Gino Paoli e la Canzone dell’Amore perduto di De André

Gino Paoli, in una intervista a Andrea Scanzi su “Il fatto quotidiano” del 29 settembre scorso a domanda ha risposto:

D: L’autoscatto più nitido di De André, quindi, è la Canzone dell’amore perduto?

R: Fabrizio si è fatto influenzare continuamente. Come tutti. Invece, in quel brano, c’è solo lui. Col tempo arrivano le sovrastrutture. Magari migliori, ma sei meno puro.

“In quel brano”, verrebbe da rispondere a Paoli, c’è anche Telemann, autore di quel Concerto per tromba e orchestra in Re, che costituisce ossatura e muscolatura della “Canzone dell’amore perduto”.

Nessuna sovrastruttura, quindi. Solo sostrati.

Gino Paoli in una immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Gino_Paoli_cropped.jpg
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E’ morto Marco Bellotto: il diritto di non rispondere

Vorrei ricordare assieme a voi Marco Bellotto, giornalista e attivista finissimo, autore di un saggio dal titolo storico (“Il diritto di non rispondere”).

E’ morto ad Addis Abeba. Aveva solo 46 anni.

Fa parte dei ricordi di quel Veneto in cui ho vissuto e che si sta allontanando sempre più dalla memoria e dal vissuto.

Abbraccio quanti gli hanno voluto bene. E quanti, come me, non ne hanno avuto il tempo.

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Amnistia e Farina del loro sacco

Ora che Sallusti è stato definitivamente archiviato nella memoria pubblica e in quella giudiziaria, i giornalisti e i professionisti della carta stampata che fino all’altro giorno lo hanno difeso ad oltranza sostenendo che non si poteva e non si doveva andare in galera per un reato di opinione hanno capito (o, forse, lo sapevano già da prima) che non di reato di opinione si trattava ma di una vera e propria esposizione consapevolmente, e quindi colpevolmente falsata dall’autore dell’articolo incriminato che l’omessa vigilanza di Sallusti ha permesso di pubblicare.

Tutti, dunque, Travaglio per primo (nonostante non rinneghi gli articoli passati a difesa dei prinipii per cui Sallusti ha rischiato il carcere e al carcere è stato condannato), van gridando lor lai, riconoscendo che sì, è stata proprio una diffamazione bella e buona, comunque la si rigiri.

Dall’alra parte c’è la proposta di amnistia e indulto che non è ufficialmente una proposta di amnistia e indulto venuta dalla Presidenza della Repubblica.
In effetti sotto il profilo formale si tratterebbe solo di una proposta per modificare il dettato costituzionale che vede, per questi provvedimenti di clemenza che sono prerogativa parlamentare, un iter troppo complesso e delle maggioranze che ne renderebbero sulla pratica molto difficile l’applicabilità.
Ma il segnale è chiaro. E dall’indulto-Mastella del 2006, votato con profonda convinzione anche da gran parte dell’opposizione di allora, la stessa che sarebbe andata al governo due anni dopo, le buone intenzioni e i proclami per svuotare le carceri si sprecano.

La soluzione, dunque, sarebbe un effetto-fuochi d’artificio: il provvedimento-bòtto di fine legislatura che obbligherebbe i magistrati a celebrare processi-farsa che finirebbero con l’applicazione dell’amnistia e, eventualmente, con la possibilità di valersi civilmente sul danno subito. O, al massimo, che li obbligherebbe ad applicare amnistie retroattive improprie.

Anziché prevere corsie preferenziali e scorciatoie per il risarcimento dei danni, depenalizzazione dei reati minori e forme alternative alla detenzione per chi in carcere ci deve andare davvero.

E, almeno, che l’amnistia con corrisponda all’amnesia, all’oblio delle coscienze. Sarebbe davvero troppo.

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Cassazione: Sallusti definitivamente colpevole. Condannato a 14 mesi di reclusione. Salvo lo Stato di diritto.

La sentenza salomonica della Cassazione ha sancito che quattordici mesi sono una pena congrua e che Sallusti è colpevole.
Non sono state le difese di Travaglio e Di Pietro a salvarlo.
Neanche il tentativo in “extremis” di un decreto d’urgenza che cambiasse le normative sulla diffamazione e eliminasse il carcere dalla comminazione della pena.

Ora Sallusti potrà chiedere le misure alternative alla detenzione in carcere: gli arresti domiciliari o l’affidamento in prova ai servizi sociali. E’ un suo diritto chiederlo, se lo vorrà e, mi permetto di dirlo, un dovere dello Stato concederle.

Una revisione seria della normativa sulla diffamazione non può che passare per il vaglio del Parlamento.

Ma lo Stato di diritto non ammette scorciatoie.

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La deformazione del Caso Sallusti

Screenshot tratto sal sito web di Rai News 24

Il caso Sallusti si sta trasformando, più che nella discussione, sia pure animata dai tempi che scorrono inesorabili verso il definitivo pronunciamento della Corte di Cassazione, su tematiche imprescindibili e inderogabili per un sistema democratico come quello della libertà di critica e di espressione, nella difesa ad oltranza e ad ogni costa da parte di un movimento politico e giornalistico acriticamente unito, della persona del giornalista Sallusti che, evidentemente, non deve e non può andare in carcere.

Sallusti è stato difeso da tutti. Tutti. Da Travaglio, da “Repubblica” (che non mi sembrano né un giornalista né una testata tradizionalmente “amiche” del direttore del “Giornale” della famiglia Berlusconi), da esponenti del PD che propongono interrogazioni parlamentari, da una nota su Twitter della Presidenza della Repubblica, da Di Pietro che sottolinea l’urgenza di un problema, quella della abnormità della previsione del carcere per il reato di diffamazione, che esisteva e resisteva lì, nel codice penale, da decenni e decenni, senza che nessuno se ne sia mai accorto..

Ieri sera una notizia su RaiNews24: si sarebbero aperte delle trattative per la risoluzione stragiudiziale del caso Sallusti e per giungere alla remissione della querela.

Ora, risolvere in via stragiudiziale un caso di diffamazione è legalmente possibile. Non so se lo sia anche tecnicamente, proprio nel momento in cui il terzo e definitivo grado di giudizio sta per emettere la sentenza, ovvero se ci siano i tempi materiali per farlo. Se sì si tratterebbe di vedere CHI sta cercando questo accordo di risarcimento.
Se lo stanno cercando gli avvocati difensori di Sallusti, assieme ai legali rappresentanti della parte offesa, possono farlo e va bene. Dovrebbe essere, quella della trattativa, una fase delicata che non abbisognerebbe di pubblicità fino al momento in cui non è andata a buon fine, ovvero fino a quando il risarcimento non sarà versato al querelante nelle forme e nei modi che sono stati pattuiti.

Questo va bene. Non è una cosa anomala, anzi, è perfettamente legale. Non ci si difende dalla galera solo nel processo, ma ci si difende anche fuori dal processo, quando è possibile. E in questo caso è possibile.

Quello che invece no, non va bene per niente, è il coro di quanti, senza essere difensori di Sallusti, esternano sull’argomento rilasciando dichiarazioni che, nel migliore dei casi lasciano indifferenti o addirittura pietrificati.

Pasquale Cascella, portavoce del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha scritto su Twitter: «Il presidente naturalmente segue il caso e si riserva di acquisire tutti gli elementi utili di valutazione».
E’ una frase neutra. E, come tale, soggetta a varie interpretazioni.
Cosa vuol dire che il Presidente della Repubblica “segue il caso”? E cosa significa, soprattutto, che “si riserva di acquisire tutti gli atti di valutazione”?
Gli atti di valutazione ci sono già, li ha emessi la magistratura alla fine di due giudizi di merito, al termine dei quali  è stata emessa una condanna, secondo la quale Sallusti dovrà andare -ed è triste- in carcere e con motivazioni già depositate e pubblicate (quindi consultabili da chiunque).
Non mi risulta che per nessun cittadino italiano indagato e/o condannato per diffamazione sia mai stata diramata una nota da parte del portavoce del Quirinale.
Perché quand’anche il cittadino qualunque si rivolgesse al Capo dello Stato ne avrebbe una risposta diplomatica ma vera: “abbia fiducia nel lavoro della magistratura ed eserciti fino in fondo il suo imprescindibile diritto di difesa”. Altro che acquisire “tutti gli elementi utili di valutazione”!

Ora, però, si dà il caso che il cittadino Sallusti sia anche un giornalista (non un blogger, non una persona che abbia in maniera maldestra o sprovveduta offeso l’onore e la reputazione di qualcuno perché mossa da un istinto di rabbia su un forum, su Facebook, su un newsgroup o altrove), e che stia per andare in carcere.
Era stato lo stesso Sallusti a sollecitare un intervento autorevole, con una dichiarazione al TG de “la 7” di Enrico Mentana: “mi preoccupa il silenzio delle alte cariche dello Stato e del governo che presumo, per motivi di antipatia personale o ideologici, non hanno detto nulla su questa vicenda.”
La palla fu presa al balzo dal deputato Mario Adinolfi che ha a sua volta chiesto un intervento del Presidente della Repubblica. A quale gruppo parlamentare è iscritto il deputato Adinolfi? Al Partito Democratico.

Io penso che su questa vicenda non si sia detto nulla a qualunque livello istituzionale e non si dovrebbe dire molto (ma invece si dice fin troppo) per il semplice fatto che chi aveva qualcosa da dire (cioè la magistratura inquirente, il GIP, il GUP prima, e la magistratura giudicante poi) lo ha già detto.
E’ pieno diritto del Presidente della Repubblica esprimere una sua opinione o un suo auspicio in merito.
Ma si fa quello che dice la Magistratura e solo quello che dice la Magistratura, altrimenti lo Stato di diritto va a pallino, si creano cittadini di serie A e di serie B, e il principio cardine che tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge finirebbe, di fatto, con l’essere il piede di porco con cui viene scassinato lo stato di diritto.
E, ancora una volta, può il privato cittadino, incriminato per la stessa causa, andare su un TG a diffusione nazionale e meravigliarsi del silenzio delle alte cariche dello Stato e del governo, quando il Governo è un potere dello Stato completamente indipendente dal potere esercitato dai magistrati?
Risposta: no, non può. Perché il privato cittadino non fa notizia. Sallusti sì.

Le sentenze e la loro pericolosità sulla libertà di opinione e di critica (libertà suprema) non sono tali se non fanno notizia. E fanno notizia solo quando riguardano i giornalisti, perché sono loro quelli che hanno il coltello dell’informazione dalla parte del manico.

Sallusti, dunque, potrebbe andare in carcere. Già, ma in Italia non è che si va in carcere così a casaccio, anche se si è stati condannati a 14 mesi di reclusione. Esiste la sospensione condizionale della pena che viene concessa o non concessa, secondo un articolo del Codice Penale, il 133.
Chissà che cosa dirà l’articolo 133 del Codice Penale? Andiamo un pochino a vedere cosa c’è scritto:
“Nell’esercizio del potere discrezionale indicato nell’articolo precedente, il giudice deve tenere conto della gravità del reato, desunta:
1) dalla natura, dalla specie, dai mezzi, dall’oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità dell’azione;
2) dalla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato;
3) dalla intensità del dolo o dal grado della colpa.
Il giudice deve tener conto, altresì, della capacità a delinquere del colpevole, desunta:
1) dai motivi a delinquere e dal carattere del reo;
2) dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al reato;
3) dalla condotta contemporanea o susseguente al reato;
4) delle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo.”

Può darsi, dunque, che Sallusti abbia dei precedenti penali specifici. Non dovrebbe stupire, visto che un direttore di giornale viene chiamato spesso a rispondere delle affermazioni suppostamente diffamatorie da lui scritte e pubblicate direttamente, o come responsabile della testata. E che il cumulo di eventuali condanne con quella che pende in Cassazione  abbia fatto scattare il superamento dei 24 messi, per cui si applicano le misure detentive (carcere, arresti domiciliari o affidamento in prova ai servizi sociali). E’ una ipotesi, non una certezza.
Sallusti in una sua dichiarazione ha affermato “Non ho prece­denti penali” (cfr. Sallusti, “La verità sul mio arresto”, il Giornale, 23/09/2012).
Wikipedia, alla voce “Alessandro Sallusti” scrive: “Il caso ha suscitato l’interesse dell’FNSI in quanto, essendo stato Sallusti precedentemente condannato per un caso simile, dovrà certamente scontare la pena comminata.”
Io non so chi dei due abbia ragione, ma so che delle due l’una.
E’ possibile, dunque, che Sallusti possa reiterare il reato? La sentenza di appello dice di sì, sulla base di quell’obbligo che ha il giudice di valutare la “capacità a delinquere del colpevole”. E’ una motivazione condivisibile? Non è condivisibile?? Certo, le sentenze si possono criticare, ma non dubito che gli avvocati di Sallusti lo abbiano fatto presente in sede di ricorso in Cassazione.

Nel frattempo tutti i difensori di Sallusti trasversali allo schieramento politico costituzionale, e difensori nell’arena dell’opinione pubblica e non nelle aule di giustizia, insistono su un concetto palesemente e consapevolmente falso: il fatto che Sallusti abbia commesso un reato di opinione.

Il primo a scrivere una cosa del genere è Antonio Di Pietro. Ora, Antonio Di Pietro è un ex pubblico ministero. Dovrebbe conoscere, e di fatto conosce a menadito, il Codice Penale. Quindi sa certamente che il reato di diffamazione a mezzo stampa non è un reato di opinione, ma è un reato contro la persona. Fa parte del capo II del titolo che riguarda proprio i reati contro la persona. Non è un’opinione, c’è proprio scritto sul Codice Penale. Basta leggerlo. E Di Pietro lo ha letto mille volte.
Sul suo blog Di Pietro scrive: “Incredibile ma vero, io difendo Sallusti. Nella mia vita mai mi sarei immaginato di dover difendere un giorno Alessandro Sallusti, uno dei capofila del giornalismo berlusconiano, che io reputo il peggior giornalismo che ci sia.” E va beh, accettiamo la captatio benevolentiae voltairiana che caratterizza l’incondizionata adesione alla difesa di Sallusti che non risparmia neanche Di Pietro.
Ma proseguiamo: “Certo, il caso è diverso quando si tratta di persone che non fanno del giornalismo ma solo attività di dossieraggio. Lì non si tratta più di reato d’opinione o di libertà di informazione ma di associazione a delinquere, e quelli sì che in galera ci devono andare. Ma finire in carcere per reati d’opinione quello mai.” Sul fatto che la diffamazione non è un reato di opinione ho già detto. Quanto all’associazione a delinquere, anche qui c’è da dire che si tratta di una condotta che prevede almeno la partecipazione e l’accordo di tre persone, per cui il sensazionalismo evocato da questa ipotesi di reato mi sembra quanto meno fuori luogo.
Qual è la proposta di Di Pietro? “noi dell’Italia dei Valori sul caso Sallusti, non solo abbiamo presentato un’interrogazione parlamentare a risposta immediata per mercoledì prossimo, ma proponiamo anche una legge per abolire la pena detentiva sic et simpliciter. Se il governo non ritiene di doverlo fare, possiamo farlo noi in commissione Giustizia come sede deliberante e, in ogni caso, può intervenire il capo dello Stato con un provvedimento di grazia”

L’abolizione della pena detentiva non basta. Occorre depenalizzare la diffamazione. Punto.
Non è sufficiente che una persona non rischi più il carcere. Non deve nemmeno rischiare un processo.
Deve essere velocizzato il procedimento civile (anche mediante il tentativo di conciliazione previa già in vigore) e in quella sede deve essere liquidato il danno.
L’Italia dei Valori in questo senso è lontana anni luce dal trovare una risposta soddisfacente all’abnormità della normativa in tema di diffamazione (a mezzo stampa o no che sia), ma, soprattutto, si muove solo quando a rischiare il carcere sono i giornalisti di grandi testate, quando il caso diventa talmente eclatante da non permettere più di perdere tempo nemmeno al politico che ha intrapreso un gran numero di cause contro Sallusti.
La grazia del Capo dello Stato? E’ una soluzione. Intanto dobbiamo vedere se Sallusti andrà in galera o no. Se ci andrà bisognerà vedere anche se sarà disposto a chiederla la grazia. Ma sia chiaro che il provvedimento di grazia non escluderebbe l’eventuale colpevolezza di Sallusti se domani la sua sentenza fosse confermata dalla Cassazione.

Si riformi la diffamazione, dunque, e lo si faccia presto.
Ma non si sottragga al cittadino Sallusti e ai cittadini italiani lo Stato di diritto in corso d’opera.
Sono d’accordo per tutti i provvedimenti consentiti dalla legge per ridare la libertà al cittadino Sallusti (primo fra tutti l’affidamento in prova ai servizi sociali). Non sono d’accordo con l’adozione di provvedimenti che sembrerebbero, questi sì, “ad personam” proprio nel momento in cui da una parte si sta svolgendo una trattativa e dall’altra la Cassazione deve dare il suo sereno parere. 

Aggiornamento delle 19:47:

“Repubblica” riporta la notizia che la trattativa non stia andando a buon fine e che Sallusti rischi seriamente il carcere.

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Il testo del bando di concorso per docenti nelle scuole dell’infanzia, primaria, secondaria di I e II grado

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
Dipartimento per l’Istruzione
Direzione Generale per il Personale Scolastico
IL DIRETTORE GENERALE

Vista la legge 7 agosto 1990, n. 241, recante nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi, e successive modifiche, nonché il decreto del Presidente della Repubblica 12 aprile 2006, n. 184, regolamento recante disciplina in materia di accesso ai documenti amministrativi;
Vista la legge 19 novembre 1990, n. 341, recante riforma degli ordinamenti didattici universitari;
Vista la legge 28 marzo 1991, n. 120, concernente norme a favore dei privi della vista per l’ammissione ai concorsi;
Vista la legge 5 febbraio 1992, n. 104, e successive modifiche, recante la legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate;
Visto il decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, e successive modifiche, con il quale è stato approvato il testo unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione, e in particolare gli articoli 399 e ss. concernenti il reclutamento di personale docente ed educativo nelle scuole di ogni ordine e grado;
Vista la legge 15 maggio 1997 n. 127, e successive modifiche, recante misure urgenti per lo snellimento dell’attività amministrativa e dei procedimenti di decisione e di controllo; Continua la lettura di “Il testo del bando di concorso per docenti nelle scuole dell’infanzia, primaria, secondaria di I e II grado”

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Lo stillicidio delle dimissioni di Renata Polverini

L’eterno altalenarsi delle notizie riguardanti una possibile ma non imminente, una ventilata ma non formalizzata, una quasi-certa ma non ancora certa ovvero certissima determinazione da parte di Renata Polverini a rassegnare le dimissioni dalla carica di Presidente della Regione Lazio, costituisce uno stillicidio insopportabile per qualunque persona di buon senso che ami mediamente informarsi attraverso i giornali e che ricerchi la conferma dell’inevitabile. Conferma che non arriva MAI.

Perché un gesto oramai inevitabile non può essere disannunciato per una questione di maggioranze risicatissime, di voti che si contano sulla punta di un dito di una mezza mano monca, di equilibrismi che non rappresentano più nessuno, ora che alcune delle parti delle pedine che sono state ad assistere inerti a tutto questo sfascio hanno tolto la loro presenza dal Consiglio Regionale.

E viviamo in questo anda e rianda di sensazioni, pensieri e parole, oper e omissione. Dove l’unica omissione certa sono le dimissioni che non arrivano, di chi non può più occuparsi del governo di una regione perché ha perso l’equilibrio dell’opposizione. Che, poi, tanto opposizione non era, but that’s another story.

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Le “brevi” del blog via Smartphone

Da oggi il blog potrà essere arricchito di notizie brevi (corredate o meno da immagini) inviate dallo Smartphone.

La brevità delle “news” e degli interventi (che saranno contenute, oltre che nella categoria più adeguata alla tematica esposta, anche sotto quella denominata “Smartphone”), unirà l’esigenza di sintetizzare i contenuti e quella di sfruttare un mezzo dalle possibilità limitate (non posso certo scrivere le mie lungagnate con lo Smartphone, ci metterei nove ore e non avrebbe senso).

Però è un canale di comunicazione che vale la pena di tenere aperto. Stay tuned.

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Nessuno tocchi Travaglio che difende Sallusti!

La prima pagina de "il Giornale" di ieri

Faccio una premessa: ho sempre sostenuto e sostengo che la diffamazione in Italia viene regolamentata con un insieme di norme perverse e assurde che non tutelano né il cittadino diffamato né il cittadino che si vedesse indagare per un presunto atto diffamatorio nei confronti di terzi.

Trovo aberrante che nel nostro paese la diffamazione venga regolamentata con il sistema penale (oltre che con quello civile) e che il “chiunque”, soggetto di diritto dei nostri codici, possa andare in carcere per un massimo di tre anni per aver leso l’onorabilità di qualcuno.

Non ho detto che l’onorabilità di qualcuno non debba essere tutelata, quando è lesa. Ho detto solo che una sanzione penale, che può tradursi, nei casi più gravi, anche nella pena detentiva (per il reato di diffamazione aggravato dal mezzo di pubblicità, come quello della stampa, la pena minima va da sei mesi a tre anni, in alternativa alla multa non inferiore a 516 euro) non è adeguata in un contesto europeo in cui, sia pure con dibattiti molto accesi dall’una e dall’altra parte, i sostenitori della depenalizzazione del reato di diffamazione la stanno spuntando su norme obsolete  per cui chiunque scriva delle cazzate contro qualcun altro deve andare in galera.

Gli strumenti, dunque, sono imperfetti ed inadeguati. Ma sono quelli. Non li possiamo bypassare né ce ne possiamo inventare di nuovi. A meno che, ripeto, non si attui una riforma radicale della materia. Possibilmente con organismi stragiudiziali che dirimano il contenzioso in tempi brevi, perché né un cittadino diffamato può attendere anni un processo penale e pagare comunque gli avvocati per rappresentarlo, né il presunto diffamatore può essere condannato dopo cinque o sei anni per un fatto di particolare tenuità e vedersi troncare la vita a metà.

Ciò premesso, Alessandro Sallusti, direttore de “il Giornale” di Berlusconi, sta rischiando grosso.
In secondo grado è stato condannato, senza il beneficio della sospensione condizionale della pena, a 14 mesi di reclusione per una ancora presunta diffamazione ai danni di un magistrato. Anzi, per aver omesso il controllo, in qualità di direttore responsabile di un organo di stampa, su un articolo diffamatorio apparso sul “Giornale” in forma pseudo-anonima (o anonimamente pseudonima).

Perché non sia stata concessa la sospensione condizionale della pena (che eviterebbe l’applicazione della pena in carcere, agli arresti domiciliari o dell’affidamento in prova ai servizi sociali) non è chiaro. La sentenza parlerebbe della possibilità da parte di Sallusti di reiterare il reato (cioè potrebbe omettere, intenzionalmente o colpevolmente, di controllare altri articoli in ipotesi diffamatòri).

Fatto sta che il 26 settembre prossimo Sallusti potrebbe andare veramente in carcere, se la Cassazione dovesse confermare quanto stabilito in secondo grado. Come è noto, la Cassazione sentenzia solo su aspetti formali e procedurali, non entra più nel merito. Per cui, se confermata, la sentenza da applicare sarebbe solo quella della corte d’appello (che, a sua volta, ne riformava una molto più mite inflitta in primo grado, ma che, comunque, vedeva Sallusti condannato).

Sallusti, come è normale, contrattacca e porta avanti i suoi argomenti: “Ho paura di vivere in un paese dove ci si permette di arrestare le idee, di metterle in carcere”. Qui dice la prima inesattezza, perché la diffamazione non è un reato ideologico ma un reato contro la persona.

Sallusti si lamenta, poi, del fatto che “la querela è stata fatta da un magistrato ed è stata giudicata in modo così severo da un altro magistrato”. Già. Non si vede perché un magistrato, se si sente diffamato, non possa ricorrere alla magistratura che, mi pare, sia l’unica a dover decidere in merito.
Come se il fatto di essere giudicati da un altro magistrato costituisse di per sé un punto a favore del querelante.
Un esempio: nel luglio scorso il GUP di Ancona ha accettato la richiesta del Pubblico Ministero Irene Billotta sull’archiviazione delle accuse contenute nella querela sporta dal Pubblico Ministero Mariaemanuela Guerra, sempre per diffamazione, nei confronti di tre poliziotti.
Dunque, un pubblico ministero si sente (legittimamente) diffamato, si rivolge alla magistratura che, però, decide di archiviare. E non importa niente se la parte offesa era a sua volta un magistrato, tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge.

Dunque, il 26 settembre si saprà se la pena verrà effettivamente applicata o no.

Nel frattempo chi difende Sallusti? Marco Travaglio, con un editoriale del “Fatto Quotidiano” di oggi intitolato “Salvate il soldato Sallusti”, in cui, mettendo da parte le armi con cui i due se ne sono dette di tutti i colori in passato, e trasformandosi in un novello Voltaire, che darebbe la vita affinché l’avversario avesse la possibilità di esprimere la propria idea, dice che la questione non è quella di Sallusti, e che bisogna salvare i principii.

Ma i principii quali sono, che un giornalista non possa andare in carcere come un comune cittadino?

Cos’è tutta questa smania assolutoria di Sallusti che giunge perfino dai suoi più strenui avversari (intendendo con questo termine “coloro che appartengono alla parte ideologicamente avversa”)?
Travaglio dice che scontare una condanna “dovrebbe valere per delitti dolosi. Cioè per reati gravi e intenzionali.”
Ora, che il reato di diffamazione per Sallusti sussista lo dicono due giudizi di merito. Non è ancora bastevole per dichiararlo colpevole, naturalmente, ma sono due giudizi di merito.
Travaglio (che pure è stato condannato in sede penale, salvo poi essere prescritto) dovrebbe sapere (e lo sa benissimo) che per la diffamazione basta il dolo generico. Ovvero basta essere consapevoli che quell’espressione o quei fatti attribuiti sono idonei a offendere. Non bisogna necessariamente essere determinati a ledere l’onore di qualcuno.
C’è un’insegnante che è stata condannata perché ha detto “scioccherellino” a un bambino che aveva in custodia e non voleva certo lederne l’immagine, ma solo esortarlo a reagire.

E Travaglio sa anche benissimo che l’articolo 596bis del Codice Penale stabilisce che “Se il delitto di diffamazione e’ commesso col mezzo della stampa le disposizioni dell’articolo precedente si applicano anche al direttore o vice-direttore responsabile, all’editore e allo stampatore, per i reati preveduti negli articoli 57, 57 bis e 58.”
Non si parla né di dolo né di colpa. Non si parla, cioè, del fatto che l’omessa vigilanza sui contenuti diffamatori sia avvenuta perché Sallusti quella sera aveva sonno e quell’articolo gli è sfuggito o se gli è sfuggito intenzionalmente perché condivideva quelle affermazioni.
No, semplicemente il 596bis individua CHI deve essere punito per un certo tipo di reato. Punto e basta.

Travaglio dice che “c’è un solo modo per evitare che Sallusti diventi un detenuto: il buonsenso”. Auspica che Sallusti chieda scusa, rifonda il danno e che la parte offesa ritiri la querela.
Ma il procedimento in Cassazione non solo è stato avviato, ma sta giungendo al suo epilogo, e, con esso, tutta la vicenda iniziata nel 2007. E poi, da quando in qua il buonsenso è sovrapponibile alle leggi?

L’attenzione sul tema, dunque, è stata posta perché adesso il rischio carcere esiste realmente e fattivamente (se fosse stata concessa la sospensione condizionale della pena nessuno si sarebbe filato neanche di pezza il caso Sallusti) per un giornalista della Casta.
Sallusti non è un blogger, che se viene condannato non gliene frega niente a nessuno. Il popolo della rete è pieno di persone che soffrono e hanno sofferto per aver scritto una parola di troppo o non aver verificato accuratamente una circostanza. Nessun Travaglio di turno ha mai difeso questi poveracci.

E che la si smetta, una volta tanto, con questa retorica che vuol vedere Sallusti come primo giornalista che, eventualmente, dovrà patire il carcere per diffamazione.
Giovannino Guareschi fu condannato per diffamazione a 12 mesi. La parte lesa, allora, si chiamava Alcide De Gasperi.
Considerata la precedente condanna a otto mesi per vilipendio al capo dello stato (Luigi Einaudi), Guareschi non volle neanche ricorrere in appello. Andò in carcere e ci stette 409 giorni. Altri sei mesi se li fece di libertà vigilata (non esisteva l’istituto dell’affidamento in prova ai servizi sociali).

Se oggi si deve l’onore delle armi a qualcuno, se oggi ci si deve battere per dei principii, questi principii sono quelli di Giovannino Guareschi, quello che disse: “No, niente Appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente.”

Travaglio s’inchini alla lezione di un indiscusso e indiscutibile Maestro. 

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L’anniversario della morte del giudice Rosario Livatino nell’amnesia degli italiani

Ieri eravamo talmente impegnati a valutare gli effetti politici del bianco vestire della Polverini, dei suoi malori, e delle sue dimissioni (pre)annunciate e, si veda il caso, mai rassegnate, che quasi nessuno ha speso due righe sui giornali o in TV per dire che il 21 settembre 1990 venira ucciso il giudice Rosario Livatino.

Noi italiani viviamo in uno stato di perenne amnesia della storia, quella stessa amnesia che rischia di trasformarsi in amnistia, o che, semplicemente, ribalta totalmente i concetti e li distorce in maniera grottesca. Se fossimo in Spagna si parlerebbe tranquillamente di “esperpento”. L'”esperpento” è un concetto letterario introdotto cento anni fa, ma la morte di Livatino grida ancora una istanza di giustizia che va al di là della condanna degli esecutori materiali della sua vigliacca uccisione, che va al di là dell’apertura, un anno fa, del processo di beatificazione del giovane magistrato da parte della Chiesa Cattolica, ma che deve ancora individuare responsabilità politiche e intellettuali per quella morte.

L’appellativo “giudice ragazzino”, lungi dal costituire un moto affettuoso, derivò da una esternazione di Francesco Cossiga:
“Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno…? Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta.”
Anni dopo, dalle colonne del “Giornale di Sicilia”, Cossiga chiarì che quelle parole non erano destinate alla figura del giovane giudice assassinato, ma trovò dall’altra parte il netto rifiuto della madre che replicò «Sto molto male e penso solo a curarmi. Non voglio commentare questa lettera perché non dice niente di nuovo».

Niente di nuovo, dunque. Neanche l’indifferenza degli italiani all’anniversario di questa morte.

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Cathopedia, Wikipedia e la privacy “eterna”

Ho dato un’occhiata a “Cathopedia”. Non sapevo neanche che esistesse, a dire il vero, l’ho scoperta ieri ma è sul web da circa cinque anni.

Si definisce “Un’Enciclopedia Cattolica autorevole di bella presenza per tutti” e si basa sullo stesso software Wiki che fa girare la consorella più osannata “Wikipedia”.

Ha cinque punti irrinunciabili, che più che un progetto programmatico mi sembrano delle autoaffermazioni. In breve non si tratta di un “vorremmo che questa iniziativa fosse” ma un più wikipediano “noi affermiamo che questa iniziativa è”. Vediamo un po’:

1) “Cathopedia è un’enciclopedia”.
E va beh. Non è che, siccome uno scrive “Bar” davanti a casa sua, poi debba fare per forza il caffè. Ma almeno il caffè l’avventore (che, in questo caso, è il navigatore occasionale di internet) se lo aspetta. Si aspetta, cioè, un prodotto che abbia delle caratteristiche confacenti a ciò che è stato dichiarato. Il sottotitolo recita: “Quanto afferma lo afferma con cognizione di causa, riportando le fonti, con un linguaggio oggettivo, e con una trattazione schematica, chiara. Presenta gli argomenti in tutti i loro aspetti.”
Ora è chiaro che una oggettività totale e assoluta non esiste né può esistere. Chi espone gli argomenti magari lo fa con l’onestà intellettuale ed umana soggettiva, impegnandosi a curare tutte le voci con uguale impegno, mettendoci tutto quello che sa. Che non è detto sia necessariamente TUTTO QUELLO CHE C’E’ DA SAPERE SU QUELL’ARGOMENTO. La dichiarazione “Presenta tutti gli argomenti in tutti i loro aspetti”, dunque, risulta quanto meno da verificare.

2) “Cathopedia segue il punto di vista cattolico”. Mi pare ridondante. Certamente non mi aspetto da una enciclopedia cattolica che segua i precetti del buddismo. Su questo punto si scrive che: “È aperta a tutte le istanze del cattolicesimo, presentandole nella loro oggettività.” Per cui sono andato a cercare la voce “Teologia della liberazione”. Ho pensato che la teologia della liberazione fosse una “istanza del cattolicesimo”. Non esiste nessuna voce che la riguardi. Anzi, ecco la schermata corrispondente:

3) “Cathopedia è autorevole”. Va bene, anche qui non è che mi sarei aspettato che l’oste, che normalmente decanta le qualità del suo vino, avesse detto “Cathopedia non ha nessuna autorevolezza in materia”. La domanda successiva è “chi sono gli autori?” e “oltre a essere autori, sono anche autorevoli”?? Sono domande legittime, viste le premesse. E’ pur vero, però, che ogni voce riporta i nomi e i cognomi  dei contributori che vi hanno lavorato.
Si dice: “Ha molti contributori, ma quanto scritto da quelli che hanno competenze provate nelle materie bibliche, filosofiche, teologiche, morali, liturgiche, storiche, ecc. ha un peso maggiore ed è rispettato da chi ha una minore preparazione.” Con quali criteri, dunque, si stabilisce chi ha “peso maggiore” e chi ha “peso minore”?
Il problema dei collaboratori è lo stesso di Wikipedia. Un dato è un dato. Non cambia di certo se è stato fornito da un insigne e indiscusso teologo o se a scriverlo è una persona che ha frequentato soltanto l’ora di religione cattolica a scuola. Il criterio fondamentale di una enciclopedia collettiva dovrebbe essere l’autenticità delle notizie che contiene, non la credibilità delle persone che vi collaborano. Un dato o è vero o è falso. Tertium non datur. Ma su Cathopedia, ad esempio, la scala gerarchica dei collaboratori non ammette che un catechista modifichi la voce relativa a un libro biblico. E perché su un libro biblico non può saperne di più un catechista di un teologo? O perché una correzione di un catechista deve essere sbagliata o inaffidabile in astratto, al punto di dover essere verificata?

4) “Cathopedia è per tutti”. E vorrei anche vedere il contrario, si tratta di una iniziativa raggiungibile da chiunque (anche dai non cattolici) per il solo fatto di trovarsi sul Web.

5) “Cathopedia è bella”. Qui non ho capito bene perché. Vediamo: “Cura la presentazione estetica e grafica, consapevole che anche l’occhio vuole la sua parte.”
Sinceramente la home page (che dovrebbe essere quella più frequentata) non mi sembra di agevole lettura, considerando che, ad esempio, la voce “La Liturgia del giorno” va a finire sopra a un link che non si legge troppo bene (cosa ci sarà sotto? Mah…). I titoli vengono presentati con caratteri graficamente non troppo accattivanti, non si trovano degli strumenti presenti nella consorella Wikipedia, come, ad esempio, la possibilità di esportare in PDF i contenuti.

Ma quante edizioni ha Cathopedia? Una in italiano con ben 9000 voci. Le versioni in romeno, tedesco, inglese, francese, polacco e portoghese sono ancora in attesa di un moderatore. Da cinque anni. La versione in spagnolo (lingua parlata da mezzo miliardo di persone in una ventina di paesi con forte rappresentanza cattolica) conta ben quattro voci. Non sono grandi numeri, bisogna riconoscerlo.

Il giorno in cui mi sono accorto dell’esistenza di Cathopedia era la festa di San Gennaro (“quanta gente per la via…”) con annesso miracolo della liquefazione del sangue. Bene, andiamo a vedere che cosa dice Cathopedia su San Gennaro:

“San Gennaro (Caroniti, 272 – Pozzuoli, 19 settembre 305) è stato un vescovo e martire romano. È patrono di Napoli nel cui Duomo sono custodite due ampolle contenenti sangue allo stato solido, che la tradizione attribuisce al santo e che si liquefa tre volte.”

Adesso, per pura curiosità, andiamo a controllare come comincia la voce dedicata a San Gennaro su Wikipedia:

“San Gennaro (Benevento o Caroniti, 272 – Pozzuoli, settembre 305) vescovo e martire, è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. È il patrono principale di Napoli, nel cui Duomo sono custodite due ampolle contenenti una sostanza allo stato solido, che la tradizione afferma essere sangue del santo, e che fonde tre volte all’anno.”

Allora:
a) Cathopedia scioglie il dubbio Wikipediano sul luogo di nascita del Santo. Era sicuramente Caroniti e non Benevento. Sulla base di quale fonte?
b) Cathopedia afferma che San Gennaro è morto proprio il 19 settembre. Dovrebbe essere il giorno in cui viene ricordato, non necessariamente il giorno della sua morte. Ma, casualmente, secondo il “calendario marmoreo” napoletano, il 19 settembre è lo stesso giorno del natale di Gennaro. Che, però, non viene riportato sulla data del 272 (ricordate che Cathopedia dice di sé che “Non riporta opinioni, ma fatti documentati e con relativa bibliografia”).
c) Per Wikipedia le ampolle custodite nel Duomo di Napoli contengono una “sostanza”. Cathopedia afferma categoricamente che sia sangue.
d) Per Wikipedia il sangue “fonde”. Per Cathopedia “si liquefa”. In effetti il termine “fonde” è una delle tante scelte lessicali improprie e pasticciate di Wikipedia e “si liquefà” (magari con l’accento, per favore, perché trovo imbarazzante che in una enciclopedia cattolica che si autodefinisce “autorevole” si commettano errori di ortografia) è sicuramente più appropriato dal punto di vista della correttezza dell’uso dell’italiano. Ma non ci sono dubbi che il riferimento alla liquefazione, piuttosto che a un fenomeno fisico, dia più àdito a credere alla dimensione miracolistica dell’evento.
e) Wikipedia scrive che si tratta del “patrono principale” di Napoli. Per Cathopedia è “patrono” e basta. Il ricordo non può che andare alla storica macchietta di Lello Arena e Massimo Troisi de “La Smorfia” in cui viene ricordato anche San Ciro.

Non ci sono dubbi, dunque. Per molte voci la base di partenza è Wikipedia. Cathopedia lo riconosce e riferisce che “il materiale ivi presente è stato rielaborato in senso cattolico e integrato”.

Potete confrontare la voce-campione su San Gennaro di Cathopedia:

[http://www.valeriodistefano.com/wp-content/uploads/2012/09/cathopedia.pdf]

e quella di Wikipedia:

[http://www.valeriodistefano.com/wp-content/uploads/2012/09/San-Gennaro.pdf]

Volete collaborare a Cathopedia? Benissimo, dovete iscrivervi. Ma attenzione: “Una volta registrati non è possibile annullare la registrazione, e i propri nome e cognome, così come i propri contributi, rimarranno in eterno nel sistema.” come recita la pagina dedicata alla Privacy.

[http://www.valeriodistefano.com/wp-content/uploads/2012/09/cathopediaprivacy.pdf]

Cioè? Io posso iscrivermi come collaboratore ma non cancellare i miei dati che rimarranno PER SEMPRE nei database. Già, ma nei database di chi?
“Cathopedia” è regolarmente registrata da un soggetto italiano ed è ospitata su un provider italiano.
Quindi risponde in pieno alle leggi e alle normative sulla privacy dello Stato Italiano.
Ecco il risultato della ricerca del Whois:

Domain ID:D157211852-LROR
Domain Name:CATHOPEDIA.ORG
Created On:28-Sep-2009 09:12:48 UTC
Last Updated On:26-Nov-2011 00:26:56 UTC
Expiration Date:28-Sep-2013 09:12:48 UTC
Sponsoring Registrar:Register.IT SPA (R124-LROR)
Status:OK
Registrant ID:a4f8e1991def
Registrant Name:Don Giovanni Benvenuto Associazione Qumran
Registrant Organization:Don Giovanni Benvenuto Associazione Qumran
Registrant Street1:Via Serra 6c
Registrant Street2:
Registrant Street3:
Registrant City:Genova
Registrant State/Province:Ge
Registrant Postal Code:16122
Registrant Country:IT
Registrant Phone:+39.3470963503
Registrant Phone Ext.:
Registrant FAX:
Registrant FAX Ext.:
Registrant Email:registrazioni@cometacom.it
Admin ID:a41af81ed7a2
Admin Name:Benvenuto Giovanni
Admin Organization:Don Giovanni Benvenuto Associazione Qumran
Admin Street1:Via Serra 6c
Admin Street2:
Admin Street3:
Admin City:Genova
Admin State/Province:Ge
Admin Postal Code:16122
Admin Country:IT
Admin Phone:+39.3470963503
Admin Phone Ext.:
Admin FAX:
Admin FAX Ext.:
Admin Email:registrazioni@cometacom.it
Tech ID:REGISTER-TECH
Tech Name:REGISTER.IT S.p.a.
Tech Organization:REGISTER.IT S.p.a.
Tech Street1:piazza Annigoni 9/b
Tech Street2:
Tech Street3:
Tech City:Firenze
Tech State/Province:FI
Tech Postal Code:50122
Tech Country:IT
Tech Phone:+39.0353230300
Tech Phone Ext.:
Tech FAX:+39.0353230312
Tech FAX Ext.:
Tech Email:support@register.it

Molta cognizione, mi raccomando!

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“Ottocento” di Fabrizio De André e “Donna de Paradiso” di Iacopone da Todi

Iacopone da Todi in un dipinto di Paolo Uccello

Mi è capitato di scrivere qualcosa sulle “fonti” da cui De André ha attinto per alcune delle sue canzoni più celebri e osannate.

Premessa necessaria a scanso di equivoci: io adoro De André. O, meglio, lo adoravo. Ora mi piacicchia. Un po’ perché lui non c’è più e io ho qualche anno, un po’ perché Marinella e Bocca di Rosa dopo un po’ stufano. O, meglio, sono fuori tempo, fuori contesto. Sono certo che qualcuno scenderà alla stazione di Sant’Ilario senza pensare al “cuore tenero” che “non è una dote di cui sian colmi i carabinieri” o all'”ira funesta delle cagnette”.

Tempus fugit.

Avevo scritto, dunque, altrove, come la musica della Canzone dell’Amore perduto fosse tratta in maniera piuttosto pedissequa da un concerto per tromba e orchestra di Telemann.
Le reazioni sono state molteplici: “De André non si tocca!” (e va beh, perché?), “Se la musica non è sua sono suoi almeno i versi che sono pura poesia” (sì, ma allora si compone una poesia, non si fa una canzone!), “Vaffanculo, stronzo!” (prevedibile!) o anche “Non è vero, te lo sei inventato” (mi sono inventato Telemann che è vissuto 250 anni fa, sì, sì…).

Poi rinvenni in due poesie di Olindo Guerrini le tracce di “Marinella” e del “Testamento”.
Anche qui critiche su critiche: “Non è vero che De André ha copiato anche se le parole sono tali e quali” (e chi ha mai detto che ha copiato? Ho detto, casomai, che le parole, guarda caso, sono tali e quali), “Ma è solo una fonte di ispirazione!!” (questo lo dicono quelli che difendono il copia e incolla da Wikipedia per dire “ma ho preso solo uno spunto”) oppure anche “Sei decisamente spietato e cattivo” (e questi hanno ragione).

Ma nessuno ha capito il dolore. Il dolore che si prova nel vedersi sgonfiare un mito.
Un mito non è una statua di bronzo che la tiri giù con due o tre corde da tirare con le ruspe, un mito è qualcosa che hai dentro, in cui credi fermamente, incondizionatamente. E quando la ragione te lo demolisce, c’è poco da fare, non c’è più.

Tutta questa premessa per rendervi partecipe del ritrovamento di un’altra “fonte” di una canzone di De André.
Trattasi di “Ottocento”, incluso nell’osannatissimo album “Le nuvole” (che contiene, tra gli altri, “Don Raffaè'” e “La domenica delle salme“, brano, quest’ultimo, che personalmente non ho mai amato in modo particolare).

Dunque, “Ottocento” è un brano geniale, senza dubbio istrionico, ricco di un gioco linguistico e di una ricercatezza lessicale e musicale a volte strabilianti.

Una delle sue parti recita:

“Figlio, figlio,
povero figlio,
eri bello bianco e vermiglio
quale intruglio ti ha perduto nel Naviglio
figlio, figlio,
unico sbaglio,
annegato come un coniglio
per ferirmi, pugnalarmi nell’orgoglio”

La fonte è “Donna de paradiso” di Iacopone da Todi, composizione a metà tra il dramma sacro e la ballata.
La rima in “-iglio” è già presente nella composizione:

“O figlio, figlio, figlio,
figlio, amoroso giglio!
Figlio, chi dà consiglio
al cor me’ angustiato?

Ma la prova provata della filiazione di “Ottocento” dal componimento di Iacopone da Todi è:

“Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio,
figlio, e a ccui m’apiglio?”

dove c’è una chiara corrispondenza lessicale (“bello, bianco e vermiglio”).

E il duecentesco Iacopone da Todi fa capolino. 

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