Paolo Attivissimo: “Un po’ complottisti lo siamo tutti”

(…) in realtà, «un po’ complottisti lo siamo tutti», dice Paolo Attivissimo, debunker, giornalista scientifico, da anni attento rivelatore di bufale e smascheratore di falsi complotti (il suo blog, il Disinformatico, è uno dei più seguiti). «Lo sono anche io», confessa.

da: https://www.linkiesta.it/it/article/2014/12/05/il-complottismo-nasce-da-cio-che-ci-rende-umani/23790/

 

(ah, ecco… sta parlando per sé!)

“Questo lo dice lei”

“Questo lo dice lei” è diventata la parola d’ordine degli arrivisti incompetenti o degli incompetenti tout-court, il grimaldello per le neo prepotenze di un neofascismo che si sta insinuando nella coscienza degli italiani.

Lo ha detto il vice ministro del MEF Laura Castelli a Padoan durante una puntata di “Porta a porta” ed è diventato subito virale. Adesso tutti sapranno che se vai dal medico che ti fa una diagnosi che non accetti ti basterà dirgli “Lo dice lei che ho questa malattia!” per scardinarne l’autorità o l’autorevolezza.

In fondo è semplice. Lui, Carlo Padoan, economista di fama mondiale, docente in varie università in Italia e all’Estero, ex direttore per l’Italia del Fondo monetario internazionale, capo economista dell’OCSE, due volte ministro dell’Economia ha detto:  «Ora le spiego una cosa, che forse non le è chiara. Se aumenta lo spread, diminuisce il valore capitale degli attivi delle banche e, quindi, le banche si devono rifare alzando il costo del finanziamento»

La Castelli (M5S, mi ero dimenticato), sottosegretaria del ministero dell’Economia, diploma di ragioneria, laurea triennale in Economia aziendale, titolare di un Caf, ex addetta alla sicurezza dello stadio di Torino, ha risposto “Questo lo dice lei”.

E lì il tuo interlocutore può essere un luminare dell’economia, o di qualunque altra materia dello scibile umano, ma lo smonti, lo mandi in tilt, lo delegittimi e, con lui, tutto quello che dice. E’ ovvio che, contestualmente, ti sputtani (perché per contraddire Padoan ci vuole ben più di un vice ministra dell’Economia e Finanze con la laurea triennale in economia aziendale) e anche di brutto, però intanto hai fatto un gesto di dissacrazione. Chi è questa persona che solo per aver studiato e per insegnare economia nelle università più prestigiose d’Italia e del mondo pretende anche di aver ragione?? Ma come si permette??? E così si dà il via alla delegittimazione.

Essere sprezzanti ed irridenti nei confronti di chi ne sa più di noi non è forse il sogno di tutti noi fin dai banchi delle scuole elementari? La Castelli non ha fatto altro che dare corpo a questo sogno collettivo e fornire l’opinione pubblica di quel piede di porco necessario per scardinare l’autorità. Rimettendoci, in primo luogo, la sua credibilità personale.

Burioni e quei cinquanta casi di reazioni avverse rilevanti da vaccini in Puglia

burioni+

Io non sono un no-vax. Viva i vaccini, perdìo, per il bene immenso che hanno reso all’umanità intera.

Però una volta mi fecero un vaccino ed ebbi una grave reazione avversa, tanto che temetti di rimetterci le penne. Non ce le rimisi, ma ricordo ancora quell’esperienza, e ogni volta che penso di vaccinarmi contro l’influenza di stagione non ne faccio di niente.

Poi oggi ho letto un tweet di Roberto Burioni che recita “Danneggiato da vaccino? I vaccini sono i farmaci più sicuri che abbiamo!” A dire la verità la mia esperienza mi insegna esattamente il contario. Ma proseguiamo nella lettura: “SETTE MILIONI di dosi somministrate tra il 2013 e il 2017 in Puglia una cinquantina di reazioni avverse rilevanti ma NESSUNA CONSEGUENZA PERMANENTE.” E che cazzo, meno male, no? Se i vaccini sono sicuri al 100% non si sarebbe dovuta registrare nemmeno quella cinquantina di reazioni avverse. Se si è registrata è segno evidente (lo stesso Burioni le definisce “rilavanti”) che esiste un margine, pur minimo, in cui non è possibile prevedere l’evolversi positivo e senza incidenti del percorso che va dalla somministrazione all’immunizzazione vera e propria.

E quindi, Burioni dovrebbe dirlo a quei cinquanta casi di reazioni avverse “rilevanti” (quali?? Ad esempio, ci sono stati ricoveri a seguito della somministrazione??) che i vaccini sono i farmaci in assoluto più sicuri che abbiamo. A meno che non voglia considerare queste cinquanta persone come un “incidente” statistico sui sette milioni di cui parla. Non sarebbe medicamente ed eticamente accettabile.

E pensare che sarebbe bastato dire “I vaccini, in un numero estremamente limitato e ristretto di casi, purtroppo possono dare reazioni avverse rilevanti.” Sfiga, poi, per chi ci capita.

Chi ha paura di Cappuccetto Rosso?

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Non siamo in un paese normale, in cui, pure, il tema della solidarietà nei confronti degli altri dovrebbe essere preponderante, tanto che non dovrebbe esistere un “Prima gli italiani”, ma un “Prima chi ha bisogno”, se, come sta accadendo, la notizia del rapimento della volontaria Silvia Romano in Kenya viene corredata da una sorta di torrente fluviale di hate speeching in cui la trattano da “oca giuliva”, e le dicono che se avesse continuato a fare la volontaria nel contesto più umile e discreto della parrocchietta tutto questo non le sarebbe accaduto, condendo le violente considerazioni con un prosaico “Se l’è andata a cercare”.

Sono gli stessi imbecilli che pontificano che si deve andare ad aiutare i neri in casa loro e non accoglierli in casa nostra, ma poi quando qualcuno ci va è un’oca giuliva che se l’è andata a cercare, quindi cosa ci possiamo fare noi se Cappuccetto Rosso è andata dritta dritta in bocca al lupo cattivo? Oltretutto ci costerà un sacco di soldi in operazioni umanitarie, missioni all’estero, riscatto.

E di Cappuccetto Rosso ha parlato ieri nella sua rubrica “il Caffè” del Corriere della Sera Massimo Gramellini che, da par suo, ha scritto testualmente: “Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta. Ed è vero che la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto.”

Gramellini parla di “smanie di altruismo” e dà ragione agli imbecilli di cui sopra che sottolineano il “cosa vuoi mai farci adesso?” di gucciniana menoria. Ma non è che le smanie di altruismo non sono altro che quella che i cattolici da sempre chiamano “vocazione”, quella che ti fa andare anche in un “villaggio sperduto” del Kenya a rischiare la pelle per dare una mano alla popolazione di lì e fare qualcosa in cui credi fermamente? Ma a chi ha dato fastidio Silvia Romano, alias gramelliniano Cappuccetto Rosso, nel fare la propria scelta di vita? Ai commentatori folli di Facebook e Twitter che dal calduccio delle loro case si collegano con i loro computerini o i loro smartphone della malora per riversare strali di veleno sotto forma di byte apparentemente innocui e protetti da una forma di pseudonimato quando non di anonimato vero e proprio per cui chi vuoi che vada a cercarli, e poi, anche se fosse, “abbiamo sempre espresso un’opinione”. Ai giornalisti di regime che non trovano altro da fare che dare ragione ai suddetti imbecilli comodosi, che vorrebbero la volontaria cameriera nelle mense della Caritas piuttosto che in Kenya ad aiutare i bambini come voleva lei (e, ripeto, si tratta solo di sacrosante scelte).

E così lo sbaglio di Silvia Romano è stato solo suo, e il caso del suo rapimento è diventato un’occasione da parlarne durante un caffè: “Ah, signora, mi lasci dire, questi giovani d’oggi sono proprio degli spericolati senza sale in zucca, abbiamo tante situazioni di povertà in Italia, che cosa ci combinava andare fin laggiù??”

E la tazzina vuota ricade sul piattino facendo rumore. Il caffè è finito, i giudizi sommari sono stati dati, Silvia Romano è nelle mani dei rapitori ma del resto se l’è voluta. Appuntamento con un’altra tazzina a domani, quando di Silvia si parlerà sempre meno.

SeroBOT censura i contributi nella Wikipedia spagnola

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Anch’io uso Wikipedia. La uso nel senso che la sfrutto. Utilizzo, cioè, le sue risorse per informare i suoi utenti del materiale presente per il libero download su www.classicistranieri.com. Ogni tanto modifico qualche voce e ci metto un link. Non è “vandalismo”, come lo chiamano impunemente i wikipediatici, è informazione, è mettere in comune una risorsa, è dire “Guardate, c’è questa cosa, se volete la trovate qui”.

L’altro giorno ho modificato la voce “Don Quijote de la Mancha” della versione spagnola di Wikipedia. Ci ho messo il link alle mie concordanze dell’opera, disponibili, appunto su classicistranieri.com.
Sono un’opera di consultazione che può essere utile a qualcuno, non esiste da nessun’altra parte ed è disponibile in più versioni (formati di testo).

Come era da prevedersi, la modifica è stata rifiutata. E chi può fargliene una colpa? Ognuno in casa propria agisce come meglio crede, se non vogliono il mio contributo non vedo perché dovrei incazzarmi (oltretutto quelli della versione italiana l’hanno accettato tranquillamente). Ma CHI è stato a rifiutare la mia modifica? Un certo SeroBOT, un robot, un computer, una macchina che è stata programmata “per sapere che tipo di modifiche sono dannose o realizzate in buona fede”.

Et voilà, ora la buona fede si calcola con un algoritmo, non esiste più nemmeno il wikipediota-tipo che una volta ti ripristinava la versione precedente ma almeno ti dava uno straccio di spiegazione (solitamente “Qui decidiamo noi, e se abbiamo deciso che il tuo è vandalismo è segno che è vero”). Adesso fa tutto un robot, e le sue decisioni, quali che siano, te le tieni.

E’ segno evidente che Wikipedia sta implodendo e che i volontarissimi non sono più in grado di gestire il sapere, le varie modifiche, i contributi esterni. E’ una questione di paura, nient’altro. Se ci fosse stato qualcuno che si fosse preso la briga di andare a vedere di che cosa si trattava, FORSE (e sottolineo FORSE) il contributo sarebbe passato. E FORSE l’argomento sarebbe stato migliorato. Ci chiamano “vandali”, noi contributori esterni. E non è che ci guadagno chissà che cosa. Il traffico proveniente da Wikipedia rappresenta sì e no il 2-3% delle visite del sito.

Ma è Wikipedia, e non bisogna più stupirsi di nulla.

Medici Senza Frontiere si faccia processare

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Non è la prima volta che “Medici Senza Frontiere” è sotto il mirino della magistratura. Un anno fa si parlò di abusi sessuali, dopo lo scandalo Oxfam, ma la gente pare essersene dimenticata. La ONG se la cavò con una sorta di mea culpa e con un’autodenuncia in cui si parlava di tolleranza zero e di licenziamenti di 19 persone accusate a vario titolo. Federica Nogarotto, già capomissione di Medici Senza Frontiere, ebbe a dichiarare in quell’occasione: «Stiamo parlando di comportamenti non corretti di singoli individui, ve lo ricordo. Stiamo parlando cioè di mele marce, 40 casi su oltre 40 mila nostri operatori in tutto il mondo. È chiaro, però, che lasci l’amaro in bocca…»

Mele marce, dunque, eventi del tutto casuali e che non potevano nè dovevano intaccare l’immacolata immagine di MSF di fronte alla opinione pubblica italiana. Oggi arriva l’accusa di illecito trattamento dei rifiuti su cui Medici Senza Frontiere dichiara in un tweet: “Si accusa #MSF che da cinquant’anni salva vite in 72 paesi del mondo, che ha ricevuto un Nobel per la pace, di aver messo in piedi un’organizzazione criminale finalizzata al traffico illecito dei rifiuti.” E allora? Non si può?? O, forse, proprio perché MSF ha vinto un Premio Nobel deve essere per forza immune dalle inchieste della magistratura? C’è, nell’indignazione davanti a un atto istituzionale, una presunzione immensa, un senso di superiorità e di impunità mai visto, la voglia di fare tutto un fagotto di quelle che, allo stato delle cose, sono solo accuse.

E dalle accuse ci si difende. Per cui quello che mi aspetto e che tutti dovremmo aspettarci è che MSF affronti il procedimento penale che la riguarda senza inutili piagnistei, come lo affronterebbe qualsiasi cittadino italiano. Che uno poi dice: “ma con queste notizie la gente non donerà più il proprio denaro per gli scopi della ONG”. Ma vorrei anche vedere il contrario. Nessuno manderebbe un figlio a scuola se un professore fosse indagato per abuso di mezzi di correzione (indagato, ho detto, non condannato), ed è perfettamente normale che la gente non affidi i suoi soldi a una associazione che viene accusata di aver scaricato nei porti italiani rifiuti pericolosi a rischio infettivo. Saranno anche innocenti, non lo metto in dubbio, ma i miei soldi sono i miei soldi e non sono disposto a darli a chi tratta l’abuso sessuale come un incidente di percorso o cerca di minimizzare una accusa così pesante come il traffico illecito dei rifiuti con la scusa della solidarietà e del salvataggio di vite umane. Potrebbero non essere più in grado di svolgere la loro missione? E chi se ne frega! Non sono mica i soli che operano su quel tipo di interventi, ci sarà pur qualcuno che si occupa di assistere medicalmente chi ha bisogno, magari negli ospedali, e che non è stato accusato di un bel niente.

La mia avversità a ONG, ONLUS e categorie assortite è abbastanza nota. Ma ora basta scuse e ridicolaggini: Medici Senza Frontiere ci dimostri, al di là di ogni ragionevole dubbio, di essere degno del Premio Nobel che le è stato conferito, perché la gente non pettina le bambole e i suoi soldi non crescono sugli alberi. Oh.

Le “Istruzioni per diventare fascisti” di Michela Murgia

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Si fa un gran parlare di questo bel libro di Michela Murgia e del “fascistometro” che lo conclude. E a ragione. Michela Murgia è una brava scrittrice, con un ottimo senso dell’umorismo, che, a detta di Chesterton, in una citazione che la Murgia ama molto, è anche e soprattutto “senso della misura” (della Murgia vi ricordo il vecchio ma esilarante “Il mondo deve sapere”, scopiazzato e trasportato sul grande schermo da Paolo Virzì), dalla scrittura a tratti scarna e asciutta (il suo “Accabadora” è un respiro di sollievo nel panorama desolante delle lettere italiane, pieno di arminute seducenti), teologa fine e intelligente (“Ave Mary” è, prima di tutto, una lezione di metodo su come si scrive un saggio, sia pure destinato al grande pubblico). Queste “Istruzioni per diventare fascisti” sono un gioco gigantesco, un paradosso assurdo, una provocazione continua che tanti (troppi) continuano a prendere tragicamente sul serio. Un rovesciamento totale di prospettive, per cui, sempre per assurdo, il fascismo diventa una forma di governo ben più economica e conveniente rispetto alla democrazia, in cui internet viene visto come un male perché permette di condividere il proprio pensiero (quando per un perfetto fascista non ce ne sarebbe assolutamente bisogno, aderendo più convenientemente al pensiero unico e livellato del capo, destinato a pensare e agire per conto della gente che lo delega), in cui le frasi fatte e gli stereotipi diventano verità assolute a cui aderire pedissequamente (la Murgia, saggiamente, li colleziona e li raccoglie nel “fascistometro”).

E a proposito del “fascistometro”, l’ho compilato anch’io. Ho totalizzato un punto. Sono classificato come un democratico incazzato, ovvero terreno di coltura ideale per il fascismo quello vero (non quello derivante dai paradossi della Murgia), ma questa definizione valeva anche per chi avesse riportato 0 punti. Come a dire che il fascista che è in noi, quali che siano le condizioni di partenza, è sempre pronto ad esplodere come un sozzo bubbone d’un livido paonazzo di manzoniana memoria.

Applausi a Michela Murgia, e voi, razza di infingardi che altro non siete, compratelo (costa solo 12 euro), regalatelo, ma, soprattutto, leggetelo e catapultatevi di sotto dalle risate.

Gli uomini sono tutti pezzi di merda

Tratto da it.wikipedia.org. Loro dicono che la foto è in pubblico dominio ma io non ci credo.

Tratto da it.wikipedia.org. Loro dicono che la foto è in pubblico dominio ma io non ci credo.

E così, il neorisorto programma RAI “La TV delle ragazze”, si è fatto notare per la battuta della Finocchiaro che, circondata nello spot da bambine curiose e particolarmente vivaci (anche se evidentemente indotte a recitare una parte), annuncia di dover dire loro una cosa “molto, molto importante”. Le bambine reagiscono con comprensibile curiosità e alla fine l’arcano si svela: “Gli uomini sono tutti pezzi di merda”. “Anche il mio papà??” chiede ignara una bambina. “Soprattutto il tuo papà”, risponde stronzissima la Finocchiaro.

Tutto lì. E’ ovvio che su quotidiani come “il Giornale”, il “Secolo d’Italia”, “Libero” e altri si è scatenata una caccia all’attrice, rea a loro dire di aver veicolato messaggi negativi, di aver svilito la figura paterna, di aver detto una parolaccia (Infatti loro “merda” la abbreviano “m.” che non ho mai capito a che cosa serva, ma a qualcosa servirà). La Lega pretende dall’attrice scuse pubbliche e immediate, Capitanio del carroccio invoca provvedimenti disciplinari a carico dell’attrice. E va beh, ma è satira. la satira travalica ogni cosa, deforma la realtà e la piega allo scopo di far ridere e riflettere. E’ chiaro che non è vero che tutti gli uomini siano dei pezzi di merda, ma la generalizzazione è propria del processo umoristico e l’ironia nasce proprio da questo.

Forse non è stata una delle battute più felici della Finocchiaro. Proprio perché si basa su uno stereotipo, un luogo comune che ripetuto all’eccesso (quante volte ce lo sentiamo dire??) finisce col perdere la sua valenza critica per diventare quello che è, una frase fatta. Brutta (se vogliamo), che non fa ridere (certo), ma è pur sempre diritto di satira e ci mancherebbe anche altro offendersi per così poco. Poteva fare di meglio, questo sì, ma poteva anche fare di molto peggio. Non trovo nulla di offensivo nello sketch della Finocchiaro, ma mi chiedo che cosa sarebbe successo se a girare quel minispot sulla merdàggine del genere umano fosse stato un comico maschio, contorniato da bambini, che avesse detto “le donne sono tutte stronze” (o qualsiasi cosa aggettivale o sostantivale vi suggerisca la frase fatta e denigratoria), col bambino maschio che alza la manina e chiede “Anche la mia mamma??” e la risposta fulminante “Soprattutto la tua mamma!!” Ci sarebbe stato un plebiscito di indignazione, soprattutto femminile (oltre che femminista) con valanghe di tweet di condanna da parte della solita sinistra benpensante e quattrinaia (così ben rappresentata dalla “TV delle ragazze”) con tanto di radiazione del comico dalle fila della RAI. Forse la differenza fra uomini e donne è proprio questa: noi uomini, se ci dànno del pezzi di merda ci ridiamo. Le donne, se qualcuno dà loro delle “stronze” si incazzano a morte.

MA è, sempre e comunque, satira. Dio mio…

Stefania Pucciarelli: da casalinga a Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani

Cattura

Stefania Pucciarelli:

– ha il diploma di studi di scuola media inferiore;

– ha precedentemente svolto la professione di casalinga;

– è Vicepresidente del gruppo del Senato L-SP-PSd’Az dall’11 luglio 2018;

– secondo quanto riportato dalla sua pagina di Wikipedia sarebbe stata attenzionata dalla giustizia “A causa di un like messo sotto un post su facebook in cui si diceva: «Certe persone andrebbero eliminate dalla graduatoria dal tenore di vita che hannoE poi vogliono la casa popolareUn forno gli darei» ” [giugno 2017]

– ha commentato con la frase «se uno deve pagare per essersi difeso, è meglio che la mira la prenda per bene» la notizia della condanna al risarcimento di 120.000 euro nei confronti di un cittadino che aveva sparato a un gruppo di ladri rom; [luglio 2012]

– nel settembre 2012 ha scritto: «un bambino deve avere un papà maschio e una mamma femmina, è quello che regola la natura per la riproduzione» ; 

– ha affermato che «non abbiamo paura di dirci cristiani e di difendere la famiglia naturale e tradizionale»

– ha scritto «Ora capisco perché le zecche dei centri sociali non vanno a tirar sassi nei comizi del Pd e dei 5 Stelle: in loro hanno trovato chi li tutela» ; [2015]

– ha dichiarato «finalmente al campo rom di Castelnuovo Magra sono tornate le ruspe»; [alcuni giorni or sono]

Stefania Pucciarelli è stata eletta presidente della Commissione diritti umani di Palazzo Madama.

Cattura

 

Saluti argentini

“Come ci si saluta in spagnolo??”

“Hola. Buenos días e Buenos Aires” (sì, Montevideo…)

La partita a scopa

“Quali sono le quattro stagioni dell’anno in spagnolo?”

“Verano, primiera…” (sì, carte, denari e settebello)

Per El País Luigi Di Maio è il vicepresidente italiano

elpais

Ci sono giornalisti e giornalismi. E, come diceva Giorgio Gaber, non si deve avere paura della libertà di stampa, si deve avere paura della stampa. Poche ore fa, la versione on line del quotidiano “El País” (mica la Gazzetta di Trimercate!) ha pubblicato una foto di Luigi Di Maio diffusa dall’Associated Press con la didascalia “Il vicepresidente dell’Italia Luigi Di Maio”. Di Maio è il vicepresidente italiano?? E da quando, di grazia? Io sapevo che quando la sede del Quirinale è vacante (ad esempio perché il Presidente della Repubblica è in visita ufficiale all’estero) chi fa le sue veci è il Presidente del Senato. Ma che Di Maio sia il vicepresidente dell’Italia è una sciatteria che fa solo cattivo giornalismo (e dire che avrebbero potuto scrivere: “il vicepresidente del governo italiano”).

Napule è…

Cristo_velato

Io e Napoli abbiamo litigato ben 27 anni fa. Ma di brutto, di quei litigi che ti portano a toglierti il saluto per tutta la vita. Mi ha fatto male, Napoli, e io non gliel’ho mai perdonato. Fino a ieri, quando mi sono concesso una gita (o gytarella) in centro, in quel vortice e turbine di cose e persone che è Spaccanapoli. Prima, però, ho fatto una capata alla cappella Sansevero per vedere una delle meraviglie più emozionanti dell’arte italiana, quel “Cristo velato” del Sammartino che risuscita lo spirito e regala sensazioni ineguagliabili per il pregio della fattura e la naturalezza della scultura. Vale la pena di fare un viaggio a Napoli solo per vedere quello. E poi via tra la pazza folla. Il primo banchetto che ho visto recitava “Si vendono imitazioni di gioielli veri”. Beh, almeno onesti, così se uno si vuole accattare una patacca lo può fare senza la sensazione di essere stato fregato. E poi bar e pasticcerie a profusione, posti dove ti vendono il panino coi friarielli, sfogliatelle ricce (a proposito, mi hanno tirato una fregatura: ho ordinato 12 sfogliatelle ricce e me ne hanno date 10 ricce e 2 frolle, maledizione), pizzerie con la vera pizza alla napoletana (che a Napoli non sanno nemmeno cosa sia, e da noi è la pizza con la mozzarella l’origano e le alici), buonissima e a buon mercato, per cui pizza, bevanda e dolce mi sono costati appena 12,50 euro, che è una cosa rarissima a trovarsi, e via, cammina, cammina, perché come diceva Pino Daniele “Napule è ‘na cammenata” e se non cammini che Napoli è? Cammini, ma alla fine ti accorgi di non camminare più, è la folla che ti porta, tu devi solo lasciarti trascinare su per San Biagio dei Librai, dove di librai ce ne sono pochini e sono di più i venditori di pastori del presepe, aperti tutto l’anno, ma mai come in questo periodo. E i librai, quelli che ci sono, sono simpatici e disposti al dialogo. Uno aveva tutto Maigret nelle vecchie e gloriose traduzioni della Mondadori, lo vendeva in blocco, ho cercato per più di mezz’ora di convincerlo a vendermi qualche pezzo, ma lui è stato giustamente irremovibile. Mi ha detto che traduzioni così non se ne fanno più, e che non gli piacciono quelle di Adelfi. Ha detto di molto peggio, veramente, ma ve la semplicifico così. Napoli è i suoi tassisti, gentilissimi e professionali. Siamo capitati in un piccolo “ingorgo” e ho chiesto se fosse così tutte le domeniche a Napoli. Mi ha risposto “Ma no, vedete, oggi il traffico non c’è!” Non c’è?? Strano modo di concepire il traffico, ma indubbiamente indulgente verso la realtà e la vita. E poi sì, Napoli è anche una serie di stereotipi. E’ indubbiamente “‘na carta sporca/che nisciuno se ne ‘mporta”, e anche “addore e mare”, e basta che ce sta ‘o sole, basta che ce sta ‘o mare, ‘na nenna core a core e ‘na canzone pe’ ‘ccantà’, è Pulcinella che sbuca da tutte le parti interpretato da persone che ti chiedono un euro per farsi una fotografia con te perché “pur’io aggi’a campà'”. Napoli è quella con cui ho fatto pace. Ma ce ne staremo lontani ancora per un po’ di tempo mentre io finisco di ingozzarmi di sfogliatelle.

“Pennivendoli” & “puttane”

titoliraggi

Ci sono dei dati di fatto incostestabili:

-la Raggi è stata assolta dalle accuse che le erano state formulate perché il fatto (ancorché sussistente) non costiutuisce reato;

– la Raggi è stata oggetto, nel periodo in cui è stata indagata, di una sorta di accanimento mediatico senza precedenti che ha riguardato anche la sua sfera personale e privata.

Questi sono i fatti. E non sono minimamente in discussione.

Quello che è in discussione è come certi giornalisti, anche di un certo spessore, abbiano reagito (male!) a quella criutica partita da una parte della politica, che definiva la stampa come gestita da dei “pennivendoli” e da delle “puttane”. Intendendo per “puttane”, naturalmente, non già le donne dedite al meretricio, quanto un’eterogeneità di comportamenti e persone (dunque anche maschi) al servizio dei potenti e degli interessi principali della politica e non di quelli dell’informazione. Il che è vero.

Questi “penivendoli” e queste “puttane” esistono davvero. Titoli come “La vita agrodolce della Raggi, Patata bollente”, o “L’oca del Campidoglio starnazza ancora”, “La bambolina, il vertice farsa e il cazzeggio stampa”, “La Raggi e Roma imbruttite insieme” testimoniano indelebilmente come nel caso Raggi non ci si sia voluti limitare a dare un’informazione sull’andamento del processo, ma si sia voluto sollevare il carico da undici per distruggere l’onorabilità e la funzione istituzionale dell’imputata. Che quello era e quello restava, imputata, nient’altro.

E’ così che il cittadino, con una campagna di stampa a dir poco disgustosa portata avanti a tambur battente, si ritrova diffamato senza avere la possibilità di reagire. O, se reagisce, ha scarsissime possibilità di riuscita dal punto di vista giudiziario.

Cosa c’entra la “patata bollente” della Raggi con le vicende che l’hanno portata davanti al giudice? Saranno cose che si gestirà lei, per suo conto. Questa non è informazione. E’ saltare a pie’ pari le notizie per passare subito e direttamente alle opinioni che, invece, dovrebbero esserne chiaramente separate. E’ ovvio che, come spesso succede in questi casi, nell’impossibilità di esprimere un’opinione sui fatti, si esprimono giudizi sulle persone, e questo è inaccettabile.

Eppure c’è stato subito chi si è indignato. Una giornalista come Lucia Annunziata non ha esitato a togliersi il sassolino dalla scarpa chiedendo al ministro Bonafede se secondo lui era più “pennivendola” o “puttana”. Ma ci teneva proprio tanto? Non avrebbe potuto fare un’intervista al Ministro della Giustizia E BASTA?? Che necessità c’era di rintuzzare il fuoco della polemica e chiedere all’ospite a che categoria appartiene, considerato che le due denominazioni sono state partorite in piena area grillina, ma non sono opera diretta di Bonafede, ma di Di Battista? Nulla da fare, la Annunziata ha fatto di tutta l’erba un fascio, magari pensando che, essendo Bonafede dello stesso partito di Di Battista, ne condividesse anche modi e toni, quando è evidente a chiunque che chiunque (appunto) risponde delle proprie affermazioni.

Tiziana Ferrario, invece ha scritto: Di Battista, “giornalisti puttane” te lo rispedisco al mittente e fanne buon uso tra le persone a te più care” e continua: “ti sei fatto pagare da il Fatto Quotidiano per i tuoi ridicoli reportage tra gli indios del Guatemala e per fare le tue lunghe vacanze in America Latina come fossi un giovane studente in gap year (anno di viaggio alla scoperta del mondo che si fa di solito a 18 anni) Cresci! e impara un vero lavoro.” L’unica risposta che si potrebbe dare a una affermazione di questo genere è che Tiziana Ferrario è una giornalista del TG1, e questo taglia definitivamente la testa al toro. E, al di là di questo, trovo che Di Battista sia molto più valido come reporter tra gli indios del Guatemala che come politico, ma questa è una opinione personale.

Sono, questi due, esempi di cattiva condotta giornalistica, che assieme alle miriadi di titoli gridati sulla Raggi, pongono in cattiva luce tutto un sistema.

E non se ne capisce il perché.

Salvini, l’idolo del piccolo Tancredi

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Giovedì 8 novembre 2018

Un incontro emozionante

Un giorno ho incontrato la persona che ho sempre voluto incontrare. Il mio idolo. Davanti a me c’era Salvini. Era un uomo saggio, simpatico e gentile: il migliore. Allora mi sono messo in fila ad aspettare di fare la foto. Il mio cuore si è riempito di gioia quando Salvini ha fatto passare prima i bambini. Quando toccava a me ho preso il telefono di mia mamma, e insieme ai miei fratelli sono andato a fare la foto. Non ci potevo credere.

Tancredi, Padova, 9 anni