Il coraggio di Nicoletta Dosio

Nicoletta Dosio è finita in carcere dopo essere stata condannata a un anno di reclusione dopo un episodio di protesta del 2012 in cui un gruppo di manifestanti No-Tav aveva aperto le sbarre di un casello del”autostrada Torino-Bardonecchia. La Dosio è stata condannata con le accuse di violenza privata e interruzione di pubblico servizio. Ha rifiutato qualsiasi misura alternativa al carcere. Una donna con un coraggio senza precedenti. Impossibile non essere con lei.

 

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” Sia l’imputato a cavare d’impaccio lo Stato” (Marco Taradash)

“…deve garantirsi che l’imputato che voglia davvero il processo abbia in tempi ragionevoli un verdetto finale per esigenza minima di civiltà giuridica. E allora una piccola ma essenziale modifica da introdurre senza indugio alla riforma Bonafede, magari per mano dello stesso ministro è quella di prevedere che almeno all’imputato che richieda il processo immediato con le relative rinunce processuali, lo Stato garantisca la relativa celebrazione in tempi ragionevoli, in difetto operando la prescrizione che a quel punto non sarà più odioso salvacondotto da un processo che l’imputato che invece lo stesso imputato ha chiesto e costruttivamente sollecitato.”

Gianluigi Pellegrino, costituzionalista e esperto di diritto amministrativo su Repubblica

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Dal 1 gennaio siamo tutti meno liberi

Non c’è niente da ridere o da festeggiare. Dal 1 gennaio andrà in vigore la legge che sospenderà sine die i tempi di prescrizione una volta emessa la sentenza di primo grado. Con la benedizione del ministro Bonafede, con l’approvazione incondizionata di Marco Travaglio, con l’inerzia del PD e con i cori di luoghi comuni da parte dell’opinione pubblica, primo fra tutti quello per cui “bisogna preservare le vittime di reato”, la preferita di chi dimentica che nel processo penale le parti sono alla pari, hanno pari diritti e pari dignità e sono perfettamente uguali davanti al giudice (non si può privilegiare il sacrosanto diritto della parte offesa rispetto al diritto dell’imputato, altrettanto sacrosanto, di avere un processo in tempi certi e non sospesi, e di essere dimenticato dopo un periodo ben determinato). O come quelli che vedono un colpevole ovunque, in qualsiasi circostanza, dimenticando che si è colpevoli solo in presenza di una sentenza definitiva passata in giudicato, e non pensando, o non sapendo proprio per niente, che se uno commette un reato a vent’anni quando è giovane e scapestrato, non può essere definitivamente giudicato quando ne avrà quaranta, quando sarà, verosimilmente, un marito e un padre di famiglia, solo perché magari si tratta di un reato cosiddetto “minore” e le procure si prendono tempi eonici per trattarlo perché c’è sempre qualcosa di più importante di cui occuparsi. Ma cosa ci può essere di più importante della definizione dello status di un cittadino che si ritrova macchiato a lunghissima scadenza il certificato dei carichi pendenti? La prescrizione, va da sé, non è solo un diritto. E’ la dichiarazione di impotenza dello Stato, che non riesce a rispettare le prescrizioni costituzionali sul giusto e rapido processo. E dal primo gennaio tutto questo non c’e più. Nessun “mea culpa”. Solo l’imposizione imperiosa e prepotente di un governo che non è capace di affrontare una vera e radicale riforma della giustizia e del processo penale. Tutti meno liberi. Tutti meno tutelati nel bene supremo della giustizia sbilanciata dalla parte delle procure e dei tribunali. Via, via…

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La vera storia di Piccole Donne

Io credo di essere uno dei pochi uomini che ha letto, apprezzato, e letteralmente libato “Piccole donne” di Louisa May Alcott. Un romanzo meraviglioso, intramontabile, immortale, che spero di leggere a mia figlia. O, meglio, spero che se lo legga da sola, quando potrà e sarà in grado di apprezzarlo.
E’ uscita una nuova trasposizione cinematografica della storia delle quattro sorelle March scritta e diretta da Greta Gerwig. Ne ho visti alcuni spezzoni (non credo che andrò a vedere il film per intero) e l’ambientazione mi è sembrata un po’ inadeguata. A casa March c’è un albero di Natale stratosferico, Beth suona su un pianoforte a coda anziché su un vecchio pianofortaccio scordato, e si respira ben poco della povertà della famiglia che resta privata del padre, dei vestiti con le toppe, delle soffitte polverose, con la presenza di una strepitosa Meryl Streep nei panni della vecchia e ricca zia. E Jo? C’è anche quella, naturalmente, con tutte le sue indimenticabili battaglie protofemministe a dispetto delle rigide disposizioni della società del suo tempo. Ma nessuno si ricorda della fine che fa Jo, di lì al termine del ciclo dei romanzi che la riguardano (I ragazzi di Jo): sposa (ultima tra le quattro sorelle) Friedrich (Fritz), uno molto più vecchio di lei, poverissimo, con cui metterà su addirittura un collegio per l’educazione di un esercito di bambini, e metterà in pratica (a differenza di Amy e Meg) i precetti e gli insegnamenti dei suoi genitori, che sono gli stessi della Alcott, che ha sì, (de)scritto un personaggio intrigante e intraprendente, ma che andrà a finire all’interno di un contesto estremamente conformista e conservatore, di cui diverrà indiscussa e indiscutibile protagonista. Amy è quella che aveva capito tutto! Accompagna la zia March e la zia Carrol in Europa dove svilupperà e consoliderà le proprie doti artistiche, sposa Laurie (che era innamorato di Jo), vive nell’alta società (che il suo delicato stomaco purtuttavia ripugna) e si dedica a una vita “sregolata e frivola”. E chiamala fessa!

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Dimissioni del Ministro Fioramonti: la lettera aperta

Due giorni fa ho inviato al Presidente del Consiglio la lettera formale con cui rassegno le dimissioni da Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Per cortesia istituzionale, ho atteso nel rendere pubblica la notizia e mi sono messo a completa disposizione per garantire una transizione efficace al vertice del Ministero, nei tempi opportuni per assicurare continuità operativa.

Prima di prendere questa decisione, ho atteso il voto definitivo sulla Legge di Bilancio, in modo da non porre questo carico sulle spalle del Parlamento in un momento così delicato.
Le ragioni sono da tempo e a tutti ben note: ho accettato il mio incarico con l’unico fine di invertire in modo radicale la tendenza che da decenni mette la scuola, la formazione superiore e la ricerca italiana in condizioni di forte sofferenza.
Mi sono impegnato per rimettere l’istruzione – fondamentale per la sopravvivenza e per il futuro di ogni società – al centro del dibattito pubblico, sottolineando in ogni occasione quanto, senza adeguate risorse, fosse impossibile anche solo tamponare le emergenze che affliggono la scuola e l’università pubblica.
Non è stata una battaglia inutile e possiamo essere fieri di aver raggiunto risultati importanti: lo stop ai tagli, la rivalutazione degli stipendi degli insegnanti (insufficiente ma importante), la copertura delle borse di studio per tutti gli idonei, un approccio efficiente e partecipato per l’edilizia scolastica, il sostegno ad alcuni enti di ricerca che rischiavano di chiudere e, infine, l’introduzione dell’educazione allo sviluppo sostenibile in tutte le scuole (la prima nazione al mondo a farlo).
La verità, però, è che sarebbe servito più coraggio da parte del Governo per garantire quella “linea di galleggiamento” finanziaria di cui ho sempre parlato, soprattutto in un ambito così cruciale come l’università e la ricerca. Si tratta del vero motore del Paese, che costruisce il futuro di tutti noi. Pare che le risorse non si trovino mai quando si tratta della scuola e della ricerca, eppure si recuperano centinaia di milioni di euro in poche ore da destinare ad altre finalità quando c’è la volontà politica.
L’economia del XXI secolo si basa soprattutto sul capitale umano, sulla salvaguardia dell’ambiente e sulle nuove tecnologie; non riconoscere il ruolo cruciale della formazione e della ricerca equivale a voltare la testa dall’altra parte. Nessun Paese può più permetterselo. La perdita dei nostri talenti e la mancata valorizzazione delle eccellenze generano un’emorragia costante di conoscenza e competenze preziosissime, che finisce per contribuire alla crescita di altre nazioni, più lungimiranti della nostra. È questa la vera crisi economica italiana.
Alcuni mi hanno criticato per non aver rimesso il mio mandato prima, visto che le risorse era improbabile che si trovassero. Ma io ho sempre chiarito che avrei lottato per ogni euro in più fino all’ultimo, tirando le somme solo dopo l’approvazione della Legge di Bilancio. Ora forse mi criticheranno perché, in coerenza con quanto promesso, ho avuto l’ardire di mantenere la parola.
Le dimissioni sono una scelta individuale, eppure vorrei che – sgomberato il campo dalla mia persona – non si perdesse l’occasione per riflettere sull’importanza della funzione che riconsegno nelle mani del Governo.
Il tema non è mai stato “accontentare” le mie richieste, ma decidere che Paese vogliamo diventare, perché è nella scuola – su questo non vi è alcun dubbio – che si crea quello che saremo.
Lo sapeva bene Piero Calamandrei quando scriveva che “se si vuole che la democrazia prima si faccia e poi si mantenga e si perfezioni, si può dire che la scuola a lungo andare è più importante del Parlamento, della Magistratura, della Corte Costituzionale”.
Alle persone con cui ho lavorato, dentro e fuori dal Ministero, dalla viceministra e sottosegretari ai tanti docenti, sindacati, imprese e fino all’ultimo dei dipendenti, va tutto il mio ringraziamento per avermi accompagnato in questo percorso.
Alle ragazze ed ai ragazzi che fanno vivere la scuola e l’università italiana chiedo di non dimenticare mai l’importanza dei luoghi che attraversano per formarsi, senza arrendersi alla politica del “non si può fare”.
Come diceva Gianni Rodari, dobbiamo imparare a fare le cose difficili. Perché a volte bisogna fare un passo indietro per farne due in avanti.
Il mio impegno per la scuola e per le giovani generazioni non si ferma qui, ma continuerà – ancora più forte – come parlamentare della Repubblica Italiana.
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La stampa e le inchieste

Dio solo sa se ho rispetto, ammirazione e addirittura venerazione per la figura del Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, così come di qualsiasi altro servitore dello stato che sia impegnato nella lotta alla criminalità organizzata e rischi la vita per il suo impegno e per la sua dedizione quotidiani.

Ma non può che suonarmi strana la sua lamentela circa la presunta scarsa attenzione da parte dei media (e in particolare della carta stampata) nei confronti della sua inchiesta culminata poi con 334 arresti e 416 indagati in tutta la Calabria. Un po’ perché mi sembra che questo non sia vero (la notizia è stata sulle prime pagine di tutti i giornali, è stata rilanciata con sufficiente evidenza da radio e TV ed è ancora pienamente reperibile sul web), un po’ perché ritengo che dopo l’operazione che ha riguardato a vario titolo più di 700 persone sia necessario porre l’attenzione su alcuni dati assolutamente imprescindibili:

– la custodia cautelare in carcere non è una pena;
– la custodia cautelare in carcere non equivale alla penale responsabilità;
– la custodia cautelare in carcere non equivale a una dichiarazione di colpevolezza.

Dopo la doverosa attenzione all’operazione epocale che ha visto coinvolte la Procura di Catanzaro e le Forze dell’ordine ora c’è bisogno del silenzio che accompagna i processi. Cioè la definizione della posizione individuale di uno per uno i 700 indagati. Perché io non vorrei, no, proprio non vorrei mai che tra tutte queste persone attenzionate dalla Procura di Gratteri ce ne sia anche solo una che dovesse uscire estranea ai fatti o assolta nel merito delle accuse. Perché in tal caso lo Stato dovrebbe accollarsi le spese per l’ingiusta detenzione e qualche innocente (non importa se pregiudicato o no) sarebbe stato recluso.

La Procura ha fatto il suo impeccabile lavoro, i giornali hanno informato. Adesso la parola passa ai giudici di merito e/o di legittimità. Parlino i processi e la stampa faccia il suo sacrosanto lavoro di informare l’opinione pubblica.

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Il Foglio chiude? Il Foglio vada avanti anche senza finanziamento pubblico

C’è una gran preoccupazione in rete e sui social circa la possibile chiusura de “il Foglio”. Stando a un redazionale pubblicato on line sul sito dello stesso quotidiano, un giornalista (già consulente di Vito Crimi) avrebbe pubblicato sul suo blog la notizia della decisione di un non ben meglio identificato “Dipartimento” di escludere “il Foglio” dai contributi per l’editoria per l’anno 2018. Questo porterebbe a una serie di conseguenze anche molto gravi per la testata, tra cui quella estrema della chiusura.

Per carità, ci mancherebbe altro, lungi da me il gioire per una simile prospettiva. Libertà di stampa e di informazione prima di tutto, e una voce in meno significa certamente una mancanza incolmabile nel dibattito democratico.

Ma i finanziamenti al “Foglio”, dalle mie fonti, ammontano alla non trascurabile cifra di 337598,11 euro. Che se venissero a mancare sarebbe una bòtta clamorosa per la società cooperativa che gestisce il quotidiano, ma potrebbe non rappresentare necessariamente un problema. “il Foglio” potrebbe diventare uno dei quotidiani che non percepiscono alcun finanziamento pubblico (come “Il Fatto Quotidiano”). Si tratterebbe di vivere delle vendite del giornale e delle pubblicità, non trovo nulla di male o di disdicevole in questo. Il finanziamento pubblico dovrebbe servire per il servizio pubblico, se uno vuol fare (ed è giusto che lo faccia) un giornale di parte o indipendente si paghi i costi con i suoi introiti (per fare un esempio un quotidiano come “Avvenire” riceve 2.519.173,47 euro, stando a quello che riferisce la testata on line “Today”). Non dipenderebbe più dalle decisioni istrioniche di governicchi giallo-verdi o giallo-rossi, non dipenderebbe più da nessuno se non dalla coscienza e dal rigore morale del proprio giornalismo e di quello potrebbe vivere.

E’ quello che auguro al “Foglio”: fregarsene della decisione del “Dipartimento” ed andare avanti. Con la passione e la professionalità di tutti. Sarebbe davvero uno splendido Natale.

Aggiornamento delle ore 22: Deduco da un intervento di Mattia Feltri che sono “un po’ somaro”. Pazienza.

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Camilla, Gaia, Pietro e certi giornalismi

Per la vigilia di Natale mi sono concesso il piccolo lusso di comprarmi il quotidiano mattutino. “Il Fatto Quotidiano”. Prima bestemmia per il prezzo, 1 euro e 80 a copia. Va beh, è per una buona causa. All’interno un articolo di Selvaggia Lucarelli (sì, me ne sto occupando frequentamente in questi giorni) sul tragico incidente di Roma che è costato la vita a due ragazze minorenni, Gaia e Camilla, investite da un ventenne, Pietro. Si tratta di una tragedia immane. Tre famiglie praticamente distrutte. Lui rischia l’arresto e l’incriminazione per duplice omicidio stradale. Sono cose su cui non si scherza. Il titolo del pezzo della Lucarelli è “Il giornalismo becero che emette sentenze e distrugge persone”. Se la prende, la Lucarelli, con la morbosità di certi giornali (era un titolo di “Repubblica”) che hanno definito Pietro, a grossi caratteri e in prima pagina “Autista drogato”,

“per evocare l’immagine di un tizio strafatto senza neppure sapere se si fosse fatto mezza canna o si fosse sniffato un grammo di cocaina”

Ma che differenza fa? Il conducente è stato riconosciuto “non negativo” all’uso di sostanze stupefacenti. Certo, non è una buona ragione per sbatterlo in prima pagina e dargli del “drogato”. Ma un deplorevole giornalismo non cambia comunque un fatto accertato dagli inquirenti. Così come è un fatto accertato che il tasso alcolemico dell’autista sia risultato dell’1,4% per litro. Non è un buon motivo per dargli dell’ubriacone o dell’alcolista cronico (magari aveva bevuto “solo” un litro di vino), certo, ma è anche vero che il limte massimo tollerato per chi ha la patente da almeno tre anni è dello 0,5% per litro. E poi:

“Senza sapere se la droga e l’alcol fossero stati la causa dell’incidente o un fatto serio, certo, ma slegato dall’evento tragico.”

E’ senz’altro probabile che l’evento tragico sia stato causato da circostanze “slegate” dall’assunzione di sostanze stupefacenti. Ma certamente con l’1,4 di alcolemia e dopo aver fatto uso di una mezza canna o di un grammo di cocaina che sia non ti puoi mettere alla guida di un veicolo. Anche perché l’uso contemporaneo di sostanze psicoattive provoca un effetto sinergico che non si sa quali effetti possa indurre rispetto alla condizione di attenzione “normale” di una persona sobria.

C’è poi il problema della patente. Il giovane era stato oggetto di tre diverse segnalazioni dal 2017 ad oggi, la patente gli era stata ritirata a ottobre. Non si sa come sia stato possibile che ne sia tornato in possesso prima del termine di tre mesi previsto dalla normativa. La Lucarelli altresì stigmatizza:

“E poi un altro titolo con foto del colpevole già processato e condannato da certa stampa: Ecco chi è Pietro, il ragazzo che HA UCCISO (maiuscolo nel testo) Gaia e Camilla.”, dando per scontato, tra l’altro che le abbia uccise lui e non chi le ha investite successivamente, altra ipotesi riportata più volte sui giornali”

Coincidenza (o fatalità) vuole che nella stessa pagina del giornale un pezzo di Vincenzo Bisbiglia titoli: “Investite solo da Genovese, il tasso alcolemico era dell’1,4. Gaia e Camilla, 16 anni, morte sul colpo. Nessun’altra auto le ha travolte”. E ovviamente il maiuscolo “HA UCCISO” nasconde, a questo punto, un altro fatto accertato: la responsabilità della morte delle sventurate ragazze non è attribuibile a terzi. Se è da dimostrare (in un apposito giudizio penale e non certo sui giornali) la responsabilità diretta del conducente nella morte di Gaia e Camilla è certo almeno allo stato dei fatti che le ragazze sono morte in conseguenza dell’incidente da lui provocato. E non sarà certo il suo eventuale arresto a determinarne la responsabilità penale diretta, ma è vero che l’omicidio stradale è quella fattispecie di reato che punisce proprio chi si mette alla guida “in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psico-fisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti” e provoca la morte di una persona.

In breve, la difesa della Lucarelli fa acqua da tutte le parti. Purtroppo. Perché che ci sia del pessimo giornalismo che tende a mettere alla gogna il presunto colpevole è un dato vero dalla notte dei tempi (come si fa a dimenticare Bruno Vespa che sentenziò che Pietro Valpreda era colpevole della strage di Piazza Fontana?) e la Lucarelli, da giornalista, non dovrebbe stupirsene. Se ne indigna, giustamente, ma occorre, in casi delicati come questo, separare il dato oggettivo (“ha ucciso”) dai contorni colpevolisti e sbattimostristi (“Ecco chi è Pietro”). Se no il titolo del giornale va a farsi benedire. E non è proprio il caso di mettere in discussione i dati rilevati, specialmente quando si tratta della morte di due persone.

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Piccole bacchettatine via Twitter a Roberto Saviano

Gentile anche da parte sua fare riferimento alla morte della madre di Cappato, che è un fatto personale e intimo e non pubblico come una sentenza della Corte d’Assise.

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Il pensiero di Federica Angeli sulle querele bavaglio

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