Chiara Appendino, sindaco di Torino, condannata a sei mesi (pena sospesa) per falso ideologico

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Mentre il populismo pentastellato e traditore esulta per l’esito del referendum (finalmente gli italiani potranno bersi un caffè all’anno in più!), il sindaco di Torino Chiara Appendino è stata condannata alla pena di sei mesi di reclusione (pena sospesa) per falso ideologico.

Per effetto di questa condanna, la Appendino non dovrà lasciare Palazzo Civico, visto che l’entità della pena e il reato per cui è stata condannata non rientrano nei paletti fissati dalla cosiddetta Legge Severino.

Quindi, la Appendino continuerà ad essere sindaco di Torino fino a fine mandato, senza che nessuna condanna glielo impedisca. Si è eticamente e opportunamente autosospesa dal Movimento 5 Stelle, ma tanto che volete che gliene importi? Il fondoschiena incollato alla poltrona non glielo toglie nessuno, se non le prossime elezioni comunali).

E’ il rovescio della medaglia. Vincono i referendum e i tribunali li stanno condannando uno per uno.

Referendum Costituzionale: vince il SI’ (vai, s’è avuta)

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Avete vinto perché siete la casta della casta.
Avete vinto perché avete voluto dare un colpo d’ascia alla Costituzione, figlia della Resistenza e dei padri costituenti.
Avete vinto un caffè all’anno per ogni cittadino. Complimenti per il bottino.
Avete scippato la democrazia con argomenti demagogici e populisti, con l’aiuto delle forze più conservatrici e reazionarie del Parlamento.
Avete vinto perché non avete le palle di tessere la dura tela di Penelope del rafforzamento della fiducia tra i cittadini e le istituzioni.
Avete vinto eliminando la rappresentanza delle minoranze linguistiche, senza tagliarvi gli stipendi.
Avete vinto perché avete tradito le vostre radici popolari diventando i peggiori populisti e giustizialisti sommari della storia d’Italia.
Avete vinto senza sostituire il vostro parlamentino di nominati con un Parlamento di “eletti”.
Avete vinto, e ne andate giustamente tronfi e sussiegosi, bene appiccicati alle vostre poltrone, ai vostri seggi, ai vostri posti di potere.
Avete vinto perché ignorate la democrazia, le regole, il diritto. E perché avete convinto con argomenti vuoti e retorici la maggioranza dei cittadini votanti.

Avete vinto. Ma non ci avete convinto. “Godetevi il successo/godete finché dura”. Avete vinto, ma non riuscirete mai a farci tacere.

Distretto scolastico di Asolo: un alunno positivo al Covid-19 in un istituto superiore

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Nel distretto scolastico di Asolo, in un istituto superiore, si è verificato il caso di un alunno positivo al Covid-19.

Prendo ad esempio questo caso, benché non sia il primo dalla riapertura delle lezioni scolastiche, perché ho molto a cuore la zona in cui si è verificato. Ho passato nell’Asolano giornate bellissime, da solo, coi miei familiari o in compagni di amici, quando vivevo in Veneto. Quindi è un caso che mi tocca particolarmente da vicino.

La classe, di 25 alunni, è stata posta immediatamente in quarantena. Faranno lezione in streaming da casa. I docenti no. Così hanno deciso le unità sanitarie. Perché, si sa, per i docenti le precauzioni sono inutili. Carne da macello, buoi, mucche e vitelli oramai destinati al mattatoio.

Non è il primo caso, dicevo. Non sarà neanche l’ultimo. Ma è un paradigma di come viene trattata la classe insegnante in Italia. Nessuna precauzione. Mascherina e igiene delle mani e via, come se questo bastasse a metterli al riparo da futuri contagi. Un insegnante che sia venuto in contatto con un positivo dovrebbe essere collocato in malattia d’ufficio. Subito, senza esitare.

Ma le autorità sanitarie hanno detto che no, possono tranquillamente lavorare. Tutto va ben, madama la Marchesa.

E’ solo l’inizio. La scuola italiana sarà il crogiuolo di una recrudescenza del virus e di un carnaio da girone dantesco. Che lo vogliamo o no. Si salvi chi può.

Rossana Rossanda: memoria di una ragazza perbene

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Oggi diciamo addio a Rossana Rossanda, fondatrice del quotidiano “il Manifesto”.

A prescidere dalla condivisione o meno delle sue idee, le dobbiamo affetto e gratidudine per la creazione di una voce alternativa ai quotidiani tradizionali, per il suo senso critico e la sua altissima dignità morale.

Mai come oggi avremmo bisogno del suo esempio e della sua penna, nell’affrontare tutte le mille pieghe e aspetti primari e secondari del quesito referendario, il cui esito finale è tanto importante per la nostra democrazia.

Lascia un vuoto incolmabile nel giornalismo italiano onesto e acuto. Ci restano solo gli imbecilli imbrattacarte, urlatori e denigratori di professione. E a tristezza si aggiunge tristezza.

Le minigonne a scuola

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In una scuola di Nonsodove, cuyo nombre no quiero acordarme, come scriveva il sommo Cervantes, la Vicepreside, forse in odore di carriera o forse per eccesso di scrupolo, ha consigliato alle ragazze di non venire a scuola in minigonna o in abiti succinti, in attesa dell’arrivo dei nuovi banchi con le rotelle (quelli con cui l’altra parte del mondo, i “maschi”, giocano a fare l’autoscontro), perché ai docenti (sempre ai “maschi”, s’intende) potrebbe “cascare l’occhio”.

Ora, descrivere i docenti “maschi” (che chissà perché non li si appella mai “uomini”) come degli allupati concupiscenti, che vanno a guardare, sia pure inconsapevolmente (sì, ma quanto?) le gambe delle alunne, è, come minimo, un’offesa bella e buona. Perché non credo che le docenti femmine (le donne, insomma) possano avere questo tipo di reazione (se non in qualche raro ma possibile caso).

Il docente, insomma, sarebbe sempre pronto, invece di spiegare Svevo e Pirandello, le equazioni di secondo grado, la superficie e la densità della Spagna, l’aoristo, l’ablativo assoluto, il sistema cardiovascolare e il DNA, a farsi venire un filo di bava alla bocca e a sbirciare tra i banchi nell’immaginario di quello che non si può dire (ma si può, evidentemente, concepire), umettandosi le labbra con la lingua e sentendo un fastidioso senso di secchezza delle fauci.

Perché, si sa, “l’uomo è cacciatore e si sa anche com’è la donna”.

Fatto sta che le ragazze di quella scuola, per protesta contro cotanta limitazione della libertà personale (il diritto a mettersi una minigonna, capirai!), hanno deciso di presentarsi tutte a scuola con la “mini”, al grido di slogan tipo “Io mi vesto come mi pare”, “Non è colpa nostra se gli cade l’occhio”, “Si girino da un’altra parte se non vogliono guardare” (ma vestiti meglio tu se non vuoi farti guardare, no? NdR).

Reagire ad un invito con una provocazione del genere mi sembra un po’ come sparare a una mosca con un cannone. A parte la caduta di stile della vicepreside, che sulle possibili reazioni maschili o maschiliste dei suoi colleghi, ha fatto una figura barbina che si poteva evitare, c’è da dire che da sempre a scuola si va con un abbigliamento adeguato. Conosco dirigenti scolastiche che redarguiscono le insegnanti che al primo collegio docenti sfoggiano abiti succinti, abbronzatura e consapevolezza (beate loro!) del proprio fascino, recuperato attraverso un mese di vacanza passato a crogiolarsi al sole come le lucertole, e della propria vanità. Conosco dirigenti che hanno fatto sedere nell’atrio per più di un’ora alunni e alunne che si presentavano con i jeans strappati in attesa che i genitori portassero loro un cambio di pantaloni più decente. E hanno fatto bene.

La minigonna te la metti quando esci con gli amici e con le amiche, a scuola bastano jeans e maglietta, di questi tempi calurosi. Anche perché devi stare comoda, sederti, alzarti, andare in giro, fare la lezione di scienze motorie in palestra, interagire con gli altri. Tu ti vesti come ti pare, sì, ma allora, se permetti, ammettiamo anche le alunne musulmane col burka o con un qualsiasi copricapo, perché anche loro hanno diritto a vestirsi come vogliono.

Se a qualche ragazzina (perché di questo si tratta, ragazzine, spesso minorenni) viene il ghiribizzo di mostrare le proprie nudità la scuola fa già anche troppo ad ammetterle in classe conciate così. Già lo fanno sui social network. Instagram è il più grande raccoglitore di cosce e culi del web, la gente lo sa (soprattutto i genitori) e si volta dall’altra parte. Conosco alunne che dichiarano di non avere connessione per svolgere l’attività didattica on line durante i lunghi e difficili mesi del lockdown. Però per mostrarsi in pose discinte sui social o per postare la foto di un bacio col fidanzatino la connessione ce l’avevano e come!

Qualche giornalista sprovveduto (la maggior parte, per la verità, stando alla rassegna stampa che ho seguito alla radio e sul web stamattina) dà ragione alle ragazze, paragonando il loro gesto di protesta a un rigurgito di femminismo, dimenticando, o non sapendo proprio per niente, che le femministe degli anni ’70 andavano in giro con i gonnelloni e gli zoccoli, non con francobolli di jeans sfaldati e cellulare in mano per scambiarsi il solito diluvio di faccine, cuoricini, gattini, pollici alzati.

Il dirigente scolastico ha tra l’altro affermato che il suo istituto:

“è fieramente da sempre attento al rispetto di tutte le individualità e di tutte le opinioni, libere di esprimersi, all’interno del perimetro segnato solo dalla Costituzione e dal codice penale ed è altrettanto attento alle questioni di genere, oggetto peraltro di uno dei tavoli di lavoro permanenti che la scuola, capofila nazionale della Rete scuole Green, ha istituito e nel quale lavorano insieme studentesse, studenti e docenti.

Alla scuola, però, peccato che non bastino Costituzione e Codice Penale, per cui tutto quanto rientri in ciò che è stabilito come lecito è libero. A scuola ci sono i regolamenti interni. Quello dell’Istituto in questione sono andato a cercarmelo sul web. Non fa cenno, salvo che per la lezione di scienze motorie (per cui se non porti i vestimenti adatti sei soggetto a una nota disciplinare, alla convocazione dei genitori, e all’ammonizione) all’abbigliamento inadeguato a scuola.

Ma non basta. C’è il Patto di Corresponsabilità tra scuola, famiglia e alunni. Quello dell’Istituto in questione prevede che gli alunni debbano

“avere nei confronti del capo d’istituto, dei docenti, del personale tutto della scuola e dei loro compagni lo stesso rispetto, anche formalmente rispettoso”.

E no, non c’è stato rispetto. Non è stata una protesta, quella delle ragazze, è stata una provocazione bella e buona. E allora di che si sta parlando?

Nella mia scuola, chi si presentasse con un abbigliamento non consono rischierebbe come minimo la nota sul registro e il rinvio all’ufficio di vicepresidenza. Sì, la mia scuola è differente. Checché ne dicano i commenti di Gramellini, che si schiera dalla parte delle studentesse, il cui “Caffè” di stamattina mi è andato di traverso (e dire che io il caffè lo detesto).

“Difendere la privacy” e “Nunc et in hora mortis nostrae” temporaneamente non disponibili per il download gratuito

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I miei scritti “Difendere la privacy (e colpire gli scocciatori al portafoglio)” e “Nunc et in hora mortis nostrae” non sono più, ma solo temporaneamente, disponibili per il download gratuito.

O, meglio, lo sono ancora, ma per 5 giorni (affrettatevi!) su Amazon per chi ha un Kindle. Siccome il contratto con Amazon prevede, per questo tipo di attività, un’esclusiva di 90 giorni, per questo periodo non sarà possibile effettuare il download.

Se volete, su Amazon li trovate qui:

e qui:

Scaricateli, ma soprattutto leggeteli. Anzi, sfogliateli, perché per ogni pagina sfogliata io percepisco una royalty, e quindi divento ricco.

Non è possibile nemmeno accedere all’audiolettura dello stesso “Nunc et in hora mortis nostrae”. Aggiàte pacienza!

Storia di ordinaria telefonia mobile

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Ho avuto svariati problemi telefonici negli ultimi giorni. Connessione internet che passava da 4G a H+ lasciandomi a piedi, ma, soprattutto, telefonate che si interrompevano dopo 2-3 minuti. Chiamato e richiamato il servizio clienti, non ho ricevuto nessuna risposta sui disservizi lamentati. A volte mi dicevano che va tutto bene. Altri operatori albanesi hanno avuto la pietà di segnalare il caso al servizio tecnico. Ma di risposte nemmeno l’ombra.

Cambio cellulare. Nulla da fare, il problema persiste. 160 euro buttati al vento. Per cui decido immantinente di cambiare gestore telefonico. Ho bisogno del telefono. Ho una madre che vive a 500 km di distanza, anzianotta e malconcia, devo sentirla a lungo più volte al giorno per stare tranquillo (e farla stare tranquilla). Ho anche una figlia da contattare quotidianemente mediante messaggi vocali e videochiamate. Non posso permettermi di perdere la connessione. Basta, cambio gestore e spendo qualche altro eurino per la nuova scheda sim.

E fin qui sono solo cazzi miei e del mio portafogli.

Ora ve ne racconto una bellina.

Vado al negozio del gestore di destinazione per completare l’ordine che avevo fatto on line a condizioni più vantaggiose del gestore cedente. L’operazione viene fatta senza particolari problemi, la commessa è gentile ma ligia (fin troppo) alle direttive del gestore.

Alla fine mi chiede una certa cifra per la scheda. Non ho contanti. Propongo di pagare con bancomat o con carta di credito (visto che, oltretutto, questa possibilità era chiaramente indicata dal pittogramma all’ingresso del negozio).

“Guardi”, mi fa, “il bancomat è a pochi metri da qui”.

Faccio presente che ho difficoltà deambulatorie e chiedo di nuovo, cortesemente, se possono fare un’eccezione e farmi pagare col bancomat.

“Ma noi col bancomat ci paghiamo le commissioni!”

E’ vero. Ma non è colpa mia. E poi quante mai saranno le commissioni bancomat su una cifra così bassa? Vista la mia stupida gentilezza, propongo alla signora di rimborsarle le commissioni, pur di evitare di mettere a dura prova i miei già sconquassatissimi piedi, sia pure per pochi metri (o allora? Col bastone non ci so camminare!). La signora, un po’ sorpresa, accetta (“e lo credo bene!”, diceva il Poeta).

Ho fatto male. Tutti i negozi devono essere attrezzati per ricevere i pagamenti via POS. E’ un diritto del cliente pagare con questa modalità. Metti che io abbia bisogno della traccia dell’acquisto (no, non mi basta lo scontrino fiscale), saranno ben cazzi miei? E che me ne importa degli accordi che ha preso il negozio con la banca?? Se posso pagare il mio avvocato col POS, perché non posso pagare una somma infinitamente minore con un negozio di telefonia?

La signora, ancora sbalestrata dalla mia sorprendente proposta di soluzione, chiede a un collega: “Quant’è la commissione su **euro?” E il collega “Ma niente, va bene così…”

E vorrei anche vedere!

Il nuovo gestore non ha ancora importato il mio numero, ma ha attivato la scheda. E’ già qualcosa.

La foto dei bambini di una scuola elementare di Genova in ginocchio per mancanza di banchi

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Circola in queste ore una foto “virale”, come se di viralità non ne avessimo abbastanza.

Ritrae dei bambini della scuola elementare Castelletto di Genova, in ginocchio sul pavimento a colorare e disegnare sulle sedie per la totale mancanza di banchi nell’aula.

A scattare la foto sarebbe stata l’insegnante. L’immagine ha poi fatto il giro della scuola e delle istituzioni, giungendo a conoscenza del Governatore della Liguria Toti, che l’ha ripubblicata, oscurando i volti dei bambini (il minimo!), o, comunque, rendendoli irriconoscibili, su Twitter. Da qui il putiferio: “Ma come? Il primo giorno di scuola una classe senza banchi?” “Indecente, indegno di un paese civile (civile?) come l’Italia (Italia? Civile? Ma da quando??)”, “La Azzolina dovrà risponderne!”

Ma quale Azzolina? Qui la prima che deve risponderne, intanto, è l’insegnante che ha scattato la foto, atteggiamento appena appena definito “una ingenuità” da parte del Dirigente Scolastico, secondo quanto riferisce l’Huffington Post.

Una ingenuità?? E’ stata come minimo irresponsabile. Perché i minori non si fotografano MAI, nemmeno se si ha l’autorizzazione a farlo da parte delle famiglie che solitamente viene richiesta all’atto dell’iscrizione. Ma viene richiesta per pubblicarla sul giornalino scolastico, per uso interno, per fare dei cartelloni da appendere in classe. Non per farla girare su WhatsApp prima e sui social network dopo. Perché lo dovresti sapere come vanno queste cose. Basta un clic per sputtanarsi.

L’insegnante voleva denunciare la carenza o la assoluta mancanza di banchi nella sua scuola? Perfetto, suo sacrosanto diritto. Ma allora scattava una foto alla classe VUOTA, e la mandava a chi le pareva. Al Dirigente, ai colleghi, alle redazioni dei giornali nazionali e locali, al TG regionale, ai GR, ai programmi radiofonici e televisivi di approfondimento, al sindaco, al Presidente della Provincia, alla Azzolina, ai deputati, ai senatori, a chi pareva a lei.

Ma coi bambini in ginocchio no.

Che, poi, voglio dire, sei un’insegnante strapagata dallo Stato, non sai fare lezione senza banchi? Possibile che tu non conosca delle attività, dei giochi, della didattica da fare tutti insieme in cerchio o a piccoli gruppi, mantenendo le debite distanze di sicurezza? Che so, delle vecchie e care esercitazioni alla lavagna, non per valutarli, ma come semplice prova d’ingresso, considerata la situazione di emergenza.

Ai bambini bisogna dare il benvenuto, il primo giorno di scuola, fare accoglienza, e se qualche bambino si fosse messo a disegnare in ginocchio bisognava farlo rialzare e dirgli “vieni, adesso facciamo qualcos’altro”. Perché i bambini in ginocchio mi ricordano tanto i ceci di cui mi parlava la buonanima di mio padre, collocati dietro la lavagna, che lui scansava e mangiava, perché non gli facessero male. Non che i bambini di Genova siano stati collocati in ginocchio per punizione, per carità, non intendo dire questo, c’era una necessità dettata da problematiche contingenti. Ma questa necessità poteva e doveva essere superata. Inginocchiarsi è un gesto comunque degradante per un minore (e non solo!). E il Dirigente Scolastico ribadisce che quella foto “ritrae bambini che, durante una attività didattica stanno disegnando sereni in libertà”. In libertà? Disegnare senza banchi e in ginocchio è un segno di libertà?? Strano concetto il suo, quello dell’essere liberi e sereni in un contesto di apprendimento, accoglienza, interrelazione come dovrebbe essere quello scolastico. Liberi di cosa? Di mettersi in ginocchio perché (e sono sempre parole del Dirigente) “nel primo giorno di scuola, che è stato un giorno di festa, abbiamo solo evitato di rimettere quelli vecchi”? Ma meglio, mille volte meglio, i banchi vecchi sgraffiati, lesionati e scarabocchiati (ah, il chewing-gum appiccicato sotto!) che nessun banco.

Sono bambini. Lasciateli stare. E se possibile proteggeteli. Anche dai selfie facili dei loro insegnanti.

Dario Monferini

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Dario Monferini, qui ritratto in una vecchia ma ancora divertente rielaborazione grafica che non ne tradisce troppo, tuttavia, sguardo e tratti somatici), nel luglio del 2009 annunciò la (falsa) notizia della mia morte nella tragedia di Viareggio in una delle sue innumerevoli mailing list col marchio del suo bollettino settimanale “Play DX”.

Protestai vivamente la mia esistenza in vita. Mi sentii rispondere che dovevo prendere dei farmaci antipsicotici.

Lo querelai, ma il Dott. Carducci della Procura della Repubblica di Milano decise per l’archiviazione. Così deciso, così sia, non ho proposto opposizione, e il fascicolo ora prende la polvere in qualche archivio milanese.

Acqua passata. Forza Dario!

Roberto Saviano manda “a cagare” il PD con le parole di Max Gazzè

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Lo chiarisco una volta per tutte, e poi non tornerò mai più sull’argomento: io al referendum costituzionale prossimo venturo sulla riduzione del numero dei parlamentari voterò un deciso NO convinto. Perché sulla costituzione e sulla rappresentatività del Parlamento, soprattutto per le minoranze, non si scherza e NON si risparmia un caffè all’anno per ogni cittadino. Punto.

Ciò premesso, Roberto Saviano ha pisciato fòri dal vaso un’altra volta. Dichiarandosi giustamente indignato per la presa di posizione per il SI del Partito Democratico (la parte più consistente del governiccho di nicchia), si è permesso di mandarli “a cagare” (sic et simpliciter) e senza passare dal via, con una citazione di Max Gazzè, che so chi è ma non lo seguo perché soy demasiado viejo para tanta novedad, come diceva il mio Maestro Blecua.

Non è il contenuto, ma la modalità che è fuori da ogni logica. Non è con un “cit.” che te la cavi (come a dire: “queste non sono parole mie, le ho riprese da qualcun altro”).

L’autore di “Gomorra” e “La bellezza e l’inferno”, libri che ho prontamente regalato alla Biblioteca pubblica di Roseto degli Abruzzi tanto non mi piacevano e mi annoiavano (un libro, quando annoia e non “prende” andrebbe scaraventato via con violenza. La vita è una e uno non può passarla a leggere libri noiosi e piagnucolenti), Saviano, insomma, come si dice a Livorno “l’ha buttata di fòri” offrendo il destro ai militanti del PD per riempire paginate e paginate di giornali, social, interviste radiofoniche e televisive, solo perché uno scrittore e opinionista li ha mandati “a cagare” con i versi scritti da un altro.

E giù piagnistei, lamentazioni, planhes provenzali del medioevo, indignazioni, sussiego, supponenza dai piddini, soprattutto da quelli più stitici.

Basta con questa storia, ora. Io voto NO, ma Saviano l’ho scassato da tempo dai santi del mio calendario.

L’account Instagram della ragazza di fronte: sparito, con 70000 follower, “SpaghettiPolitics”

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Una ragazza della provincia di Varese, studentessa ad Amsterdam, aveva creato su Instagram un account denominato “SpaghettiPolitics” che, sia in italiano che in inglese, “spiegava” agli italiani all’estero la politica italiana.

Quali siano stati i toni dei suoi post (che poi non ho capito bene perché abbia scelto proprio Instagram, che accoglie solo immagini, Twitter non le andava bene? Misteri!) non lo so e non mi interessa gran che. Fatto sta che in uno dei giorni scorsi, la studentessa (21enne, quindi giovanina e ignara dei pericoli e delle insidie del web) ha fatto delle considerazioni sulle matrici fasciste della morte del povero ragazzo Willy Monteiro Duarte.

Una notissima inflencer, Chiara Ferragni, che non ho mai saputo né chi sia, né mi sono mai azzardato a leggere una mezza parola di quello che scrive (di solito ho da far cose più serie, diceva il Poeta), ha riforwardato il post della studentessa varesina sul suo account Instagram e immediatamente i follower del profilo della giovane hanno avuto una impennata colossale. Da 20.000 a ben 70.000.

Allora cosa fa la ragazza, nel fiore degli anni della sua giovinezza e di fiducia verso il prossimo? Manda una e-mail a Instagram per chiedere “di ottenere le spunte blu” (non mi chiedete che cosa siano e a che cosa servano, non ne ho la benché minima idea). Dopo poche ore le arriva una e-mail apparentemente proveniente da Instagram, nella quale le venivano richiesti i dati di accesso al social network. La giovane, candidamente, ha cliccato sul link, e si è ritrovata (probabilmente pensando che si trattasse di una sorta di risposta della stesssa Instagram allal sua richiesta di abilitare le fantomatiche “spunte blu”) su una pagina “plausibile”, ha infilato i dati e immediatamente dopo l’account da 70.000 follower era sparito, dileguato, scomparso. Assieme a lui anche il suo account personale e quello dell’hotel di famiglia.

Ha provato a protestare con Instagram ma nulla da fare. L’acount era, è e rimane disattivato. Niente più spaghetti!

La notizia è arrivata all’orecchio della Ferrigni, che aveva rimbalzato il post nel suo account, tramite un amico dell’autrice originale, e la Ferrigni promette il suo interessamento presso Instagram per far riconsegnare intonso l’account alla legittima proprietaria vittima di una frode.

Fin qui i fattarelli. Roba da ordinario hacking quotidiano. Succede la stessa cosa per i numeri di carta di credito (usate PayPal!), per i numeri telefonici, le password bancarie, quelle degli account e-mail e via discorrendo. Si chiama Fishing.

La studentessa ha dichiarato: “Non credo che recupererò nulla del vecchio account, a meno che l’intercessione di Ferragni non faccia il miracolo…” L’intercessione? Il miracolo?? Questo linguaggio simil-religioso mi inquieta. La Ferrigni sarà una persona normale come tutti gli altri, solo con migliaia e migliaia di follower. La seguono perché è bella? Perché è brava? Perché è intelligente? Perché è interessante quello che scrive? Francamente non lo so, ma ha successo e buon per lei. Ma in credo che questa influencer sia così “influente” da far cambiare politica a Instagram che se ne frega di quanti follower ha un account, siano essi tanti o pochi, se qualcuno con quelle credenziali accede e chiede di cancellare tutto, per loro quel “qualcuno” è vero e vere sono le sue intenzioni.

La ragazza è stata vittima di una truffa bella e buona. Ha 21 anni e la capacità di agire in giudizio. Sarebbe stato forse più prudente segnalare il tutto alla magistratura per tramite della Polizia Postale, no? E invece no, si crede nei “miracoli”, nelle “intercessioni” di chi dovrebbe “guidare” gusti e orientamenti della pubblica opinione. Magari la Ferrigni potrà influire sulle scelte di adolescenti in merito all’uso dell’ultimo paio di scarpe alla moda, ma sulle scelte di che cosa fa Instagram (o Facebook, che poi è la stessa cosa) in casa propria (sì, perché l’account non è SUO, è di Instagram), la Ferrigni vale quanto me o chiunque di voi che leggete.

Comunque, da studentessa di Amsterdam, la ragazza dell’account di fronte avrebbe dovuto sapere che prima ci si rivolge alle autorità. Poi si aspettano le intercessioni o i miracoli della Ferrigni, o di Fa’ Cappio da Velletri, se uno ci crede. Ma solo POI.

“Il libro Cuore (forse!)” di Federico Maria Sardelli si trova SOLO su Apple Books

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Sono incacchiato nero con quelli del Vernacoliere.

Ormai, da quando il Sardelli, il Greggio e il Caluri non collaborano più con loro, è molto scaduto, e da anni non rinnovo l’abbonamento. Sono stufo della 115a raccolta del Troio, e voglio indietro quella comicità intelligente e pungente che, pure, gli apparteneva fino a qualche anno fa (diversi, ormai).

Ma ieri volevo fare un cadó alla fedele e cara lettrice Bucalossi Armida. Le volevo regalare “Il libro Cuore (forse)” di Federico Maria Sardelli, che mi fa sganasciar dalle risa (ah, le rysa…) al solo sapere di averlo lì a portata di mano sullo scaffale.

Vado su Amazon, non c’è. Vado sul sito (o sytarello) del Vernacoliere, alla sezione Gadgets e Libri, e dopo una ricerca un tantinello laboriosa, lo trovo. Che bello, mi dico, lo ordino subito e lo faccio recapitare alla Bucalossi. E invece no. L’edizione cartacea è completamente esaurita. Nessuna ristampa prevista.

Potete averlo, sì, ma solo in versione elettronica, e SOLO su Apple Books, quelli dei Mac, degli iPhone, quelli che vendono la roba cara asserpentata. Costa 6 euro. E va bene, non lo pretendo mica gratis, ma, tanto per dire, una edizioncina per Kindle su Amazon, no, vero? O magari, metterlo in vendita anche in formato PDF superprotetto, così TUTTI lo possono leggere almeno a computer? O cosa gli ci voleva a farlo? Gli editori sono loro.

Chi ha il cartaceo se lo tenga ben stretto perché poi non lo trova più da nessuna parte. Chi lo vuole in digitale vada a prenderselo su Apple Book e chi non lo vuole vada pure a prenderselo dove crede meglio.

Intanto la sorpresa per la Bucalossi è andata a gracidare con le rane (cioè a putt…).

Il pasticcio del provvedimento del governo sugli acquisti con bancomat e carte di credito

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Il governicchio di nicchia, che ormai è solo definibile per allitterazioni) ne ha pensata un’altra.

Stanno per varare un provvedimento che incentivi l’uso del bancomat e delle carte di credito per i pagamenti, in modo che possano essere tracciabili, nel tentativo di combattere l’evasione fiscale. Rimborso previsto: il 10% della spesa. O con bonifico bancario come “bonus” sulle impostepagende future. Non è un male.

Ma c’è un “ma”. E il “ma” consiste nel fatto che NON sono compresi nel rimborso gli acquisti fatti on line.

Per cui, se andate a mangiare una pizza il sabato sera in pizzeria con la famiglia rischiando di esporvi al contagio per sovraffollamento va bene, ma se la ordinate tramite una di quelle odiosissime app che vi riempono il cellulare di inutili avvisi, e ve la mangiate a casa vostra senza far parte della bolgia a rischio Covid-19, ecco che non riceverete indietro un bel nulla.

Se comprate un paio di scarpe in negozio vi rimborsano il 10% e rompete i coglioni per tre ore al calzolaio (troppo strette, troppo lunghe, mi fanno male in punta…), se le comprate su Zalando non rompete i coglioni a nessuno ma in compenso non vi rimborsano un bel niente.

L’emergenza del locdàun ci ha insegnato, anche troppo in fretta, a comprare on line. Voi ordinate dal computer e il giorno dopo arriva il corriere che, se il pacco è piccolo, può lasciarvelo nella buca delle lettere, o sul pianerottolo di casa. Rischio contagio men che minimo, massima praticità.

E i testi scolastici, ne vogliamo parlare? Perché devo rischiare di vedere tra 2-3 anni il mio rimborso bancomat o Visa del 10% quando Amazon applica uno sconto del 15% SUBITO?? Perché, se un negozio lo consente (e io ne ho trovati!) non posso pagare con PayPal? Ma perché, cos’hanno i miei soldi, puzzano?? Perché non mi rimborsano il 10% del prezzo dei miei tre siti che pago annualmente ad Aruba con la mia Visa (Altroconsumo, grazie!), mentre se mi faccio fare un sito da uno di questi strozzini di webmaster locali e mi faccio fare la fattura e pago con bancomat mi rimborsano e come?

Troppe contraddizioni. Troppe discriminazioni. Troppo governicchio.

Gustavo Pandora: il calciatore che non esiste nelle pagine di Wikipedia

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Et voilà. Wikipedia l’a de nouveau pris en tasque!!

Son grato e divoto al caro lettore Barontini Rutelio, per la segnalazione di un tweet di Federico Castiglioni, il quale rivela che Wikipedia ha “inventato la carriera del fantomatico centrocampista argentino Gustavo Pandora, inserito nella rosa del Milan ininterrottamente dal ’91 al 2005 con tanto di conteggio presenze nelle sottovoci sulle singole stagioni.”

Insomma, un fake, una notizia falsa, un tranello per pomposi enciclopedisti improvvisati, una boccata d’ossigeno per i lettori più diffidenti da Wikipedia, che si sono fatti quattro risate o per quelli più creduloni che ci sono cascati con tutte le scarpe.

Non mi intendo molto di calcio, lo seguo con disinteresse e gli preferisco la nobile arte di dar noja collo steccolo al prossimo. Ma sono andato ad approfondire la wikipediana novella, e nella risposta di un altro twittatore ho trovato questo:

Non male come fake. Che si tratta di un fake lo si capisce dal fatto che tutti i giocatori elencati hanno una pagina personale su Wikipedia. Il povero Pandora, invece no. E invece concordo che sarebbe stato veramente un colpo da maestro dedicargli una voce. Così sarebbe passato tranquillamente nella storia dell’inesistente, eppure reale, come tutto ciò che viene riportato in rete, vero o falso che sia, come lo storico Louis Robert de l’Astran, tuttologo del ‘600, mai esistito, eppure rimasto nell’archivio wikipediano per anni con una pagina espresssamente dedicata, senza che nessuno si accorgesse di nulla, finché Segolène Royal non ci cascò pronunciando una sua citazione (falsa, ovviamente) in un suo discorso pubblico e rimediando una figura cacina.

Ma non mi sono fermato qui. Cercando “Gustavo Pandora” su Wikipedia, si scopre che il Nostro avrebbe fatto parte del Real Deportivo La Coruña e dell’Associazione Calcio Fioentina dall’87 al ’91.

Insomma, l’ignoto burlone ha inoculato il nome di Gustavo Pandora in varie voci di Wikipedia, senza che i solerti volontarissimi, espertissimi, attivissimi (che non è soltanto un nome proprio di persona, ma anche un aggettivo suscettibile di essere superlativizzato, i debunker di stato se ne stiano seduti al proprio posto, per favore) e amministratorissimi se ne siano minimamente accorti. L’enciclopedia più sconquassata del mondo, quella che dà un’attenzione spasmodica alle fonti, è di nuovo caduta nelle sabbie mobili del rischio che qualche buontempone si prendesse gioco di loro. E ha fatto solo bene.

Il nome di Gustavo Pandora abbia gloria imperituta nel mondo del calcio e in quello della conoscenza universale (io lo scherzo non gleilo segnalo davvero, è troppo divertente vederli insistere).

L’Enciclopedia Britannica è qui

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Da due giorni sono il fortunato possessore di un’edizione del 1969 dell’Enciclopedia Britannica.

Devo ringraziare l’oratorio della Parrocchia del Sacro Cuore, l’amico Domenico Spina e i volontari del centro, per avermi messo a disposizione gratuitamente (bastava che io me la andassi a prendere, naturalmente) un’opera gigantesca (21 volumi, compresi indici e appendici) e restata lì per anni a prendere polvere, muffa, e quel caratteristico odore di parrocchia.

Ma non importa, ne sono felice. La Britannica è sempre un bel colpo. Tolti ragnetti e ragnatele, adesso se ne sta a cuocere al sole aspettando che venga attenuato il suo odor d’incenso e quello di tutto il tempo che è passato. In attesa di una degna sistemazione nella mia piccola ma accogliente casuzza.

Ringrazio anche l’amico Roberto Di Giovannantonio per avermi segnalato la poesia “Frank Drummer” dallo Spoon River di Edgar Lee Masters (“è in gamba, sai…”, direbbe il Poeta) che termina con un laconico “Yet at the start there was a clear vision, / A high and urgent purpose in my soul / Which drove me on trying to memorize / The Encyclopedia Britannica!” che De André ha rielaborato in “io cercai di imparare la Treccani a memoria“. Solo che la Britannica è molto più della Treccani. Molto, ma molto di più.

Insomma, via, son felicetto.

Il comune di Bugliano (PI) che non esiste, ma forse anche sì

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“Cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, colpo d’occhio e rapidità di esecuzione”, diceva il Melandri. [Se non sapete chi è il Melandri non continuate a leggere].

Io dico inoltre che per il genio ci vogliono costanza, disponibilità, pazienza, e una buona dose di facciaculaggine.

Mescolate il tutto e otterrete il comune di Bugliano in provincia di Pisa (con rispetto parlando).

Bugliano in provincia di Pisa non esiste (esiste, tuttavia, un Bugliano in provincia di Lucca).

Se lo sono inventati un gruppo di buontemponi (perché per fare quello che fanno loro ci vuole prima di tutto tempo) e noi sappiamo che la letteratura è piena di posti che non esistono. Dal Macondo di Gabo, alla Vigàta di Camilleri, fino ad arrivare ai paesaggi lacistri e un po’ magici di Andrea Vitali.

Ecco, questi si sono inventati un paese intero. Con tanto di sindaco, assessori comunali di maggioranza e di opposizione, scuola elementare (provvidenzialmente e provocatoriamente intestata alla buon’anima del Bava Beccaris), maestra, feste paesane e tutto quello di cui un’amministrazione comunale ha bisogno per farsi propaganda.

Me lo hanno fatto conoscere il provvido Panciatici Rutelio e la sua druda, Baneschi Adelma nei Panciatici, che son venuti a farmi visita or non è molto.

Mi sono pisciato addosso solo all’apprendere, non senza una certa sorpresa, che per un brevissimo lasso di tempo il Paese che non esiste (ma che ha un regolare cartello di benvenuto su cui è scritto “Bugliano, comune desalvinizzato”) è perfino andato a finire sul database di Google Maps, che lo posizionava a Pisa, davanti al Tribunale:

Si sono resi conto solo più tardi della cappellata, ma voi sapete che sul web un minutino di presenza di una fake news è anche troppo.

Vi potrei parlare della toponomastica, della posizione della scuola elementare Bava Beccaris in via F. Cossiga (che deve essere centralissima), della sagra del couscous (cibo locale tipico, evidentemente) a 37 euro a persona bevande escluse, dell’intitolazione di una via a Bud Spencer votata a colpi di maggioranza, dello svenimento del sindaco durante l’atto di penitenza presieduto dal parroco Don Enrico e prontamente soccorso dalle previdentissima Suor Marika, della gita estiva per bambini dai 6 ai 12 anni presso la Scuola degli Studi Comunisti di Frattocchie al modico prezzo di 249 euro a fanciullo, più 49 di assicurazione, della proposta di gemellaggio con il comune di Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch (che, al contrario di Bugliano esiste e come!), della disinfestazione dei ricci per evitare incidenti stradali, del modulo in PDF da scaricare sul sito del comune o della parrocchia per accedere al sacramento della confessione, delle forme dell’avvocatessa Samantha Filibui, affetta da Covid 19, ragion per la quale il medico di Buglianoil dott. Giorgio Mantrugiani, misurerà la temperatura rettale a tutti i residenti di via F. Cossiga, di come il saluto col gomito provochi l’epicondilite (da uno studio effettuato dall’Università di Livorno su alcuni soci del circolo Arci di Bugliano), dell’apparizione della Madonna allo stesso circolo ARCI, del codice di avviamento postale (56042) che si sono inventati, della macelleria “da Amos” che fa pagare ai turisti 2,50 euro (ma scontrinati) per l’uso della toilette del suo locale, sito in via Giulio Andreotti 3, della prostatite polmonare spiegata dal dott. Mantrugiani, con esame (!) gratuito di Suor Marika, del consigliere d’opposizione della Lega Matteo Doroteo, e di quant’altro faccia schiantare dal ridere in questa nobile iniziativa, che, seppur tristemente pisana, ha i suoi giusti fans, e costituisce una boccata d’ossigeno rispetto al Vernacoliere, giunto ormai a un’espressione grafica e verbale di una grevità gratuita ed abbondante (abbiamo nostralgia del Greggio, del Sardelli e del Caluri, se il Vernacoliere seguisse l’esempio di Bugliano, probabilmente l’assessore alla cultura sarebbe Luana la Baby Sitter).

Potrei farlo, ma preferisco lasciarvi scoprire piano piano il loro account Twitter

https://twitter.com/CBugliano (dovrebbe essere accessibile anche senza essere iscritti a Twitter, se non lo fosse iscrivetevi perché vale la pena solo per questo)

e farvi le vostre grasse risate.

Bugliano, in definitiva, non esiste. Ma magari anche sì. Come esiste tutto ciò che di falso viene immesso in rete. Se ci ha creduto Google Maps posso crederci anch’io.

Lasciatemi sognare.