Download Matomo!

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Vi ho consigliato più volte di evitare, se vi è possibile, di usare Google Analytics per le statistiche e le analisi dei flussi delle visite ai vostri siti. Il motivo? Semplice! E’ stato dichiarato incompatibile con il GPDR dalle autorità per la Privacy di Austria, Francia e Olanda.

L’alternativa? Matomo. Funziona molto bene sui piccoli numeri, se ne avete di grandi o di enormi addirittura allora perde un po’ i colpi ed è impreciso. Però è altamente configurabile.

Avete bisogno dell’applicazione, di un server Linux per ospitare i files e di un server MySQL. Se non sapete di che cosa si tratta desistete.

Ed ecco Matomo:

https://www.valeriodistefano.com/wp-content/uploads/2022/05/matomo-latest.zip

 

 

Liber Liber OdV e E-Text srl

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Ho delle notizie su Liber Liber e la Società E-Text.

I documenti da cui ricavo queste informazioni sono pubblici. Tuttavia scelgo di non ripubblicarli a mia volta.

E’ noto che il Presidente della Odv “Liber Liber” e che l’amministratore unico della E-Text srl sono la stessa persona.

Ciò premesso:

– fino al 2012 “Liber Liber” aveva 1 (uno) dipendenti.

– La società E-Text ha un capitale sociale interamente versato di Euro 10.400 al bilancio 31/12/2020.

– La differenza tra le voci attive e quelle passive, al 31.12.2019 e al 31.12.2020 è pari a Euro 0 (zero).

– I totali attivi e passivi sono aumentati del 60,48% dal 31.12.2019 al 31.12.2020.

– La voce “salari e stipendi” per il personale è diminuita dal 2019 al 2020.

– A fronte di quanto anzidetto, sono tuttavia aumentati, nello stesso periodo, gli oneri sociali.

– L’assemblea dei soci della E-Text dell’11/03/2022 ha approvato il bilancio sottoposto alla sua attenzione all’unanimità e sena alcun voto contrario.

Tanto vi dovevo.

Paolo Attivissimo come creatore di neologismi

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Nel post

Paolo Attivissimo, Stefano Zanero, Carlo Calenda e lo pseudonimato

riportavo alcune citazioni di Paolo Attivissimo. Che dopo aver tenuto una conferenza sulla traduzione letteraria, perché ha tradotto il libro di memorie di un astronauta (non si tratta di “letteratura”, quindi), ha pensato di coniare un neologismo.

E il bello è che ne dà anche la definizione. Chissà, magari la Crusca o la Treccani potrebbero essere interessate:

Checcevoismo, s.m. Atteggiamento delle persone che credono che il lavoro altamente professionale e sofisticato di qualcun altro sia facile e che sarebbero in grado di farlo anche loro e pure meglio. Etim. Romanesco “che ce vo’”, “che ci vuole”, sarcasmo usato per affermare che un dato compito è ritenuto facile.

Anche se dubito fortemente che gli Accedemici potrebbero mai accettare un’espressione come “e pure meglio”!

Paolo Attivissimo, Stefano Zanero, Carlo Calenda e lo pseudonimato

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In un recente post sul suo blog, Paolo Attivissimo scrive:

Oggi (17/5) mi è stato segnalato un tweet di Carlo Calenda che proponeva, per l’ennesima volta, l’obbligo di identificarsi presso i social network: “Unica soluzione l’obbligo di registrarsi con identità verificata! Basta ragazzini di 10 anni che si espongono, profili falsi/anonimi che insultano. La libertà è responsabilità. A questo ho dedicato un capitolo nel mio libro “la libertà che non libera”

Del tema è stato discusso, sia pure in maniera sommaria, qui:

Le querele di David Puente

E’ il momento di approfondire.

Paolo Attivissimo linka un suo intervento sul tema risalente al 2019. Riporta, inoltre, un contributo di tale Stefano Zanero, di cui non avevo contezza prima di ora. Intendo né del contributo né di Stefano Zanero.

Leggo:

“Il cosiddetto “anonimato online” in realtà già non esiste: esiste lo pseudonimato, ovvero la possibilità di usare un nickname o un nome finto anziché quello vero. Ora, lo pseudonimato è positivo.”

Qui sta il primo errore. L’anonimato online esiste. O, almeno, esisteva fino a quando Zanero vergava queste righe.

Era rappresentato dai cosiddetti “anonymous remailer“, dei servizi che permettevano a chiunque di rimuovere gli header di una mail e sostituirla con un’altra, dilazionando l’orario di invio, se richiesto, e cancellando, subito dopo l’inoltro, il messaggio originale.

Molti di essi sfruttavano un sistema di criptazione forte, quello fornito dal software PGP (Pretty Good Privacy). Per questo software (ancora considerato come “arma” negli Stati Uniti, ma non nell’Unione Europea), il creatore, Phil Zimmerman, che Dio ce lo conservi, ha passato dei guai MOLTO seri.

PGP permetteva (e permette ancora, lo si può scaricare dal web, non è morto!) di fare in modo che un messaggio, un file, un documento o un intero hard disk, potessero venire aperti “in chiaro” SOLO ed ESCLUSIVAMENTE dal destinatario. NESSUN ALTRO. Neanche il mittente. Oggi esiste una sua versione open source che si chiama GnuPG. Non è altrettanto sicuro come il precedente, ma è sempre meglio che niente.

L’anonimato, dunque, è possibile. Per tutti.

Lo pseudonimato? Roba da donnicciole, secondo me. Per Zanero “è positivo“. Opinioni, ne prendo atto. Ma certamente non è sicuro. Il giornalista che scrive sulla guerra Russia-Ucraina e che ha bisogno di trasmettere testi e fotografie in modo riservato ed esclusivo alla sua redazione, certamente non si fa chiamare trottolinoamoroso22, e non manda quei documenti via Facebook o Messenger che sia. Anche perché lo sgamano subito.

E perché, secondo Zanero, lo pseudonimato sarebbe “positivo”?

“Consente a un giovane LGBT di chiedere informazioni o conoscere persone senza rischi; consente a un oppositore politico di pubblicare la sua opinione senza ritorsioni; protegge in generale i deboli dai forti e dai bulli: non tutti sono o devono essere eroi per esprimersi!”

Non so in che mondo viva o abbia vissuto Stefano Zanero, ma anche allora lo pseudonimato, lungi dal preservare chicchessia, è stato lo scudo per molti “conigli” (quelli veri, non quelli di David Puente) per spargere e seminare odio e violenza verbale. A volte anche ad opera di certi debunker.

E poi, perché mai un “giovane LGBT” o un oppositore politico? Un padre o una madre di famiglia, un minore, una persona altrimenti esposta non hanno il sacrosanto diritto di farsi una betoniera di affari propri, senza rimanere tracciabili?

Per questo le proposte di Calenda nonhanno un senso. Non perché lo pseudonimato sia la soluzione a tutti i mali, ma perché l’anonimato e la privacy sono dei valori.

Qualcuno commette reati dietro lo pseudonimato? Ma via, ma via, che ridicolaggini, se ci sono dei reati vanno denunciati e perseguiti. Punto.

Perché la libertà di espressione è tutta un’altra cosa.

Comunque ho comprato il libro di Calenda. Se mi va di leggerlo vi aggiorno.

I canali Telegram di Paolo Attivissimo e David Puente

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“Lasciatemi divertire”, diceva il Poeta.

Ho scoperto i canali Telegram. O, meglio, sapevo già della loro esistenza, ma li ho sempre snobbati con sussiego e supponenza.

Oggi (anzi, ora) ho capito a che cosa servono. A farsi pubblicità, che altro? E va bene, per carità, va bene così, ci mancherebbe.

Ma i debunker ce l’hanno un canale Telegram dove amplificare il loro pensiero e, a volte, le loro bufale sulle bufale? Certamente!

Solo che i risultati sono curiosi, anzi, curiosissimi.

Come è ovvio David Puente e Paolo Attivissimo non potevano mancare. In fondo si tratta di palcoscenici e i palcoscenici accolgono le vedettes.

Ma non ci interessano i palcoscenici. Bensì i dati. Un debunker che dichiara al fisco dei social network 418000 e passa followers (Paolo Attivissimo su Twitter) e un altro che ne ottiene poco più di 59000 (David Puente, sempre su Twitter), quanti ne avranno nei loro canali Telegram?

Ecco qui:

David Puente si ferma a 1474. Buon risultato per un vicedirettore di una testata nazionale.

Mentre, fanalino di coda, resta il buon Superlativo (o “Superlattivo” che dir si voglia). Appena 280 subscribers. Ma non era quello che aveva quasi mezzo milione di follower, che conta decine se non centinaia di commenti sul suo blog, quello che la gente va a casa sua a portargli cassette di birra bavarese, o che gli fa le donazioni per permettergli di acquistare tranci di pizza e di focaccia?

Possibile che fra tutti questi benemeriti ci siano solo 280 persone disposte a seguirlo su Telegram?

Si possono commentare i post di Attivissimo sul suo canale? ma neanche per sogno, cosa vi viene in mente??

E il canale dei feed RSS del blog? C’è anche quello. E quanti subscribers ha? Trentacinque!

Loro non molleranno mai. Anche perché ormai non gli conviene più.

Le querele di David Puente

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Ci siamo chiesti in precedenza, che fine abbiano fatto o che evoluzione abbiano avuto le numerose querele che il debunker David Puente, attualmente vicedirettore di Enrico Mentana nella conduzione di Open OnLine, annuncia di avere sporto alla Magistratura.

Ribadisco, e lo farò fino alla fine dei miei giorni, che è suo preciso diritto ricorrere a chi vuole per salvaguardare i suoi diritti. E’ stato vittima di attacchi anche molto violenti sulla rete che non lo contestano nel merito ma per la sua sola appartenenza etnica o religiosa.

Tuttavia non spetta a lui stabilire se e quando certi comportamenti, frasi, affermazioni ed epiteti costituiscono o no reato. In altre parole, non è affatto detto che siccome lui querela qualcuno, questo qualcuno debba automaticamente affrontare un processo e, altrettanto automaticamente, essere condannato con sentenza definitiva passata in giudicato e rifondergli il danno (che, oltretutto, viene accertato e quantificato in sede civile). Anzi, il contrario. Se viene prosciolto può a sua volta querelare il querelante per calunnia. E lì sono anni di carcere.

Dopo aver inondato i social di interventi contro i no-vax, e aver decantato le lodi dei vaccini (a proposito, l’EMA ha messo il segreto militare sui report degli effetti avversi, ma questo David Puente NON lo dice) è passato al debunking delle notizie sulla guerra. Si vede che i vaccini, come argomento, non “tirano” più. Hanno esaurito la loro forza propulsiva.

Tuttavia, sempre su Twitter, Puente accantona un attimo la sua difesa dell’Ucraina, per dedicarsi ad un lungo stream of consciousness in cui torna a parlare di quello che gli pizzica di più, le sue querele, le presunte offese, le diffamazioni, gli attacchi personali e le ingiurie più assortite.

Lo fa in almeno 14 tweet. Pubblica il primo e poi, via via, tutti gli altri come risposta al primo. Cioè risponde a se stesso. Disorientante per chi legge. In ultimo si rivolge a Carlo Calenda, vero destinatario delle sue lamentazioni.

Io non sono più su Twitter da tempo. Troppi fighetti spocchiosi, poca, anzi, pochissima privacy, molto rumore di fondo.

Quindi ho usato Google per leggere quello che Puente ha scritto e ricostruirlo. Eccolo di seguito. Spero di rendere il suo pensiero in maniera sufficientemente completa.

Penso a quanti “anonimi conigli” ho denunciato, individuando e provando la loro identità, per poi trovarmi un Pm che richiede l’archiviazione. Non perché mancano le prove per dimostrare l’identità, ma perché non viene ritenuto un fatto da perseguire.

Faccio alcuni esempi. Il signor Stefano P. aveva pubblicato in un gruppo Facebook (per niente piccolo e con tante interazioni) un commento dove mi definiva “quello che pur di difendere il governo (da cui è pagato) si venderebbe pure la madre”. Come è andata la denuncia?

Il Pm non ha chiesto l’archiviazione perché il soggetto non è stato identificato. La decisione è arrivata dopo che l’indagato è stato interrogato! Talmente assurdo che con un Pm del genere neanche faccio opposizione. Da 1 a 10, quanto il signor Stefano P. si sente intoccabile?

Il Pm che ha chiesto l’archiviazione farebbe altrettanto se Stefano P. pubblicasse un commento simile nei suoi confronti? Non è l’unico esempio, ne ho molti altri simili e le racconto quello di due persone parecchio seguite sui social, non di “Tontolina68”.

Un complottista di una città del Sud, per niente sconosciuto, pubblica diversi post nel suo canale Telegram (molto seguito) dove mi diffama pesantemente. Quei testi sono stati copiati e incollati dai suoi seguaci su Facebook. Una schifosa shitstorm che non ho tollerato.

Vengo chiamato per rispondere alle domande del Pm, il quale mi chiede come avevo individuato l’identità dell’accusato. Faccio presente che tale personaggio pubblica il suo volto nel canale, il suo profilo Facebook è pubblico ed è noto per fatti di cronaca nazionali.

Mi viene richiesto uno screenshot “più dettagliato” del post dove vengo diffamato. Avevo fornito anche il link del post Telegram, ancora oggi pubblico, ma rendetevi conto che i miei legali avevano ottenuto anche l’acquisizione digitale forense (che ha un costo).

Cosa potrebbero inventarsi per non procedere? Se anche questo Pm chiederà l’archiviazione sarà l’ennesimo caso in cui un non anonimo e i suoi seguaci (non anonimi) si sentiranno liberi e legittimati di diffamare chiunque.

Nel corso della pandemia abbiamo assistito alla diffusione di messaggi diffamatori e violenti da parte di personaggi che si sono mostrati in volto su Youtube, ottenendo milioni di visualizzazioni per i loro video. C’era chi sosteneva e auspicava atti di violenza e omicidi.

Uno di questi ha fatto un video dove mostrava il luogo dove dovrei essere sepolto. @CarloCalenda, ho denunciato la scorsa estate questo individuo e i suoi seguaci che per due anni (ho fatto integrazione nel 2022) hanno diffuso messaggi del genere contro di me e altre persone.

Ci sarà la richiesta di archiviazione? Cosa succede se uno di questi vive all’estero? Può immaginare tutte le difficoltà da affrontare in questo caso, nel frattempo un suo seguace squilibrato potrebbe decidersi di passare all’azione (non virtuale) contro di me o altre persone.

@CarloCalenda, lei e altri politici italiani potete sostenere quanto volete l’assurda proposta dell’obbligo di registrarsi con identità verificata, ma non risolverete mai il problema in questo modo. Cafoni e delinquenti si sentono forti e ben difesi, pur mostrando il volto.

Non solo non risolverete il problema, ma rischiate di crearne altri come hanno spiegato o le potrebbero spiegare @disinformatico, @lastknight, @raistolo, @faffa42 e tanti altri che conoscono molto bene questo tema. Ecco perché la sua proposta non la condividerò mai e poi mai.

I nomi delle persone che ho denunciato? Voglio prima vedere se verrà richiesta l’archiviazione o se si deciderà di procedere. Per fortuna non tutti la passano liscia, sia chiaro, ma il problema non è l’identità.

Esordisce parlando di “anonimi conigli” e di facili “archiviazioni“. E poi dice di avere dimostrato inequivocabilmente l’identità dei querelati. Che, allora, evidentemente, tanto “anonimi” non erano, se è bastata una indagine difensiva per individuarli. E se sono destinatari di una richiesta di archiviazione non erano nemmeno dei “conigli”. Erano persone che hanno espresso il loro pensiero ed erano, evidentemente, legittimate a farlo.

Se la prende coi Pubblici Ministeri come se fossero la causa di tutti i suoi scontenti. Ma i PM fanno il loro lavoro. Che è anche quello di chiedere l’archiviazione di una querela se non ravvisano reati. Attenzione, chiedere. Che non significa automaticamente ottenere. Per concedere o non concedere l’archiviazione c’è il GIP, che è, appunto, un Giudice terzo, che può accordarla o rinviare gli atti al PM perché prosegua le indagini o formuli un capo di accusa.

Funziona così il mondo a cui Puente ha deciso di rivolgersi. E quello in cui vive.

Per quali motivi il PM può chiedere l’archiviazione? Perché, ad esempio, certe espressioni, pur censurabili in sé, non sono idonee a ledere la reputazione altrui. Certo, sentirsi dire che si ammazzerebbe la propria madre non è piacevole. Ma la giustizia ordinaria non bada a queste sottigliezze personali. Bada al fatto che sussistano o no dei reati, il resto non le interessa.

Perché ciò che è lecito si può fare. Punto. E c’è una bella differenza tra SENTIRSI diffamati ed ESSERLO veramente. E’ per quello che ci rivolgiamo ai PM. Perché una persona non emotivamente coinvolta consideri i fatti con distacco. Se no possiamo andare tutti a raccattare cartoni domattina e rivenderli al rigattiere.

E, comunque, il GIP, il Giudice (non il PM) che dice? Accoglie le richieste del PM o no? Se sì, con quali motivazioni?

E poi, il querelante (cioè David Puente) dovrebbe essere stato avvertito della richiesta di archiviazione. Ha 20 giorni di tempo per opporsi. Perché decide di non farlo e rinunciare, così, alla sua difesa? Misteri, non lo sapremo mai.

Se la prende poi con l’immaginaria trottolina68, considerata come l’esempio dell’utente che nessuno considera, rispetto al canale Telegram del signor Stefano P. che è seguito da un Casamicciola di persone (e questo je deve da rode’ parecchio!). Pare che una diffamazione sia tale solo se percepita da un alto numero di persone. E ciò va contro ogni principio giuridico. Se trottolina68 diffama e ha solo dieci followers è processabile esattamente come il signor Stefano P. che ne ha un putiferio.

Si lamenta perché qualcuno ha fatto un video mostrando il luogo dove dovrebbe essere sepolto. Io sono stato dato per morto, una volta, e quando ho dimostrato l’infondatezza della notizia il tipo mi ha anche consigliato di prendere dei potenti antipsicotici. L’ho querelato, ma il tutto è stato archiviato. Non c’è reato. E a chiedere l’archiviazione non è stata una persona qualsiasi, ma il Dott. Carducci, del Tribunale di Milano, uomo di acume e di rara sensibilità. Ora il “tipo” di cui sopra soffre di una patologia altamente invalidante. Cosa dovrei dire, che sono contento che dove non arriva la giustizia umana arriva il kharma? No, non lo sono affatto. Avrei preferito saperlo sano ma condannato. Ma io avevo torto. Come più volte ha avuto torto Puente. Se ne faccia una ragione.

Ci chiede di farci spiegare nientemeno che da Paolo Attivissimo (@disinformatico su Twitter) gli effetti che potrebbe avere la proposta Calenda di rendere identificabili i proprietari degli account sui social. Allora siamo veramente a posto, se ce lo spiega lui!

E poi, @lastkight, @raistolo, @faffa42… ma io di chi mi devo fidare, di gente che si iscrive a un social e si rende identificabile con uno pseudonimo? Chi è faffa42?? Che mi rappresenta?

Lui non mollerà mai. E ormai non gli conviene più.

“Debito Formativo” a Villa Filiani di Pineto

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Due giorni fa, col patrocinio del Comune di Pineto, ho presentato il mio “Debito Formativo” nella splendida cornice di Villa Filiani.

Con la prolusione di Sabrina Del Gaone e l’introduzione magistrale di Pasquale Bruno Avolio. Miga bàe!

Ho venduto un sacco di copie, firmato autografi e dediche a gogò. Il che ha costituito un incommensurabile massaggiamento del mio ego.

Per chi volesse, ci sono le foto e la registrazione audio dell’evento qui:

La presentazione di “Debito Formativo” a Villa Filiani (Pineto -TE-)

Guadagnare soldi sul web è possibile. Ma bisogna farsi il culo.

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Sissignori. E’ così. Guadagnare soldi con un sito web si può, è possibile e funziona. Solo che bisogna farsi il culo.

Se avete un sito web costruito da poco, non fatevi illusioni. Probabilmente i motori di ricerca devono ancora “vederlo” e indicizzarlo a dovere. E, comunque, la prima pagina dei risultati di ricerca scordatevela. C’è gente che paga per esserci. Gli altri hanno poche, pochissime chances.

Il SEO non serve a niente. Non credete agli annunci degli acchiappacitrulli che vi promettono risultati strabilianti in poco tempo. Solitamente vi spillano un mucchio di quattrini. I criteri con cui Google mette in prima pagina una pagina piuttosto che un’altra li conosce solo Google e nessun altro. Per cui mettetevi l’animo in pace. Non ci arriverete mai.

Se qualcuno cerca “sesso on line” e voi, guarda caso, avete scritto proprio un articolo su quell’argomento (porconi!), è assai probabile che facciate fiasco.

Se, invece, avete scritto un articolo su “Come scompattare un file zip su un server Linux“, qualche possibilità in più la avete. Perché probabilmente la ricerca dell’utente finale sarà meno generica e più raffinata.

Vi dico subito una cosa: se NON avete ALMENO un milione di pagine viste al mese è ben difficile che guadagniate cifre degne di essere prese in considerazione. Per carità, anche 50 centesimi al giorno sono meglio di un calcio nei denti. Ma sono sempre 50 centesimi al giorno.

Dipende da quello che volete. Se cercate un secondo stipendio è bene che vi mettiate a lavorare, e sodo. Se vi basta, in fondo all’anno, ripagarvi l’hosting e comprarvi un pacchetto di caramelle, è legittimo, e allora questo sproloquio potrebbe fare per voi.

Ma mettetevi in testa una cosa: voi non siete Wikipedia. Se Wikipedia mettesse un banner pubblicitario (perché di questo si tratta in questo post) per un’ora al giorno su TUTTE le sue pagine, eviterebbe di chiedere un caffè a tutti e di rompere i coglioni alla gente. Non lo fa per motivi etici? Cazzi suoi, anche l’etica si paga.

A proposito di Wikipedia: sapete come fa ad essere in testa alle ricerche su Google? Perché ha molti, moltissimi link interni ed esterni. Milioni e milioni di pagine corrispondono a milioni e milioni di link. Li avete, voi? Se sì, bene. Se no, che volete che vi dica io?

Pubblicità, dunque. Come quella che vedete qui. O di altro tipo. Dipende da quanto siete disposti ad essere invasivi nei confronti del lettore finale, quanto vi importa guadagnare e quanto vi importa che la gente vi legga. Sono scelte vostre, io non ci azzecco niente.

Io ora vi dico chi sono i MIEI fornitori di pubblicità, per il resto decidete voi.

1) Google AdSense: tenetelo molto ben presente: voi ne avete un disperato bisogno. E loro, se state alle loro regole, pagano puntualmente il 21 di ogni mese a patto che abbiate maturato un payout (credito) di almeno 70 euro nel mese precedente. Se così non è, non temete, i vostri dindini saranno messi da parte finché non avrete raggiunto gli agognati 70. L’iscrizione è un po’ lenta e macchinosa. O, almeno, lo era ai miei tempi. Ora non so.

State attenti perché con Google AdSense è facilissimo farsi brasare l’account, e poi piangete. Dovete stare alle loro regole, correggere i problemi che vi vengono via via segnalati, ma, soprattutto i clic che ricevete (e i soldi che ne ricavate) devono essere autentici e genuini. Se cliccate sui banner per conto vostro dopo tre giorni vi buttano fuori e non vi pagano nemmeno il maturato. E voi non siete così scemi, vero? Attenzione anche a fare gli sboroni. Non mettete i vostri ricavi sui social. Fatevi belli con gli amici a voce, magari. Ma non pubblicate MAI i vostri ricavi su un sito web o su un social. Lo so che è una tentazione irresistibile (come tutte le tentazioni), ma non si può fare. Per cui o accettate questa regola o lasciate perdere.

NESSUNO vi pagherà mai quanto vi paga AdSense. Quindi è inutile cercare alternative sul web. Le alternative ci sono, mica no. Il guaio è che pagano molto, molto di meno. Usatele quindi come riempitivo, NON come fonte primaria. Che è e resterà SEMPRE Google AdSense. Consideratelo un matrimonio. Di convenienza ma pur sempre un matrimonio.

2) Adsterra: questi sono una sorpresa. Sono veramente bravi. Non fanno storie per accettarvi il sito e sono assai rapidi nel darvi l’OK. I contenuti non sono all’altezza di quelli di AdSense. Qualche tetta e qualche culo qua e là. Ma potete escludere gli annunci hard, se non li gradite o se non li gradiscono i vostri lettori.

Pagano una volta ogni quindici giorni, via PayPal, se avete maturato 100 dollari (dollari, NON euro) di introiti. Per il bonifico ce ne vogliono 1000. Però, con altri sistemi pagano anche con soli 5 dollari. Insomma, cazzi vostri anche qui come volete incassare.

Ci vuole un periodo di “comporto” (nemmeno molto, appena 14 giorni) per entrare nel “giro” dei pagamenti, ma una volta entrati andate sul sicuro.

Altra cosa buona: a differenza di AdSense non pagano se qualcuno fa clic sulle pubblicità, ma il 70% dei loro banner paga per visualizzazione. Sarete, cioè, pagati una cifra (miserrima) ogni volta che il banner “appare” sul vostro sito. Benetto a sapersi.

Ci ho messo anni a trovare Adsterra. Il consiglio è gratis. Valutate e decidete.

3) Adscash: sono lituani ma che ve ne frega, mica siete razzisti! Hanno dei banner pubblicitari ma ci fate poco o niente. Meglio i popup. Ma occhio che i popup sono invasivi, vengono a noia e subito. Per cui usateli con cognizione e parsimonia.

Hanno un payout molto basso, appena 25 eurini, pagano su PayPal dopo un mese dalla conclusione del periodo di rifermento. Siccome siete duri di comprendonio, ecco spiegato il tutto con un esempio: nel mese di gennaio maturate 30 euro. Bravucci, avete superato i 25. Quindi avete diritto ad essere pagati. Lo sarete (anche su PayPal) agli inizi di marzo (tra il 3 e il 6 del mese, solitamente).

Perché tutto questo? Ma allora davvero siete fuori dal mondo. Soldi, interessi. Se il vostro credito lo trattengono in banca per un mese, su quella cifra e su quell’importo, per quel periodo l’azienda che vi paga riscuote gli interessi. Voi siete uno, ma loro hanno migliaia di publisher, e alla fine dell’anno sono soldini. Che ve ne sembra?

Dimenticavo che anche qui l’importante è andare a “regime”. Poi, se siete bravini e anche fortunatelli, potete contare sui vostri bravi 25 euro al mese o più anche voi.

4) Paycash: non sono il massimo. Si occupano di popunder, che non sono invasivi come i popup, ma rompono abbastanza le balle. Pagano poco e ci mettete una vita a racimolare qualcosa. Tuttavia, col tempo e la pazienza maturano le sorbe, diceva il mi’ nonno Armando.

Quanto guadagno io? Sì, lo dico a voi!!

E chest’è!

Roseto: il 17 maggio chiuse le attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado

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Come da titolo del post, le scuole di Roseto degli Abruzzi non svolgeranno attività didattica il prossimo 17 maggio (martedì). Ecco il testo dell’ordinanza del Sindaco:

Download (PDF, 696KB)

Ed ecco il testo del messaggio WhatsApp che ho inviato al sindaco, Dott. Prof. Mario Nugnes:

Gentilissimo Signor Sindaco,
apprendo, or non è molto, della Sua ordinanza di chiusura delle attività delle scuole di ogni ordine e grado a seguito di passaggio di manifestazione sportiva nella nostra città.
Da insegnante non posso che obbedire alle Sue decisioni (ubi maior), ma mi permetta di esporLe alcune perplessità:
– ritengo che in questi giorni, con l’approssimarsi della fine delle lezioni, la necessità del diritto all’accesso all’istruzione sia prioritaria;
– le attività scolastiche, a Roseto, cominciano dopo le 8 e terminano, nel peggiore dei casi, dopo le 13. Penso che ci sia tutto il tempo per ripristinare il traffico chiuso dalle 11. O per dare massima priorità al trasporto pubblico.

Tanto mi premeva rappresentarLe, e nell’augurarLe comunque buon lavoro, La saluto con la massima cordialità e la stima personale di sempre.

Il senso di Twitter per la privacy policy

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Qualcuno che mi vuole tanto, ma tanto bene, si è mosso a compassione ha avuto pietà del mio mal perverso nei confronti della privacy (pràivassi!), che è diventata, ormai, una questione di puntiglio. E come tutte le questioni di puntiglio argomentano con sussiego e supponenza (la mia) anche delle più futili e banali questioni.

Ma siccome devo campare anch’io di qualcosa, mi è stato fornito un formidabile assist e mi hanno detto “Toh, godi anche te!

Twitter, si diceva. Il social network dei fighetti, degli intellettuali, dei politici, dei destrorsi, degli Attivissimo, dei debunker, dei virologi incazzati con il mondo e di Calenda. Che non rientra in nessuna di queste categorie.

Cosa dice la loro privacy policy? Meno male che qualcuno l’ha letta per me, sottolineandone ed evidenziandone col lapis rosso e blu alcuni passaggi, di modo che il contenuto, predigerito, non m’abbia a dar troppo bruciore di stomaco.

Annunciano candidamente, e senza mezzi termini, di raccogliere informazioni “da e sui” dispositivi usati per il collegamento.

A prescindere dal fatto che se uso un tablet, uno smartphone, un iPhone (a chi piace c’è anche quello!) o un PC, quale sistema operativo uso, quale browser e quale versione saranno solo ed esclusivamente affari miei. Ma mi rendo conto che sono dati che possono servire a livello di statistiche interne, e su questo sorvolo volentieri.

Ma, insomma, vanno perfino a vedere (e “raccogliere”, naturalmente) che operatore telefonico ho. Ma che gliene frega, di grazia? E se collego il mio telefono alla rete wireless di casa cosa faccio, cambio gestore? Quali dati arrivano a Twitter? Ma, soprattutto, a cosa servono a Lorsignori queste “informazioni”?

Se poi avete deciso, magari dopo aver installato l’applicazione corrispondente sul telefono, di dare il consenso all’accesso alla rubrica (chi non lo dà?), “raccolgono” tutto. Il numero dei vostri figli, della moglie, del marito, dell’amante (chi non ce l’ha?), dei vostri parenti, delle vostre conoscenze, degli amici, di chi avete incontrato occasionalmente e a cui non avete mai telefonato o mandato un SMS (già, chi li manda più?), del vostro dentista (chi non ce l’ha?), del vostro medico curante, degli specialisti che vi seguono. Sanno tutto di voi.

E loro “raccolgono”. Raccolgono, raccolgono…

Vedono anche quali applicazioni avete installato. Sanno, quindi, che banca avete (chi non ne ha una?), se avete iO per i rapporti con la PA, che tipo di antivirus usate, se guardate RaiPlay o Netflix e se siete in collegamento con qualche store per gli acquisti on line.

Sanno perfino se nel momento del “raccolto” (Harvest, come diceva Nello il Giovane) avevate il livello della batteria basso o no. Che, voglio dire, sarà una cosa di una stupidità disarmante? Eppure lo sanno.

Ed è “politica sulla riservatezza“, non una caramellina d’orzo!

Tra le informazioni “raccolte” dalla mietitrebbia cinguettatrice, anche data, ora, destinatario e CONTENUTO dei messaggi privati. Potrebbero crittografarli, come fa Telegram e, in modo parziale, WhatsApp, in modalità end-to-end. No, li tengono in chiaro. E se vi càpita di scambiare in privato il vostro numero di telefono con qualcuno, incrociando le informazioni sapranno, senza troppa difficoltà, che il vostro numero, che ha la vostra rubrica, è in possesso di un altro numero che ha una rubrica diversa, ANCHE se voi quel numero lì non lo registrate.

E la gente ci casca, voglio dire, certo che ci casca. Vuole il giochino, vuole ruzzare a fare il leone da tastiera e figuratevi se non accetta. Accettiamo tutti. “Firmi qui, qui e qui, sa, è per la privacy!” Ah, beh, allora…

E l’ultimo dei pensieri e la prima delle preoccupazioni: se io mi discrivo da Twitter, come ho fatto, i dati conferiti o quelli “raccolti” li mantengono o li cancellano? Perché non è roba da passarci un briscolino. Ci sono aspetti da non sottovalutare, dall’amante virtuale alle preferenze politiche, etiche, filosofiche e religiose. Per non parlare dei dati sulla salute personale o sull’orientamento sessuale. Mi girano i coglioni se mantengono la mia e-mail o il mio numero di telefono. Ma se sanno con chi e come mi rapporto, mi frullano a volano.

Loro non molleranno mai. E gli conviene, uh, se gli conviene! Parecchio, anche…

Disqus sul blog

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Ala fin fine i commenti di Disqus li ho impementati anch’io, mica solo Paolo Attivissimo, tsè!

Li trovate alla fine di ogni post (anche questo) e vi potete accedere (forse!) con i vostri account Facebook, Gmail e chissà quali altri accidenti.

Lo scopo è quello di raccogliere più commenti, ma, grazie al cielo, finora non ce ne sono. Mi raccomando, NON commentate e alimentate vieppiù, di conseguenza, la mia pigrizia.

La privacy policy e la cookie policy di alcuni siti istituzionali

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Non sono passate che poche ore da quando ho messo in linea questo articolo:

Il blog di Paolo Attivissimo non è a norma con la cookie e privacy policy? Lui si preoccupa.

e ho subito ricevuto una mail da parte di uno sfegatato supporter di Paolo Attivissimo, che mi bacchetta le dita e mi mette dietro la lavagna perché non è giusto che io me la prenda con il suo mentore. E’ vero. Prendersela con Paolo Attivissimo è un po’ come prendersela con la Croce Rossa.

E poi mi dice che non è giusto che il Superlativo Svizzero venga segnalato al Garante Italiano quando ci sono fior di siti istituzionali, anche a livello comunitario, che il GPDR non se lo filano di striscio.

Ha chiaramente torto sul Superlativo. Perché ogni titolare di sito web risponde per sé di quello che fa. E se il suo sito è attenzionato, ammesso che lo sia, dall’Autorità, non è che ce la si può prendere con nessuno. La responsabilità in Italia è personale. Anche quella amministrativa.

Invece ha ragione sul resto. Tanto da avermi messo la pulce nell’orecchio. Della serie: “vuoi vedere che…“. E sono andato a spulciare i principali siti delle nostre istituzioni, per vedere quale fosse la soluzione proposta. Ne ho presi quattro, i primi che mi venivano in mente, ma conto di integrare il tutto con qualche approfondimento successivo.

Premetto che tutti i risultati grafici che vi propongo sono stati ricavati da un browser vergine.

1) senato.it, il sito istituzionale di Palazzo Madama, presenta un banner a pie’ di home page. C’è scritto che è possibile visualizzare istruzioni su come negare o prestare il consenso all’uso dei cookie da parte loro. Bene.

Poi però scrivono che proseguendo nella navigazione si accettano i cookies. E questo è un male.

Perché nelle linee guida del Garante, è testualmente specificato che:

“il semplice “scroll down” del cursore di pagina è inadatto in sé alla raccolta, da parte del titolare del trattamento, di un idoneo consenso all’installazione e all’utilizzo di cookie di profilazione ovvero di altri strumenti di tracciamento.”

In altre parole, non basta proseguire nella navigazione del sito per dare un consenso all’uso dei cookie di profilazione. Ci vuole una manifestazione di volontà più univoca, più chiara.

Sul banner del sito del Senato c’è un pulsante con su scritto “Ok”. Ma se io lo premo, che cosa faccio, do un consenso o, semplicemente, prendo visione di cosa mi dicono? Perché sono due cose diverse. Un conto è leggere un contratto e dire “ho capito“, altro conto è sottoscriverlo e renderlo efficace. Ecco lo screenshot:

2) camera.it non mostra alcun banner. Si limita a linkare, in basso, la privacy policy e la cookie policy. La cookie policy è molto povera e insoddisfacente. Non c’è scritto se posso o non posso oppormi al loro uso. Da bocciare. E vai di screenshot anche qui:

3) governo.it è, invece, molto più accurato. Non solo provvedono a usare un banner in cui posso accettare o rifiutare i cookies (grazie Mario!)

ma addirittura rimandano con il link alla loro privacy policy. Cosa ci sarà scritto? Andiamo a leggerla!

Usano Google Analytics, sia pure anonimizzato, per le statistiche sulle visite al loro portale. Molto male. Perché Google Analytics è stato dichiarato illegale dai Garanti di Austria, Olanda e Francia, per tutto il territorio UE, in quanto veicola i dati acquisiti su server collocati negli Stati Uniti. Non si conoscono orientamenti, pareri o decisioni del Garante italiano in materia, ma nel dubbio meglio pararsi le terga e passare a Matomo. Che non è il massimo della vita e funziona malino, anzi, maluccio, sui grandi numeri. Però almeno non fa rischiare sanzioni amministrative salatissime.

4) Dulcis in fundo (o venenum in cauda) cortecostituzionale.it. Non c’è niente di niente. Nè una privacy policy, né una cookie policy, né un banner sia pure approssimativo e insufficiente. Assolutamente nulla.

Vi fornisco l’indirizzo della copia permanente: https://archive.ph/wKT7F

Ho ricavato, inoltre, un file PDF della home page. Eccolo.

Download (PDF, 317KB)

Quanto allo screenshot, c’è anche quello:

E chest’è!

Il blog di Paolo Attivissimo non è a norma con la cookie e privacy policy? Lui si preoccupa.

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Paolo Attivissimo è preoccupato.

Non perde il suo proverbiale ottimismo e fiducia nella tecnologia. Soprattutto quella della sua Tesla usata. Ma adesso ha una zanzarina che gli ronza intorno.

Il fatto: un suo lettore lo ha avvisato che durante “un webinar registrato organizzato dal dipartimento di scienze della comunicazione e dello spettacolo dell’università Cattolica del Sacro Cuore“, e segnatamente, nell’intervento di un “addetto” del Garante della Privacy, sono stati mostrati come “esempi negativi per la categoria blog il sito https://attivissimo.blogspot.com/” e un’altra risorsa web.

La negatività riguarderebbe le “nuove linee guida sui cookie dei siti web valide dal 10 gennaio 2022“, che obbligano chiunque detenga una risorsa in rete a dotarsi di una privacy policy, una cookie solution, e, auspicabilmente, dei termini di servizio e un registro dei consensi per le accettazioni delle clausole relative.

In caso di mancata, parziale o inadeguata ottemperanza, si rischiano multe da 6000 a 20000 euro. Ed è questo che gli ha fatto saltare la mosca al naso. Perché sui principii siamo tutti bravi a pontificare. Ma quando si tratta di cacciare il portafogli poi è dura per tutti.

Le reazioni e le considerazioni di Attivissimo? Eccole:

“Preoccupante. Ma è passato ormai un po’ di tempo, e qui al Maniero Digitale non sono arrivate né comunicazioni né tanto meno multe da seimila euro da parte del Garante italiano. La cosa non mi sorprende più di tanto, perché vivo appunto in Svizzera e il blog viene redatto e gestito da qui”

Il Garante della Privacy può prendersi tutto il tempo che vuole se ha ricevuto una segnalazione e avviato un formale fascicolo. Se, invece, il suo blog è stato oggetto di un reclamo da parte di qualcuno (come è il caso di quello tenuto dal suo collega David Puente), allora c’è tempo fino a un anno.

Chi se ne frega, poi, se lui abita in Svizzera o dove gli pare. Non ha rilevanza. Io posso essere negli Stati Uniti o a Cocoa Beach e scrivere un articolo per questo blog da lì.

Ora, il blog di Attivissimo è ospitato su Blogspot. Che è di Google. Si tratta di vedere chi dei due deve adempiere, eventualmente, agli obblighi prescritti. Io credo che sia lui, perché sarebbe come dire che siccome questo blog è ospitato sui server di Aruba, allora Aruba ne è resposabile. Aruba, Blogspot, Google sono solo degli spazi vuoti su un hard disk, è l’utente finale che li riempe.

E poi, anche solo per precauzione e per mettersi con le spalle coperte, ma se ne vuole occupare? Intanto è assolutamente mancante qualsiasi Privacy Policy, e questo già lo mette a rischio.

Google/Blogspot ha messo un bannerino in cui dice:

“Questo sito utilizza cookie di Google per erogare i propri servizi e per analizzare il traffico. Il tuo indirizzo IP e il tuo user agent sono condivisi con Google, unitamente alle metriche sulle prestazioni e sulla sicurezza, per garantire la qualità del servizio, generare statistiche di utilizzo e rilevare e contrastare eventuali abusi.”

A parte il fatto che le statistiche possono essere rilevate anche in modo anonimo, senza registrare l’IP (questo blog lo fa con Matomo, e se lo uso io è segno che possono usarlo tutti, se vogliono) ma poi “garantire la qualità del servizio“? Da quando in qua si assume un dato personale per questo scopo?

Ma Attivissimo non è contento. Modifica la testata con questa dicitura:

“Avviso cookie: Questo blog include cookie di Google, YouTube, Disqus e Twitter. Non miei.”

e aggiunge

“Spero che sia sufficiente”

No, non lo è. Intanto non c’è nessun link alle Privacy e Cookie Policies dei soggetti citati, e siccome quando vado sul suo blog, quei cookies vengono installati sui miei dispositivi, vorrei sapere a chi devo rivolgermi per la mia sicurezza e per quella dei miei dati. Si chiamano “terze parti” e debbono essere debitamente segnalate. Perché se utilizzano dei cookie di profilazione (ad esempio raccolta di dati per forniture di materiale pubblicitario), l’utente deve poter accettare o non accettare l’informativa.

E poi c’è il problema Disqus. Disqus è una piattaforma che permette di aggiungere a un blog dei commenti non nativi. Di farlo, cioè, attraverso l’account Facebook, Gmail e altro. Benissimo, nulla da dire. Se non che Disqus non è installato di default sui blog ospitati da Blogspot. Ce lo devi mettere ed implementare tu. Come su WordPress. Come su altre piattaforme. Se tu ce lo implementi, poi lo devi dichiarare. Sulla cookie policy e sull’anzidetta privacy policy. Che non c’è. Perché io devo sapere a chi vanno i miei dati.

Attivissimo gestisce anche altri blog su Blogspot. Suo diritto. Ma nemmeno lì c’è uno straccio di Privacy Policy.

E poi, Google o Attivissimo che siano a doversi mettere in regola, c’è un argomento che taglia la testa “al topo” (come dice mia figlia), anzi, al “topone” (Attivissimo chiarisce che è così che lo chiamava sua moglie nel periodo in cui si sono conosciuti. E’ importante? Certo, direi addirittura fondamentale!). Attivissimo è intestatario del dominio attivissimo.net. Dove pubblica delle cose. Il dominio è registrato a suo nome ed è ospitato sui server di un provider francese che si chiama gandi.net. E in Francia il GDPR è perfettamente in vigore. Punto.

Naturalmente su attivissimo.net nessun banner sui coocie e nessunissima privacy policy. Anzi, in fondo alla home page (trovate una copia permanente al link https://archive.ph/s4CHY) si legge quanto segue:

“Questo sito non usa cookie di nessun genere e quindi non ha bisogno di stupidi e inutili avvisi salvaprivacy. Inoltre è navigabile anche a immagini disattivate ed è volutamente scarno e con pochi effetti speciali per non farvi perdere tempo e denaro, ma soprattutto per renderlo compatibile con qualsiasi browser conforme agli standard, compresi quelli dei telefonini.”

A parte l’improbabile e infelice riferimento agli “stupidi e inutili avvisi salvaprivacy” (salvaguardare la privacy non è mai stupido), non è affatto vero che non ci sono cookies di nessun tipo. Ha implementato un codice di Google per la ricerca interna alle pagine del sito. Quindi i cookies ci sono. Ecco lo screenshot:

a meno che non si voglia credere o, peggio, far credere che Google fornisca questi strumenti per gli occhi belli color del mare, ma non siamo bambini.

E, comunque, quando mi sono collegato a attivissimo.net il browser (Opera) mi ha dato questa risposta:

Nel dubbio, comunque, cosa ha fatto? Ha fatto una richiesta di accesso agli atti al Garante per vedere lo stato dell’ipotetico fascicolo, se mai ve ne fosse uno a suo carico? Ha telefonato all’URP per saperne di più? Ha inviato una PEC per stare più sicuro? Niente affatto. Ha pubblicato un tweet, questo:

Chiunque può aprire un account Twitter con l’immagine e il nome di Paolo Attivissimo e chiamarlo @pincopallino o @paoloattivisimo2022. Se uno si rivolge al Garante come minimo gli manda una mail con l’indicazione delle sue richieste e una copia sacrosanta di un documento di identità. Non è che glielo chiedi sui social. Perché è così che funziona.

I commenti? Oh, un delirio.

Un certo magnetic_dud scrive che:

“la legge è stata scritta da analfabeti informatici”

Beh, ne scriva una lui, allora.

Un altro utente gli fa opportunamente notare che

“Devi addirittura avere un log con tutti i consensi accettati”

Il che è vero. E lui, di rimbalzo

“Sinceramente: faccio prima a chiudere il blog.”

Il che potrebbe essere una soluzione. Siccome uno ha un brufolo in fronte grosso come una mela primaticcia gli si taglia la testa e il problema è risolto, chiaro.

E, infine, la perla delle perle, la Summa Theologica. Correggendo un commento di un altro suo utente, Attivissimo afferma:

“Paolo ha scelto una piattaforma anni prima che venisse partorita questa stupida legge sui cookie che non ha ottenuto nessun risultato a parte trasformarci in cliccatori compulsivi su ‘Accetto'”.

Certo, lui il blog lo ha aperto nel 2003. La legge è entrata in vigore il 10 gennaio 2022, e lui o chi per lui devono adeguarsi.

Per dovere di correttezza, preciso che questo blog, che non è altro che un minuscolo puntino nell’universo del web, si affida ai servizi di iubenda.it per l’implementazione di quanto richiesto. Pago 145 euro al mese per tutti i miei siti (o sitarelli). E non è che quei soldi li vado a chiedere a Paolo Attivissimo o a chiunque altro. Non sono un conferenziere, non sono un traduttore pluripremiato, non ho il “diploma in lingue” conferito da Wikipedia, non ho la Tesla, non sono amico di astronauti (anche se devo ammettere che una Signora si è piuttosto incuriosita nei miei confronti, bontà sua!), non ricevo né sollecito donazioni nemmeno per un pezzo di pizza o di focaccia (che, casomai, pago coi miei soldi), non sono mai stato incaricato dal MIUR o dalla Camera dei Deputati per redigere un vademecum su come diventare debunker, Star Treck mi annoia, non amo nemmeno la Guida galattica per gli autostoppisti (“grazie per tutto il pesce“? E che mi rappresenta? E’ importante? No, e allora di che cosa stiamo parlando?), campo del mio lavoro, scrivo libri che sono posti in vendita a prezzi popolari e accessibili (non le 42000 lire di allora per il suo “Da Windows a Linux“, e io, scemo, che gliele ho anche date), mi hackerano il blog ogni cinque anni di media e giù di soldi per rimetterlo a posto, non faccio crociate contro i no-vax, non ho un “Maniero digitale” ma solo due laptop di cui uno ricondizionato, una lavatrice e un frigorifero di seconda mano, se mi scrive un avvocato per qualche rogna o gli rispondo personalmente o gli faccio rispondere dal mio (sempre pagando), non ho visto i morti, non sono un giornalista né mi dichiaro tale, insomma, se riesco a farlo io potrà ben farlo anche lui. O no?? Se no che chiuda baracca e burattini. Un pensiero in meno. Sempre ammesso e non concesso che esista un fascicolo presso il Garante e che non siano stati già acquisiti elementi a suo sfavore. Altrimenti chiudere serve comunque a poco. Anzi, a nulla.

Perché una persona che dal 2003 visualizza un totale di oltre 110 milioni di clic, qualche garanzia ai suoi lettori dovrà pur darla.

Ma lui non mollerà mai. E non gli conviene. No che non gli conviene.

La Commissione Europea sul controllo delle chat

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Oggi la Commissione Europea dovrebbe pubblicare un progetto di legge avente carattere temporaneo per il controllo delle chat mediante un algoritmo proprietario automatizzato (e, quindi, soggetto a errori).

Secondo quanto riportato dal sito eventiavversinews.it

“Se un algoritmo considera un messaggio sospetto, il suo contenuto e i suoi metadati vengono divulgati automaticamente e senza verifica umana a un’organizzazione privata con sede negli Stati Uniti e da lì alle autorità di polizia nazionali di tutto il mondo.”

Particolare attenzione viene dedicata alle foto. Quelle che ci mandiamo tutti i giorni a tonnellate di Giga per tutto il mondo. L’intento sarebbe quello di colpire soprattutto gli abusi sui minori.

Cioè, voi mandate una foto del vostro pargolo sul fasciatorio all’amica o all’amico del cuore, magari col pisellone di fuori, tutto sorridente, giocondo e libero (il pargolo, non il pisellone) e venite sbattuti, voi e il vostro numero di telefono, assieme a chissà quanti altri dati e metadati personali, nella lista nera di un organismo statunitense (privato, eh? Uh… privato!!!) che vi scambia come minimo per uno spacciatore o una spacciatrice di pornografia infantile, perché, vedete voi, l’algoritmo non sa riconoscere la vostra foto da quella di un laido guardone, quando va bene.

Che, poi, i detentori e gli spacciatori di immagini pedopornografiche mica usano WhatsApp. O Telegram, o Messenger. Usano sistemi di criptazione forte come il PGP, (o GPG, se vi piace di più) tutta roba blindatissima, sono sul dark web, mica come noi poveri scemi che mettiamo le foto dei nostri piedi su Facebook! Certo, qualcuno viene beccato con le mani nella marmellata, ma si tratta pur sempre di una esigua minoranza, rispetto all’immenso traffico della rete di questo tipo di porcate.

Non è solo una limitazione (per quanto “temporanea”) alle nostre libertà fondamentali di corrispondenza e di espressione, è un vero e proprio processo all’intenzione. Siccome il mio algoritmo (che ho predisposto e programmato io e col cavolo che ti rilascio i codici sorgente perche tu possa verificarne i criteri di selezione e le modalità operative) stabilisce che TU hai fatto o scritto qualcosa di disdicevole, allora TU quel qualcosa lo hai fatto, senza dubbio. Anche se volevi far vedere alla vicina quanto è cresciuto tuo figlio. Sparisce di colpo il dolo e si inserisce l’elemento del sospetto.

Ed è anche una iniziativa di una stupidità assoluta, perché a questo punto nulla mi vieta di far stampare le foto di mia figlia e di inviarle per posta ordinaria a chi voglio io. Spendo un po’ in francobolli ma chi se ne frega, almeno non vado a finire tra le scartoffie di qualche ufficio privato negli Stati Uniti.

Loro non molleranno mai. Ma gli conviene??

Evgenij Solonovich escluso dal comitato organizzatore del Premio Strega

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Io non capisco la gente.

Vedete quest’omino qui? Si chiama Evgenij Solonovich e ha 88 anni, Dio lo benedica! E’ uno dei massimi italianisti viventi del mondo. Ha tradotto Dante, Petrarca, Ariosto, Montale, per non parlare del suo amore per i sonetti del Belli e non si sa quanti altri in russo, pubblicato centinaia di studi sulla letteratura italiana, ha cui ha contribuito con un lavoro costante e validissimo. E’ stato pluripremiato anche dal nostro Ministero dell’Istruzione. Conosce a memoria i libretti delle opere di Verdi e Puccini e ha trovato tempo per dedicarsi alla diffusione della canzone napoletana, di cui, pure, è estimatore.

Ebbene, è stato escluso dal comitato organizzativo del Premio Strega.

E non su decisione di qualche comitato organizzativo (sarebbe stato estremamente grave lo stesso) privato, bensì su indicazione del Ministero degli Esteri italiano, la Farnesina.

Assieme a lui è stata esclusa un’altra valentissima italianista russa, Anna Jampol’skaja, che si è dichiarata “perplessa” dalla decisione. “Perplessa”? Io avrei avuto un giramento di coglioni ultracosmico, se fossi stato al loro posto!!

Io? Mai potuta sopportare la letteratura russa. Ma questo che c’entra? Tempo fa qualcuno se la prese con le statue di Dostoevskij. Vogliamo anche rifarcela con Gogol, Tolstoj e magari anche con quello zuzzurellone di Ivan Turgenev, quello che disse “Non ho bisogno di sposare le idee di nessuno, ne ho già qualcuna per conto mio”?

Gente che ha dato lustro alla nostra cultura, trattata in questo modo! Si sa, il traduttore è sempre stato visto come un “traditore”. Ma io pensavo solo in senso letterario. Adesso lo è anche per il Ministero degli Esteri.

Solidarietà e affetto per Federico Maria Sardelli

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Vorrei inviare attraverso il blog, solidarietà e affetto a Federico Maria Sardelli.

Sono grato a Coso per averlo ancora tra noi, nella speranza che continui a rompere i coglioni con i suoi concerti, le sue opere pittoriche, le sue edizioni critiche, i suoi saggi, i suoi romanzi, le sue vignette, la stracatafottutissima “Juditha Triumphans” che mi fa due palle così, Vivaldi, il Mago Afono e i poponi diacci marmati.

Coraggio, Federico, ti vogliamo tanto bene, anche se siamo un pochino disturbati dall’acidità di stomaco.

Hackerati!!

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Sì, siamo stati hackerati!

Per alcune ore il blog è stato tutto un trionfo di tette, culi, cazzi e quant’altro.

Hanno messo KO anche classicistranieri.com. Che è ancora raggiungibile, ma tra mille difficoltà.

E’ il rovescio della medaglia dell’uso di WordPress: open source quanto vi pare, bello, agile, comodo, gestisce una quantità di dati impressionante, lo usa il 30% del web, nulla da dire. Ma proprio perché se ne conoscono le specifiche (fin troppo), ogni cinque anni circa bisogna sottostare a queste magagne.

Basta pagare. Non gli hacker, naturalmente, ma le ditte specializzate che se ne occupano. Un danno da circa 600 eurini tondi tondi, liretta più liretta meno. Tanto me li dà Google.

Mi spiace molto se avete visto immagini poco edificanti, ma almeno Baluganti Ampelio sarà contento con le foto porcone. Ci sono stati dei rallentamenti, quando andava bene, e sono costernato se siete stati indirizzati su altri siti che non c’entravano niente.

Ora almeno il blog è pulito, lindo e pinto come pria. Ma ci stanno ancora provando. Ieri sono stati registrati venti tentativi di intrusione con provenienza Regno Unito. Maledetti stupidi inglesi!!

Aggiàte pacienza!!!

Nella scuola media una tesina su Chiara Ferragni

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Una studentessa di scuola media ha proposto una tesina finale su Chiara Ferragni.

Oh, per carità, c’è tutto un percorso interdisciplinare dietro mica da ridere! Si parte da “A Silvia” di Leopardi, perché la Ferragni è una ispiratrice, proprio come la dirimpettaia del recanatese. Ci azzecca come il cavolo a merenda ma tant’è. A geografia la ragazza porta gli Stati Uniti. Eh, del resto la Ferragni ha vissuto a Los Angeles, mi pare giusto. A francese parlerà (spero in lingua) di Coco Chanel, perché era un’icona del suo tempo (tra l’altro fatturava molto di più dei 40 milioni con cui è quotata la Ferragni, ma questo non lo dice nessuno). A scienze l’argomento sarà la riproduzione, perché la Ferragni è mamma (e va be’) e influencer (che non si sa cosa c’entri con la riproduzione, ma pare che sia di tendenza). A storia dell’arte Gustav Klimt e le tre età della donna perché, dice, “mi ricorda tanto lei” (equazioni successive, evidentemente). A storia gli anni ’80 e la nascita di internet. Che è nata almeno un paio di decenni prima.

I suoi insegnanti pare non abbiano nemmeno esperito il tentativo obbligatorio di conciliazione e che non abbiano nemmeno provato a fermarla. E lei, come se non bastasse, ha postato un video su TikTok, ripreso e condiviso dalla stessa Ferragni, che le ha fatto i complimenti e le ha fatto guadagnare milioni di clic e like.

E’ così. TikTok e popolarità prima di tutto. Leopardi, Klimt, gli anni ’80 e perfino Coco Chanel sono dei pretesti, dei corollari assoluti, accessori.

Certo, loro, la ragazza, la Ferragni, gli insegnanti e il mondo della scuola non molleranno mai. Ma gli conviene??

Le disposizioni del Garante della Privacy contro lanotiziagiornale.it

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Ho parlato, di recente, sia pure en passant, del caso della dirigente scolastica che avrebbe avuto (il condizionale è doveroso, oltre che d’obbligo) una relazione con un suo alunno diciottenne.

Ho anche scritto che non mi sembrava una notizia degna di questo nome, e che i due soggetti coinvolti, in quanto maggiorenni, avevano il sacrosanto diritto di gestire la loro vita come volevano, non essendo, oltretutto, emerse responsabilità disciplinari a carico della donna. E che, a norma di legge, nessuno dei due doveva delle spiegazioni a nessuno.

Tuttavia lo scempio giornalistico sulla vicenda dei due, ha trovato riverbero nella pubblicazione di alcuni frammenti di chat, che sarebbe intercorsa tra gli interessati. Come a voler dire: “la relazione c’era e noi ne abbiamo le prove“.

E va beh, ma, ammesso e non concesso che questa relazione ci sia stata, cui prodest?

Fatto sta che il Garante della Privacy, il 1 aprile scorso, ha emesso un provvedimento d’urgenza contro il sito lanotiziagiornale.it in cui dispone “la misura della limitazione provvisoria di ogni ulteriore diffusione, anche on line, dei contenuti dei messaggi acquisiti e riportati nell’articolo sopra indicato, nonché in ogni eventuale ulteriore articolo pubblicato dalla medesima o da altre testate edite dalla medesima società;”.

Che parla di “informazione confusa con la gogna e il pettegolezzo“, che riferisce che non sussista “alcun reato da contestare” (e vorrei anche vedere!) e che la reputazione della Dirigente sia stata “devastata” e, dulcis in fundo (o venenum in cauda), che “il femminismo finisce sotto i piedi“.

Ma chi le ha pubblicate quelle battute estrapolate dalla chat? E contro chi è stato emesso un provvedimento d’urgenza?

Non metto screenshot, ma trovate la copia permanente dell’articolo (guarda caso pubblicato il 4 aprile, tre giorni dopo le disposizioni del Garante) in copia permanente a questo indirizzo:

https://archive.ph/cCjQi

Io so solo che mi sono collegato al sito e ho visto questo:

Il rispetto della mia riservatezza è la loro priorità? Paura. Paura davvero.

Intanto qui sotto trovate il testo integrale del provvedimento.


Provvedimento del 1° aprile 2022

Registro dei provvedimenti
n. 115 del 1° aprile 2022

IL GARANTE PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI

VISTO il Regolamento (UE) n. 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati (“Regolamento generale sulla protezione dei dati” – di seguito, “Regolamento”), con particolare riguardo agli artt. 4, 9, 85 e 58;

VISTO altresì il Codice in materia di protezione dei dati personali (d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196, di seguito “Codice” come modificato dal d.lgs 10 agosto 2018, n. 101);

VISTE le “Regole deontologiche relative al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica” (G.U. del 4 gennaio 2019, n. 3), di seguito “Regole deontologiche”;

RILEVATO che, in data 31 marzo 2022 “lanotiziagiornale.it”, ha pubblicato un articolo che aggiorna su una vicenda di cronaca che ha coinvolto la dirigente di un liceo romano – identificata con il nome e cognome e con alcune sue fotografie − e uno studente del liceo, diciottenne, successivamente alla rivelazione di una relazione sentimentale che sarebbe intercorsa tra i due sulla quale sono in corso accertamenti da parte dei competenti uffici scolastici;

RILEVATO che l’articolo (XX) ha pubblicato diversi stralci dei messaggi che si sarebbero scambiati la dirigente e lo studente che riportano dettagli relativi ai rapporti personali tra gli interessati, anche attinenti alla sfera sessuale, indugiando sulle frasi che si sarebbero scambiati e sulle circostanze dei loro incontri;

VISTO l’art. 137, comma 3, del Codice, il quale dispone che in caso di diffusione o di comunicazione di dati personali per finalità giornalistiche restano fermi i limiti del diritto di cronaca a tutela dei diritti di cui all’articolo 1 del medesimo Codice (dignità umana, diritti e libertà fondamentali della persona) e, in particolare, il limite dell’essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico;

CONSIDERATO che tale principio richiamato in termini generali anche nelle Regole deontologiche (artt. 5 e 6) deve essere interpretato con particolare rigore con riferimento ad informazioni relative alla sfera sessuale (art. 11 delle Regole deontologiche);

RITENUTO che i dettagli descritti (e commentati) rinvenibili nei numerosi stralci di conversazioni e di messaggi riportati negli articoli nulla aggiungono in merito alla necessità di fare chiarezza sulla vicenda e sulla regolarità delle condotte ascrivibili alla dirigente scolastica, sulle quali sono in corso i dovuti accertamenti;

CONSIDERATA dunque la necessità di garantire la riservatezza e la dignità delle persone coinvolte attraverso un intervento in via d’urgenza al fine di limitare l’ulteriore diffusione di dati personali;

RAVVISATA, pertanto, la necessità di disporre, ai sensi dell’art. 58, par. 2, lett. f), del Regolamento, in via d’urgenza nei confronti di La Notizia S.r.l., in qualità di titolare del trattamento, la misura della limitazione provvisoria del trattamento, da ritenersi riferita all’ulteriore diffusione, anche on line, dei contenuti dei messaggi acquisiti e riportati negli articoli sopra indicati, nonché in ogni eventuale ulteriore articolo pubblicato dalla medesima o da altre testate edite dalla medesima società;

RITENUTO necessario disporre la predetta limitazione con effetto immediato a decorrere dalla data di ricezione del presente provvedimento, riservandosi ogni altra determinazione all’esito della definizione dell’istruttoria avviata sul caso;

RICORDATO che, in caso di inosservanza della misura disposta dal Garante, trova applicazione la sanzione penale di cui all’art. 170 del Codice e le sanzioni amministrative previste dall’art. 83, par. 5, lette e), del Regolamento;

RITENUTO quindi che ricorrono i presupposti per l’applicazione dell’art. 5, comma 8, del Regolamento n. 1/2000 sull’organizzazione e il funzionamento dell’ufficio del Garante, il quale prevede che «Nei casi di particolare urgenza e di indifferibilità che non permettono la convocazione in tempo utile del Garante, il presidente può adottare i provvedimenti di competenza dell’organo, i quali cessano di avere efficacia sin dal momento della loro adozione se non sono ratificati dal Garante nella prima riunione utile, da convocarsi non oltre il trentesimo giorno»;

VISTA la documentazione in atti;

TUTTO CIÒ PREMESSO IL GARANTE

a) ai sensi dell’art. 58, par. 2, lett. f) del Regolamento, del Codice, in quanto con il predetto compatibile, dispone in via d’urgenza, nei confronti di La Notizia S.r.l., in qualità di titolare del trattamento, la misura della limitazione provvisoria di ogni ulteriore diffusione, anche on line, dei contenuti dei messaggi acquisiti e riportati nell’articolo sopra indicato, nonché in ogni eventuale ulteriore articolo pubblicato dalla medesima o da altre testate edite dalla medesima società;

b) la predetta limitazione ha effetto immediato a decorrere dalla data di ricezione del presente provvedimento, con riserva di ogni altra determinazione all’esito della definizione dell’istruttoria avviata sul caso.

Il Garante, ai sensi dell’art. 58, par. 1, del Regolamento (UE) 2016/679, invita La Notizia S.r.l., altresì, entro 3 giorni dalla data di ricezione del presente provvedimento, a comunicare quali iniziative siano state intraprese al fine di dare attuazione a quanto prescritto nel presente provvedimento e di fornire comunque riscontro adeguatamente documentato. Si ricorda che il mancato riscontro alla richiesta ai sensi dell’art. 58 è punito con la sanzione amministrativa di cui all’art. 83, par. 5, lett. e), del Regolamento (UE) 2016/679.

Ai sensi dell’art. 78 del Regolamento, nonché degli artt. 152 del Codice e 10 del d. lg. 1° settembre 2011, n. 150, avverso il presente provvedimento può essere proposta opposizione all’autorità giudiziaria ordinaria, con ricorso depositato al tribunale ordinario del luogo ove ha la residenza il titolare del trattamento dei dati, entro il termine di trenta giorni dalla data di comunicazione del provvedimento stesso, ovvero di sessanta giorni se il ricorrente risiede all’estero.

Roma, 1° aprile 2022

IL PRESIDENTE
Stanzione

 

 

 

Il fenomeno Paolo Attivissimo

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Ho sempre considerato Paolo Attivissimo un vero fenomeno.

Secondo quanto riportato dal Vocabolario Treccani:

“3. fig. a. fam. Cosa o persona singolare, fuori del comune, che desta meraviglia per qualità eccezionali: la tua faccia tosta è un f.; nella matematica è veramente un f.; ha un cavallo da corsa che è un f.; in frasi esclamative, tipo strano, curioso, bizzarro: sai che sei un f.!; che fenomeno!”

La sua fenomenicità (o fenomenologia, che dir si voglia), consiste, essenzialmente, nel trasformare eventi del tutto normali e quotidiani in vera e propria notizia. Di farne, cioè, oggetto di interesse per la pubblica opinione. E, conseguentemente, di assurgere egli stesso al ruolo di personaggio “pubblico”.

Ha la passione per lo spazio e le imprese nel cosmo? E’ una notizia. Ha una famiglia, una moglie, dei figli, dei gatti? E’ una notizia. E’ afono e soffre di una patologia non grave e transitoria all’apparato respiratorio? E’ una notizia. Si compra una Tesla usata? E’ una notizia. Fa il traduttore? E’ una notizia. Vuole andare in mongolfiera? Vede i morti? E’ una notizia. E così via.

E’ l’unica persona di cui io abbia contezza per la quale Wikipedia abbia inventato il titolo di studio “Diploma in lingue”, quando si tratta di una “maturità linguistica”.

Paolo Attivissimo fa, insomma, in tutto o in parte, quello che molte altre persone fanno. Solo che se una Tesla usata se la compra una persona comune nessuno se la fila (la persona, e, a volte, anche la Tesla). Se se la compra lui, tutto il mondo deve sapere.

Ha una forte, anzi, incrollabile fiducia nella tecnologia. Che, evidentemente, utilizza solo lui.

Recentemente ha twittato il fatto che, trovandosi “oltreoceano” a Cocoa Beach, Port Canaveral, ha potuto aggiornare il software della sua Tesla, parcheggiata a 7800 km. di distanza. Un evento, evidentemente. Che può fare solo lui e che càpita solo a lui.

Gli ha risposto un simpatico buontempone dicendogli che lui ha perfino pagato un bollettino mentre era seduto sulla tazza del cesso.

Divertente davvero. E vero, tremendamente vero.

Perché tutti ci muoviamo, ci spostiamo, se non per piacere almeno per lavoro o per interessi personali. Mandiamo un bacio ai nostri figli da New York via WhatsApp o Telegram, scriviamo le e-mail dall’aereo mentre sorvoliamo la Cornovaglia, salutiamo la morosa a 500 km. di distanza mediante in sistema VoIP, ordiniamo del software per il nostro PC pagandolo con la carta di credito sia che siamo seduti nel salotto di casa nostra, sia che ci troviamo in vacanza a Bangkok. Quando ero in ospedale scrivevo alcuni post per questo blog dal mio telefonino, aggiornando i miei lettori sul mio stato di salute. Mai visto niente del genere? Eppure…

La normalità che diventa notizia. Ecco cosa mi spaventa! Il fatto che il gatto che attraversa l’autostrada possa causare un incidente e che di questo incidente si parli come se fosse più importante del problema della fame nel mondo.

E immagino che siano più di una persona quelli che hanno comprato una Tesla usata. O che fanno un bonifico bancario sul loro conto corrente in Italia mentre si trovano a Parigi, Berlino o Copenhagen. Ma sì, anche da Cocoa Beach, se è del caso.

Eppure, questa persona che fa delle cose del tutto prive di rilevanza mediatica (una maturità linguistica è un dato enciclopedico? Non direi proprio.), va nelle scuole a insegnare ai nostri figli come diventare debunker, ovvero cacciatori di bufale (povere bestie!). Un mestiere che tutti vorremmo veder realizzato nella nostra progenie.

Così è, se vi pare.

Il “rating reputazionale” e l’asterisco

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Fino a trenta minuti fa, giuro che non sapevo minimamente cosa fosse il rating reputazionale.

Poi ho ricevuto un link su Telegram, da parte del Garante della Privacy, con cui sono in stretto e quotidiano contatto, e mi si è aperto un mondo. Un mondo inquietante, devo dire.

Il fatto: il Garante della Privacy ha interpellato una Onlus, sulla base di alcune notizie di stampa, chiedendole “di far pervenire entro 30 giorni ogni informazione utile alla valutazione del trattamento di dati effettuato.

E, inoltre, “Secondo notizie di stampa l’Associazione avrebbe promosso il Progetto (Omissis) per sperimentare, nei confronti degli studenti, il rating “reputazionale” elaborato sulla base di algoritmi dalla Piattaforma Mevaluate. Al progetto avrebbe aderito un istituto di istruzione superiore.

Allora sono andato sul sito della Onlus per vedere che cosa sia questo “rating reputazionale”.

Leggo: “il Rating Reputazionale in maniera oggettiva misura la reputazione a 360 gradi di imprese, enti e individui e aumenta la sicurezza collettiva. Fa questo grazie a un algoritmo proprietario che prende in considerazione solamente le informazioni presenti in documenti e certificati.

E poi: “Il Rating Reputazionale è indipendente, perché non influenzato da alcun gruppo o potere, incorruttibile, perché frutto di un calcolo, certo, perché derivato unicamente da documenti originali prodotti dagli interessati (nessun problema di privacy), infallibile, perché determinato dall’algoritmo, dinamico, perché aggiornato in tempo reale (entro 30 giorni dal fatto che ne determina il possibile cambiamento), autorevole, perché ispirato dal Codice della Reputazione Universale sul modello della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo promossa dalle Nazioni Unite, che definisce i principi etici e regolamentari su cui si fonda il Codice, e validato dal Comitato Etico Mondiale che presidia la coerenza del rating con i principi etici del Codice e ne garantisce affidabilità e uniformità a livello internazionale attraverso specifiche note-paese, verificabile, perché sottoposto a “controllo pubblico diffuso”.

In breve, la reputazione di un cittadino può, in teoria, essere valutata da un algoritmo sulla base di certificati e documenti autentici e il suo risultato, frutto di un calcolo, può essere incorruttibile.

Il “Rating Reputazionale Digitalizzato, Documentato e Tracciabile è un codice composto da 5 sezioni, che permette sia analisi e classificazioni sintetiche, sia di avere informazioni dettagliate su onestà, abilità, competenze e meriti di una controparte, sia fisica che giuridica.

La pagina riporta l’esempio immaginario del caso del signor Rossi: il signor Rossi ha un rating di A-A-A-45-55, ma riceve una cartella esattoriale di cui vuole contestare il contenuto. Una cartella esattoriale, non un avviso di garanzia (ma anche di quelli parlerò dopo). Riceve un Rating di A-A*-A-45-55. Cioè, la seconda A assume un asterisco. Vuol dire che il signor Rossi ha una pendenza (che chi legge può anche interpretare come giudiziaria) in corso, per il SOLO fatto di aver contestato una cartella esattoriale.

Se perde il ricorso e non paga, il suo Rating si abbasserà a A-B-A-45-55 (magari non paga perché intende ricorrere a un grado di giudizio diverso o superiore).

Se vince il ricorso, o lo perde pagando il dovuto, ma anche addirittura se non lo presenta (cioè se non esercita il suo sacrosanto diritto di contestare la cartella) e paga, il suo Rating sarà di nuovo A-A-A-45-55.

Essere sottoposti a un algoritmo, altrove nella pagina definito “umano” è semplicemente spaventoso. Anche per il solo fatto che non esistono algoritmi “umani”.

Leggo ancora: “Nel caso di carichi pendenti la lettera «A» è contrassegnata da un asterisco e la relativa query dettagliata (D-QU) mostra i certificati con i provvedimenti non definitivi. Insomma, avvisi di garanzia e sentenze appellabili non modificano il rating reputazionale e restituiscono dignità all’imputato/convenuto in giudizio.”

Ma è un controsenso! Da una parte si mostrano i certificati relativi ai carichi pendenti di un determinato soggetto mediante “query” (visibili a chi? All’interessato? Al popolo? Non è chiarito.), dall’altra si afferma che quel soggetto è comunque tutelato nella sua dignità di indagato (e, quindi, non necessariamente di imputato). E l’uomo della strada che vede l’asterisco? Il datore di lavoro che deve assumere un determinato soggetto e se lo vede asteriscato? Penseranno che quel soggetto qualcosa avrà di sicuro. Non è che vanno a vedere se si tratta di un procedimento penale (che potrebbe risolversi anche con un decreto di archiviazione o una sentenza di assoluzione nel merito a seguito di dibattimento) o del fatto che, si veda il caso, ha fatto ricorso per la maledetta cartella esattoriale o, si veda il caso, un analogo ricorso per una violazione del codice della strada.

L’asterisco, per chi legge, non costituisce altro che lo stigma, il segno, il marchio, la lettera scarlatta di cui parlava Hawthorne. Del resto, come dice la gente, può darsi che tu sia la persona più onesta del mondo, e financo che tu abbia ragione. Però intanto questo è un fatto.

E poniamo il caso di un condannato con sentenza definitiva passata in giudicato. Magari per fatti minori, di quelli in cui si applica una pena minima, la sospensione condizionale della pena e tutti i benefici di legge. Il soggetto si è preso la sua condanna (meritata o no) e da allora si è rifatto una vita. Riga dritto, si è fatto una famiglia, lavora, nessuna condanna successiva.

Mi risulta che l’irrogazione della pena e la sua eventuale espiazione, debba servire alla riabilitazione del condannato. E uno che fa? Magari per una sentenza di condanna vecchia di 10 anni, si ritrova un valore B sulla colonnina del penale A VITA? E se ha chiesto (e, magari, ottenuto) la riabilitazione? Il Rating tiene conto anche di questo?

E chi è più onesto e affidabile, il povero disgraziato che è stato beccato con uno spinello di troppo, si è difeso in giudizio ed è stato condannato una sola volta, o chi ha patteggiato magari tre volte, ma non ha nessuna sentenza riportata sul casellario ad uso dei privati, e non è tenuto nemmeno ad autocertificare i suoi trascorsi giudiziari alla pubblica amministrazione?

E, infine, uno dei descrittori del Rating è «studi e formazione». In base all'”algoritmo umano”, a parità delle altre valutazioni e condizioni, ho più reputazione io, che ho una laurea, di mio nonno Armando che, poverino, aveva solo la seconda elementare ma si ritirava nel suo stanzino, accendeva il fuoco, leggeva di storia e sapeva dell’attentato a Umberto I meglio di me?

E’ il potere dell’algoritmo. E’ ciò che è incorruttibile. Frutto di calcolo.

E ha fatto bene, anzi, molto bene, il Garante della Privacy a volerci vedere chiaro. Soprattutto se il trattamento dei dati riguarda dei minori. Cosa vogliono sapere da un minore, se ha rubato la merendina al compagno di banco? Seguirò la vicenda e ne renderò conto. Ma attenti agli asterischi!

Qui di seguito il testo del comunicato del Garante della Privacy:

Il Garante per la protezione dei dati personali ha inviato una richiesta di informazioni all’Associazione (Omissis) che opera nel settore del rating “reputazionale”.

Secondo notizie di stampa l’Associazione avrebbe promosso il Progetto (Omissis) per sperimentare, nei confronti degli studenti, il rating “reputazionale” elaborato sulla base di algoritmi dalla Piattaforma Mevaluate. Al progetto avrebbe aderito un istituto di istruzione superiore.

Il Garante, considerata la delicatezza del progetto che si rivolge a soggetti particolarmente vulnerabili (studenti e minori), ha chiesto all’Associazione di far pervenire entro 30 giorni ogni informazione utile alla valutazione del trattamento di dati effettuato.

L’Associazione dovrà comunicare, in particolare, il funzionamento della piattaforma e della connessa banca dati al fine di consentire all’Autorità di valutare l’impatto dell’uso degli algoritmi e gli effetti che essi possono determinare sugli studenti, nonché le misure eventualmente adottate a loro tutela.

Roma, 3 maggio 2022

L’ANP sollecita un uso più consono delle chat da parte dei docenti

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Ho già parlato della bozza governativa con cui il Governo determina l’integrazione del Codice Disciplinare per i Docenti in merito alla loro partecipazione sui social network. E ho già spiegato perché, anche solo davanti a una mera ipotesi, io abbia ritenuto opportuno per me disiscrivermi da qualunque accrocchio incriminato.

Ora il cerchio si allarga e arrivano le dichiarazioni del Presidente dell’Associazione Nazionale Presidi (che ora si chiamano Dirigenti Scolastici), Prof. Mario Rusconi, sulle chat di classe e quelle dei genitori (specie su WhatsApp, immagino, anche se non cita espressamente questo strumento).

“Le chat di classe devono essere usate solo per le emergenze. Altrimenti stravolgono completamente il rapporto che ci deve essere con le famiglie. Non vogliamo abolirle ma regolamentarle.“

Prendo atto, non senza inquietudine, dell’intenzione finale. Ma, se il Prof. Rusconi permette, come gestire il rapporto con le famiglie, lo decide il docente, non lui. Né nessun altro.

La cura del rapporto con le famiglie fa parte dei doveri imprescindibili di un insegnante. Per contratto. Ma, purtroppo, non ci sono tempi o modalità fissati dal legislper farlo. Io posso usare il telefono della scuola, convocare le famiglie con una lettera protocollata, con un SMS dal registro elettronico (sì, quello di Spaggiari lo permette, ma nessuno lo sa), con una mail o una PEC. Posso parlare con la Signora Asinelli per cinque ore filate e con la Signora Ciuchini per tre minuti e mezzo. Poi c’è la famosa ora di ricevimento settimanale. La cosiddetta diciannovesima ora. Che nessuno ti paga e che nessuno ti obbligherà mai a fissare ma che sei obbligato a fare per “buona prassi” (quando mai una prassi è stata “buona”?). Poi ci sono i ricevimenti interquadrimestrali. Quelli, sì, costituiscono un ordine di servizio.

Devono essere “usate solo per le emergenze“? Io non so esattamente in che paese o in che mondo viva il Prof. Rusconi, ma io lavoro in un paese dove sussiste ancora una emergenza sanitaria, in cui gli alunni e le famiglie di ammalano di Covid e dove qualcuno insiste pervicacemente a morire senza che nessun mezzo militare ne trasporti, con pietà umana e cristiana, la bara a beneficio dei mezzi televisivi. E questo succede ogni giorno. E non lo si neghi, perché se no stiamo tutti a prenderci per le terga.

Durante il lockdown non è stata solo la DaD a salvarci la vita. Ma anche WhatsApp. Quanti messaggi personali e di gruppo ho ricevuto e letto, di alunni che stavano sviluppando veri e propri disturbi psichici da costrizione! E regalare una parola di conforto a chi te la chiede perché, si veda, in quel momento ti considera come un punto di riferimento è un'”emergenza” o no?

L’Italia è l’unico paese in Europa in cui il docente, oltre a essere esperto di una materia, è chiamato al compito educativo. E l’unico che, se succede qualcosa all’alunno in classe, ci va di mezzo civilmente e penalmente.

Io vorrei insegnare ogni giorno l’accusativo personale, le due forme del congiuntivo imperfetto, la letteratura e la sincope della post-tonica nei proparossìtoni (esiste!) ma se una alunna mi dice o, peggio, scrive in una chat di gruppo o personale che fa i video in cui ballonzola, li mette su TikTok e guadagna 10 centesimi al giorno, e ha solo 15 anni, io come educatore devo bloccare tutto e intervenire. O non è un’emergenza? Sì che lo è. E’ una minore, perdìo.

“Le chat tra famiglie e insegnanti e tra insegnanti e studenti stanno dilagando e stanno creando grossi problemi, una sorta di cortocircuito. Si creano situazioni anomale”.

A parte il fatto che io una chat tra famiglie e insegnanti devo ancora vederla col cannocchiale. Solitamente le famiglie chattano da sole, gli alunni hanno i loro gruppi blindati e gli insegnanti si perdono tra mille rivoli: gruppo del consiglio di classe, del collegio docenti, dei dipartimenti, degli insegnanti di un materia specifica, degli insegnanti intolleranti al lattosio e così via. Ma, comunque, le chat sono “anomale” rispetto a cosa? Se c’è una anomalia, qual è la “malìa” o la “nomalìa” entro i cui confini vanno riportate? Finora Rusconi non lo spiega.

“Uno dei problemi delle chat è la presenza dei genitori: c’è chi chiede spiegazioni sul perchè “il figlio ha preso 7 e non 8″, dice Rusconi, oppure “perche’ avete spiegato con due mesi di ritardo la perifrastica passiva?””

A parte l’apostrofo su “perché“, che mi fa infuriare, ci sono due risposte da dare:

– il voto è un atto amministrativo. Come tale, per essere valido, deve essere adeguatamente motivato. Alla Signora che si chiede il motivo del 7 (che non è comunque un voto insufficiente) su una prova scritta, si risponderà che può farselo mostrare dal docente e prendere atto della motivazione. Oppure chiedere un accesso agli atti ed estrarne copia. Semplice!
– se suo figlio è stato collocato accanto a Pierino, sarà una decisione presa dal consiglio di classe. C’è un verbale. Le motivazioni sono lì.

Quanto alla perifrastica attiva, che tanto piace a certi genitori, se è stata spiegata due mesi dopo il docente ne spiegherà il perché nella relazione finale.

Queste domande sorgono perché i genitori sono infuriati ma, soprattutto, non conoscono le regole della scuola pubblica e vanno in ansia. Questo spiega tutto. Certo, non lo giustifica ma lo spiega. E non si può impedire a un genitore di non sapere o di essere ignorante su come funziona la scuola. Magari il padre fa il minatore in Belgio e la madre è una top manager senza scrupoli. E hanno entrambi tutto il diritto di chiedere spiegazioni. Lo fanno in una cht di WhatsApp? E meno male! C’è chi se ne frega proprio. Dei figli e della perifrastica attiva.

Anche Antonello Giannelli, Presidente nazionale dell’Associazione, rimarca:

““un eventuale codice di autodisciplina” dovrebbe essere redatto direttamente dalle scuole. “Non dimentichiamo che queste tecnologie sono di recente introduzione e non c’è ancora un patrimonio comune di comportamenti”.”

A parte il fatto che le chat, i forum e le mailing-list, le discussioni di gruppo, sono tecnologie vecchie come Matusalemme, hanno semplicemente assunto forme diverse. Ma la tecnologia è la stessa. Io parlo a te e tu a me. O decidiamo noi con chi parlare. Punto. Il patrimonio comune esiste e come, solo che la scuola italiana non ne ha mai fatto uso, e adesso, certi signori che fino a ieri si baloccavano con le BIC rosse o, tutt’al più, tagliandosi le unghie dei piedi dopo la doccia, si accorgono che esiste WhatsApp. La prima versione di WhatsApp è stata rilasciata nel gennaio 2009. Siamo nel 2022. Sono passati 13 anni, e, come dicono i Testimoni di Geova, svegliatevi!

Altro piccolissimo inciso: il numero è MIO, la connessione è MIA, il telefono è MIO, WhatsApp è dato in licenza a ME (non alla scuola) e il suo servizio è il risultato di un accordo tra privati. Decido IO, come, con chi e quanto usarlo. Il mio Dirigente Scolastico ha giurisdizione e potere discrezionale sulla mia vita privata e sui miei beni personali. Se vuole che io usi in un certo modo determinati strumenti mi fornisca un telefono portatile di servizio e io applicherò le sue disposizioni. Viceversa, spiacente, ma su quello che è mio faccio quello che voglio io. Perché è facile tutelare l’immagine della Pubblica Amministrazione quando le risorse sono quelle altrui.

Sembrano aver dimenticato il dettato dell’articolo 15 dell Costituzione sulla libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione.

Ultime considerazioni. Leggo sul Corriere della Sera che la Dirigente Scolastica del Liceo Montale di Roma, Prof. Sabrina Quaresima avrebbe, secondo chi l’accusa, avuto una relazione sentimentale con un alunno del suo istituto, prossimo all’esame di Stato terminale. L’alunno è maggiorenne.

La Dirigente è stata sottoposta a procedimento ispettivo da parte del Ministero, a seguito del quale non sono stati ravvisati profili di illiceità o violazioni deontologiche nella sua condotta. E questo è un fatto, che non penso possa essere messo in discussione.

Può, tutt’al più, sembrare una nota stonata che una persona ultraquarantenne e affermata si innamori, in ipotesi, di un giovane con tutta una vita davanti. Ma se sono maggiorenni, consenzienti, non commettono reati, non devono rendere conto a nessuno e sono disposti ad accettare il gap generazionale che c’è tra di loro, non vedo proprio che problema possa sussistere.

La signora è sposata? Bene, ammesso e non concesso che il caso consista ne renderà conto al marito. Non alla PA. Era ed è tuttora in anno di prova? Spiacente, ma non sono emersi elementi per l’avvio di un procedimento disciplinare. Ha fatto sesso in maacchina? Affari suoi. Se è vero che lo ha fatto è un reato. Ma va provato in giudizio. Non lo ha fatto? Affari suoi a maggior ragione.

E invece questa signora (che, come chiunque altro, ha il sacrosanto diritto di disporre della propria vita affettiva come meglio crede) è stata scaraventata su varie testate giornalistiche, come al solito con fiumi di inchiostro gonfiato all’inizio e con due righe di precisazione quando il caso si smonta), assieme al giovane è stata oggetto di scherno e derisione mediante scritte (ovviamente anonime, se no che gusto c’è?) sgradevolissime, al limite dell’offensivo.

E perché? Perché ha vissuto la sua vita come voleva lei? Mi sembra eccessivo, francamente. E mi sembra anche giusto che non ci rimetta il posto solo per questo. Spero tanto per loro che questa vicenda venga presto dimenticata e che possaano tornare a vivere la propria vita in serenità, insieme o separatamente che sia. Glielo auguro di cuore.

 

E poi, cos’è l’ANP? Andiamo a vedere il loro sito web, cosa ci sarà scritto?

“è l’organizzazione sindacale maggioritaria dei dirigenti delle istituzioni scolastiche”

Come tale viene anche citata sulla Gazzetta Ufficiale, secondo quanto evidenziato in un video da loro pubblicato.

E’ un sindacato di categoria. Né più, né meno.

E come si permette un sindacato di dire a me, che, oltretutto appartengo a tutt’altra categoria, come devo disporre della mia corrispondenza e dei miei contatti?

Ma lo sanno Lorsignori quanto si fatica per trovare un punto di sintonia con ciascuno degli alunni che un docente vede ogni giorno per un’ora o due? Ho alunni che non partecipano, non seguono, stanno tutta l’ora col loro cellulare davanti agli occhi, non spiccicano una parola nemmeno in dialetto. Una di loro si è messa nei guai seri. Mi ha chiesto un consiglio personale via WhatsApp. Cosa dovevo fare, negarglielo? O pensare che, siccome non ero in servizio e stavo rispondendo privatamente, stavo ledendo l’immagine della Pubblica Amministrazione (perché è di questo, mica di altro, che si tratta) improvvisandomi confidente, scerdote, psicoanalista o un servizio socile? Cosa dovevo dirle, visto che si trattava di una delicata questione privata, di parlarmene in classe davanti ai compagni? O durante l’ora di ricevimento, sapendo che anche i muri hanno orecchie e che Radio Scuola trasmette pettegolezzi 24 ore al giorno in stereofonia dolbyzzata?

No, non lo sanno. O, se fingono di non saperlo, è ancora peggio.

E non c’è nulla di più riprovevole di un docente (o ex tale) che non si ricorda di essere stato studente e dolescente a sua volta.

Nuove disposizioni per i dipendenti pubblici sull’uso dei social network

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Questo potrebbe essere uno dei miei ultimi post da uomo libero.

Il governo ha approvato una bozza di decreto in cui si inseriscono, tra l’altro, delle integrazioni al codice di comportamento dei pubblici dipendenti riguardo all’uso dei social.

Io sono un pubblico dipendente (settore scuola). E uso i social.

Quando sono in servizio sono un pubblico ufficiale. Quando finisce il mio orario di servizio (comprese le ore di cosiddetto “buco“) sono un privato cittadino. Ho le mie idee, politiche, etiche, religiose. Vado a votare, e voto chi mi pare. Negli ultimi cinque anni ho sempre annullato la scheda. Questa è una delle ultime volte in cui posso dirlo senza essere sospettato o, peggio, sanzionato disciplinarmente, di invitare gli altri a fare altrettanto.

Attualmente uso Facebook, Instagram, Twitter, WhatsApp e Telegram. I miei account su queste risorse sono il risultato di un contratto sottoscritto tra due parti: chi mi offre il servizio e il sottoscritto in qualità di privato cittadino.

Come tutti i privati cittadini ho libertà di espressione, di ricevere e fornire informazioni, e perfino di critica e satira. Non esiste praticamente argomento al mondo che questi diritti costituzionalmente garantiti non coprano e su cui non trovino applicazione.

Eppure, nella bozza di decreto (Pnrr) si parla dell’inserimento di:

“una sezione dedicata al corretto utilizzo delle tecnologie informatiche e dei mezzi di informazione e social media da parte dei dipendenti pubblici, anche al fine di tutelare l’immagine della pubblica amministrazione”.

Bastava una parola: censura. Si può usarla. E la uso.

Io dovrò adeguarmi, come tutti gli altri, a un “corretto utilizzo delle tecnologie informatiche“. Immagino, anzi, sono certo, che questo riguardi, oltre all’uso dei social, anche il mio blog.

Dovrò farne un “corretto utilizzo“. Perché, come leggo sul sito dirittodellinformazione.it:

“un buon dipendente pubblico è tenuto a rispettare il diritto alla privacy di colleghi e utenti dei servizi, evitando di postare foto, immagini o descrizioni che non siano preventivamente autorizzate per iscritto dagli stessi. Inoltre, occorre astenersi da dichiarazioni pubbliche offensive nei confronti dell’amministrazione e dalla diffusione in qualsiasi forma e attraverso qualunque media di informazioni confidenziali, in osservanza del segreto di ufficio.

Per quanto concerne il linguaggio utilizzato sui social network, occorre evitare parole con un significato ambiguo o che, ancora peggio, istighino all’odio e alla discriminazione e, nel ricorrere alle emoticon, occorre valutare una complementarietà di significato, onde evitare di risultare offensivi.”

Non potrò più, quindi, postare una foto che mi ritrae assieme a colleghi o personale amministrativo, a meno di non avere una autorizzazione scritta. Vale anche per le “descrizioni”, ovvero per i semplici contenuti testuali. Ho avuto un collega che stimo moltissimo come insegnante e che si è candidato alla carica di Sindaco nel comune in cui risiedo. Non condivido le sue posizioni politiche. Come collega non ho nulla da dire. Potrò continuare a criticarlo senza chiedergli l’autorizzazione?

Non potrò più usare “parole con un significato ambiguo” (sono toscano, ma soprattutto livornese e l’ambiguità verbale fa parte del mio DNA) e, inoltre, attenzione alle emoticons (le faccine) perché c’è da “valutare una complementarietà di significato“.

In breve, se un utente Facebook posta un contenuto satirico o addirittura dissacratorio sul Ministro dell’Istruzione, io non potrò commentare più con una faccina che sorride, o addirittura con un “like” perché questo potrebbe essere interpretato come un’offesa alla carica istituzionale in questione. Sempre per “complementarietà di significato“, s’intende.

Cosa faranno gli insegnanti e i lavoratori della scuola senza Facebook, o, quanto meno, senza tutta la libertà di esprimersi che hanno avuto fino ad ora?

Personalmente vivrò benino lo stesso. Per fortuna non ho bisogno dei social per esprimere le mie opinioni. Ma gli altri? Guardate che c’è gente che se le togli Facebook si spara un colpo in testa!

Personalmente conosco maestrine locali, di cui potrei fare nomi e cognomi, che mostrano le loro foto artistiche su Facebook e hanno un calamitante potere di acchiappo. Belle come sono qualche imbecille che ci casca lo trovano sempre.

Ma siccome l’eterna seduttrice è anche sempre l’eterna bambina, come ne risulterà compromessa l’immagine della Pubblica Amministrazione? La maestra dei vostri figli che riceve commenti tipo “Bella, bellissima…“, cuoricini, like, fiorellini, dichiarazioni d’amore, poesiole, immaginette, tramonti e gattini a piovere.

Però non si può nemmeno impedire alla gente di pubblicare quello che vuole per amore dell’immagine di una Pubblica Amministrazione che da una parte censura le emoticons e dall’altra le permette di fare soldi in nero con le ripetizioni!

Non è reato avere lo sguardo provocante, gli occhioni da gattina, farsi un selfie accattivante, tradire il marito o la moglie, magari perfino mandare a carte 48 un matrimonio, dei figli, il cane, il gatto e il criceto per un like, una strizzata d’occhio in privato, e magari scambiarsi il numero di telefono perché, si sa, così fan tutti. E’ stupido, indice di una cretineria senza limiti, denota scarso, anzi, scarsissimo savoir-faire e presenza cerebrale di un numero estremamente esiguo di neuroni. Ma non è un crimine.

Ma oltre ai vari zoccolamenti di cui sopra, sui social ci sono anche i gruppi di discussione, e molti riguardano proprio il mondo della scuola in particolare e la pubblica amministrazione in generale. Li mandiamo a ramengo? O per sopravvivere in linea dovranno contenere solo elogi all’Invalsi, parlare di debate, cooperative learning, piani delle offerte formative, alternanza scuola-lavoro, scrutini interquadrimestrali, pagellini, collegi docenti e consigli di classe?

Sarà ancora possibile denunciare pubblicamente il comportamento di un Dirigente Scolastico (maiuscolo perché se no potrebbero offendersi) se commette un sopruso, un illecito, o, addirittura, un delitto previsto e punito dalla legge?

Chi è che offusca l’immacolata immagine della scuola pubblica, la docente i cui video ripresi nella sua privatissima e legittima intimità vengono sparati sui social, o la dirigente che l’ha censurata con un provvedimento disciplinare e che è stata successivamente condannata?

Le studentesse (cretine, imbecilli, decerebrate, fuori di testa e quant’altro) che nel Parmense hanno dato fuoco a un banco per postare il video su TicToc non sono forse l’immagine del rovescio della medaglia di una scuola pubblica ormai incapace di trasmettere valori e fornire modelli di vita alternativi? Perché fa presto la Pubblica Amministrazione a ributtare addosso alle famiglie la responsabilità educativa, però poi i Patti di Corresponsabilità li firma anche lei. E come se li firma!

Ho scritto un libro satirico sul mondo della scuola, perculeggiandolo un po’ e ritraendo una realtà assurda e grottesca. Meno male che l’ho fatto adesso. Non so se l’anno prossimo sarebbe stata la stessa cosa.

Potrei andare avanti per ore, ma mi fermo qui.

Cosa farò io? Molto probabilmente mi disiscriverò da tutti i social a cui sono iscritto tra due o tre mesi. Il blog lo manterrò visibile finché vivo, ma avrò le mani legate. Capite ammé, ho una figlia da mantenere. Ci posterò qualcosa ogni tanto, giusto per non perdere il vizio. Capitoletti dei miei libri, per lo più.

Insomma, mi faranno sputare fuori il veleno e poi mi lasceranno andare.

E i sindacati cosa dicono? Ma quali sindacati, per favore…

Liber Liber e Yeerida

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Ancora Liber Liber? Ebbene sì.

Ho cercato un libro da loro. Ho trovato, tra le varie opzioni per scaricarlo, anche questa:

Oltre alle tradizionali versioni PDF, ODT, HTML e compagnia cantante, ce n’è un’altra: il libro è scaricabile (gratis, grazie!) anche su un sito sconosciuto, chiamato yeerida.com.

Ho pensato: “Perché dovrei scaricare il libro da Liber Liber e alimentare così, con un clic di download, le loro statistiche? Proviamo questo Yeerida, hai visto mai??”

Ecco il risultato:

Il dominio yeerida.com è in vendita per 9000 dollari e spiccioli. Robetta. Quasi quasi me lo compro.

Hanno chiuso. Fallito. Out. Closed. Cerrado. Fermé. Geschlossen.

Gliene fregava così tanto dei libri digitali e della cultura libera che vendono perfino il nome a dominio.

Il resto, compreso il perdurare dei link alla risorsa da parte di Liber Liber (potrebbero rimuoverli in cinque minuti) è solo pubblicità, pubblicità, pubblicità.