Scuola: si rientra l’11 gennaio alle superiori. La montagna ha partorito un topolino

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E’ ormai deciso. Salvo decisioni regionali contrarie (come quelle del Veneto, della Puglia e della Calabria), le scuole superiori rientreranno in presenza al 50% dall’11 gennaio, e non dal 7, come precedentemente stabilito. E cosa cambia? Assolutamente nulla. Rientrare l’11 gennaio significa non avere a disposizione i dati di contagio conseguenti all’allentamento governativo previsto per le festività natalizie, significa buttare gli alunni allo sbaraglio, mettere in crisi i dirigenti scolastici, gettare il paese nell’incertezza sulla scuola come luogo veramente ed effettivamente “sicuro” (ma “sicuro” rispetto a cosa?), significa soprattutto non aggiungere nessun valore “aggiunto” (Tschoko di parole) al rientro previsto inizialmente per il 7. Insomma, non cambia nulla. Eppure in consiglio dei ministri e nella conferenza Stato-Regioni la discussione avrebbe potuto definirsi quanto meno “animata”, anche se non si vede proprio a che pro.

Fatto sta che un assembramento di 10 persone al ristorante è proibito, mentre un assembramento di 30 alunni di una classe in uno spazio angusto e inadeguato, senza un adeguato impianto di ricambio d’aria (ci sono le finestre, lo so) costituisce un evento senza rischi. Ma a chi vogliono darla a bere? La montagna ha partorito un topolino, davanti alla necessità di chiudere le scuole e davanti al rischio, da più parti evocato, di una “terza ondata” (ma l’ondata non è mai finita), e del pericolo che costituisce la riapertura delle scuole per la diffusione del contagio. Ci hanno dato solo un contentino, non è una misura che “risolve” il problema. PD, sindacati, regioni non hanno quasi fatto obiezioni (tranne le realtà territoriali citate), tutti accettano una realtà inaccettabile e irreale.

Siamo all’emergenza totale. Ma non illudiamoci, sarà una carneficina.

Le “Abissine” del pastificio la Molisana

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La gente muore per strada e noi italiani ci scanniamo per le “Abissine” rigate del pastificio “La Molisana”, reo di aver messo in commercio un nuovo (nuovo??) formato di pasta con un nome decisamente coloniale, e con una campagna di marketing forse questo sì, imprudente, rivolta a rieccheggiare il nostro passato pastaiolo di mussoliniana memoria. Si è fatto un “caso” per la pasta, ma vi rendete conto?? E’ pur vero che esiste ancora la divisione in fazioni tra chi preferische le penne rigate e chi le vuole rigidamente lisce (io faccio parte dei sostenitori del “liscio”, ché liscio è lo zito, e tanto fa), c’è chi preferische gli spaghetti grossi a quelli sottili, chi detesta i bucatini e chi li adora (sempre io), chi detesta il fusillo perché “non sa di niente”, chi lo adora perché nella spirale “si insinua meglio il sugo”. Ma che politici di chiara fama, e tutta l’opinione pubblica si sia intestardita a denunciare sospetti di ritorno delle ideologie e della retorica di regime proprio non lo capisco. Per un formato di pasta? Ma abbiamo o non abbiamo cose più serie di cui occuparci? Che, tra l’altro, a me la pasta “La Molisana” piace moltissimo, la compro regolarmente e la mangio con gran foga, ingrassando come un maiale e mettendo su panza.

Una cara persona mi raccontava tempo fa di un suo conoscente, in difficoltà economica, ma dotato di una grandissima dignità personale, che le diceva “…e poi alla domenica in famiglia si mangia la pasta Barilla!” C’è un misto di tenerezza e di commozione nel leggere e nel sentire una frase del genere. Gente che può permettersi la pasta Barilla solo alla domenica, cancella d’un colpo la polemica sterile su quella che è solo una campagna di marketing sbagliata e maldestra. Campagna e polemica che hanno fatto sì che “la Molisana” abbia ritirato la pubblicità evocatrice, chiesto scusa ai consumatori e rinominato il formato incriminato con una denominazione più generica e “innocente”.

Much ado about nothing!

Pubblico dominio: quel pasticciaccio brutto di “Ciak”

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A me da piccino “Ciak”, la rivista di cinema, piacicchiava.

Andavo in cerca delle schede cinematografiche che la pubblicazione regalava ogni mese, sotto forma di cartoncini spessi, ciascuno con la locandina di un film, e con la trama e varie informazioni aggiuntive sul cast e sul regista, scritte sul retro. Con un po’ di tempo e pazienza potevi farti un piccolo Mereghetti a tuo personale uso e consumo.

Mi fa piacere apprendere che “Ciak” esista ancora. Ma in un articolo pubblicato ieri (“Le opere libere da diritti dal 1° gennaio. E che si possono usare gratis” a firma di Alessandro De Simone) la consusione regna sovrana. Si riprende l’annoso tema della giornata del pubblico dominio, festeggiata in tutto il mondo il primo gennaio, quella che sigilla l’elenco degli autori e delle opere che ognuno può ripubblicare, gratuitamente o a pagamento, senza dover corrispondere (più) alcun diritto economico o rendere conto agli eredi, senza incorrere nei reati previsti e puniti dagli artt. 171 e seguenti della legge sul diritto d’autore.

Andiamo a vedere cosa scrive De Simone a proposito delle opere letterarie:

“La notizia è che Il grande Gatsby, il capolavoro di Francis Scott Fitzgerald, è adesso libero.”

Sono dieci anni esatti che l’opera di Francis Scott Fitzgerald è in pubblico dominio (naturalmente in lingua originale): essendo l’autore deceduto nel 1940, l’opera omnia (non solo il capolavoro “Il grande Gatsby”) dello scrittore statunitense è entrata in pubblico dominio dal 1 gennaio 2011. Quindi dov’è la notizia?? Sono 10 anni che lo redistribuisco su classicistranieri.com e nessuno (giustamente!) mi ha mai detto nulla.

Altra “notizia” riguarda “Mrs. Dalloway” di Virginia Woolf. Non è in pubblico dominio da oggi (sto sempre parlando dell’edizione in lingua originale inglese, naturalmente), ma dal 1 gennaio 2012, essendo la Woolf morta (suicida) nel 1941.

L’autore dell’articolo cita anche “Il velo dipinto” di William Somerset Maugham come opera di pubblico dominio. Niente di più falso. Somerset Maugham è deceduto nel 1965, e occorre attendere ancora il primo gennaio dell’anno solare successivo al compimento del 70° anniversario dalla sua morte.

Stesso discorso per “Manhattan Transfer” di John Dos Passos (morto nel 1970), “Il segreto di Chimneys” di Agatha Christie (morta nel 1976) e “Foglie secche” di Aldous Huxley (è morto nel 1963!)

Quindi col cavolo che in Italia queste opere possono essere riprodotte o utilizzate per trasposizioni (anche cinematografiche).

Diverso discorso per la citata opera “Il Processo” di Franz Kafka (l’autore fa riferimento, opportunamente, all’edizione originale in tedesco): è in pubblico dominio dal 1 gennaio 1995 (Kafka è morto nel 1924).

Da dove nasce l’equivoco? Dal fatto che queste opere sono di pubblico dominio, sì, ma negli Stati Uniti, dove vige una legislazione che riguarda soprattutto la data di prima pubblicazione. In Italia è ancora reato copiare, diffondere, trasporre, utilizzare in qualsiasi modo Huxley, Somerset Maugham e Agatha Christie. Per la verità il giornalista un accenno alla legislazione americana lo fa, ma il tono generale dell’articolo indurrebbe a una eccessiva disinvoltura nell’utilizzo dei diritti di questi autori.

Come sempre, niente di nuovo sotto il sole. Vedi giudizio human come spess’erra?