Google Meet: dal 1 ottobre videoconferenze free solo per 60 minuti

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Apprendo dal provvidenziale “Punto Informatico”, che a partire dalle 00.00 del 1 ottobre prossimo, Google Meet introdurrà delle limitazioni e dei paletti ai suoi servizi.

La più importante di queste limitazioni riguarda la durata delle videochiamate, che tornerà ad essere contenuta nel limite massimo di 60 minuti per gli account gratuiti. Chi vorrà fare dei meeting più lunghi dovrà mettere mano al portafogli ed iscriversi all’opzione “Premium”.

Ci saranno, inevitabilmente, delle ripercussioni su quanti fino ad ora hanno usato la versione illimitata (concessa, ma non regalata) da Google per il telelavoro e la didattica a distanza. Consigli di classe e collegi docenti in modalità Meet saranno troncati dopo un’ora, niente più chiacchiere in diretta con il collega o la collega d’ufficio, TUTTO dovrà essere contenuto nel tempo massimo di un’ora (che, ad esempio, per le lezioni on line e gli aggiornamenti lavorativi va già bene), il che avrà inevitabilmente delle ripercussioni su tutta la Pubblica amministrazione che a Meet si era affidata.

Per ora prendiamo solo atto, e attendiamo di vedere gli effetti.

Citazione a “Tutta la città ne parla” (sussiego & supponenza!)

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Sono intervenuto via Facebook nella trasmissione “Tutta la città ne parla” di RAI Radio Tre, sul caso di Julian Assange e sul processo che sta subendo a Londra. E’ un piccolo e modestissimo contributo alla causa di questa grande e bella persona. Mi inorgoglisce la citazione del mio intervento (sia pure tagliato della parte superiore, in cui criticavo Juan Carlos de Martin), ad opera della redattrice Rosa Polacco. Gaudete!

      citazione2

Docenti: Concorso Straordinario (29/09/2020), considerazioni e programmi d’esame (PDF)

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La montagna del MIUR ha partorito in fretta e in furia il topolino del Concorso Straordinario. Oggi il bando sarà riportato sulla Gazzetta Ufficiale.

Per la prova scritta, della durata di 150 minuti (contro le 6 ore del Concorsone del 1999), saranno somministrati cinque quesiti a risposta a perta e la comprensione di un testo in lingua inglese, per accertare le conoscenze del candidato della materia a livello B2. Insomma, niente “Come ti chiami?”, niente cocomeri o supermercati, niente domande sulla tua vita e sulla tua famiglia, come accaduto al povero Suárez per il livello di appena un gradino inferiore.

Attenzione: non “lingua straniera”, ma “lingua inglese”. Non è dato, cioè, al candidato, di scegliere la lingua in cui svolgere la prova scritta. E se uno l’inglese non lo sa? E se si è laureto (si veda il caso) in spagnolo e portoghese? E se fa parte di quella categoria di precari di età più elevata che (si veda sempre il caso) al Liceo hanno studiato francese, senza rientrare nell’anglicizzazione coatta delle classi superiori operata tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80? Basta avere 55-56 anni.

Le misure anti-covid saranno, giustamente, rigidissime: oltre alla misurazione della temperatura all’ingresso, al distanziamento obbligatorio e opportuno tra le postazioni, le disposizioni contro il coronavirus prevedono che non si possa antrare con temperatura uguale o superiore a 37,5 gradi o con sintomi respiratori. Ma quello che desta maggiore allarme è che chi si trova in quarantena alla data di svolgimento della prova, NON sarà ammesso alla prova suppletiva. Cornuti e mazziati, con la sola colpa di aver contratto il virus e di essere malati. Nessuna possibilità di rientro, per loro, nemmeno per quelli che si trovano in quarantena per cause di servizio (magari in seguito alla conclamazione di un caso positivo nelle proprie classi), nemmeno per quelli che, nel frattempo, sono guariti con due tamponi positivi a distanza di 24 ore l’uno dall’altro.

Per superare la prova scritta serve un punteggio complessivo non inferiore a 56/80.

Ma quali sono le classi di concorso per cui è previsto l’arruolamento? Oltre alle classiche italiano, latino, storia, geografia, filosofia, diritto e quant’altro si necessiti, noto che sono previsti: Design della ceramica, Design del tessuto e della moda, Discipline grafiche, pittoriche e scenografiche, Discipline sanitarie, Disegno artistico e modellazione odontotecnica, lingua araba, cinese, giapponese, portoghese e russa, Scienze e tecnologie della calzatura (con tanto di richiesta di conoscere “anatomia e morfologia del piede”), Tecnica della danza classica, Enologia. Tutte discipline nobilissime.

Ma cosa bisogna sapere? Sono andato, per pura curiosità personale, a vedere cosa prevede il programma per l’insegnamento della lingua spagnola (hai ri-visto mai?). Leggo che bisogna:

“conoscere la configurazione diatopica dello spagnolo e delle sue varianti diastratiche e diafasiche, con particolare riferimento alla competenza sociolinguistica del discente

Io ho paura! “Diastratiche” e “diasfasiche”? La “competenza sociolinguistica del discente”? Ma cosa volete farmi?? E la letteratura che fine ha fatto? Perché i “discenti” non possono portare, come accadde nel Concorsone del 1999, le 30 opere a scelta della letteratura spagnola, ed essere interrogato su quelle?? La letteratura non c’è (quasi) più. O, meglio, è inglobata in una serie di conoscenze “generiche”, che si esplicitano nella seguente disposizione:

“conoscere e saper esporre la cultura e civiltà dei paesi di lingua spagnola, con particolare riferimento agli ambiti storico, sociale, letterario, artistico ed economico;”

E’ chiaro che le cose sono notevolmente cambiate, e che il futuro, con queste premesse, è quanto mai incerto. Forza, ragazzi!

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Schiavi dello SPID

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Ecco, prendiamo l’INPS, per esempio. A parte la storia del suo dirigente massimo che si vede raddoppiare lo stipendio a sua insaputa e non vuole indietro nemmeno gli arretrati, c’è da dire che stanno introducendo lo SPID come sistema di riconoscimento delle loro interfacce telematiche, al posto della solita UserId e password d’ordinanza. Ma, tranquilli, sarà un passaggio graduale, assicurano.

Ora io lo SPID ce l’ho, come molti altri. Non so di che farmene, ma ce l’ho. Per averlo sono dovuto andare alle Poste, per farmi riconoscere, insomma, a dire che io sono io, e che volevo lo SPID. Poi mi sono dovuto scaricare una app (brutto termine con cui si designano i “programmi” -così si chiamavano una volta- per un determinato sistema operativo) ufficiale, di modo che quando ho bisogno dello SPID (molto raramente, per fortuna), devo avere nell’ordine:

1) un PC con Google Chrome (se no è facile che non me lo prenda);
2) il telefono accanto;
3) una connessione internet.

La tecnologia ce la dovrebbe rendere più semplice, la vita, non complicarcela. Mia madre (78 anni e tanta voglia di rompere i coglioni) ha un telefono che non ha internet, un comune, comunissimo e banalissimo telefono-voce, come quello di Baluganti Ampelio, che però mia madre ci vede poco, ed è anche coi numeri più grandi. Ce la vedete voi con un computer, con il telefonimo multifunzioni e con la connessione internet accanto??

Le persone anziane saranno condizionate inevitabilmente da questo cambiamento, e si dà il caso che le persone anziane, per la maggior parte, non sappiano né cosa sia lo SPID, né come si maneggia un computer, né come si sditeggia su un telefonino. Mia madre non capisce una veneratissima sega di internet, di WhatsApp, di chat, di videochiamate e di uant’altro, figuriamoci se va a impelagarsi con lo SPID!

E invece ad ogni pensionato l’INPS dovrebbe consegnare una UserId e una Password (sì, attenti alla sicurezza, ma non esageriamo, su, anche questo vizio di fornire la password in due riprese, metà via SMS e metà per posta deve finire, prima o poi), in modo che possa accedere, se lo vuole e se sa farlo, per conto suo.

E’ un esercito di anziani che stanno andando in tilt. E se uno il telefono non ce l’ha? E se uno non sa nemmeno cosa voglia dire navigare in internet. O se uno, come mia madre, ci vede poco? Lo costringiamo a digitare in tastierine microscopiche, gli consigliamo l’app che deve “scaricare” (mia madre la cosa più impegnativa che ha scaricato è stata un paio di cassettate di meloni primaticci e cocomeri da battaglia), deve pagarsi il computer, la rata mensile della connessione internet, magari con 400 euro al mese di pensione sociale e senza reddito di cittadinanza del cavolo?

Ai nostri anziani l’INPS non deve complicare la vita. Dovrebbe investire di più in sportelli aperti al pubblico, con un orario flessibile, e in personale specificamente formato a risolvere i loro problemi, e possibilmente gentile e non scostante. Questa è la vera tecnologia, quella umana, quella che puoi guardare in faccia, quella che ti indica il giusto cammino da seguire quando sei disorientato. E a disorientare i nostri anziani ci vuole un lampo, oggi come oggi.

Siamo lasciati in balìa di noi stessi. Siamo schiavi di una APP. Se ti dimentichi qualcosa sei fottuto. E quelli a dire “Noi non ci possiamo fare niente, è la tecnologia, è il progresso!”. La vera tecnologia ce l’aveva la mi’ nonna Angiolina: la borsetta di finto coccodrillo da tirare in testa all’occorrenza ai furbetti, agli arroganti, ai profittatori e ai menefreghisti.

 

L’ordinanza anticovid n. 36 del 27 settembre 2020 della Regione Siciliana: “erogare” per “irrogare”

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Vi propongo questa perla della Regione Siciliana, contenuta nell’ultima ordinanza anti-covid 19 (la n. 36 del 27/09/2020), quasi senza commento, perché si commenta da sola.

L’originale (ancora con lo svarione) si trova qui:

http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_Covid19OrdinanzePresidenzadellaRegione/Ordinanza%2B36.pdf

Nella pomposità e magniloquenza del linguaggio burocratico, gli addetti alla redazione degli atti amministrativi della Regione Siciliana si sono fatti scappare un “erogare” per “irrogare”.

Anche a usare i vocabolari on line che si trovano in rete (e guardate che ci vuol coraggio!), “la differenza salta agli occhi”, come diceva il Poeta.

Non mi resta che ringraziare il prode Roberto Scaglione, per la sua preziosa segnalazione via Facebook, ed affidare a voi il succulento reperto.

“Rubato” il codice sorgente di Windows XP

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Vài, s’è ri-avuta!

Qualcuno ha “rubbato” (come si dice correttamente in livornese), il codice sorgente di Windows XP. La Microsoft tace, ma, secondo quanto riferito da “Punto Informatico” il codice sarebbe stato postato per la prima volta su 4chan e ora gira indisturbato per i canali peer-to-peer.

Cosa se ne faranno i “ladri”, non si sa, Windows XP è stato abbandonato da Microsoft al suo destino (chi lo ha ancora si becca dimolti ma dimolti vìruissi e malware in abbondanza, state attentini!).

Forse vogliono renderlo più sicuro? Forse vogliono farne un nuovo sistema operativo open source? Forse. Fatto sta che il danno è fatto e Mamma Microsoft tace.

La cosa divertente (divertente?) è che “Punto Informatico” ha riferito che il codice sorgente in questione è stato “trafugato”. Proprio così, ha usato il termine “trafugare”, come se si trattasse di un cadavere (e Windows XP, in un certo senso, lo è) o di una santa reliquia.

Ma quello che più importa è che qualcuno sia riuscito a farla sotto il naso ai sistemi di sicurezza della Microsoft e a “conoscere” e divulgare il codice sorgente i un sistema operativo che, sebbene obsoleto, può essere ancora utile per gestire la compatibilità verso il basso.

E’ internet, bellezze!

Il valore della didattica a distanza nell’emergenza Covid-19

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Qualcuno sta dicendo che per verificare l’impatto della riapertura delle scuole sulla diffusione del Coronavirus e del Covid-19 ci saranno da aspettare ancora un paio di settimanette o tre.

Incoraggiante. Tra tre settimane sarà passato il 15 ottobre, termine ultimo per la fissazione dello stato di emergenza per epidemia e ci vorrà, gioco-forza, un nuovo provvedimento se non vogliamo trasformare la scuola pubblica in una carneficina.

Il numero dei contagiati sta GIA’ tristemente aumentando, e con lui il numero dei morti.

Non possiamo permetterci di aspettare due-tre settimane per vedere se la scuola funziona o no. Abbiamo già dei gravi segnali di allarme. Dal trevigiano, ad esempio, ma non solo. Si mandano intere classi in quarantena (meno gli insegnanti, naturalmente, che sono carne da macello), e, possibilmente, non se ne parla. Almeno non troppo. O con non troppo clamore.

Quando fermeranno di nuovo la scuola (e anche qui è questione di settimane) si renderanno conto del valore immenso e salvifico della didattica a distanza. Ma sarà troppo tardi perché il danno sarà già stato fatto.

Il ministro della salute Speranza ha detto che i contagiati potranno rientrare a scuola una volta acquisito un certificato di guarigione e dopo il risultato negativo di due tamponi consecutivi, effettuati a 24 ore di distanza l’uno dall’altro. Ma non basterà. Bisogna prevenire, non agire quando i buoi son scappati, a posteriori.

La didattica a distanza è ancora l’unica soluzione. Imperfetta, a tratti frustrante, ma pur sempre UNICA soluzione possibile e praticabile allo stato attuale delle cose. Non è un vivere “virtuale”, non è la negazione del contatto umano. E’ una risorsa. E che risorsa!

Usiamola come tale prima che sia, stavolta davvero, troppo tardi.

 

 

 

 

 

Gli ex galeotti costituenti di Piero Sansonetti

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Piero Sansonetti l’ha detta grossa.

“Chi ha scritto la Costituzione? Un gruppo di ex galeotti”. E, facendo seguito a una denuncia di Marco Travaglio che “sottolinea (“giustamente”, scrive Sansonetti) le condanne ricevute da molti socialisti del NO”. Ora, è un peccato per Travaglio (e, di conseguenza, per Sansonetti), che mentre il Sì trionfava, il sindaco di Torino Chiara Appendino, pentastellata, venisse condannata a sei mesi di reclusione per falso ideologico in primo grado.

L’articolo è un’accozzaglia di luoghi comuni, primo fra tutti quello dei socialisti condannati. Non si ricordano o, evidentemente, fanno finta di non ricordarsi, Travaglio e Sansonetti, che lo stesso Beppe Grillo fu radiato dalla RAI per cinque anni, per una battuta sui socialisti (“Ma se sono tutti socialisti a chi rubano?”). La memoria è troppo labile, e la penna troppo svelta a definire “ex galeotti” i nostri padri costituenti. L’amnistia del 48 fu un errore? Non credo proprio.

E allora si scrive, confortati dal supporto del direttore di un giornale politicamente schierato, e che è solo l’ombra di se stesso (io mi abbonai al “Fatto Quotidiano” quando uscì nelle edicole, ed era Direttore Antonio Padellaro).

Tra i nomi dei carcerati e dei condannati, quello di personalità limpide come Alcide De Gasperi (che socialista non era di certo), Giuseppe Saragat, Pietro Nenni e Sandro Pertini (che scrisse a sua madre disconoscendo qualsiasi provvedimento di clemenza richiesto dalla donna a suo favore). Due Presidenti della Repubblica e un Presidente del Consiglio che, durante il fascismo, hanno sacrificato la propria libertà personale e di pensiero in nome della libertà.

E’ un livello giornalistico francamente preoccupante, le povere ossa degli “ex galeotti” che tanto hanno combattuto per garantirci libertà di espressione e di stampa (la stessa libertà che Sansonetti usa per scrivere i suoi interventi) si stanno rivoltando nelle tombe dove queste persone dovrebbero, invece, riposare (“giustamente”) in pace.

Il cocomero di Suárez

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Ecco, Luis Suárez, per esempio. Io non sapevo nemmeno che esistesse, voglio dire che ero proprio ignaro della sua presenza fisica su questa terra. Pare che abbia giocato come attaccante dell’Atlético Madrid e della nazionale uruguaiana (o “uruguagia” come dicono quelli che vogliono scimmiottare lo spagnolo). Insomma, “ha la genialità di uno Schiaffino”, come dice il Poeta.

Non starò qui ad affrontare le questioni giudiziarie che riguardano il suo caso, assunto a ruolo di prima pagina e di svariati approfondimenti sulla carta stampata e sul web. Quella è roba che riguarda la magistratura. Dico solo che è indagato il Rettore dell’Università per stranieri di Perugia, e questo è un caso grave. Ma alla magistratura l’onere di dimostrare le responsabilità di chi si suppone aver facilitato l’esame di italiano come L2 di Suárez con domande preventivamente “patteggiate”, ovverosia concordate, per il conseguimento del livello B1, necessario per l’ottenimento della cittadinanza italiana. Pare tra l’altro, secondo quanto riferisce “il Post”, che le indagini della Procura siano state sospese per garantire maggior riservatezza, dopo la fuga di notizie riguardanti un presunto prossimo interrogatorio dello stesso calciatore.

Mi interessa quello che gli hanno chiesto in sede di esame. Il livello B1 è un livello medio-alto che prevede una certa conoscenza, fluidità e competenza nell’espressione scritta e orale. Voglio dire, non è facilissimo conseguirlo, per uno straniero.

L’esame (svolto il 17 settembre scorso) esordisce con un “Come ti chiami?”. Che, voglio dire, non è esattamente una domanda da livello B1. Tutt’al più con una domanda così si esordisce in un esame di livello A2, o addirittura A1 (principianti assoluti), quando è previsto il diploma (non tutti gli istituti lo conferiscono).

Insomma, una domanda difficile. Avrà risposto “Mi chiamo Luis Suárez” e gli avranno detto “molto bene, vede? Sa coniugare anche i verbi!!”.

Ma si prosegue con “Una città italiana?” E Suárez ha risposto “Torino”! Per forza, va alla Juve, almeno quella la conoscerà. “Ma bravo, clap clap!” Si finisce dopo appena 12 minuti (un record) con una domanda sulla vita personale, professionale e familiare di Suárez a cui il candidato risponde: «Faccio il calciatore e sono da sei anni a Barcellona». Che non è che sia una frase proprio esattissima in italiano. Avrebbe potuto sostituire quel “sono” con “vivo”, così, per dimostrare di avere una qual certa padronanza lessicale.

Uno degli indagati, nelle intercettazioni, dice «Non coniuga i verbi», «parla all’infinito», e l’interlocutore (indagato pure lui): «Comunque allora…tornando seri…hai una grande responsabilità perché se lo bocciate ci fanno gli attentati terroristici». E l’altro: «Ma te pare che lo bocciamo!». (fonte: leggo.it)

Gli hanno fatto anche vedere la foto di un cocomero e di un supermercato, e Suárez ha individuato subito e di colpo i termini giusti per definirli.

Tutto qui. E lo scritto? Eh, pare che lo scritto non ci sia. O almeno non se ne parla? Neanche un test a crocette, un esercizio di riempimento con i modi e i tempi verbali di un testo semplice al presente indicativo? Pare proprio di no. 12 minuti e via.

Quello delle certificazioni linguistiche è un busine$$ immenso. Le famiglie degli alunni delle scuole superiori pagano fior di quattrini agli enti certificatori esterni per far prendere un livello B1 agli studenti, in vista di una prossima iscrizione all’Università e, quinid, del conseguimento dei relativi punti di credito.

Ma quale ente certificatore è migliore e più affidabile della scuola pubblica? Voglio dire, studi inglese e/o altre lingue da 5 anni, chi meglio della tua scuola di appartenenza può “certificare” (e dovrebbe farlo gratis) le tue conoscenze?? C’è un insegnante che ti ha seguito (quando c’è continuità didattica) da quando avevi i calzoni corti a quando ti sei fatto crescere la barba, chi meglio di lui sa e sa valuatare (gratis!) come sai la lingua, come scrivi, come ti esprimi, se hai ricchezza lessicale o no, di che cosa sai parlare.

Eventuali esami dovrebbero essere fatti in sede, e invece tutto quello che si fa è pagare gli insegnanti per PREPARARE gli alunni al conseguimento della tanto agognata certificazione linguistica. Ma l’esame lo fanno FUORI e con tanto di pagamento di bollettino di conto corrente postale (dì, dì, dìa qui…)

E’ gioco al massacro che deve finire. Cocomeri o no.

Lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri

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Signor Presidente del Consiglio dei Ministri,

Le scrive un lavoratore della scuola, dichiarato “fragile” e costretto, nonostante le richieste contrarie, dalla normativa vigente, a collocarsi in malattia d’ufficio fino alla fine dell’emergenza Covid-19.

La mia “fragilità” risiede tutta nelle mie condizioni motorie, che mi rendono incompatibile, a detta dei medici, con il mio lavoro di insegnante e con l’ambiente che dovrei frequentare.

Le posso assicurare che, invece, io posso e voglio lavorare da casa. Il mio unico scopo è quello di riprendere il contatto con i miei alunni, svolgere la mia attività didattica e non rubare lo stipendio, come in questo momento sto sentendo di fare, a mio mal grado.

So che il Suo esecutivo, con il particolare impegno dei Ministri della Salute e dell’Istruzione, sta per varare un provvedimento che prolunghi l’emergenza Covid-19 fino al 31 dicembre. Una scelta che, personalmente, trovo oculata ed opportuna.

La stampa nazionale riferisce che si fisseranno precise regole al reinserimento lavorativo dei lavoratori “fragili”. Mi voglio augurare che questa prospettiva non sia solo una vaga promessa, o un progetto normativo da accantonare in fretta e furia, e che non resti lettera morta della burocrazia italiana.

Mi auguro, invece, che la normativa si attui e che diventi realtà viva e palpitante. E che permetta a tutti noi “fragili”, parcheggiati in un limbo professionale, tra “color che son sospesi”, di ripendere a dare il meglio di noi stessi, nell’unico interesse supremo e comune che abbiamo: la scuola pubblica.

Mi rendo conto che è troppo poco per confidare in una Sua risposta. Tuttavia sappia che Le serberò gratitudine per avermi letto, ascoltato e compreso.

Valerio Di Stefano
Cittadino Italiano

Chiara Appendino, sindaco di Torino, condannata a sei mesi (pena sospesa) per falso ideologico

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Mentre il populismo pentastellato e traditore esulta per l’esito del referendum (finalmente gli italiani potranno bersi un caffè all’anno in più!), il sindaco di Torino Chiara Appendino è stata condannata alla pena di sei mesi di reclusione (pena sospesa) per falso ideologico.

Per effetto di questa condanna, la Appendino non dovrà lasciare Palazzo Civico, visto che l’entità della pena e il reato per cui è stata condannata non rientrano nei paletti fissati dalla cosiddetta Legge Severino.

Quindi, la Appendino continuerà ad essere sindaco di Torino fino a fine mandato, senza che nessuna condanna glielo impedisca. Si è eticamente e opportunamente autosospesa dal Movimento 5 Stelle, ma tanto che volete che gliene importi? Il fondoschiena incollato alla poltrona non glielo toglie nessuno, se non le prossime elezioni comunali).

E’ il rovescio della medaglia. Vincono i referendum e i tribunali li stanno condannando uno per uno.

Referendum Costituzionale: vince il SI’ (vai, s’è avuta)

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Avete vinto perché siete la casta della casta.
Avete vinto perché avete voluto dare un colpo d’ascia alla Costituzione, figlia della Resistenza e dei padri costituenti.
Avete vinto un caffè all’anno per ogni cittadino. Complimenti per il bottino.
Avete scippato la democrazia con argomenti demagogici e populisti, con l’aiuto delle forze più conservatrici e reazionarie del Parlamento.
Avete vinto perché non avete le palle di tessere la dura tela di Penelope del rafforzamento della fiducia tra i cittadini e le istituzioni.
Avete vinto eliminando la rappresentanza delle minoranze linguistiche, senza tagliarvi gli stipendi.
Avete vinto perché avete tradito le vostre radici popolari diventando i peggiori populisti e giustizialisti sommari della storia d’Italia.
Avete vinto senza sostituire il vostro parlamentino di nominati con un Parlamento di “eletti”.
Avete vinto, e ne andate giustamente tronfi e sussiegosi, bene appiccicati alle vostre poltrone, ai vostri seggi, ai vostri posti di potere.
Avete vinto perché ignorate la democrazia, le regole, il diritto. E perché avete convinto con argomenti vuoti e retorici la maggioranza dei cittadini votanti.

Avete vinto. Ma non ci avete convinto. “Godetevi il successo/godete finché dura”. Avete vinto, ma non riuscirete mai a farci tacere.

Distretto scolastico di Asolo: un alunno positivo al Covid-19 in un istituto superiore

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Nel distretto scolastico di Asolo, in un istituto superiore, si è verificato il caso di un alunno positivo al Covid-19.

Prendo ad esempio questo caso, benché non sia il primo dalla riapertura delle lezioni scolastiche, perché ho molto a cuore la zona in cui si è verificato. Ho passato nell’Asolano giornate bellissime, da solo, coi miei familiari o in compagni di amici, quando vivevo in Veneto. Quindi è un caso che mi tocca particolarmente da vicino.

La classe, di 25 alunni, è stata posta immediatamente in quarantena. Faranno lezione in streaming da casa. I docenti no. Così hanno deciso le unità sanitarie. Perché, si sa, per i docenti le precauzioni sono inutili. Carne da macello, buoi, mucche e vitelli oramai destinati al mattatoio.

Non è il primo caso, dicevo. Non sarà neanche l’ultimo. Ma è un paradigma di come viene trattata la classe insegnante in Italia. Nessuna precauzione. Mascherina e igiene delle mani e via, come se questo bastasse a metterli al riparo da futuri contagi. Un insegnante che sia venuto in contatto con un positivo dovrebbe essere collocato in malattia d’ufficio. Subito, senza esitare.

Ma le autorità sanitarie hanno detto che no, possono tranquillamente lavorare. Tutto va ben, madama la Marchesa.

E’ solo l’inizio. La scuola italiana sarà il crogiuolo di una recrudescenza del virus e di un carnaio da girone dantesco. Che lo vogliamo o no. Si salvi chi può.

Rossana Rossanda: memoria di una ragazza perbene

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Oggi diciamo addio a Rossana Rossanda, fondatrice del quotidiano “il Manifesto”.

A prescidere dalla condivisione o meno delle sue idee, le dobbiamo affetto e gratidudine per la creazione di una voce alternativa ai quotidiani tradizionali, per il suo senso critico e la sua altissima dignità morale.

Mai come oggi avremmo bisogno del suo esempio e della sua penna, nell’affrontare tutte le mille pieghe e aspetti primari e secondari del quesito referendario, il cui esito finale è tanto importante per la nostra democrazia.

Lascia un vuoto incolmabile nel giornalismo italiano onesto e acuto. Ci restano solo gli imbecilli imbrattacarte, urlatori e denigratori di professione. E a tristezza si aggiunge tristezza.

Le minigonne a scuola

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In una scuola di Nonsodove, cuyo nombre no quiero acordarme, come scriveva il sommo Cervantes, la Vicepreside, forse in odore di carriera o forse per eccesso di scrupolo, ha consigliato alle ragazze di non venire a scuola in minigonna o in abiti succinti, in attesa dell’arrivo dei nuovi banchi con le rotelle (quelli con cui l’altra parte del mondo, i “maschi”, giocano a fare l’autoscontro), perché ai docenti (sempre ai “maschi”, s’intende) potrebbe “cascare l’occhio”.

Ora, descrivere i docenti “maschi” (che chissà perché non li si appella mai “uomini”) come degli allupati concupiscenti, che vanno a guardare, sia pure inconsapevolmente (sì, ma quanto?) le gambe delle alunne, è, come minimo, un’offesa bella e buona. Perché non credo che le docenti femmine (le donne, insomma) possano avere questo tipo di reazione (se non in qualche raro ma possibile caso).

Il docente, insomma, sarebbe sempre pronto, invece di spiegare Svevo e Pirandello, le equazioni di secondo grado, la superficie e la densità della Spagna, l’aoristo, l’ablativo assoluto, il sistema cardiovascolare e il DNA, a farsi venire un filo di bava alla bocca e a sbirciare tra i banchi nell’immaginario di quello che non si può dire (ma si può, evidentemente, concepire), umettandosi le labbra con la lingua e sentendo un fastidioso senso di secchezza delle fauci.

Perché, si sa, “l’uomo è cacciatore e si sa anche com’è la donna”.

Fatto sta che le ragazze di quella scuola, per protesta contro cotanta limitazione della libertà personale (il diritto a mettersi una minigonna, capirai!), hanno deciso di presentarsi tutte a scuola con la “mini”, al grido di slogan tipo “Io mi vesto come mi pare”, “Non è colpa nostra se gli cade l’occhio”, “Si girino da un’altra parte se non vogliono guardare” (ma vestiti meglio tu se non vuoi farti guardare, no? NdR).

Reagire ad un invito con una provocazione del genere mi sembra un po’ come sparare a una mosca con un cannone. A parte la caduta di stile della vicepreside, che sulle possibili reazioni maschili o maschiliste dei suoi colleghi, ha fatto una figura barbina che si poteva evitare, c’è da dire che da sempre a scuola si va con un abbigliamento adeguato. Conosco dirigenti scolastiche che redarguiscono le insegnanti che al primo collegio docenti sfoggiano abiti succinti, abbronzatura e consapevolezza (beate loro!) del proprio fascino, recuperato attraverso un mese di vacanza passato a crogiolarsi al sole come le lucertole, e della propria vanità. Conosco dirigenti che hanno fatto sedere nell’atrio per più di un’ora alunni e alunne che si presentavano con i jeans strappati in attesa che i genitori portassero loro un cambio di pantaloni più decente. E hanno fatto bene.

La minigonna te la metti quando esci con gli amici e con le amiche, a scuola bastano jeans e maglietta, di questi tempi calurosi. Anche perché devi stare comoda, sederti, alzarti, andare in giro, fare la lezione di scienze motorie in palestra, interagire con gli altri. Tu ti vesti come ti pare, sì, ma allora, se permetti, ammettiamo anche le alunne musulmane col burka o con un qualsiasi copricapo, perché anche loro hanno diritto a vestirsi come vogliono.

Se a qualche ragazzina (perché di questo si tratta, ragazzine, spesso minorenni) viene il ghiribizzo di mostrare le proprie nudità la scuola fa già anche troppo ad ammetterle in classe conciate così. Già lo fanno sui social network. Instagram è il più grande raccoglitore di cosce e culi del web, la gente lo sa (soprattutto i genitori) e si volta dall’altra parte. Conosco alunne che dichiarano di non avere connessione per svolgere l’attività didattica on line durante i lunghi e difficili mesi del lockdown. Però per mostrarsi in pose discinte sui social o per postare la foto di un bacio col fidanzatino la connessione ce l’avevano e come!

Qualche giornalista sprovveduto (la maggior parte, per la verità, stando alla rassegna stampa che ho seguito alla radio e sul web stamattina) dà ragione alle ragazze, paragonando il loro gesto di protesta a un rigurgito di femminismo, dimenticando, o non sapendo proprio per niente, che le femministe degli anni ’70 andavano in giro con i gonnelloni e gli zoccoli, non con francobolli di jeans sfaldati e cellulare in mano per scambiarsi il solito diluvio di faccine, cuoricini, gattini, pollici alzati.

Il dirigente scolastico ha tra l’altro affermato che il suo istituto:

“è fieramente da sempre attento al rispetto di tutte le individualità e di tutte le opinioni, libere di esprimersi, all’interno del perimetro segnato solo dalla Costituzione e dal codice penale ed è altrettanto attento alle questioni di genere, oggetto peraltro di uno dei tavoli di lavoro permanenti che la scuola, capofila nazionale della Rete scuole Green, ha istituito e nel quale lavorano insieme studentesse, studenti e docenti.

Alla scuola, però, peccato che non bastino Costituzione e Codice Penale, per cui tutto quanto rientri in ciò che è stabilito come lecito è libero. A scuola ci sono i regolamenti interni. Quello dell’Istituto in questione sono andato a cercarmelo sul web. Non fa cenno, salvo che per la lezione di scienze motorie (per cui se non porti i vestimenti adatti sei soggetto a una nota disciplinare, alla convocazione dei genitori, e all’ammonizione) all’abbigliamento inadeguato a scuola.

Ma non basta. C’è il Patto di Corresponsabilità tra scuola, famiglia e alunni. Quello dell’Istituto in questione prevede che gli alunni debbano

“avere nei confronti del capo d’istituto, dei docenti, del personale tutto della scuola e dei loro compagni lo stesso rispetto, anche formalmente rispettoso”.

E no, non c’è stato rispetto. Non è stata una protesta, quella delle ragazze, è stata una provocazione bella e buona. E allora di che si sta parlando?

Nella mia scuola, chi si presentasse con un abbigliamento non consono rischierebbe come minimo la nota sul registro e il rinvio all’ufficio di vicepresidenza. Sì, la mia scuola è differente. Checché ne dicano i commenti di Gramellini, che si schiera dalla parte delle studentesse, il cui “Caffè” di stamattina mi è andato di traverso (e dire che io il caffè lo detesto).