Daniela Galloni: Alcune precisazioni sui lavoratori fragili

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Con il diffondersi della pandemia si è mostrato un problema che prima era sconosciuto a molti, ovvero l’esistenza di lavoratori fragili.
Cosa significa essere fragili:
Il lavoratore fragile non è necessariamente chi ha una condizione di disabilità o invalidità certificata (in Italia, oltretutto, ci sono molto patologie rare che sono malattie invisibili per il governo) ma, in relazione alla diffusione del coronavirus, tutte quelle persone che sono più predisposte ad infezioni o anche in cui il covid-19 avrebbe un esito più grave, se non nefasto, come chi ha patologie autoimmuni, chi assume immunosoppressori, i malati oncologici, chi ha cardiopatie o malattie respiratorie importanti e i diabetici non compensati.
Con la chiusura delle attività lavorative, questi lavoratori sono stati tutelati con l’introduzione del codice inps v07, attraverso il quale questi potevano usufruire della malattia straordinaria (che non incideva nel comporto) nel caso in cui non fosse stato possibile il lavoro agile da remoto.
Questa tutela è venuta meno il 31 luglio e non è stata rinnovata.
L’emergenza però non è una situazione circoscritta come possiamo ben vedere e soprattutto, alla luce degli ultimi aumenti dei contagi, i lavoratori fragili non possono essere dimenticati. Si pensa sempre che i fragili siano le persone ultra ottantenni con mille patologie, come se questi fossero sacrificabili pur di continuare a vivere normalmente, oltre ad essere ciò profondamente triste e irrispettoso verso queste persone, dobbiamo anche pensare che il fragile è anche il nostro giovane amico con il lupus o l’artrite reumatoide, la mamma che ha avuto un piccolo tumore ecc. Una società che dimentica i fragili è una società che ha perso se stessa.
Nei mesi di agosto e settembre queste persone sono rimaste senza più tutele, hanno usato la malattia ordinaria, oltre a ferie e permessi, fino all’aspettativa, altre volte sono state costrette a tornare a lavoro nonostante alcuni ambienti non fossero assolutamente posti in sicurezza. Alcuni sono arrivati a non avere più retribuzione o rischiare il posto di lavoro per superamento del comporto.
Pensiamo agli infermieri che tanto abbiamo ringraziato a marzo, ai cassieri dei supermercati e infine agli insegnanti.
Il problema infatti è saltato all’occhio dell’opinione pubblica maggiormente con l’apertura delle scuole: perché in una situazione di carenza strutturale di personale docente, la mancanza anche solo di una parte di questi perché inidonei, avrebbe reso ancora più difficile la ripresa scolastica.
Al contrario di quanto detto gli insegnanti non chiedevano di non lavorare, ma di lavorare in sicurezza e dove non possibile di essere destinati ad altro fino a fine emergenza.
Ricordo che a tutt’oggi vige la norma di indossare mascherine anche all’aperto, mentre a scuola in ambienti chiusi e sovraffollati dove si sta per ore questa non viene indossata.
I lavoratori fragili hanno chiesto la proroga dell’articolo 26 che li tutelava, ad oggi 11 ottobre ancora aspettiamo che questa situazione venga chiarita, non è accettabile, per non dire ridicolo, che il decreto agosto con i suoi emendamenti venga discusso dopo due mesi e mezzo.
Oggi, se non ci saranno ulteriori slittamenti, sarà discusso alla camera un emendamento in cui si prevede: la proroga dell’articolo 26 fino al 15 ottobre e l’accesso allo smartworking fino al 31 dicembre per i lavoratori dichiarati fragili.
Nonostante la speranza che questo emendamento venga approvato, ci sono alcune questioni che rimangono aperte:
– il documento parla al momento solo di immunodepressi, malati oncologici e chi ha 104 art. 3 comma 3, non menziona quindi alcune categorie come i cardiopatici per esempio.
– come faranno i lavoratori a vedersi restituire la malattia (per quanto concerne comporto e decurtazione economica) già usufruirà?
-verranno restituite anche le ferie usate o solo la malattia?
– la malattia non andrà nel comporto, ma ci sono ccnl in cui nonostante ciò dopo 180 giorni non si viene pagati, verrà superato questo ostacolo fiscale o si stratta solo di impedire il licenziamento?
– nell’emendamento si parla di smartworking dopo il 15 ottobre, le aziende saranno obbligate a concederlo o no? Perché se si lascia la facoltà di scegliere ovviamente molti non lo faranno.
Oltretutto dobbiamo pensare alle piccole aziende familiari con pochi dipendenti o in cui il lavoro agile non è previsto (un bar con 2 o 3 dipendenti) come saranno aiutate dal governo?
– infine la tutela arriva fino al 31 dicembre, mentre lo stato di emergenza è stato prorogato al 31 gennaio, a gennaio come si dovranno comportare queste persone fragili?
Insomma le domande sono molte e tutte legittime.
Daniela Galloni (Bis Mi)

“Ti trito come il sale fino e poi ti ammazzo. Il coronavirus non esiste, idiota!” Il negazionismo approda a Roseto degli Abruzzi

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A Roseto degli Abruzzi, questo piccolo mondo di un mondo piccolo, succede che una bambina di quattro anni ha 37,5° di febbre e un po’ di tosse. E’ figlia di genitori separati. La pediatra (di cui non faccio il nome, perché è inutile -ma la stampa nazionale lo riporta-) dice che bisogna provvedere a attivare le misure anticovi-19. Tampone orofaringeo, per la precisione.

La madre è d’accordo. Ma bisogna avvertire il padre. Viene contattato e reagisce con un “Adesso vengo nel suo studio, prima la trito come il sale fino e poi l’ammazzo. Il coronavirus non esiste. Idiota”. Almeno questo è quanto riferito dalla pediatra al quotidiano “Il Messaggero”.

Il negazionismo del Covid è diffuso ormai dappertutto. Ma vederlo attuato in maniera così vigliacca e pressante nel paese in cui, bene o male, vivi, è una cosa che fa senso.

Il reato di minaccia è previsto e punito esclusivamente dall’articolo 612 del codice penale. Si rischia una multa fino a 1032 euro o, nei casi più gravi, la reclusione fino a un anno. E’ punibile a querela di parte, quindi bisogna vedere se la pediatra in questione ha intenzione o no di sporgere denuncia. Se sì scatta il procedimento. Che potrebbe essere revocato se la pediatra accettasse una transazione e rimettesse, nel frattempo, la querela. Nel caso peggiore, con un patteggiamento il negazionista in questione potrebbe cavarsela con una pena minima, la sospensione condizionale della pena (non dovrebbe, cioè, scucire una lira) e la non menzione sul casellario giudiziale a richiesta dei privati.

L’ignoranza, la maleducazione, il negazionismo e la cafoneria non sono reato nel nostro ordinamento giudiziario. Peccato.