Undicesimo: non guardare!

No, non l’ho visto Benigni, sono ancora abbastanza preconcezionista da potermelo permettere.

C’è un sacco di gente sui social network che è andata sproloquiando sul fatto che Benigni, se non ti piace, lo puoi tranquillamente ignorare guardando qualcos’altro. Io tra un po’ non ho nemmeno una televisione decente, figuriamoci.
Ma chi lo dice è chiaramente in mala fede. Perché il messaggio non è “Non ti piace Benigni, cambia canale!” ma “Se non ti piace Benigni è una posizione legittima perché purtroppo viviamo in una democrazia, mi basta che tu non venga a turbare le mie opinioni che, invece, sono entusiastiche”. Ovvero “A me piace Benigni e lo dico, e te a cui non piace Benigni stai zitto”.

Non l’ho guardato, ve l’ho detto. Ciò non ha impedito a Benigni di combinare un sacco di danni lo stesso.
Il primo è che grazie a lui si sono svegliati tutti biblisti. Gente che non sapeva distinguere il Deuteronomio da un salame aquilano da stamattina pontifica sui sacri testi che, voglio dire, dovrebbero solo abbassare la cresta.
Il secondo danno è quello che risiede nell’illusione che ha il pubblico di aver udito dei ragionamenti originali. A me i dieci comandamenti me li faceva imparare Don Vellutini al catechismo, ed eran nocchini nel capo se poi non li sapevo. Voglio dire, tanto per fare un esempio, “Onora il padre e la madre” lo conosciamo tutti, ma, guarda caso, Benigni non ha parlato dei padri e delle madri che non onorano i propri figli al punto di ammazzarli. “Onora il tuo assassino” potrebbe essere un comandamento Benigni-compliant? Che poi la gente che l’ha applaudito è la stessa che vorrebbe vedere alla forca la mamma del piccolo Loris e allora di che cosa stiamo parlando?
Il terzo danno mi ripugna un po’ farlo presente, ma lo faccio lo stesso: nella scuola pubblica ci sono insegnanti di religione (di ruolo e/o precari) che lavorano un’ora alla settimana per classe. Generalmente vengono anche presi per il culo, ma hanno appena il tempo di entrare, sedersi, raccontare due cose, andare nella classe a fianco e ricominciare. Guadagnano dai 1200 ai 1600 euro al mese. Sono anche nominati dalla Curia Vescovile, quindi sono doppiamente controllati (dal Vescovo e dal Dirigente Scolastico): combina qualcosa che non sia “in linea” e ti scordi di lavorare nella scuola pubblica.
Quanto meno per una questione di mero rispetto per chi lavora in questo settore (e potete immaginare quanto sia lontano dal mio modo di pensare l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole) il servizio pubblico che paga centinaia di migliaia di euro un comico per fare una lezioncina di religione questa se la poteva risparmiare.

La Divina Commedia, la Costituzione, i Dieci Comandamenti, son tutte cose che Benigni non ha scritto e quindi la smetta di sguazzarci dentro come se fossero sue. O, quanto meno, quando ci recita il conte Ugolino alla televisione, abbia la bontà di far scrivere sul titoli di testa: “Testi originali di Dante Alighieri”. Perché, in fondo, che ha fatto? Ha solo espresso una lettura (tra le migliaia possibili) di questi testi. Un punto di vista. Nel 1983 sparava battute (quelle sì, esilaranti) come «Perché si chiama Democrazia Cristiana? Perché vogliono fare i furbi. Democrazia va bene, ma Cristiana? Perché? Come se io, per prendere i voti degli elettricisti, mi chiamassi Democrazia Elettrica.» Ed ha finito per fare uno show altamente democristiano, con le storielline, la morale e l’insegnamento. Per l’amor del cielo, va bene, ma andava ancora meglio ai tempi del Sacchetti e del Novellino; questo “miscere utile dulci” sa di Medioevo, quando i predicanti raccontavan le novelle al popolino per farlo star buono o per rafforzare in lui l’idea della fede (magari anche pregonizzando qualche sorta di castigo divino che male non faceva). E poi pigliavano anche qualche offerta, in natura o in denaro.

Sicché jersera ho pensato che quel tempo in cui Benigni stava lì salterellando e ripetendo parole iperbòliche come “Bellissimo” “Meraviglioso”, “Fantastico” e via divineggiando, potesse essere impiegato meglio leggendo un libro. Così ho fatto e così spero di voi.

(Per la redazione di questo post mi sono servito di alcune idee di Dalia Collevecchio e Roberto Scaglione)

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