Alfie è morto

Alfie è morto, po’ero grillo, e questa è l’unica notizia che conta in questa vicenda dagli aspetti marcatamente britannici e squallidi (e non è detto che i due aggettivi debbano essere per forza sinonimi, ma vi lascio la libera interpretazione di quello che ho scritto).

Non metterò la solita sfilza di foto del bambino, che pure abbondano in rete, alla faccia della privacy e dell’oscuramento dell’espressione del viso per impedirne la riconoscibilità, per attirare visitatori e far leva così sulla pietà spicciola di poche persone.

Quello che colpisce è che in Europa (sia pure l’Europa del Brexit, le appartenenze geografiche non dipendono da un referendum, sia chiaro) si possa ancora morire per una miserevole ragion di Stato, che nell’emettere una sentenza, decreta di fatto la fine delle funzioni biologiche di una persona, e che non esista, in quei luoghi, nessuna possibilità di far valere il diritto alla libertà di cura, valido in Italia per ogni cittadino, esercitato dai genitori in caso di individui di minore età.

Lo so che muoiono tanti bambini nel mondo. Di fame, di guerra, di malattie. E lo so che Alfie è un bambino che i soliti cinici vorrebbero definire “fortunato” perché ha avuto dalla sua l’attenzione dei media e l’opinione pubblica di svariati paesi, almeno finché è vissuto, mentre degli altri non parla nessuno. Ma si dà il caso che qui a morire non sia stata solo la cara persona di Alfie, ma la vita del diritto e il diritto alla vita, là dove il diritto è solo ed esclusivamente generatore di morte e si trasforma inevitabilmente in bigottismo di Stato.

E non mi fate parlare oltre, chè oggi mi girano a volano.

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