Giovanna Pavani – Il tribunale della differenza

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Essere madre è una cosa. Essere padre un’altra. Ed è inutile che si continui a dire che che le due cose hanno il medesimo peso sulla bilancia delle responsabilità (ma anche su quella dei valori) perchè non è vero. Specie quando si tratta di scegliere se tenere un figlio oppure abortire. La legge 194 parla chiaro: è solo la donna che decide. Ma a un signore di Monza questo fatto di non contare assolutamente nulla in una scelta finale così drammatica e lacerante non gli andava proprio giù. Ed è arrivato fino al punto di trascinare la moglie in tribunale (perche aveva abortito senza il suo consenso) per chiedere non solo la separazione, ma anche i danni morali perchè lei sarebbe venuta meno ai "doveri" che derivano dal matrimonio.
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Ci sono ancora speranze per questo paese

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"Mi sono proclamato morto e fatto zombie il 9 Gennaio 2006. L’ho fatto contro la politica di questo Paese, che sa il prezzo di tutto e il valore di niente. Lo considero un gesto assurdo e rivoluzionario, forse l’unico per prendere davvero le distanze dall’Italia di oggi. Lo Stato siamo noi? Allora non resta che zombizzarci in massa, per rinascere a sorpresa quando e dove meno se l’aspettano. A una vita solo virtuale bisogna saper rinunciare
attraverso una morte altrettanto virtuale per poter rinascere come cittadini e come Stato.
Perché di una cosa l’Italia ha fame come un tempo: di un radioso Rinascimento. Questo è Zombie: rinunciare al presente per opzionare un futuro felice. Morire vecchi per rinascere nuovi.
Con tenerezza e rabbia. Forza Zombie!"
 
da: NayNewz

Cinzia Frassi – La crociata di Storace

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Dopo l’inchiesta sull’applicazione della legge 194, l’attenzione per il lavoro dei consultori, la proposta di aprirli ai volontari del movimento per la vita, le regolari dichiarazioni del Cardinal Ruini, ora il campo di battaglia sulla Ru486 si è spostato in Toscana.
Il fronte sta proprio lì, dove da tre mesi è possibile procedere all’interruzione di gravidanza evitando l’intervento chirurgico e ricorrendo all’assunzione della Ru486, che la Regione Toscana acquista da una società francese, la Excelgyn, in forza del decreto 11 febbraio 1997 che consente di importare farmaci non autorizzati in Italia.

Per non seguire la strada della sperimentazione battuta dalla regione Piemonte, la Toscana non ha fatto altro che applicare il decreto ministeriale 11 febbraio 1997, secondo il quale un farmaco approvato dall’Emea, Agenzia europea dei medicinali, può essere prescritto anche se non commercializzato in Italia, a condizione che ci sia una prescrizione specifica per ogni paziente e che l’acquisto sia comunicato al ministero competente

L’Assessore alla salute della regione Toscana Enrico Rossi si trova in prima linea su quel fronte già dagli inizi di novembre, quando nell’ospedale Lotti di Pontedera, in provincia di Pisa, venne eseguita la prima interruzione volontaria di gravidanza mediante l’utilizzo della pillola incriminata.
Va aggiunto che nella successiva fornitura richiesta alla ditta francese qualcosa non funzionò.
La consegna giunse misteriosamente troppo tardi all’ospedale di Pontedrera e 4 donne dovettero sottoporsi ad intervento chirurgico per interrompere la gravidanza, avendo ormai superato il termine oltre il quale non è più possibile somministrare l’Ru486.

Modificando il decreto riguardante l’importazione dei farmaci non registrati in Italia, il ministro Storace renderà molto difficile l’arrivo della Ru486, piegando così al suo volere la regione presa di mira, l’unica in Italia ad importare il farmaco.
Storace ha dichiarato che "è in animo del ministero valutare una modifica del decreto dell’11 febbraio 1997 (sull’importazione di medicinali registrati all’estero) per specificare gli ambiti dell’acquisto di farmaci attraverso idonee motivazioni, sulla base di valide considerazioni tecniche e scientifiche"".

Al ministro Storace, che definisce la pillola Ru486 "un incentivo all’aborto" ed etichetta la Regione Toscana come "la regina dell’incentivo all’aborto", risponde l’assessore che sottolinea invece di aver sempre lavorato nel rispetto della legge e con i dati sull’IVG: nel 2004 sono state eseguite 523 interruzioni di gravidanza e l´anno scorso 511, comprese le 31 con la Ru486, mentre dal 1980 in poi gli aborti sono diminuiti del 50%.

Ferma è anche la risposta al ministro del primario del reparto di ginecologia dell’ospedale Lotti di Pontedrera, dottor Srebot, che a quanto pare non è disposto ad arrendersi e vuole andare avanti "nel rispetto delle regole per garantire il meglio alle nostre pazienti".

"Il meglio alle nostre pazienti". Il terreno su cui confrontarsi potrebbe dunque essere proprio la salute delle donne e l’opportunità di scongiurare un intervento chirurgico mediante la possibilità offerta dalla pillola Ru486, scelta peraltro già fatta da numerosi stati europei come Gran Bretagna, Svezia, Spagna, Germania, Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia e da Svizzera e Stati Uniti. Possibile che in tutti questi paesi si incentivi l’aborto?

Tuttavia, la Ru486, la 194 e l’interruzione volontaria di gravidanza e, più in generale, l’autodeterminazione delle donne, si trovano in realtà su un terreno di scontro ben più ampio: la laicità dello stato e le spinte autoritarie ecclesiastiche impegnate "in difesa della vita" e su qualsiasi tema di natura morale ed etica.
Basti il fatto che l’affermazione nell’enciclica di Papa Benedetto XIV "Deus caritas est" per cui "la Chiesa non deve fare politica" di pochi giorni fa, debba essere interpretata alla luce di quanto dichiarato oggi dal Vaticano, che invita "i cristiani a valutare i programmi di chi li governa in base al criterio della giustizia, della promozione dei valori cristiani e umani, e di quelli religiosi".
Questo, appunto, perché il Vaticano "non deve fare politica"…

da: www.altrenotizie.org

Raffaele Matteotti – L’eversione delle élites

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La forza e la potenza dei paesi che nelle epoche si sono imposti alla luce della storia, si sono sempre fondate su una burocrazia efficiente e sul rendiconto preciso che l’amministrazione era in grado di fornire alla guida politica.
Quello di poter disporre di dati affidabili sui quali fondare il governo dei fenomeni politici ed economici è un problema attuale per la Cina, dove il governo centrale riceve solo rapporti edulcorati dalle amministrazioni periferiche, ma anche per gli Stati Uniti.
Negli USA il problema nasce però dai vertici, che dalle statistiche e dalle misurazioni e rendiconti, in questo momento possono trarre solo sconfessioni al loro operato.
Spariscono così i dati sull’inquinamento, che vengono pubblicati solo dopo esser stati "corretti" da uomini distaccati appositamente dai petrolieri presso l’amministrazione; spariscono i controlli e rendiconti contabili sulle spese per la guerra, ormai fuori controllo e, alla stessa maniera, è sparito anche l’annuale rapporto sul terrorismo.
Un rapporto discutibile e discusso, posto che la qualifica di "terrorista" veniva attribuita abbastanza arbitrariamente dall’amministrazione USA, ma la sparizione del quale ha fatto rumore negli ambienti diplomatici.

Già l’anno scorso il rapporto, contestato dall’India perché gli attentati "islamici" sul suo territorio non erano calcolati, fu ritardato fin dopo l’elezione presidenziale, e pubblicato con una serie di avvertenze che lo qualificavano praticamente come sbagliato.
Quest’anno il rapporto non ci sarà e basta; troppo scomodo ammettere che gli atti di "terrorismo" sono aumentati, troppo difficile distinguere quali degli attentati in Iraq siano "terroristi" e quali invece azioni di guerriglia, troppo difficile schierarsi e definire gli attentati in Cina, Russia e in altre regioni del mondo come atti criminali o legittime resistenze da parte delle minoranze.
Condoleeza Rice ha quindi tagliato la testa al toro e deciso che il rapporto non uscirà.
Con questa felice decisione la Rice ha però infranto uno dei principi essenziali della gestione dei fenomeni complessi, cioè quello per il quale occorre misurare i fenomeni per comprenderli e per capire se le soluzioni a loro applicate siano o no efficaci.
Nei prossimi giorni Bush, in occasione del discorso sullo stato dell’Unione, griderà che la "guerra globale al terrorismo" continua e che gli USA ed i "volenterosi" alleati la stanno vincendo, senza tuttavia poter esibire alcun dato che sostenga questa opinione.
Un metodo che contraddice qualsiasi principio di corretta gestione, sia imprenditoriale che politica, e che serve solamente a nascondere i dati che testimoniano il fallimento americano sotto il tappeto, e chiedere alle pubbliche opinioni di credere a Bush, come una volta si doveva credere alla "parola di re".
Un metodo che però rende evidenti a tutto il mondo alcune cose: che il governo cerca di nascondere i dati sgraditi; la sua totale incompetenza (testimoniata dall’abbandono delle sane procedure gestionali); un’altrettanto totale confusione burocratica, visto che a questo punto i dati dell’amministrazione USA sono da considerare artefatti fino a prova contraria.

Un altro aspetto poco considerato è che il rapporto è previsto da una legge, che ne impone la stesura, e che l’Amministrazione infrange senza darsi neppure la pena di modificarla, come farebbe un Berlusconi qualunque. Lo stile di Bush è in definitiva abbastanza simile a quello del premier italiano, ma gli americani, in particolare gli editorialisti più accreditati tendono a mal sopportare l’impiego della "parola di re", convinti di essere ancora nella democrazia dei checks and balances. Allo stesso tempo, Bush ha sempre più difficoltà nell’affermare che la guerra al terrorismo evolve positivamente, visto che tutti ricordano benissimo altre sue dichiarazioni sulla guerra in Iraq che era, bontà sua, finita.

Come Berlusconi, Bush demolisce le precauzioni istituzionali e legali poste a controllo dell’operato del potere, ma questa è una strategia miope, capace forse di prolungare l’agonia del suo governo, ma assolutamente pericolosa per i danni che contribuisce ad occultare o a sottostimare, siano la tragica evoluzione della guerra, che il disastro ecologico globale. Ancora oggi il Washington Post (quotidiano dell’establishment spesso complice nella rimozione degli allarmi ambientali) riferisce che gli scienziati non discutono più sul se e sul come si vada verso una catastrofe climatico-ecologica, ma che si esercitano ormai sull’individuare il punto di non-ritorno oltre il quale l’umanità non potrà che cercare di sopravvivere a una catastrofe epocale. Negli stessi giorni Bush sostiene che l’ambiente sarà salvato dai progressi tecnologici delle aziende americane, per le quali non occorre alcuna disciplina, mentre a Davos le elite economiche festeggiano i bilanci rigonfi ballando nel salone del Titanic.

In tutto il mondo assistiamo ormai a quella che C. Lash ha definito la "ribellione delle élite", un fenomeno per il quale i detentori del potere si fanno eversori delle stesse leggi che sono chiamati a far osservare e che rischia di condurre il pianeta alla catastrofe per mano degli avidi liberati da qualsiasi disciplina e dalla morte delle virtù e delle leggi democratiche.
Non c’è da stare allegri.

da: www.altrenotizie.org

 

Moltiplicazione dei pani e dei fan

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Sabato, al PalaCongressi di Firenze, si e’ svolta la Convention di Forza Italia. Alcuni giornali, radio e tv hanno dato la notizia della presenza di un numero da 3000 a 5000 persone. Peccato che il PalaCongressi di Firenze, tra 990 seggiolini e un po’ di balaustra, non possa contenere piu’ di 1500 posti. Dove li hanno messi gli altri? ..probabilmente erano in questura, ad aiutare a contare quei poveracci che ne vedono sempre meno della metà..

da: NayNewz

Basta con i nomi assurdi ai figli!

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E’ l’appello lanciato da Peaches Honeyblossom Michelle Charlotte Angel Vanessa Geldof, la figlia del cantante Bob Geldof.
Peaches (pesca in italiano) puo’ comunque ritenersi fortunata: le sue 3 sorelle si chiamano Fifi Trixabelle, Pixie e Heavenly Hiraani Tiger Lilly.


da: NayNewz

Pier Luigi Tolardo – Primo: riparare i guasti telefonici

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L’assistenza tecnica per la riparazione dei guasti della linea telefonica e dell’Adsl è uno dei punti più deboli della Telecom privatizzata.
[Pubblicato su www.zeusnews.it il 24-12-2005]
 >> di Pier Luigi Tolardo

Per anni si sono decantate le privatizzazioni come il toccasana dell’economia e l’unica possibilità di miglioramento della qualità dei servizi pubblici. Si tratta di una tesi che sta dimostrando in molti settori della vita italiana i suoi limiti più pesanti.

Dalle autostrade che non riescono a dare assistenza agli automobilisti durante le nevicate, ai blackout elettrici, sono molte le conseguenze negative di una gestione dei servizi pubblici che tiene troppo conto delle esigenze di redditività degli azionisti a scapito del servizio reso ai consumatori sono sotto gli occhi di tutti.

Uno dei settori in questo deficit di qualità, in cui la privatizzazione ha comportamento un netto e deciso peggioramento è sotto gli occhi di tutti: si tratta dell’assistenza tecnica di Telecom Italia…

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Mazzetta – Il giorno della memoria selettiva

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La forza e la potenza dei paesi che nelle epoche si sono imposti alla luce della storia, si sono sempre fondate su una burocrazia efficiente e sul rendiconto preciso che l’amministrazione era in grado di fornire alla guida politica.
Quello di poter disporre di dati affidabili sui quali fondare il governo dei fenomeni politici ed economici è un problema attuale per la Cina, dove il governo centrale riceve solo rapporti edulcorati dalle amministrazioni periferiche, ma anche per gli Stati Uniti.
Negli USA il problema nasce però dai vertici, che dalle statistiche e dalle misurazioni e rendiconti, in questo momento possono trarre solo sconfessioni al loro operato.
Spariscono così i dati sull’inquinamento, che vengono pubblicati solo dopo esser stati "corretti" da uomini distaccati appositamente dai petrolieri presso l’amministrazione; spariscono i controlli e rendiconti contabili sulle spese per la guerra, ormai fuori controllo e, alla stessa maniera, è sparito anche l’annuale rapporto sul terrorismo.
Un rapporto discutibile e discusso, posto che la qualifica di "terrorista" veniva attribuita abbastanza arbitrariamente dall’amministrazione USA, ma la sparizione del quale ha fatto rumore negli ambienti diplomatici.

Già l’anno scorso il rapporto, contestato dall’India perché gli attentati "islamici" sul suo territorio non erano calcolati, fu ritardato fin dopo l’elezione presidenziale, e pubblicato con una serie di avvertenze che lo qualificavano praticamente come sbagliato.
Quest’anno il rapporto non ci sarà e basta; troppo scomodo ammettere che gli atti di "terrorismo" sono aumentati, troppo difficile distinguere quali degli attentati in Iraq siano "terroristi" e quali invece azioni di guerriglia, troppo difficile schierarsi e definire gli attentati in Cina, Russia e in altre regioni del mondo come atti criminali o legittime resistenze da parte delle minoranze.
Condoleeza Rice ha quindi tagliato la testa al toro e deciso che il rapporto non uscirà.
Con questa felice decisione la Rice ha però infranto uno dei principi essenziali della gestione dei fenomeni complessi, cioè quello per il quale occorre misurare i fenomeni per comprenderli e per capire se le soluzioni a loro applicate siano o no efficaci.
Nei prossimi giorni Bush, in occasione del discorso sullo stato dell’Unione, griderà che la "guerra globale al terrorismo" continua e che gli USA ed i "volenterosi" alleati la stanno vincendo, senza tuttavia poter esibire alcun dato che sostenga questa opinione.
Un metodo che contraddice qualsiasi principio di corretta gestione, sia imprenditoriale che politica, e che serve solamente a nascondere i dati che testimoniano il fallimento americano sotto il tappeto, e chiedere alle pubbliche opinioni di credere a Bush, come una volta si doveva credere alla "parola di re".
Un metodo che però rende evidenti a tutto il mondo alcune cose: che il governo cerca di nascondere i dati sgraditi; la sua totale incompetenza (testimoniata dall’abbandono delle sane procedure gestionali); un’altrettanto totale confusione burocratica, visto che a questo punto i dati dell’amministrazione USA sono da considerare artefatti fino a prova contraria.

Un altro aspetto poco considerato è che il rapporto è previsto da una legge, che ne impone la stesura, e che l’Amministrazione infrange senza darsi neppure la pena di modificarla, come farebbe un Berlusconi qualunque. Lo stile di Bush è in definitiva abbastanza simile a quello del premier italiano, ma gli americani, in particolare gli editorialisti più accreditati tendono a mal sopportare l’impiego della "parola di re", convinti di essere ancora nella democrazia dei checks and balances. Allo stesso tempo, Bush ha sempre più difficoltà nell’affermare che la guerra al terrorismo evolve positivamente, visto che tutti ricordano benissimo altre sue dichiarazioni sulla guerra in Iraq che era, bontà sua, finita.

Come Berlusconi, Bush demolisce le precauzioni istituzionali e legali poste a controllo dell’operato del potere, ma questa è una strategia miope, capace forse di prolungare l’agonia del suo governo, ma assolutamente pericolosa per i danni che contribuisce ad occultare o a sottostimare, siano la tragica evoluzione della guerra, che il disastro ecologico globale. Ancora oggi il Washington Post (quotidiano dell’establishment spesso complice nella rimozione degli allarmi ambientali) riferisce che gli scienziati non discutono più sul se e sul come si vada verso una catastrofe climatico-ecologica, ma che si esercitano ormai sull’individuare il punto di non-ritorno oltre il quale l’umanità non potrà che cercare di sopravvivere a una catastrofe epocale. Negli stessi giorni Bush sostiene che l’ambiente sarà salvato dai progressi tecnologici delle aziende americane, per le quali non occorre alcuna disciplina, mentre a Davos le elite economiche festeggiano i bilanci rigonfi ballando nel salone del Titanic.

In tutto il mondo assistiamo ormai a quella che C. Lash ha definito la "ribellione delle élite", un fenomeno per il quale i detentori del potere si fanno eversori delle stesse leggi che sono chiamati a far osservare e che rischia di condurre il pianeta alla catastrofe per mano degli avidi liberati da qualsiasi disciplina e dalla morte delle virtù e delle leggi democratiche.
Non c’è da stare allegri.

da: www.altrenotizie.org

Sara Nicoli – Il Cavaliere del “Me ne frego”

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Adesso bisogna solo attendere e vedere davvero quello che farà. Anche se tutto lascia presupporre che il Cavaliere metterà in pratica esattamente quello che ha detto ieri ai suoi a commento dell’intervento del Presidente Ciampi che richiamava al concetto di democrazia insito nella par condicio. "E’ un attacco personale nei miei confronti: me ne frego", questa la sobria risposta.
Dopo il rinvio alle Camere della legge Pecorella, la contesa sulla data del voto, l’essere invitato a firmare un impegno scritto è risultato insopportabile. Il cavaliere si è sentito piccato, "come se la mia parola non avesse valore", da quel richiamo di Ciampi ad applicare la par condicio anche prima che entri formalmente in vigore. Le parole del capo dello Stato hanno avuto per Berlusconi un solo significato: Ciampi è sceso in campo contro di lui per favorire l’Unione.

A Berlusconi, infatti, la parola democrazia non gli entra proprio in testa e valga per tutti, come esempio, quanto è riuscito a far fare ai suoi commissari in Vigilanza Rai la scorsa settimana, quando un gioco sottile di emendamenti da parte della maggioranza della Cdl, ha consentito l’approvazione di un regolamento che, in buona sostanza, non ha lasciato alcuno spazio televisivo Rai ai piccoli partiti e reso comunque complicata l’applicazione reale della par condicio nei programmi della tv pubblica. Si è trattato di un modo come un altro per disinnescare una legge che i tempi parlamentari, ma anche l’opportunità politica, non gli hanno consentito di stravolgere come avrebbe voluto. Ecco perchè il Presidente della repubblica è stato costretto a fare nuovamente la voce grossa invocando il rispetto delle regole. Solo che questo, per Berlusconi, è inaccettabile. Perché il padrone è lui, comanda lui, decide tutto lui e guai a chi osa contraddirlo, casomai ricordandogli che le regole valgono per tutti, non solo per gli altri. E quando viene richiamato all’ordine si comporta in modo aggressivo e infantile, denigrando l’avversario e cercando di screditare i suoi vessilli normativi. Come la par condicio che lui continua a chiamare, nei comizi, "marx condicio" non facendo più ridere neppure Cicchitto. Il messaggio del Cavaliere, comunque, è stato chiaro: è una legge bavaglio e illiberale che entrerà in vigore dall’11 febbraio. Fino ad allora, questo il sobrio messaggio, "continuerò a fare un po’ come cavolo mi pare".

Non gli sarà così facile, ma ha comunque delle possibilità. Perché il Quirinale si è confermato il solo, vero avversario della prepotenza mediatica e istituzionale del Cavaliere. L’Unione e Prodi si riparano dietro le prorompenti iniziative del Colle, dando l’idea di manifesta incapacità a fronteggiare la prepotenza del Presidente del Consiglio su qualsiasi piano. Tutti in coro dietro a Ciampi, ma da parte dei leader dell’Unione non si è ancora vista un’iniziativa, una mobilitazione, un sospiro capace di rubare, anche solo per un attimo, almeno la scena mediatica di Sua Emittenza.

Per non parlare di quella politica. La sinistra non riesce ad uscire dal complesso di una dirittura morale che si traduce, nell’era in cui si vince se si sfonda il video anche di prepotenza, in un’incapacità ed inadeguatezza comunicativa sconcertante. In questo momento, però, il Paese non sa che farsene dei "vincitori morali", ha bisogno di vincitori reali. D’altra parte, anche Ciampi ha perso tutti i duelli ingaggiati con il Cavaliere sul fronte delle regole, pur uscendone come "vincitore morale". A cosa è servito, sul piano pratico? A far dire agli elettori di sinistra "meno male che c’è Ciampi", pur essendo il Presidente solo una diga Costituzionale e di rispetto delle regole, non certo un avversario politico in campo contro il Premier: non è lui il candidato premier dell’Unione.

Il Cavaliere, infatti, è in rimonta nei sondaggi, giorno dopo giorno, perché la bulimia mediatica funziona, anche se lì per lì può dar fastidio anche a chi vota Forza Italia, ma alla fine paga. Ecco perchè c’è da giurare che anche quest’ultimo duello tra Quirinale e Palazzo Chigi sulla par condicio sortirà allo stesso risultato: il Cavaliere continuerà ad imperversare su tutte le tv ed anche oltre. In particolare in Rai, dove il Cda è incapace di controllare, figurarsi di fermare, la partigianeria dei direttori di rete, da Mimun a Berti, pronti a tutto pur di non peccare d’ingratitudine rispetto a chi li ha messi su quelle poltrone e gli garantirà, anche per il domani, un consono riconoscimento di carriera. Si può dire, dunque, che ancora una volta Ciampi ci ha provato. Ma fino all’11 febbraio assisteremo ancora al più massiccio tentativo di manipolazione del corpo elettorale della storia repubblicana. Nel silenzio, sdegnato e elitario, dell’Unione.

da: www.altrenotizie.org

 

Liliana Adamo – Petrolio ad ogni costo

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L’ANWR, ossia l’Arctic National Wildlife Refuge, un pezzo d’Alaska che calcola l’estensione della Liguria, sopravvivrà per almeno due anni, grazie a soli quattro voti ed alle tattiche ostruzionistiche che hanno contraddistinto le fasi precedenti alla valutazione finale del Senato.
Per quattro voti non si faranno dunque le temute trivellazioni petrolifere e non ci sarà l’assalto alle ultime aree incontaminate del pianeta. A nulla era valsa la bocciatura del primo Congresso (52 voti contro 48); rispetto al mandato iniziale; il Presidente conta quattro partecipanti in più, disponendo tecnicamente del numero giusto per l’approvazione conclusiva alle trivellazioni ed ha tentato di nuovo. Buona sorte ha voluto che qualcosa andasse storto.

Non è una notizia fresca, la battaglia al Senato americano è del dicembre scorso, eppure vale la pena ripercorrerne i punti salienti, cominciando da tempi non recenti.
Risale al 2002, il piano Liberty della British Petroleum, nel Mare di Beaufort, a 40 miglia dal pozzo petrolifero Northstar che avrebbe comportato la costruzione di piattaforme petrolifere a sei miglia dalla costa settentrionale dell’Alaska, come pure un oleodotto nell’oceano, per spostare il greggio verso più grandi centri di lavorazioni. L’opposizione degli ambientalisti fu ferma e decisa: nel momento in cui la stessa British Petroleum rinunciò a forare le coste dell’Alaska, un’esponente di Greenpeace, Melanie Duchin, divulgò le intenzioni dell’amministrazione Bush; violare l’integrità del National Wildlife Refuge e aprire, finalmente, il polo nord allo sfruttamento petrolifero.

Già dal novembre scorso, era chiaro che la seconda amministrazione repubblicana avrebbe messo in piedi un background per l’impiego delle risorse ancora fruibili, "correggendo" le norme approvate da Clinton (a protezione degli ecosistemi a rischio ndr) e la legislazione "storica" degli anni settanta messa in atto dall’allora amministrazione Nixon.
Tre linee-guida figuravano nell’agenda: il consolidamento della politica estera di cui siamo, nostro malgrado, tutti a conoscenza; la programmazione di quella fiscale, che ha colpito i cittadini del ceto medio americano ed affossato gli indigenti e l’inversione di tendenza per le politiche ambientali. In conclusione, non ratificare un protocollo già scaduto come quello di Kyoto, autorizza le lobby legate all’attuale amministrazione Bush, a puntare in alto.

Più mercato, meno ambiente: un’equazione che non torna.

James Connaughton, supervisore della qualità ambientale, ha rappresentato gli Stati Uniti durante un meeting internazionale tenutosi a Londra nel marzo scorso; tastando il polso del pianeta in materia di surriscaldamento globale si è tentato, per l’ennesima volta, di trovare accordi comuni e unilaterali. Se da ogni parte si alzavano voci su previsioni allarmistiche, Connaughton cincischiava, se il ministro britannico dell’economia, Gordon Brown, affermava come il cambiamento climatico sia una conseguenza della concentrazione di gas formatosi negli ultimi 200 anni nell’atmosfera ed il risultato del nostro benessere, la replica indolente di Connaughton si fermava a: "…Ma noi stiamo ancora lavorando sulla problematica delle cause…" Per farla breve, potrebbe esserlo e non potrebbe… mentre l’obiettivo previsto dal trattato di Kyoto per la riduzione delle emissioni da parte degli Stati Uniti resta "così irragionevole rispetto alle nostre capacità di soddisfarlo che l’unico modo in cui avremmo potuto raggiungerlo era di trasferire produzioni energivore in altri paesi…. "

Connaughton è indubbiamente l’uomo giusto al posto giusto; due giorni dopo aver respinto l’ipotesi di un accordo per fronteggiare l’emergenza climatica, gli Stati Uniti hanno presentato un nuovo progetto: trivellare l’Artic National Wildlife Refuge in Alaska, nel doppio intento d’escludere l’importazione petrolifera dall’asse del male (il Medio Oriente) e risparmiare i costi sostenuti per il controllo delle fonti energetiche (e quindi le spese militari in Iraq). Pertanto, non c’è da meravigliarsi che gli americani abbiano a cuore le sacre, longeve abitudini: consumare un quarto del petrolio sopranazionale e produrre un quarto dei gas serra sul pianeta, mentre in totale essi raggiungono solo il 4% della cittadinanza mondiale.

Pur d’ottenere la maggioranza dei voti, Bush non ha esitato a servirsi di un espediente scaltro quanto privo di scrupoli: vendere i diritti dei nuovi giacimenti a compagnie petrolifere, per concessioni pari ad una cifra stimata intorno a 2,5 miliardi di dollari. Rimpinguare i rendiconti federali debilitati dalla crisi economica, dalle conseguenze dell’uragano Katrina e dalla guerra in Iraq, gli è sembrata già di per sé una giusta causa.
Quanto petrolio c’è nel sottosuolo della riserva naturalistica? Secondo gli analisti, non abbastanza. Sono stati stimati 3,2 milioni di barili, in proporzione il 2% del fabbisogno, senza considerare che per immettere il combustibile sul mercato, c’è da aspettare almeno un decennio.
Ora, gli Usa importano il 55% del petrolio per un consumo pari al 25% della produzione mondiale e si stima che la loro domanda energetica aumenterà del 40% entro il 2025. Ecco la priorità: non tecnologia per la soluzione ai problemi del surriscaldamento climatico (come slealmente prometteva il solerte Connaughton), ma petrolio a controbilanciare le mancate strategie per fonti d’energia sostenibili, che avrebbero potuto far fronte alla crisi energetica mondiale. Per di più, gli americani s’incaponiscono a consumare smodatamente, pur al corrente del fatto che, limitando i consumi, essi contribuirebbero a ridurre fortemente le emissioni nocive al clima ed attenuare la disparità economica e culturale a dispetto degli altri paesi del mondo.

Al contrario, per incrementare i consumi, l’amministrazione Bush, rimette mano ad alcune leggi federali istituite a difesa dell’ecosistema (come si è detto), collocando funzionari vicini alle corporations, addirittura alla guida dell’Environmental Protection Agency (Epa) come Michael Leavitt, repubblicano, ex governatore dello Utah, indicato dalla stampa d’oltreoceano, artefice della devoluzione ecologica.
In questo modo Bush otterrà più emissioni di mercurio dalle centrali elettriche a carbone: via libera alla deforestazione ed alla ricognizione di territori a vincolo ambientale per l’estrazione di materie prime e per la costruzione di centrali nucleari. Otterrà un lasciapassare alla legge "Clean Air Act", istituita nel 1990 dall’Epa, che ha permesso un notevole abbassamento delle sostanze inquinanti nell’aria (le cosiddette polveri sottili), fissando un livello equivalente per ogni Stato, con le stesse garanzie di salute e protezione dell’ambiente per ciascun cittadino. Otterrà meno restrizioni per le aziende e le industrie del legname, sistemando la legge "Endangered Species Act" che ha impedito il depauperamento dei luoghi dove vivono animali a rischio d’estinzione, preservando una considerevole parte del territorio americano dallo sfruttamento e dal profitto.

It’s the beating heart…

L’Alaska "è un cuore che batte"…Le parole di George Ahmaogak, discendente dagli Indiani Gwich’in, ex cacciatore di caribù (la specie selvatica autoctona più minacciata) ed oggi sindaco di un villaggio a ridosso della riserva, non svelano rancore, ma solo una profonda amarezza: "Ci sono pesci in abbondanza, caribù, orsi, oche bianche del Nord America e bacche. E’ una delle ultime zone completamente indisturbate dall’azione umana. E’ il paese di Dio…". Circa 60.000 specie d’uccelli migrano e nidificano sulle coste e lungo il lago Teshekpuk, che non reggerebbe all’impatto delle trivellazioni. I caribù danno alla luce i loro piccoli mentre pascolano lungo i sentieri della tundra e rischierebbero d’essere sconvolti dal rumore e dall’inquinamento.
In principio, George Ahmaogak non sembrava ostile all’idea d’aprire la zona all’estrazione del petrolio, ma in seguito ad analisi, test biologici ed accertamenti, scrisse personalmente al Presidente Bush, implorandogli di rinunciare a tale sciagura.

La prima estrazione petrolifera ebbe luogo nella baia di Prudhoe, nel 1968. Alcuni anni dopo, l’amministrazione Reagan, dispose un off-limits all’area dell’ANWR e del lago Teshekpuk, nella consapevolezza di un territorio ecologicamente troppo importante. Con la gestione Clinton, sono stati individuati altri giacimenti ma, in nessun caso, è stata toccata la riserva e il suo lago. La sprezzante gestione Bush ha totalmente ignorato il vincolo ecologico, proponendo d’aprire ben sette tratti di 50.000 acri ciascuno, situati sul bordo orientale del lago Teshekpuk.

Dietro varie e spregiudicate manovre, l’esperimento del governo americano sembra essere andato a vuoto, anche se nulla di buono si prospetta per l’immediato futuro. Trivellato il sottosuolo e sviluppate le strutture per le perforazioni, con strade, condutture e quant’altro, l’Arctic National Wildlife Refuge, il lago Teshekpuk, dalle acque blu come i cieli d’Alaska, i caribù, gli orsi polari, le oche bianche del Nord America e perfino le bacche, saranno trasformati in uno scempio da una politica delinquenziale.

da: www.altrenotizie.org

 

Pappagalli verdi

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In Inghilterra, un pappagallo africano di nome Ziggy, ha costretto Suzy Collins a confessare  al fidanzato Chris Taylor la relazione con l’amante Gary. Ziggy, ogni qualvolta squillava il telefonino  della ragazza, ripeteva: ‘Ciao Gary’. Quando un giorno la coppia si stava scambiando affettuosità, il pappagallo ha esclamato:"Gary ti amo". Chris a quel punto ha capito tutto e si è sbarazzato del pennuto. E anche della fidanzata.
Fonte: Tgcom

da: NayNewz

Fabrizio Casari – La Palestina del giorno dopo

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Diversi e tutti apocalittici i commenti del day-after palestinese. Le elezioni per il rinnovo del governo dell’Anp hanno suscitato ovunque commenti allarmati. In molti casi ipocriti, giacché il successo di Hamas, se proprio lo si deve definire una disgrazia, era una disgrazia annunciata.
E se il risultato certo non può far piacere, visto l’abisso che si apre per il processo di pace, sarebbe bene che le cancellerie ed i media che oggi si dicono preoccupati, si guardassero allo specchio ed ammettessero le loro gravissime responsabilità. Perché bisognerebbe davvero interrogarsi sulle cause profonde che hanno determinato la vittoria di Hamas. Cominciando a dire che la politica palestinese, pure in una specificità tremenda e con caratteristiche assai diversa da altre, segue le stesse logiche di altri scenari. Nello specifico, la crisi di Fatah, che è crisi di rappresentanza molto più profonda di quanto non dicono gli stessi risultati delle urne, è figlia della disperazione di un popolo che non gode di nessuno dei diritti di cui tutti gli altri godono ed ha che vedere anche con l’incapacità di governo, quando non di vero e proprio malgoverno, esibita in questi anni dal suo gruppo dirigente.

Le aggressioni israeliane e l’indifferenza internazionale hanno determinato in misura sensibile queste difficoltà, ma sarebbe ipocrita anche non considerare fattori interni che hanno giocato un ruolo non indifferente nello scollamento del popolo palestinese dal suo gruppo dirigente storico.
La morte di Yasser Arafat, con il carisma che il capo di un popolo e di una nazione disponeva, ha messo a nudo le lotte di potere interne, le difficoltà di esercizio del governo e, più in profondità, l’incapacità a gestire il passaggio da forza politico-militare a governo. Proprio in questo passaggio si sono consumate le inadeguatezze di un gruppo dirigente al quale però, va ricordato, non è mai stato concesso di governare in pace. Nessuno sviluppo, solo bombe e minacce. Nessun aiuto economico che potesse anche solo far ipotizzare un programma di costruzione di una entità economico-sociale, prima che giuridico-statuale.

E almeno per non dover sentire inermi le ipocrite litanie che da Tel Aviv giungono ora verso i media e le cancellerie occidentali sul dramma della vittoria dei terroristi, sarebbe anche il caso di ricordare come proprio il governo israeliano, appoggiato da Washington, abbia messo come condizione per l’avvio di negoziati, l’uscita di scena dello storico leader palestinese.
Morto Arafat si aprì il problema della successione. Ma chi avrebbe potuto legittimamente aspirare alla leadership palestinese, come Marwan Barghouti, è stato imprigionato e seppellito sotto diversi ergastoli, con ciò consegnando a persone come Abu Mazen e Abu Ala, un compito ed un ruolo che non erano in grado di sostenere, mentre Hamas approfittava della crisi di leadership di Fatah.
Anzi, più volte, analisti di diversa espressione politica, sostennero che Israele avrebbe avuto meno difficoltà a trattare con Hamas che non con Arafat. Sarebbe quindi lecito attendersi un numero ridotto di lacrime da coccodrillo.

L’aspetto davvero grave di queste elezioni è che Fatah, circondato dall’intraprendenza di Hamas, l’aggressione di Israele, i voltafaccia di Washington, l’indifferenza della comunità internazionale e la crisi generazionale, oltre che ideologica, delle masse palestinesi, non è riuscita a resistere.
Sarebbe quindi il caso di chiamare le cose con il loro nome: un risultato elettorale che è la logica conseguenza di quanto è stato fatto in questi anni.
Ma ora? L’Occidente ha già fatto sapere che considera questo risultato negativamente e Israele, con studiato tempismo, ha già dichiarato la sua indisponibilità a trattare con il nuovo esecutivo palestinese. Dunque per Tel Aviv la strategia è questa: prima non tratta con Arafat, poi nemmeno con Hamas: vorrebbe forse scegliere, oltre la sua, anche la delegazione nemica? Con chi è disposta a trattare Israele? Con i gruppi dirigenti impotenti, visto che chi gode di prestigio viene subissato di bombe, umiliato ed isolato, o imprigionato o non riconosciuto nemmeno dopo essersi imposto con regolari elezioni?

Perché qui sta la più importante delle ipocrisie occidentali. Si pretende che la cifra della democrazia di una nazione sia rappresentata dalle elezioni, che garantirebbero l’effettiva democraticità della rappresentanza. Salvo poi, ove i risultati non combaciassero con i desiderata, stabilire che i vincitori non sono interlocutori legittimi. Dunque Hamas è terrorista quando prende le armi e lo è anche quando vota. Ma anche Arafat era definito un terrorista, così come ogni palestinese che abbia avuto, o ha, un ruolo dirigente. Il giochetto di chiedere elezioni, salvo poi non riconoscerne il risultato venne applicato anche in Algeria, con il Fis algerino, il cui mancato riconoscimento della vittoria elettorale fece versare sangue e lacrime all’Algeria.

E Allora? La Palestina ha votato. Ha scelto. Ma prima che qualunque risultato elettorale, prima di qualunque piroetta propagandistica, la Palestina ha diritto ad essere reinserita nella storia, i palestinesi hanno diritto ad una patria e alla pace. Le infinite risoluzioni Onu, devono essere rispettate, così come gli accordi di Oslo devono essere applicati.
Tutto il resto è propaganda. Di guerra.

da: www.altrenotizie.org

Bianca Cerri – Alito, un reazionario alla Corte Suprema

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Secondo alcune fonti d’informazione, ci sarebbe burrasca al Senato americano, cui spetta la decisione finale sulla nomina dei giudici alla Corte Suprema. Ma probabilmente si tratta di un’esagerazione o non si spiegherebbe perchè la Commissione Giustizia abbia già dato il nulla-osta alla conferma di Samuel Alito, giudice federale con origini italiane, intenzionato ad aggiudicarsi uno scranno a vita alla Corte Suprema. La decisione finale è attesa per il 31 gennaio ma si tratta soltanto di un proforma, a meno che i democratici non raccolgano l’appello espresso in una lettera datata 24 gennaio 2006, nella quale un folto gruppo di giuristi si appella ai senatori del partito affinché boccino in massa la candidatura di un giudice che metterebbe a repentaglio la legalità nel paese.

Tanti anni fa, lo stesso Benjamin Franklyn scrisse che chi abbandona la strada della libertà per un pò di sicurezza in più non merita né di essere libero né, tanto meno, di sentirsi sicuro, ma è probabile che i Democratici lo abbiano dimenticato. Ed è grave perché se Alito accede alla Corte Suprema, per la prima volta nella storia quello che è il massimo organo istituzionale degli Stati Uniti avrà una maggioranza cattolica che pende praticamente dalle labbra di George Bush. Detto altrimenti, il presidente americano ha trovato il modo di creare un team di giudici all’interno della Corte Suprema che amplieranno i suoi poteri, lasciandolo libero di spiare chi vuole, invadere altri paesi a suo piacimento, perquisire case senza mandato, autorizzare assassini e tortura e quant’altro., ovviamente motivando il tutto in nome della sicurezza.

Con 41 voti contro la candidatura di Alito, i Democratici avrebbero potuto fermare i piani di Bush ma, almeno per ora, ciò non è avvenuto. Ma è pur vero che tutti e otto i Democratici presenti nella Commissione Giustizia hanno votato contro Alito e tecnicamente é ancora possibile, anche se non probabile, che 41 senatori democratici su un totale di 44 presenti nell’Assemblea esprimano parere negativo o, addirittura, che ricorrano al processo noto con il termine di filibuster, ovvero ad una vera e propria mozione di sfiducia istituzionale. Una eventualità che darebbe una solenne lezione a Bush, nella cui volontà solo uomini di provata fede repubblicana sono adatti all’incarico di giudice di Corte Suprema, soprattutto se pii e facoltosi.

Questa volta la posta era leggermente più alta perché si erano improvvisamente resi disponibili due posti, quello della dimissionaria Sandra O’Connor e quello del deceduto William Renquist , il Presidente della Corte Suprema; ma Bush non ha perso né tempo né occasione per indirizzare il percorso secondo il suo volere. John Roberts, uno dei suoi protetti, con solide credenziali di uomo di destra, è già stato confermato alla presidenza della Corte Suprema e il 31 gennaio si saprà se l’Assemblea avrà dato il nulla-osta per Alito. Se la conferma ci sarà, il comunicato verrà diffuso prima del discorso presidenziale sullo stato dell’unione davanti al Congresso, che per tradizione avviene il 31 gennaio, i cui temi centrali saranno quasi certamente la guerra al terrorismo e il rinnovo delle norme del Patriot Act introdotte per combatterla.

Nato a Trenton, in New Jersey, uno degli stati più opulenti d’America, 55 anni fa, Samuel Alito ha il vezzo di voler apparire sempre e comunque come un americano normale, pieno di buoni sentimenti, poco incline alla rissa. In realtà, la sua unica filosofia è ampliare i poteri di Bush, annientando nel contempo le leggi sgradite al presidente, come quella che regola le interruzioni di gravidanza, la tutela dell’ambiente, le libertà costituzionali degli americani, ma sempre facendo in modo che la gente se ne accorga il meno possibile. La sua nomina renderebbe, se possibile, ulteriormente complicato estrapolare i principi costituzionali dalle operazioni teocons di un presidente in disperato bisogno di amici…

da: www.altrenotizie.org

 

Luca Alberini – Il video è mio e ci va chi dico io

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La data per le elezioni la decide Ciampi, ma come arrivarci lo decide Berlusconi. E quindi, la par condicio non c’è più. Affondata dai berluscones in commissione di Vigilanza Rai a colpi di emendamenti che i commissari dell’Unione non sono riusciti a contrastare. Con un emendamento a sorpresa, la Vigilanza ha introdotto il principio della "proporzionalità" tra le forze politiche, impedendo di fatto l’accesso in tv a tutti quelli che "non costituiscono gruppo parlamentare" o alla Camera o al Senato. Come si è arrivati a tutto questo? E’ stato un lavoro di rara minuzia, portato avanti da tutti i rappresentanti della Cdl che hanno presentato un "pacchetto" di 22 emendamenti, corredato dal parere di una serie di "esperti" che hanno contribuito non poco alle proposte di modifica della par condicio. L’Unione, sconfitta dai numeri, commenta l’aggressione della Cdl come "la dimostrazione che Berlusconi è alla disperazione", subito ribattuta dal leghista Caparini per il quale questo inciucio è solo "un’altra norma per i cittadini onesti che garantisce la legittima difesa".

Il nodo centrale è quindi la cancellazione del regime di parità di trattamento in tv per tutti i partiti che fino ad oggi è stato l’asse portante della legge stessa. La nuova norma introduce invece il principio della proporzionalità, con una ripartizione all’80% in modo paritario "nei confronti delle forze politiche che costituiscono Gruppo in almeno un ramo del Parlamento nazionale" e il restante 20% agli altri soggetti politici. In pratica tutti i piccoli partiti che confluiscono nei gruppi misti di Camera e Senato avranno spazi infinitesimali nei programmi Rai.

Non è finita. Con un altro emendamento è stato stabilito che nei messaggi autogestiti e nelle tribune elettorali il tempo disponibile sarà riservato per il 50% alle liste di partito e per il 50% alle coalizioni. Dentro questa divisione del paniere, il tempo riservato alle liste sarà a sua volta diviso, riservando il 50% alle liste per la Camera e il 50% a quelle per il Senato. Un’ulteriore parcellizzazione che sarà difficile tradurre in un regolamento di attuazione per la Rai. Viale Mazzini, infatti, promette battaglia: non si può fare televisione con il cronometro in mano. Ma anche questa è un’argomentazione che suona come una pallottola spuntata a fronte di quello che Berlusconi vuole realmente ottenere, ovvero il caos e la sua supremazia mediatica. Casomai potrà accadere nelle trasmissioni di Mediaset che, in quanto tv senza obblighi di servizio pubblico, può anche "sforare" sulle regole della par condicio. In fondo rischia solo qualche multa, meno salata della Rai che invece, in caso di violazione, potrebbe vedere saltare la convenzione con lo Stato.

Per Berlusconi è stato poi di fondamentale importanza ribadire, tramite gli emendamenti, che "l’editto bulgaro" è ancora straordinariamente in vigore. Santoro è infatti fuori pista e la Cdl è riuscita ad abbattere il suo personalissimo nemico numero uno attraverso un emendamento che porta la firma di tutti e quattro i partiti della Cdl. Il suddetto emendamento recita che durante il periodo di par condicio "le persone che per il ruolo che ricoprono o hanno ricoperto nelle istituzioni nell’ultimo anno siano chiaramente riconducibili ai partiti e alle liste concorrenti", possono partecipare solo alle trasmissioni Rai in cui è prevista la presenza "per i rappresentanti delle liste e delle coalizioni".
E "l’emendamento contra-Santoro", come l’ha chiamato Giulietti, ed solo la punta dell’iceberg.

In sostanza Santoro potrebbe partecipare, alle trasmissioni di informazione politica come le tribune stampa e l’informazione elettorale, ma non condurre. Niente da fare, quindi, per le tre trasmissioni che Raitre aveva deciso di affidagli a marzo e della cui programmazione proprio ieri ne stava discutendo il cda Rai, che però si è interrotto dopo le notizie provenienti da San Macuto.
La cosa non finisce qui. Forse ci sarà un ricorso all’Authority Tlc e, se necessario, anche a Ciampi, per un tentativo ultimo di ripristino della legalità, ma sarà dura. Martedì la commissione di Vigilanza si riunirà ancora, stavolta per stabilire un nuovo regolamento attuativo. C’è da augurarsi che, prima di allora, dal Colle arrivi qualche segnale che ripristini la correttezza delle norme.

da: www.altrenotizie.org

Wine Olimpiadi

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In Germania sono terminate da poco le Olimpiadi dei vini biologici.
L’Italia e’ piazzata molto bene, conquistando, su 240 medaglie assegnate e 777 vini in gara, ben 7 ori, 15 argenti e 20 sbronzi.
(Fonte: Notiziario Aiab)
da: NayNewz

Antonella Beccaria – Strisce di memoria

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Si intitola La storia e le false notizie il dibattito che, in occasione delle celebrazioni del Giorno della Memoria, si terrà il prossimo 30 gennaio a Modena. Presso il Caffè Concerto di Piazza Grande, a partire dalle 21, l’argomento sarà Il complotto – La vera storia dei Protocolli dei Savi di Sion, il libro a fumetti di Will Eisner pubblicato recentemente da Einaudi per Stile Libero Extra. Nel corso della serata interveranno Andrea Plazzi, “Fumetti e romanzi e fumetti: il contributo di Will Eisner alla narrativa per immagini”, e Daniele Barbieri, della Scuola Superiore di Studi Umanistici, Università di Bologna, “Il punto di vista della Storia: Eisner testimone di un’epoca”.

da: http://antonella.beccaria.org

Ellemme – Il terremoto palestinese

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I risultati ufficiali non lasciano dubbi sul terremoto politico delle elezioni palestinesi del 25 Gennaio: Hamas ha stravinto. Il gruppo islamico, che aveva boicottato le precedenti e uniche elezioni del 1996, ha conquistato la maggioranza assoluta con 76 seggi su 132 totali, lasciando ad Al Fatah, il partito del presidente Abu Mazen, appena 43 seggi. Pochi seggi sono andati alle liste laiche di sinistra. In ossequio alla democrazia dell’alternanza, il governo in carica di Abu Qureia si è dimesso nel pomeriggio di giovedì, prima ancora che i risultati finali fossero resi noti. Spetterà ora ad Hamas formare il nuovo governo dell’ANP, dopo dieci anni di dominio indiscusso di Al Fatah.

Le prime dichiarazioni del portavoce di Hamas non lasciano spazio ad equivoci, il vento è cambiato in Palestina: le nuove parole d’ordine sono la resistenza all’occupazione e la profonda riforma dell’ANP. Hamas si impegnerà a rispettare il cessate il fuoco con l’esercito israeliano, in vigore dal febbraio del 2005. Tuttavia, Hamas non intende consegnare le armi e, se Israele dovesse rompere la tregua, non avrà altra scelta che difendere con le armi il popolo palestinese. Riguardo alla ripresa dei negoziati, il portavoce ha affermato che il governo palestinese non mentirà più alla sua gente: negli ultimi anni non si è visto in opera alcun processo di pace, si tratterà quindi di impostare un confronto dall’inizio.
Hamas si è presentato alle elezioni come lista "Cambiamento e Riforma" e infatti annuncia che cambierà profondamente tutti gli aspetti dell’amministrazione palestinese: dall’industria all’agricoltura, dalla sanità alla scuola, all’assistenza sociale. Secondo le prime dichiarazioni, dunque, Hamas si concentrerà innanzitutto sulle condizioni di vita dei palestinesi, che dal 2000 sono peggiorate sensibilmente in seguito all’inasprimento dell’occupazione israeliana ed alla seconda intifada.

Dal suo esilio siriano, il leader di Hamas, Khaled Mashaal, ha subito telefonato al Presidente Abu Mazen per chiedere al suo partito Fatah di prender parte ad un’ampia coalizione per un governo di unità nazionale. Ma Saeb Erekat, capo dei negoziatori e membro di Fatah, ha rifiutato l’offerta, affermando che Fatah rispetta la decisione degli elettori e si schiererà all’opposizione in modo leale e costruttivo. Ma in realtà i giochi sono ancora aperti e voci ufficiose lasciano trapelare che il direttivo di Fatah non ha ancora preso una decisione definitiva. Nel frattempo, gli scontri in corso tra sostenitori di Fatah e Hamas non offrono letture ottimistiche al riguardo.

Le reazioni americane alla temuta vittoria di Hamas sono state minacciose. In una conferenza stampa alla Casa Bianca, George W. Bush ha dato prova di grande sensibilità democratica, chiedendo ufficialmente ad Abu Mazen "di restare al potere, cioè nel suo ufficio, anche se ha perso," e di non badare ai risultati delle elezioni. Performance folkloristiche a parte, l’atteggiamento schizofrenico della Casa Bianca nei confronti della leadership palestinese mostra come i neocon non abbiano una strategia chiara per la Palestina. In Dicembre, Condoleezza Rice aveva fatto pressioni su Sharon perché permettesse ad Hamas di partecipare alle elezioni, dichiarando che l’ingresso del gruppo islamico nelle istituzioni ne avrebbe disinnescato la minaccia militare. Ma negli ultimi giorni, fonti dell’amministrazione hanno ricordato che il Congresso dovrà tagliare i fondi stanziati per la Palestina perché non può fornire aiuti ad organizzazioni terroristiche, quali appunto Hamas. Le reazioni europee sono state al contrario più possibiliste: Solana, il ministro degli esteri della Commissione Europea, ha espresso soddisfazione per lo svolgimento pacifico e democratico delle elezioni, affermando che l’UE manterrà un atteggiamento pragmatico nei confronti del nuovo governo palestinese, senza chiusure pregiudiziali ma aperto a discussioni sul campo. Vedremo.

da: www.altrenotizie.org

Fabrizio Casari – La morte di un uomo migliore

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Un uomo forse senza tempo, questo era Shafick Handal. Un politico con il vizio della coerenza, poco incline alla moda forzata del compatibile, istintivamente nemico dell’accomodante.
Tornava dalla cerimonia d’insediamento di Evo Morales in Bolivia, Shafick. Viaggio inevitabile, dal momento che nessun Presidente progressista dell’America latina avrebbe potuto fare a meno della presenza di un leader così rispettato. Tornava da La Paz, sua ultima missione politico-diplomatica di una vita spesa tra l’esilio, la guerriglia e la clandestinità fino agli accordi di pace del 1992, quindi alla guida del Fmln nella battaglia politica in un El Salvador che non ha nulla a che vedere con quello che lui sognava.

Shafick Handal, comandante guerrigliero e leader storico dei comunisti salvadoregni, una delle menti più acute della sinistra latinoamericana, di tradimenti ne aveva subiti tanti, come capita ai grandi: solo gli gnomi ne sono esenti, per via di una legge di natura che, nell’assegnare i ruoli, prevede che i grandi siano traditi e gli gnomi tradiscano. Ma quello del suo cuore no, era un tradimento che non si aspettava. E invece lo ha sorpreso in un aeroporto salvadoregno, quello di Comalopa, e non c’è stato niente da fare.

Intellettuale, guerrigliero, dirigente, Shafick ha lottato tutta la vita contro il vento e le maree.
Amico e compagno di Fidel Castro, Daniel Ortega, Hugo Chavez, Lula, dirigente fino all’ultimo minuto del "suo" Frente Farabundo Martì". Motore teorico del Foro di Sao Paulo, era considerato "uomo di Mosca", ma non si arrese mai alla fine del campo socialista. A seguito degli accordi di pace aveva dismesso la sua uniforme militare per indossare la camicia rossa delle sue campagne elettorali. L’ultima, quella del 2004, lo vide sconfitto dagli Stati Uniti, che finanziarono una campagna elettorale pazzesca, con milioni di dollari, menzogne ed infamie, per garantire la vittoria del candidato della destra ed attuale Presidente, Elias Saca, uomo di fiducia di Washington e delle 14 famiglie del latifondo salvadoregno che, in spregio alla storia, si spartiscono ancora in quattordici fette il paese centroamericano.

Shafick era un uomo di gran temperamento, un carattere amabile ma fermissimo. I suoi avversari, che ne conoscevano la caparbietà e la dirittura morale, lo definivano "dogmatico e intransigente" per non doverlo dipingere come incorrutibile. Considerava il socialismo come l’appuntamento decisivo degli umili con la loro riscossa. E se capitava di parlare con lui di qualunque aspetto della vita politica del suo paese o dell’America latina, ciò che colpiva era la sua passione, quasi l’ossessione, per l’indipendenza del continente; per toglierlo dalla povertà assoluta, quando non dalla miseria più nera, quella che colpisce "il cortile di casa", figlio della Dottrina Monroe e prodotto naturale dell’obbedienza dovuta.

Figlio di una coppia di emigranti palestinesi di Betlemme, Giries Abdallah Handa e Giamile Handal, Shafick, il più grande di sei fratelli, era nato nella città di Usulutlan, diventata nel corso degli anni ’80 una delle regioni del paese in mano alla guerriglia del Fmln; una zona liberata dalla tirannide militare dei Duarte e D’Abuisson. Suo fratello Farid era stato un importante dirigente del Partito Comunista ed un altro, José Orlando, era stato rapito e fatto sparire dagli squadroni della morte di D’Abuisson l’11 novembre del 1980.
Allievo alla Lumumba, l’università moscovita dove studiavano gratuitamente gli esponenti dei movimenti di liberazione anticolonialisti ed antimperialisti delle decadi 60 e 70, proprio a Mosca conobbe e sposò in seconde nozze, Tania Bichcova.

Fu uno degli uomini più ricercati dalla Cia e dagli squadroni della morte agli ordini dell’oligarchia centroamericana. Non riuscirono mai a prenderlo; aveva l’arte della guerriglia dentro di sé, era difficile sorprenderlo. Ma non era un cinico, un opportunista, un alleato di maniera o per convenienza. Ha viaggiato in ogni dove ed ha incontrato ognuno sempre con una fede incrollabile nei suoi ideali ed un amore assoluto per il suo popolo.

Gli ha reso omaggio l’Università gesuita Centroamericana (UCA), che negli anni ’80 pagò con il massacro di sei suore statunitensi e l’assassinio del suo Rettore, Ignacio Ellacurìa, ad opera degli squadroni della morte, la scelta di schierarsi a favore della pace.
Il Rettore di oggi, José María Tojeira, davanti al feretro di Shafick, si è detto addolorato per la morte " di una persona esemplare, coerente con il suo modo di pensare".
Piazza Gerardo Barrios, dove il leader comunista ogni venerdì svolgeva assemblee all’aperto per informare sul lavoro settimanale dell’Assemblea Legislativa, da oggi è la meta del pellegrinaggio dei militanti e della gente comune che rende omaggio all’anziano dirigente.
Il feretro è stato collocato di fronte alla Cattedrale di San Salvador, dove l’Arcivescovo Monsignor Romero venne assassinato dagli squadroni della morte di D’Abuisson. Una piazza destinata alle grandi figure della storia del tormentato paese centroamericano. Un sacerdote e un comunista, due strade diverse con un’unica missione: gli umili e i diseredati.

da: www.altrenotizie.org

Alessandro Iacuelli – L’emergenza del gas

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Tutto secondo copione nella strana emergenza gas di questi giorni.
A dare il fatidico annuncio è il ministro delle Attività produttive Claudio Scajola, che dichiara: "Abbiamo bisogno di chiedere agli italiani un sacrificio". L’ennesimo. Sacrificio in conseguenza di un decreto legge approvato in tutta fretta dal Consiglio dei Ministri che impone un grado in meno nella temperatura del riscaldamento delle abitazioni e degli uffici e, non bastasse, un’ora in meno nella durata del riscaldamento stesso.
Sempre il ministro Scajola fa notare che il decreto "porterà beneficio alla situazione di difficoltà nel gas che abbiamo in Italia" e grazie a questo intervento sarà possibile un risparmio dei consumi pari a 5-10 milioni di metri cubi di gas al giorno. Nonostante questo risparmio nei consumi, precisa poi il ministro di Forza Italia, anche che le misure previste per affrontare l’emergenza gas potrebbero comportare qualche ritocco alle bollette dell’energia, come se non bastassero tutti i rincari degli ultimi anni.

Come già descritto in un articolo pubblicato alcuni giorni fa, ( leggi articolo ), l’emergenza pone un grosso interrogativo riguardante il reale stato delle riserve strategiche di gas naturale, che da sempre sono state sufficienti a reggere il calo di forniture durante i rigidi inverni russi.
Analizzando il resto del decreto legge, si scopre che si prevede anche la riapertura delle centrali elettriche a olio combustibile chiuse nell’ultimo biennio, essendo l’olio molto più costoso del gas (ecco svelato il mptivo dell’aumento delle bollette).
Nel frattempo, il fornitore Gazprom fa sapere attraverso un suo funzionario che "sta inviando più gas in Europa occidentale attraverso la Bielorussia per compensare le perdite nel passaggio attraverso l’Ucraina", precisando: "Abbiamo iniziato a inviare più gas via Yamal-Europe (il gasdotto via Bielorussia) e Blue Stream (il gasdotto fino alla Turchia, dove poi il gas viene inviato in Italia via Belgrado-Trieste) per compensare le perdite in Ucraina.

Se da un lato è vero che Yamal-Europe ha una portata inferiore rispetto ai gasdotti di Gazprom che transitano via Ucraina e che rifornisce prevalentemente Polonia e Germania, dall’altro l’estesa rete di gasdotti europea può consentire facilmente uno scambio di gas fra Nord e Sud Europa.
In pratica, il gas c’è. E non è solo. E’ accompagnato da una fitta rete di trattative, si veda a tale proposito la missione a Mosca dello stesso Scajola, per dare ampie garanzie a Gazprom perché possa essere un concorrente energetico in Italia, per fargli ottenere dunque delle quote dirette di mercato. In cambio di cosa? La risposta l’ha data l’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni intervenendo alla trasmissione di Raitre Ballarò, dove ha dichiarato che "oggi stiamo negoziando su nuove basi con Gazprom per garantirci continuità di forniture e possibilmente anche una presenza di Eni sul mercato russo".

Per estendere il proprio mercato, Gazprom non si accontenta più di essere fornitore principale di compagnie estere, principalmente in Italia e Ungheria, ma ha la volontà dichiarata di andare a valle della catena della distribuzione del gas, possibilmente arrivando alle case.
Trattative che porteranno alla conquista di nuove quote di mercato per l’Eni ed alla soluzione positiva dell’emergenza gas. Successi che saranno sbandierati come vittorie strategiche dal governo alla prossima Conferenza Nazionale sull’Energia. A pagare il prezzo di queste "vittorie", saranno gli italiani, con un’ora di riscaldamento in meno al giorno e le bollette ritoccate.

Da notare che in Ungheria, dove la situazione dell’importazione del gas dalla Russia è praticamente la stessa italiana, si guarda sì con interesse e preoccupazione alla Russia e a Gazprom, ma senza un dichiarato stato di emergenza e con i riscaldamenti accesi giorno e notte; con consumi, per motivi climatici, molto più elevati di quelli italiani.

Oramai in aperta campagna elettorale, dalle file dell’attuale maggioranza non si manca di sottolineare che: "L’emergenza gas ha radici antiche. Il centro sinistra ha governato e non ha mai fatto nulla nemmeno nelle politiche energetiche. Abbiamo ereditato il loro immobilismo", come dichiara Isabella Bertolini, vicepresidente dei deputati di Forza Italia.
Già, un problema con radici antiche. Sono ormai 10 anni che ad ogni gennaio c’è un calo delle forniture di gas russo. Sono dieci anni che nessuno fa notare che c’è una diminuzione di gas in arrivo; dieci anni nei quali, in ogni inverno, si è prestata molta attenzione a non far notare che si stava importando meno metano. Ora che si è arrivati all’ultimo inverno prima delle elezioni, il centro-destra solleva addirittura una situazione di emergenza e inventa di tutto per mostrare di non essere immobile sul tema dell’energia.

Dove erano tutte queste preoccupazioni nel gennaio dello scorso anno, con l’8% in meno nella fornitura di gas dalla Russia? E l’anno precedente? Stiamo scontando dieci anni di immobilismo generalizzato, trasversale agli schieramenti politici di governo.
Ma come mai quanto annunciato dal governo non coincide con quanto dichiarato dai vertici di Gazprom, che insistono nel ricordare che l’invio di gas in Europa è in aumento?
Dove sono finite le riserve strategiche di gas in Italia?
Perchè è stato deciso solo ora che siamo in emergenza, alla vigilia cioè della Conferenza Nazionale sull’Energia e della campagna elettorale? C’è forse il tentativo di dare sostegno alla campagna ancora in sordina per il ritorno al nucleare?
Tutte domande alle quali il governo, invece di accusare il passato, farebbe bene a rispondere per il presente, visto che, per il futuro, è auspicabile che siano altri a doverlo fare.

da: www.altrenotizie.org

Le materie della seconda prova all’esame di stato 2006

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Dal comunicato stampa del 26 gennaio 2006 del Ministero dell’Istruzione in merito alle materie oggetto di seconda prova scritta all’esame di Stato 2006:

Per la prossima sessione di esame è stata scelta la lingua straniera non soltanto per gli indirizzi linguistici liceali, ma anche per tutti gli altri indirizzi tecnici e professionali per i quali il piano di studio lo prevede. La presenza sempre più diffusa di questa materia tra le prove scritte d’esame intende sottolineare l’importante ruolo delle lingue straniere per la formazione dei giovani e nel processo di allineamento del nostro sistema educativo a quelli europei.

All’indirizzo ITER per il turismo, in cui si insegnano TRE lingue straniere è uscita economia aziendale. Un altro esempio della propaganda e della sfacciataggine di questo governo.

Comunque, ecco l’elenco delle materie della seconda prova:

Corsi ordinari

Corsi sperimentali

 

Patrizia Orlandi – Alitaglia

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Il governo che voleva fare dell’imprenditorialità il fattore di successo che avrebbe rivoluzionato la pubblica amministrazione, sembra avere uno strano concetto sia della imprenditorialità che della pubblica amministrazione. Il tratto comune a diverse situazioni nelle quali sono stati innestati i criteri di imprenditorialità, dalla scuola, alla sanità, fino all’attività diplomatica e alle aziende quasi-privatizzate, sembra quello di nominare alcuni manager ed affidare loro enormi responsabilità, per poi dileguarsi non prima di aver provveduto a tagliare drasticamente i trasferimenti dallo stato. Il passo successivo è quello di accusare i lavoratori per l’inevitabile fallimento; lavoratori inadatti a "stare sul mercato" o troppo intrisi di "logiche stataliste". Succede nella scuola, è successo con Trenitalia, e in questi giorni abbiamo avuto la certezza che lo stesso destino toccherà all’Alitalia.

Il prestigio ricavato dal mandare in giro per il mondo qualche centinaio di aerei con la bandiera nazionale è sempre costato molto caro ai contribuenti italiani, ma, almeno a parole, tutti i governi hanno fatto un punto d’onore del mantenimento della compagnia di bandiera, oltre che l’innegabile vantaggio per il turismo interno. Il governo uscente sembra invece determinato a distruggere la compagnia di bandiera, magari per rivenderla a pezzettini a volenterosi investitori che la comprerebbero a prezzo di fallimento. Il sicario incaricato di portare a termine la dissoluzione della compagnia aerea sembra essere lo stesso amministratore delegato, coordinato da un consiglio d’amministrazione presidiato da personaggi fedeli alla linea.

Il buon Cimoli ha commesso una serie di errori troppo grandi per essere giudicato semplicemente poco accorto. Errori gravissimi, non solo nel campo delle relazioni sindacali, ma anche e soprattutto errori di management industriale. La scorsa estate Cimoli ha provocato la rivolta sindacale comunicando di aver estromesso dal novero delle organizzazioni sindacali il SULT, scatenando rivolte e scioperi che lo hanno costretto a fare marcia indietro; una mossa poco comprensibile e assolutamente velleitaria, che ha provocato gravi danni sia in solido che in immagine all’azienda. Ma è sul piano industriale e gestionale che la gestione di Cimoli si è distinta per imperizia e decisioni che si rivelano contrarie all’interesse della compagnia che presiede. Dai balletti sulle alleanze con altri vettori, agli sconclusionati recenti boatos sulle acquisizioni di aziende fallite da parte della società anch’essa allo sbando; non si può certo dire che le strategie siano apparse chiare ed in grado di dare fiducia agli investitori, che infatti si sono dileguati. A far gridare allo scandalo non è stato solo lo spezzatino nel quale si dovrebbe trasformare la compagnia in diverse aziende dedicate ciascuna ad un settore del business, ma anche vere e proprie decisioni manageriali che si sono dimostrate assolutamente fallimentari. Tra queste, su tutte, la decisione di non assicurare la compagnia contro il rialzo dei prezzi dei carburanti. Tutte le compagnie europee hanno sottoscritto polizze assicurative, grazie alle quali hanno potuto evitare le conseguenze dell’esplosione dei prezzi dei carburanti pagando pochi milioni di euro ciascuna. La compagnia di Cimoli invece no, non lo ha ritenuto necessario. Da questa semplice decisione è derivata per l’Alitalia una perdita secca quasi equivalente al passivo di bilancio del 2005.

La circostanza non ricevuto l’attenzione che meritava e lo stesso ministro del Lavoro, Maroni, continua a professare fiducia nelle capacità del manager preferendo accusare i sindacati ed i lavoratori che con i loro scioperi metterebbero in ginocchio l’azienda. Questo nonostante si tratti di un errore gravissimo, ancora di più per il fatto che la decisione sia stata presa in un momento nel quale le tensioni internazionali rendevano praticamente scontato il futuro rialzo del prezzo del petrolio. Maroni, oltretutto, si rifugia dietro al fatto che l’azienda sarebbe "privata" per respingere ogni ipotesi di intervento sulla gestione; un espediente da poco, visto che lo Stato detiene ben il 49% della compagnia ed è molto di più dell’azionista di riferimento, senza considerare che Cimoli è stato nominato proprio dal governo e non certo da misteriosi azionisti. Ora Maroni afferma che sarebbe bene che Alitalia fallisse, in modo da risorgere più forte e bella che prima e, allo stesso tempo, tesse le lodi di Cimoli, il quale ha tutte le ragioni per poter ritenere la sua missione compiuta: la compagnia affonda e la colpa è di chi ci lavora. L’impresa all’italiana, ovvero il saccheggio e la dispersione dei beni pubblici a favore di pochi privilegiati, operata in nome dell’imprenditorialità, si risolve nel peggior affarismo da basso impero. I finali di queste imprese sono già scritti e le responsabilità già distribuite, con grande gioia di chi siede in alto e perenne scorno di chi non può che subire un copione scritto da altri. Agli altri, prezzi alti, voli a rischio e tagli sicuri.

da: www.altrenotizie.org

 

Sara Nicoli – Sparate a vista

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Benvenuti nel nuovo Far West Italia. In questi ultimi scampoli di legislatura, le pressioni della Lega hanno reso possibile l’approvazione di una delle leggi più pericolose della storia repubblicana: la legittima difesa. Mutuando uno dei più discutibili costumi americani, d’ora in poi anche in Italia sarà possibile sparare e uccidere, "con un’arma legittimamente detenuta", a chiunque attenti alla "propria o altrui incolumità o ai propri o altrui beni", ma solo quando "non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione". Cambio radicale quindi, all’ispirazione originaria dell’articolo 52 del codice penale, che rimandava alla fase processuale l’accertamento delle reali responsabilità dell’aggredito e dell’aggressore in merito a un "fatto delittuoso".

Ed era proprio questo che la Lega voleva eliminare, il fatto che l’aggredito e l’aggressore fossero considerati sullo stesso piano, facendo in modo, come ha subito commentato il ministro Castelli, che invece "i cittadini onesti non siano più costretti a subire l’inferno di processi ingiusti soltanto perchè hanno cercato di difendersi". Un’aberrazione giuridica, che dà per assunta la proporzione tra azione e reazione e che mette sullo stesso piano il bene della vita e dell’incolumità personale nonché i beni di carattere patrimoniale.

Si parla già di incostituzionalità, ma nel frattempo la giustizia sarà sempre più "fai da te", essendo venuto a cadere quello steccato dell’eccesso di difesa che, fino ad oggi, ha evitato che le rapine si trasformassero in stragi e che le liti tra condomini finissero a coltellate.

I costruttori d’ armi ieri hanno gioito. Come i ricconi padani con la villa sul lago che potranno dormire sonni più tranquilli con un bel fucile a pompa sotto il cuscino, pronti a sparare contro l’immigrato di turno reo di essersi avvicinato troppo al cancello e di aver così infastidito la classica muta di rothweiler sguinzagliati nel parco. Da oggi non ci saranno più sconti per nessuno. Perchè "é giusto _ ha spiegato ancora Castelli – che Abele si difenda da Caino". Fa impressione questa frase, pronunciata dal ministro della Giustizia, esponente di spicco di un governo che ha fallito sui fronti della sicurezza e della giustizia e che non ha trovato di meglio che armare la mano dei cittadini. E’ come se, davanti all’impossibilità di creare misure valide per garantire la sicurezza degli onesti, il centro destra avesse detto "arrangiatevi da soli".

Qualcuno non si farà sfuggire la possibilità di mettere immediatamente in pratica l’invito, con il risultato che presto si registrerà un numero sempre crescente di vittime. Ma non tra gli aggressori, bensì tra gli aggrediti. Senza contare poi che gli italiani non sono in maggioranza temibili pistoleri avvezzi dalla nascita all’uso delle armi, mentre con le armi si destreggiano assai meglio i delinquenti. Che, vista l’aria, cercheranno di sparare per primi.

Comunque e a prescindere dalle dinamiche delittuose su cui si dovranno confrontare prossimamente giudici ed avvocati, la nuova legge sulla legittima difesa propone un cambio radicale di mentalità dei cittadini. Si trasmette un’idea di sicurezza che degrada la socialità, che riduce la libertà, che invita ad armarsi, ad evitare gli sconosciuti, a diffidare del vicino, a non frequentare alcuni luoghi, a non uscire in certi orari, ad affacciarsi dalle grate, a vivere dietro porte blindate o sotto gli occhi delle telecamere. Proprio come in america, paese che riusciamo ad imitare solo nei suoi aspetti peggiori.

da: www.altrenotizie.org

 

Legittima offesa

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L’aula della Camera ha approvato in via definitiva la legge sulla legittima difesa. Il provvedimento, fortemente voluto dalla Lega, ha avuto il sostegno di tutta la Cdl. L’Unione ha votato contro.

Leggi l’articolo su Repubblica

Come lo vedono all’estero

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"Since January 1994, I have no longer had any active interest in the fortunes of my group." (AGI)
Berlusconi initiated his political career in 1994.
He’s the current President of Italian Council of Ministers.
Outstanding debt of Mediaset group in 1994: 2B$
Outstanding debt of Mediaset group in 2006: 0$

We must assume that board of directors and stock holders celebrated his departure in 1994.

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Beppe Grillo – Dipendenti trasparenti

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Ho citato spesso nel mio spettacolo dello scorso anno www.wikipedia.org, l’enciclopedia più grande del mondo.
Wikipedia è creata attraverso liberi contributi di tutti. La versione italiana ha raggiunto 133.000 voci
dalle 40.000 del
mio post di maggio 2005.

Wikipedia è stata proibita in Cina, non ancora in Italia.

Si può trovare di tutto, perfino lui, si proprio lui, quello che non vuole sciogliere le Camere perché non ha ancora finito i compiti e ha paura di essere bocciato.
Qui vi do l’indice, tutto sommato abbastanza completo, delle sue gesta che potete leggere nella
sezione a lui dedicata.

Indice
> 1 Note familiari
> 2 Formazione
> 3 Altre note biografiche antecedenti la carriera politica
> 4 Attività imprenditoriale
> 4.1 Edilizia
> 4.2 Televisioni
> 4.3 Editoria
> 4.4 Altro (Commercio, Milan)
> 5 Attività politica
> 5.1 La discesa in campo
> 5.2 La questione dell’ineleggibilità
> 5.3 Campagna elettorale ed elezioni del 1994
> 5.4 Cenni generali
> 5.5 Governi presieduti
> 6 Conflitto di interessi e "Par Condicio"
> 7 Il "berlusconismo"
> 8 Televisione
> 8.1 La legge Gasparri e Retequattro
> 9 Come Berlusconi viene visto dall’opinione pubblica
> 9.1 All’estero
> 9.1.1 Gran Bretagna
> 9.1.2 Stati Uniti d’America
> 9.1.3 Svezia
> 10 Procedimenti giudiziari a carico di Berlusconi
> 10.1 Procedimenti conclusi con un’assoluzione
> 10.2 Procedimenti nei quali è stato giudicato colpevole, ma i reati commessi sono coperti da amnistia
> 10.2.1 Dichiarazioni sulla P2
> 10.2.2 Falso in bilancio nell’acquisto di terreni
> 10.3 Procedimenti nei quali ha goduto della prescrizione per i reati oggetto d’accusa
> 10.3.1 Processo All iberian 1 (tangenti a Bettino Craxi)
> 10.3.2 Lodo Mondadori
> 10.3.3 Processo SME Capo di accusa A
> 10.4 Procedimenti conclusi con una condanna
> 10.5 Procedimenti in corso
> 10.5.1 Processo Sme-Ariosto (capo A, tangente al giudice R. Squillante)
> 11 Voci correlate
> 12 Bibliografia e riferimenti
> 13 Collegamenti esterni
> 13.1 Biografie
> 13.2 Siti dedicati
> 13.3 Articoli e opuscoli
> 13.4 In inglese

E’ un lavoro importante, che merita di essere sviluppato e approfondito.
Ed esteso a tutti i segretari di partito.
Proviamo a farlo. E’ un’operazione di trasparenza.

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