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La sera del tuo ultimo giorno da uomo che non ha capito un cazzo della vita, la passi a far visita ai parenti, a succhiare pian pianino del succo d’ananas e a parlare del più e del meno.

Tua figlia sta per nascere. Tra una settimana “finisce il tempo”. Ma che cos’è questo tempo che finisce? Il tempo è una risorsa molto preziosa, ti hanno insegnato, e perfino quella settimana residua potrebbe aiutarti a far mente locale sugli eventi felici che stanno per capitarti.

E invece il tempo “finisce”. Come ti finisce il sale in cucina o la benzina nel serbatoio. Solo che nel serbatoio la benzina la puoi sempre rimettere, e il sale lo compri a pochi centesimi al supermercato. Il tempo no. Il tempo sta per scadere. Anzi, non ce n’è proprio più.

Saremo in tre. Non è solo un dato meramente numerico, è una rivoluzione che sta per avere luogo, silenziosa e appena mormorante, come tutte le rivoluzioni.

Ceni, ti prepari, vai a dormire. E non sai. O, almeno, non prevedi. Non c’è niente di peggio nella vita che fare previsioni, il minimo che ti possa capitare è che non si avverino e di restarci stercofatto.

Stai per diventare padre. Padre. L’ultima volta che ho sentito questa parola associata a un aggettivo è stata durante le ore di religione alle elementari. Il prete, un coso tondo tondo come una mela, con gli occhialini da presbite e una paccata di santini in mano da dare in premio a chi risponde esattamente, parlava di San Giuseppe, che per me, fino ad allora, era solo una statuina del Presepe con la faccina rassicurante e gli abiti semplici da brav’uomo. San Giuseppe era il padre “putativo” di Gesù. Ecco, io questa cosa del “putativo” non l’ho mai capita. Se era il padre di Gesù era suo padre, che ci azzecca metterci un’altra parola vicino?

E poi, più tardi, da grandicello, San Giuseppe ti sarebbe diventato più simpatico. Putativo quanto vuoi, ma lui aveva questo dono dell’accoglienza, della saggezza, voglio dire, sarà stato anche putativo, ma era anche e soprattutto padre.

Padre, sì, ma come si fa ad essere e diventare padri? Non lo so, a me non lo hanno mai insegnato. Cioè, non è che c’è qualcuno che ti dice che il padre si fa così, così e colà. Non nasci “imparato”, te la devi cavare da solo.

Perché per l’universo mondo la madre è sempre la madre. C’è un rapporto stretto, simbiotico, tra la madre e il nascituro. Lo ha portato in grembo per nove mesi, è cresciuto dentro di lei, l’ha scalciata, svegliata durante la notte, nasce dal suo ventre.

Per il padre no. Non è cresciuto niente dentro di lui, ha potuto solo toccarlo quando gli è stato detto “Senti come tira i calci!”, appoggiando la mano a quel mistero più misterioso del divino, sempre con la segreta (ma mica tanto) paura di fargli male.

Il padre non vive l’evento della gravidanza, lo “sente”. Lo ascolta, lo annusa, lo tocca, lo percepisce. Tutt’al più lo immagina. Ma non lo vive. Dà la vita, e su questo non ci possono essere dubbi, ma la vita si sviluppa e cresce fuori di lui. E non può farci nulla. E’ per questo che la gente pensa che i padri siano tutti dei tontoloni. Perché non sanno un tubo.

Comunque sia, è arrivato il mio turno. Sono pronto. Forse.

Alle prime ore del primo mattino si “rompono le acque”. Anche questa espressione meriterebbe un’analisi più compiuta e dettagliata. Che cavolo sono queste acque? E perché si “rompono”? Cos’è, in passaggio di Mosè e del suo popolo attraverso il Mar Rosso? Non puoi, perché anche se hai ancora le briciole dei sogni addosso (quei sogni che al risveglio non si ricordano) ti devi mettere subito calzini, pantaloni, camicia e maglioncino, che fuori fa freschetto e c’è una nebbiolina che si diraderà solo se spunterà quel solicello malato che inizia a fare capolino. Prendi le prime cose che ti capitano a tiro, le indossi senza pensarci, tanto male che vada finiranno di sporcarsi, la giornata sarà lunga.

Meno male che ho abbastanza carburante. Almeno in questo non ho fatto la figura di merda del padre imminente che non ci aveva pensato. E’ già un buon viatico.

Per la strada la madre di mia figlia mi dice di accelerare un tantino di più. Io obbedisco, anche se l’idea di rischiare di catapultarmi contro il camion a rimorchio che mi precede non mi piace per niente. Sono sempre andato piano in macchina, ma non è il momento di pensare alle buone abitudini. Sorpasso un autoarticolato, poi un altro. L’autostrada, quel “lungo nastro di catrame” delle canzoni è una vita parallela che scorre senza un senso apparente.

All’arrivo in Pronto Soccorso una infermiera molto gentile ci offre una sedia a rotelle e trasporta velocemente mia moglie in reparto. A me non resta che l’arduo compito di trovare un parcheggio decente per la Punto e sperare che non me la portino via o non mi facciano la multa. Perché “decente” in ospedale significa questo.

L’Ospedale è un labirinto. Segui le indicazioni ma non ci capisci niente, tanto per cambiare, devi andare al modulo tale e prendere l’ascensore per il piano talaltro, cazzo è un “modulo”? Senso di disorientamento e anche un po’ di schifo, ma lo devi superare.

E infatti lo supero. Mia moglie è stata portata in una saletta messa su alla meglio per le emergenze. L’unica cosa che la divide dall’altra partoriente è un séparé di legno con motivi floreali da Corea del Nord. Nessuna privacy, le diagnosi vengono fatte ad alta voce e tutti le sentono. Riservatezza? Non c’è tempo per queste stronzate, mentre la stanza è tutta un andirivieni di pazienti, mariti presto padri con gli occhi strabuzzati, madri presto nonne che vogliono imporre la loro, padri presto nonni che non si sa bene cosa ci stanno a fare e sembrano non saperlo neanche loro.

Il supplizio dura poco, ma resta purtuttavia un supplizio. Riesco ad accompagnare mia moglie fino all’ingresso della sala parto. Poi mi parcheggio in uno stanzone attiguo che mi pare grandissimo. Non c’è nessuno con me, neanche un prete per chiacchierar, neanche un padre che aspetta nervoso, nessuno con cui fumare un sigaro, scambiare due parole, parlare del tempo, delle donne, del governo, della politica, o di quanto sia fastidiosa la nebbia alle prime ore del mattino.

Il telefono comincia a squillare e a vibrare impazzito. Gente che vuole sapere, persone che hanno già saputo (vai a capire come…), amici che non sanno ancora. Beati loro, perché a me sembra di non sapere un accidente di niente.

Non passa molto. Giusto un’oretta e mezza abbondante, di quelle che sembrano non trascorrere mai. Una figlia. Una figlia mia. Come starà mia moglie? Soffrirà? E la bambina sarà sana? Domande vecchie come il mondo, che si rinnovano e si personalizzano a ogni parto, a ogni vagito di bimbo, a ogni pacca sul culetto per indurre un neonato a piangere.

Padre. Padre di una bambina a cui dovrò insegnare tutto, in particolare ad essere libera e a fare le proprie scelte. Hai detto niente! E come sarà? Mi somiglierà? Andrà all’asilo, a scuola, poi alle medie, al liceo, all’università, farà i master a Londra, si innamorerà, si sposerà e io la perderò di vista prima ancora di accorgermene. Diventerò vecchio comprandole la bicilettina con le ruotine, la mountain-bike, il motorino, la macchinetta, la macchina vera, pagandole il gelato con le amiche, la pizza col fidanzato e il pranzo di nozze.

Ma sono felice che sia femmina. Tanto felice. Avrà una marcia in più, me lo sento. A un maschio avrei dovuto insegnare a giocare a pallone, attività che non mi è mai piaciuta, mentre a una bambina posso insegnare a fare il pane, ad amare i libri (sempre se li amerà), a contare fino a dieci in una lingua straniera (si sa, a una certa età i bambini per quello sono delle spugne), potrò spingerla sull’altalena, e un sorriso, il primo rilassato della giornata mi distende un po’ il viso e lo rende appena appena più presentabile. O, almeno, questo immagino.

“Signore?…. Signore??? E’ nata sua figlia, tutto bene, pesa tre chili e gode di ottima salute. Tra un’ora potrà vederla.”

E finalmente piango. E capisco, finalmente, come mai il Carducci intitolò la poesia dell’albero e della pargoletta mano “Pianto antico”. Perché il pianto è così, esiste da sempre e sempre esisterà, non ci puoi fare niente. E chissà se anche mia figlia piange, in braccio a sua madre, o a quello di una infermiera. La prima cosa che condividi con chi hai generato è il pianto. Ma io pensavo, che so, il suono di un carillon con le stelline, un bubbolino che suona, un pelouche da compagnia. O, al limite, a quella canzone di Baglioni che non ti ricordi come fa ma c’è un “legnetto di cremino da succhiare” ed è un’immagine bellissima. O a quell’altra di Vecchioni che dice “tu grida forte/la vita contro la morte”. Chissà perché quando nasce un figlio i padri, anche se cantautori, si rincoglioniscono del tutto. Alla madre si sgonfia la pancia e ai padri si gonfia il cervello. Come a Kunta Kinte, che in “Radici” porta sua figlia a vedere il cielo e le dice “Guarda l’unica cosa al mondo più grande di te!”

“Benvenuta, figlia mia! Benvenuta a questo mondo che è tuo, a questa vita che è vita, perché la vita sei tu!”

E lascio il mio contributo di pianto e retorica su un seggiolino di legno.