Cassazione, da giudice di legittimità a giudice di merito, in palese contrasto con quanto stabilito dall’articolo 111 della Costituzione, che, al penultimo comma, dispone che ”contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso per Cassazione per violazione di legge’.

Nei limiti indicati nella precedente formulazione dell’articolo 606 del codice di procedura penale, la valutazione della motivazione demandata dalla Corte di Cassazione atteneva al controllo della legalità della sentenza. Oggi, dalla seconda modificazione introdotta, inevitabilmente discende che la Corte di Cassazione debba procedere al controllo della legalità dell’intero processo, riconsiderandone ogni singolo atto.

Analoga mutazione si verifica per effetto della prima modificazione, nella parte in cui obbliga la Corte al controllo del fascicolo processuale in ogni caso di asserita decisività di qualsiasi prova non ammessa.

Tale mutazione diventerebbe ancora piu’ gravida di conseguenze ove i due motivi di ricorso – vizi della motivazione e assunzione di prove – fossero congiuntamente dedotti.

Una Corte Suprema chiamata ad esercitare funzioni di merito di tale estensione perde la sua connotazione principale – ulteriormente esaltata dalla recente riforma dell’ordinamento giudiziario – di ”organo supremo della giustizia” che ”assicura l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge’ (articolo 65 del vigente ordinamento giudiziario), il cui carattere insopprimibile è stato ribadito nella lettera inviata il 3 gennaio 2006 al Primo Presidente della Corte di Cassazione dal Presidente del Consiglio di Amministrazione della Rete dei Presidenti delle Corti Supreme giudiziarie dell’Unione Europea.

Il Primo Presidente della Corte di Cassazione ha chiaramente indicato che una delle conseguenze della modifica introdotta sarà l’impossibilità di continuare a utilizzare il meccanismo di selezione dei ricorsi stabilito dall’articolo 610, comma 1, del codice di procedura penale, che ha consentito negli ultimi anni ”una decisiva economia delle risorse, indirizzando verso la settima Sezione penale della Corte (cosidetta sezione ”filtro”, ndr.) il 45 per cento dei procedimenti pervenuti”. Questa circostanza, unita all’ampliamento dei motivi del ricorso per Cassazione, condurrà alla crescita in termini esponenziali del carico di lavoro della Corte e al progressivo accumulo di arretrato. Il rischio è che ne risulti compromesso ”il bene costituzionale dell’efficienza del processo, qual è enucleabile dai principi costituzionali che regolano l’esercizio della funzione giurisdizionale, e il canone fondamentale della razionalità delle norme processuali” (cfr. la sentenza della Corte Costituzionale n.353 del 1996). Questo rischio va a recare un vulnus al precetto costituzionale del buon andamento dell’amministrazione – articolo 97 della Costituzione – applicabile, secondo la giurisprudenza della Corte Costituzionale, anche agli organi dell’amministrazione della giustizia (cfr. le sentenze della Corte Costituzionale n.86 del 1982 e n.18 del 1989). Tutto ciò è aggravato dalla norma transitoria (articolo 9 della legge) che, da un lato, prevede l’applicabilità anche ai procedimenti pendenti delle nuove disposizioni che ampliano i casi di ricorso per cassazione e, dall’altro, converte in ricorso per cassazione ”l’appello proposto prima della data di entrata in vigore della presente legge contro una sentenza di proscioglimento’.

Un altro problema, strettamente collegato ai precedenti e che si muove in direzione di un netto aggravamento della situazione già posta in evidenza, è quello che deriva dall’articolo 4 della legge, che modifica l’articolo 428 del codice di procedura penale, trasferendo dalla Corte d’Appello alla Corte di Cassazione l’impugnazione della sentenza di non luogo a procedere. Ne deriverà non soltanto un ulteriore aumento di lavoro per la Corte di Cassazione, ma anche, in caso di mancata conferma della sentenza di non luogo a procedere, una regressione del procedimento, che ne allungherà inevitabilmente i tempi di definizione.

Alessandro Iacuelli – Kirghizistan tra Oriente ed Occidente

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Altre avvisaglie di rivolgimenti nella piccola ma strategica repubblica asiatica del Kirghizistan. Un gruppo di politici coinvolti nella "Rivoluzione dei Tulipani", che ha portato l’attuale governo al potere, sta premendo verso alcune fondamentali riforme nel Paese, asserendo che dal cambio di regime in poi non è poi cambiato molto.
Per comprendere meglio quanto sta succedendo, occorre fare un piccolo passo indietro nel tempo, fino al marzo 2005 ed alle elezioni che confermano la Presidenza di Askar Akayev, già vincitore delle elezioni nel 1991, 1995, e 2000.
Pochi giorni dopo, spinta dall’opposizione che accusa il governo di brogli elettorali, la "Rivoluzione dei Tulipani" rovescia il governo e costringe il Presidente a fuggire a Mosca, dove è accolto da Putin e riceve asilo politico.

Akayev, di estrazione culturale sovietica, già a capo del soviet supremo del Kirghizistan prima della caduta dell’URSS, viene ricordato come una figura molto ambigua nel panorama politico; dotato di un forte "spirito di conversione" post-sovietico, si è dimostrato un riformatore in senso neoliberista: ha ristrutturato l’apparato esecutivo per adattarlo al proprio liberismo politico ed economico ed ha intrapreso riforme che sono considerate le più radicali e di tipo occidentale tra tutte le repubbliche dell’Asia centrale.

Dal 2001, Akayev assume posizioni decisamente filoamericane, nonostante la maggioranza della popolazione sia musulmana sunnita. A seguito di tale politica, il Kirghizistan ha dato appoggio logistico all’aggressione militare contro il vicino Afghanistan e, nel 2002, ha permesso la costruzione di una grande base aerea statunitense nei pressi della capitale Bishkek.
E’ bene poi sottolineare come questo paese povero, desertico, montagnoso, con un tenore di vita bassissimo, sia strategicamente fondamentale per tutto l’assetto della regione asiatica, essendo in un’area di forte influenza russa, ma confinante sia con l’Afghanistan sia con la Cina.

E proprio in questa direzione guarda il rivolgimento istituzionale del 2005 destinato a cambiare il quadro delle alleanze internazionali. Rivolgimento che è spinto da tutte le forze politiche: partiti filo americani, islamici e indipendenti portano al comando del Paese Kurmanbek Bakiyev e Felix Kulov, quest ultimo liberato da una lunga detenzione proprio in occasione della deposizione di Akayev.
Non appena eletto, Bakiyev dichiara che "occorre riconsiderare la presenza delle basi americane sul territorio nazionale", asserendo che possono essere smobilitate in quanto la situazione nella regione è sotto controllo.
A seguito della lunga serie di "rivoluzioni" nelle repubbliche dell’area dell’ex-URSS, in meno di due anni gli USA, con la motivazione del supporto alle operazioni militari in Afghanistan, hanno collocato tra Kazakhistan, Kirgizistan, Turkmenistan e Tajikistan circa 100.000 militari, con mezzi terrestri ed aerei, a ridosso della Russia, ed al confine con la Cina.
In seguito alla visita di Donald Rumsfeld a Bishkek ed a tutte le basi americane nella zona, avvenuta durante la scorsa estate, Bakiyev, senza temere eventuali reazioni da parte americana, ha anche aderito allo SCO (Shanghai Cooperation Organization), aderendo alla nascente politica di scambi economici, ma anche militare, tra Russia e Cina.

Alla fine di settembre 2005, il governo pretende ed ottiene le dimissioni di sei ministri, accusati di non essere allineati con la nuova politica filo asiatica del presidente. Questo cambio al vertice ha essenzialmente liquidato tutti gli esponenti del movimento di marzo aventi posizioni filo occidentali in generale e filo americane in particolare, al prezzo di un indebolimento del consenso popolare.
Il 24 dicembre nella capitale Bishkek ha avuto luogo un’assemblea (kurultai) nazionale, fortemente voluta da Azimbek Beknazarov e Roza Otunbaeva, tra i promotori della rivolta che portò alla rivoluzione.
Beknazarov infatti ha avuto incarichi nel nuovo governo ed ha sostenuto azioni di allontanamento dalla sfera pubblica di esponenti dell’era fedele ad Akayev, sospettati di corruzione. Nel settembre scorso poi ha abbandonato ogni incarico.
Otunbaeva, ex ambasciatrice, ha ricoperto l’incarico di ministro degli esteri, incarico poi revocato dal Parlamento alla fine di settembre.
I due sono sono alla testa di un movimento politico chiamato semplicemente "Kyrgyzstan", che raccoglie il favore di alcuni partiti d’opposizione, ma anche personalità di spicco della società civile.
I partecipanti all’assemblea, circa 300 persone tra cui alcuni parlamentari, hanno manifestato insoddisfazione verso i cambiamenti avvenuti dopo la rivoluzione, al punto in cui per molti quella di marzo è stata solo la prima fase di una "rivoluzione da continuare".
Intervistato sull’argomento, Beknazarov ha dichiarato: "Abbiamo commesso degli errori, e la rivoluzione non è terminata. L’errore principale è stato l’intraprendere la strada legale delle riforme, basandoci sulla legalità del vecchio regime, invece di creare un governo provvisorio ed una commissione rivoluzionaria".
Al termine dell’incontro, i partecipanti hanno votato all’unanimità alcune risoluzioni che mirano a promuovere un referendum per il prossimo febbraio riguardante la struttura stessa dello Stato, ad interrogare il governo circa i progressi compiuti fino ad ora, per l’allontanamento delle persone che hanno lavorato per il governo di Akayev, per un congelamento della legge che permette la vendita dei beni appartenuti alla famiglia Akayev.
Queste le cose dette alla stampa dalla nuova opposizione.

Dall’altro lato, gli esponenti del governo, lasciando intendere tra le righe che dietro il movimento di Beknazarov e Otunbaeva potrebbe esserci l’azione di una mai nominata "potenza straniera", rigettano le accuse. Come ricorda Bolot Januzakov, "chi non ha lavorato con il regime di Akayev? Certo, noi non lavoravamo per Akayev, ma sotto di lui! Espellere tutti coloro che hanno lavorato sotto quel regime, significa espellere tutti".
La questione che resta aperta è cosa i neo-rivoluzionari potranno fare per cambiare il corso politico del Kirghizistan. Molto probabilmente, il terreno di confronto sarà sul referendum di febbraio ma anche sull’altro referendum, per l’approvazione della nuova Costituzione, che il governo ha intenzione di svolgere entro la fine del 2006.

Le posizioni dei due schieramenti iniziano ad essere chiare: da un lato il governo che vorrebbe entrare a far parte definitivamente dello SCO e quindi entrare nel nuovo blocco asiatico russo-cinese, dall’altro c’è l’opposizione, che vorrebbe un Kirghizistan più occidentalizzato. Il tutto si gioca sul terreno della zona cuscinetto tra mondo arabo, Russia e Cina, sotto gli occhi vigili degli USA.

da www.altrenotizie.org

Maurizio Musolino – L’affaire Siria

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"Siamo nel mirino", è questa la consapevolezza che attraversa l’intera società siriana. Una frase che suona come un ritornello nei mercati, come nelle università, nelle moschee come negli affollati uffici ministeriali. Tutti sanno che dopo la guerra e l’invasione all’Iraq è proprio la Siria, insieme al vicino Iran, ad essere indicata dall’amministrazione Bush come lo stato responsabile e colluso con il terrorismo internazionale, in pochi però riescono a spiegarsene il motivo.
La Siria è oggi l’unico Stato, nell’intera regione, ad aver conservato una fortissima impronta laica. Molto più che in Egitto, dove in maniera strisciante (ma non troppo dopo le ultime elezioni e l’affermazione dei Fratelli mussulmani) l’Islam politico è un soggetto influente nella vita politica, qui c’è una sorta di rivendicazione del pluralismo religioso. Una necessità per un Paese da decenni governato dalla dinastia Al Assad, famiglia di religione alawita, una piccola corrente del frastagliato universo islamico.

Fu proprio il padre dell’attuale presidente, Hafez Al Assad, ad essere un precursore della lotta all’integralismo religioso quando negli anni Ottanta intraprese una vera e propria guerra contro l’islamismo radicale che culminò con il bombardamento di Hama, cittadina a metà strada fra Aleppo e Damasco. Da allora molte cose sono cambiate, ma certamente l’agibilità politica per i partiti religiosi è in Siria assai limitata. Del resto una situazione analoga si registrava anche in Iraq prima dell’invasione anglo-americana. Il regime autoritario di Saddam Hussein solo negli ultimi mesi della propria esistenza aveva aperto alle forze islamiche, precedentemente sempre perseguitate in nome di un laicismo ba’hatista che aveva caratterizzato oltre un ventennio di vita politica. Da qui la prima domanda che viene d’obbligo a chiunque voglia interrogarsi seriamente su cosa avviene in questa martoriata parte del mondo: come può Bush accusare il presidente Bashar di complicità con Al Qaida? E soprattutto perché chi ha dichiarato guerra all’islamismo radicale oggi vuole colpire uno fra i pochi Stati laici della regione?

La vicenda siriana rafforza la sensazione che l’obiettivo della Casa Bianca non sia mai stato né Bin Laden, négli altri "mostri" di volta in volta creati. Il vero obiettivo è la disgregazione degli Stati nazionali e soprattutto dell’idea stessa di nazionalismo panarabo che aveva caratterizzato l’intero processo di decolonizzazione negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta. Forte dell’antico detto romano "dividi et impera", i teorici neocons hanno deciso che l’unico modo per assicurarsi il controllo di una area del mondo strategicamente importantissima, sia in chiave di risorse energetiche che geograficamente, è l’abbattimento degli attuali Stati nazionali. Questo è accaduto in Afghanistan, sta accadendo in Iraq, si vorrebbe far accadere in Siria e Iran. Un ritorno ad un mondo tribale che faticosamente sembrava essere oramai alle spalle dei Paesi del Medioriente. Poco importa se questo può portare ad una instabilità foriera di terrore e sangue.

Del resto su questa linea Bush ha trovato un facile alleato in Israele volenteroso di ridimensionare tutti i Paesi vicini per superare la psicosi di nanismo generata dall’essere uno Stato piccolissimo di appena sei milioni di abitanti e con un territorio equivalente a quello di una media regione italiana. Per Israele la disgregazione di Siria, Iraq e Iran è una vera e propria assicurazione per la vita in vista di un futuro più o meno lontano nel quale lo Stato ebraico perdesse la funzione di baluardo degli interessi americani nell’area.
A questo proposito molti commentatori leggono l’evoluzione della crisi irachena, con la volontà Usa di dialogare con settori sunniti della resistenza, strettamente collegata alla crisi siriana. Damasco potrebbe diventare moneta di scambio per compensare la perdita di egemonia sunnita in Iraq. Una Siria di stretta osservanza sunnita diventerebbe una controparte succosa in cambio dell’accettazione di una divisione territoriale dell’Iraq che assegnerebbe alla popolazione sunnita una fetta di Paese limitata e di scarso interesse economico ed energetico. Per realizzare questo progetto, cosa di meglio che attaccare Damasco proprio partendo dalla nazione simbolo delle divisioni etnico religiose? Da qui le pressione che da circa due anni – le date coincidono con la consapevolezza di Bush che la campagna irachena non sarebbe stata né facile, né breve – si sta esercitando verso il Libano.

Tutto è iniziato circa diciotto mesi fa prendendo spunto dalla riconferma dopo due mandati del Presidente della repubblica Emil Lahoud. Lahoud, libanese maronita, ex capo di Stato maggiore dell’esercito, aveva avuto il merito di traghettare il Paese verso quello che sembrava un definitivo superamento della guerra civile. Aveva ricreato un esercito veramente nazionale, con il contributo di tutte le componenti del Paese dei Cedri, aveva pacificato il Libano riuscendo a tessere stretti rapporti con il vicino siriano e con le forze della resistenza guidate da Hezbollah; non trascurando però, anche grazie all’ex presidente del consiglio Rafik Hariri, assassinato nella scorsa primavera a Beirut, i contatti con i ricchi Paesi del Golfo e con i sauditi che avevano fatto la parte del leone nella ghiotta partita della ricostruzione. La sua rielezione era stata letta come un favore alla Siria se non proprio il risultato di pressione arrivate direttamente da Damasco.

Un vero affronto verso l’indipendenza del Paese, per alcune forze politiche che spalleggiate e finanziate dalla Francia e dagli Usa hanno dato vita ad un cartello delle opposizioni che avevano come unico punto del loro programma l’uscita dei militari di Damasco dal Paese. Militari, è bene ricordarlo, in Libano per volontà della Comunità internazionale al fine di garantire la pace raggiunta dopo gli accordi di Taef. Così si arriva alla formulazione di una risoluzione delle nazioni Unite; la 1559, che chiedeva essenzialmente due cose: il ritiro totale dei soldati siriani dal Libano e la smilitarizzazione di tutte le milizie libanesi. Due richieste a prima vista più che legittime, ma che nascondono intenzioni di natura ben diversa da quella sbandierata. Al già citato progetto di indebolire e colpire il governo di Bashar si aggiunge infatti anche la volontà di rendere inoffensivi gli Hezbollah, legati sia a Damasco che a Teheran, ancora impegnati sul fronte sud del Paese nella liberazione di una parte di territorio ancora occupata da Israele e di umiliare i palestinesi che in oltre 400mila unità vivono in situazioni disperate nei campi del Libano. Un regalo all’alleato Israele. Ma sul terreno libanese non si consuma solo la rottura con la Siria. Beirut diventa anche luogo di ricomposizione fra Bush e Chirac dopo la rottura consumata con la guerra in Iraq. Gli Usa accettano di attribuire alla Francia di nuovo un ruolo nella regione in cambio di un sostanziale appoggio alle sue politiche espansive nell’area.

E in questo contesto che avviene l’omicidio di Rafik Hariri, l’uomo politico più impegnato, fino ad allora, nella campagna antisiriana insieme al leader druso Jumblatt. Troppo facile quindi individuare in Damasco e nei suoi servizi le responsabilità di questo assassinio, anche in presenza di più di un elemento che poteva far ricondurre l’attentato contro Rafik a regolamenti di conti di natura prevalentemente finanziaria. Conti che sicuramente passavano anche per la capitale siriana ma che nulla avevano a che fare con una possibile strategia del governo Bashar per colpire chi si opponeva alla sua presenza in Libano. Dopo la morte di Hariri molti veli cadono e soprattutto si registra un esplodere dell’attivismo maronita. Protagonisti delle piazze diventavano i rampolli di famiglie storiche e famigerate quali Gemayel, Frangié, Aoun e Gea Gea. Ad orchestrare il tutto l’arcivescovo maronita di Beirut Sfeir. Ma da noi questi nomi per i più dicono poco e sui rotocalchi si esalta la piazza pubblicando i volti di giovani che si riproponevano di emulare la rivoluzione arancione Ucraina. La situazione degenera in pochi giorni, il Paese dei cedri sembrava essere ritornato sull’orla di una guerra civile che si scopre non sopita. Hezbollah porta in piazza oltre un milione di persone per ribattere a queste pressioni. Ma alla fine stretta in una morsa violenta e sull’onda di una forte richiesta popolare Damasco sarà costretta a capitolare e nel giro di poche settimane ritira completamente il suo contingente militare dal Libano. In quei giorni, paradossalmente, Bush affermava che senza quel ritiro, sotto occupazione, non si sarebbero mai potute svolgere elezioni veramente libere.

Ma il ritiro a questo punto non basta più. Si scopre il vero obiettivo dell’intero "affaire": la Siria. Inizia così proprio in concomitanza con l’uscita dal Libano una escalation contro Damasco fatta di blocchi di conti correnti, di sanzioni economiche, di provocazioni militari al confine iracheno e di accuse, appunto, di sostenere il terrorismo internazionale. Culmine di questa strategia è l’istituzione di una commissione di inchiesta internazionale chiamata ad indagare sull’omicidio di Rafik Hariri. A guidare questa commissione viene chiamato un tedesco, Mehlis. Lo stesso che negli anni Novanta era stato nominato alla testa di una analoga commissione in Libia.
Da quella esperienza era uscito malissimo, infatti gran parte del castello accusatorio si era dimostrato infondato e frutto solo di un accurato lavoro di disinformazione messo in atto dai servizi segreti occidentali. L’uomo giusto, quindi. Mehlis non perde il suo vizio e costruisce l’impianto accusatorio su testimoni inaffidabili, alcuni dei quali ritrattano poche settimane dopo la sentenza.

Ma a caratterizzare le indagini c’è una precisa volontà di considerare il governo siriano sul banco degli imputati. Continue le richieste di interrogatori a cittadini siriani, accompagnate però dal rifiuto di procedere a queste udienze a Damasco. Viene rifiutata anche una proposta di mediazione che individua nell’Egitto un possibile Paese terzo dove poter svolgere gli interrogatori. Nulla ferma la volontà di individuare nella Siria il nuovo "Satana". Tanto meno le riforme che si stanno portando avanti che prevedono una sostanziale liberalizzazione del mercato e l’introduzione di una forma di multipartitismo. Riforme che sono seguite ad un congresso del partito ba’hat che non è sbagliato definire storico dal quale è uscito un gruppo dirigente rinnovato al 75%.
Partono così le accuse al Presidente Bashar di non collaborazione e le relative minacce di pesanti ripercussioni. Nessuno però si preoccupa di spiegare per quale motivo la risoluzione delle Nazioni Unite anche questa volta sembra avere carattere ultimativo per uno Stato arabo mentre a decine sono puntualmente disattese da Israele senza che nulla accada. Così come nessuno si preoccupa di rassicurare la popolazione siriana convinta di "essere nel mirino" e che ad una caduta dell’attuale governo possa corrispondere solo una crescita di influenza da parte di quell’Islam politico che, a parole, l’occidente dice di voler combattere.

da: www.altrenotizie.org

Razzo fai da te

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La rivista americana  Popular Science avrebbe pubblicato un articolo dove spiega come autocostruirsi una bici razzo. Il progetto e’ di Tim Pickens, gia’ noto per queste bizzarrie.
Le prestazioni della bici razzo supererebbero quelle di una Porsche: da 0 a 100 km/h in 5 secondi.
La bici razzo utilizza la stessa tecnologia ibrida del razzo spaziale SpaceShipOne, di cui Pickens ha  progettato il sistema di propulsione.
La vera prestazione e’ riuscire a stare in sella.

da: NayNewz

Ellemme – Palestina, un voto sotto l’occupazione

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Il sacro principio della propaganda di Bush in politica estera è l’esportazione della democrazia nei paesi mediorientali. Ma se non c’è oro nero da razziare, a quanto pare, gli USA e i loro alleati israeliani sembrano avere obiettivi ben diversi: è il caso delle elezioni palestinesi. Dopo svariati rinvii e annullamenti, il 25 Gennaio 2006 sembra ormai la data certa per il rinnovo del Parlamento dell’Autorità Nazionale Palestinese. Ma la libertà di voto e la sua segretezza e, ancor prima, la possibilità stessa di accedere alle urne, sono a totale discrezione delle forze occupanti israeliane. Le precedenti elezioni, tenutesi dieci anni fa a ridosso degli accordi di Oslo, servirono per dare una legittimazione al potere di Arafat. Il sistema elettorale maggioritario fu disegnato a tavolino per assicurare una netta vittoria al suo movimento Fatah, che conquistò 57 seggi sugli 88 allora previsti. A causa di questo fatto, le elezioni del 1996 furono boicottate da tutti i gruppi di opposizione, tra cui Hamas e la Jihad Islamica. La grossa novità di quest’anno è la partecipazione alle elezioni di Hamas, che è dato nei sondaggi di poco indietro rispetto a Fatah, il partito dell’attuale Presidente Mahmoud Abbas.

Lo scorso anno, a ridosso dell’annuncio di Hamas, l’allora premier Sharon dichiarò che Israele non avrebbe tollerato la presenza di candidati di organizzazioni terroristiche nelle liste elettorali e che avrebbe vietato le elezioni a Gerusalemme Est. Domenica scorsa, il governo israeliano, presieduto da Ehud Olmert, ha invece annunciato che permetterà il voto ai Palestinesi residenti a Gerusalemme Est, a patto però che i candidati di Hamas vengano cancellati dalle schede elettorali di questa circoscrizione. Tecnicamente, ad ogni Palestinese che si iscriverà al voto, verrà consegnata una scheda preventivamente visionata dalla polizia israeliana. Il capo negoziatore palestinese, Erekat, ha fatto notare che questo permetterà l’identificazione dei singoli elettori e ha chiesto agli Stati Uniti e alla UE di premere affinché il diritto palestinese ad avere libere elezioni venga garantito.

La cronaca della campagna elettorale degli ultimi giorni è frenetica. Il governo israeliano ha vietato ai candidati palestinesi di tenere comizi a Gerusalemme Est e domenica il vice capolista di Hamas, Abu Tutir, è stato arrestato dalla polizia israeliana insieme ad altri candidati all’uscita dalla Spianata delle Moschee a Gerusalemme, mentre si apprestava a tenere una conferenza stampa. Nei giorni scorsi Tutir, in un’intervista al quotidiano Haaretz, aveva esposto la nuova piattaforma politica del gruppo islamico, che prefigura un totale cambiamento di strategia.

Si tratta di due punti fondamentali: da un lato, la decisione, già praticata, di partecipare attivamente alla vita istituzionale palestinese presentandosi alle elezioni amministrative dei mesi scorsi; elezioni che hanno visto la vittoria di candidati di Hamas in alcune città della West Bank settentrionale. Ma la novità principale è la cancellazione dallo statuto dell’organizzazione della clausola riguardante la "distruzione dello Stato di Israele", rimpiazzata dal generico supporto alla resistenza palestinese. Che, si affretta a precisare Tutir, non significa necessariamente lotta armata. Alla domanda se Hamas intenderà partecipare ai futuri negoziati di pace, Tutir osserva che, se necessario, Hamas saprà negoziare meglio di coloro che negli ultimi dieci anni non sono riusciti ad ottenere nulla. Se Hamas parteciperà al futuro governo palestinese, precisa, la questione del negoziato verrà affrontata e discussa nella sede adeguata, cioè il parlamento palestinese.

L’atteggiamento dell’amministrazione americana nei confronti delle elezioni palestinesi è a dir poco schizofrenico. Durante la sua ultima visita in Israele, a Novembre, il segretario di Stato Condoleezza Rice, dopo aver ottenuto l’accordo per l’apertura del valico di Rafah tra la striscia di Gaza e l’Egitto, aveva mostrato apprezzamento per la partecipazione di Hamas alle elezioni, segnale dell’allontanamento del gruppo islamico dalla lotta armata. L’inviato americano David Welch ha inoltre ribadito, durante il suo recentissimo incontro con Abbas a Ramallah, di auspicare un sereno svolgimento delle elezioni, che rafforzeranno la democrazia palestinese. Tuttavia fonti diplomatiche della Casa Bianca Domenica mattina hanno riferito che, se Hamas entrerà a far parte del futuro governo palestinese, gli Stati Uniti ridurranno considerevolmente gli aiuti all’ANP, poiché la legge americana vieta il finanziamento dei gruppi terroristici, tra i quali figura appunto Hamas. L’amministrazione americana, insieme a Shimon Peres che si recherà a Washington nei prossimi giorni, sta poi studiando un piano di sostegno all’attuale presidente Abbas e al suo partito Fatah.

Le elezioni palestinesi pare creino qualche grattacapo anche all’interno della stessa ANP. I sondaggi degli ultimi mesi danno Hamas a pochi punti di distacco da Al Fatah, partito del presidente Abbas, che ha cercato in tutti i modi di posticipare le elezioni nella speranza di riguadagnare posizioni. Dalla morte di Arafat, infatti, si sta giocando all’interno di Fatah un strenua lotta tra la generazione degli ex esuli dell’OLP, che fanno capo ad Abbas, e la nuova generazione di attivisti, cresciuti durante la prima intifada e che si riconoscono in Marwan Barghouti (che attualmente sta scontando cinque condanne a vita nelle carceri israeliane). Si dice che Abbas, dopo aver parzialmente annullato le primarie di Fatah, nelle quali i giovani candidati avevano sonoramente sconfitto la vecchia guardia, stia ora giocando la carta dell’anarchia nella Striscia di Gaza per imporre il rinvio delle elezioni.

Gli episodi di violenza delle ultime settimane, i ripetuti rapimenti (tra cui anche quello di un italiano) e l’abbattimento del muro al confine di Rafah, che ha causato anche l’uccisione di due soldati egiziani, pare abbiano visto come protagonisti infatti militanti del partito del Fatah. Egli stesso in varie occasioni ha affermato di non poter garantire il corretto svolgimento delle elezioni a causa della debolezza delle forze di polizia palestinesi. Lunedì la Jihad ha reso nota la strabiliante richiesta di Abbas di raccogliere e custodire, per la sola settimana del voto, tutte le armi dei militanti della striscia di Gaza in un magazzino, di cui una chiave verrebbe tenuta dall’ANP e una dai militanti stessi. I gruppi islamici hanno rifiutato la proposta.

La strada delle elezioni palestinesi fino al 25 Gennaio è dunque tutta in salita. Tutti i soggetti coinvolti, dagli israeliani agli americani all’ANP stessa, stanno cercando di ostacolarne il libero svolgimento. La sola eccezione è Hamas, che paradossalmente ha facile gioco a presentarsi ai palestinesi come il campione della democrazia. L’unica cosa certa è che il doppio verdetto delle elezioni palestinesi e di quelle israeliane del 28 Marzo, deciderà in un senso o nell’altro il futuro del processo di pace negli anni a venire.

da: www.altrenotizie.org