L’ANP sollecita un uso più consono delle chat da parte dei docenti

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Ho già parlato della bozza governativa con cui il Governo determina l’integrazione del Codice Disciplinare per i Docenti in merito alla loro partecipazione sui social network. E ho già spiegato perché, anche solo davanti a una mera ipotesi, io abbia ritenuto opportuno per me disiscrivermi da qualunque accrocchio incriminato.

Ora il cerchio si allarga e arrivano le dichiarazioni del Presidente dell’Associazione Nazionale Presidi (che ora si chiamano Dirigenti Scolastici), Prof. Mario Rusconi, sulle chat di classe e quelle dei genitori (specie su WhatsApp, immagino, anche se non cita espressamente questo strumento).

“Le chat di classe devono essere usate solo per le emergenze. Altrimenti stravolgono completamente il rapporto che ci deve essere con le famiglie. Non vogliamo abolirle ma regolamentarle.“

Prendo atto, non senza inquietudine, dell’intenzione finale. Ma, se il Prof. Rusconi permette, come gestire il rapporto con le famiglie, lo decide il docente, non lui. Né nessun altro.

La cura del rapporto con le famiglie fa parte dei doveri imprescindibili di un insegnante. Per contratto. Ma, purtroppo, non ci sono tempi o modalità fissati dal legislper farlo. Io posso usare il telefono della scuola, convocare le famiglie con una lettera protocollata, con un SMS dal registro elettronico (sì, quello di Spaggiari lo permette, ma nessuno lo sa), con una mail o una PEC. Posso parlare con la Signora Asinelli per cinque ore filate e con la Signora Ciuchini per tre minuti e mezzo. Poi c’è la famosa ora di ricevimento settimanale. La cosiddetta diciannovesima ora. Che nessuno ti paga e che nessuno ti obbligherà mai a fissare ma che sei obbligato a fare per “buona prassi” (quando mai una prassi è stata “buona”?). Poi ci sono i ricevimenti interquadrimestrali. Quelli, sì, costituiscono un ordine di servizio.

Devono essere “usate solo per le emergenze“? Io non so esattamente in che paese o in che mondo viva il Prof. Rusconi, ma io lavoro in un paese dove sussiste ancora una emergenza sanitaria, in cui gli alunni e le famiglie di ammalano di Covid e dove qualcuno insiste pervicacemente a morire senza che nessun mezzo militare ne trasporti, con pietà umana e cristiana, la bara a beneficio dei mezzi televisivi. E questo succede ogni giorno. E non lo si neghi, perché se no stiamo tutti a prenderci per le terga.

Durante il lockdown non è stata solo la DaD a salvarci la vita. Ma anche WhatsApp. Quanti messaggi personali e di gruppo ho ricevuto e letto, di alunni che stavano sviluppando veri e propri disturbi psichici da costrizione! E regalare una parola di conforto a chi te la chiede perché, si veda, in quel momento ti considera come un punto di riferimento è un'”emergenza” o no?

L’Italia è l’unico paese in Europa in cui il docente, oltre a essere esperto di una materia, è chiamato al compito educativo. E l’unico che, se succede qualcosa all’alunno in classe, ci va di mezzo civilmente e penalmente.

Io vorrei insegnare ogni giorno l’accusativo personale, le due forme del congiuntivo imperfetto, la letteratura e la sincope della post-tonica nei proparossìtoni (esiste!) ma se una alunna mi dice o, peggio, scrive in una chat di gruppo o personale che fa i video in cui ballonzola, li mette su TikTok e guadagna 10 centesimi al giorno, e ha solo 15 anni, io come educatore devo bloccare tutto e intervenire. O non è un’emergenza? Sì che lo è. E’ una minore, perdìo.

“Le chat tra famiglie e insegnanti e tra insegnanti e studenti stanno dilagando e stanno creando grossi problemi, una sorta di cortocircuito. Si creano situazioni anomale”.

A parte il fatto che io una chat tra famiglie e insegnanti devo ancora vederla col cannocchiale. Solitamente le famiglie chattano da sole, gli alunni hanno i loro gruppi blindati e gli insegnanti si perdono tra mille rivoli: gruppo del consiglio di classe, del collegio docenti, dei dipartimenti, degli insegnanti di un materia specifica, degli insegnanti intolleranti al lattosio e così via. Ma, comunque, le chat sono “anomale” rispetto a cosa? Se c’è una anomalia, qual è la “malìa” o la “nomalìa” entro i cui confini vanno riportate? Finora Rusconi non lo spiega.

“Uno dei problemi delle chat è la presenza dei genitori: c’è chi chiede spiegazioni sul perchè “il figlio ha preso 7 e non 8″, dice Rusconi, oppure “perche’ avete spiegato con due mesi di ritardo la perifrastica passiva?””

A parte l’apostrofo su “perché“, che mi fa infuriare, ci sono due risposte da dare:

– il voto è un atto amministrativo. Come tale, per essere valido, deve essere adeguatamente motivato. Alla Signora che si chiede il motivo del 7 (che non è comunque un voto insufficiente) su una prova scritta, si risponderà che può farselo mostrare dal docente e prendere atto della motivazione. Oppure chiedere un accesso agli atti ed estrarne copia. Semplice!
– se suo figlio è stato collocato accanto a Pierino, sarà una decisione presa dal consiglio di classe. C’è un verbale. Le motivazioni sono lì.

Quanto alla perifrastica attiva, che tanto piace a certi genitori, se è stata spiegata due mesi dopo il docente ne spiegherà il perché nella relazione finale.

Queste domande sorgono perché i genitori sono infuriati ma, soprattutto, non conoscono le regole della scuola pubblica e vanno in ansia. Questo spiega tutto. Certo, non lo giustifica ma lo spiega. E non si può impedire a un genitore di non sapere o di essere ignorante su come funziona la scuola. Magari il padre fa il minatore in Belgio e la madre è una top manager senza scrupoli. E hanno entrambi tutto il diritto di chiedere spiegazioni. Lo fanno in una cht di WhatsApp? E meno male! C’è chi se ne frega proprio. Dei figli e della perifrastica attiva.

Anche Antonello Giannelli, Presidente nazionale dell’Associazione, rimarca:

““un eventuale codice di autodisciplina” dovrebbe essere redatto direttamente dalle scuole. “Non dimentichiamo che queste tecnologie sono di recente introduzione e non c’è ancora un patrimonio comune di comportamenti”.”

A parte il fatto che le chat, i forum e le mailing-list, le discussioni di gruppo, sono tecnologie vecchie come Matusalemme, hanno semplicemente assunto forme diverse. Ma la tecnologia è la stessa. Io parlo a te e tu a me. O decidiamo noi con chi parlare. Punto. Il patrimonio comune esiste e come, solo che la scuola italiana non ne ha mai fatto uso, e adesso, certi signori che fino a ieri si baloccavano con le BIC rosse o, tutt’al più, tagliandosi le unghie dei piedi dopo la doccia, si accorgono che esiste WhatsApp. La prima versione di WhatsApp è stata rilasciata nel gennaio 2009. Siamo nel 2022. Sono passati 13 anni, e, come dicono i Testimoni di Geova, svegliatevi!

Altro piccolissimo inciso: il numero è MIO, la connessione è MIA, il telefono è MIO, WhatsApp è dato in licenza a ME (non alla scuola) e il suo servizio è il risultato di un accordo tra privati. Decido IO, come, con chi e quanto usarlo. Il mio Dirigente Scolastico ha giurisdizione e potere discrezionale sulla mia vita privata e sui miei beni personali. Se vuole che io usi in un certo modo determinati strumenti mi fornisca un telefono portatile di servizio e io applicherò le sue disposizioni. Viceversa, spiacente, ma su quello che è mio faccio quello che voglio io. Perché è facile tutelare l’immagine della Pubblica Amministrazione quando le risorse sono quelle altrui.

Sembrano aver dimenticato il dettato dell’articolo 15 dell Costituzione sulla libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione.

Ultime considerazioni. Leggo sul Corriere della Sera che la Dirigente Scolastica del Liceo Montale di Roma, Prof. Sabrina Quaresima avrebbe, secondo chi l’accusa, avuto una relazione sentimentale con un alunno del suo istituto, prossimo all’esame di Stato terminale. L’alunno è maggiorenne.

La Dirigente è stata sottoposta a procedimento ispettivo da parte del Ministero, a seguito del quale non sono stati ravvisati profili di illiceità o violazioni deontologiche nella sua condotta. E questo è un fatto, che non penso possa essere messo in discussione.

Può, tutt’al più, sembrare una nota stonata che una persona ultraquarantenne e affermata si innamori, in ipotesi, di un giovane con tutta una vita davanti. Ma se sono maggiorenni, consenzienti, non commettono reati, non devono rendere conto a nessuno e sono disposti ad accettare il gap generazionale che c’è tra di loro, non vedo proprio che problema possa sussistere.

La signora è sposata? Bene, ammesso e non concesso che il caso consista ne renderà conto al marito. Non alla PA. Era ed è tuttora in anno di prova? Spiacente, ma non sono emersi elementi per l’avvio di un procedimento disciplinare. Ha fatto sesso in maacchina? Affari suoi. Se è vero che lo ha fatto è un reato. Ma va provato in giudizio. Non lo ha fatto? Affari suoi a maggior ragione.

E invece questa signora (che, come chiunque altro, ha il sacrosanto diritto di disporre della propria vita affettiva come meglio crede) è stata scaraventata su varie testate giornalistiche, come al solito con fiumi di inchiostro gonfiato all’inizio e con due righe di precisazione quando il caso si smonta), assieme al giovane è stata oggetto di scherno e derisione mediante scritte (ovviamente anonime, se no che gusto c’è?) sgradevolissime, al limite dell’offensivo.

E perché? Perché ha vissuto la sua vita come voleva lei? Mi sembra eccessivo, francamente. E mi sembra anche giusto che non ci rimetta il posto solo per questo. Spero tanto per loro che questa vicenda venga presto dimenticata e che possaano tornare a vivere la propria vita in serenità, insieme o separatamente che sia. Glielo auguro di cuore.

 

E poi, cos’è l’ANP? Andiamo a vedere il loro sito web, cosa ci sarà scritto?

“è l’organizzazione sindacale maggioritaria dei dirigenti delle istituzioni scolastiche”

Come tale viene anche citata sulla Gazzetta Ufficiale, secondo quanto evidenziato in un video da loro pubblicato.

E’ un sindacato di categoria. Né più, né meno.

E come si permette un sindacato di dire a me, che, oltretutto appartengo a tutt’altra categoria, come devo disporre della mia corrispondenza e dei miei contatti?

Ma lo sanno Lorsignori quanto si fatica per trovare un punto di sintonia con ciascuno degli alunni che un docente vede ogni giorno per un’ora o due? Ho alunni che non partecipano, non seguono, stanno tutta l’ora col loro cellulare davanti agli occhi, non spiccicano una parola nemmeno in dialetto. Una di loro si è messa nei guai seri. Mi ha chiesto un consiglio personale via WhatsApp. Cosa dovevo fare, negarglielo? O pensare che, siccome non ero in servizio e stavo rispondendo privatamente, stavo ledendo l’immagine della Pubblica Amministrazione (perché è di questo, mica di altro, che si tratta) improvvisandomi confidente, scerdote, psicoanalista o un servizio socile? Cosa dovevo dirle, visto che si trattava di una delicata questione privata, di parlarmene in classe davanti ai compagni? O durante l’ora di ricevimento, sapendo che anche i muri hanno orecchie e che Radio Scuola trasmette pettegolezzi 24 ore al giorno in stereofonia dolbyzzata?

No, non lo sanno. O, se fingono di non saperlo, è ancora peggio.

E non c’è nulla di più riprovevole di un docente (o ex tale) che non si ricorda di essere stato studente e dolescente a sua volta.

Nuove disposizioni per i dipendenti pubblici sull’uso dei social network

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Questo potrebbe essere uno dei miei ultimi post da uomo libero.

Il governo ha approvato una bozza di decreto in cui si inseriscono, tra l’altro, delle integrazioni al codice di comportamento dei pubblici dipendenti riguardo all’uso dei social.

Io sono un pubblico dipendente (settore scuola). E uso i social.

Quando sono in servizio sono un pubblico ufficiale. Quando finisce il mio orario di servizio (comprese le ore di cosiddetto “buco“) sono un privato cittadino. Ho le mie idee, politiche, etiche, religiose. Vado a votare, e voto chi mi pare. Negli ultimi cinque anni ho sempre annullato la scheda. Questa è una delle ultime volte in cui posso dirlo senza essere sospettato o, peggio, sanzionato disciplinarmente, di invitare gli altri a fare altrettanto.

Attualmente uso Facebook, Instagram, Twitter, WhatsApp e Telegram. I miei account su queste risorse sono il risultato di un contratto sottoscritto tra due parti: chi mi offre il servizio e il sottoscritto in qualità di privato cittadino.

Come tutti i privati cittadini ho libertà di espressione, di ricevere e fornire informazioni, e perfino di critica e satira. Non esiste praticamente argomento al mondo che questi diritti costituzionalmente garantiti non coprano e su cui non trovino applicazione.

Eppure, nella bozza di decreto (Pnrr) si parla dell’inserimento di:

“una sezione dedicata al corretto utilizzo delle tecnologie informatiche e dei mezzi di informazione e social media da parte dei dipendenti pubblici, anche al fine di tutelare l’immagine della pubblica amministrazione”.

Bastava una parola: censura. Si può usarla. E la uso.

Io dovrò adeguarmi, come tutti gli altri, a un “corretto utilizzo delle tecnologie informatiche“. Immagino, anzi, sono certo, che questo riguardi, oltre all’uso dei social, anche il mio blog.

Dovrò farne un “corretto utilizzo“. Perché, come leggo sul sito dirittodellinformazione.it:

“un buon dipendente pubblico è tenuto a rispettare il diritto alla privacy di colleghi e utenti dei servizi, evitando di postare foto, immagini o descrizioni che non siano preventivamente autorizzate per iscritto dagli stessi. Inoltre, occorre astenersi da dichiarazioni pubbliche offensive nei confronti dell’amministrazione e dalla diffusione in qualsiasi forma e attraverso qualunque media di informazioni confidenziali, in osservanza del segreto di ufficio.

Per quanto concerne il linguaggio utilizzato sui social network, occorre evitare parole con un significato ambiguo o che, ancora peggio, istighino all’odio e alla discriminazione e, nel ricorrere alle emoticon, occorre valutare una complementarietà di significato, onde evitare di risultare offensivi.”

Non potrò più, quindi, postare una foto che mi ritrae assieme a colleghi o personale amministrativo, a meno di non avere una autorizzazione scritta. Vale anche per le “descrizioni”, ovvero per i semplici contenuti testuali. Ho avuto un collega che stimo moltissimo come insegnante e che si è candidato alla carica di Sindaco nel comune in cui risiedo. Non condivido le sue posizioni politiche. Come collega non ho nulla da dire. Potrò continuare a criticarlo senza chiedergli l’autorizzazione?

Non potrò più usare “parole con un significato ambiguo” (sono toscano, ma soprattutto livornese e l’ambiguità verbale fa parte del mio DNA) e, inoltre, attenzione alle emoticons (le faccine) perché c’è da “valutare una complementarietà di significato“.

In breve, se un utente Facebook posta un contenuto satirico o addirittura dissacratorio sul Ministro dell’Istruzione, io non potrò commentare più con una faccina che sorride, o addirittura con un “like” perché questo potrebbe essere interpretato come un’offesa alla carica istituzionale in questione. Sempre per “complementarietà di significato“, s’intende.

Cosa faranno gli insegnanti e i lavoratori della scuola senza Facebook, o, quanto meno, senza tutta la libertà di esprimersi che hanno avuto fino ad ora?

Personalmente vivrò benino lo stesso. Per fortuna non ho bisogno dei social per esprimere le mie opinioni. Ma gli altri? Guardate che c’è gente che se le togli Facebook si spara un colpo in testa!

Personalmente conosco maestrine locali, di cui potrei fare nomi e cognomi, che mostrano le loro foto artistiche su Facebook e hanno un calamitante potere di acchiappo. Belle come sono qualche imbecille che ci casca lo trovano sempre.

Ma siccome l’eterna seduttrice è anche sempre l’eterna bambina, come ne risulterà compromessa l’immagine della Pubblica Amministrazione? La maestra dei vostri figli che riceve commenti tipo “Bella, bellissima…“, cuoricini, like, fiorellini, dichiarazioni d’amore, poesiole, immaginette, tramonti e gattini a piovere.

Però non si può nemmeno impedire alla gente di pubblicare quello che vuole per amore dell’immagine di una Pubblica Amministrazione che da una parte censura le emoticons e dall’altra le permette di fare soldi in nero con le ripetizioni!

Non è reato avere lo sguardo provocante, gli occhioni da gattina, farsi un selfie accattivante, tradire il marito o la moglie, magari perfino mandare a carte 48 un matrimonio, dei figli, il cane, il gatto e il criceto per un like, una strizzata d’occhio in privato, e magari scambiarsi il numero di telefono perché, si sa, così fan tutti. E’ stupido, indice di una cretineria senza limiti, denota scarso, anzi, scarsissimo savoir-faire e presenza cerebrale di un numero estremamente esiguo di neuroni. Ma non è un crimine.

Ma oltre ai vari zoccolamenti di cui sopra, sui social ci sono anche i gruppi di discussione, e molti riguardano proprio il mondo della scuola in particolare e la pubblica amministrazione in generale. Li mandiamo a ramengo? O per sopravvivere in linea dovranno contenere solo elogi all’Invalsi, parlare di debate, cooperative learning, piani delle offerte formative, alternanza scuola-lavoro, scrutini interquadrimestrali, pagellini, collegi docenti e consigli di classe?

Sarà ancora possibile denunciare pubblicamente il comportamento di un Dirigente Scolastico (maiuscolo perché se no potrebbero offendersi) se commette un sopruso, un illecito, o, addirittura, un delitto previsto e punito dalla legge?

Chi è che offusca l’immacolata immagine della scuola pubblica, la docente i cui video ripresi nella sua privatissima e legittima intimità vengono sparati sui social, o la dirigente che l’ha censurata con un provvedimento disciplinare e che è stata successivamente condannata?

Le studentesse (cretine, imbecilli, decerebrate, fuori di testa e quant’altro) che nel Parmense hanno dato fuoco a un banco per postare il video su TicToc non sono forse l’immagine del rovescio della medaglia di una scuola pubblica ormai incapace di trasmettere valori e fornire modelli di vita alternativi? Perché fa presto la Pubblica Amministrazione a ributtare addosso alle famiglie la responsabilità educativa, però poi i Patti di Corresponsabilità li firma anche lei. E come se li firma!

Ho scritto un libro satirico sul mondo della scuola, perculeggiandolo un po’ e ritraendo una realtà assurda e grottesca. Meno male che l’ho fatto adesso. Non so se l’anno prossimo sarebbe stata la stessa cosa.

Potrei andare avanti per ore, ma mi fermo qui.

Cosa farò io? Molto probabilmente mi disiscriverò da tutti i social a cui sono iscritto tra due o tre mesi. Il blog lo manterrò visibile finché vivo, ma avrò le mani legate. Capite ammé, ho una figlia da mantenere. Ci posterò qualcosa ogni tanto, giusto per non perdere il vizio. Capitoletti dei miei libri, per lo più.

Insomma, mi faranno sputare fuori il veleno e poi mi lasceranno andare.

E i sindacati cosa dicono? Ma quali sindacati, per favore…

Liber Liber e Yeerida

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Ancora Liber Liber? Ebbene sì.

Ho cercato un libro da loro. Ho trovato, tra le varie opzioni per scaricarlo, anche questa:

Oltre alle tradizionali versioni PDF, ODT, HTML e compagnia cantante, ce n’è un’altra: il libro è scaricabile (gratis, grazie!) anche su un sito sconosciuto, chiamato yeerida.com.

Ho pensato: “Perché dovrei scaricare il libro da Liber Liber e alimentare così, con un clic di download, le loro statistiche? Proviamo questo Yeerida, hai visto mai??”

Ecco il risultato:

Il dominio yeerida.com è in vendita per 9000 dollari e spiccioli. Robetta. Quasi quasi me lo compro.

Hanno chiuso. Fallito. Out. Closed. Cerrado. Fermé. Geschlossen.

Gliene fregava così tanto dei libri digitali e della cultura libera che vendono perfino il nome a dominio.

Il resto, compreso il perdurare dei link alla risorsa da parte di Liber Liber (potrebbero rimuoverli in cinque minuti) è solo pubblicità, pubblicità, pubblicità.

Partecipa al crowdfounding! (O raccolta fondi, dipende…)

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Ho deciso di aprire una raccolta fondi.

Servirà per finanziare la pubblicazione del mio prossimo libro sulla letteratura spagnola e a contribuire al mantenimento delle mie biblioteche digitali libere ad accesso gratuito.

Chi ci mette 5 euro in più (spese postali), oltre alla donazione (di importo libero), riceverà una copia di “Debito formativo” (copie limitate, anzi, limitatissime!)

Maggiori informazioni qui:
https://www.eppela.com/projects/8152

Liber Liber e Pagina Tre

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Liber Liber, si diceva.

Hanno una “rivista culturale” che si chiama “Pagina Tre” con relativo dominio e sito web. Bene. Anzi, benissimo.

Trattandosi di una pubblicazione non periodica e interamente gestita da “volontari”, chiede la collaborazione di tutti. Bene anche questo.

Chiunque può contattare la “redazione” (cioè fondamentalmente una sola persona) per proporre dei contenuti di tipo culturale (segnalazione di novità librarie, recensioni e molto altro), e anche per pubblicare la propria tesi di laurea, se lo vuole.

Vediamo.

Ho scritto e pubblicato un libro, di recente. Se volessi segnalarlo su “Pagina Tre” ho due possibilità:

a) pagare. 29 euro. Che non è poco, perché non sarebbero loro a fare un favore a me. Sarei io che darei loro dei contenuti. Se qualcuno scrivesse un contenuto culturale qualificato e qualificante per i miei siti glielo pubblicherei senza chiedergli un centesimo. Ma questi sono fatti loro. Ma soprattutto miei.

b) Gratis. Come? Diventando “redattore” del sito. Per diventarlo devo “registrarmi” al sito. Si tratta di un modulo WordPress che richiede una user-id e un indirizzo e-mail. Ma quest’ultimo dato, una volta conferito, dove va a finire? E la mia privacy? Nessuna paura:

Leggo in una nota che ” Pagina Tre tutela la tua privacy.” E allora andiamola a leggere questa informativa. Nelle prime righe è scritto che:

“I dati che fornisci a Pagina Tre di Liber Liber (…) sono al sicuro e gestiti in base alle più recenti normative sulla privacy.”

Ah, “sono al sicuro”? Allora siamo a posto. Non so chi li custodisca (il nome del responsabile del trattamento dati non c’è -la persona fisica, intendo, non quella giuridica), ma sappiamo di per certo che i dati sono “al sicuro“.

Finita qui? No di certo. Chiedono anche una fotografia, da associare all’account. Cioè una mia immagine. Non un avatar, un disegnino. La mia foto. Ora, finché sono IO a pubblicare le MIE foto (sui miei siti, su Facebook o dove mi pare) tutto bene. Ma se le cedo a terzi?

Manca ancora una cosa. L’iscrizione alla loro mailing-list. Che pare essere necessaria e obbligatoria. E perché dovrei iscrivermi alla mailing-list? Ma, soprattutto, perché questo adempimento è obbligatorio? Non posso scegliere io autonomamente se iscrivermi o no? E, soprattutto, cosa comporta l’iscrizione. Avrò maggiori benefici? No, semplicemente è richiesto. Tutt’al più riceverò qualche e-mail in più.

A questo punto, ottemperati tutti gli adempimenti richiesti, posso finalmente pubblicare i miei contenuti? In teoria sì. Nella pratica

“questa procedura non garantisce l’inserimento tra i redattori di Pagina Tre, l’ammissione resta a discrezione del comitato di redazione.”

Hanno un comitato? Ma io mica lo sapevo! Io volevo solo collaborare!

Proviamo con la tesi di laurea. A parte il fatto che la mia è già pubblica, vediamo se ottengo maggior fortuna.

Almeno questo servizio è gratuito. Meno male.

Ma c’è un “ma”. Devo firmare una liberatoria. E’ giusto che sia così, non è quello il punto.

Sul modello di liberatoria è scritto che:

“l’autorizzazione alla libera distribuzione riguarda esclusivamente la versione elettronica della tesi”

E se io volessi, che so, autorizzare Liber Liber a distribuire gratuitamente il formato PDF della mia tesi e volessi, contemporaneamente, commercializzare il formato EPUB o Kinde-compatibile su altri store? Anche quelle sono “edizioni elettroniche”. Posso farlo o no? Non lo dicono.

Inoltre:

“non è autorizzata alcuna modifica, con l’eccezione di quelle eventualmente concordate fra Liber Liber e l’Autore”

Come sarebbe? Io sono l’autore della mia tesi, che è mia, non posso ampliarla, modificarla, correggerla, aggiornarla (magari agli ultimi studi sull’argomento, se ve ne sono) e mandare loro il file aggiornato? Parrebbe di no.

E, infine, la ciliegina sulla torta:

“l’autorizzazione concessa a Liber Liber non è revocabile”

Come sarebbe a dire che non è revocabile? Cos’è, un matrimonio? Li sposo a vita? E se un giorno io volessi, che so, pubblicare un’edizione cartacea del MIO lavoro e sfruttare i MIEI sacrosanti diritti economici sull’opera (perché sono MIEI), togliendo dalla circolazione sulla rete quella gratuita? Nulla, non lo posso fare. O, quanto meno, non posso revocare loro la liberatoria per QUELLA versione del mio lavoro.

Loro non cambieranno mai. Ma gli conviene?

“L’idiota” di Dostoevskij su Liber Liber

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Allora.

Liber Liber ha pubblicato una versione italiana di pubblico dominio de “L’Idiota” di Fedor M. Dostoevskij.

Che dire? Grazie. Ne farò buon uso. Ma tutto lì.

L’uscita della versione elettronica del volume, è stata accompagnata da alcune note firmate Marco Calvo, presidente della Associazione e curatore di TUTTE le opere messe in linea. Come faccia a trovare il tempo di curarle tutte (sono migliaia), audiolibri e file musicali compresi, non l’ho mai capito, ma il punto non è questo.

Leggiamo quello che dice a proposito della ” brutale guerra avviata da Putin contro l’Ucraina“:

Liber Liber è una associazione culturale che non può (e non deve) entrare nel merito di scelte strategiche e politiche; non siamo nemmeno strutturati per elaborare opinioni documentate.”

Non si capisce bene perché una associazione culturale non possa e, tra parentesi, non debba esprimere una propria posizione politica, specie se di condanna alla guerra, tra l’altro, rispondendo a un principio costituzionale ben consolidato.

Chi glielo impedisce? Nessuno. Se non loro stessi.

Il fatto di essere una “associazione culturale” non li esime dal poter prendere posizione. Sono una biblioteca, una mediateca, o quello che sono? A cosa serve questa neutralità e questa non strutturazione per esprimere un pensiero critico? E’ molto semplice, a mantenersi distaccati e pubblicare quello che possono e che vogliono. Liber Liber non è una biblioteca, è quanto meno un editore nel senso meramente ecdotico del termine. E anche in quello puramente economico. E’ fuor di dubbio che Liber Liber pubblichi opere inedite (alcune traduzioni italiane di Shakespeare, per esempio, ma anche tutti gli audiolibri e alcuni video), e che ne venda alcune sui circuiti di distribuzione più diffusi in Italia e nel mondo. Non c’è nulla di male, lo possono fare, se qualcuno gliele compra. Loro come chiunque altro. Privato o azienda che sia.

Dicono spesso che una biblioteca deve conservare il sapere così com’è, senza esprimere giudizi di merito sulle singole opere. Io credo, invece, che perseguano una vera e propria linea editoriale. Non ne capisco il senso, ma è indubbio che esista.

Non so che cosa li spinga, ad esempio, a offrire nel loro ricco catalogo, alcune opere di Benito Mussolini. Se è vero come è vero che una biblioteca deve accogliere tutto, in modo pedissequo e acritico, possono tranquillamente mettere in linea anche il “Mein Kampf” di Adolph Hitler, almeno in tedesco. Hitler morì nel 1945, i suoi scritti sono in pubblico dominio. E, con qualche ricerca più accurata, si può risalire a una traduzione libera da diritti o, quanto meno, orfana.

Se avessero messo in vendita i libri di Mussolini anche per venderli (secondo la loro logica del mantenere versioni a pagamento e versioni gratuite, che, peraltro, condivido in pieno) lo avrei capito: quanto meno avrebbero spillato qualche quattrino a qualche nostalgico del DVX. Ma così che senso ha? Solo un senso inclusivo? Mi pare, francamente, un po’ poco. O, quanto meno, non bastevole a giustificare una scelta editoriale del genere.

Basterebbe dire “Noi in casa nostra pubblichiamo e mettiamo in linea quello che ci pare.” Ma non lo fanno.

Tornando alle note di Marco Calvo, leggo:

“La pace è figlia del rispetto e dell’amore per il prossimo.”

No. Non è così. La pace è figlia della coabitazione tra persone e pensieri DIVERSI. Le parole di Calvo sono molto interessanti. Chi non vorrebbe amore e rispetto per il prossimo? Tutti li vogliamo, nessuno escluso. Ma appaiono, appunto, come l’espressione di chi sfonda una porta aperta. Sono solo carenti di significato originale. E va da sé che non è reato non essere originali. Però è criticabile.

In un altro articolo di qualche giorno prima, Calvo affermava, tra l’altro che Liber Liber

“non è solo un archivio di file, è un luogo di riflessione.”

Verissimo. ma questa riflessione dov’è, se non si trova un solo commento nel loro sito (per la verità mi risulta che non sia nemmeno possibile apporne. Scelte.)? Se la loro mailing-list è un luogo abbandonato? Dove la troviamo tutta questa riflessione, su Facebook? D’accordo, ma Facebook non è di Liber Liber e non lo gestiscono loro. Inoltre molti dei lettori e commentatori delle loro pagine NON sono iscritti a Liber Liber. Saranno, tutt’al più, dei simpatizzati, persone che apprezzano l’opera dei loro volontari, non dico mica di no.

E poi, c’era bisogno di trascrivere un’intera opera di Dostoevskij per dare sottilmente e indirettamente dell'”idiota” a un dittatore guerrafondaio? Io penso proprio di no.

Smerdatori di scuola primaria

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Lei è una insegnante di scuola primaria. Il suo è un istituto comprensivo di Fornovo Taro, nel Parmense.

Alcuni suoi alunni della classe quinta della primaria vanno in bagno. Siccome non sanno cosa fare della pupù destinata a scomparire dopo la tirata di sciacquone, e siccome è peccato mortale sprecare così tanto ben di Dio, allora decidono di usarla per imbrattare le pareti del bagno in questione, facendo dei ghirigori qua e là. Così, just for, stile graffiti del paleolitico nelle grotte di Lascaux.

Avvisata dal collaboratore scolastico degli stronzetti decorativi, la maestra ha subito sgridato gli alunni peristaltici. I cui genitori l’hanno immediatamente denunciata, eh, beh, ci mancherebbe, sgridare i loro pargoli che giochicchiavano artisticamente con la merda non si fa, proprio no.

Dopo 4 anni di trascinamento giudiziario, la vicenda si è conclusa, almeno in primo grado, con la condanna della Docente a un mese e venti giorni di reclusione per abuso dei mezzi di correzione. Il Pubblico Ministero ne aveva chiesto l’assoluzione.

Ma non finisce qui. Ci si sono messi anche i sindacati. Qualcuno ha addirittura auspicato che la maestra ricorra nei gradi superiori di giudizio. Già, ma con quali soldi? La difendono i loro avvocati in appello e in cassazione? E se questa qui i soldi non li ha? O se, solo, volesse tenersi una condanna con i benefici di legge pur di non vedersi sempre messa in prima pagina? Ne avrà pur diritto, spero.

E poi si meravigliano (sempre i sindacati) che nessuno ha evidenziato la “culpa in educando” dei genitori. Che indubbiamente c’è, perché chi ha loro insegnato a smerdare la scuola? O, meglio, chi è responsabile del danno? Vengono loro (i genitori) a ripulirla la scuola o cosa? E se i sindacati ci tengono tanto, perché non fanno una bella denuncia o un esposto per conto proprio?

In questi giorni si celebrano le elezioni dei rappresentanti delle RSU nelle scuole. Io non voto. Io non delego. A me questa gente fa paura.