“Alla sbarra!” La macchina del fango contro Beppe Grillo

Premetto che questo post del blog è a totale difesa di Beppe Grillo.

Non della sua figura politica (cosiderato che Beppe Grillo non è un politico, non mi risulta sia mai stato canditato né sia mai risultato eletto in nessuna competizione elettorale), ma della sua persona che, come quella di chiunque altro, può e deve essere difesa dalla macchina del fango messa in atto da un giornalismo ormai vendicativo (anche se non si sa nei confronti di che cosa, probabilmente + vendicativo perché Grillo esiste ed esprime le sue opinioni -che potrebbero essere, peraltro, ribattute-).

Questa mattina si è aperto a Torino il processo a carico di Grillo (che compare davanti al Giudice Monocratico con l’accusa di violazione di sigilli giudiziari) e di altri 21 imputati.

I titoli sulle Home Page dei principali quotidiani italiani sono agghiaccianti. Quelli di “La Stampa”, “Corriere” e “il Giornale” si assomigliano. Tutti ricalcano l’odiosissima espressione “Grillo alla sbarra”.

Ora, che mi risulti, il cittadino Grillo Giuseppe, si trova davanti a una prima udienza di primo grado in cui è imputato (e non mi risulta che lo stato di “imputato” coincida con quello di “condannato in via definitiva” o “detenuto”, certamente non nel suo caso). E’ in stato di libertà quindi non è “alla sbarra”. E’ un libero cittadino.

E’ in una fase processuale in cui la sua presenza in aula, doverosa ma non strettamente obbligatoria (nel senso che il procedimento sarebbe andato avanti anche in caso di contumacia, e la contumacia non è un reato) equivale a zero. Zero interesse mediatico perché non si decide di una sentenza definitiva che deve passare in giudicato, e perché il dibattimento non si è ancora aperto.

Ma se non si è aperto il dibattimento giudiziario, che è l’unico che deve fare luce sui fatti, si è aperto il dibattiemento mediatico, quello fatto a colpi di flash delle macchine e parole taglienti come spade.

Quindi, cominciamo con “la Stampa”. Anziché lo screenshot ho preferito proporvi un piccolo filmato perché la modalità in cui la notizia è stata diffusa ha veramente dell’incredibile:

Il titolo è: “Alla sbarra Grillo coi No-TAV” e, come si vede, cliccando sul link della notizia, questa mattina non  si si collegava a una pagina con gli approfondimenti del caso giudiziario, ma si veniva reinstradati (sia pure dopo un messaggio pubblicitario) alla sezione “Esteri” del giornale, e alla notizia di una richiesta di riscatto per la liberazione della Urru.
Due tragedie collegate da un link casuale e frettoloso.

Tanto frettoloso che, dopo l’udienza (aggiornata al 18 luglio prossimo), “la Stampa” ha completamente cambiato titolo. Da “Alla sbarra Grillo coi No-TAV” si è passati a un più innocuo “Beppe Grillo e 21 No-TAV a processo per la baita abusiva in Val Susa”.

Come mai “la Stampa” ha cambiato linguaggio e modo di dare la notizia, riconducendo Beppe Grillo “a processo” dopo averlo mandato “alla sbarra”? Non lo sapremo mai, probabilmente, quel che resta è un maldestro “pastiche” che non giova a nessuno.

Passiamo ora al “Corriere della Sera”: oltre ad aver intitolato anche lui “NO-TAV: Beppe Grillo alla sbarra”  come nello screenshot seguente:

ecco che arriva la diretta video del processo. Sì, perché il sito del “Corriere” ha trasmesso in diretta l’udienza che era disponibile in streaming per chi volesse vederla. E io ho voluto vederla. Ma, soprattutto, ho voluto vedere quale fosse la tecnica di messa a testo (o di messa in onda) di questo procedimento: telecamera quasi sempre fissa sul Giudice Monocratico. Il sottotitolo recita “Grillo è accusato di violazione di sigilli giudiziari”, e in alto “Violazioni NO-TAV: Processo a Beppe Grillo”. Da cui non si evince la pena edittale prevista per il reato (ve la dico io, si va da sei mesi a tre anni, congiuntamente con la multa), e non si capisce che questo tipo di reato è punito in maniera assai più dura del realto di occultamento di cadavere per cui la reclusione è fino a tre anni (senza stabilire un minimo). Ma, soprattutto, non si capisce che il processo è contro 21 persone, non contro il solo Grillo.

La telecamera stacca quasi soltanto per riprendere Beppe Grillo che risponde alle domande del Giudice sulla sua identità, stato e condizione. Niente altro. Immagino sia di fondamentale importanza per lo scibile umano sapere chi sia Grillo Giuseppe, dove sia residente, quando sia nato, se sia sposato, se abbia figli e quale professione svolga.

A questo punto la domanda appare perfino scontata: come mai il Corriere della Sera trasmette in diretta l’udienza preliminare del processo contro Beppe Grillo, e non ha trasmesso neanche uno straccio di diretta sul processi di primo e secondo grado a Marcello Dell’Utri, sulla sentenza d’appello per la Strage di Brescia che ha mandato tutti assolti, perché non pubblica gli atti pubblici (e, quindi, pubblicabili) che riguardano il processo all’ex Presidente del Consiglio (lì non è possibile effettuare riprese, d’accordo, ma dei documenti pubblici ci sono, perché gli atti sono a completa disposizione delle parti)?

Neanche Radio Radicale, che, pure, nel corso degli ultimi decenni ha seguito integralmente i processi All Iberian e All Iberian bis, alla colonna napoletana delle Brigate Rosse, a Barbara Balzerani per l’omicidio Tarantelli, il Processo Cusani, il processo Mangano, il procedimento d’appello per la strage di Bologna, per non parlare del troncone contro la Nuova Camorra Organizzata che vedeva imputato Enzo Tortora, avrebbe dedicato una attenzione così certosina nei confronti di un personaggio che appartiene più allo spettacolo che alla politica attiva. E, comunque, lo avrebbe fatto per dovere di informazione e di servizio pubblico, non certo per mettere alla gogna un imputato.

E’ una sovraesposizione mediatica ingiusta e ingiustificata.

Si dirà che il processo a carico di Grillo è pubblico, a porte aperte, e che non ci sono ragioni per tutelare la riservatezza del comico. Vero. Ma non ci sono, ugualmente, ragioni per amplificarne la pubblicità. Qualcuno risponderà, allora, che sono scelte editoriali. Anche questo è vero. Ma anche le scelte editoriali possono essere criticate, soprattutto quando si tiene in considerazione che il Corriere della Sera percepisce uno dei finanziamenti pubblici (cioè denaro dei contribuenti) più alti tra la stampa quotidiana italiana non di partito.
In breve, se il Corriere della Sera usa anche soldi miei per trasmettere il processo a Grillo, voglio sapere perché non li spende per trasmetterne di altri e di più importanti per il Paese.

De “il Giornale” basti solo lo screenshot:

Anche lì Beppe Grillo è stato messo preventivamente “alla sbarra”. Forse da chi vorrebbe vederlo, prima ancora di un giudizio di merito, dietro le sbarre.

Atteggiamenti deprecabili e fin troppo chiari. Come fin troppo chiaro è il gorgo in cui sta precipitando la Giustizia italiana che si rivela meticolosamente attenta al privato cittadino accusato di reati minori e eccessivamente carente nella risposta alle istanze di giustizia avanzata dalle parti offese.

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Commenti

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3 pensieri riguardo ““Alla sbarra!” La macchina del fango contro Beppe Grillo

  1. Marco Venturini-Autieri

    Dici cose giuste ma, per sfortuna, non nuove. Mi fa piacere comunque che ci sia chi lo scrive bene.

    Sono parecchi anni che ho rinunciato a considerare stampa la stampa (minuscolo).

  2. Abulafia

    Ehm, “alla sbarra” non significa né condannato, né in prigione; significa “in processo”, quindi in questo caso imputato in un processo già iniziato. Per quanto l’espressione possa risultarti odiosa (per ripetitività, per banalità o altro), direi che è formalmente corretta.
    La “sbarra” della locuzione è quella che divide il giudice dalle parti in causa. Nei paesi anglosassoni gli avvocati si chiamano anche “Barrister”, cioè coloro che stanno presso la (s)barra. E non sono certo in prigione o condannati.

    Così, notazione linguistica.

  3. Single a trent'anni

    Il “alla sbarra”, come ti è stato detto, non è affatto accanimento mediatico nè un pre-giudizio, ma una semplice locuzione che è stata peraltro usata in modo appropriato.

    In Italia ci lamentiamo sempre che non c’è legalità, poi quando qualcuno viola la legge e va GIUSTAMENTE a processo ci scandalizziamo. O tempora, o mores…

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