Dipende da Rousseau

Domani, dalle 9 alle 18 (tertium non datur) gli iscritti alla piattaforma Rousseau saranno chiamati ad esprimersi sul programma del nuovo esecutivo (e, si badi bene, solo sul programma, non sulla ripartizione delle poltrone o sull’alleanza con l’ex nemico PD). Se vinceranno i no, da quello che ha dichiarato Stefano Patuanelli a Radio Capital, Conte non dovrebbe far altro che prendere atto dell’amara realtà e fare la valigia sciogliendo la riserva in modo negativo. C’è solo di che chiedersi se la vita della politica italiana debba essere per forza condizionata da una piattaforma informatica di proprietà di un privato e da un numero tutto sommato esiguo di sostenitori del Movimento 5 Stelle quali gli iscritti a Rousseau. Un clic sul no, e hai grandissime chances di mandare a puttane una maggioranza parlamentare. Senza che nessuno ti dica quanti utenti unici hanno votato, quali sono le percentuali di differenza tra chi ha votato su Rousseau e chi ha votato alle politiche (e, magari, anche alle Europee, che hanno visto il tracollo del Movimento, e la sconfitta di Di Maio, che ha dovuto -lui sì- poggiare la testa sulla ghigliottina dell’inossidabile Rousseau. Rousseau è il privato che si sostituisce alle istituzioni, non è il controllo via rete del potere, non è Internet che ci dà la conoscenza, non è il mezzo con cui possiamo metterglielo finalmente in quel posto là a tutti come diceva Beppe Grillo fin dai tempi precedenti al Vaffanculo-Day, Rousseau è esso stesso il potere, è un qualcosa di non ben meglio identificato che determina la strada non solo della politica interna al movimento (che, voglio dire, fin lì sarebbero solo affari loro), ma di un intero governo che ha avuto l’occasione di formarsi prima ancora che davanti ai mouse degli iscritti a Rousseau, davanti al Presidente della Repubblica e, suo tramite, davanti a tutti gli italiani. Quattro smanettoni che decidono non possono sostituire il dibattito interno ai partiti, il confronto parlamentare, la responsabilità di garantire al paese un governo di legislatura che lo porti alla scadenza naturale delle elezioni, e che non sia, pertanto, il governicchio che disbrighi controvoglia e sbadigliando i cosiddetti “affari cortrenti” e ci prepari alla tornata elettorale anticipata tanto cara a Salvini, alla Meloni e a Berlusconi che vincerebbero a mani basse e ci condannerebbero a un imprecisato periodo di politica di destra, con la benedizione del Sacro Cuore Immacolato di Maria. Se tutto questo si verificherà lo dovremo al Movimento 5 Stelle, ormai diventato l’ombra (e forse più neanche quella) dell’entusiasmo dei primi tempi in cui riempiva le piazze e in cui Di Maio, probabilmente, faceva ancora il bibitaro sulla spiaggia o allo stadio (adesso non ricordo bene). E’ una vita difficile. Felicità a momenti e futuro incerto.