Bonafede: “Gli innocenti non finiscono in carcere”

Reading Time: < 1 minute

Annalisa Cuzzocrea: «Mi chiedo se lei ogni tanto non pensa agli innocenti che finiscono in carcere»

Alfonso Bonafede: «Cosa c’entrano gli innocenti che finiscono in carcere? Gli innocenti non finiscono in carcere»

Annalisa Cuzzocrea: «Dal 1992 al 2018 27mila persone sono state risarcite dallo Stato perché sono finite in carcere da innocenti, quindi gli innocenti finiscono in carcere»


Aggiornamento delle ore 10:40.

Successivamente a questo scambio di battute il Ministro Bonafede ha pubblicato su Facebook un intervento in cui chiarisce il senso di quanto riportato nell’intervista:

Ci tengo a chiarire perché non voglio che ci siano strumentalizzazioni su un punto così delicato.

Nell’intervista di ieri sera, mentre si stava parlando di assoluzioni e condanne, ho specificato che gli “innocenti non vanno in carcere” riferendomi evidentemente e ovviamente, in quel contesto, a coloro che vengono assolti (la cui innocenza è, per l’appunto, ‘confermata’ dallo Stato).

Ad ogni modo, la frase non poteva comunque destare equivoci perché subito dopo ho specificato a chiare lettere che sulle ipotesi (gravissime) di ingiusta detenzione, “… sono il ministro che più di tutti ha attivato gli ispettori del ministero per andare a verificare i casi di ingiusta detenzione …” (come da video di questa specifica parte dell’intervista).

Aggiungo, infatti, che per la prima volta ho introdotto presso l’Ispettorato in maniera strutturata il monitoraggio e la verifica dei casi di riparazione per ingiusta detenzione, anche in occasione delle ispezioni ordinarie.

E’ solo da far appena appena notare che se da una parte l’innocenza degli assolti viene “confermata” dallo Stato, quella di TUTTI gli indagati in attesa di giudizio definitivo passato in giudicato viene SANCITA dalla Costituzione.

Xé pegio el tacón del buso!

 

Paolo Attivissimo: “i commenti (di YouTube) sono una cloaca di complottisti, odiatori e imbecilli”

Reading Time: < 1 minute

(…) non è la prima volta che Youtube mi causa problemi e perdite di tempo. I suoi controlli sul copyright sono diventati vessatori e ridicoli (…) e i suoi commenti sono una cloaca di complottisti, odiatori e imbecilli.

da: https://attivissimo.blogspot.com/2020/01/bye-bye-youtube-visto-che-per-te-i-miei.html

Il proverbiale aplomb britannico del Superlativo, oggi ha raggiunto il culmine. Siccome è stato avvisato da YouTube che “We found that a significant portion of your channel is not in line with our YouTube Partner Program policies.”  si è lasciato andare a queste frasi di particolare appprezzamento contro il colosso e contro i suoi utenti (dove li vede tutti questi “odiatori, complottisti e imbecilli”? Nei commenti rivolti ai suoi contenuti, probabilmente), che non si sa cosa c’entrino con il fatto che i suoi filmati e i contenuti inseriti non siano in linea con la Policy del Partner Program che gli rende, a detta dello stesso Attivissimo, ben oltre un dollaro al mese (e pensare che questo blog con gli annunci di AdSense un dollaro lo fa al giorno!) Non si capisce come un gruppo eterogeneo di utenti (ci saranno pure commentatori tranquilli e poco inclini alla polemica) viene ridotto ai minimi termini con appellativi spregevoli e denigratori). Sia come sia, se sei su YouTube e vuoi essere suo Partner osservi le sue regole. Se non le osservi, o se i tuoi contenuti non sono compatibili con le loro richieste, quali che siano, te ne vai da un’altra parte. Cosa che Attivissimo ha già detto di voler fare passando a Vimeo. L’account su YouTube, però, lo mantiene. I risicati ma sudati e meritati guadagni pregressi fruttati “in questa macchina tritacarne senza volto” pure.

L’indolenza della maggioranza mentre i salviniani digiunano

Reading Time: 4 minutes

Era già tutto previsto.

La maggioranza ha disertato la Giunta per le Autorizzazioni a Procedere del Senato e ha perso un’ottima occasione di dare il proprio “sì” alla processabilità di Salvini. Una figura meschina che, se da un lato non dà il destro a Salvini di considerarsi martire (sono stati i suoi della Lega a giudicarlo processabile), dall’altro costituisce un vuoto politico imbarazzante. PD e M5S, nel loro inevitabile e mostruoso tracollo non hanno partecipato, la relazione del Presidente è stata cassata e Salvini andrà a processo (si ricomincerà dall’udienza preliminare) ma loro non si sono sporcati le mani, in un contesto in cui le mani bisogna sporcarsele per forza, per indicare all’aula una direzione (staremo a vedere se il 17 febbraio, data della discussione collegiale, questi galantuomini diserteranno anche l’aula di Palazzo Madama) e, soprattutto, per riuscire a guardarsi in faccia quando ci si alza la mattina. Salvini ha invocato per sé il procedimento penale a cui, pure, parte dell’opposizione voleva sottrarlo per un presunto ma non veritiero garantismo di facciata (in questo caso il garantismo è confuso con l’impunità, quello che garantisce Salvini nei suoi diritti è lo svolgimento di un processo regolare, non certo la salvezza dalla sua celebrazione), ed è quello che ha ottenuto.

Intanto cominciano le iniziative salviniste più discutibili. E’ in linea da ieri il sito digiunopersalvini.it. Raccoglie adesioni di chi vuole digiunare per un solo giorno (quindi nulla di particolarmente impegnativo, e, soprattutto, nulla che ricordi i digiuni a “staffetta” del Partito Radicale) in solidarietà al Capo. Basta indicare nome, cognome, provincia e regione di appartenenza, età (non obbligatoria) e numero di cellulare (che, per fortuna, non verrà pubblicato). Che “fine” fanno questi dati? Ecco qui il punto d) Finalità e base di liceità del trattamento dell’Informativa sulla privacy, che mi sono preso la briga di andarmi a leggere:

I dati personali da Lei forniti, ai sensi di quanto previsto al punto che precede, sono pertanto necessari ai fini di:
1. gestire la raccolta firme per la campagna denominata “#digiunoperSalvini”;
2. all’invio di materiale illustrativo, di aggiornamento sulle novità, iniziative e attività del Partito (materiale informativo e comunicazioni di promozione elettorale e politica, informazioni su manifestazioni, incontri, assemblee, dibattiti, conferenze, convegni e simili, pubblicazioni o altro, attraverso l’invio di posta tradizionale, posta elettronica, sms, mms o attraverso contatti telefonici) ed in generale a condividere proposte programmatiche di natura politica;
3. ad assolvere a specifiche richieste da parte dell’interessato;
4. all’accertamento, esercizio e difesa dei diritti di LpSP in sede giudiziale e stragiudiziale.

Va detto, a onor del vero, che il punto 2 della lettera d) che ho riportato (il consenso all’invio di comunicazioni e materiale promozionale del partito, anche via SMS o “attraverso contatti telefonici”) viene attuato solo se si clicca sul segno di spunta relativo (non obbligatorio).

Continua la informativa in questione:

Il trattamento effettuato sulla base delle finalità sopra indicate avviene previo suo CONSENSO esplicito che viene richiesto con formulazione specifica e distinta per ogni singola finalità.

Bene. Per i punti 1 e 2 della lettera d) dell’informativa sulla privacy il consenso esplicito viene richiesto (anzi, per il punto 1 è addirittura obbligatorio), ma per i punti 3 e 4 non ce n’è traccia. In particolare risulta incomprensibile proprio il punto 4 che ribadisce che i miei dati personali, forniti nel momento in cui decido di aderire al digiuno per Salvini, servono:

all’accertamento, esercizio e difesa dei diritti di LpSP in sede giudiziale e stragiudiziale.

Cioè? Loro si difendono in sede giudiziale e stragiudiziale con la mia e-mail e con il mio numero di telefono??

Ma mi posso opporre al conferimento di alcuni dati? Certamente. Infatti

Il conferimento dei dati personali non è da considerarsi obbligatorio ma un eventuale rifiuto a fornirli o l’eventuale successiva mancanza di consenso al loro trattamento potrà determinare l’impossibilità del Titolare a dar corso alla fruizione di determinati servizi.

Quindi io posso anche decidere di non dare il mio numero di telefono o la mia e-mail alla LpSP, ma se lo faccio potrei non essere inserito nella lista degli aderenti, ad esempio, e questo, lungi dall’apparire un problema che potrebbe far piangere persino un uomo grande, è un dato di fatto.

Per quanto tempo verranno conservati i dati così conferiti? Anche qui la preziosa informativa cui viene in aiuto:

con riferimento ai dati trattati per i quali è stato rilasciato il consenso con riferimento alla campagna denominata “#digiunoperSalvini” il termine di conservazione sarà di mesi 1 dalla sottoscrizione;

E se ho cliccato il segno di spunta sulla famigerata casella di cui al famigerato punto 2 lettera d)?

in relazione al trattamento consenziato per l’ulteriore finalità di comunicazione politica (di cui al § d. n. 2) il termine di conservazione sarà di anni 1 dalla data della sottoscrizione.

Quindi, se avete prestato il vostro consenso per ricevere messaggi propagandistici o con finalità politiche in genere, sappiate che il vostro numero di telefono verrà trattenuto nelle mani della LpSP per un anno intero. Se vorrete cancellarlo prima di questa scadenza naturale dovete fare una richiesta ai sensi della legge sulla privacy. Potete farlo anche inviando una PEC. Gentili.

Per carità, digiunate pure per Salvini, ma stateve accuort’!

 

Lite temeraria e diffamazione a mezzo stampa: in arrivo il nuovo articolo 96 c.p.c. salva giornalisti

Reading Time: < 1 minute

Ecco il comma che modifica l’articolo 96 del Codice di Procedura Civile, secondo il disegno di legge presentato da Di Nicola, Airola, Angrisani, Castellone, Di Girolamo e altri:

«Nei casi di diffamazione commessa con il mezzo della stampa, delle testate giornalistiche online o della radiotelevisione, in cui risulta la mala fede o la colpa grave di chi agisce in sede di giudizio civile per risarcimento del danno, su richiesta del convenuto, il giudice, con la sentenza che rigetta la domanda, condanna l’attore, oltre che alle spese di cui al presente articolo e di cui all’articolo 91, al pagamento a favore del richiedente di una somma, determinata in via equitativa, non inferiore alla metà della somma oggetto della domanda risarcitoria»

Fatto di particolare tenuità: imputato prosciolto con 1,97 grammi per litro di alcol

Reading Time: 2 minutes

Il Tribunale Monocratico (giudice Maria Pia Bianchi) di Milano ha prosciolto un automobilista dalle accuse previste e punite dall’articolo 186 del Codice della Strada (ammenda da 1.500 a 6.000 euro, arresto da sei mesi ad un anno, sospensione o revoca della patente) dopo aver provocato un incidente sulla A4 in cui non risulterebbero feriti o terze persone o mezzi coinvolti. La ragione è che il fatto sarebbe di “particolare tenuità”. La particolare tenuità di un fatto è una fattispecie prevista dall’articolo 131 bis del Codice Penale. Eccone il primo comma:

“Nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133, primo comma, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale.”

Ora, un tasso di alcol pari a 1,97 grammi per litro è di quasi quattro volte il massimo consentito. Con lo stesso identico tasso alcolemico il 5 gennaio scorso in provincia di Bolzano un giovane su un auto lanciata a tutta velocità ha ucciso sette persone, travolgendole.

Dunque, è SOLO perché, fortunatamente, nel caso dell’automobilista processato dal Tribunale di Milano non ci sono state vittime o feriti che il processo ha preso la piega della “particolare tenuità”? Pare di no, anzi, nelle motivazioni depositate lo scorso mese di novembre si legge, tra l’altro, che:

«la circostanza che il livello di tasso alcolemico rinvenuto nel sangue non sia di molto superiore al limite relativo alla soglia di rilevanza, consente di qualificare il fatto in termini di tenuità»

Quasi quattro volte oltre il limite consentito NON E’ un fatto di “particolare tenuità”.

Riguardo all’incidente la motivazione riporta:

«non si stima adeguatamente provato» considerato che «l’imputato perdeva il controllo del mezzo senza cagionare ad altri danno»

Scrive la Polstrada di Bergamo:

«rimane di difficile comprensione l’eccezione di non ritenere adeguatamente provato l’incidente»

La sentenza è di per sé spiazzante e c’è solo da augurarsi che non lasci ulteriori strascichi nella giurisprudenza e che possa trovare una riforma nel giudizio di appello

Quantus tremor est futurus, quando iudex est venturus, cuncta stricte discussurus!

Reading Time: 2 minutes

E’ il dies irae, il giorno in cui la Giunta per le Autorizzazioni a procedere voterà a favore o contro l’ipotesi di mandare a processo Matteo Salvini per sequestro di persona nell’ambito del caso della nave Gregoretti. Salvini, citando maldestramente Giovanni Guareschi si dichiara pronto alla prigione («Guareschi diceva che ci sono momenti in cui per arrivare alla libertà bisogna passare dalla prigione. Siamo pronti, sono pronto»), ma è una manovra evidentemente elettorale: lo stigma sarebbe la sua arma vincente nelle prossime elezioni regionali in Emilia Romagna e in Calabria. Gli esponenti dei partiti di maggioranza (Pd-M5S-Iv-Leu) potrebbero non partecipare al voto. La Lega voterebbe a favore sulla base delle richieste dello stesso Salvini. Forza Italia e Fratelli d’Italia finirebbero a esprimere il loro voto contrario per cui trovandosi in perfetta parità (cinque a cinque) la relazione del presidente verrebbe cassata e la questione dovrà essere affrontata in aula il 17 febbraio. A meno che De Falco (ex M5S) decida, al contrario di quello che è stato annunciato inizialmente, di partecipare al voto e faccia pendere la bilancia da una parte o dall’altra.

Fin qui i fatti e le ipotesi. Poi ci sono le opinioni. Che sono le mie. E sono quelle di sempre. Ovvero che Salvini debba andare a processo perché deve confrontarsi con la giustizia, con i suoi accusatori e con i suoi giudici come un normale cittadino, uno di quei milioni che pretende di rappresentare, e non come un privilegiato dalla sua posizione di parlamentare. Ha ottime possibilità di sfangarla perché la Procura di Catania, già il 21 settembre scorso, ha chiesto l’archiviazione del caso.

«Oggi decidono se sono un criminale o meno. Io prendo un detto della mia nonna: `Male non fare, paura non avere´. Siccome devono essere i delinquenti ad aver paura del processo, io ribadisco: mandatemi a processo. Se devo andare in galera per difendere il mio Paese ci vado a testa alta».

Ecco, vada a processo sì, ma per difendere se stesso. Lasci stare il Paese, chè già abbiamo visto come è stato difeso nel periodo in cui lui era Ministro degli Interni. Vada in tribunale non per vincere le elezioni ma per vincere un processo con la forza delle prove provate e non con quella della prepotenza o dei detti della nonna.

E dunque, in attesa del 17 febbraio, speriamo davvero che la Giunta per le Autorizzazioni a Procedere dia un segnale chiaro di dove vuole andare la maggioranza. Ce n’è un gran bisogno per tutti.

 

WhatsApp down! Problemi a inviare video e messaggi vocali

Reading Time: < 1 minute

Dalle 12 di oggi circa per molti utenti WhatsApp risulta difficile se non addirittura impossibile inviare video e messaggi vocali. Il disservizio è stato segnalato in Europa Occidentale, parte dell’Italia, Golfo Persico, in India, nel Sud Est Asiatico e Cina meridionale.

Questi sì che son problemoni! Magari la gente sarà di nuovo costretta a scrivere (abitudine ormai persa).

Consulta: “Inammissibile il referendum elettorale. Il quesito è eccessivamente manipolativo”

Reading Time: < 1 minute

La Corte costituzionale si è riunita oggi in camera di consiglio per discutere la richiesta di ammissibilità del referendum elettorale “Abolizione del metodo proporzionale nell’attribuzione dei seggi in collegi plurinominali nel sistema elettorale della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”, presentata da otto Consigli regionali (Veneto, Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia,Sardegna, Abruzzo, Basilicata, Liguria).
Oggetto della richiesta referendaria erano, in primo luogo, le due leggi elettorali del Senato e della Camera con l’obiettivo di eliminare la quota proporzionale, trasformando così il sistema elettorale interamente in un maggioritario a collegi uninominali.
Per garantire l’autoapplicatività della “normativa di risulta” – richiesta dalla costante giurisprudenza costituzionale come condizione di ammissibilità dei referendum in materia elettorale – il quesito investiva anche la delega conferita al Governo con la legge n. 51/2019 per la ridefinizione dei collegi in attuazione della riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari.
In attesa del deposito della sentenza entro il 10 febbraio, l’Ufficio stampa della Corte costituzionale fa sapere che a conclusione della discussione la richiesta è stata dichiarata inammissibile per l’assorbente ragione dell’eccessiva manipolatività del quesito referendario nella parte che riguarda la delega al Governo, ovvero proprio nella parte che, secondo le intenzioni dei promotori, avrebbe consentito l’autoapplicatività della “normativa di risulta”.
Preliminarmente, la Corte ha esaminato, sempre in camera di consiglio, il conflitto fra poteri proposto da cinque degli stessi Consigli regionali promotori e lo ha giudicato inammissibile perché, fra l’altro, la norma oggetto del conflitto avrebbe
potuto essere contestata in via incidentale, come in effetti avvenuto nel giudizio di ammissibilità del referendum.

Roma, 16 gennaio 2020

La riforma Bonafede

Reading Time: 2 minutes

Della cosiddetta “riforma Bonafede” della giustizia si parla poco, anzi, pochissimo. Non è, in effetti, una riforma che apporti quegli auspicati cambiamenti epocali nel sistema penale italiano.

Ci sono aspetti che non rivelano una particolare originalità o efficacia, come la decisione di notificare via PEC al difensore, oltre la prima notifica cartacea all’interessato, tutti gli atti del processo. In breve, hanno scoperto che esiste la PEC, che ha lo stesso valore di una raccomandata con ricevuta di ritorno, e che può risolvere il problema della perdita del documento cartaceo o del ritardo della notifica da parte del servizio postale. Insomma, la PEC esiste ed esiste da almeno un decennio. Si tratta/si trattava soltanto di usarla e superare le farragginoserie del sistema. Le cose erano semplici, più che semplici. Eppure è stato interesse dell’amministrazione della giustizia mantenerle complicate, finché non è arrivata una normativa in proposito (e va detto fra parentesi, ma dovrebbe essere ovvio, che la riforma Bonafede è ancora in fase di discussione e non è ancora operativa).

Altro punto di discussione sono le riduzioni dei tempi delle indagini preliminari e, conseguentemente, quelle dei processi. Il PM che non stia nel termini temporali indicati avrà delle sanzioni di carattere disciplinare. Ma finché il legislatore parlerà in termini ordinativi e non prescrittivi nei confronti dei magistrati che la tirano per le lunghe (cosa significa che i termini indicati sono “perentori”?) non si caverà un ragno dal buco e ci sarà sempre chi preferirà rischiare un procedimento disciplinare interno (che potrebbe anche risolversi in un nulla di fatto).

C’è poi la riforma del processo di appello per i reati puniti con la pena edittale fino a 10 anni, che saranno giudicati ancora in composizione monocratica, e non da tre giudici come finora è accaduto. Ora, qual è il senso di ricorrere in appello, a parte quello di farsi ridurre l’entità di una condanna e di guadagnare tempo sulla prescrizione? Senz’altro quello di essere giudicato da più persone, rispetto alla composizione del tribunale monocratico, per una ragione molto semplice: tre teste ragionano meglio di una. Se si riesce ad insinuare nella corte il “ragionevole dubbio” è molto più probabile che questo vada a vantaggio dell’imputato che potrebbe uscirne assolto. E poi perché porre uno sbarramento per i reati puniti con 10 anni di reclusione? Cosa deve aver commesso un cittadino per essere giudicato da una triade di giudici, un omicidio stradale? E se ha commesso un reato cosiddetto “minore”? E’ vero che ci sono reati e reati, ma non è vero che esistono cittadini e cittadini.

Nello scarso ed annoiato dibattito sulla riforma del ministro Bonafede, infine, si è inserita di recente la proposta del Partito Democratico di prevedere tempi di prescrizione più lunghi per i condannati in primo grado e più brevi per chi sia stato assolto. Non si vede il perché si debbano distinguere cittadini in base alla sentenza di primo grado, che se è assolutoria, può essere ribaltata in appello, se è di condanna, idem con patate. Un colpevole assolto in primo grado (per esempio per mancanza di prove) avrà più possibilità di un colpevole condannato di sfangarla e di arrivare indenne alla prescrizione del reato. Lo stesso Davigo, che ebbe a dichiarare

“Bisognerebbe abolire la prescrizione” (1)

pone seri dubbi di costituzionalità sulla proposta del PD. Insomma, la riforma Bonafede non parte sotto i migliori auspici e si prospetta come un pastiche inestricabile dal quale sarà difficile riuscire a disimpantanarsi.

(1) Confronta ADN-Kronos dell’11/12/2019

Diffamazione: archiviata la posizione di David Puente presso il Tribunale di Roma

Reading Time: 2 minutes

Mi corre l’obbligo morale, prima ancora che deontologico (noi blogger non abbiamo una deontologia a cui sottostare, grazie al cielo, a differenza dei giornalisti agiamo perché abbiamo una morale interna a cui rispondere, prima ancora che a codici e a regolamenti scritti) di comunicarvi che la posizione del blogger e giornalista David Puente, già indagato per diffamazione aggravata e violazione dell’art. 13 della Legge 47/1948 assieme a Mario Calabresi, Carlo Bonini e Giuliano Ettore Foschini, è stata archiviata dall’ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari in quanto la notizia di reato risulterebbe manifestamente infondata. Ne ha dato notizia lo stesso David Puente il 7 gennaio scorso attraverso la sua pagina Facebook e il suo account Twitter. Nella segnalazione David Puente conclude:

Questo potrebbe piacere a qualche mio hater, felice che abbia dovuto pagare (l’avvocato, NdR) nonostante la mia innocenza.

Ho sempre criticato David Puente per alcune modalità di fare giornalismo e di intendere il concetto di notizia. Altre volte l’ho criticato nel merito per alcuni “svarioni” che ha commesso (come, ad esempio, l’identificazione di Pietro Pacciani con la figura del Mostro di Firenze, quando il Pacciani non fu nemmeno condannato in via definitiva per i delitti che gli furono contestati). Ma personalmente non lo odio. Quindi, se il termine “hater” era riferito anche a me, lo rimando volentieri al mittente perché decisamente inadeguato. Il diritto di criticare non è il diritto di odiare, la critica può essere anche veemente e dura (e francamente non mi sembra il mio caso), ma l’odio è ben altra cosa. Ma, si sa, gli “hater” vanno molto di moda, è una definizione valida per tutte le stagioni, ci rientrano dentro pesci grossi e pesci piccoli, leoni da tastiera e scettici, destrorsi e sinistri, solo che io non sono né un pesce, né un destrorso, né un sinistro. Anzi, sono uno che quando viene querelato, come è successo a Puente, l’avvocato se lo paga di tasca sua, senza avere una testata giornalistica che gli copra le spalle, e non si lamenta di questa circostanza. Anzi, gli pare perfino perfettamente normale che se un avvocato lavora per tutelare i suoi interessi, innocente o colpevole che sia, poi venga pagato. E la differenza fondamentale è proprio questa.

E’ morta Nellina Laganà

Reading Time: < 1 minute

Apprendo adesso dall’inossidabile Twitter che purtroppo oggi ci ha lasciati per un male incurabile Nellina Laganà, attrice, attivista, donna di forte carattere, che ha regalato ai suoi spettatori e al mondo una parte di sé. Nel 2018 si fece prima promotrice di una iniziativa per i 177 migranti della nave Diciotti: portò loro un arancino a testa. Un pugnetto di riso per la solidarietà. Era piena di grazia, intelligenza ed ironia. bellezza e leggerezza. Macherà molto a tutto il mondo che l’ha amata.

Il sindaco di Riace Antonio Trifoli pubblica una mail con i dati personali di Jasmine Cristallo

Reading Time: 3 minutes
(Cliccare sull’immagine per ingrandirla)

Non so chi siano né Jasmine Cristallo (che mi risulta leader e portavoce di una parte del movimento delle cosiddette “sardine”) né Antonio Trifoli. Cioè, so benissimo che Antonio Trifoli è il sindaco di Riace, eletto nella lista civica “Riace Rinasce”, vicina alla Lega, già destituito con una sentenza del Tribunale la cui efficacia esecutiva risulta sospesa in virtù del ricorso presentato avverso la stessa sentenza.

Fatto sta che un paio di giorni or sono il sindaco Trifoli ha pubblicato su Facebook il testo di una PEC di Jasmine Cristallo indirizzata alla Questura di Reggio Calabria e all’ufficio protocollo del Comune in cui si comunicava che si sarebbe tenuto un flash mob e che la partecipazione avrebbe previsto la presenza di 150/200 persone approssimativamente. Il tutto senza cancellare l’indirizzo di residenza, l’indirizzo di posta elettronica (quest’ultimo segnalato dalla quasi totalità della stampa, anche se sulla documentazione in mio possesso che premetto a questo intervento l’e-mail PEC non compare) e il recapito telefonico, mettendo così la persona di Jasmine Cristallo all’esposizione di qualunque fanatico che abbia o che abbia voluto perseguitarla a vario titolo. Adesso tutti sanno dove abita (e saperlo, purtroppo, non dovrebbe essere un grosso problema, visto che gli archivi comunali dell’anagrafe di stato sono pubblici e pubblici sono i dati in essi contenuti), a quale indirizzo di posta elettronica risponde (e questo potrebbe essere un problema abbastanza facilmente risolvibile, basta “switchare” le impostazioni della casella in modo che riceva posta elettronica esclusivamente da account altrettanto certificati e che rimandi indietro le mail provenienti da account di posta elettronica tradizionale che sovente sono i più utilizzati per il mail bombing denigratorio). Resta (come se fosse poco), il problema del numero del cellulare e, più in generale, l’atteggiamento di chi, alla carlona, ha pubblicato su un social una mail (cercando di avvalorare la propria tesi circa il numero dei partecipanti al flash mob), senza preoccuparsi di sbianchettarne i passaggi salienti e/o i dati personali che non interessavano a nessuno. O, forse, interessavano solo ai soliti leoni da tastiera.

Il messaggio è restato in linea per pochissimo tempo (è stato quasi immediatamente cancellato), ma ormai il danno era fatto. Jasmine Cristallo ha dichiarato:

“Eccovi il signor Antonio Trifoli. Non l’ho mai incontrato di persona, ma tra poco succederà: in tribunale”

mentre Trifoli, azzardando una francamente incomprensibile scintilla di difesa ha detto:

“La mia intenzione era soltanto quella di evidenziare il numero esatto delle persone che hanno partecipato all’iniziativa e per errore ho pubblicato sul mio profilo Facebook anche l’indirizzo di Jasmine Cristallo. Stamane le ho telefonato spiegandole questo e chiedendo scusa. Non è mio costume fare certe cose, anzi sono contento quando qualcuno viene a Riace per manifestare pacificamente. Io non sono Mimmo Lucano, ma non sono né leghista né razzista come spesso mi dipingono”.

E ancora:

“Per una svista – si legge sul suo profilo – è  stata pubblicata per poco tempo, sotto i tanti commenti di una testata locale, una nota in cui vi erano alcuni dati della sig.ra Jasmine Cristallo. Porgo a lei le mie più sentite scuse e la aspetto al Comune di Riace per offrirle un mazzo di fiori e per scambiare 4 chiacchiere con lei, per farle capire che non sono così cattivo e pieno di pregiudizi, come invece sono stato descritto”.

Sarà, però intanto i soliti haters hanno cominciato a minacciare velatamente perfino la figlia dell’attivista e questo è seriamente preoccupante.

Leggerezza o atto doloso che sia, la privacy di una persona sarebbe stata pesantemente violata. E non si può non offrire tutta la propria solidarietà a Jasmine Cristallo che in questo frangente è senz’altro il soggetto più debole e compromesso.

Operazione Rinascita Scott: impresario di pompe funebri arrestato per un danno allo stato di 80 euro nella realizzazione di un loculo

Reading Time: < 1 minute

Non finisce più. Nell’operazione “Rinascita Scott”, di cui ho dato qualche ragguaglio nei giorni scorsi, oltre al signore che avrebbe estorto una torta, qualche pasticcino e una bottiglia di spumante, è stato arrestato (ma la misura cautelare si è limitata ai soli arresti domiciliari) un impresario di pompe funebri di Mirandola, accusato di aver realizzato, a Vibo Valentia, un loculo «con mattoni forati anziché pieni». Totale del danno erariale per il comune di Vibo Valentia, la veritiginosa cifra di 80 euro. Insieme all’impresario sarebbe stato attenzionato dalla magistratura per il reato di frode anche il custode del cimitero di Bivona.

Nell’ordinanza si legge che:

«in concorso tra loro, mediante artifizi e raggiri consistiti nel simulare l’avvenuta tumulazione delle salme nel loculo comunale H22 del cimitero di Bivona nel rispetto delle normative vigenti in materia, in realtà eseguita in violazione del Regolamento di Polizia Mortuaria, poiché la tumulazione veniva realizzata in mattoni forati anziché in mattoni pieni, inducevano in errore il Comune di Vibo Valentia sulla regolarità dell’espletamento della commessa e quindi sulla legittimità della corresponsione del previsto corrispettivo, e procuravano un ingiusto profitto in favore della agenzia funebre di P.F».

L’uomo non risulta accusato di associazione mafiosa.

Prime scarcerazioni dopo l’operazione Gratteri in Calabria

Reading Time: 2 minutes

Secondo un articolo de “Il Riformista”, che potete leggere qui, cominciano a vedersi gli effetti dei ricorsi presso il Tribunale della Libertà presentati dai legali degli oltre 300 arrestati in Calabria nel blitz denominato “Rinascita Scott” del Procuratore Gratteri.

Già una decina di persone sono state rimesse in libertà o collocate agli arresti domiciliari per effetto di decisioni emesse o dallo stesso Tribunale della Libertà o dal Giudice per l’Udienza Preliminare, tra di loro Luigi Incarnato, assessore regionale ai Lavori Pubblici della Regione Calabria.

Tra le persone che hanno visto riveduto e corretto il decreto di privazione della libertà personale, figura un certo signor P., accusato di estorsione. Ora, per le accuse riguardanti il reato di estorsione l’arresto è obbligatorio, e fin qui nulla da eccepire. Ma si dà il caso che il signor P. avrebbe “estorto” nientemeno che una torta, alcuni pasticcini e una bottiglia di spumante. Un reato dagli effetti catastrofici, come si può vedere, che grida vendetta e il cui presunto autore deve attendere il relativo procedimento direttamente in carcere, secondo i pubblici ministeri. Ma peccato che, nel più totale silenzio stampa, fatta eccezione per le voci dei soliti noti, la costruzione di mattoncini Lego della Procura di Catanzaro si stia sgretolando lentamente (altre decisioni in merito sono attese per la prossima settimana). La metafora dei mattoncini Lego era stata usata dallo stesso Gratteri all’indomani della massiccia operazione di arresti condotta dalla DDA.

Dice uno: “ma allora ce l’hai con Gratteri?” No, io non ce l’ho con nessuno. Vorrei solo che una così grande operazione di arresti trovasse conferme nelle decisioni dei tribunali del riesame e dei giudici per l’udienza preliminare. 10 persone su 340 per le quali la misura della restrizione della libertà personale in carcere è stata revocata sono già troppe, comunque vadano a finire i relativi processi. Perché se è vero che una remissione in libertà non significa necessariamente innocenza è anche vero che la misura cautelare dell’arresto non significa necessariamente colpevolezza. E in dubio pro reo, su questo non ci piove.

Su questa vicenda c’è solo da fare meno clamore massmediologico, più informazione capillare e, soprattutto, un rispettoso silenzio verso la vicenda processuale di chi verrà assolto. Perché non è vero il teorema Davigo secondo il quale gli unici errori giudiziari sono le assoluzioni, e la vittima è solo il magistrato.

Per fortuna.