Addio Quino!

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Quino ci ha lasciato.

E con lui Mafalda, la creatura più intelligente, introspettiva, filosofica, rivoluzionaria e determinata che abbia potuto creare.

A dirla tutta, Quino smise di disegnare Mafalda già fin dal 1973, sostenendo di non avere più idee per il personaggio, e di non poter sostenere, e far sostenere a una bambina con i capelli a caschetto, tutto il peso del mondo.

Mafalda, che diceva che le faceva male il Vietnam, come Unamuno diceva che gli faceva male la Spagna (esattamente come a un essere umano può far male il cuore), è stata sfruttata da certi movimenti pseudofemministi del cavolo, come icona (o iconcina) di una lotta sgangherata e priva di interpreti carismatici, al punto da fare affidamento di un personaggio fumettistico, complesso, profondo, variegato, che lotta, anziché con striscioni e cartelli, con i simboli della sua intransigente presa di posizione: la radio, il mappamondo, e la protesta quotidiano contro la zuppa ammannita dalla madre, simbolo di una realtà borghese incancrenita nei suoi riti quotidiani che impedisce alla bambina di accedere ai suoi piaceri (il dolce).

Mafalda, dunque, o almeno la produzione di Quino che la riguarda, è un’opera di oltre 2500 “tiras” (strisce). Ma è un liber unicum, come “I fiori del male” di Baudelaire, un lavoro perfettamente compiuto, che ha un principio e una fine, come tutto quello che ha un senso nel mondo (e il mio maestro mi insegnò che “para que tenga sentido todo tiene que acabar”).

Oggi Mafalda viene ulteriormente strumentalizzata da chi ne riprende vignette e immagini, cancella con un colpo di Photoshop le battute originali, e le fa dire quello che gli pare, lo diffonde su Facebook come se si trattasse di un’opera originale, con aggiunta di cuoricini e gattini assortiti, e la svilisce, ignorandone completamente l’essenza.

Mi fa piacere pensare che Quino avrebbe completamente stigmatizzato tutto questo, ma ormai che importanza ha?

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