Roberto Benigni e il popolo della Lega

E’ tornato Benigni in televisione.

Fazio lo ha introdotto come uno “a cui vogliamo tanto, tanto, tanto bene”. E giù lodi, citazioni di Federico Fellini, solita sigla da fanfara, applausi, “grazie tante, che gioia, che gioia…”, “che bella presentazione!”, “è tutta una meraviglia… una gioia”, “come passa il tempo!”. E va beh…

Benigni ha usato il suo solito linguaggio, ormai stilizzato, cristallizzato, quanto meno déjà vu (“quanto mi è piaciuto questo centocinquantenario”, “il risorgimento… ma la grandezza di quel periodo…”, “io un applauso glielo rifarei a questa unità…”, “…gente che ha dato la vita…”, “siamo abituati a risorgere”, “ci si voleva bene”, “la fraternità che è questa parola spettacolare”, “è una cosa bellissima”, “quanto ti voglio bene tu non lo sai…”)

Ha usato, il Benigni, anche parole per la crisi della Lega. Doveva essere satira e, probabilmente, lo è anche stata. Una satira non esattamente pungente, come si richiederebbe a un comico che rivolge i suoi effetti ridanciani nei confronti del potere, ma comunque una forma di satira.
Ora, quando il comico prende di mira il potere (cioè sempre!) solitamente non chiede scusa. O non trova giustificazioni e scuse nei confronti di chi il potente l’ha eletto.

E invece:

“…mando un saluto alla base leghista, sono grandi lavoratori, operai, imprenditori eccetera… e quindi sapranno riprendersi, COLTIVARE l’idea del federalismo, che è una bella idea politica, abbandonare quell’altra cosa che è terribile e crea solo disgrazie e le violenze, le secessioni, quelle cose… E’ un popolo straordinario e sapranno riprendersi. Adesso… c’è stato un momento… dico proprio la base, il popolo leghista che sono dei grandi lavoratori, hai capito, questo volevo dirlo proprio perché… perché è importante, ecco, che siamo un grande popolo… un grande popolo… e la fratellanza…”

La cosa più temibile, dunque, sarebbe la secessione. Perché l’antimeridionalismo, l’inserimento del reato di clandestinità degli immigrati, le folle plaudenti ai comizi di Borghezio, l’intolleranza, i commenti sopra le righe a Radio Padania Libera, l’alleanza con Berlusconi, quelle no, non sono cose temibili.

La tendenza a dire e smentire, lanciare satira e addolcirla, fare il comico e affermare che non sono cose serie perché, si sa “si fa per scherzare…”, a tirare il sasso e rimpiattare la mano, oppure porgerla con il sorriso del monelletto alla bacchettata della Signora Maestra di turno (già, ma chi sarebbe la Maestra e quale sarebbe la bacchetta??) è tipica negli italiani, ma non dovrebbe esserlo nei comici. Siamo a una captatio benevolentiae che non trova nessun aggancio con un’espressione plausibile della realtà.

Non ne abbiamo bisogno. Non ne possiamo più.

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Comments

  • Alessandra  On 18 aprile 2012 at 13:22

    Perfettamente d’accordo. Immagino che i comici invecchino male. Ieri sera Benigni è stato intervistato a fianco di Woody Allen, per presentare l’ultimo film. Sembravano una pessima imitazione di sè stessi. A una certa età perdono la trebisonda.

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