Come eseguire l’aggiornamento da Windows 7 a Ubuntu – Installazione

Una delle maggiori difficoltà incontrate dalle persone è l’installazione di un nuovo sistema operativo nel proprio dispositivo. Questo aspetto è dovuto prevalentemente a due semplici situazioni: la prima, al fatto che la stragrande maggioranza delle persone acquista i computer con il sistema operativo già installato; mentre la seconda, che può essere anche una conseguenza della prima motivazione, è che non ci si è mai trovati ad intraprendere un processo di installazione di un nuovo OS. Per questo, attraverso una serie di articoli, cercheremo di rendere quanto più semplice possibile questi passaggi. Nel precedente articolo –  2020.004 ( https://wiki.ubuntu-it.org/NewsletterItaliana/2020.004#Come_eseguire_l.27aggiornamento_da_Windows_7_a_Ubuntu_-_Considerazioni_su_hardware_e_software ) – si è fatta un’ampia panoramica sulla fase di preparazione discutendo delle differenze tra Windows e Ubuntu, la parità del software, il supporto hardware e il backup dei dati. Oggi invece, mostreremo come installare Ubuntu in sicurezza e con semplicità. L’installazione prevede diversi fasi:
*  Scaricare ( https://www.ubuntu-it.org/download ) il file .ISO di installazione, questo non è altro che un file con le stesse funzionalità di un file .exe in Windows per la configurazione di un’applicazione. Ad esempio, se scarichi Ubuntu, troverai un file chiamato ubuntu-18.04.3-desktop-amd64.iso nella cartella download;
* È necessario  copiare ( https://wiki.ubuntu-it.org/Installazione/CreazioneLiveUsb ) il file .ISO di installazione su un dispositivo esterno, un DVD o una chiavetta USB. Questo passaggio verrà fatto con uno strumento dedicato che prende il nome di UNetbootin , che preparerà correttamente il dispositivo esterno per l’uso e memorizzerà il contenuto del file di installazione su di esso. Prima di procedere, dobbiamo precisare la presenza di due opzioni disponibili all’interno del software: 1) scaricare Ubuntu direttamente dallo strumento e quindi copiarlo sull’unità USB, 2) caricare un’immagine ISO precedentemente scaricata;
* Collegare il supporto esterno, che esso sia il posizionare un DVD nel vassoio o inserire una chiavetta USB in una porta USB e successivamente, è necessario avviare il tutto. Precisando che alcuni computer sono configurati per farlo automaticamente una volta riavviati mentre in altri casi, sarà necessario accedere – durante l’avvio del computer – alla configurazione del BIOS utilizzando i tasti F2 o ESC, quindi modificare l’ordine di avvio dell’hardware. Avviare il dispositivo esterno sul tuo computer;
* Una volta che il computer identificherà correttamente il supporto esterno, avvierà il sistema operativo – in questo caso Ubuntu – su questo supporto. Non preoccuparti per i tempi, l’installazione non inizierà immediatamente e se lasciato senza interazione da parte dell’utente, si avvierà in modalità live, il che significa che l’hardware, quindi l’hard disk all’interno del dispositivo non verrà utilizzato, e in questo modo è possibile testare, cioè provare le applicazioni e verificare che l’hardware disponibile (scheda video, processore etc.) nel proprio dispositivo sia supportato correttamente. Questo metodo permette di sperimentare in sicurezza Ubuntu prima di decidere di apportare modifiche;
* Il passo successivo è l’effettiva installazione del sistema operativo, il quale in automatico ti avviserà che le modifiche verranno scritte sul tuo disco rigido e a questo punto se non si è sicuri al 100% è possibile tornare indietro altrimenti si da la propria approvazione e si procede. Al termine dell’installazione, e al successivo riavvio del computer, Ubuntu verrà avviato.
Occorre fare una piccola precisazione, perché è chiaro a questo punto, che esistono diversi modi in cui è possibile configurare i propri sistemi operativi: non solo per Ubuntu, ma per tutti i sistemi operativi presenti nel mercato. Possiamo allora decidere se optare per avere:
* Un singolo sistema operativo sul computer – questo è il tipico scenario che adottano la maggior parte delle persone. È relativamente semplice da configurare e gestire perché all’interno del disco rigido è presente un solo sistema operativo. La maggior parte degli utenti di Windows 7 avrà PC desktop o laptop configurati in questo modo;
* Un dual boot – si tratta sostanzialmente di una configurazione in cui sono installati due sistemi operativi sullo stesso computer, che possono risiedere su un disco rigido separato oppure sullo stesso, facendo attenzione a partizionare ad-hoc il disco. Nella configurazione con il doppio sistema durante l’avvio del dispositivo viene visualizzato un menù che consente all’utente di scegliere il sistema operativo che desidera eseguire. Sui sistemi fisici, è possibile eseguire solo un sistema operativo alla volta e alternare il loro utilizzo con un semplice riavvio. Una configurazione base potrebbe essere Windows 7 e Ubuntu;
* Avvio multiplo – come il dual boot, ma con l’aggiunta di tre o più sistemi operativi;
*  Virtualizzazione ( https://wiki.ubuntu-it.org/Virtualizzazione ) – Questo procedimento ci permette di eseguire – o più comunemente in gergo virtualizzare – un intero sistema operativo su un altro sistema operativo attraverso un software dedicato chiamato  hypervisor ( https://it.wikipedia.org/wiki/Hypervisor ). Il software hypervisor (p.es. Virtualbox, Qemu etc.) viene eseguito sul sistema operativo host e consente di creare macchine virtuali che emulano l’hardware, permettendo di installare un sistema operativo guest su questo hardware emulato e utilizzarli fianco a fianco senza dover riavviare il proprio dispositivo ogni qualvolta si voglia usare un sistema piuttosto che un altro. Il processo di virtualizzazione non è banale, ma è un modo utile di testare nuovi sistemi operativi senza doverli installare su un hardware fisico.
Una volta avviato l’hardware su cui si è andato a copiare il sistema operativo, il programma di installazione di Ubuntu ti informerà in automatico che avrà trovato un altro sistema (Windows 7) installato sull’hard disk, e suggerirà diverse opzioni:
* quella di installare Ubuntu insieme a Windows, e in questo caso lo stesso programma di installazione verrà in aiuto all’utente cercando di trovare la partizione più adatta, ti consentirà di ridurla, creare una nuova partizione nello spazio libero dopo il ridimensionamento e installare Ubuntu su di essa. Questo è quello che precedentemente abbiamo chiamato dual-boot, inoltre questo passaggio, che possiamo definire di transizione, permette, fino a quando non si sarà presa un po di familiarità con l’utilizzo di Ubuntu, di non alterare i dati presenti su Windows 7;
* se invece decidi di voler sostituire Windows 7 con Ubuntu dovrai formattare l’intero disco rigido e configurare Ubuntu come unico sistema operativo. Se è stato eseguito il backup dei dati in modo sicuro da Windows 7, è possibile utilizzare questa opzione. Se non sei sicuro, il modo migliore è iniziare con l’opzione dual-boot e infine sostituire completamente Windows 7 una volta che sei sicuro di usare Ubuntu;
* se il programma di installazione non può configurare la partizione in modo automatico, sarà necessario configurare  manualmente le partizioni ( https://wiki.ubuntu-it.org/Installazione/InstallareUbuntu#precauzioni_win ). Inoltre, per chi volesse andare a vedere come saranno partizionati i dischi, tra le varie applicazioni di Ubuntu è presente un’importante utility chiamata Gparted che vi mostrerà quanto appena detto. Per chi volesse intraprendere questa strada al  seguente link ( https://wiki.ubuntu-it.org/Hardware/DispositiviPartizioni/PartizionamentoManuale ) è presente la guida fornita dalla comunità Ubuntu-it che vi seguirà passo per passo.
Al termine dell’installazione e dopo aver riavviato il computer, verrà visualizzato un menu di testo all’avvio e sarà possibile selezionare il sistema operativo in cui eseguire l’avvio: Ubuntu o Windows 7.
Fonte:  ubuntu.com ( https://ubuntu.com/blog/how-to-upgrade-from-windows-7-to-ubuntu-installation )

m/news/ten-year-old-sudo-bug-giving-root-privileges-to-any-user-gets-a-fix-529096.shtml )

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Bonafede: “Gli innocenti non finiscono in carcere”

Annalisa Cuzzocrea: «Mi chiedo se lei ogni tanto non pensa agli innocenti che finiscono in carcere»

Alfonso Bonafede: «Cosa c’entrano gli innocenti che finiscono in carcere? Gli innocenti non finiscono in carcere»

Annalisa Cuzzocrea: «Dal 1992 al 2018 27mila persone sono state risarcite dallo Stato perché sono finite in carcere da innocenti, quindi gli innocenti finiscono in carcere»


Aggiornamento delle ore 10:40.

Successivamente a questo scambio di battute il Ministro Bonafede ha pubblicato su Facebook un intervento in cui chiarisce il senso di quanto riportato nell’intervista:

Ci tengo a chiarire perché non voglio che ci siano strumentalizzazioni su un punto così delicato.

Nell’intervista di ieri sera, mentre si stava parlando di assoluzioni e condanne, ho specificato che gli “innocenti non vanno in carcere” riferendomi evidentemente e ovviamente, in quel contesto, a coloro che vengono assolti (la cui innocenza è, per l’appunto, ‘confermata’ dallo Stato).

Ad ogni modo, la frase non poteva comunque destare equivoci perché subito dopo ho specificato a chiare lettere che sulle ipotesi (gravissime) di ingiusta detenzione, “… sono il ministro che più di tutti ha attivato gli ispettori del ministero per andare a verificare i casi di ingiusta detenzione …” (come da video di questa specifica parte dell’intervista).

Aggiungo, infatti, che per la prima volta ho introdotto presso l’Ispettorato in maniera strutturata il monitoraggio e la verifica dei casi di riparazione per ingiusta detenzione, anche in occasione delle ispezioni ordinarie.

E’ solo da far appena appena notare che se da una parte l’innocenza degli assolti viene “confermata” dallo Stato, quella di TUTTI gli indagati in attesa di giudizio definitivo passato in giudicato viene SANCITA dalla Costituzione.

Xé pegio el tacón del buso!

 

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Paolo Attivissimo: “i commenti (di YouTube) sono una cloaca di complottisti, odiatori e imbecilli”

(…) non è la prima volta che Youtube mi causa problemi e perdite di tempo. I suoi controlli sul copyright sono diventati vessatori e ridicoli (…) e i suoi commenti sono una cloaca di complottisti, odiatori e imbecilli.

da: https://attivissimo.blogspot.com/2020/01/bye-bye-youtube-visto-che-per-te-i-miei.html

Il proverbiale aplomb britannico del Superlativo, oggi ha raggiunto il culmine. Siccome è stato avvisato da YouTube che “We found that a significant portion of your channel is not in line with our YouTube Partner Program policies.”  si è lasciato andare a queste frasi di particolare appprezzamento contro il colosso e contro i suoi utenti (dove li vede tutti questi “odiatori, complottisti e imbecilli”? Nei commenti rivolti ai suoi contenuti, probabilmente), che non si sa cosa c’entrino con il fatto che i suoi filmati e i contenuti inseriti non siano in linea con la Policy del Partner Program che gli rende, a detta dello stesso Attivissimo, ben oltre un dollaro al mese (e pensare che questo blog con gli annunci di AdSense un dollaro lo fa al giorno!) Non si capisce come un gruppo eterogeneo di utenti (ci saranno pure commentatori tranquilli e poco inclini alla polemica) viene ridotto ai minimi termini con appellativi spregevoli e denigratori). Sia come sia, se sei su YouTube e vuoi essere suo Partner osservi le sue regole. Se non le osservi, o se i tuoi contenuti non sono compatibili con le loro richieste, quali che siano, te ne vai da un’altra parte. Cosa che Attivissimo ha già detto di voler fare passando a Vimeo. L’account su YouTube, però, lo mantiene. I risicati ma sudati e meritati guadagni pregressi fruttati “in questa macchina tritacarne senza volto” pure.

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L’indolenza della maggioranza mentre i salviniani digiunano

Era già tutto previsto.

La maggioranza ha disertato la Giunta per le Autorizzazioni a Procedere del Senato e ha perso un’ottima occasione di dare il proprio “sì” alla processabilità di Salvini. Una figura meschina che, se da un lato non dà il destro a Salvini di considerarsi martire (sono stati i suoi della Lega a giudicarlo processabile), dall’altro costituisce un vuoto politico imbarazzante. PD e M5S, nel loro inevitabile e mostruoso tracollo non hanno partecipato, la relazione del Presidente è stata cassata e Salvini andrà a processo (si ricomincerà dall’udienza preliminare) ma loro non si sono sporcati le mani, in un contesto in cui le mani bisogna sporcarsele per forza, per indicare all’aula una direzione (staremo a vedere se il 17 febbraio, data della discussione collegiale, questi galantuomini diserteranno anche l’aula di Palazzo Madama) e, soprattutto, per riuscire a guardarsi in faccia quando ci si alza la mattina. Salvini ha invocato per sé il procedimento penale a cui, pure, parte dell’opposizione voleva sottrarlo per un presunto ma non veritiero garantismo di facciata (in questo caso il garantismo è confuso con l’impunità, quello che garantisce Salvini nei suoi diritti è lo svolgimento di un processo regolare, non certo la salvezza dalla sua celebrazione), ed è quello che ha ottenuto.

Intanto cominciano le iniziative salviniste più discutibili. E’ in linea da ieri il sito digiunopersalvini.it. Raccoglie adesioni di chi vuole digiunare per un solo giorno (quindi nulla di particolarmente impegnativo, e, soprattutto, nulla che ricordi i digiuni a “staffetta” del Partito Radicale) in solidarietà al Capo. Basta indicare nome, cognome, provincia e regione di appartenenza, età (non obbligatoria) e numero di cellulare (che, per fortuna, non verrà pubblicato). Che “fine” fanno questi dati? Ecco qui il punto d) Finalità e base di liceità del trattamento dell’Informativa sulla privacy, che mi sono preso la briga di andarmi a leggere:

I dati personali da Lei forniti, ai sensi di quanto previsto al punto che precede, sono pertanto necessari ai fini di:
1. gestire la raccolta firme per la campagna denominata “#digiunoperSalvini”;
2. all’invio di materiale illustrativo, di aggiornamento sulle novità, iniziative e attività del Partito (materiale informativo e comunicazioni di promozione elettorale e politica, informazioni su manifestazioni, incontri, assemblee, dibattiti, conferenze, convegni e simili, pubblicazioni o altro, attraverso l’invio di posta tradizionale, posta elettronica, sms, mms o attraverso contatti telefonici) ed in generale a condividere proposte programmatiche di natura politica;
3. ad assolvere a specifiche richieste da parte dell’interessato;
4. all’accertamento, esercizio e difesa dei diritti di LpSP in sede giudiziale e stragiudiziale.

Va detto, a onor del vero, che il punto 2 della lettera d) che ho riportato (il consenso all’invio di comunicazioni e materiale promozionale del partito, anche via SMS o “attraverso contatti telefonici”) viene attuato solo se si clicca sul segno di spunta relativo (non obbligatorio).

Continua la informativa in questione:

Il trattamento effettuato sulla base delle finalità sopra indicate avviene previo suo CONSENSO esplicito che viene richiesto con formulazione specifica e distinta per ogni singola finalità.

Bene. Per i punti 1 e 2 della lettera d) dell’informativa sulla privacy il consenso esplicito viene richiesto (anzi, per il punto 1 è addirittura obbligatorio), ma per i punti 3 e 4 non ce n’è traccia. In particolare risulta incomprensibile proprio il punto 4 che ribadisce che i miei dati personali, forniti nel momento in cui decido di aderire al digiuno per Salvini, servono:

all’accertamento, esercizio e difesa dei diritti di LpSP in sede giudiziale e stragiudiziale.

Cioè? Loro si difendono in sede giudiziale e stragiudiziale con la mia e-mail e con il mio numero di telefono??

Ma mi posso opporre al conferimento di alcuni dati? Certamente. Infatti

Il conferimento dei dati personali non è da considerarsi obbligatorio ma un eventuale rifiuto a fornirli o l’eventuale successiva mancanza di consenso al loro trattamento potrà determinare l’impossibilità del Titolare a dar corso alla fruizione di determinati servizi.

Quindi io posso anche decidere di non dare il mio numero di telefono o la mia e-mail alla LpSP, ma se lo faccio potrei non essere inserito nella lista degli aderenti, ad esempio, e questo, lungi dall’apparire un problema che potrebbe far piangere persino un uomo grande, è un dato di fatto.

Per quanto tempo verranno conservati i dati così conferiti? Anche qui la preziosa informativa cui viene in aiuto:

con riferimento ai dati trattati per i quali è stato rilasciato il consenso con riferimento alla campagna denominata “#digiunoperSalvini” il termine di conservazione sarà di mesi 1 dalla sottoscrizione;

E se ho cliccato il segno di spunta sulla famigerata casella di cui al famigerato punto 2 lettera d)?

in relazione al trattamento consenziato per l’ulteriore finalità di comunicazione politica (di cui al § d. n. 2) il termine di conservazione sarà di anni 1 dalla data della sottoscrizione.

Quindi, se avete prestato il vostro consenso per ricevere messaggi propagandistici o con finalità politiche in genere, sappiate che il vostro numero di telefono verrà trattenuto nelle mani della LpSP per un anno intero. Se vorrete cancellarlo prima di questa scadenza naturale dovete fare una richiesta ai sensi della legge sulla privacy. Potete farlo anche inviando una PEC. Gentili.

Per carità, digiunate pure per Salvini, ma stateve accuort’!

 

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Lite temeraria e diffamazione a mezzo stampa: in arrivo il nuovo articolo 96 c.p.c. salva giornalisti

Ecco il comma che modifica l’articolo 96 del Codice di Procedura Civile, secondo il disegno di legge presentato da Di Nicola, Airola, Angrisani, Castellone, Di Girolamo e altri:

«Nei casi di diffamazione commessa con il mezzo della stampa, delle testate giornalistiche online o della radiotelevisione, in cui risulta la mala fede o la colpa grave di chi agisce in sede di giudizio civile per risarcimento del danno, su richiesta del convenuto, il giudice, con la sentenza che rigetta la domanda, condanna l’attore, oltre che alle spese di cui al presente articolo e di cui all’articolo 91, al pagamento a favore del richiedente di una somma, determinata in via equitativa, non inferiore alla metà della somma oggetto della domanda risarcitoria»

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Fatto di particolare tenuità: imputato prosciolto con 1,97 grammi per litro di alcol

Il Tribunale Monocratico (giudice Maria Pia Bianchi) di Milano ha prosciolto un automobilista dalle accuse previste e punite dall’articolo 186 del Codice della Strada (ammenda da 1.500 a 6.000 euro, arresto da sei mesi ad un anno, sospensione o revoca della patente) dopo aver provocato un incidente sulla A4 in cui non risulterebbero feriti o terze persone o mezzi coinvolti. La ragione è che il fatto sarebbe di “particolare tenuità”. La particolare tenuità di un fatto è una fattispecie prevista dall’articolo 131 bis del Codice Penale. Eccone il primo comma:

“Nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133, primo comma, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale.”

Ora, un tasso di alcol pari a 1,97 grammi per litro è di quasi quattro volte il massimo consentito. Con lo stesso identico tasso alcolemico il 5 gennaio scorso in provincia di Bolzano un giovane su un auto lanciata a tutta velocità ha ucciso sette persone, travolgendole.

Dunque, è SOLO perché, fortunatamente, nel caso dell’automobilista processato dal Tribunale di Milano non ci sono state vittime o feriti che il processo ha preso la piega della “particolare tenuità”? Pare di no, anzi, nelle motivazioni depositate lo scorso mese di novembre si legge, tra l’altro, che:

«la circostanza che il livello di tasso alcolemico rinvenuto nel sangue non sia di molto superiore al limite relativo alla soglia di rilevanza, consente di qualificare il fatto in termini di tenuità»

Quasi quattro volte oltre il limite consentito NON E’ un fatto di “particolare tenuità”.

Riguardo all’incidente la motivazione riporta:

«non si stima adeguatamente provato» considerato che «l’imputato perdeva il controllo del mezzo senza cagionare ad altri danno»

Scrive la Polstrada di Bergamo:

«rimane di difficile comprensione l’eccezione di non ritenere adeguatamente provato l’incidente»

La sentenza è di per sé spiazzante e c’è solo da augurarsi che non lasci ulteriori strascichi nella giurisprudenza e che possa trovare una riforma nel giudizio di appello

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Quantus tremor est futurus, quando iudex est venturus, cuncta stricte discussurus!

E’ il dies irae, il giorno in cui la Giunta per le Autorizzazioni a procedere voterà a favore o contro l’ipotesi di mandare a processo Matteo Salvini per sequestro di persona nell’ambito del caso della nave Gregoretti. Salvini, citando maldestramente Giovanni Guareschi si dichiara pronto alla prigione («Guareschi diceva che ci sono momenti in cui per arrivare alla libertà bisogna passare dalla prigione. Siamo pronti, sono pronto»), ma è una manovra evidentemente elettorale: lo stigma sarebbe la sua arma vincente nelle prossime elezioni regionali in Emilia Romagna e in Calabria. Gli esponenti dei partiti di maggioranza (Pd-M5S-Iv-Leu) potrebbero non partecipare al voto. La Lega voterebbe a favore sulla base delle richieste dello stesso Salvini. Forza Italia e Fratelli d’Italia finirebbero a esprimere il loro voto contrario per cui trovandosi in perfetta parità (cinque a cinque) la relazione del presidente verrebbe cassata e la questione dovrà essere affrontata in aula il 17 febbraio. A meno che De Falco (ex M5S) decida, al contrario di quello che è stato annunciato inizialmente, di partecipare al voto e faccia pendere la bilancia da una parte o dall’altra.

Fin qui i fatti e le ipotesi. Poi ci sono le opinioni. Che sono le mie. E sono quelle di sempre. Ovvero che Salvini debba andare a processo perché deve confrontarsi con la giustizia, con i suoi accusatori e con i suoi giudici come un normale cittadino, uno di quei milioni che pretende di rappresentare, e non come un privilegiato dalla sua posizione di parlamentare. Ha ottime possibilità di sfangarla perché la Procura di Catania, già il 21 settembre scorso, ha chiesto l’archiviazione del caso.

«Oggi decidono se sono un criminale o meno. Io prendo un detto della mia nonna: `Male non fare, paura non avere´. Siccome devono essere i delinquenti ad aver paura del processo, io ribadisco: mandatemi a processo. Se devo andare in galera per difendere il mio Paese ci vado a testa alta».

Ecco, vada a processo sì, ma per difendere se stesso. Lasci stare il Paese, chè già abbiamo visto come è stato difeso nel periodo in cui lui era Ministro degli Interni. Vada in tribunale non per vincere le elezioni ma per vincere un processo con la forza delle prove provate e non con quella della prepotenza o dei detti della nonna.

E dunque, in attesa del 17 febbraio, speriamo davvero che la Giunta per le Autorizzazioni a Procedere dia un segnale chiaro di dove vuole andare la maggioranza. Ce n’è un gran bisogno per tutti.

 

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WhatsApp down! Problemi a inviare video e messaggi vocali

Dalle 12 di oggi circa per molti utenti WhatsApp risulta difficile se non addirittura impossibile inviare video e messaggi vocali. Il disservizio è stato segnalato in Europa Occidentale, parte dell’Italia, Golfo Persico, in India, nel Sud Est Asiatico e Cina meridionale.

Questi sì che son problemoni! Magari la gente sarà di nuovo costretta a scrivere (abitudine ormai persa).

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Consulta: “Inammissibile il referendum elettorale. Il quesito è eccessivamente manipolativo”

La Corte costituzionale si è riunita oggi in camera di consiglio per discutere la richiesta di ammissibilità del referendum elettorale “Abolizione del metodo proporzionale nell’attribuzione dei seggi in collegi plurinominali nel sistema elettorale della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”, presentata da otto Consigli regionali (Veneto, Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia,Sardegna, Abruzzo, Basilicata, Liguria).
Oggetto della richiesta referendaria erano, in primo luogo, le due leggi elettorali del Senato e della Camera con l’obiettivo di eliminare la quota proporzionale, trasformando così il sistema elettorale interamente in un maggioritario a collegi uninominali.
Per garantire l’autoapplicatività della “normativa di risulta” – richiesta dalla costante giurisprudenza costituzionale come condizione di ammissibilità dei referendum in materia elettorale – il quesito investiva anche la delega conferita al Governo con la legge n. 51/2019 per la ridefinizione dei collegi in attuazione della riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari.
In attesa del deposito della sentenza entro il 10 febbraio, l’Ufficio stampa della Corte costituzionale fa sapere che a conclusione della discussione la richiesta è stata dichiarata inammissibile per l’assorbente ragione dell’eccessiva manipolatività del quesito referendario nella parte che riguarda la delega al Governo, ovvero proprio nella parte che, secondo le intenzioni dei promotori, avrebbe consentito l’autoapplicatività della “normativa di risulta”.
Preliminarmente, la Corte ha esaminato, sempre in camera di consiglio, il conflitto fra poteri proposto da cinque degli stessi Consigli regionali promotori e lo ha giudicato inammissibile perché, fra l’altro, la norma oggetto del conflitto avrebbe
potuto essere contestata in via incidentale, come in effetti avvenuto nel giudizio di ammissibilità del referendum.

Roma, 16 gennaio 2020

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La riforma Bonafede

Della cosiddetta “riforma Bonafede” della giustizia si parla poco, anzi, pochissimo. Non è, in effetti, una riforma che apporti quegli auspicati cambiamenti epocali nel sistema penale italiano.

Ci sono aspetti che non rivelano una particolare originalità o efficacia, come la decisione di notificare via PEC al difensore, oltre la prima notifica cartacea all’interessato, tutti gli atti del processo. In breve, hanno scoperto che esiste la PEC, che ha lo stesso valore di una raccomandata con ricevuta di ritorno, e che può risolvere il problema della perdita del documento cartaceo o del ritardo della notifica da parte del servizio postale. Insomma, la PEC esiste ed esiste da almeno un decennio. Si tratta/si trattava soltanto di usarla e superare le farragginoserie del sistema. Le cose erano semplici, più che semplici. Eppure è stato interesse dell’amministrazione della giustizia mantenerle complicate, finché non è arrivata una normativa in proposito (e va detto fra parentesi, ma dovrebbe essere ovvio, che la riforma Bonafede è ancora in fase di discussione e non è ancora operativa).

Altro punto di discussione sono le riduzioni dei tempi delle indagini preliminari e, conseguentemente, quelle dei processi. Il PM che non stia nel termini temporali indicati avrà delle sanzioni di carattere disciplinare. Ma finché il legislatore parlerà in termini ordinativi e non prescrittivi nei confronti dei magistrati che la tirano per le lunghe (cosa significa che i termini indicati sono “perentori”?) non si caverà un ragno dal buco e ci sarà sempre chi preferirà rischiare un procedimento disciplinare interno (che potrebbe anche risolversi in un nulla di fatto).

C’è poi la riforma del processo di appello per i reati puniti con la pena edittale fino a 10 anni, che saranno giudicati ancora in composizione monocratica, e non da tre giudici come finora è accaduto. Ora, qual è il senso di ricorrere in appello, a parte quello di farsi ridurre l’entità di una condanna e di guadagnare tempo sulla prescrizione? Senz’altro quello di essere giudicato da più persone, rispetto alla composizione del tribunale monocratico, per una ragione molto semplice: tre teste ragionano meglio di una. Se si riesce ad insinuare nella corte il “ragionevole dubbio” è molto più probabile che questo vada a vantaggio dell’imputato che potrebbe uscirne assolto. E poi perché porre uno sbarramento per i reati puniti con 10 anni di reclusione? Cosa deve aver commesso un cittadino per essere giudicato da una triade di giudici, un omicidio stradale? E se ha commesso un reato cosiddetto “minore”? E’ vero che ci sono reati e reati, ma non è vero che esistono cittadini e cittadini.

Nello scarso ed annoiato dibattito sulla riforma del ministro Bonafede, infine, si è inserita di recente la proposta del Partito Democratico di prevedere tempi di prescrizione più lunghi per i condannati in primo grado e più brevi per chi sia stato assolto. Non si vede il perché si debbano distinguere cittadini in base alla sentenza di primo grado, che se è assolutoria, può essere ribaltata in appello, se è di condanna, idem con patate. Un colpevole assolto in primo grado (per esempio per mancanza di prove) avrà più possibilità di un colpevole condannato di sfangarla e di arrivare indenne alla prescrizione del reato. Lo stesso Davigo, che ebbe a dichiarare

“Bisognerebbe abolire la prescrizione” (1)

pone seri dubbi di costituzionalità sulla proposta del PD. Insomma, la riforma Bonafede non parte sotto i migliori auspici e si prospetta come un pastiche inestricabile dal quale sarà difficile riuscire a disimpantanarsi.

(1) Confronta ADN-Kronos dell’11/12/2019

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Diffamazione: archiviata la posizione di David Puente presso il Tribunale di Roma

Mi corre l’obbligo morale, prima ancora che deontologico (noi blogger non abbiamo una deontologia a cui sottostare, grazie al cielo, a differenza dei giornalisti agiamo perché abbiamo una morale interna a cui rispondere, prima ancora che a codici e a regolamenti scritti) di comunicarvi che la posizione del blogger e giornalista David Puente, già indagato per diffamazione aggravata e violazione dell’art. 13 della Legge 47/1948 assieme a Mario Calabresi, Carlo Bonini e Giuliano Ettore Foschini, è stata archiviata dall’ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari in quanto la notizia di reato risulterebbe manifestamente infondata. Ne ha dato notizia lo stesso David Puente il 7 gennaio scorso attraverso la sua pagina Facebook e il suo account Twitter. Nella segnalazione David Puente conclude:

Questo potrebbe piacere a qualche mio hater, felice che abbia dovuto pagare (l’avvocato, NdR) nonostante la mia innocenza.

Ho sempre criticato David Puente per alcune modalità di fare giornalismo e di intendere il concetto di notizia. Altre volte l’ho criticato nel merito per alcuni “svarioni” che ha commesso (come, ad esempio, l’identificazione di Pietro Pacciani con la figura del Mostro di Firenze, quando il Pacciani non fu nemmeno condannato in via definitiva per i delitti che gli furono contestati). Ma personalmente non lo odio. Quindi, se il termine “hater” era riferito anche a me, lo rimando volentieri al mittente perché decisamente inadeguato. Il diritto di criticare non è il diritto di odiare, la critica può essere anche veemente e dura (e francamente non mi sembra il mio caso), ma l’odio è ben altra cosa. Ma, si sa, gli “hater” vanno molto di moda, è una definizione valida per tutte le stagioni, ci rientrano dentro pesci grossi e pesci piccoli, leoni da tastiera e scettici, destrorsi e sinistri, solo che io non sono né un pesce, né un destrorso, né un sinistro. Anzi, sono uno che quando viene querelato, come è successo a Puente, l’avvocato se lo paga di tasca sua, senza avere una testata giornalistica che gli copra le spalle, e non si lamenta di questa circostanza. Anzi, gli pare perfino perfettamente normale che se un avvocato lavora per tutelare i suoi interessi, innocente o colpevole che sia, poi venga pagato. E la differenza fondamentale è proprio questa.

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