E’ arrivato il coronavirus a Roseto degli Abruzzi

Dunque, ieri mi sono fatto qualcosa come 500 km in macchina cercando di fuggire da una regione con tre casi di coronavirus e rifugiarmi nella tranquilla Roseto degli Abruzzi dove, però, nel frattempo, era in agguato un  brianzolo portatore infetto di coronavirus, che soggiornava in questa ridente cittadina (che adesso non ha più nulla da ridere) da venerdì scorso e avrà infettato chissà chi, per cui viviamo piombati nel terrore, sembriamo i passeggeri del treno di “Cassandra Crossing”. Io mi sento come il protagonista di “Samarcanda” di Roberto Vecchioni, che per sfuggire alla morte che lo guardava con occhi cattivi al mercato di Bassora cavalca per tutta la notte e se la ritrova alle porte di Samarra che lo aspetta puntuale come un orologio svizzero. Non è esattamente la stessa cosa ma più o meno siamo lì col conto. Insomma la grande “caona” (termine livornese per designare sia l’epidemia che la paura) è arrivata. Ovviamente questo ha sconvolto la mia giornata lavorativa che sarà dirottata sugli arresti domiciliari. Bella giornatina, sì…

Sì, io sto con Burioni

Il mio ultimo articolo “Ma non muoiono solo i vecchi” mi ha portato svariate critiche, soprattutto su Facebook. Qualcuno mi ha sottolineato il fatto che sono troppo esagerato, “come la maggioranza degli italiani”. Mi si rimprovera di dar troppo retta a “quel che dice quel tizio che è sempre in tv” e di non tenere “in considerazione quei medici che hanno un’ottica diversa”. E’ vero, io sto dalla parte di Burioni, e non perché mi stia umanamente e personalmente simpatico (tutt’altro), ma perché è un virologo, una persona preparata, un uomo di scienza la cui opinione (che fa benissimo a rappresentare in TV e sui media, così almeno la gente le conosce e si può fare un’idea il più possibile realistica dell’evolversi della situazione) conta indubbiamente qualcosa. Più della mia sicuramente. Io infatti non sono un virologo. E, con tutto il rispetto dovuto alla carica istituzionale, non è un virologo nemmeno il Presidente della Regione Lombardia Fontana che nelle ultime ore ha definito l’infezione da coronavirus “Poco più di una normale influenza”. E ha aggiunto che non sono parole sue. Benissimo, ma allora chi è che asserisce tutto questo? Nomi, cognomi, qualifiche. Non si sa. E allora preferisco Burioni a degli illustrissimi sconsciuti che dànno informazioni non direttamente e con chissà quale autorità scientifica. Almeno Burioni ci mette il nome e la faccia. Ci sono anche stati, questo sì, medici di indubbio valore e spessore umano e scientifico come Maria Rita Gismondo che ha definito la patologia “Un’infezione appena più seria di un’influenza” (ne ho dato conto riproducendo il suo intervento su Facebook sul mio blog). Bene, questa è l’opinione di una autorevole professionista. Ma allora perché dopo poche ore dalla pubblicazione ha rimosso il post? Perché è stata eccessivamente e ingiustamente criticata? Perché (come ammette la stessa interessata) non ce la faceva più a gestire, leggere e rispondere ai commenti? Può darsi. Fatto sta che il suo parere non c’è più. E come fa a fare da contraltare a quello che dice Burioni quello che non c’è, che non trovo, che ha vita breve, che sparisce? E’ poco più di una semplice influenza? Burioni ha torto? Potrebbe essere certamente così, non lo voglio minimamente mettere in dubbio, ma il punto è che il coronavirus non lo conosciamo. Non sappiamo nulla di lui, tanto da dover mettere in quarantena o in isolamento ospedaliero chi ne viene affetto. Tutto quello che sappiamo sul coronavirus è quello che esperiamo quotidianamente nel trattamento degli infettati, nell’osservazione delle migrazioni dei portatori di virus, nei dati che ci provengono dal Ministero della Salute. In Toscana, da dove vi sto scrivendo in queste ore, attualmente ci sono due soggetti positivi. Fino a ieri non c’erano. Uno è reduce da Codogno, l’altro è andato a Singapore. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, tuttavia, ci tranquillizza: il 95% dei casi di contagio da coronavirus si risolve in maniera positiva con la guarigione. Quindi su 100 persone 95 guariscono. E le altre 5? Muoiono tutti come stronzi?? E’ una percentuale altissima, non possiamo permetterci di sottovalutare il pericolo. E’ (anche) per questo che sto dalla parte di Burioni.

Ma non muoiono solo i vecchi

Muoiono. Muoiono come le mosche. Dice “ma erano persone che avevano delle patologie gravi pregresse, tutti pazienti anziani con un quadro clinico generale compromesso in precedenza”. Sì, però intanto sono morte. E c’è da chiedersi come abbiano fatto due donne ricoverate nel reparto di oncologia a contrarre il fetido e malefico coronavirus in un ambiente protetto come un ospedale. Perché se è forse altamente probabile che queste persone sarebbero decedute per tumore è altrettanto di tutta evidenza che NON sono decedute per tumore ma per gli effetti del coronavirus. Dice “ma la situazione è critica!” E ti credo che è critica, se si muore anche quando si è ricoverati in ospedale. Non nego l’abnegazione del personale sanitario, che è il primo ad essere esposto all’infezione ed è quindi il primo a rischiare la pelle, medici e infermieri fanno quello che possono e anche di più. Ma sta di fatto che non si può morire di coronavirus in oncologia. Come si è stabilito il contagio? Da quanto tempo si sapeva che i soggetti erano contaminati? Domande. Domande, domande. Dubbi, dubbi amletici. C’è qualcosa che non torna in tutte queste storie di sofferenza e di morte che si verificano nel nostro ormai martoriato paese (martoriato soprattutto dall’ignoranza delle cose). Ci vogliono rassicurare dicendoci che queste persone così fragili erano anziane (e va be’, devono per forza morire? Forse la loro morte è meno importante rispetto a quella di un soggetto giovane?) ma sappiamo bene che in Cina il dottor Li Wenlinag, già oftalmologo presso l’ospedale di Wuhan, primo in assoluto a dare l’allarme dell’esistenza di un virus simile a quello della SARS è stato contaminato, ma prima arrestato e incriminato per aver diffuso notizie false che poi si sono rivelate vere, giovanissimo, è morto per complicanze legate all’infezione. Non è vero che muoiono solo i vecchi e i debilitati. La Cina ci insegna che possono morire anche i giovani in buona salute. E’ solo questione di tempo. Quando accadrà (e accadrà di sicuro) di ritrovarci davanti alla realtà della morte di una persona in giovane età e senza patolgie invalidanti pregresse allora dovremo arrenderci alla realtà. MA non potremmo rendercene conto prima? Si chiama prevenzione. Di più, si chiama buon senso. Perché se il tasso di mortalità da coronvirus è del 2-3% non siamo di fronte a una epidemia (pandemia?) di un’influenza “solo un po’ più severa”, queste sono le stesse identiche percentuali dell’influenza spagnola del 1918. Ma, si sa, bisogna lavarsi bene le mani, o, in alternativa, usare un gel disinfettante e igienizzante (che non si trova nemmeno più su Amazon). Ci tranquillizzano con un po’ di acqua e sapone mentre la gente muore. E le stelle stanno a guardare.

E’ arrivata la caona

Vai, s’è avuta.

Il coronavirus non è un virus mortale, ma, guarda caso, la gente muore lo stesso. Dati, dati, dati. Numeri. Contagiati, morti, regioni interessate. Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia che dichiara lo stato di emergenza, Emilia Romagna, Lazio a volte pare di sì, altri dicono di no, c’è stato un caso a Firenze, ma no, era solo un falso allarme, per prevenire il contagio bisogna mettersi le mascherine, ma trovi subito l’esperto virologo di turno che ti dice che le mascherine non servono a una beneamata cippa e allora che cazzo bisogna fare? Nulla. Non puoi fare nulla. Il virus è come il pensiero, e il pensiero, diceva il Poeta, è come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare. Stiamo lottando contro l’infinitamente piccolo e, contemporaneamente, contro l’infinitamente potenzialmente mortale, altro che cazzi. Ci stiamo rendendo conto che Décartes (Cartesio) non ci aveva capito nulla. Quella che sì, aveva capito tutto era la mia professoressa di chimica e biologia al Liceo, la Bussotti, Dio ce la conservi, che mi cercava di spiegare (e io duro pinato!) che “cogito ergo sum” era una gran cazzata perché il virus non cogitat, però ergo est lo stesso. Stiamo cercando di applicare delle logiche e delle strategie difensive di tipo squisitamente umano contro qualcosa che umano non è. Il virus fa quello che gli pare. Punto. Contagia, si sposta, uccide con voli imprevedibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili, codici di geometrie esistenziali. E noi siamo ancora qui a cercare il paziente zero che ha infettato il 38enne ricoverato in gravi condizioni, perché, si veda il caso, quello che inizialmente era stato individuato come tale, poi è risultato non aver mai contratto il coronavirus del cavolo. La gente muore, il contagio si diffonde e noi stiamo ancora qui a guardarci le dita dei piedi come se fossero uno spettacolo interessante. “Non bisogna farci prendere dal panico”, ma ci sono comuni e località completamente chiusi, vuoti, deserti, la gente sta in casa, se vuoi fare un po’ di spesa devi fare la fila davanti ai supermercati con la mascherina che non serve a niente, le scuole chiudono a Milano per una settimana (e per saperlo ho dovuto consultare “El Pais”, il quotidiano spagnolo), non si sa che ne sarà della validità dell’anno scolastico, i pronto soccorso sono chiusi, se hai sintomi assimilabili al coronavirus della Madonna chiami il 1500, il 1500 è subissato di telefonate, i cattolici non possono andare alla messa, se ci vanno devono evitare il segno della pace, la comunione si dà in mano, a casa bisogna stare a due metri di distanza, l’incubazione del virus è di 14 giorni, no, invece dicono in Corea che è di 27, non bisogna avere paura ma intanto il governo prevee di mandare l’esercito per far rispettare il provvedimento sull’emergenza, come fai a dire che la gente non deve essere preoccupata? La gente ha paura, altro che. E la paura più grande è che siamo subissati dalle notizie ma non abbiamo quasi nessuna informazione. Bisognerebbe dare spazio sui giornali, in televisione, alla radio, sui social, sul web, a testimonianze come quella di Roberto Burioni. E invece siamo subissati di messaggi allarmistici o rassicuranti (a seconda delle scuole di pensiero, come se l’approccio a un virus fosse una questione di scuole di pensiero) veicolati da virologi della domenica, perché davanti all’emergenza tutti si sentono in dovere, ma peggio ancora in diritto, di dire tutto su tutto. E la gente, come se non bastasse, si prende la briga di bersi di tutto. Perché la gente ha paura, ma ha anche sete di una informazione corretta, asciutta ma soprattutto efficace. Abbiamo il diritto di sapere, ma soprattutto abbiamo il diritto di avere paura. Perché l’ignoto fa paura, la malattia fa paura, la morte fa paura. Ma soprattutto è l’ignoranza che genera la paura, che è quella di non sapere, che è quella che disorienta, e quando sei disorientato vai nel panico. Il disorientamento è la vera malattia del nostro tempo, altro che coronavirus. E così viviamo, isolati dal mondo perché siamo stati isolati dal sapere e dall’incapacità di vagliare criticamente le notizie che ci arrivano. Perché di coronavirus forse non si muore. Se non si ha la conoscenza si muore come degli stronzi.

Don Alberto Vigorelli, parroco di Mariano Comense, citato per diffamazione da Salvini per avere affermato “O siete cristiani o siete di Salvini”

Don Alberto Vigorelli ha 81 anni. E’ il parroco di Mariano Comense e durante una messa, commentando un brano del Vangelo dedicato all’accoglienza (“ero straniero e mi avete accolto”) ha profferito la frase “O siete cristiani o siete di Salvini”.

Questa affermazione, dopo essere stata duramente sottolineata da qualche referente locale della Lega è arrivata fino alla conoscenza del segretario Salvini che ha pensato bene di sporgere denuncia per diffamazione e di scrivere ai cardinali Scola e Stella, chiedendo loro di arginare le intemperaze del prelato.

Non sembra tenere, Salvini, alla condanna dell’anziano sacerdote. Tanto che ha scritto su Facebook (salvo all’indomani non presentarsi all’udienza innanzi il giudice di pace) che

“Se questo prete, che mi odia, chiederà scusa e devolverà 1.000 euro a una Onlus che si occupa di disabili, pace fatta e amici come prima”.

Non sappiamo cosa ne pensi la difesa del sacerdote (rappresentata dall’avvocato Oreste Dominioni, noto penalista e principe del foro) circa l’offerta di 1000 euro a una Onlus che si occupa di disabili, ma sappiamo con certezza che sia il prete che il suo difensore respingono con fermezza l’ipotesi di chiedere scusa a Salvini:

 “Don Vigorelli ha predicato il vangelo quel giorno, un’azione del(la) quale non può scusarsi”

La pubblica accusa aveva chiesto l’archiviazione del procedimento a carico di Don Alberto. Il GIP, tuttavia, ha respinto la richiesta e ha formulato l’imputazione coatta del religioso davanti al Giudice di Pace. Che ha rinviato il procedimento al prossimo maggio, nella speranza che le parti trovino un accordo extra giudiziale.

“Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e m’avete dato da bere, ero straniero e m’avete accolto”

 

Whistleblowing non sicuro: Garante privacy sanziona un’università per 30.000 € – Diffusi i nomi di chi aveva segnalato illeciti

Il datore di lavoro, che adotta procedure tecnologiche per la segnalazione anonima di possibili comportamenti illeciti (whistleblowing), deve verificare che le misure tecnico-organizzative e i software utilizzati siano adeguati a tutelare la riservatezza di chi invia le denunce. Lo ha ribadito il Garante per la protezione dei dati personali nel sanzionare un’università per aver reso accessibili on line i dati identificativi di due persone che avevano segnalato all’ateneo possibili illeciti.

L’università aveva dichiarato che, a causa di un aggiornamento della piattaforma software utilizzata, si era verificata la sovrascrittura accidentale dei permessi di accesso ad alcune pagine web interne dell’applicativo usato per il whistleblowing, rendendo così possibile a chiunque consultare i nomi e altri dati di coloro che avevano inviato segnalazioni riservate. Tali informazioni erano di conseguenza state indicizzate da alcuni motori di ricerca fino a che l’università, dopo essere venuta a conoscenza del problema, era intervenuta per farli deindicizzare e cancellare le relative copie cache.

Nel corso dell’istruttoria è stato rilevato che la violazione dei dati personali (data breach) era riconducibile all’assenza di adeguate misure tecniche per il controllo degli accessi, che avrebbero consentito di limitare la consultazione al solo personale autorizzato. In base al Regolamento spetta in primo luogo proprio al titolare del trattamento (in questo caso l’ateneo) – tenendo conto della natura, dell’oggetto, del contesto e delle finalità del trattamento – mettere in atto misure tecniche e organizzative per garantire un livello di sicurezza adeguato al rischio. Tra queste rientra anche una procedura per testare, verificare e valutare regolarmente l’efficacia delle misure adottate. Nel caso di specie invece l’università si è limitata a recepire le scelte progettuali del fornitore dell’applicativo che non prevedeva la cifratura dei dati personali (identità del segnalante, informazioni relative alla segnalazione, eventuale documentazione allegata), né l’adozione di un protocollo di trasmissione che garantisse una comunicazione sicura, sia in termini di riservatezza e integrità dei dati scambiati, sia di autenticità del sito web visualizzato da chi invia le segnalazioni. La gravità della violazione risulta acuita dal particolare regime di riservatezza stabilito dalle norme in materia di whistleblowing, proprio a maggior tutela degli interessati.

Il Garante, quindi, dopo aver accertato l’illecito trattamento dei dati e l’omesso adempimento degli obblighi di sicurezza imposti dal Gdpr – tenendo comunque conto che la violazione ha riguardato solo due persone e che l’Ente ha attivamente cooperato nel corso dell’istruttoria – ha inflitto all’ateneo una sanzione amministrativa di 30.000 euro.

dalla Newsletter del Garante per la Privacy del 18/02/2020

Marta Cartabia: “La giustizia giusta è riconciliazione, non vendetta”

 “Una giustizia giusta, se vogliamo usare quest’espressione, è una giustizia che permette di guardare al futuro, che non si pietrifica su fatti passati che pure sono indelebili. La giustizia giusta è riconciliazione, non vendetta. Perché la giustizia vendicativa – ce lo insegna la tragedia greca, in particolare l’Orestea di Eschilo – distrugge insieme gli individui e la polis, mentre una giustizia riconciliativa realizza l’armonia sociale. Come insegna la storia di Liz, senza cancellare nulla, bisogna che sia possibile aprire una prospettiva nuova per la singola esistenza individuale e per l’intera comunità”

Marta Cartabia, Intervista a “Repubblica”

Come eseguire l’aggiornamento da Windows 7 a Ubuntu – Installazione

Una delle maggiori difficoltà incontrate dalle persone è l’installazione di un nuovo sistema operativo nel proprio dispositivo. Questo aspetto è dovuto prevalentemente a due semplici situazioni: la prima, al fatto che la stragrande maggioranza delle persone acquista i computer con il sistema operativo già installato; mentre la seconda, che può essere anche una conseguenza della prima motivazione, è che non ci si è mai trovati ad intraprendere un processo di installazione di un nuovo OS. Per questo, attraverso una serie di articoli, cercheremo di rendere quanto più semplice possibile questi passaggi. Nel precedente articolo –  2020.004 ( https://wiki.ubuntu-it.org/NewsletterItaliana/2020.004#Come_eseguire_l.27aggiornamento_da_Windows_7_a_Ubuntu_-_Considerazioni_su_hardware_e_software ) – si è fatta un’ampia panoramica sulla fase di preparazione discutendo delle differenze tra Windows e Ubuntu, la parità del software, il supporto hardware e il backup dei dati. Oggi invece, mostreremo come installare Ubuntu in sicurezza e con semplicità. L’installazione prevede diversi fasi:
*  Scaricare ( https://www.ubuntu-it.org/download ) il file .ISO di installazione, questo non è altro che un file con le stesse funzionalità di un file .exe in Windows per la configurazione di un’applicazione. Ad esempio, se scarichi Ubuntu, troverai un file chiamato ubuntu-18.04.3-desktop-amd64.iso nella cartella download;
* È necessario  copiare ( https://wiki.ubuntu-it.org/Installazione/CreazioneLiveUsb ) il file .ISO di installazione su un dispositivo esterno, un DVD o una chiavetta USB. Questo passaggio verrà fatto con uno strumento dedicato che prende il nome di UNetbootin , che preparerà correttamente il dispositivo esterno per l’uso e memorizzerà il contenuto del file di installazione su di esso. Prima di procedere, dobbiamo precisare la presenza di due opzioni disponibili all’interno del software: 1) scaricare Ubuntu direttamente dallo strumento e quindi copiarlo sull’unità USB, 2) caricare un’immagine ISO precedentemente scaricata;
* Collegare il supporto esterno, che esso sia il posizionare un DVD nel vassoio o inserire una chiavetta USB in una porta USB e successivamente, è necessario avviare il tutto. Precisando che alcuni computer sono configurati per farlo automaticamente una volta riavviati mentre in altri casi, sarà necessario accedere – durante l’avvio del computer – alla configurazione del BIOS utilizzando i tasti F2 o ESC, quindi modificare l’ordine di avvio dell’hardware. Avviare il dispositivo esterno sul tuo computer;
* Una volta che il computer identificherà correttamente il supporto esterno, avvierà il sistema operativo – in questo caso Ubuntu – su questo supporto. Non preoccuparti per i tempi, l’installazione non inizierà immediatamente e se lasciato senza interazione da parte dell’utente, si avvierà in modalità live, il che significa che l’hardware, quindi l’hard disk all’interno del dispositivo non verrà utilizzato, e in questo modo è possibile testare, cioè provare le applicazioni e verificare che l’hardware disponibile (scheda video, processore etc.) nel proprio dispositivo sia supportato correttamente. Questo metodo permette di sperimentare in sicurezza Ubuntu prima di decidere di apportare modifiche;
* Il passo successivo è l’effettiva installazione del sistema operativo, il quale in automatico ti avviserà che le modifiche verranno scritte sul tuo disco rigido e a questo punto se non si è sicuri al 100% è possibile tornare indietro altrimenti si da la propria approvazione e si procede. Al termine dell’installazione, e al successivo riavvio del computer, Ubuntu verrà avviato.
Occorre fare una piccola precisazione, perché è chiaro a questo punto, che esistono diversi modi in cui è possibile configurare i propri sistemi operativi: non solo per Ubuntu, ma per tutti i sistemi operativi presenti nel mercato. Possiamo allora decidere se optare per avere:
* Un singolo sistema operativo sul computer – questo è il tipico scenario che adottano la maggior parte delle persone. È relativamente semplice da configurare e gestire perché all’interno del disco rigido è presente un solo sistema operativo. La maggior parte degli utenti di Windows 7 avrà PC desktop o laptop configurati in questo modo;
* Un dual boot – si tratta sostanzialmente di una configurazione in cui sono installati due sistemi operativi sullo stesso computer, che possono risiedere su un disco rigido separato oppure sullo stesso, facendo attenzione a partizionare ad-hoc il disco. Nella configurazione con il doppio sistema durante l’avvio del dispositivo viene visualizzato un menù che consente all’utente di scegliere il sistema operativo che desidera eseguire. Sui sistemi fisici, è possibile eseguire solo un sistema operativo alla volta e alternare il loro utilizzo con un semplice riavvio. Una configurazione base potrebbe essere Windows 7 e Ubuntu;
* Avvio multiplo – come il dual boot, ma con l’aggiunta di tre o più sistemi operativi;
*  Virtualizzazione ( https://wiki.ubuntu-it.org/Virtualizzazione ) – Questo procedimento ci permette di eseguire – o più comunemente in gergo virtualizzare – un intero sistema operativo su un altro sistema operativo attraverso un software dedicato chiamato  hypervisor ( https://it.wikipedia.org/wiki/Hypervisor ). Il software hypervisor (p.es. Virtualbox, Qemu etc.) viene eseguito sul sistema operativo host e consente di creare macchine virtuali che emulano l’hardware, permettendo di installare un sistema operativo guest su questo hardware emulato e utilizzarli fianco a fianco senza dover riavviare il proprio dispositivo ogni qualvolta si voglia usare un sistema piuttosto che un altro. Il processo di virtualizzazione non è banale, ma è un modo utile di testare nuovi sistemi operativi senza doverli installare su un hardware fisico.
Una volta avviato l’hardware su cui si è andato a copiare il sistema operativo, il programma di installazione di Ubuntu ti informerà in automatico che avrà trovato un altro sistema (Windows 7) installato sull’hard disk, e suggerirà diverse opzioni:
* quella di installare Ubuntu insieme a Windows, e in questo caso lo stesso programma di installazione verrà in aiuto all’utente cercando di trovare la partizione più adatta, ti consentirà di ridurla, creare una nuova partizione nello spazio libero dopo il ridimensionamento e installare Ubuntu su di essa. Questo è quello che precedentemente abbiamo chiamato dual-boot, inoltre questo passaggio, che possiamo definire di transizione, permette, fino a quando non si sarà presa un po di familiarità con l’utilizzo di Ubuntu, di non alterare i dati presenti su Windows 7;
* se invece decidi di voler sostituire Windows 7 con Ubuntu dovrai formattare l’intero disco rigido e configurare Ubuntu come unico sistema operativo. Se è stato eseguito il backup dei dati in modo sicuro da Windows 7, è possibile utilizzare questa opzione. Se non sei sicuro, il modo migliore è iniziare con l’opzione dual-boot e infine sostituire completamente Windows 7 una volta che sei sicuro di usare Ubuntu;
* se il programma di installazione non può configurare la partizione in modo automatico, sarà necessario configurare  manualmente le partizioni ( https://wiki.ubuntu-it.org/Installazione/InstallareUbuntu#precauzioni_win ). Inoltre, per chi volesse andare a vedere come saranno partizionati i dischi, tra le varie applicazioni di Ubuntu è presente un’importante utility chiamata Gparted che vi mostrerà quanto appena detto. Per chi volesse intraprendere questa strada al  seguente link ( https://wiki.ubuntu-it.org/Hardware/DispositiviPartizioni/PartizionamentoManuale ) è presente la guida fornita dalla comunità Ubuntu-it che vi seguirà passo per passo.
Al termine dell’installazione e dopo aver riavviato il computer, verrà visualizzato un menu di testo all’avvio e sarà possibile selezionare il sistema operativo in cui eseguire l’avvio: Ubuntu o Windows 7.
Fonte:  ubuntu.com ( https://ubuntu.com/blog/how-to-upgrade-from-windows-7-to-ubuntu-installation )

m/news/ten-year-old-sudo-bug-giving-root-privileges-to-any-user-gets-a-fix-529096.shtml )