Libertà NON è partecipazione

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Oggi un medico (e che medico! Grazie infinite, dottoressa) mi ha detto che POSSO vaccinarmi e che, da protocollo, non ci sono controindicazioni di sorta, salvo un po’ di umana, doverosa e sacrosanta prudenza.

Giorni fa un Consiglio dei Ministri (che non è un’autorità in medicina o virologia) mi ha detto che DEVO vaccinarmi, pena la sospensione dal servizio e dallo stipendio, entro il 15 dicembre.

Quindi, chi dovrebbe far parte dell’ala più dura e oltranzista dei pro-vax (per studi, formazione e approccio), proprio una di quelli che dovrebbero dirmi che i vaccini sono sicuri, che non c’è nessun rischio, e che se il rischio c’è è infinitamente inferiore ai vantaggi che potrebbe dare un’immunizzazione, riconosce la mia libertà di fondo di autodeterminazione e mi dice “Lei può!”. Eppure il mio medico non è una giurista, che io sappia.

Chi, di contro, dovrebbe tutelare i miei diritti costituzionalmente garantiti, cioè il governo del mio paese, mi dice che io DEVO. Perché se no, oltre a “perdere” il lavoro (cioè il cardine della nostra Costituzione), perdo il sostentamento per me e per mia figlia, il diritto a una vita dignitosa, e la libertà di insegnare. E’ un ricatto? Certo che lo è. E ci mancherebbe anche altro che, fatto il ricatto, i colpevoli debbano per forza essere gli insegnanti!

Ci si vaccina, dunque, e basta. E che l’articolo 32 vada a farsi fottere.

Anche il Presidente della Repubblica, con esternazioni imbarazzanti, dice che dobbiamo conservare quel patrimonio di libertà che abbiamo faticosamente riconquistato. Non è vero, non abbiamo riconquistato un bel nulla. O, quanto meno, non le libertà.

A me è stata tolta quella di poter lavorare garantendo un tampone ogni 48 ore. Ad altri questa libertà è stata ancora lasciata. Perché, comunque sia, i “tamponati” non potranno (nossignori!) andare al bar, al cinema, a sciare, al ristorante, a teatro, allo stadio, in piscina, in discoteca e perfino nelle sale gioco. Per quelli ci vorrà tanto di vaccino. E che cazzo!

Come se la nostra libertà fosse quella di farci uno Spritz, di andare a vedere un film con gli effetti speciali in prima visione, muniti di occhialino 3D in cartone e secchio maxi di popcorn, di ingrassare come maiali, di risalire con gli impianti la neve delle nostre vacanze (me lo immagino, tutti in fila prima all’hub vaccinale e poi allo skilift!!), di magnare come castighi di Dio lui una tagliata di manzo con la rucola e il parmigiano e lei un’instalatona (che va tanto di moda e fa tanto salutare), a picchiarsi al botteghino per accaparrarsi un biglietto per la Finocchiaro che debutta al Piccolo Strehler di Milano con la trasposizione di un libro di Cristina Cattaneo, di insultare l’arbitro (regolarmente cornuto) di una partita di calcio, farci due vasche già che ci siamo per smaltire un po’ di trippa, e sfondarci di tecno e magari anche qualcos’altro al sabato notte.

Questa non è libertà! Questo è far girare l’economia. Che è cosa ben diversa.

La libertà NON è partecipazione. Giorgio Gaber non ci ha capito una mazza. La mia libertà è quella di avere, innanzitutto, una vita di relazioni. Conoscere, parlare, interagire. E certo che se ti vaccini puoi andare al cinema. Così non parli con nessuno. O in discoteca. Così la musica ti impedisce ogni comunicazione verbale. Tanto hai sempre il tuo telefonino, no? E allora usa WhatsApp e non rompere i coglioni!

La mia libertà è vedere crescere mia figlia in una scuola sicura, non in un ambiente in cui tutti i suoi docenti DEVONO essere vaccinati per forza e non per scelta, e che poi le parlano come degli automi dei diritti fondamentali del cittadino, dell’inclusione, della diversità come ricchezza, mentre i suoi compagni se la ridono, tanto a loro il greenpass o la vaccinazione obbligatoria non li imporranno nessuno.

Non me ne faccio di niente di poter mangiare il sushi al ristorante giapponese con gli amici e tutti senza mascherina, a casa mia si mangia bene ugualmente. Non voglio perdere i neuroni ad ascoltare Unz-Unz-Unz-Unz in discoteca. Voglio nutrirli di letture, buona musica, film di qualità, magari quelli che non ho mai visto e che posso prendere in prestito, assieme ai libri, alla biblioteca comunale.

Ho un caro, carissimo amico (un amico, Cristo di Dio!!, mica uno qualsiasi) che una delle gratificazioni più graandi che ha dimostrato dopo essersi vaccinato è aver portato la propria famiglia a mangiare da MacDonald’s. La libertà è un Big Mac? Forse. Ma allora aveva ragione Rettore, datemi davvero una lametta che mi taglio le vene.

Hanno minato le basi dello stato di diritto, hanno formattato la Costituzione a basso livello e adesso ci regalano qualcosa per la nostra fedeltà. Come coi punti della Star, come con le raccolte del supermercato per prendere i piatti, come le borse della Panini quando facevamo la raccolta delle valide, delle bisvalide e delle trisvalide. Ti permettono di diventare un perfetto pirla, però intanto vogliono te. Bell’affare che abbiamo fatto, sì…

O debunker siamo con te, meno male che Paolo c’è

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Paolo Attivissimo lo ha annunciato: andrà in mongolfiera e varcherà il confine tra la Svizzera e l’Italia, dimostrando all’universo mondo che lui Jules Verne e il suo “Cinq semaines en ballon” li piglia di tacco.

Purtroppo però c’è stato un inconveniente: ha dovuto rinviare l’impresa a data da destinarsi perché, si veda il caso, in Svizzera, a volte (ma solo a volte) piove. O comunque ci sono delle condizioni meteorologiche avverse. Disdetta disdettaccia, non potrà gettare la zavorra a terra e levarsi nell’alto dei cieli col pallone aerostatico. Vincenzo Monti non gli dedicerà nemmeno un poema estemporaneo, come fece col suo diretto antenato, il signor De Mongolfier.

Naturalmente l’evento è stato sbandierato e pubblicizzato per tutto l’orbe terracqueo: blog e social in primo luogo, come si deve e si confà a uno che vede i morti, che si compra la Tesla, che chiama “Sammy” la Cristoforetti e che ha lavorato per la Boldrini.

E pensare che io negli ultimi 10 anni avrò preso sì e no una ventina di volte un coso che mi ha portato a varcare i confini di più stati e staterelli, menandomi ben oltre le nuvole, anche se pioveva: si chiama “aereo”. E non l’ho mai detto a nessuno.

Ce manchesse!

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La nostra squisita e imprescindibile segretaria si chiama la signorina Multitasking.

Man mano che si avvicinano le 8,10, orario in cui scade per lei, inesorabile come una ghigliottina, il termine ultimo per timbrare il cartellino, pena recupero di tre ore secche e filate supplementari alla fine del turno, si sente tutt’intorno un clima di generale impazienza.

Gli alunni che alle 8,08 si trovano già ai cancelli del Premiato Istituto cominciano a chiedersi inquieti: “Ma arriva??”

E il ragazzo di guardia, stile piccola vedetta lombarda: “Ancora no!!”

D’un tratto, ecco alzarsi un polverone di lontano. E’ la macchina della Multitasking che ha appena eseguito il pit-stop per il cambio gomme e si appresta a percorrere l’ultimissimo e impervio percorso, quello che la separa dal circuito interno della nostra Scuola benemerita, quello che finisce con il curvone della morte prima del breve rettilineo che la separa dall’ingresso, ultimissimo tratto (da percorrere a piedi) per arrivare al rito sacrificale della timbratura.

Il buon bidello Antenore, quello che sta sempre col cronometro in mano, è un fascio di nervi: “Malediziò’, stavolta nun gliela fa!! Un secondo e mezzo di ritardo al tempo intermedio.”

Ma la Multitasking non si dà certo per vinta. Preme a tutta forza l’acceleratore con le sue scarpine col tacco e strombazza come una forsennata col clacson per chiedere pista. Schiva una vecchietta, poi un palo della luce, scula con la parte posteriore della vettura e, tutta gasata, urla nell’abitacolo: “Mo’ nun me ferma cchiù manco la bonànema de Ayrton Senna!”

Ed è a questo punto che si sparge la voce di speranza e di incitamento tra tutto il personale scolastico: “Arriva, arriva, sta a sgommà’!!”

Alle 8,09 la bandiera a scacchi, affidata per l’occasione al buon alunno Corbelli, il quale si è preso una settimana di sospensione e necessita di svolgere attività utili alla Comunità scolastica, sventola leggiadra nell’aria gelida proveniente dal Gran Sasso d’Italia: la Multitasking ha tutte le migliori chances di concludere il circuto.

Ma ecco che si appresta un imprevisto: il professor Marxistis, calmo calmo, tomo tomo e cacchio cacchio sta occupando la parte finale del percorso per parcheggiare la sua Trabant, comprata nella DDR nel 1970 e ancora perfettamente funzionante, a culo all’indietro.

La Multitasking sbatte disperata i pugni sul volante: “Ma tu guarda!! Ce manchesse solo lu Marxistis co’ quella caffettiera. Puzza murì’ d’un accidente subito, m’ha ruvinat’ lu record stagionale, m’ha ruvinat’!!!”

Dopo che il Marxistis ha fatto perbene i suoi porci comodi, la Multitasking parcheggia alla sans façon occupando tre posti del parcheggio dedicato alle alte sfere scolastiche e, col badge tra i denti, si precipita a large falcate a concludere il primo quotidiano dovere. Timbra a un secondo e cinquantadue dall’ineluttabile, e viene accolta in trionfo in segreteria dall’applauso degli astanti.

Ma lei non se ne cura. Fedelissima al suo nome, mentre va al bar coi suoi passettini piccoli e affrettati, fa firmare contratti di supplenza, registra ferie, malattie, permessi speciali, si dà una ritoccatina al rossetto, si aggiusta la messa in piega, appioppa un calcione al gatto del buon bidello Aristide che nel frattempo ha sconfinato, controlla le e-mail sul cellulare e aggiusta il lavabo nel bagno delle signore già che c’è.

Il professor Cuoricini, di scienze motorie, dieci anni di supplenza continuata nel nostro istituto, respinto a tre prove concorsuali intermedie, insignito della medaglia di alluminio a precario a vita ne è perdutamente ma inutilmente innamorato. Ogni mattina le lascia il caffè pagato e prima di prendere servizio le chiede, tutto premuroso: “Era buono il caffè? Lo hai bevuto??” per sentirsi rispondere con cronometrica regolarità “Ma vai a morì’ ammazzato, a te e a chello cesso ‘e màmmeta, brutto deficiente, morto di fame e avanzo di galera!!”

Allora il Cuoricini, incassato il colpo, prende le sue carabattole e inizia mesto il suo turno quotidiano, pensando che sì, forse un caffè non è sufficiente per aver ragione del suo cuore. E allora domattina le stapperà una butta di Moët & Chandon da 130 euro e si farà riservare un tavolo con due bicchierini di plastica solo per loro due. Ma sì, troverà un modo per conquistarla, dovrà pur essercene uno. In fondo domani è un altro giorno. Ce manchesse!

Luca Vannucci mi scrive su Facebook

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Ho scritto un post sul gruppo Facebook “Tutto ciò che accade a Roseto e dintorni…parliamone!!”, 7855 membri partecipanti ad oggi.

Tra cui gente molto in vista, intellettuali locali, politici, commentatori, giornalisti, webmaster. Tutti leggono, pochissimi commentano. Come quasi sempre.

Il testo del mio post era questo:

“Roseto degli Abruzzi è in testa per numero di contagi nel territorio teramano. Se avessimo avuto questi dati durante il lockdown del 2020 a quest’ora sulla Nazionale non circolerebbe nessuno. Invece è un caos. E parliamo di basket, di turismo, di ripresa, di slancio, di negozi e ristoranti che devono restare aperti perché, si sa, la gente se non va a mangiare fuori senza mascherina non può resistere. E mi rifiuto perfino di credere che TUTTI i contagiati siano SOLO dei NON vaccinati. La scuola è il primo veicolo di contagio. Per il resto vedano un po’ lorsignori…”

Tra i commenti ricevuti, che hanno subito incanalato la discussione nella solita polemica sterile trita e ritrita tra novax e provax (come era prevedibile) mi è giunta una lunga disamina di un certo Luca Vannucci. Di cui sono poche le informazioni a cui posso accedere. So che è un signore di Pescara, che vive a Bologna e che sulla sua pagina Facebook si chiede se gli intellettuali siano idioti o meno (mah, se non lo sa lui…).

Il testo della sua risposta è molto più lungo del mio intervento (come spesso succede quando si passa dalle opinioni alla polemica e all’attacco personale). Comunque eccone il testo integrale:

“Buongiorno signor Valerio Di Stefano, non la conosco ma vorrei risponderle nel merito perché da cittadino è doveroso rimediare alle castronerie, soprattutto negli spazi pubblici e negli incubatori social che sono gruppi come questo.
Ho letto e riletto il suo post e in seguito i suoi commenti e mi trovo purtroppo a doverle fare due appunti che sono necessari per far capire a chi legge quale sotto testo e con che intenzione lei scrive quello che scrive:
Punto primo. Sostenendo una posizione fintamente obiettiva lei sembra criticare la situazione di “disattenzione e lassismo” nei confronti della ripresa della vita pubblica e civile, e fin qua sebbene su uno sdrucciolevole terreno che porta velocissimamente verso la strumentalizzazione politica, si potrebbe anche concordare.
In secondo luogo lei però sembra scrivere, e lo ribadisce nei commenti successivi, argomentazioni anti vacciniste basate su una chiara ed evidente falsificazione della realtà al fine di creare una narrazione utile ai suoi scopi (per chi leggesse e volesse farsi un’idea basta leggere il blog del suddetto Valeriodistefano.com).
Ecco giungo a chiederle quello che fondamentalmente è il nucleo della mia questione: per quale motivo lei scrive questo ? Quali sono i dati che legge, come li legge e in che modo intende dimostrare una realtà dei fatti, a suo dire oggettiva, diversa da quella che raccontano i dati.
Se guardiamo allo scorso anno i contagi sono diminuiti in maniera esponenziale nel territorio rosetano, sono praticamente ridotte all’osso le ospedalizzazioni è assai raramente cagionano la morte.
Che lei voglia negare l’effetto del vaccino e del lavoro che il sistema sanitario sta mettendo in atto è vergognoso e soprattutto bieco per via delle finalità a cui tende. È ancora più pericoloso è che a farlo sia un soggetto responsabile dell’educazione della comunità.
Si faccia un’esame di coscienza e ragioni sulle modalità comunicative che sceglie perché , a prescindere dalle idee politiche personali che ognuno è libero di portare avanti, inquinare il dibattito pubblico con questi contenuti non fa che peggiorare la situazione.”

In un primo momento ho pensato di fargli rispondere dal mio legale. Il che non avrebbe certamente voluto dire “preannuncio di querela”, non in questa fase, almeno, ma siccome il Vannucci così l’ha voluta interpretare, io che ci posso fare? Lo tranquillizzo rispondendogli sul mio blog.

Scrive, dunque, l’Autore, che è doveroso per ogni cittadino rimediare alle castronerie altrui (infatti io sono un cittadino e in questo preciso momento in cui scrivo lo sto facendo), soprattutto se espresse negli spazi dei social. Nulla di nuovo sotto il sole, è la sindrome del supereroe. Il povero utente medio della rete è visto in pericolo perché qualcuno veicola informazioni suppostamente pericolose per lui, ma, soprattutto, viene visto come una persona che non sa difendersi, dunque senza idee proprie da opporre a quelle del “cialtroniere” di turno. Per questo arrivano loro, i leoni da tastiera, i debunker, quelli con la verità in tasca, i paoliattivissimi e i davidpuenti di ogni stagione.

Viene subito al conquibus il Vannucci, e chiarisce che è sua intenzione mostrare quale sia il “sottotesto” (che, appunto, si scrive tutto attaccato) e quale sia la intezione con cui io scrivo quello che scrivo. Anche questo obiettivo è noto. Il processo alle intenzioni. Ovvero NON già una disamina puntuale e critica dei contenuti, ma un vero e proprio assalto alle intenzioni. Ma complimentoni, è così che si fa! I fatti non esistono, e lo stabiliscono gli altri quale sia la tua “voluntas scribendi”. Non fa una piega.

La mia posizione sarebbe “fintamente obiettiva” (quale posizione avrei, però, il Vannucci si dimentica di spiegarcelo). E sarei reo, comunque, a suo dire, di inserire “nei commenti successivi, argomentazioni anti vacciniste basate su una chiara ed evidente falsificazione della realtà al fine di creare una narrazione utile ai suoi (cioè miei) scopi”. Insomma, io sarei un falsificatore della realtà, che piegherei per i miei scopi. Che non si sa quali siano, né il Vannucci ce lo spiega né si azzarda a contestare UN SOLO contenuto dei miei post o dei miei commenti. Non dice: “Questo che dici è falso perché…”, fermandosi sui contenuti. Dice che io falsificherei la realtà per un mio non meglio definito (anzi, definito proprio per niente) vantaggio e tanto fa.

A metà messaggio, dopo un preambolo lunghissimo, finalmente annuncia il “conquibus”: “per quale motivo lei scrive questo? Quali sono i dati che legge, come li legge e in che modo intende dimostrare una realtà dei fatti, a suo dire oggettiva, diversa da quella che raccontano i dati.” Ma come?? Per quale motivo scrivo questo?? Ma che domanda è? Uno scrive ciò che pensa perché lo pensa. E siccome io ho anche un blog che mi permette di scrivere quello che voglio senza i filtri e la censura degli algoritmi di Zuckerberg, lo faccio. Problemi? Evidentemente sì. La mia realtà così “fintamente” oggettiva cozzerebbe contro la granitica e incrollabile affidabilità dei dati. Quindi io come mi permetto di dire, ad esempio, che Camilla Canepa è morta di vaccino anticovid? Me lo permetto perché non me lo sono inventato, lo dicono i risultati degli esami autoptici condotti dagli esperti nominati dalla Procura della Repubblica di Genova. Sono dati. Se poi lui ne ha di diversi da opporre (che non siano la sua personale convinzione), lo faccia. Se no taccia per sempre. E’ un anatomopatologo lui? No, e allora?

“I contagi sono diminuiti in maniera esponenziale nel territorio rosetano”. Ah, per fortuna! Roseto degli Abruzzi è il primo centro del teramano per numero di contagiati, abbiamo superato l’1,6 di indice RT ma tranquilli, va tutto bene.

Io vorrei “negare l’effetto del vaccino e del lavoro che il sistema sanitario sta mettendo in atto” e tutto questo “è vergognoso e soprattutto bieco”, si badi bene. Insomma, per come mi descrive il Vannucci sono proprio una bella personcina, non c’è che dire.

Ma, come sempre, ‘dulcis in fundo’. O ‘venenum in cauda’ che dir si voglia. Il Vannucci mi consiglia di farmi “un’esame di coscienza”. Con tanto di apostrofo. E di ragionare sulle mie “modalità comunicative”, ree di “inquinare il dibattito pubblico”.

E pensare che io pensavo solo di essere una persona con le sue idee. Ma devo arrendermi all’evidenza, perché se il mio pensiero ha suscitato una simile reazione vuol dire che devo essere ma un bel ganzo.

L’è el dì de mort. Alégher!

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Il tavolo in truciolato simil-noce della nostra amatissima Aula Docenti “Herbert Kappler” ha visto passare centinaia di eventi dal suo primo apparire come nuova acquisizione di un bene dello Stato, con tanto di numero di registrazione e cartellino ministeriale acclusi.

Ogni volta che si verifica una nascita, un battesimo, una ricorrenza, una laurea, una comunione, un matrimonio, c’è sempre chi apparecchia il tavolone con enormi tovaglioni di carta, accessoriandola con piatti di carta, bicchieri di carta e vassoi vari. Di carta.

Oh, quante cose racconterebbe quel tavolo, se potesse! Ha visto di tutto, la nascita dei figli della De Poppibus, lo sposalizio in pompa magna della De Estremitatis, la licenza straordinaria del Marxistis per la visita a Cuba, l’ordinazione sacerdotale del professor Crucefixis, quattro elezioni consecutive della De Sindacatiis a RSU, l’immissione in ruolo della De Bonis (con relativo dono di un paio di barche a vela che le serviranno egregiamente come scarpe), la redazione delle prime querele del Professor Exlege, Dio lo strozzi.

L’apparecchiatura della mensa viene seguita dall’offertorio alle fauci fameliche dei colleghi di ogni leccornia dolce o salata che si possa facilmente trasportare. Si va dai panini al burro gravidi di prosciutto, salame, lonza, simpaticissimi con la loro bella bandierina della Finlandia infilata in uno stuzzicadenti, al croccante alla mandorla duro asserpentato, che una volta la Acidophili con un solo morso ci lasciò i denti del veleno. Ma la vivanda-regina di ogni rinfresco in sala docenti è sempre lui: il volovàn di pasta sfoglia con una rondella di Würstel e una cucchiaiata di maionese rancida.

Oggi è il 2 novembre. Ma nell’aria non si sente il triste rimestìo di novembre e della squallida commemorazione dei defunti. Si avverte, al contrario, un nonsoché di frizzantino, come di vita che si risveglia. E’ il compleanno della professoressa Wunderbari, e tutta la sala docenti è addobbata a festa per l’occasione: gli alunni di quinta hanno gonfiato una quindicina di profilattici Hatù-jeans a mo’ di goffi palloncini proprio per il festeggiamento, e l’alunno Somarelli, quello con la canna perennemente tra le labbra, le ha dedicato uno striscione variopinto di dieci metri con la scritta “Wunderbari, voglio uscire dalla droga ed entrare nel tuo tunnel!” Insomma, incontestabili manifestazioni di apprezzamento professionale.

La Wunderbari ha proprio pensato a tutto. Dalla gonna corta, alle calze nere con la riga dietro, fino alle scarpe tacco 12 con caviglia d’ordinanza a perfetto perpendicolo.

Ma quello che desta meraviglia negli astanti è il buffet vegano e ayurvedico messo a disposizione di quel coacervo di mascelle di rinforzo e di palati fini, pronti ad assaggiare ogni manicaretto: dalle tartine al tofu, zenzero e paprika dolce del Pakistan, alla scodella di pasta fredda condita con seitan, funghi cinesi e verdurine al vapore sautées, al cappuccino tiepido senza schiuma di caffé d’orzo e latte (di soia), al formaggio fritto (di soia), all’insalatina di fagioli freschi (di soia) con un dolce fatto di farina (di soia), olio (di soia) e zucchero (stavolta di canna!). Poi, se qualcuno gradisce un aperitivo c’è un centrifugato di sedano, carota e germe di grano.

Il professor Berlusconis è lì che mastica quel cacchio di seitan da due ore. L’ha ridotto a un bolo informe e tristemente omogeneo, ma proprio non gli scende in canna. La De Ginocchinibus si è riempita un piattuccio da consumare durante la mattinata ma l’ha tirato nel muro della prima Z con la chiara intenzione di colpire il Corbelli che invece le ha fatto marameo.

La Wunderbari è addirittura raggiante, in forma strepitosa. Ha finito di frequentare il corso annuale di Buddismo, ormai dice gli Om saltando la corda ad occhi chiusi, canta il mantra “Hare Krishna” sul motivo di “My Sweet Lord” di George Harrison, ma soprattutto è bella, bella che non te lo immagini. E cretina. Cretina come un trattore a cingoli.

Tutto d’un tratto, come presa da un raptus incontenibile, la Wunderbari sparecchia in quattro e quattr’otto liberando di nuovo il tavolo e concedendosi una pausa digestiva.

“E ora… si balla!!!”

La Wunderbari si arrampica sulle sedie e raggiunge la superficie del tavolo dove si installa ben piantata col suo maledetto tacco 12 e consegna alla collega De Poppibus il suo CD preferito, chiedendole di metterlo a tutto volume. E’ una compilation di salsa, merengue, rumba e samba masterizzata di frodo e scaricata biecamente da YouTube. La De Poppibus, dal canto suo, non sa nemmeno da che parte si gira un CD, capisco una musicassetta, ma queste diavolerie moderne non son proprio cosa per lei, e cede volentieri l’ingrato compito alla nostra vice Preside, la cara Digitalis, che, con la sua vocina da viola d’amore scordata, annuncia tutta festosa: “E adesso musica!!”

La Wunderbari si scatena. Balla, canta, ancheggia, ammicca, in un pericoloso alternarsi di sguardi e messaggi subliminali.

“Vamos a la playa, a mí me gusta bailar, el ritmo de la noche, salsa fiesta…” e poi, sempre più sudata, “Una mano en la cintura, una mano en la cintura, un movimiento sexy…” fino ad arrivare a “¡Mueve la colita!”, insomma, tutte testimonianze letterarie della tradizione medievale spagnola.

E’ tutto un movimento ritmato di polpacci, cosce, natiche. Il collega Berlusconis si sgancia la cravatta, tutto accaldato e addenta un cetriolo in pinzimonio per la disperazione. E mentre la Wunderbari canta “Bailamoooooos”, il professor Crucefixis e il collega Marxistis stramazzano a terra svenuti, praticamente all’unisono. Dal gabbiotto parte immediatamente la richiesta di soccorso al 118 che prontamente invia un’autolettiga matrimoniale per i due infartuati che, trasportati al vicino nosocomio, venivano dichiarati fuori pericolo e ricoverati in due stanze separate in osservazione. Tra i loro primi desideri qualcosa da leggere per far scorrere più velocemente sia il tempo che le gocce di soluzione fisiologica che si consuma lentamente dalla flebo. I medici hanno accondisceso di buon grado al loro desiderio, solo che quella carogna del professor Exlege, il primo a rendersi al loro capezzale, ha dato il breviario al Marxistis e il Compendio del Capitale di Errico Malatesta al Crucefixis. Poi se n’è andato con un ghigno beffardo.

Io volevo di buon grado correre tra le braccia di mia madre, ma la festa era finita e mi accontentai di una carotina avvizzita e scondita rimasta lì ad ammuffire.

Venerdì

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Il venerdì, c’è poco da fare, è sempre il venerdì.

Comincia in sordina, con la campanella delle 8,10 e tutti ai nastri di partenza. E’ una lunghissima maratona e tutti sanno che saranno pochissimi quelli che arriveranno vivi al finis delle 14,40, dopo la settima ora. Ma ci sono dei veri e propri campioni anche in questa specialità olimpionica di avvicinamento alla fine settimana lunga, e qualche collega affronta l’ultima giornata di lavoro correndo a piedi nudi, come Abebe Bikila.

Il professor Crucefixis, poveraccio, ha sette ore filate di lezione e prima di recarsi in quarta W recita il propiziatorio salmo 23: “Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi dànno sicurezza” mentre il professor Marxistis gli replica: “Vincastro questo paio di balle! Io oggi ho due ore di cui una a disposizione e poi vado a casa. Ve lo tiro in quel posto a tutti quanti, specialmente a te, pretaccio della malora!”

Non c’è che dire, il collega Marxistis, quando ci si mette, quanto a proprietà di linguaggio e leggerezza dei modi non lo batte nessuno.

In terza Y c’è una lieta novella. L’alunno Trottolini e l’alunna Amorosi stanno insieme. Era un po’ che si gironzolavano intorno e si fiutavano a fondo, quei due, adesso pare che abbiano quagliato la situazione e se ne stanno in fondo all’aula a sorridersi, a tenersi la manina, a scambiarsi parole senza senso come “Ciupi Ciupi, orsacchiottino mio, amorissimo, ti lovvissimo”, naturalmente via WhatsApp, perché dirsele a voce non è più di moda. L’oggetto del proprio amore è più reale se gli scrivi, anche se è a cinque centimetri da te. C’è poco da fare, ormai si sono bevuti il cervello.

Ma non tanto da abdicare ai primi richiami ormonali della stagione autunnale. Tutta lieta e gàrrula l’alunna Amorosi esordisce al mio ingresso in aula, col sorriso sulle labbra: “Professo’… lo sa che io e Trottolini dormiremo insieme??”

“Cosa fate voi due???” reagisco con una falsa, anzi, falsissima accentazione scandalizzata. Del resto hanno 16 anni, è il loro momento, cosa posso pretendere, anch’io, che si guardino negli occhi? Che si bevano un caffellatte coi biscottini e poi guardino “Un posto al sole” su Rai 3 seduti sul divano e con la copertina sulle ginocchia?

“Ma no, che cos’ha capito?? Ci portiamo i sacchi a pelo nella baita sul Gran Sasso e ce ne stiamo rannicchiati al fuoco finché non ci addormentiamo, la professoressa Wunderbari dice che sviluppa il Karma e aiuta a depurare il corpo dalle tossine!”

(La Wunderbari…) “Sì, va bene, ma adesso vi interrogo sui verbi irregolari, te e il tuo moroso, e se non li sapete andate sul Gran Sasso con un bell’impreparato sul groppone!”

La mattinata scorre lenta e inesorabile. Ma pare che il professor Exlege (quel leguleio fetente e immondo, lo detesto, possa morire di un accidente subito!) sia di pessimo umore. Qualche alunno in vena d’innocenti scherzi gli ha graffiato la portiera della macchina, ma così, giusto per burla, e lui si è inspiegabilmente adirato. Inoltre ha smesso di fumare, il che lo rende ancor più vulnerabile alle critiche e alle sollecitazioni esterne. Comunque sia, non lo si può avvicinare. Ha sempre una bestemmia o una parolaccia per tutti, quell’infido verme.

“Buongiorno, caro Exlege, salutami tanto la tua compagna, la per nulla verbosa De Chattibus!” lo riverisce il collega Marxistis facendogli il gesto dell’ombrello (bastardo!), perché ha appena finito il turno.

“Stai desiderando la donna d’altri, per caso??”

“No, che c’entra, t’ho visto e mi è venuta in mente la De Chattibus!”

“Ecco, appunto, stàttene al tuo posto, comunista del cazzo, che alla De Chattibus ci penso io!”

E pare proprio che ci pensi sul serio. Ha fatto il calcolo di quanto avrebbe risparmiato in un anno di astinenza da fumo, poi ha portato la De Chattibus al sexy shop dove si sono comprati un paio di stivaloni e un corpetto di cuoio borchiato, due frustini e due paia di manette per le loro cose più estreme. Ci hanno lasciato l’equivalente di due stipendi e il proprietario di quel pio ed evangelico esercizio ha detto che per un mese poteva anche chiudere i battenti e andarsene a trascorrere una settimana a Marbella.

Nel frattempo la nostra ottima bidella Cassandra ha interrotto la divinazione e il responso dei tarocchi per la collega Cervelletti, che è rientrata incinta dalla malattia (si è curata bene, evidentemente) e vuole sapere, giustamente, come procederà la gravidanza, perché, si sa, i ginecologi son tutti dei bugiardi esosi e ti spillano un sacco di soldi, se no cosa si chiamerebbe “Cervelletti” a fare?

“Corbelli, mo’ t’accijesse!! Vai in classe e ute, ca’ me pigl’ la coccia, me pigl’… Sant’Antonie co’ lu porc’ ca sunàve lu dubbòtte a lu desert’, la luna nera!!!!”

E incassati con cura i 50 euro, la bidella Cassandra si fece il segno della croce. Io avrei voluto correre tra le braccia. Di chiunque.