Il ritorno della mi’ nonna Angiolina

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“La mi’ nonna antìa antìa
che sapeva di baccalà…”
(Antica nenia livornese)

Son grato e divoto alla cara lettrice (cara sì, ma piuttosto verbosa) Bucalossi Armida per avermi riferito che il blog ultimamente è nojoso, e che a lei non frega una beneamata cippa dei problemi legali legati alla diffamazione, di Paolo Attivissimo, di Linux, del software libero, dei server PHP, e di quant’altro renda lagnoso il mio quotidiano chiacchiericcio. Alla cara Bucalossi Armida ribadisco che ha ragione, ma il blog è mio e ne fo’ quel che mi dà la gana.

Per esempio avvisarvi del rinvenimento, nel mentre che rimettevo a posto i libri, tra il primo volume dell’Epistolario di Giacomo Puccini (10 volumi, stava sempre a scrivere quel benedett’uomo!) e l’edizione critica dei “Canti” del Leopardi, ho rinvenuto un dagherrotipo della mi’ nonna Angiolina da giovane. Siccome nel blog l’ho rammentata diverse volte, ve ne vo’ contar le gesta.

La mi’ nonna Angiolina era una a cui gli fumava parecchio la berretta, aveva un caratteraccio impossibile, era molto incazzerina e litigava sempre con tutti. Però con il tempo (ma con molto tempo), la vecchiaia, la malattia, l’autoreclusione in casa (non usciva praticamente mai) ho imparato a volerle un po’ di bene. Solo un po’.

La mi’ nonna Angiolina aveva quasi tutti in antipatia. La dirimpettaia, soprattutto, con cui aveva chiuso i rapporti per motivi futili e banali. Il vicino di casa, sempre per fare un altro esempio, che chiamava spregevolmente “Nappa” (nel suo linguaggio pisano-campagno-livornese la “nappa” è il naso), perché aveva una narice prominente e particolarmente grossa. “Un ci parlà’ con Nappa, è ‘gnorante!” (“ignorante” in toscano non indica solo una persona che ignora, che non sa, ma anche e soprattutto una persona violenta, prepotente e astiosa, dai modi rudi). E io ci credevo. Poi scoprii che “Nappa” non era affatto quello che la mi’ nonna Angiolina mi descriveva. Si chiamava Sergio, era bravissimo, soprattutto nell’arte nobile di coltivare l’orto, e in quella incommensurabile di farsi un ballino di cazzi suoi.

La mi’ nonna Angiolina ha fatto du’ figliòle, la Iolanda (cioè quella che sarebbe diventata la mi’ zia) e, ben 13 anni dopo, la Pieranna, che è mi’ madre. Si è sempre lamentata di quella gravidanza tardiva e del fatto che mia madre, da piccina, fosse un vero e proprio “rausèo” (un terremoto, insomma un enfant-terrible). Le ha fatto pesare di essere stata indesiderata e di essere arrivata assolutamente a sorpresa, e questo, alla mi’ mamma è sempre pesato moltissimo.

Una volta la mi’ nonna Angiolina pregò mia madre di depositare in banca, sul suo conto corrente, una certa cifra in lire. Le diede il contante, mia madre andò, il contante fu contato (appunto, se no che contante è?) e tràcchete spuntò una banconota da 100000 lire falsa. L’impiegata della cassa, una cafonazza ignobile, si mise a gridare davanti a tutti i clienti “QUESTE CENTOMILA LIRE SON FALSEEEE!!!!! DIRETTORE CHE SI FA???” La mi’ mamma ci restò cacina (di sasso), fece una stercofigura e tornò a casa a capo basso. Raccontò il tutto alla mi’ nonna che si vestì di tutto punto, si mise le sue scarpette blu (“Angiolina cammina cammina…”), prese la borsetta, se la mise al braccio e si recò alla banca con passo lento ma deciso. Chise insistentemente di parlare col direttore, che la ricevette ormai estenuato dalla sua insistenza. Gli disse: “Io sono quella delle centomila lire false!” E aggiunse: “E voi, solo perché centomila son false fate fare quella popo’ di figura alla mi’ figliola??? Ma io vi levo tutti i soldi e li porto in un’altra banca!” E il direttore “Ma vede, signora, è la procedura, si calmi, guardi, non è successo nula…” Non ci fu nulla da fare. La mi’ nonna Angiolina chiuse il suo conto corrente e trasferì i suoi averi in un altro istituto di credito il giorno stesso. Brava nonna Angiolina, così si fa.

La mi’ nonna Angiolina non è che sapesse cucinare molto bene. Le venivano squisiti i crostini, che però non erano croccanti. All’ultimo momento li tuffava nel brodo, sì che risultavano un po’ mosci. Ma erano davvero una delicatezza. E poi mi ha cucinato per anni, quando tornavo da scuola e la mia mamma lavorava. Io non mangiavo per gusto i suoi spaghetti all’Ortolina (chi la conosce è bravo!), ma per fame, quella fame che ti veniva da studente e che ti faceva sembrare buono tutto, anche un piatto di pasta scotta e un bicchier di vino sfuso del Barbini.

Non ho mai capito perché il mi’ nonno Armando, che era di carattere mite, spartano e semplice (si accontentava di un piattone di insalata condita con tanto sale -buono per la presssione che aveva alta, di un po’ di vino, un grosso pezzo di pane, mezza sigaretta ogni tanto) si sia deciso a sposarla. Fatto sta che litigavano sempre, e lui si rifugiava bel bello nella sua stanzina, ad accendere il fuoco d’inverno e a godersi il fresco d’estate, tanto, comunque fosse, la mi’ nonna Angiolina lo riempiva sempre di sagrosante cazziate. Oppure usciva con il nostro cane, la Laika. Non usava mai un guinzaglio (che lui chiamava “bersaglio”), ma un lungo cordino che le legava al collare e andavano tutti e due a farsi una passeggiata.

E venne anche il momento della fine. Un tumore al seno, sviluppato in tarda età. Il medico ci disse che era inutile operarla, e che per come si propaga un tumore a quell’età, la mi’ nonna Angiolina poteva anche morire di qualcos’altro (soffriva di fegato e di cuore). Per cui quando c’era da fare una visita specialistica l’accompagnavo sempre io. Lei la notte precedente non dormiva mai per paura di non svegliarsi in tempo la mattina. Ogni tanto veniva a bussarmi alla finestra per chiedermi se per caso mi ricordassi ancora dell’impegno per l’indomani. Insomma, mi stressava e mi rompeva i coglioni. Più che io le dicevo “Nonna, me lo ricordo che ti devo portare alla visita, non mi pressare perché m’innervosisco (o, meglio, mi incazzo)” più lei lo faceva.
“Per morire aspetto che ritorni Valerio”, diceva sempre negli ultimi giorni, quando lavoravo in Veneto. Tornai, ma non volli vederla. Morì verso le due di un giorno di primavera, dopo essere stata costantemente sotto morfina. Aveva le allucinazioni. Vedeva gli scarafaggi che le camminavano sul letto. Mi lasciò le sue ultime volontà, quelle di mettere un cartello ai cancelli di casa dove fosse scritto “Per espressa volontà della defunta si dispensa cortesemente dalle visite”. E addio nonna Angiolina!