Valerio Di Stefano – E-book a pagamento, ma con i soldi pubblici

Si riapre il dibattito del libero accesso alla conoscenza pagata con i soldi dei cittadini.

[ZEUS News - www.zeusnews.it - 04-04-2006]

L’e-book è ancora una volta al centro delle polemiche. Nella sezione "Scienza e tecnologia" di "Repubblica on line", un articolo di Alessandro Longo riferisce dell’ennesimo faraonico progetto per la realizzazione di una Biblioteca Digitale Europea e della conseguente digitalizzazione e messa a disposizione degli utenti di Internet del patrimonio librario delle biblioteche.

Non è la prima volta che si parla (anche e soprattutto a sproposito) della digitalizzazione del mondo. Dalle titaniche imprese di Google alla convocazione di 20 consulenti per la supervisione dei lavori di quest’ultima iniziativa, la mania tipicamente borgesiana di realizzare un catalogo dei cataloghi, una fotocopia nel mondo del virtuale del mondo librario reale sembra essere uno dei crucci principali del primo gruppo di potere (pubblico o privato) di turno.

 

Non mancano le cifre, naturalmente pompate, che prevedono, entro il 2008, oltre due milioni di opere digitalizzate a disposizione del pubblico.

In Italia le biblioteche statali, regionali e universitarie, secondo quanto riferito da Paolo Galluzzi, direttore del Museo di Storia della Scienza di Firenze, dovrebbero far confluire i loro progetti di digitalizzazione nel famigerato Internet Culturale, il portale culturale istituzionale che è costato ai contribuenti italiano oltre 37 milioni di euro e che continua ad essere un immenso contenutore vuoto.

Effettuare una ricerca tra i fondi digitalizzati delle biblioteche italiane è una pura illusione, si viene costantemente rimandati a una pagina che comunica: "Spiacenti, il servizio è temporaneamente sospeso." Come dire che un servizio pagato con i soldi pubblici non è disponibile per i cittadini.

E’ un dato che non deve stupire. Se esistono opere pubbliche destinate alla sanità, all’istruzione, al lavoro, alla giustizia che sono regolarmente inutilizzati (scuole, ospedali, servizi, tribunali) questo è il primo e più eclatante esempio di sperpero di pubblico denaro nel mondo della cultura in rete.

Non è un caso che riguardi proprio il bene culturale primario per eccellenza, il libro, con tutte le implicazioni che questo comporta. Ma non è finita. Quanto è già stato pagato con i soldi pubblici sarà a pagamento.

Secondo Longo, in una prima fase gli utenti potevano soltanto leggere i libri sul proprio browser, in forma gratuita, mentre l’operazione di download, disponibile solo successivamente, sarà a pagamento, con la motivazione ufficiale di rifondere i costi a quelle biblioteche che avranno messo a disposizione le singole opere digitalizzate.

Appare a dir poco scandaloso che ciò che viene pagato con il denaro di tutti debba essere ulteriormente pagato, ma sembra proprio che questa sia la direzione che intende prendere il progetto italiano dell’erigenda Biblioteca Digitale Europea.

Come è ovvio e prevedibile, la possibilità di rilasciare i contenuti con licenze alternative (ma non opposizione) al tradizionale regime di copyright, non è stata lontanamente presa in considerazione. Le biblioteche non hanno un soldo, e i soldi pubblici che dovrebbero servire per finanziare questi progetti restano nella disponibilità dei ministeri. Che li usano per creare strutture che dovrebbero accogliere il contributo delle biblioteche, a cui, tuttavia, andranno gli spiccioli degli utenti finali: studenti, insegnanti, utenti residenti in luoghi disagiati o in paesi con una grave penuria di biblioteche.

Anche in questo l’Italia non è alle prime armi. Dagli anni ’90 e per quasi dieci anni l’e-book è stato soprattutto il pretesto per la creazione di Onlus e organizzazioni attraverso le quali raccogliere quote associative e donazioni deducibili dalla dichiarazione dei redditi, dietro una facciata di volontariato. La Biblioteca Digitale Europea non fa altro che amplificare questa logica consolidata e renderla più forte in una prospettiva che anziché portare la conoscenza al servizio di tutti in una prospettiva libera la fa passare da una serie di inutili balzelli.

Innumerevoli le obiezioni che si potrebbero muovere sull’uso dei formati digitali più o meno proprietari e sul rispetto delle norme del diritto d’autore da parte delle singole biblioteche (come è noto le leggi sul copyright presentano delle varianti anche notivoli da Stato a Stato). E’ altamente improbabile che l’utente finale possa accedere a edizioni recenti di opere letterarie, cinematografiche o musicali.

Una volta vagliato il contenuto alla luce di quanto disposto dalla legge 633/41 e successive modifiche, all’utente finale non resta altro che digitalizzare quanto è stato messo a disposizione a pagamento e restituirlo gratuitamente alla comunità.

Si metterebbero in moto così quei meccanismi che fanno dell’opera libera un’opera liberata non solo rispetto alle leggi, ma anche e soprattutto rispetto alle coscienze degli individui.

 

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