Enrico Letta da Fazio e l’IVA al 22% sugli e-book

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Mentre era a piangere da Fazio, ieri sera Enrico Letta ha trovato il tempo di rammaricarsi del fatto che i libri di carta hanno l’aliquota iva al 4% mentre gli e-book al 22%. E ha aggiunto che questa è un’ingiustizia.

Mi occupo di distribuire e-book gratis da circa undici anni. Francamente trovo perfino ridicolo che uno un e-book se lo compri, ma questa è deformazione professionale, ognuno faccia quel che crede.

Però un libro di carta

a) lo posso prestare a un amico;
b) posso leggerlo anche tra molto tempo (in casa ho libri del ‘700, si leggono ancora benissimo. La Bibbia di Gutenberg è ancora perfettamente leggibile e ha più di 500 anni);
c) posso usarlo per riparare temporaneamente la zampa del tavolino;
d) se ho freddo posso gettarlo nel fuoco e scaldarmi;
e) se non mi piace lo posso regalare alla biblioteca del paese perché possa essere prestato ad altri.

Mentre un e-book

a) se lo copio e lo passo a un amico commetto reato;
b) tra 500 anni nessuno potrà leggerlo più. Ma neanche tra 10, se è per quello, e verosimilmente morirà assieme all’accrocchio che uso per leggerlo. E con lui moriranno i soldi che ho speso per comprarlo;
c) non fa spessore, e il Kindle sotto la zampa traballante non risolve il problema;
d) non brucia e io muoio di freddo;
e) non potendolo trasferire non posso darlo alla biblioteca che non può prestarlo, a sua volta, ad altri.

Il libro di carta svolge delle funzioni primarie di necessità. L’e-book è un bene di lusso. Chi lo vuole se lo paga, anche se si tratta di qualcosa di immateriale, e caro.

Se, poi, ci sono persone che per necessità personali hanno bisogno di una versione in e-book di un titolo (per esempio i dislessici nei confronti dei testi scolastici) devono averla gratis. Punto e basta.
Ma se una casalinga vuole leggersi “Cinquanta sfumature di grigio” sotto l’ombrellone e non vuole farlo sapere al marito o non vuole far vedere la copertina ai vicini, perché poi nel loro giudizio oltre che casalinga diventa anche un po’ zoccola, allora è bene che se lo compri, e chi se ne frega se col 22% di IVA.

E’ come la gente che si compra un iPhone di ultima generazione, lo paga un bòtto ma poi si lamenta che WhatsApp le chiede 0,89 euro all’anno per continuare a funzionare.

Gente col Kindle, col tablet, con l’Android… tutti lì a pagare 0,99 euro per una coscienza di Zeno o per un fu Mattia Pascal, quando va bene. Ma se si tratta dell’ultimo libro dello scrittore di grido si arriva a pagare più o meno lo stesso prezzo dell’edizione cartacea. Solo che il libro te lo tieni, mentre l’e-book lo prendi e lo butti via.

Ma non inquina. Almeno quello.

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Quelli che se la tirano la crisi

Sarà perché sto leggendo “Pane e Bugie” di Dario Bressanini, ma espressioni come “DOC”, “DOCG”, “Bio”, “Chilometri zero” mi stanno sempre più indigeste.

Soprattutto “bio”. Ma “bio-” cosa? “Biodegradabile”? “Biocompatibile”? “Biologico”, no? Allora usiamole per intero le parole.

“Bio”, “DOC”, “DOCG”, “Chilometri zero”. Tutte espressioni che associamo all’alimentazione e a un’alimentazione corretta per la nostra salute.

Una mela biologica costa di più del suo equivalente ottenuto con agricoltura tradizionale.
Forse è più gustosa, magari è più ricca di elementi nutritivi.
Però una famiglia spende ogni mese un TOT per l’acquisto e il consumo di frutta e verdura che fanno tanto bene alla salute. Ma se compra solo frutta e verdura biologiche l’assimilazione di nutrienti diminuisce considerevolmente perché ne comprerà una quantità sensibilmente inferiore.

Dice che dobbiamo consumare i nostri prodotti, quelli nazionali, quelli certificati.

Io compro regolarmente la cipolla di Tropea, la bresaola della Valtellina, la fontina della Val d’Aosta, il salame piccante calabrese, il Nero d’Avola, il Chianti, il Merlot veneto, il Cannonau della Sardegna, il Passito di Pantelleria, il Moscato dell’Elba e ora basta se no mi sbronzo.

Ma il Passito da Pantelleria sulla mia tavola a Roseto degli Abruzzi ci viene a piedi? Suppongo che una cipolla da Tropea arrivi dal mio verduraio per smaterializzazione atomica e che il formaggio Asiago giunga rotolando sulla sua stessa forma.

Le uniche cose a chilometro zero su cui posso contare sono le fragole, il prezzemolo, il basilico, la menta e i peperoncini che crescono sul mio terrazzo, il resto è fuori target.

Ci raccontiamo un sacco di balle. Ci preoccupiamo di farci portare la roba buona dal contadino (che ce la porta con la macchina che evidentemente va ad aria compressa) e non ce ne frega niente di tutto il parmigiano e tutta la pasta che mandiamo in Australia con le navi.

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Quelli che se la meritano la crisi…

(Farmacia – Interno pomeriggio – Linea gialla del rispetto della privacy per terra – Cartelloni pubblicitari di un nuovo prodotto per il mal di testa – Sandali di legno duro asserpentato in liquidazione – Neon -)

La signora prima di me chiede una pomata al cortisone. Fa il nome commerciale del prodotto e il farmacista (bravino!) le chiede se per caso non desideri il generico.
“Nonnò, mi dia quello di marca perché il generico non mi fa niente”.
Il farmacista le chiede se, almeno, vuole scaricare l’acquisto del prodotto dalle tasse.
“Nonnò…”
“Ma ce l’ha il tesserino del codice fiscale?”
“Nonnò…”

Putacaso ho bisogno anch’io dello stesso prodotto. Scelgo in generico perché so che è uguale al prodotto di marca (è solo scaduto il brevetto, per cui quel prodotto possono commerciarlo tutti, anche lo stesso farmacista se fosse prescritto come preparato galenico), tiro fuori la tessera del codice fiscale (ce l’ho, sissì…!), pago 9 euro contro 14,90 e lo scalo dalla dichiarazione dei redditi.

Io non sono bravo. Non sono più furbo degli altri. Non sono neanche migliore degli altri. Ma so che con 5,90 euro, al discount dove vado a fare la spesa ogni tanto, e dove vendono mezzo chilo di pasta a 0,39 euro (pasta più che dignitosa, da tutti i giorni ma più che dignitosa) posso comprarne 15 confezioni. Sette chili e mezzo.

Ma che alla gente fa schifo curarsi e avere anche sette chili e mezzo di pasta?? O campa d’aria?

Comprare un farmaco generico al posto dell’equivalente griffato non è l’olio della Maddalena e non risolve tutti i mali. Però uno ci pensa. Un atomo di idrogeno è un atomo di idrogeno ovunque si trovi, in acqua, in aria o nella cacca del cane. E’ perfettamente identico nella sua variabile adattabilità all’habitat. Una molecola chimica è sempre la stessa, i farmaci sono garantiti e punto.

Quella del pensare che, per qualche imperscrutabile ragione, siano inefficaci perché si chiamano con il nome di un principio attivo e non con un marchio commerciale (“nonnò!”) è solo la prima fioritura dell’ignoranza in cui stiamo andando a precipitare, senza nemmeno il tesserino del codice fiscale.

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Il “vaffanculo” dell’onorevole Picierno

Durante la seduta di giovedì scorso alla Camera dei Deputati, l’onorevole Pina Picierno del Partito Democratico ha svolto un breve intervento vòlto a denunciare “una vera e propria Parentopoli” all’interno del Movimento 5 Stelle.

Lo riporto secondo la versione che ne dà il resoconto stenografico:

PINA PICIERNO. Sull’emendamento, signor Presidente, per dire che io capisco che, per il Movimento 5 Stelle, l’onorevole Sibilia è una sorta di leader, considerando che abbiamo tra le loro file eletti con 30 voti addirittura e vorrei anche ricordare – perché occorre farlo – che tra i banchi e nelle file del MoVimento 5 Stelle, siedono anche mamme e figlie elette. Parlo della circoscrizione Lazio 2: mamma al Senato e figlia alla Camera, parlo degli onorevoli Ivana Simone e Cristian Iannuzzi, considerato che siete bravi a citare nomi e cognomi dei colleghi. Così come, vorrei ricordare che l’onorevole Giovanna Mangili e Laura Bignami sono compagne di eletti consiglieri comunali del MoVimento 5 Stelle (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico e Sinistra Ecologia Libertà). Vorrei anche ricordare che l’onorevole Cancelleri è la sorella di Giancarlo Cancelleri, capogruppo all’Assemblea regionale siciliana, così come l’onorevole Cristiana Di Pietro è sorella di Stefano, consigliere comunale di Genova. Siamo di fronte ad una vera e propria parentopoli, signora Presidente, e lezioni da chi fa parentopoli proprio questo Parlamento non se le merita e, comunque, noi non le accettiamo (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Sinistra Ecologia Libertà e di deputati del gruppo Scelta Civica per l’Italia).”

Alla fine, nel rimettere a posto il microfono, l’onorevole si è lasciata scappare un certamente liberatorio ma comunque avvertito “vaffanculo!” che non deve essere arrivato alle orecchie della Presidente di turno né degli stessi stenografi. E’ stato però immortalato dalle telecamere del canale satellitare della Camera (spesso i deputati si dimenticano che esiste).

Uno può dire “Ma tu un ‘vaffanculo’ per liberarti della rabbia non lo dici mai?” Certo che lo dico. Dico ‘vaffanculo!’ e anche ‘cazzate’, se è per quello. Ma il punto è che tra i rappresentanti dei cittadini (e la Picierno mi rappresenta anche se non l’ho votata perché per la Costituzione gli eletti rispondono a TUTTO il popolo italiano) vorrei ci fosse un linguaggio più consono al decoro delle istituzioni. Che mi stia ammalando di boldrinismo?

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Dove c’è famiglia c’è pasta

«Non farei mai uno spot con una famiglia omosessuale. Non per mancanza di rispetto ma perché non la penso come loro, la nostra è una famiglia classica dove la donna ha un ruolo fondamentale».

«Noi abbiamo un concetto differente rispetto alla famiglia gay. Per noi il concetto di famiglia sacrale rimane un valore fondamentale dell’azienda».

[Ma la pasta la mangiano anche i gay] «Va bene, se a loro piace la nostra pasta e la nostra comunicazione la mangiano, altrimenti mangeranno un’altra pasta. Uno non può piacere sempre a tutti».

«Io rispetto tutti facciano quello che vogliono senza disturbare gli altri. Sono anche favorevole al matrimonio omosessuale, ma no all’adozione per una famiglia gay. Da padre di più figli credo sia molto complesso tirare su dei bambini in una coppia dello stesso sesso».

Sulle parole di Guido Barilla a “la Zanzara” di Radio24 si è detto di tutto e, forse, lo si è detto in modo improprio e nemmeno troppo convincente, certo è che se, dopo aver ascoltato e letto questi contenuti, uno decide di boicottare i prodotti della Barilla, non consumandoli, gay o eterosessuale che sia, lo si può anche comprendere.

Il messaggio lanciato è quello di una falsa libertà, ed è questo che dà da pensare.
Dire “se a loro piace la nostra pasta e la nostra comunicazione la mangiano, altrimenti mangeranno un’altra pasta” non è un segnale di tolleranza verso chi la pensa diversamente o intende vivere in un altro modo.
Bisognerebbe poter dire “Mangiate la nostra pasta, se vi piace, e vivete come vi pare!”, non che si deve condividere anche la “comunicazione” di chi quella pasta la produce.
Il mio “obbligo” verso la Barilla finisce nel momento in cui io alla cassa pago la mia confezione di spaghetti o di rigatoni. Se ho una famiglia di tipo tradizionale, gay, se vivo da solo, se la compro per regalarla alla Caritas che la cucina per i poveri della mensa, sono esclusivamente cazzi miei.

Ho vissuto per quattro anni da single. Compravo un formato di pasta Barilla perché mi era comodo e mi piaceva. Cosa dovrei fare, sentirmi in colpa perché non soddisfacevo i requisiti dei loro spot e non c’era una donna in casa mia che avesse un ruolo fondamentale?

La frase “facciano quello che vogliono senza disturbare gli altri” implica che gli omosessuali possono sì fare quello che vogliono, PURCHE’ non disturbino gli altri. Ed è il “purché” che manca.
Sono le litanie di sempre: “Vai pure fuori a giocare ma non fare rumore”, “ti compro quello che vuoi purché tu mi lasci in pace”, “ti compro la casa per conto tuo purché tu non sposi quello lì” e viandare.

Già, ma dove comincia il “disturbo”? Avete presente quegli scemi che dicono “la tua libertà finisce dove comincia la mia” e non si sa bene dove sia la loro libertà? C’è un cartello? Che ne so, “inizio zona libertà altrui”
Il “disturbo” comincia quando si cominciano ad urtare non i sacrosanti diritti di ognuno ma la sua suscettibilità e sensibilità individuali.
Allora siccome credo nella famiglia di tipo tradizionale tu che sei omosessuale intanto sì, va beh, ti puoi anche sposare, se vuoi, ma i figli no, prima di tutto perché io credo che in una famiglia omosessuale sia molto complesso tirarne su, anche se non ho mai vissuto in una famiglia omosessuale, ma soprattutto perché una famiglia omosessuale con figli va a cozzare contro quel modello di famiglia che io diffondo nei miei spot ed è QUESTO che mi dà fastidio.
Perché poi la gente si accorgerebbe che esistono anche altri modelli familiari e il mio prodotto magari non lo compra più, e invece così  decide di boicottarlo e non lo compra più lo stesso, non fa una grinza.

E, comunque, si vede che il nucleo familiare ideale è quello “sacrale” di un fornaio che fa i biscotti e che parla con una gallina.

Nel dubbio posso dirvi che la pasta del discount che frequento (che vende anche prodotti Barilla, beninteso), il Penny Market, è buona, tiene bene la cottura, resta al dente, costa poco e mi pulisce anche il water.

Se poi avete ospiti o volete regalarvi dei minuti di piacere intenso, quasi orgasmico, Pasta Verrigni e andate sul sicuro.

Ho detto.

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Il privilegio di studiare in una scuola più sexy

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha dichiarato: «All’inizio dell’anno scolastico capita di affrontare la scuola con riluttanza, perfino come un pesante dovere, ma la scuola, il poter studiare è soprattutto un privilegio». Che strano, io pensavo che fosse un sacrosanto diritto riservato a quanti volessero dare voce e realizzazione alle proprie ispirazioni individuali. Ma forse mi sbaglio.

Il Ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza, a sua volta, ha affermato: “Dobbiamo rilanciare una scuola che sia più attraente… più sexy. Sarebbe necessario lanciare la Costituente dell’istruzione”. Una scuola sexy?? Com’è una scuola sexy??? Cosa si deve fare in una istituzione degna dell’aggettivo “sexy”? Si deve sculettare? Si deve ballare sulla colonna sonora di “9 settimane e mezzo” sulla cattedra? Si programmeranno corsi intensivi di seduzione per gli insegnanti come aggiornamento??

E i ragazzi? Un articolo di Flavia Amabile su “La Stampa” chiarisce che, seguendo una ricerca dell’Università Milano Bicocca, “più sono connessi [si intende alla rete] meno studiano”. Ah sì?? Davvero??? E io che pensavo che a stare su Facebook tutto il giorno a scambiarsi micini e bacini si diventasse dei profondi conoscitori dei “Paralipòmeni della Batracomiomachia” di Leopardi, o anche in grado di dissertare con una certa disinvoltura sul bosone di Higgs o sulle tendenze dell’economia sociale di mercato. E invece NON studiano o studiano di meno o studiano pochissimo. Ma questo lascia stupiti. Non ce lo saremmo proprio mai aspettato. Anzi, in genere usano il web per accedere a siti di interesse spiccato ed evidente (generalmente a luci rosse), strano che non imparino qualcosa.

Beh, certo. Con una scuola sexy…

[Questo è l’ultimo articolo sulla scuola che scrivo per un bel po’ di tempo]

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Le sbronze degli anni ’70

Certo Madonna quanto si beveva negli anni ’70! Tutti ubriachi come cocuzze, sbronzi come tegole. Sarà che c’era questo clima di spensieratezza collettiva, sarà che se non bevevi non ti sentivi parte del gruppo (oggi si direbbe del “branco”), sarà che Carosello presentava i liquori come facilitatori di relazione e di tacchinaggio, fatto sta che ingurgitavamo alcol a tutto vapore.

Ci avete fatto caso? Molti dei liquori che andavano di moda allora non si trovano più. Alcuni seppelliti dallo scandalo dei coloranti (ricordate l’E123??), altri, semplicemente, non hanno più trovato mercato.

Andavano molto di moda gli amari. Che per essere amari contenevano una consistente percentuale di zuccheri. Praticamente bevevamo ossimori. E coniavamo neologismi a iosa.
C’era Dom Bairo l'”uvamaro”, quello di Cimabue, Cimabue, fai una cosa ne sbagli due, poi Kambusa l'”amaricante”, Petrus, “l’amarissimo che fa benissimo” (il che significava che aveva effetti superlativi), l’Amaro Cora, l’Amaro 18 Isolabella, “la grande etichetta degli amari”, e per finire un Punt & Mes, con “quel punto di amaro e mezzo di dolce”. I più stacanovisti bevevano lo Jägermeister

E le grappe?? Grappa Piave, naturalmente, con il povero Luigi Vannucchi che raccontava come del distillato si dovesse scartare prima la testa, poi la coda e tenere solo il cuore, Grappa Julia e la Grappa Bocchino sigillo nero.

Chi aveva bisogno di riemettersi in forze poteva far ricorso al Ferro China Bisleri, o al Vov, che aveva un concorrente agguerritissimo, lo Zabov Moccia.

E come aperitivo un Rosso Antico, naturalmente, e che diamine. Che bel nome che aveva! Rosso Antico, sembrava una cosa bevuta da secoli, e con quella bottiglia seniforme e sinuosa che ricordava una donna.

Cazzo, sono diventato vecchio!

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Giulia Sarti: come ti creo il “mostro” senza virgolette

L'articolo dell'Huffington Post

“Pensavo che il problema fondamentale, se si cita “Io sono colui che è”, fosse decidere dove va il segno d’interpunzione, se fuori o dentro le virgolette.
Per questo la mia scelta politica fu la filologia.”

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

Ho già difeso Giulia Sarti, deputata del Movimento 5 Stelle su questo blog.
Non mi piace ricordare i particolari di quella triste occasione, anche perché si tratta di valori che io considero inviolabili e imprescindibili per ciascuno.

La difendo di nuovo perché ciò che le sta succedendo ha ancora dell’incredibile.

L’Huffington Post ha pubblicato un articolo dal titoloMovimento 5 stelle, Giulia Sarti cita l’imprenditore che evade il fisco: ‘Dovremmo tutti fare come lui'”

L'”imprenditore che evade il fisco”, per la cronaca, è il signor Roberto Corsi, che ha deciso di protestare contro l’oppressione fiscale non emettendo più scontrini e praticando al cliente uno sconto del 21%.

Ma la frase attribuita a Giulia Sarti, semplicemente, non è di Giulia Sarti.

L’Huffington Post conclude l’articolo: “Un appello del genere, lanciato sulla bacheca Facebook di un Parlamentare, suona come un invito ad evadere il fisco.”

Bene, mi sono detto, allora andiamo a vedere che cosa ha scritto sulla sua bacheca Facebook questa parlamentare:

Il post comincia con:
“Dovremmo diventare tutti Roberto Corsi: “Oggi sono 43 giorni che ho deciso di buttare fuori lo Stato dal mio negozio”. Roberto Corsi, piccolo commerciante di Montalto Uffugo, in provincia di Cosenza. (…)”

E finisce con “Anib, roma”

Quello che si trova tra virgolette è una citazione. La frase che comincia con “Oggi sono 43 giorni che ho deciso” è del signor Corsi, mentre quella che inizia l’articolo, e che costituisce la presunta prova per l’incriminazione di Giulia Sarti davanti la pubblica gogna, essendo una citazione non può che essere di un’altra persona.

Lo stesso Beppe Grillo ha riportato quel testo, pari pari (e ora non ho voglia di vedere se è Giulia Sarti ad aver copiato da Beppe Grillo o viceversa, non è questo che voglio dimostrare, anche se sarebbe indubbiamente interessante).

Adesso non ci resta che porci un dubbio, non è che l’estensore di quel testo esprimeva una SUA opinione che non necessariamente doveva essere condivisa da chi lo riportava (Grillo o Sarti che fosse)?

Eh, sì, perché Quando uno usa le virgolette o vuole usare una espressione in senso improprio oppure vuole dirci: “Guarda quello che viene dopo non l’ho scritto io” (appunto!)

E allora di chi è l’intervento? Potrebbe essere dell’utente “Anib, roma”, per esempio.
Eccolo qui:

E poi sarebbe bastato andare a vedere quante volte quell’articoletto è stato riportato sul web per potersi permettere il dubbio di ritenerlo come un discorso riportato da altre fonti e non necessariamente come il prodotto del pensiero originale della Sarti.

Il gioco al massacro del web ha creato una vittima per non aver visto un paio di virgolette.  

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E’ arrivato Frate Indovino!!

L’altro giorno è arrivato “Frate Indovino” a mia moglie.

Una volta il mi’ nonno Armando diceva: “E’ arrivato Frate Indovino!!”, “E’ arrivato Selezione!!” (intendendo “Selezione dal Reader’s Digest”), “E’ arrivata la bolletta della luce, natidancani!!!”.

Frate Indovino faceva parte della posta di ogni giorno, sia che arrivasse il calendario o che si trattasse di più opportune richieste di denaro, sotto forma di donazione liberale o acquisto di qualche ninnolo recapitato “comodamente” a casa per posta.

Quindi non solo Frate Indovino esiste ancora, ma ha addirittura un sito web su cui vende on line tutto ciò che è possibile vendere per posta. A volte mi stupisco ancora di quanto la tecnologia si sia ramificata.

L’avessero mandata a me la paccottiglia cartacea inviata a mia moglie avrei fatto una  richiesta di accesso ai dati per vedere chi glieli ha dati il mio nome e indirizzo. Ma mia  moglie dice che in fondo Frate Indovino le sta simpatico e allora transeat.

Per la cronaca “Frate Indovino” è esistito davvero, si chiamava Padre Mariangelo, al secolo Mario Budelli, nato a Cerqueto nel 1915. Cominciò nel 1945 a regalare un almanacco come  allegato natalizio alla “Voce Serafica di Assisi” ed è quello che viene definito come il Calendario di Frate indovino”. Morì nel 2002.

Insomma, semine, consigli, trucchi, segreti, orti, orticelli, erbe officinali, erbette aromatiche, riflessioni, lune piene, lune nuove, eclissi solari, allunaggi e quant’altro.

La prima cosa che mi è saltata agli occhi è stata una nota a pie di pagina di quelle scritte pidocchine pidocchine in calce al volantino di propaganda per le preparazioni a base di erbe (sì, perché vendono anche le tisane!):

Frate Indovino” è un marchio! Ma come si fa a fare un marchio del nome (sia pure popolare) di una persona? Sì, lo so che  è possibile, Martini è un nome che è diventato un marchio, Rana lo stesso, se ne potrebbero  fare a iosa di esempi, ma, appunto, Martini è sempre rimasto nell’alveo degli alcolici, Rana
in quello dei prodotti alimentari, Frate Indovino è passato dalla editoria parareligiosa al marketing delle tisane.

E ce ne sono di vari tipi, balsamica, digestiva, rilassante e perfino carminatica, che non sapevo che cosa volesse dire e oggi su Internet apprendo che “si compone di una miscela di piante dalle rinomate proprietà benefiche nei riguardi dell’apparato gastro-intestinale con particolare azione sull’eliminazione dei gas intestinali“. Anche a me càpita di carminare spesso, solo che non lo sapevo, pensavo solo di fare delle scorreggine, ecco tutto.

Al giornale di Frate Indovino e al volantino sulle erbe carminative è allegato un bollettino di conto corrente postale. Per cosa lo posso utilizzare? Mah, per esempio per “richiedere S.S. Messe“.

Era da quand’ero piccino che non vedo più oblazioni in danaro per le messe a suffragio dei defunti o in ricordo degli eventi. La mi’ nonna Angiolina due volte l’anno si vestiva  ammodino, andava in Chiesa, parlava col prete e tirava fuori una banconota per la messa dei  suoi genitori (che sarebbero il mi’ bisnonno Arturo e la mi’ bisnonna Armida)  nell’anniversario del loro trapasso.

O vediamo un po’ cosa fa il marchio Frate Indovino: sul sito Internet c’è un rimando a un volantino (scaricabile in PDF o in DOC o quello che è) in cui si dice:

“in numero sempre crescente, alcuni nostri Lettori ci chiedono la celebrazione di S.S.  Messe, secondo quelle che sono le loro intenzioni. Se anche Lei crederà opportuno inviarci una Sua richiesta, Le confermo che attualmente l’offerta media da noi ricevuta si aggira tra i 15 ed i 20 euro.”

Io sapevo che le messe sono gratuite. E che uno ci può andare se vuole e pregare per chi crede. Non sapevo che per un “servizio” (tale viene considerata dal sito la celebrazione di una messa) del genere ci fosse una sorta di “media statistica” di 15-20 euro. Certo, non è  un tariffario strettamente obbligatorio, tant’è che subito dopo si legge:
“Tuttavia La pregherei di considerare che accettiamo anche offerte minori a cominciare da 10 euro, come indicato dalla Conferenza Episcopale Umbra.”

Ah, ecco. Nientemeno che accettano ANCHE offerte inferiori, a partire da 10 euro! E se io non ho i soldi e non posso pagare 10 euro e ne invio, poniamo il caso, due o tre (che per pronunciare un mome in una funzione religiosa vanno già bene)? E se io ritengo che 10 euro  siano troppi e voglio darne 5? Cosa fanno, non l’accettano? Una offerta è una offerta e deve essere lasciata  alla liberalità della persona, non dovrebbe mai essere prestabilita nel minimo.

Però se volete un ciclo di messe gregoriane, la nota spiega che “L’offerta per la celebrazione delle 30 S.S. Messe Gregoriane si aggira tra i 450 ed i 550 euro”

e la nota alla nota chiarisce che “Per il maggior onere, costituito dal celebrare le Messe Gregoriane, i fedeli sono soliti offrire al sacerdote un’oblazione un po’ più consistente  della consueta”.

Adesso che ho letto tutto corro subito a richiederne una, sì…

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Roberto Saviano e la Mondadori condannati a rifondere 60000 euro per aver copiato brani di “Gomorra”

da www.wikipedia.org - Foto di Piero Tasso - Questo file è licenziato in base ai termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported

Roberto Saviano è stato condannato dalla Corte d’Appello di Napoli al risarcimento di 60.000 euro (che non sono nemmeno tanti, voglio dire), assieme alla Arnoldo Mondadori Editore, a favore della Libra scarl e di varie testate giornalistiche, per aver illecitamente riprodotto tre aricoli tratti da “Cronache di Napoli” e “Corriere di Caserta” nel suo celebre romanzo “Gomorra”.

In primo grado il procedimento si era concluso con l’assoluzione di Roberto Saviano che ha sempre invocato il pubblico dominio delle informazioni contenute in quegli articoli, e che “riduce” il danno parlando di “autonoma attività creativa dell’autore” e che “I giudici hanno (…) ritenuto che due passaggi del mio libro avrebbero come fonte due articoli dei quotidiani di Libra. Neanche due pagine su un totale di 331. Ricorrerò in Cassazione. Anche se si tratta dello 0,6% del mio libro – conclude – non voglio che nulla mi leghi a questi giornali.”

Alla prima obiezione c’è solo da rispondere che in Germania il Ministro della difesa Karl-Theodor zu Guttenberg si dimise per aver copiato una parte della sua tesi di laurea. Saviano non riveste alcuna carica pubblica e non può certo dimettersi da niente. Ma è un personaggio pubblico, è uno scrittore stimato dalla gente (non tutta, a dire il vero), appare in TV, vende milioni di copie in tutto il mondo, parla, ma soprattutto è considerato autorevole. Lo 0,6% è anche troppo.
Se voleva che nulla lo legasse ai giornali che gli hanno fatto causa (vincendola!) avrebbe potuto evitare di copiarli o, quanto meno, di prenderli come fonti. O avrebbe potuto citarli. Non è il ragazzino che va dall’insegnante con una ricerca copiata da Wikipedia.
Ricorrerà in Cassazione? Benissimo, è un suo preciso e fondamentale diritto. Ma la Cassazione civile, come quella penale, non interviene più nel merito dei fatti (che con il processo di appello rimangono accertati), ma sulle procedure.
Saviano afferma che, anzi,  sarebbe stata la Controparte a plagiare qualche suo scritto originariamente pubblicato su “Repubblica” e “il Manifesto”. Bene, agisca in giudizio e potrà avere ragione delle sue lamentele in un giudizio separato, qui non si tratta di vedere se qualcuno ha copiato Saviano, ma del contrario, ovvero del fatto che Saviano abbia copiato qualcuno.

Una cosa che non ha ancora detto nessuno è che sia Saviano che la Mondadori sono stati anche condannati al ripristino dello “stato di fatto” ovvero alla modifica del testo di “Gomorra” in modo che contenga il riferimento ai brani copiati. Le spese di giudizio ammontano a quasi 20000 euro.

Per la cronaca, ho usato come fonti il “Corriere del Mezzogiorno” on line («Copiate alcune pagine di Gomorra» Saviano e Mondadori condannati in appello in http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2013/21-settembre-2013/copiate-alcune-pagine-gomorrasaviano-mondadori-condannati-appello-2223230781946.shtml) e il dispositivo di sentenza. Tanto per esser chiari.

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Laura Boldrini: Guten Hashtag!

Non ci sono più parole per raccontare le reazioni verbali e non di Laura Boldrini di fronte alle presunte offese che le giungono.

Infatti, se da una parte le espressioni rivoltele possono far legittimamente pensare a un’intenzione diffamatoria, dall’altra i suoi pasticci telematici prestano il fianco a una interpretazione quanto meno pretestuosa dell’indignazione dimostrata davanti a quelle espressioni suppostamente denigratorie.

Beppe Grillo ebbe, giorni fa, a definire la Boldrini “un oggetto di arredamento del potere, non è stata eletta ma nominata da Vendola.
Ora, indubbiamente sentirsi definire “oggetto di arredamento” sa molto di soprammobile e può ferire e urtare la sensibilità personale. La Boldrini avrebbe avuto tutto il diritto di rivolgersi alla magistratura per vedere se quelle parole sono o non sono un’offesa o se sono frutto (come io sono convinto) del diritto di critica di Beppe Grillo.

Ma la Boldrini ha contrattaccato, e l’ha fatto sul web, attraverso il suo account Twitter: “Grazie alle parlamentari di diversi partiti per la solidarietà contro un’offesa a tutte le donne. Grazie a chi sta twittando #siamoconlaura”.

Facile la contromossa: “Le critiche sono rivolte a lei, non alle donne italiane. Si vergogni di usarle come scudo per la sua incosistenza.”

Al che, inspiegabilmente, la Boldrini cancella il suo intervento su Twitter. Che viene comunque ripreso da svariate testate giornalistiche, il TG1 in testa. Viene anche ripreso dallo stesso blog di Grillo, ma col passare delle ore viene a mancare sempre di più la fonte diretta. Nessuno, in breve, che si sia preso la briga di “fotografare” il post prima della sua cancellazione. E le notizie riportate di seconda mano sono sempre un po’ antipatiche.

Sono riuscito a ritrovarne tracce sicure, perché il post originale è, purtroppo, stato cancellato anche dalla cache di Google.

Ma andando a cercare proprio su Google la stringa “solidarietà contro un’offesa a tutte le donne (l’ultima parte dello scritto della Boldrini) si trova che l’intervento, ancorché cancellato, è stato regolarmente indicizzato:

(clicca sull'immagine per ingrandirla)

Qui potete vederlo in versione più ingrandita:

I riferimenti sono chiari, c’è l’indirizzo web dell’account della Boldrini e c’è anche il numero di riferimento del post. Il testo è proprio quello, così com’è stato riportato.

Su Twitter i toni si sono un po’ smorzati (Grazie ai gruppi della #Camera per il sostegno in aula non tanto alla mia persona, ma all’Istituzione che rappresento – Grazie a chi ha firmato una nota di solidarietà nei miei confronti e ai tanti che stanno retwittando)

ma su Facebook la Boldrini rilancia: “Così tanti attestati di vicinanza e solidarietà oltre a farmi piacere sono la prova che chi voleva offendere me ha in realtà offeso tutte le donne. Fuori e dentro la Camera.” In breve, si arroga il diritto di rappresentare tutte le donne (“fuori e dentro la Camera”, ci tiene a precisare, come se ci fosse differenza), anche quelle che possono essere d’accordo con Grillo e, quindi, non sentirsi minimamente offese.

Non esiste la diffamazione di genere e la Boldrini non ne è l’emblema. Abbia almeno la compiacenza di non parlare anche in nome di chi non si sente rappresentata da lei.

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La Signorina Misericordia

da: www.wikipedia.org - Questo file è sotto la licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 2.0 Generico

Il Papa ha rilasciato un’intervista a “Civiltà Cattolica”.

“Cività Cattolica” è una rivista gesuita. Il Papa è un gesuita. Praticamente si è intervistato da solo.

Dice che bisogna usare “misericordia” con le persone omosessuali e coi divorziati. Ma non si può invocare la misericordia (di Dio o degli uomini che sia) per chi è in un certo modo.
La misericordia non si usa con le condizioni.

E tutti a dire che è un segnale di apertura e di rivoluzione. La gente quando non sa quali parole usare per definire qualcosa si serve di “rivoluzione”. La “rivoluzione” è stata quella francese. O quella copernicana.

Non esiste un cambiamento effettivo nelle parole del Papa perché se si vuole continuare a somministrare i sacramenti a un gay o a una persona separata o divorziata bisogna fare i conti con il Codice di Diritto Canonico e con il Catechismo.

E’ il Papa. Cosa volete che dica? “Sì, sposati pure con una persona del tuo stesso sesso se lo desideri”? “Sei una donna in gamba, puoi essere sacerdote nella Chiesa”? “Se sei divorziata puoi risposarti in Chiesa così puoi di nuovo accedere ai sacramenti”?

Alcuni di questi malumori li ho espressi a “Tutta la città ne parla” questa mattina.

 

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Essere indagati oggi

La ragazza gli corre a fianco. Lui la supera. Ha il passo più svelto e il respiro più lungo. Saranno sì e no 350 metri. Si ferma, l’aspetta, ma lei non viene.

Poi lo avvisano, è successo qualcosa. Lei non corre più. E’ ormai un corpo crivellato di coltellate con accanto un telefonino ormai inutile.

Naturalmente LUI viene formalmente indagato. Gli inquirenti si affrettano chiarire che non sussistono prove a suo carico. Ma allora perché viene indagato? Per dargli la possibilità di difendersi, d’accordo, ma di difendersi da che cosa? Quale accusa gli è stata formalmente rivolta? E, soprattutto, perché? Solo perche era l’ultimo a trovarsi in zona e ad averla vista viva?

Non era stato lui.

In Italia si finisce indagati per questo e per molto, molto meno. La colpa è quella di trovarsi in un determinato luogo (sbagliato) in un determinato momento (sbagliato).

L’essenziale è che il sospetto, il malessere, il disagio di avere in mano un enigma intricato (nessun movente) venga riversato su qualcuno, se non l’assassino qualcuno che potrebbe somigliargli, non importa se non ci sono prove a suo carico.

E’ come un puzzle in cui si “forza” la collocazione di un pezzo. Si vede che non torna, ma lo si tiene così perché si spera che alla fine tutto quadri.

C’è solo di che avere paura.

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Della Concordia e della metafora del paese

Screenshot da www.repubblica.it

Questa storia del raddrizzamento della Concordia all’Isola del Giglio non convince nessuno. Enrico Letta dice che è un “grande orgoglio italiano”.

Lo scrittore Roberto Saviano, su Facebook, quanto meno si pone il dubbio, legittimo ma radicalmente dissentibile, se questa remissione “in asse” sia o non sia un simbolo evidente e parlante di un desiderio della collettività di uscire dalle acque e riprendere la posizione eretta.

La Concordia che è venuta fuori dall’acqua del Tirreno è storta, melmosa, tetra, rotta. Ecco il grande orgoglio italiano. Eccola la metafora del paese. Fa paura e la terranno lì ancora per non si sa quanto tempo.

E il catetere da adulti imposto (per sbaglio o per imperizia) a una bambina di due anni provocandone la morte, il carabiniere che ruba il bancomat di una donna per andare a giocarsi i soldi alle slot machines, l’arresto del cantante Zuccherino che ha partecipato a una sparatoria, il videomessaggio di Berlusconi che stamattina presto c’era e poi non c’è più, Ligabue che cade al concerto all’Arena di Verona, un commando di vegani che assalta una festa degli arrosticini, queste non sono metafore dell’Italia, questa E’ l’Italia.

Nessuno ci rimetterà mai più in asse.

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