Il senso di Twitter per la privacy policy

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Qualcuno che mi vuole tanto, ma tanto bene, si è mosso a compassione ha avuto pietà del mio mal perverso nei confronti della privacy (pràivassi!), che è diventata, ormai, una questione di puntiglio. E come tutte le questioni di puntiglio argomentano con sussiego e supponenza (la mia) anche delle più futili e banali questioni.

Ma siccome devo campare anch’io di qualcosa, mi è stato fornito un formidabile assist e mi hanno detto “Toh, godi anche te!

Twitter, si diceva. Il social network dei fighetti, degli intellettuali, dei politici, dei destrorsi, degli Attivissimo, dei debunker, dei virologi incazzati con il mondo e di Calenda. Che non rientra in nessuna di queste categorie.

Cosa dice la loro privacy policy? Meno male che qualcuno l’ha letta per me, sottolineandone ed evidenziandone col lapis rosso e blu alcuni passaggi, di modo che il contenuto, predigerito, non m’abbia a dar troppo bruciore di stomaco.

Annunciano candidamente, e senza mezzi termini, di raccogliere informazioni “da e sui” dispositivi usati per il collegamento.

A prescindere dal fatto che se uso un tablet, uno smartphone, un iPhone (a chi piace c’è anche quello!) o un PC, quale sistema operativo uso, quale browser e quale versione saranno solo ed esclusivamente affari miei. Ma mi rendo conto che sono dati che possono servire a livello di statistiche interne, e su questo sorvolo volentieri.

Ma, insomma, vanno perfino a vedere (e “raccogliere”, naturalmente) che operatore telefonico ho. Ma che gliene frega, di grazia? E se collego il mio telefono alla rete wireless di casa cosa faccio, cambio gestore? Quali dati arrivano a Twitter? Ma, soprattutto, a cosa servono a Lorsignori queste “informazioni”?

Se poi avete deciso, magari dopo aver installato l’applicazione corrispondente sul telefono, di dare il consenso all’accesso alla rubrica (chi non lo dà?), “raccolgono” tutto. Il numero dei vostri figli, della moglie, del marito, dell’amante (chi non ce l’ha?), dei vostri parenti, delle vostre conoscenze, degli amici, di chi avete incontrato occasionalmente e a cui non avete mai telefonato o mandato un SMS (già, chi li manda più?), del vostro dentista (chi non ce l’ha?), del vostro medico curante, degli specialisti che vi seguono. Sanno tutto di voi.

E loro “raccolgono”. Raccolgono, raccolgono…

Vedono anche quali applicazioni avete installato. Sanno, quindi, che banca avete (chi non ne ha una?), se avete iO per i rapporti con la PA, che tipo di antivirus usate, se guardate RaiPlay o Netflix e se siete in collegamento con qualche store per gli acquisti on line.

Sanno perfino se nel momento del “raccolto” (Harvest, come diceva Nello il Giovane) avevate il livello della batteria basso o no. Che, voglio dire, sarà una cosa di una stupidità disarmante? Eppure lo sanno.

Ed è “politica sulla riservatezza“, non una caramellina d’orzo!

Tra le informazioni “raccolte” dalla mietitrebbia cinguettatrice, anche data, ora, destinatario e CONTENUTO dei messaggi privati. Potrebbero crittografarli, come fa Telegram e, in modo parziale, WhatsApp, in modalità end-to-end. No, li tengono in chiaro. E se vi càpita di scambiare in privato il vostro numero di telefono con qualcuno, incrociando le informazioni sapranno, senza troppa difficoltà, che il vostro numero, che ha la vostra rubrica, è in possesso di un altro numero che ha una rubrica diversa, ANCHE se voi quel numero lì non lo registrate.

E la gente ci casca, voglio dire, certo che ci casca. Vuole il giochino, vuole ruzzare a fare il leone da tastiera e figuratevi se non accetta. Accettiamo tutti. “Firmi qui, qui e qui, sa, è per la privacy!” Ah, beh, allora…

E l’ultimo dei pensieri e la prima delle preoccupazioni: se io mi discrivo da Twitter, come ho fatto, i dati conferiti o quelli “raccolti” li mantengono o li cancellano? Perché non è roba da passarci un briscolino. Ci sono aspetti da non sottovalutare, dall’amante virtuale alle preferenze politiche, etiche, filosofiche e religiose. Per non parlare dei dati sulla salute personale o sull’orientamento sessuale. Mi girano i coglioni se mantengono la mia e-mail o il mio numero di telefono. Ma se sanno con chi e come mi rapporto, mi frullano a volano.

Loro non molleranno mai. E gli conviene, uh, se gli conviene! Parecchio, anche…

Disqus sul blog

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Ala fin fine i commenti di Disqus li ho impementati anch’io, mica solo Paolo Attivissimo, tsè!

Li trovate alla fine di ogni post (anche questo) e vi potete accedere (forse!) con i vostri account Facebook, Gmail e chissà quali altri accidenti.

Lo scopo è quello di raccogliere più commenti, ma, grazie al cielo, finora non ce ne sono. Mi raccomando, NON commentate e alimentate vieppiù, di conseguenza, la mia pigrizia.