Marcello Veneziani e le labbra rosse del Ministro Azzolina

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Marcello Veneziani oggi ha scritto una cosa di pessimo gusto sul ministro Azzolina. L’ha definita

“la Ministra dalle labbra rosse, evoluzione hard della maestrina dalla penna rossa”

sul suo sito marcelloveneziani.com. Ora, si possono e si devono dire tante cose sul ministro Azzolina. Ad esempio si potrebbe fare riferimento a tutti gli andirivieni di notizie sulla scuola, spesso contraddittorie (si puo dare il sei politico? Si boccia/non si boccia, la didattica a distanza è o non è il metodo giusto per assistere gli alunni negli ultimi mesi di scuola? Quando si rientra a scuola? -ora no, domani forse, anzi, a luglio, no volevo dire a settembre, ma non si sa, forse a scaglioni, bisogna rispettare la distanza di sicurezza, ci saranno 10 milioni di mascherine al giorno per tutti-, gli esami di maturità on line, no, anzi, in presenza, uno alla volta, per la pubblicità ell’esame come ci si comporta? Nessuna risposta.

No, non ci sono mai state risposte chiare, coerenti, certe ed esaustive da parte del ministro Azzolina. E adesso stai a vedere che il problema principale è che si mette il rossetto. E’ necessario un giornalismo on line che entri meglio nei fatti (certi!) e che esponga delle opinioni (condivisibili o no). Le labbra del Ministro Azzolina proprio non ci interessano, se le pitturi come meglio crede, se proprio vuole. Noi, al contrario di Veneziani, abbiamo una sola preoccupazione: la scuola pubblica. Ci lasci, Veneziani, ancora ai nostri temporali.

Gli 80 anni di Francesco Guccini

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E così il maestrone Guccini compie 80 anni. La prima volta che lo ascoltai (grazie all’amico Giovanni Zaza, che non ho più rivisto, nemmeno sui social) fu grazie a una cassetta di quelle piratate da bancarella del mercato, che conteneva il suo album “Stanze di vita quotidana”. Ho sempre pensato che quel disco portasse un po’ sfiga, e lo penso tuttora. Non fu esattamente quella che si dice una scelta felice. Ma poi passai a “Via Paolo Fabbri 43” e lì sì che fu tutto un altro andazzo. Canzoni di notte, avvelenate a gogò, e perfino una canzone delicatissima sul tema dell’aborto, come solo lui sapeva fare. Da allora è stato tutto un rincorrere dischi, comprarli (credo di avere tutta la discografia), ascoltarli, ascoltarli, e ascoltarli ancora finché quelle parole ti restano impresse nella mente e non te le scordi più. Parole d’amore (“ma dove te ne andrai, ma dove sei già andata”), di rabbia (“non rimpiango tutto quello che m’hai dato, che son io che l’ho creato e potrei rifarlo ora)”, di sesso (“per nostalgia lo rifaremmo in piedi, scordando la moquette, style e l’hi-fi”), di amicizie (“povera amica che narravi, dieci anni in poche frasi, ed io i miei in un solo saluto”), di constatazionismo del proprio niente (“siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”), di allusioni ai suoi “colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po’ di milioni” (“la piccola infelice (1), si è incontrata con Alice, ad un summit, per il canto popolare. Marinella non c’era, fa la vita in balera ed ha altro per la testa a cui pensare”), di criptocitazioni di scrittori (“Jorge Luis Borges mi ha promesso l’altra notte, di parlar personalmente col persiano” -il “persiano” in questione è il poeta Ibn Al Quayyam!-, o anche, parlando del mese di aprile, “quali segreti scopre in te il poeta che ti chiamò crudele” -il poeta inquestione è T.S. Eliot), di personaggi storici (“In un giorno d’ottobre, in terra boliviana, con cento colpi è morto Ernesto ‘Che’ Guevara”, ma anche Cristoforo Colombo (“e naviga, naviga via, nel suo cuore la Niña, la Pinta e la Santa María”), mitologici (“Chi era Nausicaa, e dove le sirene, Circe e Calypso perse nel brusio di voci che non so legare assieme”), letterari (“…è la più triste figura che sia apparsa sulla terra, cavaliere senza paura di una solitaria guerra”, riferito a Don Chisciotte, e su Cyrano de Bergerac, quasi riprendendo ad litteram la storica e impareggiabile traduzione di Mario Giobbe, “e al fin della licenza io non perdono e tocco!”), di personaggi reali e di cronaca (“A Silvia là in prigione cosa resta? Non le resta che guardare l’America negli occhi, sorridendo coi suoi limpidi occhi chiari”). E viandare (perché Guccini usa proprio “viandare”, che è diverso da “via andare”, cazzo significa “via andare”?). Guccini siamo noi, c’è poco da fare, e la gratitudine nei confronti del Maestro è d’obbligo. Occorre riascolarlo e riascoltare ancora e ancora le sue canzoni. Che dànno quell’ipocondria ben nota. Poi la bottiglia è vuota.

(1) Si riferisce a “Lilly” di Antonello Venditti

Pretty Boy Floyd

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“Il cielo dell’America son mille cieli sopra a un continente…”

“Quell’oceano è di sogni e di sabbia
Poi si alza un sipario di nebbia
E come un circo illusorio s’illumina l’America”

“…nazione di bigotti…”

(Francesco Guccini)

C’è poco da fare manifestazioni, in Italia, sulla morte di George Floyd. Assembramenti e inginocchiamenti per più di otto minuti dimostrano che la gente non ha capito nulla, e non solo delle disposizioni per la prevenzione da coronavirus. Noi l’agonia di George Floyd l’abbiamo già vissuta. Si chiamava Federico Aldrovandi e fu ucciso dagli agenti di polizia che lo avevano fermato, e che, in seguito, furo condannati a 3 anni e 6 mesi di reclusione, per “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi” (sentenza confermata in Cassazione). I condannati si chiamavano Paolo Forlani, Monica Segatto, Luca Pollastri ed Enzo Pontani. Può succedere a qualunque cittadino di essere fermato per qualsiasi motivo (sia pure solo per una semplice identificazione). Ma nel momento in cui un cittadino è fermato è affidato allo Stato e non gli deve succedere nulla. Nulla. Invece Federico Aldrovandi fu ucciso e oggi sembra non ricordarsene nessuno. Fatta la giustizia caduta la memoria. Quello che è accaduto a George Floyd in America può succedere a ciascuno di noi in Italia. Non è la cultura del WASP contro il nero presumibilmente delinquente in quanto tale, a farla da padrone. E’ la cultura del potere che permea le forze dell’ordine (che sono organismi pagati dallo Stato), è il preconcetto che il fermato, in quanto tale sia per forza colpevole (ma questo lo stabilisce la Magistratura, non loro), di più, che sia un individuo a cui poter comminare la morte. La persona più intelligente che io abbia mai incontrato dice sempre che “chi ha a disposizione un’arma prima o poi la usa”. E ha ragione.

PS: “Pretty Boy Floyd” è il titolo di una canzone di Woody Guthrie e dei Birds. Non rompete i coglioni.