Il blog di Paolo Attivissimo non è a norma con la cookie e privacy policy? Lui si preoccupa.

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Paolo Attivissimo è preoccupato.

Non perde il suo proverbiale ottimismo e fiducia nella tecnologia. Soprattutto quella della sua Tesla usata. Ma adesso ha una zanzarina che gli ronza intorno.

Il fatto: un suo lettore lo ha avvisato che durante “un webinar registrato organizzato dal dipartimento di scienze della comunicazione e dello spettacolo dell’università Cattolica del Sacro Cuore“, e segnatamente, nell’intervento di un “addetto” del Garante della Privacy, sono stati mostrati come “esempi negativi per la categoria blog il sito https://attivissimo.blogspot.com/” e un’altra risorsa web.

La negatività riguarderebbe le “nuove linee guida sui cookie dei siti web valide dal 10 gennaio 2022“, che obbligano chiunque detenga una risorsa in rete a dotarsi di una privacy policy, una cookie solution, e, auspicabilmente, dei termini di servizio e un registro dei consensi per le accettazioni delle clausole relative.

In caso di mancata, parziale o inadeguata ottemperanza, si rischiano multe da 6000 a 20000 euro. Ed è questo che gli ha fatto saltare la mosca al naso. Perché sui principii siamo tutti bravi a pontificare. Ma quando si tratta di cacciare il portafogli poi è dura per tutti.

Le reazioni e le considerazioni di Attivissimo? Eccole:

“Preoccupante. Ma è passato ormai un po’ di tempo, e qui al Maniero Digitale non sono arrivate né comunicazioni né tanto meno multe da seimila euro da parte del Garante italiano. La cosa non mi sorprende più di tanto, perché vivo appunto in Svizzera e il blog viene redatto e gestito da qui”

Il Garante della Privacy può prendersi tutto il tempo che vuole se ha ricevuto una segnalazione e avviato un formale fascicolo. Se, invece, il suo blog è stato oggetto di un reclamo da parte di qualcuno (come è il caso di quello tenuto dal suo collega David Puente), allora c’è tempo fino a un anno.

Chi se ne frega, poi, se lui abita in Svizzera o dove gli pare. Non ha rilevanza. Io posso essere negli Stati Uniti o a Cocoa Beach e scrivere un articolo per questo blog da lì.

Ora, il blog di Attivissimo è ospitato su Blogspot. Che è di Google. Si tratta di vedere chi dei due deve adempiere, eventualmente, agli obblighi prescritti. Io credo che sia lui, perché sarebbe come dire che siccome questo blog è ospitato sui server di Aruba, allora Aruba ne è resposabile. Aruba, Blogspot, Google sono solo degli spazi vuoti su un hard disk, è l’utente finale che li riempe.

E poi, anche solo per precauzione e per mettersi con le spalle coperte, ma se ne vuole occupare? Intanto è assolutamente mancante qualsiasi Privacy Policy, e questo già lo mette a rischio.

Google/Blogspot ha messo un bannerino in cui dice:

“Questo sito utilizza cookie di Google per erogare i propri servizi e per analizzare il traffico. Il tuo indirizzo IP e il tuo user agent sono condivisi con Google, unitamente alle metriche sulle prestazioni e sulla sicurezza, per garantire la qualità del servizio, generare statistiche di utilizzo e rilevare e contrastare eventuali abusi.”

A parte il fatto che le statistiche possono essere rilevate anche in modo anonimo, senza registrare l’IP (questo blog lo fa con Matomo, e se lo uso io è segno che possono usarlo tutti, se vogliono) ma poi “garantire la qualità del servizio“? Da quando in qua si assume un dato personale per questo scopo?

Ma Attivissimo non è contento. Modifica la testata con questa dicitura:

“Avviso cookie: Questo blog include cookie di Google, YouTube, Disqus e Twitter. Non miei.”

e aggiunge

“Spero che sia sufficiente”

No, non lo è. Intanto non c’è nessun link alle Privacy e Cookie Policies dei soggetti citati, e siccome quando vado sul suo blog, quei cookies vengono installati sui miei dispositivi, vorrei sapere a chi devo rivolgermi per la mia sicurezza e per quella dei miei dati. Si chiamano “terze parti” e debbono essere debitamente segnalate. Perché se utilizzano dei cookie di profilazione (ad esempio raccolta di dati per forniture di materiale pubblicitario), l’utente deve poter accettare o non accettare l’informativa.

E poi c’è il problema Disqus. Disqus è una piattaforma che permette di aggiungere a un blog dei commenti non nativi. Di farlo, cioè, attraverso l’account Facebook, Gmail e altro. Benissimo, nulla da dire. Se non che Disqus non è installato di default sui blog ospitati da Blogspot. Ce lo devi mettere ed implementare tu. Come su WordPress. Come su altre piattaforme. Se tu ce lo implementi, poi lo devi dichiarare. Sulla cookie policy e sull’anzidetta privacy policy. Che non c’è. Perché io devo sapere a chi vanno i miei dati.

Attivissimo gestisce anche altri blog su Blogspot. Suo diritto. Ma nemmeno lì c’è uno straccio di Privacy Policy.

E poi, Google o Attivissimo che siano a doversi mettere in regola, c’è un argomento che taglia la testa “al topo” (come dice mia figlia), anzi, al “topone” (Attivissimo chiarisce che è così che lo chiamava sua moglie nel periodo in cui si sono conosciuti. E’ importante? Certo, direi addirittura fondamentale!). Attivissimo è intestatario del dominio attivissimo.net. Dove pubblica delle cose. Il dominio è registrato a suo nome ed è ospitato sui server di un provider francese che si chiama gandi.net. E in Francia il GDPR è perfettamente in vigore. Punto.

Naturalmente su attivissimo.net nessun banner sui coocie e nessunissima privacy policy. Anzi, in fondo alla home page (trovate una copia permanente al link https://archive.ph/s4CHY) si legge quanto segue:

“Questo sito non usa cookie di nessun genere e quindi non ha bisogno di stupidi e inutili avvisi salvaprivacy. Inoltre è navigabile anche a immagini disattivate ed è volutamente scarno e con pochi effetti speciali per non farvi perdere tempo e denaro, ma soprattutto per renderlo compatibile con qualsiasi browser conforme agli standard, compresi quelli dei telefonini.”

A parte l’improbabile e infelice riferimento agli “stupidi e inutili avvisi salvaprivacy” (salvaguardare la privacy non è mai stupido), non è affatto vero che non ci sono cookies di nessun tipo. Ha implementato un codice di Google per la ricerca interna alle pagine del sito. Quindi i cookies ci sono. Ecco lo screenshot:

a meno che non si voglia credere o, peggio, far credere che Google fornisca questi strumenti per gli occhi belli color del mare, ma non siamo bambini.

E, comunque, quando mi sono collegato a attivissimo.net il browser (Opera) mi ha dato questa risposta:

Nel dubbio, comunque, cosa ha fatto? Ha fatto una richiesta di accesso agli atti al Garante per vedere lo stato dell’ipotetico fascicolo, se mai ve ne fosse uno a suo carico? Ha telefonato all’URP per saperne di più? Ha inviato una PEC per stare più sicuro? Niente affatto. Ha pubblicato un tweet, questo:

Chiunque può aprire un account Twitter con l’immagine e il nome di Paolo Attivissimo e chiamarlo @pincopallino o @paoloattivisimo2022. Se uno si rivolge al Garante come minimo gli manda una mail con l’indicazione delle sue richieste e una copia sacrosanta di un documento di identità. Non è che glielo chiedi sui social. Perché è così che funziona.

I commenti? Oh, un delirio.

Un certo magnetic_dud scrive che:

“la legge è stata scritta da analfabeti informatici”

Beh, ne scriva una lui, allora.

Un altro utente gli fa opportunamente notare che

“Devi addirittura avere un log con tutti i consensi accettati”

Il che è vero. E lui, di rimbalzo

“Sinceramente: faccio prima a chiudere il blog.”

Il che potrebbe essere una soluzione. Siccome uno ha un brufolo in fronte grosso come una mela primaticcia gli si taglia la testa e il problema è risolto, chiaro.

E, infine, la perla delle perle, la Summa Theologica. Correggendo un commento di un altro suo utente, Attivissimo afferma:

“Paolo ha scelto una piattaforma anni prima che venisse partorita questa stupida legge sui cookie che non ha ottenuto nessun risultato a parte trasformarci in cliccatori compulsivi su ‘Accetto'”.

Certo, lui il blog lo ha aperto nel 2003. La legge è entrata in vigore il 10 gennaio 2022, e lui o chi per lui devono adeguarsi.

Per dovere di correttezza, preciso che questo blog, che non è altro che un minuscolo puntino nell’universo del web, si affida ai servizi di iubenda.it per l’implementazione di quanto richiesto. Pago 145 euro al mese per tutti i miei siti (o sitarelli). E non è che quei soldi li vado a chiedere a Paolo Attivissimo o a chiunque altro. Non sono un conferenziere, non sono un traduttore pluripremiato, non ho il “diploma in lingue” conferito da Wikipedia, non ho la Tesla, non sono amico di astronauti (anche se devo ammettere che una Signora si è piuttosto incuriosita nei miei confronti, bontà sua!), non ricevo né sollecito donazioni nemmeno per un pezzo di pizza o di focaccia (che, casomai, pago coi miei soldi), non sono mai stato incaricato dal MIUR o dalla Camera dei Deputati per redigere un vademecum su come diventare debunker, Star Treck mi annoia, non amo nemmeno la Guida galattica per gli autostoppisti (“grazie per tutto il pesce“? E che mi rappresenta? E’ importante? No, e allora di che cosa stiamo parlando?), campo del mio lavoro, scrivo libri che sono posti in vendita a prezzi popolari e accessibili (non le 42000 lire di allora per il suo “Da Windows a Linux“, e io, scemo, che gliele ho anche date), mi hackerano il blog ogni cinque anni di media e giù di soldi per rimetterlo a posto, non faccio crociate contro i no-vax, non ho un “Maniero digitale” ma solo due laptop di cui uno ricondizionato, una lavatrice e un frigorifero di seconda mano, se mi scrive un avvocato per qualche rogna o gli rispondo personalmente o gli faccio rispondere dal mio (sempre pagando), non ho visto i morti, non sono un giornalista né mi dichiaro tale, insomma, se riesco a farlo io potrà ben farlo anche lui. O no?? Se no che chiuda baracca e burattini. Un pensiero in meno. Sempre ammesso e non concesso che esista un fascicolo presso il Garante e che non siano stati già acquisiti elementi a suo sfavore. Altrimenti chiudere serve comunque a poco. Anzi, a nulla.

Perché una persona che dal 2003 visualizza un totale di oltre 110 milioni di clic, qualche garanzia ai suoi lettori dovrà pur darla.

Ma lui non mollerà mai. E non gli conviene. No che non gli conviene.

E’ uscito “Debito Formativo” di Valerio Di Stefano

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Ci siamo!

“Debito formativo”, il mio libro umoristico sulla scuola è già realtà. Gioia e tripudio!

Volete comprarlo? Splendido! E’ già disponibile sullo store dell’editore. Costa solo 13 eurini, non fate i tirchi, così io divento ricco! Ecco il link:

https://www.youcanprint.it/debito-formativo-si-muore-un-po-per-poter-ridere/b/4dc34780-f7f4-571c-a4a7-0caa50687c9d

Se lo comprate qui aiutate sia me che il mio editore. Se no, tra qualche ora lo trovate su Amazon (avete l’opzione Prime??), IBS, Mondadori, Feltrinelli, Casa del libro ed altri, anche in versione e-pub.

Mo’ so’ cazzi vostri!!


ATTENZIONE!

Amazon non ha ancora messo in commercio il libro (uscito ieri) e non lo ha nel suo store, ma sul sito è comunque reperibile perché inserito in commercio da una libreria affiliata della provincia di Catania. Il prezzo di vendita (18 euro) è sensibilmente superiore a quello di copertina, che ho concordato con l’editore. In più ci sono ben 5 euro da pagare per le spese di invio. NON COMPRATELO! Piuttosto contattatemi con una mail privata o un messaggio WhatsApp, indicatemi il vostro indirizzo e ve lo spedisco io al prezzo di copertina fissato. Viviamo in un regime di libero mercato, questo è vero, ma la gente non è stupida e né io né il mio editore guadagneremo un centesimo in più da queste vendite a prezzi gonfiati. Ho accettato il prezzo di vendita più basso possibile proprio perché volevo che fosse alla portata di tutti. Spero che questa libreria chiuda al più presto.

E’ in linea anche il dominio dedicato: https://www.debitoformativo.it

Roseto: il 17 maggio chiuse le attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado

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Come da titolo del post, le scuole di Roseto degli Abruzzi non svolgeranno attività didattica il prossimo 17 maggio (martedì). Ecco il testo dell’ordinanza del Sindaco:

Download (PDF, 696KB)

Ed ecco il testo del messaggio WhatsApp che ho inviato al sindaco, Dott. Prof. Mario Nugnes:

Gentilissimo Signor Sindaco,
apprendo, or non è molto, della Sua ordinanza di chiusura delle attività delle scuole di ogni ordine e grado a seguito di passaggio di manifestazione sportiva nella nostra città.
Da insegnante non posso che obbedire alle Sue decisioni (ubi maior), ma mi permetta di esporLe alcune perplessità:
– ritengo che in questi giorni, con l’approssimarsi della fine delle lezioni, la necessità del diritto all’accesso all’istruzione sia prioritaria;
– le attività scolastiche, a Roseto, cominciano dopo le 8 e terminano, nel peggiore dei casi, dopo le 13. Penso che ci sia tutto il tempo per ripristinare il traffico chiuso dalle 11. O per dare massima priorità al trasporto pubblico.

Tanto mi premeva rappresentarLe, e nell’augurarLe comunque buon lavoro, La saluto con la massima cordialità e la stima personale di sempre.

Il senso di Twitter per la privacy policy

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Qualcuno che mi vuole tanto, ma tanto bene, si è mosso a compassione ha avuto pietà del mio mal perverso nei confronti della privacy (pràivassi!), che è diventata, ormai, una questione di puntiglio. E come tutte le questioni di puntiglio argomentano con sussiego e supponenza (la mia) anche delle più futili e banali questioni.

Ma siccome devo campare anch’io di qualcosa, mi è stato fornito un formidabile assist e mi hanno detto “Toh, godi anche te!

Twitter, si diceva. Il social network dei fighetti, degli intellettuali, dei politici, dei destrorsi, degli Attivissimo, dei debunker, dei virologi incazzati con il mondo e di Calenda. Che non rientra in nessuna di queste categorie.

Cosa dice la loro privacy policy? Meno male che qualcuno l’ha letta per me, sottolineandone ed evidenziandone col lapis rosso e blu alcuni passaggi, di modo che il contenuto, predigerito, non m’abbia a dar troppo bruciore di stomaco.

Annunciano candidamente, e senza mezzi termini, di raccogliere informazioni “da e sui” dispositivi usati per il collegamento.

A prescindere dal fatto che se uso un tablet, uno smartphone, un iPhone (a chi piace c’è anche quello!) o un PC, quale sistema operativo uso, quale browser e quale versione saranno solo ed esclusivamente affari miei. Ma mi rendo conto che sono dati che possono servire a livello di statistiche interne, e su questo sorvolo volentieri.

Ma, insomma, vanno perfino a vedere (e “raccogliere”, naturalmente) che operatore telefonico ho. Ma che gliene frega, di grazia? E se collego il mio telefono alla rete wireless di casa cosa faccio, cambio gestore? Quali dati arrivano a Twitter? Ma, soprattutto, a cosa servono a Lorsignori queste “informazioni”?

Se poi avete deciso, magari dopo aver installato l’applicazione corrispondente sul telefono, di dare il consenso all’accesso alla rubrica (chi non lo dà?), “raccolgono” tutto. Il numero dei vostri figli, della moglie, del marito, dell’amante (chi non ce l’ha?), dei vostri parenti, delle vostre conoscenze, degli amici, di chi avete incontrato occasionalmente e a cui non avete mai telefonato o mandato un SMS (già, chi li manda più?), del vostro dentista (chi non ce l’ha?), del vostro medico curante, degli specialisti che vi seguono. Sanno tutto di voi.

E loro “raccolgono”. Raccolgono, raccolgono…

Vedono anche quali applicazioni avete installato. Sanno, quindi, che banca avete (chi non ne ha una?), se avete iO per i rapporti con la PA, che tipo di antivirus usate, se guardate RaiPlay o Netflix e se siete in collegamento con qualche store per gli acquisti on line.

Sanno perfino se nel momento del “raccolto” (Harvest, come diceva Nello il Giovane) avevate il livello della batteria basso o no. Che, voglio dire, sarà una cosa di una stupidità disarmante? Eppure lo sanno.

Ed è “politica sulla riservatezza“, non una caramellina d’orzo!

Tra le informazioni “raccolte” dalla mietitrebbia cinguettatrice, anche data, ora, destinatario e CONTENUTO dei messaggi privati. Potrebbero crittografarli, come fa Telegram e, in modo parziale, WhatsApp, in modalità end-to-end. No, li tengono in chiaro. E se vi càpita di scambiare in privato il vostro numero di telefono con qualcuno, incrociando le informazioni sapranno, senza troppa difficoltà, che il vostro numero, che ha la vostra rubrica, è in possesso di un altro numero che ha una rubrica diversa, ANCHE se voi quel numero lì non lo registrate.

E la gente ci casca, voglio dire, certo che ci casca. Vuole il giochino, vuole ruzzare a fare il leone da tastiera e figuratevi se non accetta. Accettiamo tutti. “Firmi qui, qui e qui, sa, è per la privacy!” Ah, beh, allora…

E l’ultimo dei pensieri e la prima delle preoccupazioni: se io mi discrivo da Twitter, come ho fatto, i dati conferiti o quelli “raccolti” li mantengono o li cancellano? Perché non è roba da passarci un briscolino. Ci sono aspetti da non sottovalutare, dall’amante virtuale alle preferenze politiche, etiche, filosofiche e religiose. Per non parlare dei dati sulla salute personale o sull’orientamento sessuale. Mi girano i coglioni se mantengono la mia e-mail o il mio numero di telefono. Ma se sanno con chi e come mi rapporto, mi frullano a volano.

Loro non molleranno mai. E gli conviene, uh, se gli conviene! Parecchio, anche…

Disqus sul blog

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Ala fin fine i commenti di Disqus li ho impementati anch’io, mica solo Paolo Attivissimo, tsè!

Li trovate alla fine di ogni post (anche questo) e vi potete accedere (forse!) con i vostri account Facebook, Gmail e chissà quali altri accidenti.

Lo scopo è quello di raccogliere più commenti, ma, grazie al cielo, finora non ce ne sono. Mi raccomando, NON commentate e alimentate vieppiù, di conseguenza, la mia pigrizia.

La privacy policy e la cookie policy di alcuni siti istituzionali

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Non sono passate che poche ore da quando ho messo in linea questo articolo:

Il blog di Paolo Attivissimo non è a norma con la cookie e privacy policy? Lui si preoccupa.

e ho subito ricevuto una mail da parte di uno sfegatato supporter di Paolo Attivissimo, che mi bacchetta le dita e mi mette dietro la lavagna perché non è giusto che io me la prenda con il suo mentore. E’ vero. Prendersela con Paolo Attivissimo è un po’ come prendersela con la Croce Rossa.

E poi mi dice che non è giusto che il Superlativo Svizzero venga segnalato al Garante Italiano quando ci sono fior di siti istituzionali, anche a livello comunitario, che il GPDR non se lo filano di striscio.

Ha chiaramente torto sul Superlativo. Perché ogni titolare di sito web risponde per sé di quello che fa. E se il suo sito è attenzionato, ammesso che lo sia, dall’Autorità, non è che ce la si può prendere con nessuno. La responsabilità in Italia è personale. Anche quella amministrativa.

Invece ha ragione sul resto. Tanto da avermi messo la pulce nell’orecchio. Della serie: “vuoi vedere che…“. E sono andato a spulciare i principali siti delle nostre istituzioni, per vedere quale fosse la soluzione proposta. Ne ho presi quattro, i primi che mi venivano in mente, ma conto di integrare il tutto con qualche approfondimento successivo.

Premetto che tutti i risultati grafici che vi propongo sono stati ricavati da un browser vergine.

1) senato.it, il sito istituzionale di Palazzo Madama, presenta un banner a pie’ di home page. C’è scritto che è possibile visualizzare istruzioni su come negare o prestare il consenso all’uso dei cookie da parte loro. Bene.

Poi però scrivono che proseguendo nella navigazione si accettano i cookies. E questo è un male.

Perché nelle linee guida del Garante, è testualmente specificato che:

“il semplice “scroll down” del cursore di pagina è inadatto in sé alla raccolta, da parte del titolare del trattamento, di un idoneo consenso all’installazione e all’utilizzo di cookie di profilazione ovvero di altri strumenti di tracciamento.”

In altre parole, non basta proseguire nella navigazione del sito per dare un consenso all’uso dei cookie di profilazione. Ci vuole una manifestazione di volontà più univoca, più chiara.

Sul banner del sito del Senato c’è un pulsante con su scritto “Ok”. Ma se io lo premo, che cosa faccio, do un consenso o, semplicemente, prendo visione di cosa mi dicono? Perché sono due cose diverse. Un conto è leggere un contratto e dire “ho capito“, altro conto è sottoscriverlo e renderlo efficace. Ecco lo screenshot:

2) camera.it non mostra alcun banner. Si limita a linkare, in basso, la privacy policy e la cookie policy. La cookie policy è molto povera e insoddisfacente. Non c’è scritto se posso o non posso oppormi al loro uso. Da bocciare. E vai di screenshot anche qui:

3) governo.it è, invece, molto più accurato. Non solo provvedono a usare un banner in cui posso accettare o rifiutare i cookies (grazie Mario!)

ma addirittura rimandano con il link alla loro privacy policy. Cosa ci sarà scritto? Andiamo a leggerla!

Usano Google Analytics, sia pure anonimizzato, per le statistiche sulle visite al loro portale. Molto male. Perché Google Analytics è stato dichiarato illegale dai Garanti di Austria, Olanda e Francia, per tutto il territorio UE, in quanto veicola i dati acquisiti su server collocati negli Stati Uniti. Non si conoscono orientamenti, pareri o decisioni del Garante italiano in materia, ma nel dubbio meglio pararsi le terga e passare a Matomo. Che non è il massimo della vita e funziona malino, anzi, maluccio, sui grandi numeri. Però almeno non fa rischiare sanzioni amministrative salatissime.

4) Dulcis in fundo (o venenum in cauda) cortecostituzionale.it. Non c’è niente di niente. Nè una privacy policy, né una cookie policy, né un banner sia pure approssimativo e insufficiente. Assolutamente nulla.

Vi fornisco l’indirizzo della copia permanente: https://archive.ph/wKT7F

Ho ricavato, inoltre, un file PDF della home page. Eccolo.

Download (PDF, 317KB)

Quanto allo screenshot, c’è anche quello:

E chest’è!

La Commissione Europea sul controllo delle chat

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Oggi la Commissione Europea dovrebbe pubblicare un progetto di legge avente carattere temporaneo per il controllo delle chat mediante un algoritmo proprietario automatizzato (e, quindi, soggetto a errori).

Secondo quanto riportato dal sito eventiavversinews.it

“Se un algoritmo considera un messaggio sospetto, il suo contenuto e i suoi metadati vengono divulgati automaticamente e senza verifica umana a un’organizzazione privata con sede negli Stati Uniti e da lì alle autorità di polizia nazionali di tutto il mondo.”

Particolare attenzione viene dedicata alle foto. Quelle che ci mandiamo tutti i giorni a tonnellate di Giga per tutto il mondo. L’intento sarebbe quello di colpire soprattutto gli abusi sui minori.

Cioè, voi mandate una foto del vostro pargolo sul fasciatorio all’amica o all’amico del cuore, magari col pisellone di fuori, tutto sorridente, giocondo e libero (il pargolo, non il pisellone) e venite sbattuti, voi e il vostro numero di telefono, assieme a chissà quanti altri dati e metadati personali, nella lista nera di un organismo statunitense (privato, eh? Uh… privato!!!) che vi scambia come minimo per uno spacciatore o una spacciatrice di pornografia infantile, perché, vedete voi, l’algoritmo non sa riconoscere la vostra foto da quella di un laido guardone, quando va bene.

Che, poi, i detentori e gli spacciatori di immagini pedopornografiche mica usano WhatsApp. O Telegram, o Messenger. Usano sistemi di criptazione forte come il PGP, (o GPG, se vi piace di più) tutta roba blindatissima, sono sul dark web, mica come noi poveri scemi che mettiamo le foto dei nostri piedi su Facebook! Certo, qualcuno viene beccato con le mani nella marmellata, ma si tratta pur sempre di una esigua minoranza, rispetto all’immenso traffico della rete di questo tipo di porcate.

Non è solo una limitazione (per quanto “temporanea”) alle nostre libertà fondamentali di corrispondenza e di espressione, è un vero e proprio processo all’intenzione. Siccome il mio algoritmo (che ho predisposto e programmato io e col cavolo che ti rilascio i codici sorgente perche tu possa verificarne i criteri di selezione e le modalità operative) stabilisce che TU hai fatto o scritto qualcosa di disdicevole, allora TU quel qualcosa lo hai fatto, senza dubbio. Anche se volevi far vedere alla vicina quanto è cresciuto tuo figlio. Sparisce di colpo il dolo e si inserisce l’elemento del sospetto.

Ed è anche una iniziativa di una stupidità assoluta, perché a questo punto nulla mi vieta di far stampare le foto di mia figlia e di inviarle per posta ordinaria a chi voglio io. Spendo un po’ in francobolli ma chi se ne frega, almeno non vado a finire tra le scartoffie di qualche ufficio privato negli Stati Uniti.

Loro non molleranno mai. Ma gli conviene??

Evgenij Solonovich escluso dal comitato organizzatore del Premio Strega

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Io non capisco la gente.

Vedete quest’omino qui? Si chiama Evgenij Solonovich e ha 88 anni, Dio lo benedica! E’ uno dei massimi italianisti viventi del mondo. Ha tradotto Dante, Petrarca, Ariosto, Montale, per non parlare del suo amore per i sonetti del Belli e non si sa quanti altri in russo, pubblicato centinaia di studi sulla letteratura italiana, ha cui ha contribuito con un lavoro costante e validissimo. E’ stato pluripremiato anche dal nostro Ministero dell’Istruzione. Conosce a memoria i libretti delle opere di Verdi e Puccini e ha trovato tempo per dedicarsi alla diffusione della canzone napoletana, di cui, pure, è estimatore.

Ebbene, è stato escluso dal comitato organizzativo del Premio Strega.

E non su decisione di qualche comitato organizzativo (sarebbe stato estremamente grave lo stesso) privato, bensì su indicazione del Ministero degli Esteri italiano, la Farnesina.

Assieme a lui è stata esclusa un’altra valentissima italianista russa, Anna Jampol’skaja, che si è dichiarata “perplessa” dalla decisione. “Perplessa”? Io avrei avuto un giramento di coglioni ultracosmico, se fossi stato al loro posto!!

Io? Mai potuta sopportare la letteratura russa. Ma questo che c’entra? Tempo fa qualcuno se la prese con le statue di Dostoevskij. Vogliamo anche rifarcela con Gogol, Tolstoj e magari anche con quello zuzzurellone di Ivan Turgenev, quello che disse “Non ho bisogno di sposare le idee di nessuno, ne ho già qualcuna per conto mio”?

Gente che ha dato lustro alla nostra cultura, trattata in questo modo! Si sa, il traduttore è sempre stato visto come un “traditore”. Ma io pensavo solo in senso letterario. Adesso lo è anche per il Ministero degli Esteri.

Solidarietà e affetto per Federico Maria Sardelli

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Vorrei inviare attraverso il blog, solidarietà e affetto a Federico Maria Sardelli.

Sono grato a Coso per averlo ancora tra noi, nella speranza che continui a rompere i coglioni con i suoi concerti, le sue opere pittoriche, le sue edizioni critiche, i suoi saggi, i suoi romanzi, le sue vignette, la stracatafottutissima “Juditha Triumphans” che mi fa due palle così, Vivaldi, il Mago Afono e i poponi diacci marmati.

Coraggio, Federico, ti vogliamo tanto bene, anche se siamo un pochino disturbati dall’acidità di stomaco.

Hackerati!!

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Sì, siamo stati hackerati!

Per alcune ore il blog è stato tutto un trionfo di tette, culi, cazzi e quant’altro.

Hanno messo KO anche classicistranieri.com. Che è ancora raggiungibile, ma tra mille difficoltà.

E’ il rovescio della medaglia dell’uso di WordPress: open source quanto vi pare, bello, agile, comodo, gestisce una quantità di dati impressionante, lo usa il 30% del web, nulla da dire. Ma proprio perché se ne conoscono le specifiche (fin troppo), ogni cinque anni circa bisogna sottostare a queste magagne.

Basta pagare. Non gli hacker, naturalmente, ma le ditte specializzate che se ne occupano. Un danno da circa 600 eurini tondi tondi, liretta più liretta meno. Tanto me li dà Google.

Mi spiace molto se avete visto immagini poco edificanti, ma almeno Baluganti Ampelio sarà contento con le foto porcone. Ci sono stati dei rallentamenti, quando andava bene, e sono costernato se siete stati indirizzati su altri siti che non c’entravano niente.

Ora almeno il blog è pulito, lindo e pinto come pria. Ma ci stanno ancora provando. Ieri sono stati registrati venti tentativi di intrusione con provenienza Regno Unito. Maledetti stupidi inglesi!!

Aggiàte pacienza!!!

Nella scuola media una tesina su Chiara Ferragni

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Una studentessa di scuola media ha proposto una tesina finale su Chiara Ferragni.

Oh, per carità, c’è tutto un percorso interdisciplinare dietro mica da ridere! Si parte da “A Silvia” di Leopardi, perché la Ferragni è una ispiratrice, proprio come la dirimpettaia del recanatese. Ci azzecca come il cavolo a merenda ma tant’è. A geografia la ragazza porta gli Stati Uniti. Eh, del resto la Ferragni ha vissuto a Los Angeles, mi pare giusto. A francese parlerà (spero in lingua) di Coco Chanel, perché era un’icona del suo tempo (tra l’altro fatturava molto di più dei 40 milioni con cui è quotata la Ferragni, ma questo non lo dice nessuno). A scienze l’argomento sarà la riproduzione, perché la Ferragni è mamma (e va be’) e influencer (che non si sa cosa c’entri con la riproduzione, ma pare che sia di tendenza). A storia dell’arte Gustav Klimt e le tre età della donna perché, dice, “mi ricorda tanto lei” (equazioni successive, evidentemente). A storia gli anni ’80 e la nascita di internet. Che è nata almeno un paio di decenni prima.

I suoi insegnanti pare non abbiano nemmeno esperito il tentativo obbligatorio di conciliazione e che non abbiano nemmeno provato a fermarla. E lei, come se non bastasse, ha postato un video su TikTok, ripreso e condiviso dalla stessa Ferragni, che le ha fatto i complimenti e le ha fatto guadagnare milioni di clic e like.

E’ così. TikTok e popolarità prima di tutto. Leopardi, Klimt, gli anni ’80 e perfino Coco Chanel sono dei pretesti, dei corollari assoluti, accessori.

Certo, loro, la ragazza, la Ferragni, gli insegnanti e il mondo della scuola non molleranno mai. Ma gli conviene??

Le disposizioni del Garante della Privacy contro lanotiziagiornale.it

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Ho parlato, di recente, sia pure en passant, del caso della dirigente scolastica che avrebbe avuto (il condizionale è doveroso, oltre che d’obbligo) una relazione con un suo alunno diciottenne.

Ho anche scritto che non mi sembrava una notizia degna di questo nome, e che i due soggetti coinvolti, in quanto maggiorenni, avevano il sacrosanto diritto di gestire la loro vita come volevano, non essendo, oltretutto, emerse responsabilità disciplinari a carico della donna. E che, a norma di legge, nessuno dei due doveva delle spiegazioni a nessuno.

Tuttavia lo scempio giornalistico sulla vicenda dei due, ha trovato riverbero nella pubblicazione di alcuni frammenti di chat, che sarebbe intercorsa tra gli interessati. Come a voler dire: “la relazione c’era e noi ne abbiamo le prove“.

E va beh, ma, ammesso e non concesso che questa relazione ci sia stata, cui prodest?

Fatto sta che il Garante della Privacy, il 1 aprile scorso, ha emesso un provvedimento d’urgenza contro il sito lanotiziagiornale.it in cui dispone “la misura della limitazione provvisoria di ogni ulteriore diffusione, anche on line, dei contenuti dei messaggi acquisiti e riportati nell’articolo sopra indicato, nonché in ogni eventuale ulteriore articolo pubblicato dalla medesima o da altre testate edite dalla medesima società;”.

Che parla di “informazione confusa con la gogna e il pettegolezzo“, che riferisce che non sussista “alcun reato da contestare” (e vorrei anche vedere!) e che la reputazione della Dirigente sia stata “devastata” e, dulcis in fundo (o venenum in cauda), che “il femminismo finisce sotto i piedi“.

Ma chi le ha pubblicate quelle battute estrapolate dalla chat? E contro chi è stato emesso un provvedimento d’urgenza?

Non metto screenshot, ma trovate la copia permanente dell’articolo (guarda caso pubblicato il 4 aprile, tre giorni dopo le disposizioni del Garante) in copia permanente a questo indirizzo:

https://archive.ph/cCjQi

Io so solo che mi sono collegato al sito e ho visto questo:

Il rispetto della mia riservatezza è la loro priorità? Paura. Paura davvero.

Intanto qui sotto trovate il testo integrale del provvedimento.


Provvedimento del 1° aprile 2022

Registro dei provvedimenti
n. 115 del 1° aprile 2022

IL GARANTE PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI

VISTO il Regolamento (UE) n. 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati (“Regolamento generale sulla protezione dei dati” – di seguito, “Regolamento”), con particolare riguardo agli artt. 4, 9, 85 e 58;

VISTO altresì il Codice in materia di protezione dei dati personali (d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196, di seguito “Codice” come modificato dal d.lgs 10 agosto 2018, n. 101);

VISTE le “Regole deontologiche relative al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica” (G.U. del 4 gennaio 2019, n. 3), di seguito “Regole deontologiche”;

RILEVATO che, in data 31 marzo 2022 “lanotiziagiornale.it”, ha pubblicato un articolo che aggiorna su una vicenda di cronaca che ha coinvolto la dirigente di un liceo romano – identificata con il nome e cognome e con alcune sue fotografie − e uno studente del liceo, diciottenne, successivamente alla rivelazione di una relazione sentimentale che sarebbe intercorsa tra i due sulla quale sono in corso accertamenti da parte dei competenti uffici scolastici;

RILEVATO che l’articolo (XX) ha pubblicato diversi stralci dei messaggi che si sarebbero scambiati la dirigente e lo studente che riportano dettagli relativi ai rapporti personali tra gli interessati, anche attinenti alla sfera sessuale, indugiando sulle frasi che si sarebbero scambiati e sulle circostanze dei loro incontri;

VISTO l’art. 137, comma 3, del Codice, il quale dispone che in caso di diffusione o di comunicazione di dati personali per finalità giornalistiche restano fermi i limiti del diritto di cronaca a tutela dei diritti di cui all’articolo 1 del medesimo Codice (dignità umana, diritti e libertà fondamentali della persona) e, in particolare, il limite dell’essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico;

CONSIDERATO che tale principio richiamato in termini generali anche nelle Regole deontologiche (artt. 5 e 6) deve essere interpretato con particolare rigore con riferimento ad informazioni relative alla sfera sessuale (art. 11 delle Regole deontologiche);

RITENUTO che i dettagli descritti (e commentati) rinvenibili nei numerosi stralci di conversazioni e di messaggi riportati negli articoli nulla aggiungono in merito alla necessità di fare chiarezza sulla vicenda e sulla regolarità delle condotte ascrivibili alla dirigente scolastica, sulle quali sono in corso i dovuti accertamenti;

CONSIDERATA dunque la necessità di garantire la riservatezza e la dignità delle persone coinvolte attraverso un intervento in via d’urgenza al fine di limitare l’ulteriore diffusione di dati personali;

RAVVISATA, pertanto, la necessità di disporre, ai sensi dell’art. 58, par. 2, lett. f), del Regolamento, in via d’urgenza nei confronti di La Notizia S.r.l., in qualità di titolare del trattamento, la misura della limitazione provvisoria del trattamento, da ritenersi riferita all’ulteriore diffusione, anche on line, dei contenuti dei messaggi acquisiti e riportati negli articoli sopra indicati, nonché in ogni eventuale ulteriore articolo pubblicato dalla medesima o da altre testate edite dalla medesima società;

RITENUTO necessario disporre la predetta limitazione con effetto immediato a decorrere dalla data di ricezione del presente provvedimento, riservandosi ogni altra determinazione all’esito della definizione dell’istruttoria avviata sul caso;

RICORDATO che, in caso di inosservanza della misura disposta dal Garante, trova applicazione la sanzione penale di cui all’art. 170 del Codice e le sanzioni amministrative previste dall’art. 83, par. 5, lette e), del Regolamento;

RITENUTO quindi che ricorrono i presupposti per l’applicazione dell’art. 5, comma 8, del Regolamento n. 1/2000 sull’organizzazione e il funzionamento dell’ufficio del Garante, il quale prevede che «Nei casi di particolare urgenza e di indifferibilità che non permettono la convocazione in tempo utile del Garante, il presidente può adottare i provvedimenti di competenza dell’organo, i quali cessano di avere efficacia sin dal momento della loro adozione se non sono ratificati dal Garante nella prima riunione utile, da convocarsi non oltre il trentesimo giorno»;

VISTA la documentazione in atti;

TUTTO CIÒ PREMESSO IL GARANTE

a) ai sensi dell’art. 58, par. 2, lett. f) del Regolamento, del Codice, in quanto con il predetto compatibile, dispone in via d’urgenza, nei confronti di La Notizia S.r.l., in qualità di titolare del trattamento, la misura della limitazione provvisoria di ogni ulteriore diffusione, anche on line, dei contenuti dei messaggi acquisiti e riportati nell’articolo sopra indicato, nonché in ogni eventuale ulteriore articolo pubblicato dalla medesima o da altre testate edite dalla medesima società;

b) la predetta limitazione ha effetto immediato a decorrere dalla data di ricezione del presente provvedimento, con riserva di ogni altra determinazione all’esito della definizione dell’istruttoria avviata sul caso.

Il Garante, ai sensi dell’art. 58, par. 1, del Regolamento (UE) 2016/679, invita La Notizia S.r.l., altresì, entro 3 giorni dalla data di ricezione del presente provvedimento, a comunicare quali iniziative siano state intraprese al fine di dare attuazione a quanto prescritto nel presente provvedimento e di fornire comunque riscontro adeguatamente documentato. Si ricorda che il mancato riscontro alla richiesta ai sensi dell’art. 58 è punito con la sanzione amministrativa di cui all’art. 83, par. 5, lett. e), del Regolamento (UE) 2016/679.

Ai sensi dell’art. 78 del Regolamento, nonché degli artt. 152 del Codice e 10 del d. lg. 1° settembre 2011, n. 150, avverso il presente provvedimento può essere proposta opposizione all’autorità giudiziaria ordinaria, con ricorso depositato al tribunale ordinario del luogo ove ha la residenza il titolare del trattamento dei dati, entro il termine di trenta giorni dalla data di comunicazione del provvedimento stesso, ovvero di sessanta giorni se il ricorrente risiede all’estero.

Roma, 1° aprile 2022

IL PRESIDENTE
Stanzione

 

 

 

Il fenomeno Paolo Attivissimo

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Ho sempre considerato Paolo Attivissimo un vero fenomeno.

Secondo quanto riportato dal Vocabolario Treccani:

“3. fig. a. fam. Cosa o persona singolare, fuori del comune, che desta meraviglia per qualità eccezionali: la tua faccia tosta è un f.; nella matematica è veramente un f.; ha un cavallo da corsa che è un f.; in frasi esclamative, tipo strano, curioso, bizzarro: sai che sei un f.!; che fenomeno!”

La sua fenomenicità (o fenomenologia, che dir si voglia), consiste, essenzialmente, nel trasformare eventi del tutto normali e quotidiani in vera e propria notizia. Di farne, cioè, oggetto di interesse per la pubblica opinione. E, conseguentemente, di assurgere egli stesso al ruolo di personaggio “pubblico”.

Ha la passione per lo spazio e le imprese nel cosmo? E’ una notizia. Ha una famiglia, una moglie, dei figli, dei gatti? E’ una notizia. E’ afono e soffre di una patologia non grave e transitoria all’apparato respiratorio? E’ una notizia. Si compra una Tesla usata? E’ una notizia. Fa il traduttore? E’ una notizia. Vuole andare in mongolfiera? Vede i morti? E’ una notizia. E così via.

E’ l’unica persona di cui io abbia contezza per la quale Wikipedia abbia inventato il titolo di studio “Diploma in lingue”, quando si tratta di una “maturità linguistica”.

Paolo Attivissimo fa, insomma, in tutto o in parte, quello che molte altre persone fanno. Solo che se una Tesla usata se la compra una persona comune nessuno se la fila (la persona, e, a volte, anche la Tesla). Se se la compra lui, tutto il mondo deve sapere.

Ha una forte, anzi, incrollabile fiducia nella tecnologia. Che, evidentemente, utilizza solo lui.

Recentemente ha twittato il fatto che, trovandosi “oltreoceano” a Cocoa Beach, Port Canaveral, ha potuto aggiornare il software della sua Tesla, parcheggiata a 7800 km. di distanza. Un evento, evidentemente. Che può fare solo lui e che càpita solo a lui.

Gli ha risposto un simpatico buontempone dicendogli che lui ha perfino pagato un bollettino mentre era seduto sulla tazza del cesso.

Divertente davvero. E vero, tremendamente vero.

Perché tutti ci muoviamo, ci spostiamo, se non per piacere almeno per lavoro o per interessi personali. Mandiamo un bacio ai nostri figli da New York via WhatsApp o Telegram, scriviamo le e-mail dall’aereo mentre sorvoliamo la Cornovaglia, salutiamo la morosa a 500 km. di distanza mediante in sistema VoIP, ordiniamo del software per il nostro PC pagandolo con la carta di credito sia che siamo seduti nel salotto di casa nostra, sia che ci troviamo in vacanza a Bangkok. Quando ero in ospedale scrivevo alcuni post per questo blog dal mio telefonino, aggiornando i miei lettori sul mio stato di salute. Mai visto niente del genere? Eppure…

La normalità che diventa notizia. Ecco cosa mi spaventa! Il fatto che il gatto che attraversa l’autostrada possa causare un incidente e che di questo incidente si parli come se fosse più importante del problema della fame nel mondo.

E immagino che siano più di una persona quelli che hanno comprato una Tesla usata. O che fanno un bonifico bancario sul loro conto corrente in Italia mentre si trovano a Parigi, Berlino o Copenhagen. Ma sì, anche da Cocoa Beach, se è del caso.

Eppure, questa persona che fa delle cose del tutto prive di rilevanza mediatica (una maturità linguistica è un dato enciclopedico? Non direi proprio.), va nelle scuole a insegnare ai nostri figli come diventare debunker, ovvero cacciatori di bufale (povere bestie!). Un mestiere che tutti vorremmo veder realizzato nella nostra progenie.

Così è, se vi pare.

Il “rating reputazionale” e l’asterisco

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Fino a trenta minuti fa, giuro che non sapevo minimamente cosa fosse il rating reputazionale.

Poi ho ricevuto un link su Telegram, da parte del Garante della Privacy, con cui sono in stretto e quotidiano contatto, e mi si è aperto un mondo. Un mondo inquietante, devo dire.

Il fatto: il Garante della Privacy ha interpellato una Onlus, sulla base di alcune notizie di stampa, chiedendole “di far pervenire entro 30 giorni ogni informazione utile alla valutazione del trattamento di dati effettuato.

E, inoltre, “Secondo notizie di stampa l’Associazione avrebbe promosso il Progetto (Omissis) per sperimentare, nei confronti degli studenti, il rating “reputazionale” elaborato sulla base di algoritmi dalla Piattaforma Mevaluate. Al progetto avrebbe aderito un istituto di istruzione superiore.

Allora sono andato sul sito della Onlus per vedere che cosa sia questo “rating reputazionale”.

Leggo: “il Rating Reputazionale in maniera oggettiva misura la reputazione a 360 gradi di imprese, enti e individui e aumenta la sicurezza collettiva. Fa questo grazie a un algoritmo proprietario che prende in considerazione solamente le informazioni presenti in documenti e certificati.

E poi: “Il Rating Reputazionale è indipendente, perché non influenzato da alcun gruppo o potere, incorruttibile, perché frutto di un calcolo, certo, perché derivato unicamente da documenti originali prodotti dagli interessati (nessun problema di privacy), infallibile, perché determinato dall’algoritmo, dinamico, perché aggiornato in tempo reale (entro 30 giorni dal fatto che ne determina il possibile cambiamento), autorevole, perché ispirato dal Codice della Reputazione Universale sul modello della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo promossa dalle Nazioni Unite, che definisce i principi etici e regolamentari su cui si fonda il Codice, e validato dal Comitato Etico Mondiale che presidia la coerenza del rating con i principi etici del Codice e ne garantisce affidabilità e uniformità a livello internazionale attraverso specifiche note-paese, verificabile, perché sottoposto a “controllo pubblico diffuso”.

In breve, la reputazione di un cittadino può, in teoria, essere valutata da un algoritmo sulla base di certificati e documenti autentici e il suo risultato, frutto di un calcolo, può essere incorruttibile.

Il “Rating Reputazionale Digitalizzato, Documentato e Tracciabile è un codice composto da 5 sezioni, che permette sia analisi e classificazioni sintetiche, sia di avere informazioni dettagliate su onestà, abilità, competenze e meriti di una controparte, sia fisica che giuridica.

La pagina riporta l’esempio immaginario del caso del signor Rossi: il signor Rossi ha un rating di A-A-A-45-55, ma riceve una cartella esattoriale di cui vuole contestare il contenuto. Una cartella esattoriale, non un avviso di garanzia (ma anche di quelli parlerò dopo). Riceve un Rating di A-A*-A-45-55. Cioè, la seconda A assume un asterisco. Vuol dire che il signor Rossi ha una pendenza (che chi legge può anche interpretare come giudiziaria) in corso, per il SOLO fatto di aver contestato una cartella esattoriale.

Se perde il ricorso e non paga, il suo Rating si abbasserà a A-B-A-45-55 (magari non paga perché intende ricorrere a un grado di giudizio diverso o superiore).

Se vince il ricorso, o lo perde pagando il dovuto, ma anche addirittura se non lo presenta (cioè se non esercita il suo sacrosanto diritto di contestare la cartella) e paga, il suo Rating sarà di nuovo A-A-A-45-55.

Essere sottoposti a un algoritmo, altrove nella pagina definito “umano” è semplicemente spaventoso. Anche per il solo fatto che non esistono algoritmi “umani”.

Leggo ancora: “Nel caso di carichi pendenti la lettera «A» è contrassegnata da un asterisco e la relativa query dettagliata (D-QU) mostra i certificati con i provvedimenti non definitivi. Insomma, avvisi di garanzia e sentenze appellabili non modificano il rating reputazionale e restituiscono dignità all’imputato/convenuto in giudizio.”

Ma è un controsenso! Da una parte si mostrano i certificati relativi ai carichi pendenti di un determinato soggetto mediante “query” (visibili a chi? All’interessato? Al popolo? Non è chiarito.), dall’altra si afferma che quel soggetto è comunque tutelato nella sua dignità di indagato (e, quindi, non necessariamente di imputato). E l’uomo della strada che vede l’asterisco? Il datore di lavoro che deve assumere un determinato soggetto e se lo vede asteriscato? Penseranno che quel soggetto qualcosa avrà di sicuro. Non è che vanno a vedere se si tratta di un procedimento penale (che potrebbe risolversi anche con un decreto di archiviazione o una sentenza di assoluzione nel merito a seguito di dibattimento) o del fatto che, si veda il caso, ha fatto ricorso per la maledetta cartella esattoriale o, si veda il caso, un analogo ricorso per una violazione del codice della strada.

L’asterisco, per chi legge, non costituisce altro che lo stigma, il segno, il marchio, la lettera scarlatta di cui parlava Hawthorne. Del resto, come dice la gente, può darsi che tu sia la persona più onesta del mondo, e financo che tu abbia ragione. Però intanto questo è un fatto.

E poniamo il caso di un condannato con sentenza definitiva passata in giudicato. Magari per fatti minori, di quelli in cui si applica una pena minima, la sospensione condizionale della pena e tutti i benefici di legge. Il soggetto si è preso la sua condanna (meritata o no) e da allora si è rifatto una vita. Riga dritto, si è fatto una famiglia, lavora, nessuna condanna successiva.

Mi risulta che l’irrogazione della pena e la sua eventuale espiazione, debba servire alla riabilitazione del condannato. E uno che fa? Magari per una sentenza di condanna vecchia di 10 anni, si ritrova un valore B sulla colonnina del penale A VITA? E se ha chiesto (e, magari, ottenuto) la riabilitazione? Il Rating tiene conto anche di questo?

E chi è più onesto e affidabile, il povero disgraziato che è stato beccato con uno spinello di troppo, si è difeso in giudizio ed è stato condannato una sola volta, o chi ha patteggiato magari tre volte, ma non ha nessuna sentenza riportata sul casellario ad uso dei privati, e non è tenuto nemmeno ad autocertificare i suoi trascorsi giudiziari alla pubblica amministrazione?

E, infine, uno dei descrittori del Rating è «studi e formazione». In base all'”algoritmo umano”, a parità delle altre valutazioni e condizioni, ho più reputazione io, che ho una laurea, di mio nonno Armando che, poverino, aveva solo la seconda elementare ma si ritirava nel suo stanzino, accendeva il fuoco, leggeva di storia e sapeva dell’attentato a Umberto I meglio di me?

E’ il potere dell’algoritmo. E’ ciò che è incorruttibile. Frutto di calcolo.

E ha fatto bene, anzi, molto bene, il Garante della Privacy a volerci vedere chiaro. Soprattutto se il trattamento dei dati riguarda dei minori. Cosa vogliono sapere da un minore, se ha rubato la merendina al compagno di banco? Seguirò la vicenda e ne renderò conto. Ma attenti agli asterischi!

Qui di seguito il testo del comunicato del Garante della Privacy:

Il Garante per la protezione dei dati personali ha inviato una richiesta di informazioni all’Associazione (Omissis) che opera nel settore del rating “reputazionale”.

Secondo notizie di stampa l’Associazione avrebbe promosso il Progetto (Omissis) per sperimentare, nei confronti degli studenti, il rating “reputazionale” elaborato sulla base di algoritmi dalla Piattaforma Mevaluate. Al progetto avrebbe aderito un istituto di istruzione superiore.

Il Garante, considerata la delicatezza del progetto che si rivolge a soggetti particolarmente vulnerabili (studenti e minori), ha chiesto all’Associazione di far pervenire entro 30 giorni ogni informazione utile alla valutazione del trattamento di dati effettuato.

L’Associazione dovrà comunicare, in particolare, il funzionamento della piattaforma e della connessa banca dati al fine di consentire all’Autorità di valutare l’impatto dell’uso degli algoritmi e gli effetti che essi possono determinare sugli studenti, nonché le misure eventualmente adottate a loro tutela.

Roma, 3 maggio 2022

L’ANP sollecita un uso più consono delle chat da parte dei docenti

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Ho già parlato della bozza governativa con cui il Governo determina l’integrazione del Codice Disciplinare per i Docenti in merito alla loro partecipazione sui social network. E ho già spiegato perché, anche solo davanti a una mera ipotesi, io abbia ritenuto opportuno per me disiscrivermi da qualunque accrocchio incriminato.

Ora il cerchio si allarga e arrivano le dichiarazioni del Presidente dell’Associazione Nazionale Presidi (che ora si chiamano Dirigenti Scolastici), Prof. Mario Rusconi, sulle chat di classe e quelle dei genitori (specie su WhatsApp, immagino, anche se non cita espressamente questo strumento).

“Le chat di classe devono essere usate solo per le emergenze. Altrimenti stravolgono completamente il rapporto che ci deve essere con le famiglie. Non vogliamo abolirle ma regolamentarle.“

Prendo atto, non senza inquietudine, dell’intenzione finale. Ma, se il Prof. Rusconi permette, come gestire il rapporto con le famiglie, lo decide il docente, non lui. Né nessun altro.

La cura del rapporto con le famiglie fa parte dei doveri imprescindibili di un insegnante. Per contratto. Ma, purtroppo, non ci sono tempi o modalità fissati dal legislper farlo. Io posso usare il telefono della scuola, convocare le famiglie con una lettera protocollata, con un SMS dal registro elettronico (sì, quello di Spaggiari lo permette, ma nessuno lo sa), con una mail o una PEC. Posso parlare con la Signora Asinelli per cinque ore filate e con la Signora Ciuchini per tre minuti e mezzo. Poi c’è la famosa ora di ricevimento settimanale. La cosiddetta diciannovesima ora. Che nessuno ti paga e che nessuno ti obbligherà mai a fissare ma che sei obbligato a fare per “buona prassi” (quando mai una prassi è stata “buona”?). Poi ci sono i ricevimenti interquadrimestrali. Quelli, sì, costituiscono un ordine di servizio.

Devono essere “usate solo per le emergenze“? Io non so esattamente in che paese o in che mondo viva il Prof. Rusconi, ma io lavoro in un paese dove sussiste ancora una emergenza sanitaria, in cui gli alunni e le famiglie di ammalano di Covid e dove qualcuno insiste pervicacemente a morire senza che nessun mezzo militare ne trasporti, con pietà umana e cristiana, la bara a beneficio dei mezzi televisivi. E questo succede ogni giorno. E non lo si neghi, perché se no stiamo tutti a prenderci per le terga.

Durante il lockdown non è stata solo la DaD a salvarci la vita. Ma anche WhatsApp. Quanti messaggi personali e di gruppo ho ricevuto e letto, di alunni che stavano sviluppando veri e propri disturbi psichici da costrizione! E regalare una parola di conforto a chi te la chiede perché, si veda, in quel momento ti considera come un punto di riferimento è un'”emergenza” o no?

L’Italia è l’unico paese in Europa in cui il docente, oltre a essere esperto di una materia, è chiamato al compito educativo. E l’unico che, se succede qualcosa all’alunno in classe, ci va di mezzo civilmente e penalmente.

Io vorrei insegnare ogni giorno l’accusativo personale, le due forme del congiuntivo imperfetto, la letteratura e la sincope della post-tonica nei proparossìtoni (esiste!) ma se una alunna mi dice o, peggio, scrive in una chat di gruppo o personale che fa i video in cui ballonzola, li mette su TikTok e guadagna 10 centesimi al giorno, e ha solo 15 anni, io come educatore devo bloccare tutto e intervenire. O non è un’emergenza? Sì che lo è. E’ una minore, perdìo.

“Le chat tra famiglie e insegnanti e tra insegnanti e studenti stanno dilagando e stanno creando grossi problemi, una sorta di cortocircuito. Si creano situazioni anomale”.

A parte il fatto che io una chat tra famiglie e insegnanti devo ancora vederla col cannocchiale. Solitamente le famiglie chattano da sole, gli alunni hanno i loro gruppi blindati e gli insegnanti si perdono tra mille rivoli: gruppo del consiglio di classe, del collegio docenti, dei dipartimenti, degli insegnanti di un materia specifica, degli insegnanti intolleranti al lattosio e così via. Ma, comunque, le chat sono “anomale” rispetto a cosa? Se c’è una anomalia, qual è la “malìa” o la “nomalìa” entro i cui confini vanno riportate? Finora Rusconi non lo spiega.

“Uno dei problemi delle chat è la presenza dei genitori: c’è chi chiede spiegazioni sul perchè “il figlio ha preso 7 e non 8″, dice Rusconi, oppure “perche’ avete spiegato con due mesi di ritardo la perifrastica passiva?””

A parte l’apostrofo su “perché“, che mi fa infuriare, ci sono due risposte da dare:

– il voto è un atto amministrativo. Come tale, per essere valido, deve essere adeguatamente motivato. Alla Signora che si chiede il motivo del 7 (che non è comunque un voto insufficiente) su una prova scritta, si risponderà che può farselo mostrare dal docente e prendere atto della motivazione. Oppure chiedere un accesso agli atti ed estrarne copia. Semplice!
– se suo figlio è stato collocato accanto a Pierino, sarà una decisione presa dal consiglio di classe. C’è un verbale. Le motivazioni sono lì.

Quanto alla perifrastica attiva, che tanto piace a certi genitori, se è stata spiegata due mesi dopo il docente ne spiegherà il perché nella relazione finale.

Queste domande sorgono perché i genitori sono infuriati ma, soprattutto, non conoscono le regole della scuola pubblica e vanno in ansia. Questo spiega tutto. Certo, non lo giustifica ma lo spiega. E non si può impedire a un genitore di non sapere o di essere ignorante su come funziona la scuola. Magari il padre fa il minatore in Belgio e la madre è una top manager senza scrupoli. E hanno entrambi tutto il diritto di chiedere spiegazioni. Lo fanno in una cht di WhatsApp? E meno male! C’è chi se ne frega proprio. Dei figli e della perifrastica attiva.

Anche Antonello Giannelli, Presidente nazionale dell’Associazione, rimarca:

““un eventuale codice di autodisciplina” dovrebbe essere redatto direttamente dalle scuole. “Non dimentichiamo che queste tecnologie sono di recente introduzione e non c’è ancora un patrimonio comune di comportamenti”.”

A parte il fatto che le chat, i forum e le mailing-list, le discussioni di gruppo, sono tecnologie vecchie come Matusalemme, hanno semplicemente assunto forme diverse. Ma la tecnologia è la stessa. Io parlo a te e tu a me. O decidiamo noi con chi parlare. Punto. Il patrimonio comune esiste e come, solo che la scuola italiana non ne ha mai fatto uso, e adesso, certi signori che fino a ieri si baloccavano con le BIC rosse o, tutt’al più, tagliandosi le unghie dei piedi dopo la doccia, si accorgono che esiste WhatsApp. La prima versione di WhatsApp è stata rilasciata nel gennaio 2009. Siamo nel 2022. Sono passati 13 anni, e, come dicono i Testimoni di Geova, svegliatevi!

Altro piccolissimo inciso: il numero è MIO, la connessione è MIA, il telefono è MIO, WhatsApp è dato in licenza a ME (non alla scuola) e il suo servizio è il risultato di un accordo tra privati. Decido IO, come, con chi e quanto usarlo. Il mio Dirigente Scolastico ha giurisdizione e potere discrezionale sulla mia vita privata e sui miei beni personali. Se vuole che io usi in un certo modo determinati strumenti mi fornisca un telefono portatile di servizio e io applicherò le sue disposizioni. Viceversa, spiacente, ma su quello che è mio faccio quello che voglio io. Perché è facile tutelare l’immagine della Pubblica Amministrazione quando le risorse sono quelle altrui.

Sembrano aver dimenticato il dettato dell’articolo 15 dell Costituzione sulla libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione.

Ultime considerazioni. Leggo sul Corriere della Sera che la Dirigente Scolastica del Liceo Montale di Roma, Prof. Sabrina Quaresima avrebbe, secondo chi l’accusa, avuto una relazione sentimentale con un alunno del suo istituto, prossimo all’esame di Stato terminale. L’alunno è maggiorenne.

La Dirigente è stata sottoposta a procedimento ispettivo da parte del Ministero, a seguito del quale non sono stati ravvisati profili di illiceità o violazioni deontologiche nella sua condotta. E questo è un fatto, che non penso possa essere messo in discussione.

Può, tutt’al più, sembrare una nota stonata che una persona ultraquarantenne e affermata si innamori, in ipotesi, di un giovane con tutta una vita davanti. Ma se sono maggiorenni, consenzienti, non commettono reati, non devono rendere conto a nessuno e sono disposti ad accettare il gap generazionale che c’è tra di loro, non vedo proprio che problema possa sussistere.

La signora è sposata? Bene, ammesso e non concesso che il caso consista ne renderà conto al marito. Non alla PA. Era ed è tuttora in anno di prova? Spiacente, ma non sono emersi elementi per l’avvio di un procedimento disciplinare. Ha fatto sesso in maacchina? Affari suoi. Se è vero che lo ha fatto è un reato. Ma va provato in giudizio. Non lo ha fatto? Affari suoi a maggior ragione.

E invece questa signora (che, come chiunque altro, ha il sacrosanto diritto di disporre della propria vita affettiva come meglio crede) è stata scaraventata su varie testate giornalistiche, come al solito con fiumi di inchiostro gonfiato all’inizio e con due righe di precisazione quando il caso si smonta), assieme al giovane è stata oggetto di scherno e derisione mediante scritte (ovviamente anonime, se no che gusto c’è?) sgradevolissime, al limite dell’offensivo.

E perché? Perché ha vissuto la sua vita come voleva lei? Mi sembra eccessivo, francamente. E mi sembra anche giusto che non ci rimetta il posto solo per questo. Spero tanto per loro che questa vicenda venga presto dimenticata e che possaano tornare a vivere la propria vita in serenità, insieme o separatamente che sia. Glielo auguro di cuore.

 

E poi, cos’è l’ANP? Andiamo a vedere il loro sito web, cosa ci sarà scritto?

“è l’organizzazione sindacale maggioritaria dei dirigenti delle istituzioni scolastiche”

Come tale viene anche citata sulla Gazzetta Ufficiale, secondo quanto evidenziato in un video da loro pubblicato.

E’ un sindacato di categoria. Né più, né meno.

E come si permette un sindacato di dire a me, che, oltretutto appartengo a tutt’altra categoria, come devo disporre della mia corrispondenza e dei miei contatti?

Ma lo sanno Lorsignori quanto si fatica per trovare un punto di sintonia con ciascuno degli alunni che un docente vede ogni giorno per un’ora o due? Ho alunni che non partecipano, non seguono, stanno tutta l’ora col loro cellulare davanti agli occhi, non spiccicano una parola nemmeno in dialetto. Una di loro si è messa nei guai seri. Mi ha chiesto un consiglio personale via WhatsApp. Cosa dovevo fare, negarglielo? O pensare che, siccome non ero in servizio e stavo rispondendo privatamente, stavo ledendo l’immagine della Pubblica Amministrazione (perché è di questo, mica di altro, che si tratta) improvvisandomi confidente, scerdote, psicoanalista o un servizio socile? Cosa dovevo dirle, visto che si trattava di una delicata questione privata, di parlarmene in classe davanti ai compagni? O durante l’ora di ricevimento, sapendo che anche i muri hanno orecchie e che Radio Scuola trasmette pettegolezzi 24 ore al giorno in stereofonia dolbyzzata?

No, non lo sanno. O, se fingono di non saperlo, è ancora peggio.

E non c’è nulla di più riprovevole di un docente (o ex tale) che non si ricorda di essere stato studente e dolescente a sua volta.

Nuove disposizioni per i dipendenti pubblici sull’uso dei social network

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Questo potrebbe essere uno dei miei ultimi post da uomo libero.

Il governo ha approvato una bozza di decreto in cui si inseriscono, tra l’altro, delle integrazioni al codice di comportamento dei pubblici dipendenti riguardo all’uso dei social.

Io sono un pubblico dipendente (settore scuola). E uso i social.

Quando sono in servizio sono un pubblico ufficiale. Quando finisce il mio orario di servizio (comprese le ore di cosiddetto “buco“) sono un privato cittadino. Ho le mie idee, politiche, etiche, religiose. Vado a votare, e voto chi mi pare. Negli ultimi cinque anni ho sempre annullato la scheda. Questa è una delle ultime volte in cui posso dirlo senza essere sospettato o, peggio, sanzionato disciplinarmente, di invitare gli altri a fare altrettanto.

Attualmente uso Facebook, Instagram, Twitter, WhatsApp e Telegram. I miei account su queste risorse sono il risultato di un contratto sottoscritto tra due parti: chi mi offre il servizio e il sottoscritto in qualità di privato cittadino.

Come tutti i privati cittadini ho libertà di espressione, di ricevere e fornire informazioni, e perfino di critica e satira. Non esiste praticamente argomento al mondo che questi diritti costituzionalmente garantiti non coprano e su cui non trovino applicazione.

Eppure, nella bozza di decreto (Pnrr) si parla dell’inserimento di:

“una sezione dedicata al corretto utilizzo delle tecnologie informatiche e dei mezzi di informazione e social media da parte dei dipendenti pubblici, anche al fine di tutelare l’immagine della pubblica amministrazione”.

Bastava una parola: censura. Si può usarla. E la uso.

Io dovrò adeguarmi, come tutti gli altri, a un “corretto utilizzo delle tecnologie informatiche“. Immagino, anzi, sono certo, che questo riguardi, oltre all’uso dei social, anche il mio blog.

Dovrò farne un “corretto utilizzo“. Perché, come leggo sul sito dirittodellinformazione.it:

“un buon dipendente pubblico è tenuto a rispettare il diritto alla privacy di colleghi e utenti dei servizi, evitando di postare foto, immagini o descrizioni che non siano preventivamente autorizzate per iscritto dagli stessi. Inoltre, occorre astenersi da dichiarazioni pubbliche offensive nei confronti dell’amministrazione e dalla diffusione in qualsiasi forma e attraverso qualunque media di informazioni confidenziali, in osservanza del segreto di ufficio.

Per quanto concerne il linguaggio utilizzato sui social network, occorre evitare parole con un significato ambiguo o che, ancora peggio, istighino all’odio e alla discriminazione e, nel ricorrere alle emoticon, occorre valutare una complementarietà di significato, onde evitare di risultare offensivi.”

Non potrò più, quindi, postare una foto che mi ritrae assieme a colleghi o personale amministrativo, a meno di non avere una autorizzazione scritta. Vale anche per le “descrizioni”, ovvero per i semplici contenuti testuali. Ho avuto un collega che stimo moltissimo come insegnante e che si è candidato alla carica di Sindaco nel comune in cui risiedo. Non condivido le sue posizioni politiche. Come collega non ho nulla da dire. Potrò continuare a criticarlo senza chiedergli l’autorizzazione?

Non potrò più usare “parole con un significato ambiguo” (sono toscano, ma soprattutto livornese e l’ambiguità verbale fa parte del mio DNA) e, inoltre, attenzione alle emoticons (le faccine) perché c’è da “valutare una complementarietà di significato“.

In breve, se un utente Facebook posta un contenuto satirico o addirittura dissacratorio sul Ministro dell’Istruzione, io non potrò commentare più con una faccina che sorride, o addirittura con un “like” perché questo potrebbe essere interpretato come un’offesa alla carica istituzionale in questione. Sempre per “complementarietà di significato“, s’intende.

Cosa faranno gli insegnanti e i lavoratori della scuola senza Facebook, o, quanto meno, senza tutta la libertà di esprimersi che hanno avuto fino ad ora?

Personalmente vivrò benino lo stesso. Per fortuna non ho bisogno dei social per esprimere le mie opinioni. Ma gli altri? Guardate che c’è gente che se le togli Facebook si spara un colpo in testa!

Personalmente conosco maestrine locali, di cui potrei fare nomi e cognomi, che mostrano le loro foto artistiche su Facebook e hanno un calamitante potere di acchiappo. Belle come sono qualche imbecille che ci casca lo trovano sempre.

Ma siccome l’eterna seduttrice è anche sempre l’eterna bambina, come ne risulterà compromessa l’immagine della Pubblica Amministrazione? La maestra dei vostri figli che riceve commenti tipo “Bella, bellissima…“, cuoricini, like, fiorellini, dichiarazioni d’amore, poesiole, immaginette, tramonti e gattini a piovere.

Però non si può nemmeno impedire alla gente di pubblicare quello che vuole per amore dell’immagine di una Pubblica Amministrazione che da una parte censura le emoticons e dall’altra le permette di fare soldi in nero con le ripetizioni!

Non è reato avere lo sguardo provocante, gli occhioni da gattina, farsi un selfie accattivante, tradire il marito o la moglie, magari perfino mandare a carte 48 un matrimonio, dei figli, il cane, il gatto e il criceto per un like, una strizzata d’occhio in privato, e magari scambiarsi il numero di telefono perché, si sa, così fan tutti. E’ stupido, indice di una cretineria senza limiti, denota scarso, anzi, scarsissimo savoir-faire e presenza cerebrale di un numero estremamente esiguo di neuroni. Ma non è un crimine.

Ma oltre ai vari zoccolamenti di cui sopra, sui social ci sono anche i gruppi di discussione, e molti riguardano proprio il mondo della scuola in particolare e la pubblica amministrazione in generale. Li mandiamo a ramengo? O per sopravvivere in linea dovranno contenere solo elogi all’Invalsi, parlare di debate, cooperative learning, piani delle offerte formative, alternanza scuola-lavoro, scrutini interquadrimestrali, pagellini, collegi docenti e consigli di classe?

Sarà ancora possibile denunciare pubblicamente il comportamento di un Dirigente Scolastico (maiuscolo perché se no potrebbero offendersi) se commette un sopruso, un illecito, o, addirittura, un delitto previsto e punito dalla legge?

Chi è che offusca l’immacolata immagine della scuola pubblica, la docente i cui video ripresi nella sua privatissima e legittima intimità vengono sparati sui social, o la dirigente che l’ha censurata con un provvedimento disciplinare e che è stata successivamente condannata?

Le studentesse (cretine, imbecilli, decerebrate, fuori di testa e quant’altro) che nel Parmense hanno dato fuoco a un banco per postare il video su TicToc non sono forse l’immagine del rovescio della medaglia di una scuola pubblica ormai incapace di trasmettere valori e fornire modelli di vita alternativi? Perché fa presto la Pubblica Amministrazione a ributtare addosso alle famiglie la responsabilità educativa, però poi i Patti di Corresponsabilità li firma anche lei. E come se li firma!

Ho scritto un libro satirico sul mondo della scuola, perculeggiandolo un po’ e ritraendo una realtà assurda e grottesca. Meno male che l’ho fatto adesso. Non so se l’anno prossimo sarebbe stata la stessa cosa.

Potrei andare avanti per ore, ma mi fermo qui.

Cosa farò io? Molto probabilmente mi disiscriverò da tutti i social a cui sono iscritto tra due o tre mesi. Il blog lo manterrò visibile finché vivo, ma avrò le mani legate. Capite ammé, ho una figlia da mantenere. Ci posterò qualcosa ogni tanto, giusto per non perdere il vizio. Capitoletti dei miei libri, per lo più.

Insomma, mi faranno sputare fuori il veleno e poi mi lasceranno andare.

E i sindacati cosa dicono? Ma quali sindacati, per favore…

Liber Liber e Yeerida

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Ancora Liber Liber? Ebbene sì.

Ho cercato un libro da loro. Ho trovato, tra le varie opzioni per scaricarlo, anche questa:

Oltre alle tradizionali versioni PDF, ODT, HTML e compagnia cantante, ce n’è un’altra: il libro è scaricabile (gratis, grazie!) anche su un sito sconosciuto, chiamato yeerida.com.

Ho pensato: “Perché dovrei scaricare il libro da Liber Liber e alimentare così, con un clic di download, le loro statistiche? Proviamo questo Yeerida, hai visto mai??”

Ecco il risultato:

Il dominio yeerida.com è in vendita per 9000 dollari e spiccioli. Robetta. Quasi quasi me lo compro.

Hanno chiuso. Fallito. Out. Closed. Cerrado. Fermé. Geschlossen.

Gliene fregava così tanto dei libri digitali e della cultura libera che vendono perfino il nome a dominio.

Il resto, compreso il perdurare dei link alla risorsa da parte di Liber Liber (potrebbero rimuoverli in cinque minuti) è solo pubblicità, pubblicità, pubblicità.

Partecipa al crowdfounding! (O raccolta fondi, dipende…)

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Ho deciso di aprire una raccolta fondi.

Servirà per finanziare la pubblicazione del mio prossimo libro sulla letteratura spagnola e a contribuire al mantenimento delle mie biblioteche digitali libere ad accesso gratuito.

Chi ci mette 5 euro in più (spese postali), oltre alla donazione (di importo libero), riceverà una copia di “Debito formativo” (copie limitate, anzi, limitatissime!)

Maggiori informazioni qui:
https://www.eppela.com/projects/8152

Liber Liber e Pagina Tre

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Liber Liber, si diceva.

Hanno una “rivista culturale” che si chiama “Pagina Tre” con relativo dominio e sito web. Bene. Anzi, benissimo.

Trattandosi di una pubblicazione non periodica e interamente gestita da “volontari”, chiede la collaborazione di tutti. Bene anche questo.

Chiunque può contattare la “redazione” (cioè fondamentalmente una sola persona) per proporre dei contenuti di tipo culturale (segnalazione di novità librarie, recensioni e molto altro), e anche per pubblicare la propria tesi di laurea, se lo vuole.

Vediamo.

Ho scritto e pubblicato un libro, di recente. Se volessi segnalarlo su “Pagina Tre” ho due possibilità:

a) pagare. 29 euro. Che non è poco, perché non sarebbero loro a fare un favore a me. Sarei io che darei loro dei contenuti. Se qualcuno scrivesse un contenuto culturale qualificato e qualificante per i miei siti glielo pubblicherei senza chiedergli un centesimo. Ma questi sono fatti loro. Ma soprattutto miei.

b) Gratis. Come? Diventando “redattore” del sito. Per diventarlo devo “registrarmi” al sito. Si tratta di un modulo WordPress che richiede una user-id e un indirizzo e-mail. Ma quest’ultimo dato, una volta conferito, dove va a finire? E la mia privacy? Nessuna paura:

Leggo in una nota che ” Pagina Tre tutela la tua privacy.” E allora andiamola a leggere questa informativa. Nelle prime righe è scritto che:

“I dati che fornisci a Pagina Tre di Liber Liber (…) sono al sicuro e gestiti in base alle più recenti normative sulla privacy.”

Ah, “sono al sicuro”? Allora siamo a posto. Non so chi li custodisca (il nome del responsabile del trattamento dati non c’è -la persona fisica, intendo, non quella giuridica), ma sappiamo di per certo che i dati sono “al sicuro“.

Finita qui? No di certo. Chiedono anche una fotografia, da associare all’account. Cioè una mia immagine. Non un avatar, un disegnino. La mia foto. Ora, finché sono IO a pubblicare le MIE foto (sui miei siti, su Facebook o dove mi pare) tutto bene. Ma se le cedo a terzi?

Manca ancora una cosa. L’iscrizione alla loro mailing-list. Che pare essere necessaria e obbligatoria. E perché dovrei iscrivermi alla mailing-list? Ma, soprattutto, perché questo adempimento è obbligatorio? Non posso scegliere io autonomamente se iscrivermi o no? E, soprattutto, cosa comporta l’iscrizione. Avrò maggiori benefici? No, semplicemente è richiesto. Tutt’al più riceverò qualche e-mail in più.

A questo punto, ottemperati tutti gli adempimenti richiesti, posso finalmente pubblicare i miei contenuti? In teoria sì. Nella pratica

“questa procedura non garantisce l’inserimento tra i redattori di Pagina Tre, l’ammissione resta a discrezione del comitato di redazione.”

Hanno un comitato? Ma io mica lo sapevo! Io volevo solo collaborare!

Proviamo con la tesi di laurea. A parte il fatto che la mia è già pubblica, vediamo se ottengo maggior fortuna.

Almeno questo servizio è gratuito. Meno male.

Ma c’è un “ma”. Devo firmare una liberatoria. E’ giusto che sia così, non è quello il punto.

Sul modello di liberatoria è scritto che:

“l’autorizzazione alla libera distribuzione riguarda esclusivamente la versione elettronica della tesi”

E se io volessi, che so, autorizzare Liber Liber a distribuire gratuitamente il formato PDF della mia tesi e volessi, contemporaneamente, commercializzare il formato EPUB o Kinde-compatibile su altri store? Anche quelle sono “edizioni elettroniche”. Posso farlo o no? Non lo dicono.

Inoltre:

“non è autorizzata alcuna modifica, con l’eccezione di quelle eventualmente concordate fra Liber Liber e l’Autore”

Come sarebbe? Io sono l’autore della mia tesi, che è mia, non posso ampliarla, modificarla, correggerla, aggiornarla (magari agli ultimi studi sull’argomento, se ve ne sono) e mandare loro il file aggiornato? Parrebbe di no.

E, infine, la ciliegina sulla torta:

“l’autorizzazione concessa a Liber Liber non è revocabile”

Come sarebbe a dire che non è revocabile? Cos’è, un matrimonio? Li sposo a vita? E se un giorno io volessi, che so, pubblicare un’edizione cartacea del MIO lavoro e sfruttare i MIEI sacrosanti diritti economici sull’opera (perché sono MIEI), togliendo dalla circolazione sulla rete quella gratuita? Nulla, non lo posso fare. O, quanto meno, non posso revocare loro la liberatoria per QUELLA versione del mio lavoro.

Loro non cambieranno mai. Ma gli conviene?

“L’idiota” di Dostoevskij su Liber Liber

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Allora.

Liber Liber ha pubblicato una versione italiana di pubblico dominio de “L’Idiota” di Fedor M. Dostoevskij.

Che dire? Grazie. Ne farò buon uso. Ma tutto lì.

L’uscita della versione elettronica del volume, è stata accompagnata da alcune note firmate Marco Calvo, presidente della Associazione e curatore di TUTTE le opere messe in linea. Come faccia a trovare il tempo di curarle tutte (sono migliaia), audiolibri e file musicali compresi, non l’ho mai capito, ma il punto non è questo.

Leggiamo quello che dice a proposito della ” brutale guerra avviata da Putin contro l’Ucraina“:

“Liber Liber è una associazione culturale che non può (e non deve) entrare nel merito di scelte strategiche e politiche; non siamo nemmeno strutturati per elaborare opinioni documentate.”

Non si capisce bene perché una associazione culturale non possa e, tra parentesi, non debba esprimere una propria posizione politica, specie se di condanna alla guerra, tra l’altro, rispondendo a un principio costituzionale ben consolidato.

Chi glielo impedisce? Nessuno. Se non loro stessi.

Il fatto di essere una “associazione culturale” non li esime dal poter prendere posizione. Sono una biblioteca, una mediateca, o quello che sono? A cosa serve questa neutralità e questa non strutturazione per esprimere un pensiero critico? E’ molto semplice, a mantenersi distaccati e pubblicare quello che possono e che vogliono. Liber Liber non è una biblioteca, è quanto meno un editore nel senso meramente ecdotico del termine. E anche in quello puramente economico. E’ fuor di dubbio che Liber Liber pubblichi opere inedite (alcune traduzioni italiane di Shakespeare, per esempio, ma anche tutti gli audiolibri e alcuni video), e che ne venda alcune sui circuiti di distribuzione più diffusi in Italia e nel mondo. Non c’è nulla di male, lo possono fare, se qualcuno gliele compra. Loro come chiunque altro. Privato o azienda che sia.

Dicono spesso che una biblioteca deve conservare il sapere così com’è, senza esprimere giudizi di merito sulle singole opere. Io credo, invece, che perseguano una vera e propria linea editoriale. Non ne capisco il senso, ma è indubbio che esista.

Non so che cosa li spinga, ad esempio, a offrire nel loro ricco catalogo, alcune opere di Benito Mussolini. Se è vero come è vero che una biblioteca deve accogliere tutto, in modo pedissequo e acritico, possono tranquillamente mettere in linea anche il “Mein Kampf” di Adolph Hitler, almeno in tedesco. Hitler morì nel 1945, i suoi scritti sono in pubblico dominio. E, con qualche ricerca più accurata, si può risalire a una traduzione libera da diritti o, quanto meno, orfana.

Se avessero messo in vendita i libri di Mussolini anche per venderli (secondo la loro logica del mantenere versioni a pagamento e versioni gratuite, che, peraltro, condivido in pieno) lo avrei capito: quanto meno avrebbero spillato qualche quattrino a qualche nostalgico del DVX. Ma così che senso ha? Solo un senso inclusivo? Mi pare, francamente, un po’ poco. O, quanto meno, non bastevole a giustificare una scelta editoriale del genere.

Basterebbe dire “Noi in casa nostra pubblichiamo e mettiamo in linea quello che ci pare.” Ma non lo fanno.

Tornando alle note di Marco Calvo, leggo:

“La pace è figlia del rispetto e dell’amore per il prossimo.”

No. Non è così. La pace è figlia della coabitazione tra persone e pensieri DIVERSI. Le parole di Calvo sono molto interessanti. Chi non vorrebbe amore e rispetto per il prossimo? Tutti li vogliamo, nessuno escluso. Ma appaiono, appunto, come l’espressione di chi sfonda una porta aperta. Sono solo carenti di significato originale. E va da sé che non è reato non essere originali. Però è criticabile.

In un altro articolo di qualche giorno prima, Calvo affermava, tra l’altro che Liber Liber

“non è solo un archivio di file, è un luogo di riflessione.”

Verissimo. ma questa riflessione dov’è, se non si trova un solo commento nel loro sito (per la verità mi risulta che non sia nemmeno possibile apporne. Scelte.)? Se la loro mailing-list è un luogo abbandonato? Dove la troviamo tutta questa riflessione, su Facebook? D’accordo, ma Facebook non è di Liber Liber e non lo gestiscono loro. Inoltre molti dei lettori e commentatori delle loro pagine NON sono iscritti a Liber Liber. Saranno, tutt’al più, dei simpatizzati, persone che apprezzano l’opera dei loro volontari, non dico mica di no.

E poi, c’era bisogno di trascrivere un’intera opera di Dostoevskij per dare sottilmente e indirettamente dell'”idiota” a un dittatore guerrafondaio? Io penso proprio di no.

Smerdatori di scuola primaria

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Lei è una insegnante di scuola primaria. Il suo è un istituto comprensivo di Fornovo Taro, nel Parmense.

Alcuni suoi alunni della classe quinta della primaria vanno in bagno. Siccome non sanno cosa fare della pupù destinata a scomparire dopo la tirata di sciacquone, e siccome è peccato mortale sprecare così tanto ben di Dio, allora decidono di usarla per imbrattare le pareti del bagno in questione, facendo dei ghirigori qua e là. Così, just for, stile graffiti del paleolitico nelle grotte di Lascaux.

Avvisata dal collaboratore scolastico degli stronzetti decorativi, la maestra ha subito sgridato gli alunni peristaltici. I cui genitori l’hanno immediatamente denunciata, eh, beh, ci mancherebbe, sgridare i loro pargoli che giochicchiavano artisticamente con la merda non si fa, proprio no.

Dopo 4 anni di trascinamento giudiziario, la vicenda si è conclusa, almeno in primo grado, con la condanna della Docente a un mese e venti giorni di reclusione per abuso dei mezzi di correzione. Il Pubblico Ministero ne aveva chiesto l’assoluzione.

Ma non finisce qui. Ci si sono messi anche i sindacati. Qualcuno ha addirittura auspicato che la maestra ricorra nei gradi superiori di giudizio. Già, ma con quali soldi? La difendono i loro avvocati in appello e in cassazione? E se questa qui i soldi non li ha? O se, solo, volesse tenersi una condanna con i benefici di legge pur di non vedersi sempre messa in prima pagina? Ne avrà pur diritto, spero.

E poi si meravigliano (sempre i sindacati) che nessuno ha evidenziato la “culpa in educando” dei genitori. Che indubbiamente c’è, perché chi ha loro insegnato a smerdare la scuola? O, meglio, chi è responsabile del danno? Vengono loro (i genitori) a ripulirla la scuola o cosa? E se i sindacati ci tengono tanto, perché non fanno una bella denuncia o un esposto per conto proprio?

In questi giorni si celebrano le elezioni dei rappresentanti delle RSU nelle scuole. Io non voto. Io non delego. A me questa gente fa paura.

Il WRTH

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Non c’era verso. Dovevo sapere.

Avete presente quando siete in preda all’entusiasmo per qualcosa (che so, la cucina siciliana, Arduino, il cinema di Nanni Moretti, lo yoga, la meccanica quantistica…) e avete bisogno di sapere TUTTO, ma proprio TUTTO sull’argomento? Ecco, a me successe la stessa cosa con la radio.

Ormai sapevo che molte emittenti di Stato, avevano un servizio per l’estero in svariate lingue. Siccome le lingue le studicchiavo (con una certa idiosincrasia per l’inglese, certo, lingua senza flessione verbale, e, quindi, nel mio immaginario, si trattava di una non-lingua), voleva avere anche la possibilità di esercitarle attraverso il mezzo che andavo via via scoprendo, e con sempre maggiore interesse.

Mi chiedevo: se ascolto Praga e Pechino in italiano, vuol dire che ci saranno altre stazioni che trasmettono in altri idiomi. Già, ma quali? E a che ora, in quale lingua, e su quali frequenze? Posso ascoltarle anch’io con la radio della nonna (mia nonna Tomassina, da parte di padre, non la nonna Angiolina della Corrida) o ho bisogno di qualche miracolo?

La soluzione c’era.

In una delle ultime trasmissioni del servizio italiano della BBC avevo appreso che esiste un volume, pubblicato annualmente, che riportava tutti i dati di cui avevo bisogno.

Si chiamava (e si chiama ancora, visto che le pubblicazioni non sono cessate) WRTH, che è l’acronimo di World Radio and Television Handbook. C’era veramente tutto quello che necessitavo. Inclusi gli indirizzi delle stazioni. Buono a sapersi.

Il guaio (guaio?) è che il libro (che i radioappassionati chiamavano la Bibbia, per l’autorevolezza dei suoi dati) veniva pubblicato in Danimarca. Costava anche qualche bel soldino. Per cui mi misi a fare ripetizioni di tedesco a una ragazzina molto intelligente ma svogliata, per potermi permettere l’agognato acquisto. La necessità aguzza l’ingegno, come si suol dire.

Una volta venuto in possesso del valsente, regolarmente percepito in nero e in lirette sonanti e ballanti, secondo il bieco principio del pochi, maledetti e subito, mi recai all’Ufficio Postale per affrontare una delle avventure più impegnative del mio nuovo donchisciottesco hobby: il vaglia postale internazionale.

Ricordo ancora che il Direttore, un uomo grande e grosso, nonché di animo buonissimo, mi chiese se fossi sicuro di quello che stavo facendo. Trasferire denaro dall’Italia alla Danimarca mica era uno scherzo! C’era da convertire la valuta locale in corone danesi e scrivere il corrispettivo in francese su un modulo di un terribile color rosa. Il francese era la lingua franca e veicolare dell’Unione Postale Universale.

Non c’era l’Unione Europea, e men che meno l’euro. Esisteva, comunque, una valuta di passaggio, l’ECU, di cui non erano disponibili banconote e monete, ma che alle poste veniva usata quotidianamente per le transazioni internazionali. Ogni giorno usciva il bollettino, affisso regolarmente nell’ufficio, in cui ti davano il controvalore in lire. E beata l’anima di Robert Schumann (l’economista, non il compositore).

Ci mettemmo un’ora e più a fare quel maledetto vaglia. Totale della spesa, inclusi gli oneri postali, 50.000 e rotte delle lire di allora. E uno sguardo assassino del Direttore, pugnalatomi in pieno petto da dietro i suoi occhialini da presbite.

Quando il libro arrivò, mi immersi nella sua lettura come se non ci fosse un domani. E’ incredibile come ci si possa immergere in una risorsa simile all’elenco del telefono. Numeri, tanti numeri. Frequenze, potenze dei trasmettitori, tutto suddiviso per nazioni e continenti. Mi sembrava fatto benissimo, non staccavo gli occhi da quelle pagine.

Una delle prime sezioni che consultai fu quella dedicata all’Italia. E sì, appresi che anche la RAI trasmetteva per l’estero in un maremagnum di idiomi, dai più ai meno diffusi, dal suo centro di emissione in onda corta a Prato Smeraldo. Mi saltò l’occhio su un particolare: trasmettevano persino in maltese. Un quarto d’ora al giorno. Quando si dice la generosità! Ero curiosissimo di sentire come suonava il maltese. Allora mi sintonizzai, ma le mie aspettative andarono ben presto deluse. Datosi che avevano una temporanea mancanza di locutori in lingua maltese, sostituivano provvisoriamente il programma previsto con una trasmissione in italiano. Quasi uguale. Bello, però. In Italia abbiamo i locutori, mica gli speaker. A distanza di tutti questi lustri, mi risulta che non vi sia ancora alcun locutore di madrelingua maltese alla RAI. Le temporaneità è un concetto molto relativo, anche nel mondo della radio.

Un’altra lingua che mi interessava era l’esperanto. Anche lì flessione verbale zero. Però mi era più simpatica del maltese. Trasmettevano nella lingua di Zamenhof Pechino, Cuba e perfino la Radio Vaticana. Mi chiedevo cosa spingesse il governo di Sua Santità o quello del Comandante Fidel Castro a spendere soldi per trasmettere in una lingua usata come veicolo di comunicazione da appena due milioni di persone nel mondo. Idealismo, probabilmente. L’esperanto è sempre stato associato a istanze libertarie ed anarcoidi. Era bello sapere che anche Giovanni Paolo II ci credeva. Anche se sentir parlare in esperanto non è che sia una delle esperienze uditive più gratificanti. Ci sono solo parole piane. Le tronche e le sdrucciole non esistono, quindi è un po’ monotono.

Ma quel libro era un pozzo di San Patrizio di informazioni. In Italia esistevano delle stazioni che trasmettevano clandestinamente sulle onde medie. Qualcuna, più azzardosa, anche sulle onde corte. Il fascino dell’illegalità era ben presente, e l’Escopost no. O, quanto meno, non ancora.

Dagli Stati Uniti era inoltre possibile ascoltare una stazione che si chiamava WYFR. Va detto che negli Stati Uniti la maggior parte delle stazioni radio non ha un nome, come da noi. Non si chiamano Radio Pinco o Radio Pallino. Hanno delle sigle. Che cominciano (quasi) tutte con W. Il resto ognuno se lo può scegliere come gli pare, se non è stato già registrato. Come le targhe delle autovetture. YFR stava per Your Family Radio. Ma che bello, una radio per famiglie che trasmetteva per l’Italia! Quanto meno consolante, ma estremamente deludente all’ascolto. Si trattava infatti di una stazione religiosa che trasmetteva letture bibliche e sermoni come raffiche di mitra ad altezza d’uomo. La redazione italiana era composta da un solo membro, un pastore protestante di origini lucchesi, che parlava un misto di toscano e inglese-americano che trovai insopportabile. Faceva tutto lui, del resto, poveraccio, e non c’era proprio necessità di fargliene una colpa. Registrava i programmi, rispondeva alle lettere, confermava i rapporti d’ascolto, ti inondava la cassetta delle lettere di opuscoletti e trattatelli, prometteva salvezza e inferno a seconda delle tue scelte, tuonava contro la pornografia, insomma, lavorava in multitasking. La traduzione della Bibbia (quella vera, intendo, non il WRTH) che usava per mandarti a friggere in tutte le padelle dell’inferno era quella storica di Giovanni Diodati, per cui le trasmissioni erano infarcite di linguaggio sei-settecentesco e si potevano udire espressioni come “allor, ognor, imperocché, in perciò sia cosa che” e così via. Vintage e inquietante al tempo stesso.

La sezione della Corea del Nord era particolarmente esigua ma molto interessante. Radio Pyongyang esisteva e io la volevo. Trasmettevano in quattro o cinque lingue, quelle principali. Al di fuori delle bande assegnate a questo tipo di servizio, perché loro erano originali. Ogni giorno riempivano l’etere con le loro sparate e le lodi sperticate al compagno Kim-Il Sung, a suo figlio Kim Jong-Il, suo successore ed erede, e a tutta la dinastia millenaria dei Kim. Scrissi anche a loro, come è ovvio, mi mandarono un librettino con un discorso di Kim-Il Sung tradotto in francese, che conteneva la terza pagina con l’effigie del Padre della Patria coperta da una intercapedine di carta velina, quasi a volerne preservare la sacralità. Poi non ne seppi più nulla. Ma so per certo che esistono ancora, anche se per sentirli bisogna un po’ ingegnarsi con l’antenna.

Quella più imponente era la sezione dedicata a Radio Mosca (oggi Voce della Russia). Il numero delle lingue in cui trasmetteva era impressionante. C’era perfino un programma in guaraní, lingua indigena dell’America Latina, un altro in quechua, altri ancora in urdu, swahili e chissà cos’altro diavolo mai. Un mio amico prete di allora, che aveva fatto il missionario in Sud America, mi disse che per perfezionare la sua conoscenza della lingua locale ascoltava Radio Mosca tutti i giorni perché parlavano un guaraní perfetto. Contento lui!

Con quel volume feci il giro del mondo in 500 pagine. L’un lito e l’altro vidi, infin la Spagna, fin nel Morrocco e l’Isola de’ Sardi… e mi veniva in mente Ulisse, il suo peregrinare, e Dante che ne scriveva in endecasillabi.

Ma il libro ormai era mio e non sarei mai più sceso a compromessi.

blasterzone.it afferma che classicistranieri.com viola i diritti d’autore di Wikipedia

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blasterzone.it è un sito web dedicato a mettere “le aziende in contatto con i canali di comunicazione che contano”, secondo quanto recita la loro stessa home page.

Funziona così, ci si iscrive, si mette a disposizione la propria risorsa web (blog o pagina che sia), e se qualche canale la ritiene interessante, si viene contattati per scrivere un post che contenga un link a una azienda di brand e alcune parole chiave per la ricerca del settore su Google.

Una volta fatto ciò si viene pagati per il proprio disturbo. Pochi spiccioli, una ventina di euro circa di media. Li faccio in poco più di mezza giornata mentre dormo o me ne sto comodo sul divano a leggere, ascoltare la radio o a non fare niente.

Ma tutto fa brodo e ho voluto provare. E poi ognuno si arrangia come può, il mercato è libero (e selvaggio).

Non ho ricevuto che due proposte. La prima l’ho ignorata. Scrivere un post ad hoc mi sarebbe costato un’ora e sinceramente il mio tempo vale molto di più di quanto mi veniva proposto.

Per la seconda non ho fatto in tempo ad accettare che subito dopo mi è giunta una lettera da parte di un amministratore dell’azienda (o, almeno, ritengo ragionevolmente che rivesta tale funzione) in cui mi si annuncia che il mio account, relativo al blog di classicistranieri.com sarebbe stato bannato e cacciato da tutte le scuole del Regno.

Nessun problema, nessuno ha sposato nessuno. Loro facoltà, ne prendo atto.

Il motivo? Semplice: un loro “brand” avrebbe segnalato il mio sito in questione per aver “violato il copyright” di Wikipedia.

Se non sbaglio (e non sbaglio) violare il copyright è un reato punito con pene variabili dalla multa (per le ipotesi meno gravi) alla reclusione fino a 4 anni.

Naturalmente classicistranieri.com non ha violato nessun copyright di nessuno, tanto meno di Wikipedia.

L’edizione messa in linea è quella del giugno 2008, senza immagini (proprio per non violare i diritti di nessuno), solo con i testi, e viene distribuita secondo la GNU Free Documentation License, allegata ad ogni archivio, che recita testualmente:

You may copy and distribute the Document in any medium, either commercially or noncommercially, provided that this License, the copyright notices, and the license notice saying this License applies to the Document are reproduced in all copies, and that you add no other conditions whatsoever to those of this License. You may not use technical measures to obstruct or control the reading or further copying of the copies you make or distribute.

Quindi, posso anche tranquillamente venderla a 10.000 euro, o a 100.000, se voglio, ammesso e mai concesso che qualcuno me la compri. Figuriamoci se non posso metterci delle inserzioni pubblicitarie che mi fanno guadagnare solo se e quando qualcuno ci clicca sopra. “Either commercially or noncommercially“, recita la licenza. E tanto fa.

Ovviamente non ci sto a sentirmi dire che avrei commesso un reato. La prima mossa è stata l’invio di un interpello preventivo ai sensi delle norme per la Privacy per vedere se detengono ancora i miei dati e quali. Il resto si vedrà strada facendo.

Amen.

Radio Pechino e gli IRC

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La seconda stazione in lingua italiana che ascoltai fu la BBC da Londra.

Fu un amore breve e indolore, il servizio per l’Italia chiuse dopo pochissimi mesi ed ebbi solo modo di scambiare coi redattori qualche parola di convenevoli.

Ma fu da loro che appresi che esisteva un’altra emittente che trasmetteva nella nostra lingua, da Pechino.

Mi sembrò stupefacente, assolutamente incredibile. Mi domandavo cosa gliene fregasse ai cinesi di parlarci, di estendere un servizio del genere proprio per gli italiani. Armamentai baracca e burattini e dopo svariati tentativi dovuti più all’inesperienza che ad altro, una sera riuscii a sintonizzarli.

Trasmettevano una ricetta della cucina cinese, chiedendo venisse aggiunta “una abbondante dose di glutammato” alla base del pollo (che non ricordo più in quale maniera venisse cucinato) e una lezione del loro corso di lingua cinese, di cui non capii un accidente di niente, un po’ per idiosincrasia, un po’ per celia, un po’ per non morire, un po’ perché non me ne è mai fregato a sufficienza di imparare il cinese.

Ma ce n’era abbastanza per contattarli. Ricordo che redassi una letterina del tutto entusiastica, e magari un po’ ruffiana, e il solito rapporto di ricezione. Ormai ci stavo prendendo la mano.

Per risparmiare sull’affrancatura esisteva il servizio (adesso abolito) dell’invio della posta per via di superficie. Se non avevi fretta e non era necessaria la via aerea bastava scrivere sulla busta Surface Mail e si pagava una tariffa minima per tutto il mondo. Già mi immaginavo che la mia letterina viaggiasse a dorso di mulo per tutta l’Asia, attraversando la Steppa infinita, poi lungo il Katai, giungendo fino alle porte dell’Impero, dove un messo dell’Imperatore l’avrebbe trasportata a cavallo fino alle porte della radio, nella Città Proibita. Insomma, prima di me solo Marco Polo.

E poi non volevo che spendessero dei soldi per rispondermi. Una soluzione c’era. Andare al negozio di filatelia, gestito da un simpatico vecchietto che aveva speso tutti i suoi averi e la sua vita in Gronchi Rosa e monete rare, ed acquistare dei francobolli cinesi comuni, quel tanto che bastava per una affrancatura. Già, ma a quanto ammontava una affrancatura delle poste cinesi per una lettera via aerea per l’Italia? Perché la mia missiva poteva anche giungere con comodo, ma la loro risposta la volevo rapidamente, anche per non fare troppo il pidocchioso.

Avevo sentito dire che alle poste vendevano degli IRC. Cavolo erano gli IRC lo sapevano solo tutti i Santi del Paradiso! Mi informai rapidamente e mi fu detto che IRC era l’acronimo di International Reply Coupon, ovvero Buono di risposta internazionale. Era un affarino minuscolo che si comprava, si allegava a una lettera e il destinatario poteva convertirlo in una affrancatura, nel paese di destinazione, per una risposta per via di superficie, appunto.

Ne comprai subito uno e lo pagai un botto. Ma chi se ne fregava, tanto per cambiare? Ero felice di poter fare bella figura.

Mi risposero in fretta (beh, diciamo quel mesetto e mezzo necessario a uno scambio epistolare del genere) e nell’aprire la busta piena di ideogrammi mi cadde per terra l’IRC che avevo mandato. Pensai subito che si fossero offesi e che mi annunciassero che due miliardi di cinesi stessero per saltare dalla sedia nello stesso momento provocando un terremoto in Occidente. Invece era una lettera tutta gentile. Erano contenti di aver guadagnato un nuovo affezionato ascoltatore, di aver ricevuto sue notizie, mi ringraziavano caldamente per il pensiero della risposta pagata, ma mi dissero che il Grande Popolo Cinese era orgoglioso di pagare, coi propri tributi all’economia nazionale, un francobollo per una risposta a un amico come me.

Ripiegai la comunicazione, scritta a macchina con inchiostro blu su carta velina, e mi misi ad esaminare il contenuto del resto dell’invio. C’era un segnalibro senza infamia e senza lode (grazie, comunque!) e una stampa su carta sottilissima di una sorta di drago (cinese, immaginavo) intagliato in una carta variopinta. Dopo due giorni mi arrivò un’altra bustona contenente un numero della rivista (un’altra!) La Cina, con viste mozzafiato della Grande Muraglia e le solite ricette di cucina locale. Io a malapena avevo assaggiato il pollo alle mandorle (un signor piatto!) e vedere le immagini dell’anatra laccata alla pechinese mi faceva venire l’acquolina in bocca. C’era anche il volumetto di supporto alle trasmissioni del maledetto corso di lingua cinese, un coso verde mal stampato su una carta che si sfaceva appena lo prendevi in mano e lo sfogliavi.

E mi ricordai i versi di quella canzone di Battiato che dicevano

La Cina era lontana,
l’orgoglio di fantastiche operaie
che lavoravano la seta.
Le biciclette di Shanghai…

Solo che quella canzone si intitolava Radio Varsavia. Avrei ascoltato anche quella, di lì a poco. La radio, non la canzone, quella la sapevo già a memoria.

E invece per me la Cina non era mai stata tanto vicina. Mi bastavano una vecchia radio, un po’ di buona propagazione, la mia macchina da scrivere, qualche spicciolo in tasca (gli studenti di liceo, si sa, non è che ne abbiano molti) e un qualsiasi ufficio postale a portata di mano. Con un po’ di allenamento e confidenza con le tariffe, sarebbero stati sufficienti anche la buca delle lettere vicina al bar sotto casa e il relativo tabaccaio. Ero molto più in contatto col mondo standomene nella mia cameretta, tappezzata di una carta da parati giallina che si scollava solo a guardarla, che non andando a giocare una partita a flipper al bar con gli amici. E va da sé che mi è sempre piaciuto il flipper.

La mia fidanzatina di allora cominciò a chiedersi (ma non a chiedermi) cosa fossero mai tutte quelle cartoline strane che mi arrivavano, e a pensare che sì, forse ero effettivamente diventato un po’ scemo. Ma erano solo gli inizi di una lucida follia radiofonica che mi avrebbe portato lontano.

Radio Pechino, oggi, non si chiama più così. Peccato, perché era un nome esotico e romantico insieme. Ora si chiama Radio Cina Internazionale, e non è raro (anzi, è frequentissimo) trovarla sulle onde corte, in inglese o in qualche lingua esotica. Praticamente sono rimasti solo loro a trasmetterci.

In una delle loro tante lettere successive mi allegarono anche una copia del libretto rosso dei pensieri di Mao, quello che gli operai cinesi portavano nel taschino della casacca. Era tradotto in italiano da una certa Società Editrice in lingue estere ed era molto bello da vedere, nonostante la rilegatura in pura similiplastica. Mi venne buono per riparare la zampa di una sedia che avevo e che traballava sempre. Un po’ mi spiacque per averlo utilizzato un modo così volgare e prosaico.

Ma, tanto per cambiare, la felicità traboccava. E io non avrei voluto altro.

QSL

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Il termine “QSL” nel gergo radioamatoriale (che è una vera e propria lingua fatta di pochissimi elementi che si ripetono) significa propriamente conferma o approvazione.

In un dialogo tra radioamatori patentati che si collegano via etere non è raro sentire una frase in inglese del tipo

“Can you give me QSL, please??”

cioè puoi darmi conferma, o un ok? (su quello che ti ho detto, anche per chiedere se si è compreso bene).

La prima QSL della storia della radio fu un colpo di schioppo. Guglielmo Marconi stava conducendo degli esperimenti sulla sua invenzione, la radiotelegrafia senza fili. Per provare i suoi apparecchi decise di portare l’unità dietro la collina vicino cui abitava, e pregò un contadino di stare bene in ascolto. Se avesse sentito tre segnali in rapida successione (la lettera s in codice Morse) avrebbe dovuto sparare un tiro in aria per confermare che tutto era andato per il meglio, e che l’esperimento aveva avuto esito positivo.

Il colpo ci fu. La radio funzionava. E anche lo schioppo del contadino.

Col tempo, la QSL si è trasformata in un gesto di cortesia. Adesso i radioamatori si mandano una cartolina a conferma e ricordo dell’avvenuto collegamento.

Per le stazioni internazionali di radiodiffusione era assai diverso. Quasi tutte inviavano la cartolina QSL, tranne Radio Tirana, che a me non ha mai confermato un bel tubo di nulla. La gente ne faceva collezione, e le radio straniere ne stampavano di ogni tipo e con ogni illustrazione. Si andava dalle vedute dei paesaggi alle riproduzioni fotografiche dei monumenti storici, dalle riproduzioni di quadri sconosciuti di artisti sconosciuti alle fantasie grafiche più disparate del momento.

E c’era anche chi faceva di tutto per accaparrarsi più contatti possibile.

La radio danese, per esempio, stampò sei cartoline che. riunite insieme in un rudimentale puzzle, avrebbero dovuto comporre un’opera artistica. Solo che le mandavano a casaccio, così, alla sans-façon, quindi era molto difficile completare la minicollezione. Ti capitavano sempre dei doppioni. Inoltre il quadro era davvero molto brutto e non ne valeva la pena.

L’emittente religiosa tedesca Evangeliums Rundfunk, dal canto suo, siccome i protestanti se ne devono sempre inventare una, si inventò una cartolina QSL di forma rotonda, precisa come l’O di Giotto. Siccome in Italia la stazione si riceveva molto bene, l’ottenni, ma dovetti pagare una tassa alle poste italiane perché il formato era irregolare qui da noi e non si sapeva quale angolo dell’invio dovesse rientrare nelle dimensioni minime e massime dell’ormai dimenticato “bustometro”.

Radio Sweden International bandì addirittura un concorso grafico tra i suoi ascoltatori per il disegno di una QSL che avesse come motivo la sua storica cattedrale. Vinse un italiano e fu un orgoglio per tutti.

Poi c’era chi organizzava delle gare a premi. Radio Berlino Internazionale aveva dei veri e propri “livelli” tra i suoi ascoltatori. Chi aveva ricevuto cinquanta QSL era un novellino, chi duecento già era un po’ più su. E così via. Fino ad arrivare a cinquemila cartoline ricevute, che era la punta massima dell’apoteosi. Solo che chi è che aveva la pazienza di mandare cinquemila rapporti di ascolto e tutti quei denari da sperperare in spese di invio? Solo un folle. E infatti un folle lo trovarono, un tizio degli Stati Uniti che, unico fra tutti, raggiunse l’ambito titolo. Credo che l’abbia arrestato l’FBI. O che sia stato assoltato dalla Stasi della RDT.

La QSL era un trofeo da esibire agli amici, che tuttavia, sia pure interessati con le migliori intenzioni alle nostre attività di ascoltatori, non ci capivano una veneratissima di quello che facevamo.

“Guarda questa, mi è arrivata oggi da Mosca!”

“Bella, ma come funziona?”

“Eh, io ho ascoltato Radio Mosca, poi ho scritto a Radio Mosca per dire loro che avevo ascoltato Radio Mosca, e loro mi confermano che sì, ho ascoltato effettivamente Radio Mosca!”

“Mah…”

E l’amico allertava regolarmente la neuro perché il radioascoltatore non gli sembrava tanto normale. Eppure era proprio così, né più né meno.

Le QSL, intese come cartoline, non erano null’altro che dei feticci, dei contentini. Esistono ancora, ma oggi, con l’ascolto delle radio in streaming sulla rete, non hanno praticamente più senso. Voglio dire, io lo so che ho ascoltato esattamente quella stazione, c’è scritto sul ricevitore digitale, non ho bisogno di patacche.

E poi c’erano le stazioni andine che non avevano soldi nemmeno per far cantare un cieco, figurarsi per far stampare i gadgets. Oppure quelle che ne stampavano a milioni e mandavano in giro sempre quella, come la Deutsche Welle, che ti rispondeva con un “grazie per averci scritto, ma quello che ci invia non ci interessa” prestampato. E te lo prendevi in quel posto là.

E poi gli allegati, perché non era affatto raro che ti arrivasse la cartolina nuda e cruda. In genere ti ci mettevano sempre qualcosa in più. Una spilletta, un ciondolino, un segnalibro, un calendarietto. Tutto griffato, ovviamente. La stessa Radio Mosca aveva preso a inviare delle spille che riproducevano le decorazioni al merito dei soldati dell’Unione Sovietica. Ti mettevi una di quelle e andavi in giro con l’effigie di Lenin in plastica dorata. Poi ti arrestavano, ma erano soddisfazioni.

L’allegato più ambito di tutti, però, era la “bandierina” (o “il bandierino”, al maschile, come dicevano tutti, o anche “il pennant”, come lo chiamavano altri). Era un’orrenda sottoimitazione di gagliardetto se non in plastica almeno in similstoffa sintetica recante il logo della stazione ascoltata. Di un Kitsch assoluto. I più coraggiosi li mostravano esponendoli in casa, come fanno i cacciatori con le teste di cervo o di daino e le mogli li prendevano a gragnuole di colpi di mattarello sulla zucca.

Come se non bastasse si facevano le gare. “Quanti paesi confermati hai?” E c’era chi arrivava tranquillamente a 150 come se nulla fosse. Qualche club di radioascoltatori organizzavano dei veri e propri concorsi. A seconda di quanti paesi avevi correttamente sintonizzato ti davano un diploma. Non perché avevi studiato, certo. In breve, era più roba da due righe sul Guinness dei Primati che da gente sana di mente. Ma ci si divertiva così.

Per mantenere la corrispondenza con le stazioni radio, che si andava facendo via via sempre più fitta, sempre per una QSL in più, cominciavo a spendere fortune in francobolli. Ma, chi se ne fregava? Ero felice. E siccome tutto ha un prezzo anche, la felicità si paga. Certo, se avessi messo da parte tutti quei quattrini oggi ne avrei qualcuno in più. Fatto sta che il postino e i miei genitori erano sempre più stupiti dal fatto che io ricevessi “tutti quei troiai” da ogni parte del mondo. Altri tempi.

Non avevo idea che tutto quel mondo sarebbe crollato, prima con il muro di Berlino e poi con l’avvento di Internet. But that’s another story.

2

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Ho fame. Così. Di colpo. All’improvviso.

E’ stato come se il mio corpo fosse stato messo in stand-by e riattivato, come se avessi vissuto diverse ore in sospeso, in un limbo purgatoriale che non è né carne né pesce. Tutte le funzioni vitali al minimo. E il cuore che batte all’impazzata e sembra voler saltare fuori dal petto.

Adesso tutto si è acquietato. La fame è un istinto primordiale, fa capolino in ogni ora del giorno e si manifesta sotto forma di crampi allo stomaco, senso di smarrimento, incontenibile voglia di muoversi, sempre e comunque alla ricerca del cibo. La fame è una verità che si sente nel corpo. Come quando hai voglia di orinare e pare che non ci sia niente altro al mondo.

L’ospedale, si sa, è un mondo a sé stante. Guccini diceva che anche lì “ci son persone, tempi e ritmi”. Sarà per questo che si mangia male e che i bar all’interno sembrano tutti uguali.

Vengo accolto da una scaffalatura di pasticcini, biscotti al Plasmon, Baci Perugina, caramelle all’arancia e al limone e dolcetti dei più vari che stanno lì ad ammuffire da chissà quanto tempo. E io non capisco perché in ospedale tutto debba essere così triste e anonimo, perfino i medici che si travestono da pagliacci nelle Pediatrie per far sorridere i bambini.

La cassiera è una grassona indescrivibile. Oltretutto scorte. Giusto per non farsi mancare nulla.

“Vorrei un hamburger e una Coca-Cola, per favore.”

“Ci è rimasto solo l’hamburger vegetariano…”

“Va beh, vada pure per il vegetariano!”

“E la Coca-Cola non la serviamo, abbiamo la Pepsi!”

Nonostante l’adrenalina in corpo da neopaternità e passaggio dalla fase di coglionaggine giovanile a quella del rincoglionimento senile, riesco a recuperare ancora due neuroni per pensare a quanto sia buona la Coca-Cola e a quanto, invece, mi disgusti la Pepsi. Della prima potrei berne litri e litri. Di notte, di giorno, al mattino, a colazione. L’altra è già tanto se riesco a finire una lattina.

La Coca-Cola è il gusto più buono in assoluto mai creato dall’uomo. Quando ero piccolo mi veniva categoricamente impedito perché “fa male”. Quando sarà grande dovrò spiegare a mia figlia che la Coca-Cola fa male quando non si beve. Come tutto il cibo che ci piace. “La Coca-Cola gonfia”, diceva mia zia. Meglio se gonfia, da piccolo ero magro come un chiodo! Poi un giorno la scoperta del principio di tutte le cose. Sempre a casa di mia zia trovai una bottiglia di Coca formato familiare. Era a metà. Ne avevo abbastanza per capire come va in realtà il mondo. Diedi una sorsata e scoprii l’Aleph, il principio di tutte le cose. Allora continuai, a canna, a garganella, come se non ci fosse un domani.

Da piccolo ho sofferto per la mancanza di due cose, la Coca-Cola e i Classici di Walt Disney, che mia madre si ostinava a non volermi comprare, rifilandomi degli orrendi surrogati che avevano come protagonisti personaggi improponibili che si chiamavano Geppo, Bongo, Soldino, Nonna Abelarda, Tiramolla, Trottolino e Trottolone. A mia figlia di giornalini ne comprerò a tonnellate.

Ed eccolo il mio primo pasto da padre. L’hamburger sa di sughero, la Pepsi è imbevibile, nonostante la temperatura polare che ne mitiga il sapore pessimo e insopportabile.

Ma ora ho una figlia. Un giorno mangeremo insieme, io le lascerò il pezzo di carne più buono, le farò assaggiare le cose buone, scopriremo insieme i sapori della Nutella, del salame, della cioccolata (bianca, al latte, fondente), della frutta (sapesse quanto sono buone le pesche, d’estate! La voglio vedere mentre le addenta, mature, gialle e gocciolose e quando il succo le cade sul vestitino, che poi la mamma si lamenta che non va più via), il latte, il burro, il formaggio, le fragole appena còlte, il primo sorso di vino da adolescente, il latte di mandorla (l’unica cosa al mondo che crei immediatamente dipendenza, ma quella vera), la semplicità e la perfezione di pane olio e sale, dei funghi raccolti in pineta. E poi voglio che assaggi tutte le cucine del mondo. Voglio vederla sorridere di gioia davanti a un involtino primavera, al pollo all’ananas e curry che le preparerò io, al chili con carne e alle empanadas messicane, la paella di mariscos, le Rollmops di aringa mangiate in Germania e mai più ritrovate. E poi, quando andremo a trovare gli zii d’Irlanda, l’irish stew, bollito cinque ore con le patate sfatte e la carne che si sfalda sotto i denti, il menu “chicken” di MacDonald’s, che non vende panini, ma la certezza di trovare lo stesso prodotto uguale in qualsiasi parte del mondo, il gelato fritto, la bistecca alla fiorentina, il lampredotto con la salsa verde in mezzo al panino, la fondue Bourguignonne, la bresaola della Valtellina, i canoederli in brodo, il goulash, lo stoccafisso con le patate e tanta cipolla di mia madre e, per finire, Sua Maestà Imperiale il cacciucco alla livornese, più che un piatto una categoria dello spirito.

Mangia, figlia mia, mangia che devi crescere!

1

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La sera del tuo ultimo giorno da uomo che non ha capito un cazzo della vita, la passi a far visita ai parenti, a succhiare pian pianino del succo d’ananas e a parlare del più e del meno.

Tua figlia sta per nascere. Tra una settimana “finisce il tempo”. Ma che cos’è questo tempo che finisce? Il tempo è una risorsa molto preziosa, ti hanno insegnato, e perfino quella settimana residua potrebbe aiutarti a far mente locale sugli eventi felici che stanno per capitarti.

E invece il tempo “finisce”. Come ti finisce il sale in cucina o la benzina nel serbatoio. Solo che nel serbatoio la benzina la puoi sempre rimettere, e il sale lo compri a pochi centesimi al supermercato. Il tempo no. Il tempo sta per scadere. Anzi, non ce n’è proprio più.

Saremo in tre. Non è solo un dato meramente numerico, è una rivoluzione che sta per avere luogo, silenziosa e appena mormorante, come tutte le rivoluzioni.

Ceni, ti prepari, vai a dormire. E non sai. O, almeno, non prevedi. Non c’è niente di peggio nella vita che fare previsioni, il minimo che ti possa capitare è che non si avverino e di restarci stercofatto.

Stai per diventare padre. Padre. L’ultima volta che ho sentito questa parola associata a un aggettivo è stata durante le ore di religione alle elementari. Il prete, un coso tondo tondo come una mela, con gli occhialini da presbite e una paccata di santini in mano da dare in premio a chi risponde esattamente, parlava di San Giuseppe, che per me, fino ad allora, era solo una statuina del Presepe con la faccina rassicurante e gli abiti semplici da brav’uomo. San Giuseppe era il padre “putativo” di Gesù. Ecco, io questa cosa del “putativo” non l’ho mai capita. Se era il padre di Gesù era suo padre, che ci azzecca metterci un’altra parola vicino?

E poi, più tardi, da grandicello, San Giuseppe ti sarebbe diventato più simpatico. Putativo quanto vuoi, ma lui aveva questo dono dell’accoglienza, della saggezza, voglio dire, sarà stato anche putativo, ma era anche e soprattutto padre.

Padre, sì, ma come si fa ad essere e diventare padri? Non lo so, a me non lo hanno mai insegnato. Cioè, non è che c’è qualcuno che ti dice che il padre si fa così, così e colà. Non nasci “imparato”, te la devi cavare da solo.

Perché per l’universo mondo la madre è sempre la madre. C’è un rapporto stretto, simbiotico, tra la madre e il nascituro. Lo ha portato in grembo per nove mesi, è cresciuto dentro di lei, l’ha scalciata, svegliata durante la notte, nasce dal suo ventre.

Per il padre no. Non è cresciuto niente dentro di lui, ha potuto solo toccarlo quando gli è stato detto “Senti come tira i calci!”, appoggiando la mano a quel mistero più misterioso del divino, sempre con la segreta (ma mica tanto) paura di fargli male.

Il padre non vive l’evento della gravidanza, lo “sente”. Lo ascolta, lo annusa, lo tocca, lo percepisce. Tutt’al più lo immagina. Ma non lo vive. Dà la vita, e su questo non ci possono essere dubbi, ma la vita si sviluppa e cresce fuori di lui. E non può farci nulla. E’ per questo che la gente pensa che i padri siano tutti dei tontoloni. Perché non sanno un tubo.

Comunque sia, è arrivato il mio turno. Sono pronto. Forse.

Alle prime ore del primo mattino si “rompono le acque”. Anche questa espressione meriterebbe un’analisi più compiuta e dettagliata. Che cavolo sono queste acque? E perché si “rompono”? Cos’è, in passaggio di Mosè e del suo popolo attraverso il Mar Rosso? Non puoi, perché anche se hai ancora le briciole dei sogni addosso (quei sogni che al risveglio non si ricordano) ti devi mettere subito calzini, pantaloni, camicia e maglioncino, che fuori fa freschetto e c’è una nebbiolina che si diraderà solo se spunterà quel solicello malato che inizia a fare capolino. Prendi le prime cose che ti capitano a tiro, le indossi senza pensarci, tanto male che vada finiranno di sporcarsi, la giornata sarà lunga.

Meno male che ho abbastanza carburante. Almeno in questo non ho fatto la figura di merda del padre imminente che non ci aveva pensato. E’ già un buon viatico.

Per la strada la madre di mia figlia mi dice di accelerare un tantino di più. Io obbedisco, anche se l’idea di rischiare di catapultarmi contro il camion a rimorchio che mi precede non mi piace per niente. Sono sempre andato piano in macchina, ma non è il momento di pensare alle buone abitudini. Sorpasso un autoarticolato, poi un altro. L’autostrada, quel “lungo nastro di catrame” delle canzoni è una vita parallela che scorre senza un senso apparente.

All’arrivo in Pronto Soccorso una infermiera molto gentile ci offre una sedia a rotelle e trasporta velocemente mia moglie in reparto. A me non resta che l’arduo compito di trovare un parcheggio decente per la Punto e sperare che non me la portino via o non mi facciano la multa. Perché “decente” in ospedale significa questo.

L’Ospedale è un labirinto. Segui le indicazioni ma non ci capisci niente, tanto per cambiare, devi andare al modulo tale e prendere l’ascensore per il piano talaltro, cazzo è un “modulo”? Senso di disorientamento e anche un po’ di schifo, ma lo devi superare.

E infatti lo supero. Mia moglie è stata portata in una saletta messa su alla meglio per le emergenze. L’unica cosa che la divide dall’altra partoriente è un séparé di legno con motivi floreali da Corea del Nord. Nessuna privacy, le diagnosi vengono fatte ad alta voce e tutti le sentono. Riservatezza? Non c’è tempo per queste stronzate, mentre la stanza è tutta un andirivieni di pazienti, mariti presto padri con gli occhi strabuzzati, madri presto nonne che vogliono imporre la loro, padri presto nonni che non si sa bene cosa ci stanno a fare e sembrano non saperlo neanche loro.

Il supplizio dura poco, ma resta purtuttavia un supplizio. Riesco ad accompagnare mia moglie fino all’ingresso della sala parto. Poi mi parcheggio in uno stanzone attiguo che mi pare grandissimo. Non c’è nessuno con me, neanche un prete per chiacchierar, neanche un padre che aspetta nervoso, nessuno con cui fumare un sigaro, scambiare due parole, parlare del tempo, delle donne, del governo, della politica, o di quanto sia fastidiosa la nebbia alle prime ore del mattino.

Il telefono comincia a squillare e a vibrare impazzito. Gente che vuole sapere, persone che hanno già saputo (vai a capire come…), amici che non sanno ancora. Beati loro, perché a me sembra di non sapere un accidente di niente.

Non passa molto. Giusto un’oretta e mezza abbondante, di quelle che sembrano non trascorrere mai. Una figlia. Una figlia mia. Come starà mia moglie? Soffrirà? E la bambina sarà sana? Domande vecchie come il mondo, che si rinnovano e si personalizzano a ogni parto, a ogni vagito di bimbo, a ogni pacca sul culetto per indurre un neonato a piangere.

Padre. Padre di una bambina a cui dovrò insegnare tutto, in particolare ad essere libera e a fare le proprie scelte. Hai detto niente! E come sarà? Mi somiglierà? Andrà all’asilo, a scuola, poi alle medie, al liceo, all’università, farà i master a Londra, si innamorerà, si sposerà e io la perderò di vista prima ancora di accorgermene. Diventerò vecchio comprandole la bicilettina con le ruotine, la mountain-bike, il motorino, la macchinetta, la macchina vera, pagandole il gelato con le amiche, la pizza col fidanzato e il pranzo di nozze.

Ma sono felice che sia femmina. Tanto felice. Avrà una marcia in più, me lo sento. A un maschio avrei dovuto insegnare a giocare a pallone, attività che non mi è mai piaciuta, mentre a una bambina posso insegnare a fare il pane, ad amare i libri (sempre se li amerà), a contare fino a dieci in una lingua straniera (si sa, a una certa età i bambini per quello sono delle spugne), potrò spingerla sull’altalena, e un sorriso, il primo rilassato della giornata mi distende un po’ il viso e lo rende appena appena più presentabile. O, almeno, questo immagino.

“Signore?…. Signore??? E’ nata sua figlia, tutto bene, pesa tre chili e gode di ottima salute. Tra un’ora potrà vederla.”

E finalmente piango. E capisco, finalmente, come mai il Carducci intitolò la poesia dell’albero e della pargoletta mano “Pianto antico”. Perché il pianto è così, esiste da sempre e sempre esisterà, non ci puoi fare niente. E chissà se anche mia figlia piange, in braccio a sua madre, o a quello di una infermiera. La prima cosa che condividi con chi hai generato è il pianto. Ma io pensavo, che so, il suono di un carillon con le stelline, un bubbolino che suona, un pelouche da compagnia. O, al limite, a quella canzone di Baglioni che non ti ricordi come fa ma c’è un “legnetto di cremino da succhiare” ed è un’immagine bellissima. O a quell’altra di Vecchioni che dice “tu grida forte/la vita contro la morte”. Chissà perché quando nasce un figlio i padri, anche se cantautori, si rincoglioniscono del tutto. Alla madre si sgonfia la pancia e ai padri si gonfia il cervello. Come a Kunta Kinte, che in “Radici” porta sua figlia a vedere il cielo e le dice “Guarda l’unica cosa al mondo più grande di te!”

“Benvenuta, figlia mia! Benvenuta a questo mondo che è tuo, a questa vita che è vita, perché la vita sei tu!”

E lascio il mio contributo di pianto e retorica su un seggiolino di legno.

Radio Praga

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La svolta, se di svolta vogliamo parlare, avvenne una sera di novembre del 1982.

Avevo nel frattempo abbandonato la radiolina a transistor, e mio padre mi aveva autocostruito quello che lui pomposamente chiamava “lo stereo”. Si trattava di un’autoradio con le sole onde medie incastonata in un mobiletto improvvisato e anche un po’ squalliduccio, fatto col compensato ricoperto da una pellicola adesiva di plastica color legno autentico, perché a vederlo così faceva proprio schifo. Una sorta di mano pietosa, via.

Mi ero beccato una delle prime influenze della stagione, e me ne stavo a letto a sudare di aspirine, avvolto nei vapori del Vicks Vaporoub, col mal di gola, la tosse, il raffreddore e 38,5° di febbre. Quando ero giovane ero assai cagionevole di salute, poverino.

Ma radiofonicamente parlando ero molto più scafato. Ascoltavo i notiziari della RAI, e mi piaceva tanto una trasmissione che non dimenticherò, l’evoluzione di quel Chiamate Roma 3131 che fu di Paolo Cavallina, e che veniva prodotta negli studi RAI di Firenze.

Mancavano pochi minuti al GR2 della sera, quando ancora Rai 2 non era diventata quel coacervo di ingenue leggerezze che è oggi e quando faceva ancora informazione, al punto che i radiogiornali duravano mezz’ora.

Mi sintonizzai, anche perché non ho mai sopportato di seguire un programma informativo già cominciato, in genere mi sembra di perdermi il meglio. Sentii la voce di una donna che parlava e, nel delirio della febbre, non ascoltai nemmeno quello che diceva.

Si trattava di un programmuccio in verità piuttosto noioso sulla musica cecoslovacca. Interessante l’argomento ma la conduttrice faceva venire due palle così. L’italiano era perfetto, con qualche timida accentazione forestiera. Mi chiesi perché alla RAI si ostinassero ad assumere dei locutori così.

Ma l’orario canonico del GR2 passò e alle 19,32 quella era ancora lì che parlava in pompa magna di un teatro di Praga appena ricostruito. Mi inquietai un poco. Anche perché io coi segnali orari della radio ci vado a nozze, e ci rimetto perfino l’orologio.

La soluzione era semplice e disarmante allo stesso tempo. Non era la RAI, era Radio Praga, come comprovai dall’annuncio successivo: “Qui Radio Praga. Trasmissioni per l’estero della Radio Cecoslovacca.”

Un colpo al cuore. Praga? E com’è che trasmettono in italiano?

La trasmissione, pur nella calda timbrica delle onde medie, era pulita e comprensibile, senza interferenze. Cosa stava succedendo? Decisi di proseguire nell’ascolto, stavolta con orecchio e attenzione più interessati.

Seguì un programma speciale dedicato ai radioamatori. Un quarto d’ora settimanale, non di più. Era bellissimo, perché consideravano radioamatori tutti quelli che amavano la radio, non solo coloro che avevano ottenuto un’autorizzazione ministeriale e che erano stati abilitati a trasmettere su determinate frequenze specifiche. Ma tutti, tutti coloro che avevano a cuore il mezzo radiofonico, fossero pervasi da una curiosità irrefrenabile di scoprirlo, e, soprattutto, avessero trasformato un’abitudine quotidiana in hobby.

Chiedevano, anzi, incoraggiavano gli ascoltatori a scrivere. Lettere, commenti, opinioni, giudizi sui programmi. Ma, soprattutto, chiedevano di mandare loro delle robe che io non conoscevo, ovvero dei rapporti d’ascolto, brevi e succinte relazioni sulla qualità della ricezione nella propria zona. In cambio loro promettevano di inviare la loro cartolina QSL a conferma della correttezza dei dati tecnici forniti. Chissà che roba era! Inoltre avrebbero inviato a tutti una copia della rivista Vita cecoslovacca, con bellissime foto a colori dei castelli di Boemia in quarta di copertina. Troppa grazia, Sant’Antonio!

Cosa cavolo doveva mettere un povero disgraziato in un rapporto d’ascolto per essere omaggiato di cotanta generosità che, negli anni, avrei scoperto essere pura propaganda di regime? Me lo spiegarono loro. La data e l’ora dell’ascolto (facile!), la frequenza (già più complicato rilevarlo con esattezza), alcuni dettagli del programma, per dimostrare che li avevo effettivamente ascoltati (perché c’era gente che fregava anche su questo, avrei saputo più tardi), il modello di apparecchio usato per l’ascolto e un maledetto codice SINFO che altro non era che una valutazione da 1 a 5 per ogni lettera della parola: Signal, Intensity, Noise, Fading, Overall Appreciation. In pratica, se la ricezione era eccellente, senza interferenze, ben comprensibile e pienamente soddisfacente, bastava mettere un valore di 55555 e si era a posto. Ed era esattamente il mio caso.

Era davvero tutto coì semplice? Essere radioamatori era tutto questo? Pareva di sì.

L’entusiasmo della scoperta e della voglia di esplorare quel mondo mi fece passare la febbre e ogni sintomatologia influenzale in due giorni.

Rimessomi dal crudele morbo, nei giorni della convalescenza mi sedetti davanti alla mia macchina da scrivere, una gigantesca e robustissima Olivetti Lexicon 80 in tungsteno temperato, lasciatami da mio zio Piero in comodato d’uso gratuito, e che ormai era diventata mia per usucapione e scrissi una bella letterina, ripiena delle espressioni del mio stupore. Che li avevo scoperti per caso, che mi era piaciuto il loro programma, anche se non era vero, che ero interessato alle lingue straniere e alla musica classica e un po’ di cose così, cominciando la missiva con l’espressione “Gentili Signori”, che avrei usato tante e tante altre volte di lì agli anni a venire. Faceva figo e dava quel non so che di distacco.

Poi fu la volta del famigerato rapporto d’ascolto. Per essere il primo mi sembrò venuto abbastanza bene. Almeno, non faceva schifo, eccola.

Misi i due fogli in una busta e, dopo averla sufficientemente affrancata (700 lire di allora), la passeggiai fino al prima buca delle lettere a portata di mano. Fece un tonfo sordo nel cadere sul fondo, lasciandomi un senso di attesa.

Nei giorni successivi continuai a seguirli. A parte le quotidiane lodi sperticate al compagno Gustav Husak e quelle ai padri della patria cecoslovacca come Antonin Dvorak e Leos Janacek, c’erano rubriche come “L’economia cecoslovacca”, “L’agricoltura in Cecoslovacchia”, “I giovani cecoslovacchi”, “Novità discografiche cecoslovacche” e quant’altro. Ci mancava solo che istituissero uno spazio dedicato a “Come ci soffiamo il naso in Cecoslovacchia” ed eravamo a posto.

Ma, soprattutto, invitavano ad ascoltare un loro programma definita “speciale” che si chiamava Il giornale della siesta. Lo trasmettevano tutti i giorni alle 14, ed era una trasmissione di dediche per emigrati, cui precedeva un piccolo notiziario. Una serie interminabile di Toticutugni, Albani e Rominepower, Claudivilla, con incursioni sporadiche in Luciano Tajoli, Beniamino Gigli e un giovanissimo Luciano Pavarotti alle prime armi.

Le dediche avevano un tenore vagamente vintage e sapevano di treni carichi di giovani speranzosi in un futuro migliore con le valigie di cartone in mano:

“da Ciccillo che sta a Francoforte sul Meno alla sua Ciccilla che sta a Napule con tanto amore”

oppure

“vorrei ascoltare la canzone ‘Mamma’ di Mario Del Monaco e dedicarla a mamma Assuntina di Caltanissetta che oggi compie 101 anni.” [Salute!]

o ancora

“vulesse sentì’ ‘a pizza, ‘o sole e ‘o mandolino!”

Era tutta roba così, fatta alla buona.

E tra una “Felicità” e una canzone cecoslovacca dal gusto un po’ rétro di interpreti sconosciuti, passarono le tre settimane che mi avrebbero separato dallo squillo di campanello del postino.

“Giovaneeee, c’è un pacchetto per lei. Cosa fo’ glielo lascio qui sulla balaustra??”

Il pacchetto veniva da Praga. Conteneva, oltre all’agognata Vita cecoslovacca anche una breve storia della musica ceca (in Slovacchia non hanno musicisti?) e un misero corso di lingua cecoslovacca, miserabile tentativo di creare una lingua standard. Come il russo. O il cinese.

Avevo fatto bingo!

Come tutto cominciò

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Non lo so nemmeno io quando ho avuto il primo contatto con la radio.

Anzi, con l’aradio, come diceva mia nonna Angiolina, che ne aveva una piccola piccola, alla fine degli anni ’60, di un insopportabile color verde spinacio, ma già a transistor. Tecnologica la nonnetta.

Con lei ogni sabato ascoltavo La Corrida, “dilettanti allo sbaraglio presentati da Corrado, musica di Roberto Pregadio, regia di Riccardo Mantoni. Ricordo ancora a memoria lo slogan della presentatrice nella sigla da plaza de toros. E poi, alla domenica, la replica de Il Gambero, condotto da Franco Nebbia.

Mia nonna Angiolina mi raccontava spesso un aneddoto su suo suocero, che sarebbe il mio bisnonno Napoleone (in casa abbiamo sempre avuto il vizio dei nomi curiosi), morto nel 1941 in preda alla demenza senile, quella che non lascia scampo. Era un uomo lungo lungo e secco secco, dritto come un fuso e dall’età apparente ben superiore a quella anagrafica. Quando in casa era accesa l’aradio, il mio bisavolo, ingravescentem aetatem, ormai fuori di testa, toscano e contadino fino al midollo, osservava:

“Pagherei a sapé’ quanto chiacchiera quello di là!”

Oppure no. Oppure i primi ricordi di un apparecchio radiofonico risalgono alla casa degli altri miei nonni, quelli paterni, abruzzesi, che avevano una Radio Marelli a valvole che è durata decenni, con cui scaldavano, oltre che con la legna, le lunghe serate invernali passate accanto al piccolo caminetto, dove mio nonno Raffaele, buonanima, si “appicciava” una sigaretta di trinciato forte fatta a mano, l’unica della giornata sempre uguale di una vita finita a 58 anni.

Fatto sta che eccomi lì, con una radiolina pietosa a transistor in mano, verso i miei 6-7 anni, in pieno giorno, a girare la manopola della sintonia, per ascoltare ora Alto Gradimento con Arbore e Boncompagni, ora la Hit Parade con quel gran brav’uomo che fu Lelio Luttazzi.

Passavo allegramente da Max Vinella e Scarpantibus a Claudio Baglioni e Lucio Battisti. O Mina. Oppure quei gruppi anni ’70 che avevano nomi rassicuranti e infantili, come i Vicini di casa, i Collage, i Santo California, il Giardino dei semplici e i miei preferiti, gli Alunni del Sole che pareva avessero tratto il loro nome collettivo dal titolo di un romanzo di Giuseppe Marotta, nientemeno.

Ma la maggior parte del mio tempo preferivo passarla su Radio Montecarlo, che sulla costa tirrenica arrivava a bomba anche di giorno.

Era un maremagnum di scoperte, un pozzo di San Patrizio, una cornucopia che elargiva buona musica, ma soprattutto tanta, tanta compagnia. Nomi come quello di Roberto Arnaldi (che fu anche eccellente paroliere e traduttore dal portoghese), Luisella Berrino, Awana Gana (ma come faceva uno a chiamarsi così?), Barbara Marchand, Ettore Andenna, erano molto più che meri dati anagrafici personali, erano amici, presenze quasi fisiche, tangibili. Accostavi la mano all’apparecchio e li potevi quasi toccare, tanto erano vivi.

Ma non potevi vederli, disdetta infame. Chissà come sarà Luisella? E Robertino? Avevi voglia e bisogno di dare una fisicità a qualcosa che era solo voce. Per cui, un giorno si decisero a stampare le loro fotografie e ad inviarle su richiesta agli ascoltatori. Bastava mandare una cartolina postale (esistono ancora) a un indirizzo semplice semplice: Radio Montecarlo – Montecarlo – Principato di Monaco. Urka! Ma come fa ad arrivare una cartolina a quell’indirizzo lì se non c’è nemmeno la via? E se il postino si sbaglia? E se torna indietro? Sono domande inquietanti, per legge naturale a quell’età. E che francobollo ci vorrà per il Principato di Monaco? Dove si trova? Oltre Ventimiglia? Ma Ventimiglia è lontana, dall’altra parte della luna.

E poi c’era lui, il mattatore assoluto, il genio, la sregolatezza (ma soprattutto il primo): Herbert Pagani. Riusciva a passare dalla conduzione di un programma musicale a quella di uno spot pubblicitario per la Muratti Ambassador (e chi le fuma più?) una sigaretta “ricca, rara, ricaricante”. Potevano permettersi il lusso di reclamizzare le sigarette perché si trovavano all’estero e se ne fregavano delle leggi italiane perché trasmettevano da uno stato minuscolo e ricchissimo. Qualcuno vociferava che arrivassero perfino a Napoli. Sulla costa adriatica no, lì si ascoltava Radio Capodistria, e io mi immaginavo gli adriatici così tristi e mesti, perché non avevano nessuno, tranne il Maresciallo Tito, che alla mattina desse loro la sveglia con un po’ di carica e di buonumore.

Ma mentre io queste cose non le sapevo, nella sua variegata attività di show-man ante litteram, Herbert Pagani componeva capolavori assoluti da chançonnier francese. Travolgente il successo di Albergo a ore, storia di una coppia di amanti che si suicidano in una sudicia stanza di un alberghetto di terza categoria. Sono cose che non te le scordi più, è peggio del fenomeno dell’imprinting di Konrad Lorez.

Radio Montecarlo aveva un difetto, chiudeva le trasmissioni alle 19,30. Dopo subentrava una noiosissima programmazione in italiano di carattere religioso in cui per un quarto d’ora interminabile ti dovevi sorbire i sermoni di qualche pastore protestante con l’accento americano, che si atteggiava a fare il Billy Graham de noàntri, promettendo bibbie e salvezza.

Poi, di colpo, staccavano i trasmettitori. Li spegnevano, cioè. E allora, soprattutto d’inverno, quando era buio, cominciavano ad arrivare fischi distorti, interferenze, voci in lingue sconosciute. L’inizio di un’avventura interminabile che sarebbe cominciata solo svariati anni più tardi.

Il falso Chisciotte

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Non tutti sanno che il “Chisciotte” di Cervantes, l’opera “sui cui domini non tramonta il sole”, che stabilisce una critica di maniera e bacchettona, sono due.

Quella che noi chiamiamo “Prima parte” fu pubblicata nel 1605, andrebbe chiamata più correttamente “Primo Chisciotte”, ma è un fatto che uscì con un successo senza precedenti. Figurarsi, il monco di Lepanto che dava alle stampe una parodia dei capolavori della letteratura cavalleresca del secolo passato, incluso quel capolavoro che fu l'”Amadigi di Gaula”, e chi se lo faceva scappare?

Con quella tecnica narrativa straordinaria del ritrovamento di un manoscritto arabo, vergato da tale Cide Hamete Benengeli, che si interrompe, guarda caso, proprio nel momento in cui Don Chisciotte leva la spada e sta per combattere contro l’ennesimo nemico immaginario, prodotto più dalla sua follia che dalla realtà dei fatti, con Cervantes costretto a girare i mercatini di mezza Spagna per trovarne la continuazione, se no non poteva finire il romanzo.

Tecniche riprese da Manzoni e, in parte, da Umberto Eco, con alterne fortune.

Dopo la stampa del volume, circostanza che non dovette aver lesinato qualche agio in più all’Autore, Cervantes si dedicò ad altro. A qualche esperimento poetico (in cui, pure, non eccelleva) ma, soprattutto, alla redazione di quel gioiello narrativo che furono le “Novelle Esemplari”, scritte ad uso didattico sul modello boccaccesco.

Ma poi accadde qualcosa che sconvolse i piani dell’Autore, ormai giunto agli ultimi anni della sua vita dissoluta e avventurosa.

Accadde, cioè, che nel 1614, un certo “licenciado” (laureato) Alonso Fernández de Avellaneda, zitto zitto, redige e pubblica una “Seconda parte” del “Chisciotte”, apocrifa, scimmiottando malamente lo stile del nativo di Alcalá de Henares.

Nonostante l’opera non fosse narrativamente all’altezza dell’originale, ebbe tuttavia una diffusione molto ampia, tanto che nel 1614 ne uscì una seconda edizione, apparentemente rivista e corretta, perfino peggiore della prima.

Era molto frequente che al successo di un romanzo facessero seguito prosecuzioni apocrife, quando non addirittura anonime, e la Spagna ne era piena. Basti pensare a tutta la letteratura “parallela” al Lazarillo de Tormes, il cui autore anonimo volle restare e anonimo è resto fino ai nostri giorni.

Avellaneda, più che anonimo fu pseudonimo e tanto fa. Ma fece una operazione rivoluzionaria: fare il verso a un vecchio trombone che faceva il verso ad altri vecchi tromboni, Un po’ come quando oggi si fa l’imitazione di qualcuno che imita qualcun altro.

E questo a Cervantes dovette dare molto fastidio, al punto che si impegnò con lavoro leopardianamente matto e disperatissimo alla redazione del suo Secondo Chisciotte, quello che oggi consideriamo la Seconda parte, e che completa l’opera così come la conosciamo.

E’ l’inizio del concetto moderno di “diritto d’autore”. Cervantes non solo rivendica il suo stile ineguagliabile, ma addirittura l’idea dei personaggi (lo strampalato Sancio Panza, la “bella” Dulcinea del Toboso e il cavallo Ronzinante), lo sviluppo della vicenda. E’ lui il padrone di Alonso Chisciano, e ne fa quel che vuole.

Cervantes visse abbastanza da veder pubblicato il suo Secondo Chisciotte, nel 1615, ma non altrettanto per assistere alla continua pubblicazione di traduzioni nelle lingue più diverse, che ne fissarono una vulgata senza fine per un personaggio universale.

Morì il 23 aprile 1616, lo stesso giorno in cui ci lasciò Shakespeare, dimentico (ma forse no) di quell’Alonso Fernández de Avellaneda che gli aveva rubato la scena.

Ma la vinse Cervantes.