Valerio Di Stefano – Rassegne stampa in rete: quella libertà mai esistita

Sembrano rientrati in buona parte i timori che hanno accompagnato il dibattito in rete di queste ultime settimane sull’inserimento, nel testo della legge finanziaria da presentare all’esame dei due rami del parlamento, di una modifica dell’articolo 65 della legge sul diritto d’autore, che disciplina la citazione e la riproducibilità di articoli ripresi da giornali e riviste.

La modifica, prevista all’art. 32 del collegato fiscale, recitava testualmente:

"All’articolo 65 della legge 22 aprile 1941, n. 633, dopo il comma 1, e’ inserito il seguente: «1-bis. I soggetti che realizzano, con qualsiasi mezzo, la riproduzione totale o parziale di articoli di riviste o giornali, devono corrispondere un compenso agli editori per le opere da cui i suddetti articoli sono tratti. La misura di tale compenso e le modalità di riscossione sono determinate sulla base di accordi tra i soggetti di cui al periodo precedente e le associazioni delle categorie interessate. Sono escluse dalla corresponsione del compenso le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165»."

Inutile sottolineare come la modifica al testo di legge abbia posto in allarme il mondo dell’informazione via web. Si è parlato, probabilmente usando un termine improprio, di "pizzo" sull’informazione, e non sono mancate le iniziative di protesta, prima tra tutte quella di Peacelink, volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle inevitabili conseguenze che l’approvazione del testo avrebbe comportato:

a) l’impossibilità da parte di chiunque (cioè il "soggetto") di cui parlava la finanziaria) di realizzare rassegne stampa su qualsivoglia sito (dal portale al blog personale) senza pagare un corrispettivo non meglio identificato;

b) l’impossibilità di determinare il compenso e di compiere controlli accurati su chiunque riproduca illecitamente un articolo di giornale e, last but not least, di quantificare il danno subito dall’editore in caso di mancanza di accordi tra l’incauto gestore del sito web e le fantomatiche "associazioni di categoria".

L’onorevole Franco Grillini, deputato dell’Ulivo, in una nota, ha affermato che "la commissione Bilancio della Camera ha soppresso la parte relativa all’editoria ricompresa nel collegato fiscale" e sono stati molti coloro che hanno tirato un comprensibile sospiro di sollievo di fronte allo scampato pericolo.

Il punto è che il pericolo non è affatto scampato.

La prima minaccia immediata è data dalla reale ed effettiva possibilità che l’art. 32, ancorché stralciato in sede di Commissione Bilancio, possa essere ugualmente reintrodotto nella versione definitiva (ed esecutiva) della legge, qualora il Governo decida di porre la questione di fiducia in Parlamento.

Non si tratta di una ipotesi, ma di una possibilità reale e concreta, che porterebbe all’approvazione di un testo "blindato", senza alcuna possibilità di modifica e di discussione.

Ma c’è di più. Quella che veniva legittimamente vista come una scelta liberticida nella gestione della libertà di circolazione delle idee e delle informazioni, era, in realtà, solo l’ennesimo giro di vite a un dispositivo di legge che liberticida lo era già per conto proprio.

Nella foga delle proteste, probabilmente nessuno si è preoccupato di andare a leggere l’art. 65 della legge sul diritto d’autore, per vedere come stavano effettivamente le cose. Eccone il testo:

Gli articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso, pubblicati nelle riviste o nei giornali, oppure radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico, e gli altri materiali dello stesso carattere possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l’utilizzazione non è stata espressamente riservata, purché si indichino la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell’autore, se riportato.

Dunque, la tanto decantata libertà di rassegna stampa non solo non esiste, ma non è mai esistita, di fatto, neanche per la rete.

In primo luogo perché condizione necessaria e sufficiente per la libera riproduzione è che l’utilizzazione dell’articolo non sia stata "espressamente riservata" (e nei siti on line dei principali quotidiani e riviste italiani, la dicitura "Tutti i diritti riservati" è all’ordine del giorno, sono pochi caratteri, scriverli costa solo qualche secondo di lavoro e l’effetto è incommensurabilmente favorevole all’editore, praticamente un investimento a lungo termine).

Secondariamente, occorre che l’articolo sia di "attualità", ovvero che rivesta un interesse contingente, reale, immediato, riferito alla realtà del tempo che stiamo vivendo. Probabilmente riprodurre un articolo sui test nucleari della Corea del Nord è un argomento attuale, ma potrebbe sorgere il dubbio che gli articoli di Camilla Cederna sul Presidente Leone, pubblicati alla fine degli anni ’70, non lo siano più.

Gli articoli che si possono riprodurre devono avere "carattere economico, politico o religioso", il che taglia fuori tutta una serie pressoché infinita di altre possibilità, quali ad esempio gli articoli su argomenti scientifici (eppure la notizia della scoperta un nuovo farmaco dovrebbe essere sufficientemente "attuale"), culturali (la recensione di un libro, di uno spettacolo, di una mostra, di un CD, un’intervista al Premio Nobel per la Letteratura), tecnologici (secondo il dettato della legge non solo non si potrebbe parlare delle innovazioni nel campo di Internet, ma in teoria non si potrebbe riportare neanche un articolo sull’invenzione del trattore a cingoli. O di qualche marchingegno per la spemitura delle olive. E chi più ne ha più ne metta.)

La ciliegina sulla torta è data dal fatto che per avere diritto a riprodurre articoli da giornali o riviste, bisogna essere, a propria volta, giornali, riviste, o, comunque, entità editoriali assimilabili. Dunque, restano esclusi i siti web, i blog, le mailing list, i newsgroup, e tutto quello che ha l’unico demerito di non essere riferibile e assoggettabile alle leggi sulla stampa.

Dunque, la tanto decantata libertà di rassegna stampa non c’è mai stata. E’ un bluff, o, come ama dire Beppe Grillo, che nel suo blog ha scritto un interessante contributo sul tema, è un incantesimo.

Il legislatore non si è accorto della velocità con cui le informazioni circolano in rete, e delle nuove e più efficaci modalità di diffusione. Oppure, se se n’è accorto, ha lasciato fermo un articolo di legge che non ha quasi più nessuna aderenza a una realtà che si è fatta variegata e multiforme, e che sfugge, per sua natura, alle regole.

La distanza abissale tra legge e consuetudine segna un solco talmente profondo da risultare ormai incolmabile, e gli emendamenti liberticidi aggiunti a una legge finanziaria non rendono certo un servizio a nessuno.

Di sicuro c’è che soltanto l’uso delle licenze libere permette, allo stato dei fatti, una circolazione delle notizie e delle idee capillare ed efficace. Sfuggendo sia dalle logiche dei grandi gruppi editoriali tradizionali, ma anche da quelle di un palazzo che non è più capace di affrontare le esigenze della comunicazione in rete.

Valerio Di Stefano

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