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Ho fame. Così. Di colpo. All’improvviso.

E’ stato come se il mio corpo fosse stato messo in stand-by e riattivato, come se avessi vissuto diverse ore in sospeso, in un limbo purgatoriale che non è né carne né pesce. Tutte le funzioni vitali al minimo. E il cuore che batte all’impazzata e sembra voler saltare fuori dal petto.

Adesso tutto si è acquietato. La fame è un istinto primordiale, fa capolino in ogni ora del giorno e si manifesta sotto forma di crampi allo stomaco, senso di smarrimento, incontenibile voglia di muoversi, sempre e comunque alla ricerca del cibo. La fame è una verità che si sente nel corpo. Come quando hai voglia di orinare e pare che non ci sia niente altro al mondo.

L’ospedale, si sa, è un mondo a sé stante. Guccini diceva che anche lì “ci son persone, tempi e ritmi”. Sarà per questo che si mangia male e che i bar all’interno sembrano tutti uguali.

Vengo accolto da una scaffalatura di pasticcini, biscotti al Plasmon, Baci Perugina, caramelle all’arancia e al limone e dolcetti dei più vari che stanno lì ad ammuffire da chissà quanto tempo. E io non capisco perché in ospedale tutto debba essere così triste e anonimo, perfino i medici che si travestono da pagliacci nelle Pediatrie per far sorridere i bambini.

La cassiera è una grassona indescrivibile. Oltretutto scorte. Giusto per non farsi mancare nulla.

“Vorrei un hamburger e una Coca-Cola, per favore.”

“Ci è rimasto solo l’hamburger vegetariano…”

“Va beh, vada pure per il vegetariano!”

“E la Coca-Cola non la serviamo, abbiamo la Pepsi!”

Nonostante l’adrenalina in corpo da neopaternità e passaggio dalla fase di coglionaggine giovanile a quella del rincoglionimento senile, riesco a recuperare ancora due neuroni per pensare a quanto sia buona la Coca-Cola e a quanto, invece, mi disgusti la Pepsi. Della prima potrei berne litri e litri. Di notte, di giorno, al mattino, a colazione. L’altra è già tanto se riesco a finire una lattina.

La Coca-Cola è il gusto più buono in assoluto mai creato dall’uomo. Quando ero piccolo mi veniva categoricamente impedito perché “fa male”. Quando sarà grande dovrò spiegare a mia figlia che la Coca-Cola fa male quando non si beve. Come tutto il cibo che ci piace. “La Coca-Cola gonfia”, diceva mia zia. Meglio se gonfia, da piccolo ero magro come un chiodo! Poi un giorno la scoperta del principio di tutte le cose. Sempre a casa di mia zia trovai una bottiglia di Coca formato familiare. Era a metà. Ne avevo abbastanza per capire come va in realtà il mondo. Diedi una sorsata e scoprii l’Aleph, il principio di tutte le cose. Allora continuai, a canna, a garganella, come se non ci fosse un domani.

Da piccolo ho sofferto per la mancanza di due cose, la Coca-Cola e i Classici di Walt Disney, che mia madre si ostinava a non volermi comprare, rifilandomi degli orrendi surrogati che avevano come protagonisti personaggi improponibili che si chiamavano Geppo, Bongo, Soldino, Nonna Abelarda, Tiramolla, Trottolino e Trottolone. A mia figlia di giornalini ne comprerò a tonnellate.

Ed eccolo il mio primo pasto da padre. L’hamburger sa di sughero, la Pepsi è imbevibile, nonostante la temperatura polare che ne mitiga il sapore pessimo e insopportabile.

Ma ora ho una figlia. Un giorno mangeremo insieme, io le lascerò il pezzo di carne più buono, le farò assaggiare le cose buone, scopriremo insieme i sapori della Nutella, del salame, della cioccolata (bianca, al latte, fondente), della frutta (sapesse quanto sono buone le pesche, d’estate! La voglio vedere mentre le addenta, mature, gialle e gocciolose e quando il succo le cade sul vestitino, che poi la mamma si lamenta che non va più via), il latte, il burro, il formaggio, le fragole appena còlte, il primo sorso di vino da adolescente, il latte di mandorla (l’unica cosa al mondo che crei immediatamente dipendenza, ma quella vera), la semplicità e la perfezione di pane olio e sale, dei funghi raccolti in pineta. E poi voglio che assaggi tutte le cucine del mondo. Voglio vederla sorridere di gioia davanti a un involtino primavera, al pollo all’ananas e curry che le preparerò io, al chili con carne e alle empanadas messicane, la paella di mariscos, le Rollmops di aringa mangiate in Germania e mai più ritrovate. E poi, quando andremo a trovare gli zii d’Irlanda, l’irish stew, bollito cinque ore con le patate sfatte e la carne che si sfalda sotto i denti, il menu “chicken” di MacDonald’s, che non vende panini, ma la certezza di trovare lo stesso prodotto uguale in qualsiasi parte del mondo, il gelato fritto, la bistecca alla fiorentina, il lampredotto con la salsa verde in mezzo al panino, la fondue Bourguignonne, la bresaola della Valtellina, i canoederli in brodo, il goulash, lo stoccafisso con le patate e tanta cipolla di mia madre e, per finire, Sua Maestà Imperiale il cacciucco alla livornese, più che un piatto una categoria dello spirito.

Mangia, figlia mia, mangia che devi crescere!