Te piace ‘o Presepe?

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Gingo Bèèè, Gingo Bèèè, Gingo din do dàààààààn… è Natale in tutti i cuori, e l’ultimo giorno di scuola prima delle sospirate e meritate vacanze somiglia al Presepe vivente che il pio Dirigente Scolastico Ferocius De Leonibus ha fortemente voluto per rappresentare il mistero gaudioso della Natività.

Tutti ammirano la sacra rappresentazione, in cui troneggiano il nostro caro bidello Antenore, vicino alla figura del collega Marxistis, nel ruolo insostituibile del bue e del somaro, che scaldano con i loro fiati grevi il bambinello appena nato e interpretato da quel buon elemento del Corbelli, che siccome la De Chattibus, nel ruolo impegnativo della Vergine Maria (la De Chattibus vergine, sì, sì, certo, certo…) gli ha schiaffato un quattro senza nemmeno farlo passare dal via, si è portato una fionda nella mangiatoia e prende a colpire di sassate chiunque gli càpiti a tiro. Il maledetto Corbelli ha una mira eccezionale, che nemmeno Sante Pollastri in bicicletta quando sparava alla polizia, e la De Estremitatis, che personifica la lavandaia, vince la classifica dei colpiti per quattro cerotti sulla fronte contro le due ferite di striscio inferte all’ignobile Exlege.

Il nostro buon bidello Aristide, recentemente tornato dalla convalescenza, ammira commosso la scena, ma siccome è a dieta e siamo, per giunta, alla vigilia di quel santo giorno, deve accontentarsi di una insalatina di magro al farro e pomodorini per colazione, anche per non rompere la tradizione.

Siccome mancavano i personaggi, il niente affatto pedissequo Ferocius ha pensato bene di attingere dai racconti dei Vangeli e di affidare la regia dell'”auto sacramental” al professor Crucefixis, che è di materia affine, nemmeno fosse una sostituzione per malattia in pieno scrutinio finale. Il Crucefixis, finora addetto al disbrigo degli affari correnti, ha accettato di buona lena, con riserva, il delicato incarico, e ha chiamato la Wunderbari a recitare il ruolo della Maddalena, che, va beh, col presepe c’entra come il cavolo a merenda, ma tanto più gente entra e più bestie si vedono. La formidabile regia dell’evento dà del filo da torcere perfino a Calderón de la Barca e a tutta la tradizione cinquecentesca spagnola degli atti unici di carattere religioso. Insomma, lui quella gente lì la piglia di tacco.

Il delicato ruolo di San Giuseppe spetta al professor Squacquarelli-Ricai, che siccome deve starsene tutta la mattina fermo a mani giunte, ha appena ingurgitato tre Imodium per murare gli intestini e non avere la noia dei suoi fastidiosi effetti collaterali improvvisi. “Che poi, Crucefixis, tu mi devi spiegare cosa cazzo significa ‘padre putativo’, che è da quando ero piccolo che lo sento dire e non ci ho mai capito una verza!! Corbelli, se mi tiri una strombolata ti metto un due grosso come un patrimonio immateriale dell’Unesco!”

Il Crucefixis, allora, prende in mano il Catechismo della Chiesa Cattolica (che, voglio dire, è la sua arma di ordinanza) e inforca gli occhiali serafico: “Scusate, ma sono presbite…”

“Ah, sì, presbiteriano!” gli fa eco quell’anima innocente della Wunderbari, che c’è poco da fare, quando una è scema è scema.

Il professor Berlusconis ha accettato di buon grado di fare il pastore, con tanto di pecora viva da cingere sulle spalle, però ha voluto invitare prima tutti i giornalisti locali e i fotografi di circostanza, per denunciare loro la terribile e imbarazzante situazione dei banchi a rotelle, forniti dall'”orrendo” governo di sinistra che ha massacrato la scuola con la DaD, prima della sua discesa in campo a Palazzo Comunale. Ma quelli lo immortalano mentre smincia le gambe alla Wunderbari che è entrata nel personaggio e ha poco da rodere, la sua carriera politica è ormai finita.

Data la scarsità numerica di insegnanti uomini, i tre Re Magi saranno impersonati dalla Nullafacentis (che è quella che porta la mirra, che anche quella nessuno sa cos’è), perennemente in ritardo perché stamattina la sua manicure le ha dato appuntamento alle 9,30, dalla De Sindacatiis, costantemente attaccata al cellulare (“Prondooooo?? Mi sendoooooo???”) e dalla De Bonis, che supplisce la De Poppibus dietro regolare ordine di servizio della Vice Preside, la quale ha rinunciato all’incarico per motivi di messa sicurezza dell’istituto, dato che per interpretare un personaggio maschile come Melchiorre avrebbe dovuto schiacciarsi a dismisura le due parannanze che si ritrova e avremmo tutti rischiato di andare a finire in un buco nero per l’implosione delle sue sise.

La parte dell’angelo custode spetta alla nostra buona segretaria del personale, la signorina Multitasking, che rivolgendosi agli astanti convenuti li esorta ad andare a firmare la domanda di ferie alla sua scrivania. “Se no ve le schiaffo d’ufficio e ve la vedete voi con le anime tormentate del purgatorio dei vostri trisavoli!! Nel girone degli ignavi, vi avrebbe messo Dante Alighieri, insieme a Minosse!!”

La Cervelletti sta per correggerla dicendole che il girone di Minosse era quello dei lussuriosi, ma tace per pura convenienza, altrimenti oggi le fanno recuperare tutto d’un picchio le due ore di permesso che ha chiesto l’anno scorso, che ormai la Vice l’ha sgamata e la marca stretta.

Il testo dell’orrenda poesia di Natale di Guido Gozzano è stato fotocopiato e distribuito ai figuranti. La De Chattibus declama con la sua cantilena:

“Oste di Cesarea… – Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell’alta e bassa gente.
Il campanile scocca
le undici lentamente”

“Ma, scusate colleghi, ammettiamo che l’oste fosse veramente di Cesarea, ammettiamo pure che la miscela fosse al 3% e quindi un po’ grassa (perché anche lei ne spara di grosse, quando ci si mette!) e il motorino non parta, mi dite perché la fate fare a me questa parte e non a San Giusepp…”

La raggiunge implacabile un manrovescio dello Squacquarelli-Ricai, che quando l’antispastico gli fa effetto riesce ad essere bastardo dentro all’ennesima potenza.

Giunti al climax della rappresentazione, gli astanti si raccolgono in un silenzio misterioso e solenne insieme. Sola si leva la voce fuori campo del professor Crucefixis che profondamente immedesimato nella parte osteggia:

“La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due?
– Che freddo! – Siamo a sosta – Ma quanta neve, quanta!
Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue…
Maria già trascolora, divinamente affranta…
Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.”

E infatti la campanella del finis suona davvero. Il primo a precipitarsi fuor d’iscuola è il prezioso alunno Somarelli, ansioso di accendersi una canna, che per Natale i suoi genitori gli hanno regalato una fornitura di pakistano nero e vuol sentire com’è.

Lo ferma repente la buona bidella Cassandra, quella che fa i tarocchi, e gli chiede: “Somaré’, te piace ‘o presepio?”

E quello, infamone: “No!”

Ed io mi affretto lesto lesto a rifugiare tra le braccia di mia madre, altro che Gingo Bè!

David Puente è (diventato) giornalista professionista

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Il 24 novembre scorso, il debunker David Puente, vaccinista a oltranza e che tra breve dovrà abituarsi anche lui al tampone obbligatorio a pagamento per i vaccinati se vorrà godersi un cinemino con la famiglia, ha annunciato all’universo mondo con un twit, tweet, Twitter (la parte per il tutto) o tuìt, ora non so, che ha superato l’orale dell’esame di giornalista professonista, della cui denominazione, evidentemente, deve aver cominciato a fregiarsi quasi fin da subito se è vero, come è vero, che l’ha abbinata, ipso facto, alla presentazione del suo account Facebook.

Ora, per carità, complimentoni. Son traguardi importanti nella vita di una persona, questo non lo metto in dubbio. Soprattutto perché me ne ero interessato qualche tempo fa, del fatto che Puente non risultasse ancora iscritto all’ordine dei giornalisti, nonostante una copiosa e intensa attività scrittoria contro terrapiattisti, complottisti, Rosario Marcianò, Luc Montagnier, i no-vax, i lavoratori del porto di Trieste chi va liscio a briscola.

Adesso, finalmente, potranno gridarlo i suoi fans, ma soprattutto potrà esserne più che orgoglioso egli stesso, che riconosono in lui un modello di giornalismo irraggiungibile attraverso la puntuale verica e l’eventuale confutazione di qualsiasi tesi (e con questo intendo proprio QUALUNQUE).

E per dimostrare, immagini alla mano, che lo scientifically correct è l’unico approccio possibile in questo mondo ormai arrivato all’Armagheddon di se stesso. E anche perché oggi come oggi un fatto non è reso credibile se non gli fai un selfie (o, peggio ancora, un “fotina”, come si diceva ai miei tempi) e non lo schiaffi ovunque. Ti sei laureato, hai avuto un figlio, o sei semplicemente un pantofolaio che ama starsene a casa? Tutto bene, ma se non ce lo fai vedere non ci crediamo. Troppo comodo, nulla esiste se non è contestualmente provato.

Ecco, dunque, che per aderire alle suddette logiche, David Puente ci fornisce, in pari data, una attestazione di aver superato l’esame in questione. Oh, certo, molto bene. Il tutto è su carta intesta dell’ordine dei giornalisti, va beh, c’è quell’erroruccio veniale che mette “Venezuela” minuscolo, ma SOPRATTUTTO, quello che manca è la FIRMA di chi dichiara e attesta una circostanza siffatta.

In breve, perfino l’attestato di frequenza del corso di specializzazione in doppie punti per i parrucchieri per signora, viene firmato da qualcuno. Magari con uno svolazzo irriconoscibile, magari con una firma non autografa ma tragicamente stampata su migliaia di pezzi di cartoncino tutti uguali. Ma è comunque già qualcosa. Qui non c’è niente, nada, nichts, rien, nothing. E, sia chiaro, questo NON VUOL DIRE AFFATTO che, secondo me, l’attestato sia falso, alterato o, peggio ancora, che l’esame non sia mai stato sostenuto e che quanto viene riportato sia frutto di un fotomontaggio o similia. No, significa semplicemente che quel documento non porta NESSUNISSIMA firma. Punto.

E, inoltre, qual è il punteggio minimo e massimo con cui si supera una prova del genere? Perché non viene riportata una valutazione di merito? Perché, se guardo l’elenco di coloro che hanno superato, al pari di Puente, la prova orale, non posso sapere chi ha preso di più e chi ha preso di meno di lui?

Risposta non c’è, o forse chi lo sa, caduta nel vento sarà…

False (anzi, falsissime) mail da Facebook. Non cascateci.

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Girano queste e-mail fasulle, ma abbastanza appetibili per l’utente finale in cui Facebook (che non è Facebook) dichiara di aver bloccato un utente per 30 giorni e chiede un’azione per la conferma dei dati. Buttatela via senza fare niente perché è la solita chiapparella che può portare a danni ben peggiori. Guardate anche solo l’indirizzo di provenienza, per rendervene conto.
E poi rimproveratemi che non ve lo avevo detto!

Il senso di Selvaggia Lucarelli per l’obbligo tamponale prossimo venturo

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Ecco, prendiamo Selvaggia Lucarelli, tanto per fare un esempio di quelli soliti.

Ha postato questo complicatissimo messaggio su Facebook in cui si dichiara dispostissima a mostrare l’esito del tampone qualora questo diventi un obbligo e qualora le sia richiesto per partecipare a eventi che siano determinati da una massiccia presenza di persone. Nulla di che, lodevole posizione, ma vorrei anche vedere il contrario.

Lei che aveva denominato qualche “no-vax” come “poltiglia verde”, lei che non voleva più partecipare a “Ballando sotto le stelle” (trasmissione notoriamente di ampio respiro culturale offerta del nostro servizio pubblico, e pagata coi NOSTRI soldi) perché c’era Mietta che aveva il Covid, si è trovata rincartapecorita e intricata nei fili della matassa della più complessa legislazione europea in materia di pandemia.

Pare, infatti, che sia prossimo il varo della normativa che impone, anche a chi si è vaccinato con tre dosi, il possesso e l’esibizione degli esiti del tampone rapido, per poter accedere una serie particolare di eventi, quasi tutti a carattere ludico o cultural-ricreativo.

Io personalmente ci provo un gusto che levàtevi. Persone come la Lucarelli, che rappresentano l’ala più intransigente del pensiero pro-vax, costrette a “cacciare” dal portafogli 15 euro a botta per partecipare alla presentazione dei loro stessi libri, a proiezioni di prima visione, a aperitivini di circostanza. Siccome io il tampone me lo sono pagato ogni 48 ore per poter LAVORARE (e non per andare a prendere lo Spritz), non vedo perché loro non possano fare altrettanto per attività alternative su cui, mi pare, la repubblica democratica italiana non si fonda.

Non si sa, inoltre quali teatri frequenti la Lucarelli, per pagare SOLO 10 euro di biglietto. Ma, a parte questo, ciò che appare assurdo è la retorica dei pro-vax che hanno usato argomentazioni assurde per sostenere le proprie posizioni. Come quella della patente, ve la ricordate? “Per guidare ci vuole la patente, non si vede perché certa gente non voglia vaccinarsi per lavorare!” A parte il fatto che avere la patente prevede l’acquisizione di certe nozioni teoriche e di una certa manualità, cosa che per il vccino non è prevista (non bisogna conoscere DNA e RNA per ricevere Pfizer), ma adesso che il tampone sarà obbligatorio in certi ambiti ristretti, cazzarola di Bhudda, lo vuoi fare o no?? E quando dicevano “Eh, ma i vaccini vanno fatti per senso civico, per mostrare un po’ di solidarietà nei confronti degli altri!” Gli altri?? C’è gente che se li mangerebbe vivi gli altri. Comunque, adesso, lorsignori facciano il favore di fare il sacrificio di farsi stantuffare il naso ogni qualvolta la loro vita sociale cozza con l’interesse dei singoli individui. O vogliono andare al cinema rischiando di infettare il vecchietto vicino di poltrona?

E’ gente così. Non gliene frega niente se da settembre un docente non vaccinato ha dovuto pagarsi un tampone ogni 48 ore, ma si lamentano che prossimamente i sanitari possano doverne esibire uno ogni quattro giorni.

Io lo dico sempre: io mi sono vaccinato per farmi i cazzi miei, e loro??

Tamponatevi sempre. Tamponatevi tutti. Tamponatevi e basta!

Comunicazione urgente del Partito Radicale

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La vita del Partito Radicale, la vita delle nostre idee, lotte e proposte, è la vita di un essere vivente che vive … finché c’è vita. Il nostro soffio vitale è quello che proviene da ciascuno di coloro che hanno la fortuna di sapere che il Partito Radicale vive attraverso le lotte per la libertà, la transizione verso lo Stato di Diritto democratico federalista laico e il nuovo diritto umano alla conoscenza.

Qualcuno ha equivocato, in buona o cattiva fede, la campagna degli anni 2017/8 credendo, o facendo credere, che quella campagna straordinaria di iscrizioni avesse assicurato al Partito la vita eterna.

Il Partito Radicale vive unicamente del sostegno dei propri iscritti.

Abbiamo appena raggiunto il numero di iscritti dello scorso anno: 1.329.

Che, se confrontato con gli anni precedenti, è un ottimo risultato; se paragonato alle necessità per portare avanti le nostre iniziative politiche è una inezia. Nonostante tutte le prudenze chiudiamo quest’anno con un disavanzo di poco più di 80mila euro dovremo quindi sin da subito raccogliere quante più iscrizioni e contributi altrimenti a breve ci troveremo in condizioni difficilissime.

Un disavanzo che pesa su quello che ci aspetta nel 2022, dalla campagna per i referendum di Marco Pannella ed Enzo Tortora sulla giustizia giusta che si terranno in primavera, alle 10 proposte di legge di iniziativa popolare sulle quali stiamo lavorando, all’iniziativa per una legge elettorale uninominale maggioritaria ad un turno. Per non dire del rilancio della campagna per il nostro diritto ad essere conosciuti e per il diritto dei cittadini a conoscere per decidere. Un rilancio che oggi trae forza dalla straordinaria sentenza definitiva della Corte Europea dei diritti dell’Uomo che ha condannato l’Italia perché la Lista Marco Pannella è stata “esclusa dal dibattito politico (RAI)”, abbandonata “dall’autorità di controllo (AgCom) senza motivazioni”; vittima delle “misure insufficienti delle autorità interne (giustizia) per riequilibrare la situazione”.

È chiaro, logico, scontato che più saremo più potremo condurre con efficacia queste lotte.

Lotte che o le fa il Partito Radicale o non farà nessun’altro. Nei decenni passati da soli abbiamo seminato sui fronti dei diritti civili, politici, sociali, economici e da allora sono sorte realtà che ci consentono di occuparci di quello che, ancora oggi, siamo i soli ad avere come priorità: la riforma radicale della giustizia, la più grave e grande questione sociale del nostro paese; la riforma del sistema informativo, la riforma istituzionale.

Potremo fare molto, ma molto di più se ciascuno di noi oltre ad iscriversi si farà parte attiva di questa attività che è tanto politica da incidere direttamente sulla riuscita o meno delle iniziative.

Proviamo a pensare cosa avremmo potuto fare se fossimo stati in qualche migliaio, visto che i pochi che siamo abbiamo costruito una interlocuzione politica che sul fronte della giustizia porterà i cittadini a votare in primavera sui nostri referendum sulla giustizia, e sul fronte della riforma elettorale consentirà per la prima volta di depositare la nostra proposta per la riforma in senso uninominale maggioritario a turno unico

Abbiamo, tutti insieme, un potenziale enorme e quel potenziale risiede in quel che ciascuno di noi potrà, vorrà dare.

Grazie e tanti auguri,

Maurizio Turco e Irene Testa

L’infinito calvario di Patrick Zaki

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La libertà di Patrick Zaki ci ha colto tutti di sorpresa, tanto eravamo abituati alla sempiterna nenia monocorde dei rinvii ogni 45 giorni.

E forse abbiamo gioito, me compreso, troppo presto. Lo confesso, ho stappato una butta di prosecco per festeggiare assieme a chi mi vuole bene e ai familiari di Patrick, la ritrovata condizione di uomo libero di una persona che ha sofferto un prezzo stratosferico ed esageratamente sproporzionato per le accuse che gli vengono contestate.

Perché Patrick Zaki è stato liberato, sì, ma non è stato assolto nel merito. E non potrà lasciare l’Egitto nel frattempo. E questo è un grave che pesa come un macigno.

In Egitto la diffusione di notizie false e la diffamazione contro il regime sono puniti con un massimo di 5 anni di carcere. Non c’è nulla di cui stupirsi se ci si rende conto che nella democraticissima Italia il massimo di pena edittale per il reato di diffamazione è di 3 anni di reclusione.

C’è ancora da lottare, dunque, prima che Patrick possa rivedere l’Italia, riabbracciare i suoi compagni dell’Alma Mater, riprendere una vita “normale”, se mai ci arriverà.

Perché lo Stato italiano non ha fatto NULLA per evitare a Zaki inutili sofferenze. Così come non ha fatto NULLA per salvare la vita di Giulio Regeni o assicurare alla giustizia i suoi presunti assassini e i mandati del suo ignobile omicidio.

Certo, per Regeni c’è stato l’impegno di alcuni pubblici ministeri e di avvocati della parte lesa coraggiosi ed encomiabili, che si sono scontrati con la decisione dei giudici che altro non possono fare che applicare le norme. “Cercavi giustizia, ma trovasti la legge”, cantava De Gregori.

Per Zaki nemmeno quello. A parte il suo difensore, il resto è stato preso in carico da Amnesty International e da qualche cronista con il contropelo sullo stomaco. Le autorità non ci sono. Nessuno ha dato la cittadinanza a Patrick Zaki. Per uno “ius universitatis” che diventa “ius soli” nel momento il cui un cittadino straniero si inserisce in una comunità di studenti di cui si sente parte attiva ed inscindibile.

In questo silenzio assordante delle istituzioni c’è sempre qualcuno che lotta a fianco di questo giovane. Sono solo privati cittadini, che sanno benissimo che lo Stato a cui appartengono è totalmente inadempiente. E allora, siccome sono Stato anche loro, agiscono, si muovono, protestano. Affinché il diritto alla libera espressione e alla critica non resti una splendida utopia.

Certi numeri di Liber Liber

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Il 28 novembre scorso Liber Liber ha compiuto 27 anni. E va be’, auguri vivissimi, cosa volete che gli dica, non sono certo geloso della “ingravescentem aetatem” altrui.

Una breve paginetta festeggia l’avvenimento sul loro sito. “Come da tradizione”, dicono. Molto bene, non ho mai avuto nulla contro la tradizione. Sono ateo ma faccio regolarmente l’albero di Natale e il Presepe. Bisognerà pur avere qualche contraddizione.

Nell’articolo si legge:

“il sito viene visitato da circa 120.000 persone al mese”

Molto bene. Cioè molto male. Il 15 febbraio scorso, in un articolo di analogo tenore, ma con tono ben più aulico, la ex biblioteca digitale più visitata d’Italia trionfeggiava:

“Nel 2020 il sito di Liber Liber ha superato la soglia dei 10 milioni di visite (10.495.771 per la precisione). Non male per una biblioteca! E’ come riempire più di 130 volte lo stadio San Siro.”

Siccome la mia maestra delle elementari mi ha insegnato a fare i conti a suon di sacrosante bacchettate sulle dita, allora li ho fatti.

120.000 visite circa al mese per 12 mesi fanno 2.400.000 visite circa all’anno. Assai più del 75% IN MENO rispetto al vantato dell’anno precente. E sono stato di manica larga. E con buona pace di San Siro.

Direte voi (e diranno loro): “tu che fai tanto il ganzino e hai una biblioteca multimediale on line, ci fai un po’ vedere i TUOI di accessi, bella testina di cazzo?”

Certo, eccoli.

159.000 pagine viste a settembre, 275.000 a ottobre e 424.000 a novembre. Che, voglio dire, proiettati sui quattro trimestri di un anno non riempiranno San Siro ma lo Stadio Tombolato di Cittadella sì.

E allora, che diamine, DI CHE COSA STIAMO PARLANDO?

La mia biblioteca Classici Stranieri (puntocòm) costa meno di un centinaio di euro l’anno. Siamo su un server condiviso Aruba. E’ come stare in un condominio. Liber Liber ha un server per conto proprio. Che certamente costa più di 100 euro all’anno.

Classici Stranieri non fa affidamento sul lavoro di nessun volontario. Una mano ce la dà chi ci ama. E nessun altro. Classici Stranieri non vende nulla, nessun gadget, nessuna risorsa informatica, nessun download. E’ tutto gratis. Non chiede un soldo a nessuno (certo, è tecnicamente possibile fare delle donazioni, se uno vuole, ma non vi offriamo NESSUNA home page con la richiesta di due euro).

Classici Stranieri non è costituita in associazione di volontariato. Non ha costi burocratici, non ha vincoli statutari, non deve rendere conto a nessuno, non ha obblighi di bilancio, può tranquillamente permettersi di chiudere l’anno in attivo coi soli proventi derivati dalle pubblicità, che vengono regolarmente dichiarati dal sottoscritto nella dichiarazione dei redditi. Che è PUBBLICA.

Insomma, se ci sono riuscito io quasi da solo, ci può riuscire, a maggior ragione, chiunque.

E qui mi taccio. E non sorrido più di così perché sono bene educato.

Valerio Di Stefano
per classicistranieri.com

Diario di un rosetano appena vaccinato

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Ho fatto il vaccino, dunque.

Siccome sono un rosetano lavoratore fragile e con patologie, mi è stato riservato un appuntamento all’HUB vaccinale dell’ospedale di Giulianova per effettuare la (prima) vaccinazione in ambiente protetto.

Mi dànno un foglio da riempire. E’ la versione del ricatto informato a scaricabarile per la terza dose. Io devo fare la prima. Non ci siamo. Faccio gentilmente notare l’errore. Mi dànno il modulo giusto ma mi chiedono cortesemente di sedermi in un angolino, lontano da tutti gli altri. Il non-vaccinato, per il solo fatto di esserlo, è visto con sospetto. Non è cambiato nulla dai tempi degli untori di manzoniana memoria. Solo un po’ più di cortesia formale, ma la paura che qualcuno unga le mura del nosocomio con un non-so-che di covidico, persiste.

Mentre riempo quanto di mia spettanza, la fila si ingrossa, la gente si accalca vicino al tavolinetto e si crea un assembramento di cui mi lamento ad alta voce con gli addetti.

Un signore della Croce Rossa mi dice: “Dotto’, se ci riesce lei a cacciarli tutti noi siamo solo che contenti!” Rispondo “E che ci vuole a cacciarli?? Basta chiamare i carabinieri!” E così mi sono fatto conoscere.

L’ambiente è stretto e angusto. La gente sta in fila lungo il corridoio e passano su e giù barelle con pazienti anziani dai vólti grinzosi e sofferenti. Tutto è stretto e maledettamente piccolo. E la gente continua ad accalcarsi. Chi vuol farsi la prima, chi la seconda, chi la terza dose, chi non trova il tesserino sanitario, chi non vuole firmare il foglio del ricattino, chi è un insegnante, chi in servizio civile volontario. E poi fa caldo, un caldo da non credersi. Paghiamo le tasse per il riscaldamento di un ospedale e sprechiamo i denari pubblici in questo modo. E nel frattempo passa un’altra barella. La signora che vi è adagiata mi guarda. Avrà 90 anni e l’odore di chi ha i valori completamente sballati e rischia di non farcela. Vorrei dirle qualcosa, darle una carezza. Ma mentre sto per farlo la portano via e io mi sento una merda umana.

Nella sala di attesa per la vaccinazione la distanza tra le sedie è di molto inferiore al metro. Il che fa pari e patta con gli assembramenti di cui sopra. Il bagno è rotto. Naturalmente.

L’ambiente in cui si somministrano i vaccini è piccolissimo e strettissimo. Il medico vaccinatore, l’addetta all’acquisizione dei dati e l’infermiera somministratrice operano in un ambiente di pochissimi metri quadrati. Riesco a vedere, perché la porta è spalancata, la somministrazione alla signora che è arrivata rima di me. Alla faccia del pudore e della discrezione. La signora aveva fatto la dose precedente con Moderna. Chiede che le venga somministrato lo stesso vaccino. Ma oggi Moderna non c’è. Solo Pfizer. E’ come andare al ristorante, chiedere un piatto di spaghetti alle vongole e sentirsi rispondere che le vongole non ci sono perché c’è il fermo biologico e le barche non sono uscite, però se la vuoi c’è sempre la pepata di cozze, che è pure buona.

Il medico vaccinatore lo conosco. E so che è un medico chirurgo, sì, ma con una specializzazione che poco ha a che vedere con la somministrazione di vaccini. Il farmaco lo inietta l’infermiera, d’accordo. Ma mi sembra strano che a supervisionare il tutto sia un allergologo. O un otorinolaringoiatra. O un dermatologo. O un chirurgo estetico. A questo punto potrebbe essere anche un medico omeopata, basta che abbia la qualifica di “medico chirurgo”.

Ma il piacere di incontrare di nuovo un professionista che ti ha dato una mano in un periodo delicato della tua vita professionale è tale che non sento niente. Nemmeno la punturina dell’ago. Niente di niente. Dovrò solo starmene il doppio del tempo previsto per l’osservazione in un’altra stanzetta angusta e viandare.

Del resto Peppino Di Capri cantava “Ce vuo’ tiempo”. E l’immenso Eduardo ci ricorda che ogni volta “Ha da passà’ a nuttata!”

Riprendo la mia auto da settimane rigata da quei delinquenti dei miei alunni di seconda e mi accorgo che i solertissimi vigili mi hanno elevato una contravvenzione. Il foglietto giallo svolazza sotto il tergicristallo, agitato da un piacevole venticello. Disco orario scaduto. E vaffanculo!

Domani mi vaccino

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Allora è fatta. Domani mi vaccino. Voilà, c’est l’unique question, scriveva Albert Camus.

Lo faccio solo ed esclusivamente perché sono stato obbligato e ho una bambina di cinque anni da mantenere.

Voglio premettere che sono un egoista e un grandissimo pezzo di merda. Quindi non me ne frega niente di preservare gli altri attraverso il mio gesto.

Gli altri… chi sono gli altri? Quelli che quando ero costretto a pagarmi un tampone ogni 48 ore mi criticavano e mi dicevano “Vaccìnati, così puoi andare in discoteca!!” senza sapere un cazzo di quello di cui ho sofferto?

Oppure i virologi che dalle TV di Stato ci esortavano amorevolmente e con calma (“Vaccinatevi e basta!”) a ponderare l’ipotesi del minor rischio possibile “I vaccini sono sicuri!!” e che trattavano da topi di fogna chi non la pensava allo stesso modo?

Gli altri sono forse i debunker di stato, i paoliattivissimi, i dàvidipuenti de noàntri, quelli che siccome LORO si sono vaccinati allora DEVONO farlo tutti e se si azzardano a dire qualcosa in contrario li bannano (gnè gnè gnè)?

Chi cazzo è il mio “prossimo” per cui io dovrei fare quest’opera di bene? Il manipolo di governanti che ha spaccato l’Italia in buoni e cattivi fomentando odio sociale da parte del partito delle terze dosi? O forse sono gli stessi governanti che hanno preso a colpi di idrante i manifestanti disarmati di Trieste?

O gli irriducibili che non si sono arresi nemmeno davanti alla morte di Camilla Canepa (perché loro credono nella scienza, certo, ma solo quando gli fa comodo).

Ecco, sì, vogliono farmi credere che il mio è un gesto di amore. Invece no. Io voglio urlare al mondo che NON lo è. E’ un gesto di puro e semplice egoismo. Perché a me di queste persone non frega una beneamata minchia. Muoiano pure. Oppure si salvino, che volete che importanza abbia? Mi importa solo ed esclusivamente di me stesso. Il mio non è un gesto sociale, anzi, è un gesto molto vigliacco, perché cerco di salvarmi la pelle nel modo più semplice, indolore e diretto. E no, non mi piace vincere facile. Ho sempre pensato che le strade più facili sono lastricate dalla vergfogna dell’ipocrisia.

Ed è così che io considero i pro-vax: ipocriti. E anche un po’ ignoranti e fascisti, a dirla tutta. Perché hanno barattato lo stato di diritto per un’illusione sanitaria.

Domani potrei anche morire. Me lo hanno detto chiaro e tondo. Sia così, se proprio deve essere. Non ho rimpianti. Solo quello del marciume e dell’odore escrementizio del paese che lascio in eredità a mia figlia.

Ora però non mi rompete i coglioni.