Il dirigente scolastico Marcello Rosato ai domiciliari per atti sessuali su minori. E se fosse innocente?

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Io mi auguro, voglio augurarmi con tutto il cuore, che il Professor Marcello Rosato, Dirigente Scolastico attualmente in stato di detenzione domiciliare per il reato di atti sessuali con minorenne, punito con il carcere da tre a sei anni, sia innocente.

Il provvedimento è stato preso dal GIP Andrea Di Berardino su richiesta del Pubblico Ministero Marika Ponziani.

Rosato è accusato di svariati e ripetuti atti sessuali su un alunno di 17 anni, dopo una conoscenza avvenuta su una chat di incontri, Secondo l’accusa, dopo aver scoperto che l’interlocutore era un alunno del suo stesso istituto, il Dirigente avrebbe consumato gli atti sessuali oggetto di contestazione giudiziaria nei locali della scuola e a casa sua.

Nel corso di una perquisizione domiciliare sarebbe stato sequestrato svariato materiale informatico e di altra natura (sono stati sequestrati il computer e il telefonino del Dirigente per compiere degli atti irripetibili) attestante le contestazioni addebitate.

Io, come vi dicevo, spero tanto che sia innocente e che siano vere le dichiarazioni del suo legale, l’avvocato Alessandro Troilo (“È tutto falso: il mio cliente è totalmente estraneo alle accuse e riuscirà a dimostrare la sua completa innocenza”)

Perché se fosse colpevole sarebbe un’onta indelebile sulla scuola abruzzese e italiana. Se fosse innocente sarebbe stato privato della libertà ingiustamente.

Come direbbe Gaber: “Due miserie in un corpo solo”.

Diffamazione: il pasticcio della Commissione Giustizia del Senato sul ddl Caliendo

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La Commissione Giustizia del Senato, nell’affrontare il tema dell’eliminazione del carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa (il Parlamento era stato sollecitato dalla Corte Costituzionale a dare una normativa in questo senso, in mancanza della quale si è riservato di decidere sulla costituzionalità del carcere per i giornalisti colpevoli del reato di diffamazione nel 2021), ha fatto un pasticcio tremendo.

La sanzione della reclusione per il reato di diffamazione è stata sì, eliminata (buona notizia!), ma la pena pecuniaria è stata aumentata in modo esagerato. Il Disegno di Legge proposto dall’on. Giacomo Caliendo (Forza Italia) prevede la comminazione della pena della multa da 5000 a 10mila euro per il reato di diffamazione commesso a mezzo della stampa. Queste sanzioni possono salire fino a 50mila euro, da un minimo di 10mila, se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, riferito in modo consapevolmente falso. L’autore dell’articolo o il direttore della testata non sono punibili se prima dell’apertura del giudizio hanno pubblicato una rettifica, una smentita o una nota che siano idonei a riparare l’offesa. Sono previste comunque, in caso di sentenza di condanna, sanzioni accessorie come la sospensione dall’esercizio della professione di giornalista.

Nessun cenno, invece, in tema di querele temerarie (quelle che vengono presentate per tentare di far zittire l’autore della presunta diffamazione, con richieste pecuniarie esose ed esagerate), sebbene questa materia sia oggetto di iniziative di legge separate.

C’è di che preoccuparsi. Intanto vi pubblico lo storico della discussione del ddl Caliendo, che contiene anche il testo proposto.

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Il popolo di Google e i report sui clic verso il blog

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Google mi manda ogni mese una sorta di report sulle ricerche web che hanno portato o che portano a qualcuno degli articoli del blog.

Diamo loro un’occhiata:

Nel mese di maggio sono apparsi sulle pagine web di ricerca di Google 104000 impressioni del nostra blog. Però! Su queste 104000 impressioni solo 2210 persone hanno fatto “clic” sul link riferito alla ricerca.

Quello che è desolante è controllare quali sono le frasi di ricerca più inserite sul motore di ricerca e che rimandano a noi:

c’è gente che si chiede quale sia la traduzione di “Agif Al Aviv”, che io avevo scherzosamente spacciato come pensatore, letterato e intellettuale arabo del medioevo in un post passato. Ma dico, cosa ci vuole a capire cosa significa “Agif Al Aviv”? Basta leggere il nome da destra a sinistra ed ecco risolto il mistero.

Altra chiave di ricerca molto diffusa è “Liù canzone significato”. “Liù” è una famosa canzone della fine degli anni ’70 degli Alunni del Sole. I primi versi recitano testualmente:

Liù si stendeva su di noi
e chi dava un po’ di sé
senza chiedersi perchè.

Cosa vorrà dire? Io proprio non me lo figuro, come diceva Pinocchio. Insomma, le motivazioni che vi spingono a cliccare sul blog sono tra le più prosaiche. E pensare che ci occupiamo anche di diffamazione, cultura libera, politica, privacy, software libero, canzoni e tanto altro.

Ma voi volete solo Agif Al Aviv!

WhatsApp va in tilt e il popolo dei suoi utenti impazzisce

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Clamore & terrore!! Ieri WhatsApp ha toppato. Sono state disattivate le seguenti funzioni:

– vedere se un contatto è on line
– vedere se quel contatto in quel momento ci sta scrivendo
– vedere quando un contatto ha effettuato l’ultimo accesso.

A me ha ripristinato anche il doppio segno di spunta blu, ovvero il segnale che l’utente finale ha letto il mio messaggio, funzione che avevo prudenzialmente disabilitato.

Pioggia di commenti e di lamentazioni su Twitter. Eccone, a puro titolo di esempio, uno:

L’Huffington Post scrive “Utenti spaesati”. Quotidiano.net addirittura “Il web colto di sorpresa impazzisce”. Ma si impazisce perché? WhatsApp è una applicazione completamente gratuita, non c’è alcun contratto che garantisca determinate prestazioni con l’utente finale. Insomma, WhatsApp può andare in tilt quando più le pare, non è tenuta a dare spiegazioni a nessuno, non deve nemmeno garantire un servizio. Ha 2 miliardi di utenti in tutto il mondo, ok. Ma se domattina decidesse di chiudere baracca e burattini, i 2 miliardi di utenti che ha tornerebbero a scriversi gli SMS a 15 centesimi di euro ciascuno e con 160 caratteri di testo senza possibilità di allegare “fotine” o video, senza l’opportunità di fare videochiamate e chiamate telefoniche sfruttando la connessione wireless o i Gigabyte della scheda telefonica.

Ma chi si lamenta di questa mancanza di funzioni, in realtà, di cosa si lagna? Semplice: di non poter controllare l’altro. Cosa ce ne frega di sapere se una persona ha letto o non ha letto i nostri messaggi? Se è on line oppure no, se ci sta scrivendo, e quando è stata l’ultima volta che si è collegato a WhatsApp? Di cosa ce ne facciamo di questi dati se non per controllare cosa fa il nostro interlocutore. E’ obbligato a leggere? No. E se anche è stato collegato a una certa ora e non ci ha (ancora) risposto, saranno ben affari suoi? Perché una persona dovrebbe avere l’ansia da risposta? Perché dovrebbe scrivere per forza? E’ on line? Non è on line? Che importanza ha? Magari sta leggendo qualcosa, magari sta rispondendo a qualcun altro (pentimento & tradimento!!).

Che diritto abbiamo noi di sapere? Perché andiamo in ansia quando non possiamo controllare gli altri? Sono domande a cui non c’è risposta, ma nel frattempo WhatsApp ha ripristinato le falle che hanno prodotto gli “errori” di ieri, quindi tranquilli, potrete continuare indisturbati a farvi i cazzi degli altri.