L’infinito calvario di Patrick Zaki

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La libertà di Patrick Zaki ci ha colto tutti di sorpresa, tanto eravamo abituati alla sempiterna nenia monocorde dei rinvii ogni 45 giorni.

E forse abbiamo gioito, me compreso, troppo presto. Lo confesso, ho stappato una butta di prosecco per festeggiare assieme a chi mi vuole bene e ai familiari di Patrick, la ritrovata condizione di uomo libero di una persona che ha sofferto un prezzo stratosferico ed esageratamente sproporzionato per le accuse che gli vengono contestate.

Perché Patrick Zaki è stato liberato, sì, ma non è stato assolto nel merito. E non potrà lasciare l’Egitto nel frattempo. E questo è un grave che pesa come un macigno.

In Egitto la diffusione di notizie false e la diffamazione contro il regime sono puniti con un massimo di 5 anni di carcere. Non c’è nulla di cui stupirsi se ci si rende conto che nella democraticissima Italia il massimo di pena edittale per il reato di diffamazione è di 3 anni di reclusione.

C’è ancora da lottare, dunque, prima che Patrick possa rivedere l’Italia, riabbracciare i suoi compagni dell’Alma Mater, riprendere una vita “normale”, se mai ci arriverà.

Perché lo Stato italiano non ha fatto NULLA per evitare a Zaki inutili sofferenze. Così come non ha fatto NULLA per salvare la vita di Giulio Regeni o assicurare alla giustizia i suoi presunti assassini e i mandati del suo ignobile omicidio.

Certo, per Regeni c’è stato l’impegno di alcuni pubblici ministeri e di avvocati della parte lesa coraggiosi ed encomiabili, che si sono scontrati con la decisione dei giudici che altro non possono fare che applicare le norme. “Cercavi giustizia, ma trovasti la legge”, cantava De Gregori.

Per Zaki nemmeno quello. A parte il suo difensore, il resto è stato preso in carico da Amnesty International e da qualche cronista con il contropelo sullo stomaco. Le autorità non ci sono. Nessuno ha dato la cittadinanza a Patrick Zaki. Per uno “ius universitatis” che diventa “ius soli” nel momento il cui un cittadino straniero si inserisce in una comunità di studenti di cui si sente parte attiva ed inscindibile.

In questo silenzio assordante delle istituzioni c’è sempre qualcuno che lotta a fianco di questo giovane. Sono solo privati cittadini, che sanno benissimo che lo Stato a cui appartengono è totalmente inadempiente. E allora, siccome sono Stato anche loro, agiscono, si muovono, protestano. Affinché il diritto alla libera espressione e alla critica non resti una splendida utopia.

Certi numeri di Liber Liber

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Il 28 novembre scorso Liber Liber ha compiuto 27 anni. E va be’, auguri vivissimi, cosa volete che gli dica, non sono certo geloso della “ingravescentem aetatem” altrui.

Una breve paginetta festeggia l’avvenimento sul loro sito. “Come da tradizione”, dicono. Molto bene, non ho mai avuto nulla contro la tradizione. Sono ateo ma faccio regolarmente l’albero di Natale e il Presepe. Bisognerà pur avere qualche contraddizione.

Nell’articolo si legge:

“il sito viene visitato da circa 120.000 persone al mese”

Molto bene. Cioè molto male. Il 15 febbraio scorso, in un articolo di analogo tenore, ma con tono ben più aulico, la ex biblioteca digitale più visitata d’Italia trionfeggiava:

“Nel 2020 il sito di Liber Liber ha superato la soglia dei 10 milioni di visite (10.495.771 per la precisione). Non male per una biblioteca! E’ come riempire più di 130 volte lo stadio San Siro.”

Siccome la mia maestra delle elementari mi ha insegnato a fare i conti a suon di sacrosante bacchettate sulle dita, allora li ho fatti.

120.000 visite circa al mese per 12 mesi fanno 2.400.000 visite circa all’anno. Assai più del 75% IN MENO rispetto al vantato dell’anno precente. E sono stato di manica larga. E con buona pace di San Siro.

Direte voi (e diranno loro): “tu che fai tanto il ganzino e hai una biblioteca multimediale on line, ci fai un po’ vedere i TUOI di accessi, bella testina di cazzo?”

Certo, eccoli.

159.000 pagine viste a settembre, 275.000 a ottobre e 424.000 a novembre. Che, voglio dire, proiettati sui quattro trimestri di un anno non riempiranno San Siro ma lo Stadio Tombolato di Cittadella sì.

E allora, che diamine, DI CHE COSA STIAMO PARLANDO?

La mia biblioteca Classici Stranieri (puntocòm) costa meno di un centinaio di euro l’anno. Siamo su un server condiviso Aruba. E’ come stare in un condominio. Liber Liber ha un server per conto proprio. Che certamente costa più di 100 euro all’anno.

Classici Stranieri non fa affidamento sul lavoro di nessun volontario. Una mano ce la dà chi ci ama. E nessun altro. Classici Stranieri non vende nulla, nessun gadget, nessuna risorsa informatica, nessun download. E’ tutto gratis. Non chiede un soldo a nessuno (certo, è tecnicamente possibile fare delle donazioni, se uno vuole, ma non vi offriamo NESSUNA home page con la richiesta di due euro).

Classici Stranieri non è costituita in associazione di volontariato. Non ha costi burocratici, non ha vincoli statutari, non deve rendere conto a nessuno, non ha obblighi di bilancio, può tranquillamente permettersi di chiudere l’anno in attivo coi soli proventi derivati dalle pubblicità, che vengono regolarmente dichiarati dal sottoscritto nella dichiarazione dei redditi. Che è PUBBLICA.

Insomma, se ci sono riuscito io quasi da solo, ci può riuscire, a maggior ragione, chiunque.

E qui mi taccio. E non sorrido più di così perché sono bene educato.

Valerio Di Stefano
per classicistranieri.com

Diario di un rosetano appena vaccinato

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Ho fatto il vaccino, dunque.

Siccome sono un rosetano lavoratore fragile e con patologie, mi è stato riservato un appuntamento all’HUB vaccinale dell’ospedale di Giulianova per effettuare la (prima) vaccinazione in ambiente protetto.

Mi dànno un foglio da riempire. E’ la versione del ricatto informato a scaricabarile per la terza dose. Io devo fare la prima. Non ci siamo. Faccio gentilmente notare l’errore. Mi dànno il modulo giusto ma mi chiedono cortesemente di sedermi in un angolino, lontano da tutti gli altri. Il non-vaccinato, per il solo fatto di esserlo, è visto con sospetto. Non è cambiato nulla dai tempi degli untori di manzoniana memoria. Solo un po’ più di cortesia formale, ma la paura che qualcuno unga le mura del nosocomio con un non-so-che di covidico, persiste.

Mentre riempo quanto di mia spettanza, la fila si ingrossa, la gente si accalca vicino al tavolinetto e si crea un assembramento di cui mi lamento ad alta voce con gli addetti.

Un signore della Croce Rossa mi dice: “Dotto’, se ci riesce lei a cacciarli tutti noi siamo solo che contenti!” Rispondo “E che ci vuole a cacciarli?? Basta chiamare i carabinieri!” E così mi sono fatto conoscere.

L’ambiente è stretto e angusto. La gente sta in fila lungo il corridoio e passano su e giù barelle con pazienti anziani dai vólti grinzosi e sofferenti. Tutto è stretto e maledettamente piccolo. E la gente continua ad accalcarsi. Chi vuol farsi la prima, chi la seconda, chi la terza dose, chi non trova il tesserino sanitario, chi non vuole firmare il foglio del ricattino, chi è un insegnante, chi in servizio civile volontario. E poi fa caldo, un caldo da non credersi. Paghiamo le tasse per il riscaldamento di un ospedale e sprechiamo i denari pubblici in questo modo. E nel frattempo passa un’altra barella. La signora che vi è adagiata mi guarda. Avrà 90 anni e l’odore di chi ha i valori completamente sballati e rischia di non farcela. Vorrei dirle qualcosa, darle una carezza. Ma mentre sto per farlo la portano via e io mi sento una merda umana.

Nella sala di attesa per la vaccinazione la distanza tra le sedie è di molto inferiore al metro. Il che fa pari e patta con gli assembramenti di cui sopra. Il bagno è rotto. Naturalmente.

L’ambiente in cui si somministrano i vaccini è piccolissimo e strettissimo. Il medico vaccinatore, l’addetta all’acquisizione dei dati e l’infermiera somministratrice operano in un ambiente di pochissimi metri quadrati. Riesco a vedere, perché la porta è spalancata, la somministrazione alla signora che è arrivata rima di me. Alla faccia del pudore e della discrezione. La signora aveva fatto la dose precedente con Moderna. Chiede che le venga somministrato lo stesso vaccino. Ma oggi Moderna non c’è. Solo Pfizer. E’ come andare al ristorante, chiedere un piatto di spaghetti alle vongole e sentirsi rispondere che le vongole non ci sono perché c’è il fermo biologico e le barche non sono uscite, però se la vuoi c’è sempre la pepata di cozze, che è pure buona.

Il medico vaccinatore lo conosco. E so che è un medico chirurgo, sì, ma con una specializzazione che poco ha a che vedere con la somministrazione di vaccini. Il farmaco lo inietta l’infermiera, d’accordo. Ma mi sembra strano che a supervisionare il tutto sia un allergologo. O un otorinolaringoiatra. O un dermatologo. O un chirurgo estetico. A questo punto potrebbe essere anche un medico omeopata, basta che abbia la qualifica di “medico chirurgo”.

Ma il piacere di incontrare di nuovo un professionista che ti ha dato una mano in un periodo delicato della tua vita professionale è tale che non sento niente. Nemmeno la punturina dell’ago. Niente di niente. Dovrò solo starmene il doppio del tempo previsto per l’osservazione in un’altra stanzetta angusta e viandare.

Del resto Peppino Di Capri cantava “Ce vuo’ tiempo”. E l’immenso Eduardo ci ricorda che ogni volta “Ha da passà’ a nuttata!”

Riprendo la mia auto da settimane rigata da quei delinquenti dei miei alunni di seconda e mi accorgo che i solertissimi vigili mi hanno elevato una contravvenzione. Il foglietto giallo svolazza sotto il tergicristallo, agitato da un piacevole venticello. Disco orario scaduto. E vaffanculo!

Domani mi vaccino

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Allora è fatta. Domani mi vaccino. Voilà, c’est l’unique question, scriveva Albert Camus.

Lo faccio solo ed esclusivamente perché sono stato obbligato e ho una bambina di cinque anni da mantenere.

Voglio premettere che sono un egoista e un grandissimo pezzo di merda. Quindi non me ne frega niente di preservare gli altri attraverso il mio gesto.

Gli altri… chi sono gli altri? Quelli che quando ero costretto a pagarmi un tampone ogni 48 ore mi criticavano e mi dicevano “Vaccìnati, così puoi andare in discoteca!!” senza sapere un cazzo di quello di cui ho sofferto?

Oppure i virologi che dalle TV di Stato ci esortavano amorevolmente e con calma (“Vaccinatevi e basta!”) a ponderare l’ipotesi del minor rischio possibile “I vaccini sono sicuri!!” e che trattavano da topi di fogna chi non la pensava allo stesso modo?

Gli altri sono forse i debunker di stato, i paoliattivissimi, i dàvidipuenti de noàntri, quelli che siccome LORO si sono vaccinati allora DEVONO farlo tutti e se si azzardano a dire qualcosa in contrario li bannano (gnè gnè gnè)?

Chi cazzo è il mio “prossimo” per cui io dovrei fare quest’opera di bene? Il manipolo di governanti che ha spaccato l’Italia in buoni e cattivi fomentando odio sociale da parte del partito delle terze dosi? O forse sono gli stessi governanti che hanno preso a colpi di idrante i manifestanti disarmati di Trieste?

O gli irriducibili che non si sono arresi nemmeno davanti alla morte di Camilla Canepa (perché loro credono nella scienza, certo, ma solo quando gli fa comodo).

Ecco, sì, vogliono farmi credere che il mio è un gesto di amore. Invece no. Io voglio urlare al mondo che NON lo è. E’ un gesto di puro e semplice egoismo. Perché a me di queste persone non frega una beneamata minchia. Muoiano pure. Oppure si salvino, che volete che importanza abbia? Mi importa solo ed esclusivamente di me stesso. Il mio non è un gesto sociale, anzi, è un gesto molto vigliacco, perché cerco di salvarmi la pelle nel modo più semplice, indolore e diretto. E no, non mi piace vincere facile. Ho sempre pensato che le strade più facili sono lastricate dalla vergfogna dell’ipocrisia.

Ed è così che io considero i pro-vax: ipocriti. E anche un po’ ignoranti e fascisti, a dirla tutta. Perché hanno barattato lo stato di diritto per un’illusione sanitaria.

Domani potrei anche morire. Me lo hanno detto chiaro e tondo. Sia così, se proprio deve essere. Non ho rimpianti. Solo quello del marciume e dell’odore escrementizio del paese che lascio in eredità a mia figlia.

Ora però non mi rompete i coglioni.

Libertà NON è partecipazione

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Oggi un medico (e che medico! Grazie infinite, dottoressa) mi ha detto che POSSO vaccinarmi e che, da protocollo, non ci sono controindicazioni di sorta, salvo un po’ di umana, doverosa e sacrosanta prudenza.

Giorni fa un Consiglio dei Ministri (che non è un’autorità in medicina o virologia) mi ha detto che DEVO vaccinarmi, pena la sospensione dal servizio e dallo stipendio, entro il 15 dicembre.

Quindi, chi dovrebbe far parte dell’ala più dura e oltranzista dei pro-vax (per studi, formazione e approccio), proprio una di quelli che dovrebbero dirmi che i vaccini sono sicuri, che non c’è nessun rischio, e che se il rischio c’è è infinitamente inferiore ai vantaggi che potrebbe dare un’immunizzazione, riconosce la mia libertà di fondo di autodeterminazione e mi dice “Lei può!”. Eppure il mio medico non è una giurista, che io sappia.

Chi, di contro, dovrebbe tutelare i miei diritti costituzionalmente garantiti, cioè il governo del mio paese, mi dice che io DEVO. Perché se no, oltre a “perdere” il lavoro (cioè il cardine della nostra Costituzione), perdo il sostentamento per me e per mia figlia, il diritto a una vita dignitosa, e la libertà di insegnare. E’ un ricatto? Certo che lo è. E ci mancherebbe anche altro che, fatto il ricatto, i colpevoli debbano per forza essere gli insegnanti!

Ci si vaccina, dunque, e basta. E che l’articolo 32 vada a farsi fottere.

Anche il Presidente della Repubblica, con esternazioni imbarazzanti, dice che dobbiamo conservare quel patrimonio di libertà che abbiamo faticosamente riconquistato. Non è vero, non abbiamo riconquistato un bel nulla. O, quanto meno, non le libertà.

A me è stata tolta quella di poter lavorare garantendo un tampone ogni 48 ore. Ad altri questa libertà è stata ancora lasciata. Perché, comunque sia, i “tamponati” non potranno (nossignori!) andare al bar, al cinema, a sciare, al ristorante, a teatro, allo stadio, in piscina, in discoteca e perfino nelle sale gioco. Per quelli ci vorrà tanto di vaccino. E che cazzo!

Come se la nostra libertà fosse quella di farci uno Spritz, di andare a vedere un film con gli effetti speciali in prima visione, muniti di occhialino 3D in cartone e secchio maxi di popcorn, di ingrassare come maiali, di risalire con gli impianti la neve delle nostre vacanze (me lo immagino, tutti in fila prima all’hub vaccinale e poi allo skilift!!), di magnare come castighi di Dio lui una tagliata di manzo con la rucola e il parmigiano e lei un’instalatona (che va tanto di moda e fa tanto salutare), a picchiarsi al botteghino per accaparrarsi un biglietto per la Finocchiaro che debutta al Piccolo Strehler di Milano con la trasposizione di un libro di Cristina Cattaneo, di insultare l’arbitro (regolarmente cornuto) di una partita di calcio, farci due vasche già che ci siamo per smaltire un po’ di trippa, e sfondarci di tecno e magari anche qualcos’altro al sabato notte.

Questa non è libertà! Questo è far girare l’economia. Che è cosa ben diversa.

La libertà NON è partecipazione. Giorgio Gaber non ci ha capito una mazza. La mia libertà è quella di avere, innanzitutto, una vita di relazioni. Conoscere, parlare, interagire. E certo che se ti vaccini puoi andare al cinema. Così non parli con nessuno. O in discoteca. Così la musica ti impedisce ogni comunicazione verbale. Tanto hai sempre il tuo telefonino, no? E allora usa WhatsApp e non rompere i coglioni!

La mia libertà è vedere crescere mia figlia in una scuola sicura, non in un ambiente in cui tutti i suoi docenti DEVONO essere vaccinati per forza e non per scelta, e che poi le parlano come degli automi dei diritti fondamentali del cittadino, dell’inclusione, della diversità come ricchezza, mentre i suoi compagni se la ridono, tanto a loro il greenpass o la vaccinazione obbligatoria non li imporranno nessuno.

Non me ne faccio di niente di poter mangiare il sushi al ristorante giapponese con gli amici e tutti senza mascherina, a casa mia si mangia bene ugualmente. Non voglio perdere i neuroni ad ascoltare Unz-Unz-Unz-Unz in discoteca. Voglio nutrirli di letture, buona musica, film di qualità, magari quelli che non ho mai visto e che posso prendere in prestito, assieme ai libri, alla biblioteca comunale.

Ho un caro, carissimo amico (un amico, Cristo di Dio!!, mica uno qualsiasi) che una delle gratificazioni più graandi che ha dimostrato dopo essersi vaccinato è aver portato la propria famiglia a mangiare da MacDonald’s. La libertà è un Big Mac? Forse. Ma allora aveva ragione Rettore, datemi davvero una lametta che mi taglio le vene.

Hanno minato le basi dello stato di diritto, hanno formattato la Costituzione a basso livello e adesso ci regalano qualcosa per la nostra fedeltà. Come coi punti della Star, come con le raccolte del supermercato per prendere i piatti, come le borse della Panini quando facevamo la raccolta delle valide, delle bisvalide e delle trisvalide. Ti permettono di diventare un perfetto pirla, però intanto vogliono te. Bell’affare che abbiamo fatto, sì…

O debunker siamo con te, meno male che Paolo c’è

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Paolo Attivissimo lo ha annunciato: andrà in mongolfiera e varcherà il confine tra la Svizzera e l’Italia, dimostrando all’universo mondo che lui Jules Verne e il suo “Cinq semaines en ballon” li piglia di tacco.

Purtroppo però c’è stato un inconveniente: ha dovuto rinviare l’impresa a data da destinarsi perché, si veda il caso, in Svizzera, a volte (ma solo a volte) piove. O comunque ci sono delle condizioni meteorologiche avverse. Disdetta disdettaccia, non potrà gettare la zavorra a terra e levarsi nell’alto dei cieli col pallone aerostatico. Vincenzo Monti non gli dedicerà nemmeno un poema estemporaneo, come fece col suo diretto antenato, il signor De Mongolfier.

Naturalmente l’evento è stato sbandierato e pubblicizzato per tutto l’orbe terracqueo: blog e social in primo luogo, come si deve e si confà a uno che vede i morti, che si compra la Tesla, che chiama “Sammy” la Cristoforetti e che ha lavorato per la Boldrini.

E pensare che io negli ultimi 10 anni avrò preso sì e no una ventina di volte un coso che mi ha portato a varcare i confini di più stati e staterelli, menandomi ben oltre le nuvole, anche se pioveva: si chiama “aereo”. E non l’ho mai detto a nessuno.

Ce manchesse!

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La nostra squisita e imprescindibile segretaria si chiama la signorina Multitasking.

Man mano che si avvicinano le 8,10, orario in cui scade per lei, inesorabile come una ghigliottina, il termine ultimo per timbrare il cartellino, pena recupero di tre ore secche e filate supplementari alla fine del turno, si sente tutt’intorno un clima di generale impazienza.

Gli alunni che alle 8,08 si trovano già ai cancelli del Premiato Istituto cominciano a chiedersi inquieti: “Ma arriva??”

E il ragazzo di guardia, stile piccola vedetta lombarda: “Ancora no!!”

D’un tratto, ecco alzarsi un polverone di lontano. E’ la macchina della Multitasking che ha appena eseguito il pit-stop per il cambio gomme e si appresta a percorrere l’ultimissimo e impervio percorso, quello che la separa dal circuito interno della nostra Scuola benemerita, quello che finisce con il curvone della morte prima del breve rettilineo che la separa dall’ingresso, ultimissimo tratto (da percorrere a piedi) per arrivare al rito sacrificale della timbratura.

Il buon bidello Antenore, quello che sta sempre col cronometro in mano, è un fascio di nervi: “Malediziò’, stavolta nun gliela fa!! Un secondo e mezzo di ritardo al tempo intermedio.”

Ma la Multitasking non si dà certo per vinta. Preme a tutta forza l’acceleratore con le sue scarpine col tacco e strombazza come una forsennata col clacson per chiedere pista. Schiva una vecchietta, poi un palo della luce, scula con la parte posteriore della vettura e, tutta gasata, urla nell’abitacolo: “Mo’ nun me ferma cchiù manco la bonànema de Ayrton Senna!”

Ed è a questo punto che si sparge la voce di speranza e di incitamento tra tutto il personale scolastico: “Arriva, arriva, sta a sgommà’!!”

Alle 8,09 la bandiera a scacchi, affidata per l’occasione al buon alunno Corbelli, il quale si è preso una settimana di sospensione e necessita di svolgere attività utili alla Comunità scolastica, sventola leggiadra nell’aria gelida proveniente dal Gran Sasso d’Italia: la Multitasking ha tutte le migliori chances di concludere il circuto.

Ma ecco che si appresta un imprevisto: il professor Marxistis, calmo calmo, tomo tomo e cacchio cacchio sta occupando la parte finale del percorso per parcheggiare la sua Trabant, comprata nella DDR nel 1970 e ancora perfettamente funzionante, a culo all’indietro.

La Multitasking sbatte disperata i pugni sul volante: “Ma tu guarda!! Ce manchesse solo lu Marxistis co’ quella caffettiera. Puzza murì’ d’un accidente subito, m’ha ruvinat’ lu record stagionale, m’ha ruvinat’!!!”

Dopo che il Marxistis ha fatto perbene i suoi porci comodi, la Multitasking parcheggia alla sans façon occupando tre posti del parcheggio dedicato alle alte sfere scolastiche e, col badge tra i denti, si precipita a large falcate a concludere il primo quotidiano dovere. Timbra a un secondo e cinquantadue dall’ineluttabile, e viene accolta in trionfo in segreteria dall’applauso degli astanti.

Ma lei non se ne cura. Fedelissima al suo nome, mentre va al bar coi suoi passettini piccoli e affrettati, fa firmare contratti di supplenza, registra ferie, malattie, permessi speciali, si dà una ritoccatina al rossetto, si aggiusta la messa in piega, appioppa un calcione al gatto del buon bidello Aristide che nel frattempo ha sconfinato, controlla le e-mail sul cellulare e aggiusta il lavabo nel bagno delle signore già che c’è.

Il professor Cuoricini, di scienze motorie, dieci anni di supplenza continuata nel nostro istituto, respinto a tre prove concorsuali intermedie, insignito della medaglia di alluminio a precario a vita ne è perdutamente ma inutilmente innamorato. Ogni mattina le lascia il caffè pagato e prima di prendere servizio le chiede, tutto premuroso: “Era buono il caffè? Lo hai bevuto??” per sentirsi rispondere con cronometrica regolarità “Ma vai a morì’ ammazzato, a te e a chello cesso ‘e màmmeta, brutto deficiente, morto di fame e avanzo di galera!!”

Allora il Cuoricini, incassato il colpo, prende le sue carabattole e inizia mesto il suo turno quotidiano, pensando che sì, forse un caffè non è sufficiente per aver ragione del suo cuore. E allora domattina le stapperà una butta di Moët & Chandon da 130 euro e si farà riservare un tavolo con due bicchierini di plastica solo per loro due. Ma sì, troverà un modo per conquistarla, dovrà pur essercene uno. In fondo domani è un altro giorno. Ce manchesse!

Luca Vannucci mi scrive su Facebook

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Ho scritto un post sul gruppo Facebook “Tutto ciò che accade a Roseto e dintorni…parliamone!!”, 7855 membri partecipanti ad oggi.

Tra cui gente molto in vista, intellettuali locali, politici, commentatori, giornalisti, webmaster. Tutti leggono, pochissimi commentano. Come quasi sempre.

Il testo del mio post era questo:

“Roseto degli Abruzzi è in testa per numero di contagi nel territorio teramano. Se avessimo avuto questi dati durante il lockdown del 2020 a quest’ora sulla Nazionale non circolerebbe nessuno. Invece è un caos. E parliamo di basket, di turismo, di ripresa, di slancio, di negozi e ristoranti che devono restare aperti perché, si sa, la gente se non va a mangiare fuori senza mascherina non può resistere. E mi rifiuto perfino di credere che TUTTI i contagiati siano SOLO dei NON vaccinati. La scuola è il primo veicolo di contagio. Per il resto vedano un po’ lorsignori…”

Tra i commenti ricevuti, che hanno subito incanalato la discussione nella solita polemica sterile trita e ritrita tra novax e provax (come era prevedibile) mi è giunta una lunga disamina di un certo Luca Vannucci. Di cui sono poche le informazioni a cui posso accedere. So che è un signore di Pescara, che vive a Bologna e che sulla sua pagina Facebook si chiede se gli intellettuali siano idioti o meno (mah, se non lo sa lui…).

Il testo della sua risposta è molto più lungo del mio intervento (come spesso succede quando si passa dalle opinioni alla polemica e all’attacco personale). Comunque eccone il testo integrale:

“Buongiorno signor Valerio Di Stefano, non la conosco ma vorrei risponderle nel merito perché da cittadino è doveroso rimediare alle castronerie, soprattutto negli spazi pubblici e negli incubatori social che sono gruppi come questo.
Ho letto e riletto il suo post e in seguito i suoi commenti e mi trovo purtroppo a doverle fare due appunti che sono necessari per far capire a chi legge quale sotto testo e con che intenzione lei scrive quello che scrive:
Punto primo. Sostenendo una posizione fintamente obiettiva lei sembra criticare la situazione di “disattenzione e lassismo” nei confronti della ripresa della vita pubblica e civile, e fin qua sebbene su uno sdrucciolevole terreno che porta velocissimamente verso la strumentalizzazione politica, si potrebbe anche concordare.
In secondo luogo lei però sembra scrivere, e lo ribadisce nei commenti successivi, argomentazioni anti vacciniste basate su una chiara ed evidente falsificazione della realtà al fine di creare una narrazione utile ai suoi scopi (per chi leggesse e volesse farsi un’idea basta leggere il blog del suddetto Valeriodistefano.com).
Ecco giungo a chiederle quello che fondamentalmente è il nucleo della mia questione: per quale motivo lei scrive questo ? Quali sono i dati che legge, come li legge e in che modo intende dimostrare una realtà dei fatti, a suo dire oggettiva, diversa da quella che raccontano i dati.
Se guardiamo allo scorso anno i contagi sono diminuiti in maniera esponenziale nel territorio rosetano, sono praticamente ridotte all’osso le ospedalizzazioni è assai raramente cagionano la morte.
Che lei voglia negare l’effetto del vaccino e del lavoro che il sistema sanitario sta mettendo in atto è vergognoso e soprattutto bieco per via delle finalità a cui tende. È ancora più pericoloso è che a farlo sia un soggetto responsabile dell’educazione della comunità.
Si faccia un’esame di coscienza e ragioni sulle modalità comunicative che sceglie perché , a prescindere dalle idee politiche personali che ognuno è libero di portare avanti, inquinare il dibattito pubblico con questi contenuti non fa che peggiorare la situazione.”

In un primo momento ho pensato di fargli rispondere dal mio legale. Il che non avrebbe certamente voluto dire “preannuncio di querela”, non in questa fase, almeno, ma siccome il Vannucci così l’ha voluta interpretare, io che ci posso fare? Lo tranquillizzo rispondendogli sul mio blog.

Scrive, dunque, l’Autore, che è doveroso per ogni cittadino rimediare alle castronerie altrui (infatti io sono un cittadino e in questo preciso momento in cui scrivo lo sto facendo), soprattutto se espresse negli spazi dei social. Nulla di nuovo sotto il sole, è la sindrome del supereroe. Il povero utente medio della rete è visto in pericolo perché qualcuno veicola informazioni suppostamente pericolose per lui, ma, soprattutto, viene visto come una persona che non sa difendersi, dunque senza idee proprie da opporre a quelle del “cialtroniere” di turno. Per questo arrivano loro, i leoni da tastiera, i debunker, quelli con la verità in tasca, i paoliattivissimi e i davidpuenti di ogni stagione.

Viene subito al conquibus il Vannucci, e chiarisce che è sua intenzione mostrare quale sia il “sottotesto” (che, appunto, si scrive tutto attaccato) e quale sia la intezione con cui io scrivo quello che scrivo. Anche questo obiettivo è noto. Il processo alle intenzioni. Ovvero NON già una disamina puntuale e critica dei contenuti, ma un vero e proprio assalto alle intenzioni. Ma complimentoni, è così che si fa! I fatti non esistono, e lo stabiliscono gli altri quale sia la tua “voluntas scribendi”. Non fa una piega.

La mia posizione sarebbe “fintamente obiettiva” (quale posizione avrei, però, il Vannucci si dimentica di spiegarcelo). E sarei reo, comunque, a suo dire, di inserire “nei commenti successivi, argomentazioni anti vacciniste basate su una chiara ed evidente falsificazione della realtà al fine di creare una narrazione utile ai suoi (cioè miei) scopi”. Insomma, io sarei un falsificatore della realtà, che piegherei per i miei scopi. Che non si sa quali siano, né il Vannucci ce lo spiega né si azzarda a contestare UN SOLO contenuto dei miei post o dei miei commenti. Non dice: “Questo che dici è falso perché…”, fermandosi sui contenuti. Dice che io falsificherei la realtà per un mio non meglio definito (anzi, definito proprio per niente) vantaggio e tanto fa.

A metà messaggio, dopo un preambolo lunghissimo, finalmente annuncia il “conquibus”: “per quale motivo lei scrive questo? Quali sono i dati che legge, come li legge e in che modo intende dimostrare una realtà dei fatti, a suo dire oggettiva, diversa da quella che raccontano i dati.” Ma come?? Per quale motivo scrivo questo?? Ma che domanda è? Uno scrive ciò che pensa perché lo pensa. E siccome io ho anche un blog che mi permette di scrivere quello che voglio senza i filtri e la censura degli algoritmi di Zuckerberg, lo faccio. Problemi? Evidentemente sì. La mia realtà così “fintamente” oggettiva cozzerebbe contro la granitica e incrollabile affidabilità dei dati. Quindi io come mi permetto di dire, ad esempio, che Camilla Canepa è morta di vaccino anticovid? Me lo permetto perché non me lo sono inventato, lo dicono i risultati degli esami autoptici condotti dagli esperti nominati dalla Procura della Repubblica di Genova. Sono dati. Se poi lui ne ha di diversi da opporre (che non siano la sua personale convinzione), lo faccia. Se no taccia per sempre. E’ un anatomopatologo lui? No, e allora?

“I contagi sono diminuiti in maniera esponenziale nel territorio rosetano”. Ah, per fortuna! Roseto degli Abruzzi è il primo centro del teramano per numero di contagiati, abbiamo superato l’1,6 di indice RT ma tranquilli, va tutto bene.

Io vorrei “negare l’effetto del vaccino e del lavoro che il sistema sanitario sta mettendo in atto” e tutto questo “è vergognoso e soprattutto bieco”, si badi bene. Insomma, per come mi descrive il Vannucci sono proprio una bella personcina, non c’è che dire.

Ma, come sempre, ‘dulcis in fundo’. O ‘venenum in cauda’ che dir si voglia. Il Vannucci mi consiglia di farmi “un’esame di coscienza”. Con tanto di apostrofo. E di ragionare sulle mie “modalità comunicative”, ree di “inquinare il dibattito pubblico”.

E pensare che io pensavo solo di essere una persona con le sue idee. Ma devo arrendermi all’evidenza, perché se il mio pensiero ha suscitato una simile reazione vuol dire che devo essere ma un bel ganzo.

L’è el dì de mort. Alégher!

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Il tavolo in truciolato simil-noce della nostra amatissima Aula Docenti “Herbert Kappler” ha visto passare centinaia di eventi dal suo primo apparire come nuova acquisizione di un bene dello Stato, con tanto di numero di registrazione e cartellino ministeriale acclusi.

Ogni volta che si verifica una nascita, un battesimo, una ricorrenza, una laurea, una comunione, un matrimonio, c’è sempre chi apparecchia il tavolone con enormi tovaglioni di carta, accessoriandola con piatti di carta, bicchieri di carta e vassoi vari. Di carta.

Oh, quante cose racconterebbe quel tavolo, se potesse! Ha visto di tutto, la nascita dei figli della De Poppibus, lo sposalizio in pompa magna della De Estremitatis, la licenza straordinaria del Marxistis per la visita a Cuba, l’ordinazione sacerdotale del professor Crucefixis, quattro elezioni consecutive della De Sindacatiis a RSU, l’immissione in ruolo della De Bonis (con relativo dono di un paio di barche a vela che le serviranno egregiamente come scarpe), la redazione delle prime querele del Professor Exlege, Dio lo strozzi.

L’apparecchiatura della mensa viene seguita dall’offertorio alle fauci fameliche dei colleghi di ogni leccornia dolce o salata che si possa facilmente trasportare. Si va dai panini al burro gravidi di prosciutto, salame, lonza, simpaticissimi con la loro bella bandierina della Finlandia infilata in uno stuzzicadenti, al croccante alla mandorla duro asserpentato, che una volta la Acidophili con un solo morso ci lasciò i denti del veleno. Ma la vivanda-regina di ogni rinfresco in sala docenti è sempre lui: il volovàn di pasta sfoglia con una rondella di Würstel e una cucchiaiata di maionese rancida.

Oggi è il 2 novembre. Ma nell’aria non si sente il triste rimestìo di novembre e della squallida commemorazione dei defunti. Si avverte, al contrario, un nonsoché di frizzantino, come di vita che si risveglia. E’ il compleanno della professoressa Wunderbari, e tutta la sala docenti è addobbata a festa per l’occasione: gli alunni di quinta hanno gonfiato una quindicina di profilattici Hatù-jeans a mo’ di goffi palloncini proprio per il festeggiamento, e l’alunno Somarelli, quello con la canna perennemente tra le labbra, le ha dedicato uno striscione variopinto di dieci metri con la scritta “Wunderbari, voglio uscire dalla droga ed entrare nel tuo tunnel!” Insomma, incontestabili manifestazioni di apprezzamento professionale.

La Wunderbari ha proprio pensato a tutto. Dalla gonna corta, alle calze nere con la riga dietro, fino alle scarpe tacco 12 con caviglia d’ordinanza a perfetto perpendicolo.

Ma quello che desta meraviglia negli astanti è il buffet vegano e ayurvedico messo a disposizione di quel coacervo di mascelle di rinforzo e di palati fini, pronti ad assaggiare ogni manicaretto: dalle tartine al tofu, zenzero e paprika dolce del Pakistan, alla scodella di pasta fredda condita con seitan, funghi cinesi e verdurine al vapore sautées, al cappuccino tiepido senza schiuma di caffé d’orzo e latte (di soia), al formaggio fritto (di soia), all’insalatina di fagioli freschi (di soia) con un dolce fatto di farina (di soia), olio (di soia) e zucchero (stavolta di canna!). Poi, se qualcuno gradisce un aperitivo c’è un centrifugato di sedano, carota e germe di grano.

Il professor Berlusconis è lì che mastica quel cacchio di seitan da due ore. L’ha ridotto a un bolo informe e tristemente omogeneo, ma proprio non gli scende in canna. La De Ginocchinibus si è riempita un piattuccio da consumare durante la mattinata ma l’ha tirato nel muro della prima Z con la chiara intenzione di colpire il Corbelli che invece le ha fatto marameo.

La Wunderbari è addirittura raggiante, in forma strepitosa. Ha finito di frequentare il corso annuale di Buddismo, ormai dice gli Om saltando la corda ad occhi chiusi, canta il mantra “Hare Krishna” sul motivo di “My Sweet Lord” di George Harrison, ma soprattutto è bella, bella che non te lo immagini. E cretina. Cretina come un trattore a cingoli.

Tutto d’un tratto, come presa da un raptus incontenibile, la Wunderbari sparecchia in quattro e quattr’otto liberando di nuovo il tavolo e concedendosi una pausa digestiva.

“E ora… si balla!!!”

La Wunderbari si arrampica sulle sedie e raggiunge la superficie del tavolo dove si installa ben piantata col suo maledetto tacco 12 e consegna alla collega De Poppibus il suo CD preferito, chiedendole di metterlo a tutto volume. E’ una compilation di salsa, merengue, rumba e samba masterizzata di frodo e scaricata biecamente da YouTube. La De Poppibus, dal canto suo, non sa nemmeno da che parte si gira un CD, capisco una musicassetta, ma queste diavolerie moderne non son proprio cosa per lei, e cede volentieri l’ingrato compito alla nostra vice Preside, la cara Digitalis, che, con la sua vocina da viola d’amore scordata, annuncia tutta festosa: “E adesso musica!!”

La Wunderbari si scatena. Balla, canta, ancheggia, ammicca, in un pericoloso alternarsi di sguardi e messaggi subliminali.

“Vamos a la playa, a mí me gusta bailar, el ritmo de la noche, salsa fiesta…” e poi, sempre più sudata, “Una mano en la cintura, una mano en la cintura, un movimiento sexy…” fino ad arrivare a “¡Mueve la colita!”, insomma, tutte testimonianze letterarie della tradizione medievale spagnola.

E’ tutto un movimento ritmato di polpacci, cosce, natiche. Il collega Berlusconis si sgancia la cravatta, tutto accaldato e addenta un cetriolo in pinzimonio per la disperazione. E mentre la Wunderbari canta “Bailamoooooos”, il professor Crucefixis e il collega Marxistis stramazzano a terra svenuti, praticamente all’unisono. Dal gabbiotto parte immediatamente la richiesta di soccorso al 118 che prontamente invia un’autolettiga matrimoniale per i due infartuati che, trasportati al vicino nosocomio, venivano dichiarati fuori pericolo e ricoverati in due stanze separate in osservazione. Tra i loro primi desideri qualcosa da leggere per far scorrere più velocemente sia il tempo che le gocce di soluzione fisiologica che si consuma lentamente dalla flebo. I medici hanno accondisceso di buon grado al loro desiderio, solo che quella carogna del professor Exlege, il primo a rendersi al loro capezzale, ha dato il breviario al Marxistis e il Compendio del Capitale di Errico Malatesta al Crucefixis. Poi se n’è andato con un ghigno beffardo.

Io volevo di buon grado correre tra le braccia di mia madre, ma la festa era finita e mi accontentai di una carotina avvizzita e scondita rimasta lì ad ammuffire.

Venerdì

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Il venerdì, c’è poco da fare, è sempre il venerdì.

Comincia in sordina, con la campanella delle 8,10 e tutti ai nastri di partenza. E’ una lunghissima maratona e tutti sanno che saranno pochissimi quelli che arriveranno vivi al finis delle 14,40, dopo la settima ora. Ma ci sono dei veri e propri campioni anche in questa specialità olimpionica di avvicinamento alla fine settimana lunga, e qualche collega affronta l’ultima giornata di lavoro correndo a piedi nudi, come Abebe Bikila.

Il professor Crucefixis, poveraccio, ha sette ore filate di lezione e prima di recarsi in quarta W recita il propiziatorio salmo 23: “Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi dànno sicurezza” mentre il professor Marxistis gli replica: “Vincastro questo paio di balle! Io oggi ho due ore di cui una a disposizione e poi vado a casa. Ve lo tiro in quel posto a tutti quanti, specialmente a te, pretaccio della malora!”

Non c’è che dire, il collega Marxistis, quando ci si mette, quanto a proprietà di linguaggio e leggerezza dei modi non lo batte nessuno.

In terza Y c’è una lieta novella. L’alunno Trottolini e l’alunna Amorosi stanno insieme. Era un po’ che si gironzolavano intorno e si fiutavano a fondo, quei due, adesso pare che abbiano quagliato la situazione e se ne stanno in fondo all’aula a sorridersi, a tenersi la manina, a scambiarsi parole senza senso come “Ciupi Ciupi, orsacchiottino mio, amorissimo, ti lovvissimo”, naturalmente via WhatsApp, perché dirsele a voce non è più di moda. L’oggetto del proprio amore è più reale se gli scrivi, anche se è a cinque centimetri da te. C’è poco da fare, ormai si sono bevuti il cervello.

Ma non tanto da abdicare ai primi richiami ormonali della stagione autunnale. Tutta lieta e gàrrula l’alunna Amorosi esordisce al mio ingresso in aula, col sorriso sulle labbra: “Professo’… lo sa che io e Trottolini dormiremo insieme??”

“Cosa fate voi due???” reagisco con una falsa, anzi, falsissima accentazione scandalizzata. Del resto hanno 16 anni, è il loro momento, cosa posso pretendere, anch’io, che si guardino negli occhi? Che si bevano un caffellatte coi biscottini e poi guardino “Un posto al sole” su Rai 3 seduti sul divano e con la copertina sulle ginocchia?

“Ma no, che cos’ha capito?? Ci portiamo i sacchi a pelo nella baita sul Gran Sasso e ce ne stiamo rannicchiati al fuoco finché non ci addormentiamo, la professoressa Wunderbari dice che sviluppa il Karma e aiuta a depurare il corpo dalle tossine!”

(La Wunderbari…) “Sì, va bene, ma adesso vi interrogo sui verbi irregolari, te e il tuo moroso, e se non li sapete andate sul Gran Sasso con un bell’impreparato sul groppone!”

La mattinata scorre lenta e inesorabile. Ma pare che il professor Exlege (quel leguleio fetente e immondo, lo detesto, possa morire di un accidente subito!) sia di pessimo umore. Qualche alunno in vena d’innocenti scherzi gli ha graffiato la portiera della macchina, ma così, giusto per burla, e lui si è inspiegabilmente adirato. Inoltre ha smesso di fumare, il che lo rende ancor più vulnerabile alle critiche e alle sollecitazioni esterne. Comunque sia, non lo si può avvicinare. Ha sempre una bestemmia o una parolaccia per tutti, quell’infido verme.

“Buongiorno, caro Exlege, salutami tanto la tua compagna, la per nulla verbosa De Chattibus!” lo riverisce il collega Marxistis facendogli il gesto dell’ombrello (bastardo!), perché ha appena finito il turno.

“Stai desiderando la donna d’altri, per caso??”

“No, che c’entra, t’ho visto e mi è venuta in mente la De Chattibus!”

“Ecco, appunto, stàttene al tuo posto, comunista del cazzo, che alla De Chattibus ci penso io!”

E pare proprio che ci pensi sul serio. Ha fatto il calcolo di quanto avrebbe risparmiato in un anno di astinenza da fumo, poi ha portato la De Chattibus al sexy shop dove si sono comprati un paio di stivaloni e un corpetto di cuoio borchiato, due frustini e due paia di manette per le loro cose più estreme. Ci hanno lasciato l’equivalente di due stipendi e il proprietario di quel pio ed evangelico esercizio ha detto che per un mese poteva anche chiudere i battenti e andarsene a trascorrere una settimana a Marbella.

Nel frattempo la nostra ottima bidella Cassandra ha interrotto la divinazione e il responso dei tarocchi per la collega Cervelletti, che è rientrata incinta dalla malattia (si è curata bene, evidentemente) e vuole sapere, giustamente, come procederà la gravidanza, perché, si sa, i ginecologi son tutti dei bugiardi esosi e ti spillano un sacco di soldi, se no cosa si chiamerebbe “Cervelletti” a fare?

“Corbelli, mo’ t’accijesse!! Vai in classe e ute, ca’ me pigl’ la coccia, me pigl’… Sant’Antonie co’ lu porc’ ca sunàve lu dubbòtte a lu desert’, la luna nera!!!!”

E incassati con cura i 50 euro, la bidella Cassandra si fece il segno della croce. Io avrei voluto correre tra le braccia. Di chiunque.

Il senso di David Puente per il caso di Camilla Canepa

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Camilla Canepa morì per trombosi il 10 giugno scorso, una settimana dopo l’inoculazione di una dose di vaccino anticovid AstraZeneca.

Aveva 18 anni, non aveva preso alcun farmaco e non soffriva di alcuna patologia pregressa. La morte «è ragionevolmente da riferirsi a un effetto avverso da somministrazione del vaccino anti Covid», scrivono il medico legale Luca Tajana e l’ematologo Franco Piovella nella relazione depositata in procura ai pm che indagano sul caso.

Questi sono i fatti.

Open.OnLine di Enrico Mentana, dove David Puente svolge funzioni di “Fact checker”, l’11 giugno scorso, pubblicò un articolo redazionale, dal titolo “Camilla, la ragazza morta dopo AstraZeneca, soffriva di patologia autoimmune. Era in cura con una terapia ormonale”. Titolo clamorosamente sbugiardato dalle conclusioni dei periti sugli esami autoptici in quanto è stato constatato, dichiarato e firmato che a) la giovane non soffriva di alcuna patologia; b) non assumeva alcuna terapia farmacologica.

La cosa curiosa, è che da una ricerca effettuata su Open.OnLine, NESSUN articolo risalente all’epoca del decesso della povera vittima è attribuito o attribuibile a David Puente. Si tratta per lo più di redazionali. Le uniche firme con tanto di nome e cognome sono quelle di Giada Giorgi, Luca Covino e Alessandro D’Amato. E a rileggere quegli scritti a distanza di mesi c’è solo da registrare come siano state distanti, allora, la verità giornalistica e l’ipotesi scientifica dagli accertamenti medici di oggi.

“Camilla Canepa (…) soffriva di piastrinopenia autoimmune e seguiva una terapia ormonale da tempo”, scriveva Giada Giorgi introducendo un’intervista all’immunologo Giuseppe Remuzzi. La relazione dei periti della Procura di Genova, invece, evidenzia come la vittima non soffrisse di patologie pregresse.

“Sulla scheda di Camilla (…), riferisce il Corriere della Sera, di questa malattia non c’è traccia. Non solo. La 18enne di Sestri Levante, secondo quanto si è appreso, aveva sviluppato anche una ciste nell’ultimo periodo per la quale, dal 29 maggio scorso, aveva iniziato ad assumere due farmaci: uno a base di ormoni, il Progynova, e uno di estrogeni, il Dufaston.” scrive Luca Covino il 12 giugno. Le indagini della Procura hanno invece rilevato che il certificato anamnestico fosse corretto (logico pensare che se la povera ragazza non soffriva di alcuna patologia, non abbia indicato nulla).

“Di certo c’è che Camilla, se soffriva di una malattia autoimmune, non doveva essere vaccinata con AstraZeneca”, chiosa Alessandro D’Amato il 14 giugno, e questo, voglio dire, pare addirittura lapalissiano.

La strategia della verità costruita da Open OnLine è chiara: allontanare il sospetto ad ogni costo sulle responsabilità del vaccino. Hanno tirato fuori perfino il medico di base che non avrebbe bene indirizzato la propria paziente verso il vaccino più adatto a lei. “Avrebbe dovuto essere inserita tra i soggetti fragili a cui somministrare Pfizer o Moderna”, borbotta ancora Alessandro D’Amore che, evidentemente, ne sa più del medico di base di casa Canepa. Quindi, se non è colpa del medico sarà colpa certamente di qualche infermità di cui la giovane soffriva, per forza, e se questo non dovesse bastare, di qualche medicamento a base di ormoni che stava assumendo. Se, poi, queste spiegazioni non dovessero essere a loro volta sufficienti, c’è sempre la carta della scheda anamnestica, redatta dalla vittima di sua stessa mano. Come a dire con Guccini “ed allora questo sbaglio è stato proprio tutto tuo, noi non siamo perseguibili per legge”. Se non poteva e non doveva essere stato il vaccino ad uccidere, doveva essere stato per forza il cameriere nel vestibolo col candelabro, certo, certo.

Dunque cosa c’entra David Puente? C’entra, e molto, perché, guarda caso, il Nostro si prodiga in una redazione di 7 tweet sull’argomento pubblicati il 21 ottobre scorso. Cosa glielo abbia fatto fare, Dio solo lo sa, visto che, fino a quel momento, non aveva scritto sul giornale neanche una riga sull’argomento. Ma conosciamo molto bene la tendenza di David Puente all’autoimmolazione in nome della causa comune. Ricordo molto bene quando chiese scusa, vergognandosi un pochino, perché qualcun altro (non lui!) aveva pubblicato su Open OnLine i dati personali dei genitori di Matteo Renzi. Le sue “excusationes non petitae” appaiono oltretutto di una certa gravità, tanto più che qui si tratta della morte di una persona:

“Oggi si parla delle 74 pagine di relazione sul decesso di Camilla Canepa”, scrive Puente, e va beh, sentiamo cosa avrà mai da dirci.

“Cosa ci sarebbe scritto nella relazione? Premetto di non averla ancora letta e vorrei poterla consultare (…)”: ma sì, certo, le relazioni dei medici legali che fanno le perizie di parte (e la “parte” in questo caso è la Procura) sono lì apposta per essere consultate dai giornalisti o sedicenti tali. Non esiste nemmeno uno straccio di segreto istruttorio, un po’ di riservatezza, o, se si vuole, un minimo di rispetto per chi non c’è più e/o per la sua famiglia. Oh, saranno anche atti coperti da riserbo, ma vuoi mettere? David Puente non li ha letti, come si permettono costoro di tenerli al sicuro?

“Possiamo dichiarare con certezza che secondo i medici legali la vaccinazione aveva causato la morte di Camilla Canepa? Nel leggere quel “ragionevolmente” non mi fornisce una certezza al 100%, ma ripeto: vorrei leggere la relazione e chiedere un parere ad altri esperti.” Altri esperti? Ma perché, David Puente è un esperto? E’ un medico legale? E’ stato incaricato da una Procura della Repubblica di eseguire un esame autoptico e di fornire un referto? Non mi pare. Per cui, da buon aspirante giornalista, Puente si attacca alle parole, agli avverbi di modo, alle sottigliezze linguistiche. Per lui “ragionevolmente” non basta a definire la certezza matematica del nesso causa (vaccino) ed effetto (morte). Perché per lui “ragionevolmente” significa “con buona probabilità”, non “con ragione”. E poi, ammesso che Puente desideri il parere di altri esperti che non siano lui stesso (che esperto non è, evidentemente), dovrebbe sempre sentire persone che hanno fatto o fanno consulenze per i tribunali. E non basterebbe nemmeno, perché, guarda caso, la Procura di Genova ha incaricato proprio QUESTI esperti e non altri, e si dà il caso che le loro conclusioni verranno portate davanti a un giudice e, se reggeranno, diventeranno verità a tutti gli effetti.

“Leggere quella relazione è il minimo e dovrebbe farlo qualunque giornalista interessato a trattare il caso di Camilla Canepa”: quindi non lui, evidentemente.

“Che Camilla Canepa sia morta per colpa del vaccino o per altra causa è doveroso accertarlo, ricordando alle vittime dei NoVax quello che abbiamo sempre scritto considerando i fatti e i dati: se mai venissero confermati i decessi da vaccino, questi sarebbero estremamente rari.” Certo che è doveroso accertarlo. Se ne sta occupando la magistratura, infatti, che a differenza dell’informazione è lì per questo. Della serie: “Non può essere stato il vaccino. Ma anche se fosse stato il vaccino una sola morte non avrebbe una incidenza così grave sul totale dei vaccinati. Quindi il vaccino è sicuro.” Certo, questo vale in termini statistici. Ma per noi che ragioniamo in termini di vite umane, la perdita di Camilla Canepa è un prezzo fin troppo esagerato da pagare.

Riflessioni sull’attività politica e sociale di Liliana Segre

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Alcuni giorni fa il solito buontempone in cerca di facile, rapida e bruciante visibilità, ha sostenuto che la Senatrice a vita Liliana Segre sia una persona “vergognosa”, che “deve sparire”.

Si tratta indubbiamente di un linguaggio insulso e ributtante, che deve essere stigmatizzato.

Ma l’episodio, di per sé increscioso, induce a qualche riflessione. Fermo restando ciò che è diffamazione e ciò che non lo è, e che nessuno nega, io mi chiedo quando sarà che anche Liliana Segre, in quanto personaggio pubblico, senatrice a vita e portatrice di cultura, potrà essere criticata nelle sue opinioni (non certo nella sua esperienza personale!) come qualsiasi altro cittadino.

Perché c’è quest’aura di sacralità, di intoccabilità, quasi di perfetta rettitudine morale che deriva dall’aver vissuto la peggiore delle esperienze immaginabili, quella di essere sopravvissuta ai suoi cari e alla sua gente, e di poterlo testimoniare. Ma questo diritto non glielo nega nessuno. Nessuno. E nessuno deve, tanto meno, offenderla per questo.

Ma, santo cielo, potrò CRITICARE Liliana Segre, per esempio, sulle sue posizioni vaccinali? O, sempre per fare un esempio, sul fatto che qualcuno la voglia alla Presidenza della Repubblica?? Ecco, in questo caso avrei da dire, per esempio, che pur non riguardando direttamente la signora (non è una sua iniziativa personale, lei non si è candidata), c’è purtuttavia una buona fetta dell’opinione pubblica che la vuole al Quirinale. In questo caso posso dire che mi sembra la persona meno adatta a rivestire quel ruolo? Ma non perché è una donna, ma perché c’è bisogno di una persona (uomo o donna che sia) di alta esperienza politica e di conoscenza delle leggi e delle istituzioni cosa che Liliana Segre, semplicemente, non è. Vogliamo eleggere una donna come capo dello Stato? Benissimo, Emma Bonino e Marta Cartabia sono due nomi su cui il Parlamento potrà riflettere. Ma si può dire che io Liliana Segre sul Colle non ce la vedo, senza incorrere nelle ire funeste di chi la difende a tutti i costi perché ha vissuto quello che ha vissuto? In parole povere ma ricche, posso avere la libertà di non essere d’accordo con un (fortunatamente) sopravvissuto a Auschwitz, quando esprime opinioni personali o è oggetto di propaganda politica? Io credo proprio di sì.

Per esempio, perché non posso dire che l’azione politica della Senatrice Segre non mi soddisfa per niente? Perché non posso dire che dal giugno 2018, data della nomina da parte del Presidente della Repubblica a Senatrice a vita, Liliana Segre, che, sia pure in età avanzata, gode di buona salute, ha presentato in Senato SOLTANTO un DDL come prima firmataria (Istituzione di una Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza) e che ne ha appoggiati solamente altri tre come cofirmataria? Tutte iniziative lodevolissime, ci mancherebbe altro, ma che giacciono ormai tra le polverose carte del Senato, senza che siano state messe in discussione dall’aula. O, nella migliore delle ipotesi, che siano passate alla discussione presso l’altro ramo del Parlamento.

E perché non posso dire che la Senatrice Segre è pagata anche con i miei soldi per portare avanti una sacrosanta e indiscutibile politica in Senato, Senato alle cui votazioni elettroniche è stata presente per il 10,64% delle sedute (dati rilevati da openpolis.it)?

Posso dire tutto questo o rischio di essere tacciato di antisemita, di intollerante, di vecchio bacucco retrogrado, di qualunquista, di dietrologo, di misogino, di persona irriguardosa nei confronti di una figura di tale spicco nella vita sociale e politica del Paese?

 

Giovedì

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Oh, pianto! Oh, stridore di denti!! Oh, somma mancanza!!!

Il nostro amato e venerato bidello Aristide oggi non è con noi. E non lo sarà ancora per settimane. Egli giace sofferente allo Spedale, dove è stato ricoverato per “sindrome dispeptica grave”, e operato d’urgenza dal nostro benemerito medico chirurgo, il professor Macellaij.

All’entrata in Pronto Soccorso, quell’anima buona parlava ancora e benediceva gl’infermieri e ‘l personale sanitario che gli rivolgeva le prime domande sulla gravità del suo malore:

“Ma le pare possibile? Un chilo di peperoni fritti??”

“Erano arrosto!!” replicò con un fil di voce il sant’uomo, rilevando la maggior leggerezza del suo povero manducare.

Il professor Macellaij, che gli stava praticando il pietoso offizio della lavanda gastrica, si levò tutto infuriato: “Ma è possibile?? Ma si può vedere un uomo di 62 anni che mangia come un bottino? Un chilo di peperoni arrosto, poi!! Via, ai lavacri gastrici e poi in sala operatoria! E d’urgenza, anche. E dopo solo semolino e brodini lunghi!!”

Oh, caro e povero il nostro bidello Aristide!! Ancor sento il grato profumo del tuo soffritto di cipolla, mentre ti preparavi lo spezzatino di castrato, e che ha impregnato tutto l’aere di questa benedetta Istituzione Scolastica. Fa bene il professor Crucefixis a recitare per te un “Requiem aeternam” e a proporsi per somministrarti l’olio degl’infermi, mentre quel senzadio del professor Marxistis commenta beffardo con un “Gli sta bene, gli sta, a quella idrovora umana!”

Ma mentre mi dolgo con tutto il cuore dell’accaduto, ecco arrivare la nostra nuova bidella Cassandra, che mette su il baracchino della consultazione dei tarocchi, per le anime pie in gramaglie e, soprattutto, a prezzi modici.

La prima della mattinata è la De Estremitatis, che accetta con fiducia e di buon grado di depositare sul tavolo la sua banconota da 50, per conoscer che cos’abbia il fato in serbo per lei. La bidella Cassandra dispone le carte in cerchio, e quella decisiva, quella che darà il responso sulla domanda secca della malcapitata, al centro del circolo.

Nello scoprire le prime tre carte, Cassandra tace. Poi, con voce flebile ma solenne, come fosse un oboe che emerge dall’orchestra, sentenzia:

“Figlia me’, tu t’he da curà li pid’!!”

La De Extremitatis, stupita e sorpresa dalla veggenza della nostra eccelsa bidella, frena a stento una lacrima.

“Ma come sei brava, Cassandra!!! Ci hai azzeccato alla prima. E’ proprio vero, io lo dico sempre. Ma dimmi, cara, tornerà il mio amore? Il bene mio volgerà il suo sguardo sui miei pied… sul mio viso?? Mio marito lascerà quell’avanzo di bordello per tornare da me??”

Cassandra sospira e, come in trance, dice parole sconnesse:

“Lu puttanone… lu marit’… li pid’… iiiiiiihhhhhhhh!!! Sant’Alfonz’ d’o Liquore, la luna nera!!!!”

Nel mentre la disgraziata singhiozzava silente, il suo pianto veniva sovrastato dalla voce da flauto traverso della De Sindacatiis, convinta pro-vax, che ha appena presentato alle RSU una mozione per lo scuoiamento in sala insegnanti di tutto il personale scolastico non vaccinato, e l’esposizione delle carni vive in quarta W, dove saranno lasciate al pubblico ludibrio e agli sputazzamenti di quelle anime candide dei nostri alunni.

“Prondooooooo???”

“Ma professore’, non siamo al telefono, questa è una videolezione in DaD!”

“Prondo, mi sendo??? Mi sendite pure voi ragà’?? No, perché io non mi sendo…”

“Professoressa, non deve sentirsi lei, dobbiamo sentirla noi!”

“Vabbuò, ragà’, io non mi sendo! Tengo un probblema di connessiò’ e qua alla scòla nun se capisc’ gnende. Facciamo ‘ccosì: per oggi due a tutti e ciarivedòm’ diman’ ammatina che vi spiego gli assi cartesiani e la cosa, lì, l’equazione a due incognite, che se mi fate girare le balle ve ne metto anche tre!”

Io avrei voluto di buon grado rifugiarmi di nuovo tra le braccia di mia madre, ma era solo la prima ora, e dovetti accontentarmi di quelle forti e pelose dell’addetto al protocollo.

Mercoledì

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Oggi non ne va bene una.

Il nostro incommensurabile bidello Aristide aveva fatto andare uno spicchio d’aglio schiacciato in una padellina con un po’ d’olio extravergine di quello dei suoi olivi, per poi farci friggere una pomarolina con cui condirsi due rigatoni, ma è stato distratto da una madre che chiedeva il permesso di fare entrare il figlio con venti minuti di ritardo. Risultato: aglio bruciato, puzza di carbone acceso nel gabbiotto, olio oltre il punto di fumo che ha preso fuoco incendiando il prezioso archivio dei fonogrammi in partenza. Pare che il nostro immacolato Istituto sia l’unico della regione a mantenere ancora viva la tradizione dei fonogrammi, ancora un po’ e ci ridanno la posta pneumatica.

La nostra amatissima bidella Otilia deve farsi operare di unghia incarnita e sarà assente, per via del terribile e repentino morbo, per due mesi. Il minimo che ci vuole per ristabilirsi, logico. La sostituisce la nuova bidella Cassandra, una brava donna che parla in dialetto e ha l’arte impareggiabile dei tarocchi. Da quando si è diffusa la voce, tutte le colleghe vanno a farsi predire il futuro da lei, dietro il modico compenso di una cinquantina di eurini a cranio, naturalmente in nero, con cui la niente affatto esosa arrotonda la sua già misera posizione stipendiale.

La professoressa De Bonis si è comprata un paio di scarpe nuove. Ma siccome il 44 della Superga le va un po’ stretto e la costringe a posture non esattamente ortopedically correct, allora deve optare per un più comodo e rilassante 45, sì, però intanto vaga zigzagando per tutta la scuola e pronuncia un “mannaggia santa!” ogni tre parole.

Io mi avvio verso il corridoio per agguantare la porta della prima Z dove qualche buontempone ha smontato una finestra per rivendersela e farci i soldi per comprarsi la Play Station (che altro??). Una improvvisa folata di vento mi investe. Allora decido di far loro un cicchetto da levargli il pelo e per l’occasione accordo la voce sulla tonalità di “Bella figlia dell’amore” dal Rigoletto di Verdi.

“Ragazzi, ma si può sapere che diavolo vi siete fumati stamattina? Rimettete immediatamente la finestra a posto che se viene aria dal Gran Sasso qui dentro ci possiamo appendere prosciutti e salami per farli stagionare!”

“Professò’, ma non siamo mica noi, sa, a smuovere tutta quest’aria… è stato il professore di fisica!!”

“Ma sì, certo, vi avrà spiegato che la velocità è spazio fratto tempo, no? E che un corpo immerso in un fluido, va beh, non mi ricordo, vi metto la nota!”

“Ma no, professo’, ha avuto uno dei suoi soliti attacchi di colite!”, mi dice l’alunna Angelica De Angelis, che angelica lo è di nome e di fatto, dimostrando la teoria dantesca che “nomina sunt consequentia rerum”.

Dev’essere una cosa seria, visto che lo spostamento d’aria ha fatto perdere l’equilibrio anche al bidello Aristide, che, però, stamattina era a digiuno per via dell’aglio bruciato, e invoca, dunque, le circostanze attenuanti generiche.

Il Corbelli mi guarda sornione e ride, con quella faccia da schiaffi che si ritrova. “Professo’, non mi metta la nota, ma ho versato una boccetta di Attak a presa rapida nella serratura della porta del bagno dei docenti. Adesso ce ne facciamo di risate!!”

Sono terrorizzato. Ma è tutto vero. Il nostro stimato collega Scquacquarelli-Ricai si è fiondato al bagno in preda ai suoi soliti dolori addominali repentini con ottima spinta elastica e gioco di gambe ineguagliabile, tanto da destare l’ammirazione e il sincero apprezzamento dei colleghi di scienze motorie il cui decano, il Professor Marcialonga, gli ha conferito l’ambito titolo della medaglia d’oro “Joseph Goebbels” per altissimi meriti sportivi.

Ma non c’è niente da fare, il Corbelli ha colpito ancora, maledetto lui e la sua ventura progenie, la chiave non entra e lo Squacquarelli-Ricai non sa più come tenere a bada le contrazioni addominali che lo assalgono, ormai il suo intestino vive di vita propria e indipendente e sta per chiedergli un aereo pieno di carburante per volare a Cuba.

Si avvicina la supplente d’inglese, la sacrosanta De Chattibus, a cui tutti gli astanti chiedono inutilmente di sfondare la porta a colpi di tette.

“Beh, colleghi, scusate… ammettiamo pure che io sfondi la porta, ammettiamo pure che il collega abbia facile accesso alle sue necessità, ammettiamo anche che chiedano un risarcimento danni, ammettiamo che mi contestino il reato di distruzione di un bene di pubblica proprietà…”

“Ti prego!” la invoca lo Squacquarelli-Ricai con i lucciconi agli occhi e le lacrime che gli scendono sulle gote. Le vorrebbe anche dire che fare la nanna tre volte al giorno con il professor Exlege tanto bene non deve farle, ma più che il digiuno poté il dolore.

Ma da lontano una voce salvifica rintuona l’aere del corridoio. “E che ce vo’ a sfonna’ ‘sta porta?” E’ la nostra delicatissima collega De Poppibus che, presa la rincorsa, mette a disposizione per la causa comune i suoi due arieti di sfondamento e, dato un colpo secco e bene assestato, si vanta della gloriosa impresa canticchiando l’aria di De Gregori “il nemico è scappato, è vinto, è battuto!”

Sulla porta del bagno, ormai miseramente caduta a terra, alcuni alunni vogliono restare a cantare “L’inno del corpo sciolto”, in piena solidarietà col docente di fisica. Qualcuno alza il pugno sinistro nel declamare i versi:

“Ci hanno detto vili, brutti e schifosi
ma son soltanto degli stitici gelosi!”

Io però non mi fido, e decido di investire una 50 euro del mio stipendio per un consulto dalla nostra nuova bidella Cassandra. Voglio sapere se domani ci sarà più calma e se a scuola andrà tutto bene. Ne va del nostro benessere psicofisico.

La bidella Cassandra mischia le carte, io le taglio con la mano sinistra, lei pronuncia frasi sconnesse dopodiché riprende il Corbelli a voce alta ed emette il suo responso:

“Corbe’, te pozzen’ allucà’ sulla sedia elettrica, vatte alla classe, ca ce sta lu professore che spiega ‘a trasformata ‘e Furiere!!! Sante Iuànne Vanciliste… la luna nera!!!”

E, privo di qualsivoglia consolazione, corsi subito tra le braccia della segretaria degli alunni a chiedere perdono per i miei peccati.

Elezioni scolastiche

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È proprio vero che fa bene
Un po’ di partecipazione
Con cura piego le mie schede
E guardo ancora la matita
Così perfetta e temperata
Io quasi quasi me la porto via…
Democrazia!

(Giorgio Gaber)

C’è aria di elezioni, nel nostro pio istituto retto da quell’anima buona e incommensurabile del Dirigente Ferocius de Leonibus, e tutti hanno un’aria decisamente più rassicurante.

Il nostro fedele bidello Aristide annusa un pezzo di guanciale perfettamente stagionato e ha già detto che, siccome non ha il pomodoro, considerato l’altissimo tenore e la solennità del momento democratico che tutti ci coinvolge, rinuncia volentieri a farsi una amatriciana per colazione e si accontenta di una gricia semplice semplice, con una abbondante spolverata di pecorino grattugiato, che, voglio dire, alle 8,30 ci sta pure bene.

I nostri pargoli, oltre a calpestarci ben bene i testicoli coi tacchetti a spillo, sono chiamati allo spaventoso ed improbo compito di eleggere i loro rappresentanti al Consiglio d’Istituto.

Cosa sia di preciso il Consiglio d’Istituto non lo ha mai capito nessuno. La De Sindacatiis favoleggia che si tratti di un gruppo di cadaveri ormai mummificati che si sono riuniti per la prima volta nello stanzino dei rifiuti informatici per discutere un ordine del giorno di tre righe, e da lì non siano usciti mai più. Pare che ne facessero parte, tra gli altri, le mogli di Barbablù, il lupo di Cappuccetto Rosso, la strega di Biancaneve e la vecchiaccia di Haensel e Gretel. Il professor Crucefixis ha una teoria quasi opposta, secondo lui al posto della scuola nel ‘200 si ergeva un monastero di monaci cistercensi i cui resti mortali giacciono ancora al piano inferiore del pozzetto arancione (il girone del dannati) e le cui anime vengono evocate dal Consiglio d’Istituto in interminabili sedute spiritiche. Il professor Marxistis, affiliandosi alla preponderante teoria cimiteriale, ritiene che il Consiglio di Istituto sia riunito in seduta permanente per decidere sulla traslazione dei resti dei compagni Yuri Andropov e Konstantin Cernenko dalla necropoli del Cremlino. Insomma, allegria.

Meno male che ci pensano gli alunni a mantenere un’aura di contegno e parsimonia nella gestione della cosa pubblica. Hanno già presentato le liste dei candidati e ora si apprestano a parlare del loro programma di governo a tutta la popolazione scolastica riunita in trepida ed eccitata attesa.

L’incontro si svolge nella nostra cara aula magna “Erich Priebke”, tirata a lucido e adornata da una compilation di crisantemi dal nostro solerte e affezionato bidello Antenore, perché lui dice che col Consiglio d’Istituto “ci fanno pandàn!” E che vuoi fare?

L’alunno Somarelli si è candidato con la lista n. 1 denominata “Libera Maria in libera scuola!”. Prende la parola avvicinandosi il microfono alla bocca. Nell’aula magna c’è un silenzio di gelo perché tutti sanno che all’ultimo spacciatore che gli ha rifilato roba di pessima qualità il Somarelli ha fatto saltare tutti i denti.

“Oh, ragà’, mi sentite??… Funziona ‘st’affare di mmerda??”

“Scì, scì, funziona ti sentiamo!”

“Allora a màmmeta!!”

Un programma elettorale di tutto rispetto.

Per la lista numero due si è candidata la Figoni. La sua coalizione si chiama “Sesso e progresso”. Dice la Figoni, che di nome si chiama Gessica con la G e ci tiene tanto all’ignoranza, che è l’ora di finirla con le assemblee di istituto senza musica e che vogliono un DJ che faccia ballare tutti al ritmo di un po’ di sana “house”. Per gli alunni maggiorenni, inoltre, sarà allestita una stanza con un letto matrimoniale su cui fare l’amore, e all’entrata, ogni giorno, sarà distribuito un preservativo gratuito agli alunni maschi. Con quali soldi non lo specifica, ma riceve applausi a carrettate e vivi fischi di approvazione dagli astanti. Il fidanzato della Figoni le dà un bacio con la lingua e la platea si surriscalda urlando a scquarciagola “Nu-da! Nu-da!!”

E’, infine, il turno della lista n. 3, che, curiosamente, è formata solo dall’alunno Exellentis, che ha 10 in tutte le materie, religione, comportamento e scienze motorie compresi. Ce lo hanno già prenotato al Massachussets Institute of Technology.

“E’ l’ora di finirla con questa scuola lassista! Bisogna tornare al valore autentico dell’istituzione, che è quello di educarci allo studio, alla disciplina, all’acquisizione degli strumenti critici, alla libertà del sapere nella pluralità dei saperi!”

Dalla platea gli arriva un sonoro pernacchione prodotto da quella lenza del Corbelli, che in quanto a fare pernacchie con la bocca, bisogna ammetterlo, è un vero maestro e dà asso, tre e re a tutti noi docenti.

Si diffonde qualche “Buuuuuu!!!” di netta disapprovazione. Ma l’Exellentis continua:

“Dobbiamo fidarci dei nostri professori, che sono i nostri educatori, le nostre guide, i nostri maestri…”

“Viaaaa!!! Fuori!! Abbandona immediatamente quest’aula magna onorata!! Fetente, traditore… infame!! Rovina della scuola pubblica! Voltagabbana! Ti aspettiamo fuori, testa di cazzo!!”

La sommossa sta per assumere contorni preoccupanti, ma ci pensa il Dirigente Ferocius de Leonibus a chiamare la polizia con i lacrimogeni, gli idranti e i manganelli. Rimane solo l’alunno Exellentis, seduto per terra, bagnato come un pulcino appena nato, simbolo della nonviolenza che si oppone allo strapotere dei potenti.

E io sentii la necessità improvvisa e incoercibile di buttarmi tra le braccia dell’addetto al protocollo, perché avevano corcato coi manganelli anche quella buona donna di mia madre.

Il nuovo sindaco di Roseto degli Abruzzi è l’astensionismo

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A Roseto degli Abruzzi il candidato Mario Nugnes è stato eletto sindaco dopo il ballottaggio di ieri e di oggi.

Ha staccato di più di un migliaio di voti il candidato del centrodestra William Di Marco, che è un mio collega di lavoro, e che pensavo venisse “asfaltato”, invece si è difeso assai bene.

Tuttavia, se Nugnes è stato eletto, a Roseto ha vinto l’astensionismo, il menefreghismo verso la cosa pubblica, il partito di coloro che hanno preferito andare al mare (vigliacchi!) a farsi una passeggiatina, complice un lunedì incantevole. E sono più del 49% degli aventi diritto al voto, che alle amministrative è una percentuale da parlamento bulgaro.

Nugnes aveva una base elettorale di tutto rispetto. Si sono orientati verso di lui i cattolici e il PD. Che spesso coincidono. Perché il vero problema della squadra di Nugnes sarà proprio la base che lo ha eletto. Troppo eterogenea, variegata, una macedonia imbarazzante il cui frutto principale è stata la benedizione e il patrocinio di Carlo Calenda, che è stato a Roseto solo venerdì scorso e sembra che siano passati secoli (i rosetani sono bravissimi a dimenticare in fretta).

Ora, che ci azzecchi Calenda con il PD e i cattolici io ancora non l’ho capito. Ma, soprattutto, non ho capito perché sia venuto a Roseto a sostenere il suo candidato quando due giorni dopo ha twittato, dopo essere andato a votare “Con aria mesta ma ho fatto il mio dovere.” E va beh, non glielo ha certo ordinato il medico. Fu durante il governo Depretis che si cominciò a parlare di “trasformismo”, che fino a Calenda compreso è un termine di stretta e cogente attualità.

Ma è il momento di congratularsi coi vincitori e i vinti, per il brillante successo che avrebbero conseguito se solo la gente si fosse recata a votare.

A me, in fondo, basta che qualcuno venga ad asfaltarmi le buche di via Lombardia, che la prossima volta che ci inciampo mi ci ammazzo.

Roseto degli Abruzzi – Elezioni amministrative – Ballottaggio – Dichiarazione di voto

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Anche per il ballottaggio, come per la precedente consultazione, mi recherò a votare e annullerò la scheda. Riconosco la necessità di fermare le destre come prioritaria. Ma mi sono stufato di scegliere sempre il male minore. Il male non si combatte con il male. La politica non è un procedimento omeopatico. Voglio solo il bene per il paese che mi ospita e in cui vivo e lavoro. E se non posso votare il candidato sindaco del centrodestra, per imprescindibili ragioni di coscienza, non posso nemmeno votare, per contrastarlo, chi si è ispirato a Calenda (Calenda? Ma chi cazzo mi rappresenta Calenda?). Faccio ogni giorno del mio meglio per Roseto. Il minimo che io possa aspettarmi da chiunque uscirà vincente da questa tornata è che lo faccia anche lui. Gli auguro sinceramente buon lavoro.

Trieste ha una scontrosa grazia

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E hanno, da capo, la prepotenza di chi sta dalla parte giusta, “buon sangue non mente”, avrebbe detto Pasolini.

Sono in assetto antisommossa. Si parla dell’uso degli idranti e dei manganelli per evacuare il Varco 4 del porto di Trieste, occupato da gente pacifica e, soprattutto, disarmata.

Quando la polizia ha caricato con gli idranti, qualcuno dei manifestanti si è buttato a terra stringendosi al compagno più vicino per farsi coraggio. Qualcun altro aveva un rosario in mano. Sono gesti altamente eversivi, si sa. Come si permette la gente di esprimere il proprio dissenso? Pregando, poi!

Dicono che due di loro sono in stato di fermo. Benissimo, se si sospetta che abbiano commesso dei reati quella è la procedura. Nessuno pretende per loro l’impunità. Ma dal momento che questi cittadini italiani (perché tali sono e restano) vengono fermati, la loro incolumità è affidata allo Stato. E non deve essere torto loro un capello. Né oggi, né domani né mai.

Il già citato Pierpaolo Pasolini, ebbe a scrivere un lungo poema sui fatti di Valle Giulia, nel ’68. Gli studenti si scontrarono coi poliziotti e l’intellettuale, inaspettatamente, prese le parti di questi ultimi:

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.

A Trieste nessuno ha fatto a botte. A Trieste i poliziotti sono stati accolti, il primo giorno, con i fiori consegnati dalle donne portuali e dalle mogli dei lavoratori. Lavoratori che sono tutto meno che i figli di papà “paurosi, incerti, disperati, prepotenti ricattatori e sicuri”. Sono povera gente, che ha moglie e figli a casa. Che probabilmente oggi non avrà guadagnato nemmeno quel tanto che basta per dar loro da mangiare. Gente lasciata sola dai sindacati (i sindacati…), abbandonata a se stessa dall’opinione pubblica, irrisa dalla stampa, gente che il massimo che può aver fatto è stato impedire di parlare a un fascista o boicottare il lavoro di una troupe del TG3. Se sono reati vanno perseguiti. Se non lo sono queste persone vanno lasciate in pace.

Dicono che qualcuno si è sentito male. E vorrei anche vedere il contrario. Solo chi ha il callo dell’azione giudiziaria resisterebbe a muri di camionette e lancio di lacrimogeni.

Dov’erano i poliziotti quando i fascisti assaltavano la sede della CGIL? Perché non c’erano? Perché non hanno fermato un individuo pericoloso e violento come quello che era sottoposto all’obbligo del braccialetto elettronico, di cui si dovevano conoscere i movimenti in tempo pressoché reale?

Chi ha dato l’ordine, perché un ordine è stato dato, deve dimettersi e subito. Così come il senatore Pd Andrea Marcucci che ha dichiarato: “Le forze dell’ordine vanno ringraziate sempre, anche per come stanno facendo rispettare la legge, ora a Trieste. (…) Al porto di Trieste, c’è un presidio, che più dei portuali, è ad opera di una sorta di ‘nazionale del dissenso’.” Abbia, quanto meno, un po’ più di rispetto per chi i tamponi se li paga ogni 48 ore per poter andare a lavorare, obbedendo a una norma legislativa che il suo partito, essendo forza di maggioranza, ha fortemente voluto. E poi il “dissenso”? Ma il dissenso è la fonte primaria della democrazia e della libertà di pensiero, di opinione e di espressione. Che sono diritti costituzionalmente garantiti. E che si stanno disgregando, neanche troppo lentamente, a colpi di manganello.

Scontro tra titani

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Se c’è qualcosa di buono e di dilettevole nell’avere in orario sette ore filate, (disagevole assai ma una volta alla settimana bisognerà pur farlo, se no il sabato libero te lo cicchi) è che puoi osservare e godere di tutta una serie pressoché infinita di casi umani e di dinamiche relazionali, partendo dal grato effluvio di aglio, olio e peperoncino, che ti accoglie benevolo all’entrata, dove il buon bidello Aristide si sta facendo uno spaghettino del 3 tanto per gradire.

La professoressa Subiudice di diritto è tutta eccitata. Per oggi ha in programma alcune simulazioni di processi penali nelle sue classi quinte. Farà interpretare agli alunni il ruolo del Pubblico Ministero, dell’avvocato difensore e quello, più scomodo, dell’imputato. Lei farà il giudice. Condannerà o assolverà sulla base delle risultanze processuali. Nemmeno “Un giorno in pretura” era mai arrivato a una rappresentazione così aderente alla realtà, e di ciò la Subiudice va decisamente tronfia e sussiegosa.

La fase dibattimentale si svolge alla meglio. Il Pubblico Ministero interrompe tre volte la sua requisitoria per pausa bagno, sigaretta mattutina e stozza al bar. L’avvocato difensore d’ufficio si appella direttamente alla clemenza del giudice, e la Figoni, che fa parte della giuria, cincischia col cellulare in mano e guarda la compilation di selfie che il fidanzato le ha scattato durante il loro ultimo incontro amoroso.

Ma tutto d’un tratto, nell’aula silente e annoiata si sente la voce tuonante dell’alunno Somarelli che esclama, con voce baritonale e partecipazione emotiva forense: “E allora, signori della corte, io per questo povero disgraziato chiedo l’ergastolo!!”

L’alunno Sconsolatis, a cui è toccato il ruolo dell’imputato, allarga le braccia e, rivolgendosi alla Subiudice le dice rassegnato: “Professoré’, certo che con un Pubblico Ministero così cattivo il mio difensore d’ufficio potrà fare ben poco!”

La desolata rispose: “Ma guarda che è QUELLO il tuo difensore d’ufficio!”

Alla seconda ora ho lezione nella famigerata prima Z. L’alunno Partigianis, che ha un ritardo cognitivo unito ad altre patologie psichiatriche e comportamentali, è senza insegnante di sostegno e si è messo ad urlare come un posseduto dal demonio: “Fascisti!!! Maledetti fascisti!! Poliziotti di merda!! Viva i compagni del porto di Trieste!!!” Con tutta la calma del mondo lo invito a sedersi e a ricomporsi. Poi provo a interrogare quel gran mascalzone del Corbelli, che sono già sette giorni che mi sfugge viscido come una serpe. Per non metterlo a disagio gli chiedo le tre coniugazioni dei verbi regolari ma il Partigianis si alza dalla sedia ripetendo ad alta voce “Fascistiiiiiii!!!! Viva la libertà. El pueblo unido jamás será vencido…” e mi tocca anche mettergli sei in spagnolo perché la pronuncia è sufficiente.

Il professor Marxistis, che passa per il corridoio, si ferma e abbraccia il Partigianis. Si è messo l’eskimo per l’occasione, e anche se appare un po’ démodé, conserva ancora un’aura di autorevolezza, sotto la barba lunga e impestata di sigaro cubano. “E pensare che ha perfino un ritardo cognitivo! Se fosse stato normodotato avremmo avuto un vero e proprio genio.” E non posso che dargli ragione.

All’entrata si è fermato un furgoncino. E’ carico di una fornitura straordinaria di carta igienica perché anche gli approvvigionatori di materiale di consumo hanno saputo che è stato finalmente nominato il titolare della cattedra di fisica: sarà il professor Squacquarelli-Ricai, discendente di una famiglia nobile decaduta, famoso per aver insegnato la materia in tutte le scuole del territorio, dove è stato chiamato dalle segreterie nel suo delicatissimo ruolo di tappabuchi, ma soprattutto per una sconveniente patologia gastroenterica di cui, tuttavia, va orgogliosissimo. Il morbo crudele gli si manifesta con un improvviso sommuoversi delle viscere, solitamente quando deve spiegare la teoria dei quanti. “Scusate, ragazzi, ma devo uscire un attimo.” La solerte bidella Otilia, che ha capito al volo, si porta sulla porta della classe con frusta e sgabello, e il nostro buon bidello Antenore acciuffa al volo il cronometro di servizio per misurare il tempo che impiegherà lo Squacquarelli-Ricai per raggiungere il bagno docenti, collocato nell’ala opposta della scuola. Parte lo Squacquarelli-Ricai, la fronte imperlata di sudore freddo, al rumore dello sparo della pistola dello starter, e tutti gli alunni restano fermi a guardare l’olimpionica impresa. Qualcuno indossa una maglietta con l’effige di Jesse Owens come auspicio di buon augurio.

“Sette secondi e quattro decimi! Professo’, chiama il Guinness dei Primati, che questo se era a Tokyo stracciava tutti!” afferma compiaciuto il caro bidello Antenore.

Il professor Squacquarelli-Ricai è odiatissimo. Sia dagli alunni, a cui quando la colite gli dà requie schiaffa dei tre grossi come una chiave inglese del 40, ma soprattutto dal Dirigente Scolastico Ferocius de Leonibus, il quale, essendo notoriamente stitico, conserva da decenni un rancore e un astio nei confronti del collega, tali da non voler firmare nemmeno la bolla di consegna, perché se lui di carta igienica ne usa pochissima, non vede perché non possano farlo anche gli altri. Ragionamento che non fa una grinza. Pare che le rarissime volte in cui il Dirigente occupa il suo bagno personale, con il water foderato di alcantara, si metta a cantare le canzoni della malavita milanese per lo sforzo e il dolore che gli derivano dalla seduta. Anche il nostro bidello Antenore le ha imparate, e ora consegna le circolari nelle classi canticchiando:

Ma mi, ma mi, ma mi,
Quaranta dì, quaranta nott’,
A San Vitùr a ciapà i bott’,
Dormì de can, pien de malann’…

Alla quarta ora c’è già qualcuno che ha finito il turno. La De Poppibus si prepara a rientrare a casa dalla sua truppa di uomini affamati. Ha già comprato tre chili di macinato e una balla di cipolle per il ragù di oggi. La De Chattibus, anche lei molto ben fornita, non vede l’ora di tornare a casa dal suo amore, il professor Exlege, e farci un bel giro di letto come aperitivo. Qualcuno mormora che in un impeto di passione i due abbiano addirittura sfondato una rete matrimoniale Ondaflex e siano riemersi cantando “Bidibòdi-bù”.

Le due partono simultaneamente dalla sala docenti. Il bidello Aristide, dato un morso alla razione K di pane e peperoncino (“il peperoncino contiene tanta vitamina C”, dice), apre la sua attività di raccolta di scommesse clandestine. Io punto 5 euro sulla De Poppibus vincente. E’ inutile, ha molta più conoscenza del territorio, non c’è proprio storia.

Appena arrivate alla porta d’uscita, con un leggerissimo vantaggio della De Poppibus, che, tuttavia, il bidello Aristide ha dovuto misurare con la forcella, si verifica un increscioso incastro di respingenti dal quale le disgraziate cercano inutilmente di svincolarsi.

“Ma scusi, professoressa, ammettiamo pure che lei porti una nona e io appena appena una settima, ammettiamo anche che i rispettivi reggiseni facciano da spessore e che si debba calcolare l’eccesso per errore di misura, come ci racconta il Professor Scquacquarelli-Ricai, ammettiamo pure, infine, che i battenti della porta riducano di gran lunga lo spazio disponibile, secondo lei è possibile avanzare una richiesta di infortunio sul lavoro e una denuncia per dimensioni irregolari?” gorgheggia la De Chattibus.

“Ma vàtte a coricà’!!” replica secca la De Poppibus che, dato un colpo di sise definitivo alla collega, guadagna l’aria libera, vincendo l’ardua e temeraria tenzone.

Mia madre è già lì che mi aspetta amorevole, e io non vedo l’ora di buttarmi tra le sue braccia. Ma prima corro dal nostro bidello Aristide a riscuotere la vincita legalmente ottenuta, se no lo corco di mazzate!

Il fallimento delle Edizioni Dehoniane

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Ho saputo che le Edizioni Dehoniane di Bologna hanno dichiarato fallimento.

Per chi non lo sapesse, si tratta della casa editrice che pubblica la Bibbia di Gerusalemme, certamente la versione più autorevole e affidabile tra tutte quelle in commercio.

Si tratta di volumi che costano un putiferio di soldi perché hanno un valore enorme. Alla traduzione del testo hanno collaborato biblisti, italianisti, ebraisti, grecisti e perfino musicologi di indubbio spessore e di grande competenza (faccio un nome per tutti: Bruno Migliorini). Le note e le introduzioni sono accuratissime, i rimandi precisi, puntuali e pertinenti. Insomma, un’opera magistrale, realizzata da gente che si è fatta un culo così per decenni. E come fa a costare poco?

Oltre al loro titolo di punta, le Dehoniane erano anche specializzate nella pubblicazione di testi religiosi cattolici, e va beh, strategie editoriali, qualcuno bisognerà pure che li pubblichi.

Ma quello che mi chiedo è come diavolo si fa a fallire con la Bibbia. Voglio dire, è il best seller mondiale, è il libro più diffuso al mondo, il più letto, il più consultato, il più tradotto, il più venduto. E’ vero, ce ne sono a tonnellate di traduzioni della Bibbia, anctiche, moderne, interconfessionali, in lingua corrente, nuovi testamenti a piovere, di lusso, economiche, tascabili, c’è tutto quello che volete. Ma quando dài un’edizione di estrema qualità come la Bibbia di Gerusalemme, poi la gente la compra, altro che se la compra.

Insomma, ci sono rimasto di melma.

O porto di Livorno traditore

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O porto di Livorno traditore
portasti in alto mare il bene mio
e me lo ritornasti senza amore
o porto di Livorno traditore.

Quando si pensa ai lavoratori portuali, ci si immagina, di solito, gente grezza e poco attenta nei modi, solitamente rudi e sbrigativi, dal linguaggio greve e scurrile, tant’è che si dice “parli come uno scaricatore di porto”.

A Trieste i portuali stanno lottando per i loro diritti e per i diritti di tutti, affinché nessuno debba più pagare per accedere a un diritto primario quale quello del lavoro. Ho ascoltato, soprattutto alla radio, interventi di alcuni lavoratori di Trieste che erano compostissimi, espressi in un italiano corretto, ma, soprattutto, con calma. Molta, molta calma.

Sono persone la cui azione di lotta è stata dichiarata illegittima (e come potrebbe essere diversamente?), che sono consapevoli di quello che rischiano (anche penalmente), che mettono sul tavolo da gioco il loro stipendio, la loro fame e quella delle loro famiglie, e la propria dignità. Non si accontentano di rivendicare un diritto per sé, lo vogliono per tutti. Anche per me. E con una compostezza, una determinazione e una dignità che non hanno eguali. Ma, soprattutto, lo hanno fatto da soli, senza mettere in mezzo i sindacati. L’unico sindacato che li rappresenta sono loro.

Ho pensato perfino di fare la donazione dell’equivalente di un giorno del mio stipendio a questi che considero solo dei galantuomini, perché una delle loro famiglie potesse comprarsi un po’ da mangiare: niente da fare, non accettano denaro. Perché la rivendicazione dei diritti di tutti è gratuita. E c’è solo di che rimanere a bocca aperta.

A Livorno, nella mia Livorno, invece, sono in leggera controtendenza. Ma leggera. La CGIL ci ha messo lo zampino (e te pareva!) e ha dichiarato “Qui pochi no-vax, non siamo Trieste”. Come se i diritti di tutti si misurassero principalmente dalla presenza di pochi e fossero vincolati da un criterio di mera cittadinanza o territorialità. Ci sarebbe solo mancato che dicessero “Qui un ce n’è Còviddi!” ed eravamo a posto. E siccome di “Còviddi” un ce n’è, allora si può anche andare allegramente in tasca ai diritti del lavoro e di chi li paga con i propri soldi. Bella gara!

I sindacati hanno tuonato: “Il problema vero è la mancanza di lavoro”. Come se il fatto che esista una mancanza di diritti nella sanità pubblica fosse un problema falso. Stiamo parlando dei fondamenti della nostra Costituzione e questi si mettono a fare le distinzioni tra diritti di serie A e di serie B. “È un dato di fatto: su un totale di 2mila lavoratori la maggioranza è vaccinata, quindi il problema qui non si pone”, Beh, certo, si capisce, le minoranze sono merda secca, le dài un calcio deciso e quella si disfa nell’aere!

Perché se andiamo a vedere fino in fondo, il problema vero è l’ignoranza, che, grazie al cielo, a Livorno abbiamo a ballini (“A Livorno un ci s’avrà nulla, ma siamo tanto ‘gnoranti!”, dice un vecchio adagio della città).

E allora sì che il porto di Livorno è “traditore”. Perché cancella la sua storia e la sua cultura. Così come cancellò, svariati anni fa, la sua meravigliosa biblioteca, dove da bimbetto andavo a studiare, fare colazione al bar, bere una spuma e a fare “brucia”. Si cancella la memoria e tutto riparte da zero. Formattare la storia, le tradizioni e le ideologie non è mai cosa buona. Men che meno mettersi dalla parte dei potenti.

O porto di Livorno traditore.

Fagioli e cotiche

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E’ di nuovo d’uopo metter mano ai consigli di classe.

Come passa veloce il tempo! Par jeri che entravamo nel nostro pio istituto colle magliette a mezze maniche e co’ nostri vestimenti leggièri di dannunziana memoria, e ora eccoci qui con i nostri maglioni, cappotti, giubbotti, canotti, chinotti, strambotti, stracotti e pialle del 12. La De Estremitatis si è presentata con una coperta di lana grezza di pecora, che il nostro beato bidello Aristide le ha chiesto in prestito per le prime ore della mattina. Dice che lo userà come scaldavivande. Il professor Marxistis indossa un gàrrulo colbacco e si prepara a raggiungere la Brigata Partigiana di appartenenza sul Gran Sasso. La De Poppibus sferruzza nervosa un paio di scarpine per il nipotino appena nato. Le ha fatte e disfatte almeno tre volte, come faceva Penelope con la sua tela. Poi, stufa di aspettare l’inizio dei consigli, è andata avanti a oltranza, e ora sono diventati due scarponi che verranno buoni per la De Bonis, che col 44 di scarpe che porta entra in classe prima con gli alluci che con tutto il resto del corpo. Il professor Talebanis si accascia sulla sedia della sala docenti e prima ancora di stendere le gambe in avanti spara un rutto tridimensionale in Dolby Surround, al quale il professor Crucefixis, intento a schiacciare un rosario per ingannare l’attesa, risponde con un “Amen!” da quinto mistero glorioso. La moglie del Talebanis pare che oggi abbia cucinato fagioli con le cotiche, un piattuccio semplice ma gustoso che il divino Artusi annovererebbe nella sezione della “Cucina per gli stomaci deboli”.

La riunione sarà breve, mezz’ora appena, giusto per chiarirci fra di noi, ma c’è chi giura che sarà uno spaccamento di maroni cosmico. “Illa simplicissima brevitatis imitatio”, avrebbe scritto Sallustio.

La Acidophili è assente per malattia. Pare che si sia morsa la coda e che ora sia intenta a smaltire tutto il veleno che si è autoinoculata.

A metà riunione, quando già si profila la vittoria del verbalista sul coordinatore di classe per tre imprecazioni alla madre a zero, giunge come una bomba la notizia che tutti attendevamo: il professor Berlusconis è stato ufficialmente eletto consigliere comunale nelle file del centro-destra al termine di una tenzone elettorale spettacolare contro gli avversari combattuta a suon di “Becco! A màmmeta! Sciccìso! Puzz’ fa la bav’! Settebello! Carte! Primiera! Vinco io!”

Le vivissime congratulazioni dell’intero emiciclo plaudente vengono sottolineate dal discorso augurale del Dirigente Scolastico, l’augusto nonché stitico Professor Ferocius de Leonibus, il quale ci redarguisce con la sua vocetta intonata da corno di bassetto:

“Adess’ che l’è andà’ sü il Berlusconis no gh’è più trippa per gatti! Minga come il Marxistis, là, che l’è un ciaparàtt!!”

E propone a tutto il consiglio di sospendere per un minuto e cantare “Oh mia bèla Madunina”.

La supplente di inglese si chiama la professoressa De Chattibus, ed è da anni la compagna del professor Exlege. Sono innamoratissimi e lei non deve aver fatto fatica a convincerlo coi suoi innegabili argomenti. Si sono conosciuti su Facebook, dove lei ha un profilo frequentatissimo da uno stuolo di potenziali ammiratori allupati, nei confronti dei quali il solerte Exlege promette querele per violazione della proprietà privata, diffusione illecita di foto pornografiche, associazione per delinquere con l’aggravante dei futili motivi, tentato stupro e atti di libidine violenti. Poi ci ripensa su un po’ e realizza che magari è meglio far ricorso alla roncola di suo nonno e con quella tagliare le balle a tutti. Si mormora nei corridoi che uno che ha provato ad avvicinarsi alla De Chattibus ora canti da mezzosoprano nel Coro delle Voci Bianche della Radio Vaticana.

Ed è certo che il Professor Exlege sarà anche un emerito stronzo, ma ha buon gusto e con la De Chattibus deve togliersene di soddisfazioni. Il gran difetto della De Chattibus, tuttavia, è che è estremamente verbosa:

“No, abbiate pazienza e scusate, cari e stimati colleghi, ma lasciatemi dire… ammettiamo che io arrivi in ritardo alla riunione, ammettiamo che questo ritardo non venga verbalizzato, ammettiamo che il Dirigente lo firmi sulla fiducia, ammettiamo anche che al limite, proprio volendo, io venga assalita e rapinata da un malitenzionato (perché esiste la divina provvidenza!) proprio guarda caso nei dieci minuti precedenti il mio ingresso in consiglio, poi, mi dite voi come diavolo faccio a dimostrarlo in Tribunale? Dovrei fare un falso, e fare un falso è un reato, e io non ho mica voglia di giocarmi i prossimi mesi tra avvocati e giudici, solo perché il siòr verbalista è stato appena appena… diciamo così ‘lassista’ e di manica larga nel redigere il documento che, voglio dire, lo dobbiamo sottoscrivere tutti, no? E allora cosa mi dice, siòr verbalista, lo vogliamo cambiare il testo sì o no?”

“No!” la liquida il collega verbalizzante.

Sembra un dialogo di Platone, di quelli in cui il maestro fa un discorso lungo tre pagine e lo termina con un “ne convieni?” e il discepolo gli risponde “sì!” come un perfetto cretino.

La riunione termina dopo una esternazione di fine digestione del Talebanis alla quale il Dirigente De Leonibus non ha potuto far altro che far seguire il “rompete le righe” d’ordinanza.

Io raggiungo la porta d’uscita, ma, ratta come la folgore, mi raggiunge la De Chattibus che mi attacca un bottone infinito: “No, abbi pazienza, scusa collega, ma ammettiamo pure che io…”

E crollo esausto tra le braccia di mia madre.

Gli assalti fascisti alla CGIL e il neofascismo di sinistra

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E’ certo che l’assalto vandalico perpetrato nei confronti della sede della CGIL di Roma è un gesto esecrabile che va condannato senza mezzi termini.

Ma c’è comunque qualcosa che non torna in tutto questo solidarismo, dovuto ma criticabile. Parliamone un po’ di questa CGIL, locomotiva trainante della triade sindacale maggiore. E’ stata attaccata da un manipolo di fascisti che sono stati immediatamente identificati e posti in stato di fermo. Uno di loro era sottoposto alla misura del braccialtto elettronico, e ci sarebbe anche da chiedersi il perché. Li hanno presi perché i fascisti storici e radicati nella nostra società civile sono estremamente prevedibili.

Non altrettanto prevedibili sono i fascismi che si sono insinuati in una certa sinistra di maniera, appoggiata da sempre dalle sigle sindacali di maggioranza. Che da almeno un trentennio hanno abdicato alla loro funzione di tutela dei lavoratori diventando, lentamente ma inesorabilmente, dei fornitori di servizi a pagamento. Vuoi una consulenza di diritto sul lavoro? Vai al CAF. Devi chiedere il contributo per l’asilo dei tuoi figli? Ci pensa il CAF. Devi calcolare l’ISEE della tua famiglia? Ci pensa il CAF. Si offrono come intermediari tra te e lo Stato. “Vieni, ci pensiamo noi…” ti fanno sentire sicuro, e tu non fai altro che delegare, delegare, delegare. Dovrebbero difendere i diritti dei lavoratori, non calcolarti tra quanto andrai in pensione. I diritti dei lavoratori si difendono nelle piazze, nei circoli, tra la gente, perché il lavoro è il fondamento della Repubblica. Non in un ufficio polveroso pieno di carte e di fascicoli, con i computer antidiluviani che viaggiano ancora con Windows XP e le segretarie scortesi che ti fanno capire che LORO ti stanno facendo un favore. E i favori, in un’ottica di potere, si ripagano.

E’ così che funziona. In cambio ti chiedono la tua fedeltà. In fondo una tessera costa poco e può dare tanto. E diventi uno di loro.

Uno di quelli che non fanno NIENTE per salvaguardare i lavoratori che devono pagarsi un diritto costituzionalmente riconosciuto come quello al lavoro tramite un green pass da rinnovare ogni 48 ore, complici di partiti politici che governano in allegra alleanza con la Lega e con Forza Italia. O, ancor peggio, inerti. Ricevono la solidarietà e l’abbraccio di Draghi, ma la base, la famosa “base” di cui si parlava tanto nei comunismi degli anno ’70, quella non l’ascolta più nessuno. E la “base” è incazzata. Giustamente MOLTO incazzata.

E dal 15 ottobre il malessere sociale, che fino ad ora apparteneva ad alcune categorie di lavoratori, si estenderà a TUTTI, dipendenti pubblici o privati che siano, senza alcuna distinzione. Sarà il caos totale. E infatti i lavoratori portuali di Trieste (che NON sono la CGIL) si sono già mossi e hanno ottenuto risultati incoraggianti dal Ministero degli Interni che sta cominciando ad aprire alla possibilità di tamponi gratuiti (con costi a carico delle aziende) per la loro categoria. Questi, che nel frattempo hanno paralizzato il 90% del lavoro rendendo di fatto immobile il porto, hanno risposto ciccia, e hanno preannunciato il prosieguo delle loro proteste finché il green pass non venga abolito per TUTTI. Senza sfasciare nulla, senza attaccare nessuna sede sindacale, senza che nessuno abbia dovuto ricorrere alle cure del Pronto Soccorso.

E, infine, dulcis in fundo (o venenum in cauda), l’abolizione dell’articolo 18 dallo Statuto dei Lavoratori ce lo vogliamo ricordare o no? E vogliamo parlare di Landini che va in giro con l’auto blu??

E mentre tutti parlavano dell’assalto alla CGIL, quasi nessuno si è degnato di far cenno all’assalto nei confronti dei sanitari e del personale medico del Pronto Soccorso dell’Ospedale Umberto I di Roma. Anche loro sono lavoratori. E chi li tutela, la CGIL? Ma via…

Comunali 2021: a Roseto degli Abruzzi si va verso il ballottaggio Nugnes-Di Marco

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A Roseto si profila quello che era stato abbondantemente previsto, un ballottaggio tra i candidati sindaco Mario Nugnes e William Di Marco.

Per un momento si è pensato che il terzo candidato Tommaso Ginoble potesse farcela, e dai primissimi voti addirittura che Nugnes potesse farcela alla prima tornata. Ci sarà da soffrire.

Adesso i candidati e gli aspiranti consiglieri non possono contare nemmeno sulla consolazione dei post su Facebook, Instagram e sulle loro conversazioncine su WhatsApp, perché sono tutti e tre off line, e questo punto c’è solo da sperare che lo rimangano per parecchio.

Superiore alle aspettative la prestazione del sindaco uscente Sabatino Di Gerolamo, mentre resta ultima Rosaria Ciancaione. Come ho già scritto altrove, conservo inalterata la mia amicizia nei confronti di chi l’ha sostenuta e appoggiata. Sono tutte brave persone, anzi, bravissime. Metterei la mano sul fuoco sulla loro onestà e rettitudine morale. Ma in politica sbagliare cavallo è un errore marchiano, e ora sono fuori dai giochi.

Quelle che vi offro sono le analisi statistiche di Cityrumors, su 4815 schede scrutinate.

Martedì

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Oggi, martedì, è giorno di mestizia e di lutto per l’intero istituto.

Il povero signor Costantino Di Pietro, dirimpettaio della nostra pregiata istituzione scolastica, non è più. Ogni mattina si faceva una passeggiatina igienica col suo immancabile bastone poco prima dell’entrata della prima ora degli alunni. Il Corbelli è distrutto dal dolore. Gli rivolgeva quotidianamente sei o sette sonore pernacchie, e ora non sa più chi pigliare per le terga. Sono dispiaceri che potrebbero distruggere anche un uomo grande.

Il manifesto funebre della premiata ditta di pompe funebri locale “Làgrime et sànguine” parla chiaro: “Si è spenta prematuramente per in incidente stradale l’esistenza terrena del caro COSTANTINO DI PIETRO, di anni 102. Una prece.”

Qualche alunno premuroso e sensibile ha segnato il suo ricordo del “de cuius” con un pennarello indelebile: “Custanti’, statte alla casa!!”

Anche il nostro squisito bidello Aristide è in gramaglie. Gli si è chiuso lo stomaco dal dispiacere e oggi per colazione non è andato oltre un paio di bruschette salsiccia, stracchino e funghetti trifolati. Dice che aiutano a smuovere i succhi gastrici.

La De Poppibus sta cercando di far entrare i suoi alunni in classe. Li spinge uno a uno con le sue prospicenze e sembra un cane da pastore abruzzese. Si sofferma particolarmente su una figura femminile esile e minuta che di entrare in classe proprio non ne ha voglia:

“Entra subito e siediti al tuo posto, se no, veroddìo, te dingh’ tanti schiaffatoni che ti faccio saltare il ciclo mestruale di tre mesi e mezzo!”

“Ver… veramente io sarei la professoressa Bimbetti. Mi hanno nominata oggi e devo prendere il mio gruppo per fare lezione!”

“Sì, certo! E io sono il Mahatma Gandhi, guarda qui, ho anche il physique du role, mentre tu hai ancora il latte alla bocca. Via, fila dentro!!” replica seccata la De Poppibus la quale, messi in azione i suoi respingenti, catapulta la Bimbetti nell’aula della prima Z e chiude violentemente la porta dietro di sé.

La De Estremitatis è molto più serena, da qualche giorno a questa parte. Ha dismesso i suoi sandalini aperti e ora indossa un paio di scarpe da ginnastica dorate, molto carine. Dovrà smettere di ammirarsi i piedi, ma in compenso sta molto meglio. Pare che abbia avuto, finalmente, un colloquio chiarificatore col marito e che tutto vada per il verso giusto. Sono giunti a un accordo civile e ragionevole: il fedifrago giacerà con la zoccola due notti a settimana, e con lei il resto del tempo. Questo per non turbare l’equilibrio familiare e per permettere al coniuge di concedersi qualche soddisfazione personale. Ovviamente il tutto verrà concordato, di concerto tra le parti, tra lei, il marito e il bagascione.

La professoressa De Sindacatiis anche quest’anno si candiderà per la parte docente alle elezioni del Consiglio d’Istituto. Propone vaccini obbligatori per tutti, scansione personalizzata del green pass, perquisizioni personali anche intime per fermare il traffico di stupefacenti interno, messa alla gogna del Dirigente Scolastico, organizzazione di insegnamenti alternativi estivi obbligatori e non retribuiti, campi-scuola per docenti da indottrinare alla volontà del Partito, stile DDR, cessione di un quinto sullo stipendio per i docenti fragili da far confluire nel fondo d’istituto perché, bambole, non c’è una lira. Tutte iniziative lodevolissime a favore dei lavoratori. Però intanto sta iniziando una lezione in DaD.

“Prondoooo?? Mi sendooooooo???… Voi mi sendite ragazzi? No, perché io non mi sendo, mannaggia sanda!! No, ragazzi, le canne mentre facciamo lezziòne spegnetele per favore che se no sporcate tutto quanto di cenere… Somarelli, hai fatt’ lu còmpit’?… Gnende, Somarelli è assende! Di Biaggio, mi sendo?? Mi sendo Di Biaggio?? Due a Di Biaggio! Figoni, chi c’è lì con te? E cosa me ne stracatafotte ammé se si hai il fidanzato? Due anghe atté! Ragazzi, oggi non me le fate girare per favore… Salutini, tu mi devi portare il certificato di vaccinazziòne da quattro ggiorni, se non ce l’hai mostrami il green pass. Ma cosa mi viene a significare che non hai nemmeno quello? Il green pass è obbligatorio! Ma che c’entra che stiamo in DaD, i virus si trasmettono pure per via informatica, che non lo sapevi o sei nato l’altroieri? Due pure a te…”

E mentre lascio la De Sindacatiis che schiaffa le sue sagrosante insufficienze, scorgo all’uscita la salvifica figura di mia madre, che mi aspetta con le braccia aperte.

Elezioni comunali Roseto degli Abruzzi 2021: succede a chi è vivo

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Codesta disïata imago mi ritrae all’uscita del seggio elettorale dove, oggi pomeriggio, ho compiuto il mio sacrosanto dovere di cittadino recandomi al pietoso uffizio del voto. All’entrata qualcuno, di cui non rivelo nulla perché sono un vile, mi ha chiesto se sulla scritta della mia maglietta ci fosse qualche invito, esplicito o no, a una preferenza elettorale. Gli ho fatto gentilmente notare che sulla mia maglietta è riprodotto l’autografo di pugno di Leopardi de “L’infinito” e null’altro. Il dolce naufragar in questo mare sarebbe propaganda elettorale? La gente sta esaurita!

Lunedì

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Il lunedì mattina non è poi così brutto come lo si dipinge.

Il nostro caro bidello Aristide è già lì che si frigge un par d’òva all’occhio di bue, il bar della scuola apre sonnecchiosamente col suo carico di panini da un euro (prezzi popolari per infanti affamati) e quell’anima candida della nostra collaboratrice dell’Ufficio Relazioni col Pubblico ti chiede il green pass. Ma con un sorriso. E’ bello sapere che se hai il documento scaduto riceverai un calcio in culo con gentilezza.

In sala professori la De Poppibus tiene banco. Per la domenica ha fatto la pasta ammassata. E si crea un dibattito interno serratissimo con la Acidophili. La “massa” è una questione essenziale per la cultura abruzzese. Una ragazza non può uscire di casa e andare in sposa se, prima, non sa fare la pasta fatta in casa. Così almeno “nun se mòre de fame”, dicono le sapienti madri abruzzesi. Comunque sull’annoso tema ci sono scuole di pensiero secolari, vere e proprie faide familiari, con tanto di sterminio degli esponenti di spicco, per stabilire se in un chilo di farina ci vadano 6 uova, alla maniera emiliana, o solo quattro, con aggiunta di acqua tiepida. La De Poppibus, che se una gallina non le fa due uova non la tiene in casa, ci mette sei uova delle sue. La Acidophili ce ne mette quattro. Le compra al supermercato e insieme all’acqua tiepida aggiunge anche uno schizzo di curaro, perché, così dice, la “massa” risulta più elastica.

Le tre ore della mattina scorrono che è un piacere. La prima ora è in quarta W, hanno sonno. La Figoni mi ha detto che il fidanzato l’ha invitata per una cenetta a base di pesce a lume di candela e si sono scolati due butte di Prosecco. E’ ancora serenamente brilla e non fa altro che ridere.

Prima che io me lo aspetti, suona la campana del mio “finis” e non vedo l’ora di tornare a casa a non fare un cazzo.

Ma mentre esco, incrocio la laida figura del Dirigente Scolastico, il professor Ferocius De Leonibus. Dice che mi vuole parlare, e allora minchia a mìa.

“La me scüsi, sciur Profesùr, ma ho un problema…”

“Uno solo?” penso io.

“Gli è che ho bisogno di un coordinatùr, sì, insomma, di un cumenda per la classe prima Z. Cosa vuole, nessuno mi ha dato la disponibilità e la Nullafacentis, poverina, non può, perché, capirà, va dal parrucchiere una volta ogni due giorni. Cosa vuole, l’è ‘na burocrassìa, ma del resto, caro Prufesùr, se nun gherum nuialter de la Lega, il coso, lì, il Draghi, minga el faseva un casso! E poi, guardi, nel consiglio di classe c’è la Wunderbari, che l’è semper un gran bel toc de tusa, sì, insomma, un belvedere… ahahahahahahah, la me scüsi, sciur Profesùr, ma nuiàlter milanès sem spiritossss…”

Accetto solo per togliermi di mezzo quella accentazione meneghina odiosetta e saccente. Carlo Porta, Alessandro Manzoni e Delio Tessa si rivoltano nella tomba.

“Allora venga da me per l’incoronassiùn, e adèss vada, vada pure, che ho da firmare i permessi per malattia dei suoi colleghi scansafatiche, che ci pensa il Brunetta a tenerli per i ball, cosa vuole, chì a Milàn l’è un gran laurà. Un laurà de la Madòna.”

Esco dall’ufficio di Dirigenza e incontro l’alunno Somarelli, che, tanto per cambiare, entra alla quarta ora perché, a suo dire, non ha sentito la sveglia, non gli partiva il motorino, l’accendino per la canna del mattino era senza benzina e gli è toccato andare a fare il pieno di miscela al distributore, ha finito i giga del cellulare e non era in grado di avvertire la vicepreside, la professoressa Digitalis, che lo redarguisce e lo ammonisce sui suoi doveri di studente con la sua vocina da clarinetto in si bemolle.

Ma ho solo una gran voglia di gettarmi, sconsolato, tra le braccia di mia madre.

La pasta al forno al Liceo Colasanto di Andria

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I ragazzi delle scuole sono straordinari.

Al Liceo Colasanto di Andria, una decina di alunni di una classe prima si sono portati una vaschetta di pasta al forno per merenda.

Apriti cielo e spalancati terra! Il loro dirigente scolastico, il professor Cosimo Antonio Strazzeri è subito intervenuto con un ammonimento formale e una nota disciplinare, cui seguirà, con ogni probabilità, un successivo provvedimento di sospensione.

Motivo? “Non possiamo permettere che si consumino cibi caldi a scuola perchè è fuori dalle norme interne e dalle restrizioni covid”, riferisce il dirigente.

Ora, sulla notazione di “cibo caldo” ci sarebbe da discutere, perché si può ritenere che la succulenta vivanda sia stata preparata ai loro pargoli dalle solerti madri in orario largamente antecedente al consumo. Bene che vada la mattina stessa (quando le madri si alzano alle 5 per cucinare), mal che sia la sera prima (si sa, qualche avanzo della cena). In ogni modo, quando è stata consumata, la pasta al forno non poteva che essere fredda.

Anche sulle “restrizioni covid” c’è poi da ridire: il coronavirus muore a una temperatura superiore ai 63° C. La pasta cuoce a 100° e passa. Poi viene rimessa in forno per la gratinatura (eh, quella ci vuole!) a temperature ben superiore. A quel livello muore quasi qualsiasi virus.

E poi, via, siamo realisti: questi ragazzi mangiano perché hanno bisogno di crescere. E che li vogliamo allevare a merendine confezionate, caricarli di coloranti e conservanti, gonfiarli di porcherie, costringerli al cibo confezionato delle macchinette? Ma meglio, cento volte meglio, la pasta al forno fredda!

Se fossi un docente del consiglio di classe di questi poveri ragazzi affamati, voterei certamente contrario alla mozione del dirigente, e chiederei che il mio voto venisse messo a verbale. Ma non lo sono. E allora non mi resta che esprimere umana solidarietà a questi studenti e alle loro famiglie. E buon appetito!!

Donne di cui abbiamo un estremo bisogno: Nandra Nunzia Alessandra Schilirò

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Nandra Nunzia Alessandra Schilirò è una donna. Ricopre la carica di vice questore aggiunto presso la Polizia di Stato. Ha 43 anni. E’ sposata (e va beh, affati suoi), a tempo perso ha scritto un libro, ha ricevuto quattro premi dalla società civile per i suoi risultati professionali, ed è apparsa come ospite in numerose trasmissioni televisive.

Sabato scorso, dismessa la divisa d’ordinanza e il suo ruolo di pubblico ufficiale, ha indossato degli abiti civili che ne esaltavano l’innegabile bellezza esteriore e interiore, è salita su un palco e, siccome non è vincolata all’autorizzazione della caserma o del comando di appartenza non essendo il suo un ruolo militarizzato, ha espresso le SUE opinioni. Condivisibili? Non condivisibili? Erano le SUE e tanto basta.

Ha detto parole e frasi come “Il male nella storia non ha mai vinto”, ha invocato “la disobbedienza civile”, come “dovere sacro quando lo Stato diventa dispotico”, ha citato figure dallo spessore storico ineguagliabile come il Mahatma Gandhi e Gesù di Nazareth.

Sono cose che puzzano. Una donna con una professionalità integerrima, che ha scritto un libro, che ha giurato sulla Costituzione, che si è impegnata a fondo contro la violenza sulle donne (eh, ma come si permette?), che sulla base di quella stessa Costituzione esprime liberamente il proprio pensiero (eh, sì, si fa presto a dire “Costituzione”), che cita gentaglia infame come Gandhi (e Gesù di Nazareth, poi, che vergogna!) non poteva non essere attenzionata dai suoi superiori.

“Sto seguendo la vicenda personalmente con il capo della Polizia, Lamberto Giannini, affinché vengano accertate, con assoluta celerità, le responsabilità sotto ogni profilo giuridicamente rilevante a carico dell’interessata”, ha dichiarato il Ministro degli Interni Lamorgese.

Le fa eco Licia Ronzulli, vicepresidente del gruppo Forza Italia al Senato: “Mi auguro che il ministro Lamorgese intervenga subito per sospenderla dall’incarico che ricopre e che chiaramente non è in grado di onorare.”

Ignorando, o, peggio ancora, non sapendo proprio per niente, che una azione grave come la sospensione dall’incarico non può avvenire così, ex abrupto, e per iniziativa unilaterale. Occorre un procedimento disciplinare che ha tempi e modalità fissati, in cui la Schilirò ha tutto il diritto e il dovere di difenderersi, e che in caso di esito sfavorevole, può essere impugnato innanzi alla magistratura ordinaria (TAR e Giudice del Lavoro in primis).

Non gliel’hanno detto, a Nandra Nunzia Alessandra Schilirò, che era sotto procedimento disciplinare. L’ha saputo dai giornali. E ha reagito dichiarando di essere molto serena e di voler andare avanti, con o senza divisa, a servire il suo Paese.

Se non è una donna questa…