L’estate è la stagione delle diffamazioni

marco

due

 

Anche un blog ha i suoi modi, tempi e ritmi che si ripetono puntualmente ogni anno con ciclica spregiudicatezza.

L’estate è la stagione delle diffamazioni. Non si sa perché ma d’estate i lettori, soprattutto quelli occasionali (ma anche quelli che passano di qui più volte durante l’anno e sentono il bisogno di togliersi qualche sassolino dalla scarpa), avvertono come irrefrenabile l’impulso di sentirsi offesi per qualcosa che io ho soltanto scritto e di vomitare nella colonna dei commenti (adesso arricchita da qualche tempo da quella espressamente dedicata ai lettori di Facebook, per cui le possibilità di schiaffeggiarmi vefrbalmente raddoppiano) una serie di insulti e frasi insolenti a libero andare senza che ci sia la benché minima correlazione con quello che scrivo. Voglio dire, parlo di De André, di diffamazione, di omeopatia, di Livorno, di qualunque altro cazzo che gli si freghi? Non importa, sono comunque e sempre uno sfigato, un imbecille, un povero idiota che scrive per pura frustrazione (perché prendere in considerazione l’ipotesi che uno quelle cose le pensa veramente, non esiste, nevvero??). De André (tanto per fare un esempio a caso) usa la musica di Telemann per una delle sue canzoni più famose? Sono un povero ignorante. Lo scrivo?? Sono un “emerito coglione”. E’ proprio vero, il “blog” arriva. Arriva fino nelle pieghe dell’animo, punge, non lascia indiffrerenti, come invece dovrebbe. Perché un’opinione è un’opinione, dovrebbe lasciare il tempo che trova, dovrebbe passare e andare. Siamo contorniati da opinioni, tutto è opinione e modo di vedere un fatto (o, si veda il caso, un’altra opinione ancora), non dovrebbe esserci nulla di strano. E invece no, e invece, come nelle migliori tradizioni, si prende di mira non già quell’opinione, ma chi l’ha espressa. Sparando a zero, senza dire nulla (ma proprio nulla) sull’argomento che in quel momento si trattava, no “sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora”, tanto si sa, è il regno di internet, quello dove tutto è possibile, quello dove nessuno ti dice niente, quello dove puoi sfogare tutte le tue frustrazioni, il mondo in cui puoi dire quello che, probabilmente, non diresti a nessuno nella vita reale. E poi Facebook, vogliamo mettere? E’ l’arena degli scontri fra gladiatori del web più cruenti e malati di protagonismo che possa esistere: no vax contro Burioni, M5S contro PD, che male c’è se, occasionalmente, si rifila anche uno schiaffo incidentale al primo che passa, solo perché ha un blog e, giustamente, lo usa per scrivere quello che pensa lui? Ma come si permette, dicono Lorsignori, ad essere così indipendente, sfacciato e sfrontato dinanzi alla massa che sfoga le proprie frustrazioni su Instagram, Facebook e Twitter e se le suona di santa ragione? Diciamone qualcuna anche noi a questo qui, tanto il massimo che ci può accadere è di avere un po’ di notorietà e visibilità vita natural durante, perché tanto che vuoi che ci succeda e, soprattutto, chi vuoi che ci cancelli?

E’ vero, cancellare non cancello nessuno. E in quanto a succedere non succederà certamente nulla, ma mi sembra di avere un obbligo morale nei confronti di me stesso, e cioè redigere una querela cumulativa che verrà cortesemente ma fermamente archiviata nei confronti di queste tre persone che per ora sono identificate più che altro da un indirizzo IP. Poi, come disse quel tale, si vedrà. Può darsi che succeda tutto come non succeda nulla. Però il mio blog non è lo sfogatoio dei vostri pruriti turpiloquiali e offensivi che, la prossima volta, mi farete il sacrosanto piacere di andare a svuotare altrove.

Ah, se non amassi così tanto i miei cari e fedelissimi lettori!

Festeggiate la giornata internazionale del bacio!

Leonid Beznev e Erich Honecker

Leonid Beznev e Erich Honecker

Checkpoint Charlie

charlie

Comunque sia, l’autorizzazione a staccare la spina al piccolo Charlie è arrivata.

Istintivamente mi viene da rifiutare la logica perversa di una ragione di Stato (o di Stati) che stabilisce con una sentenza la morte di una persona che non può difendersi. Ed è uno di quei casi in cui l’istinto, l’animalità, la rabbia vincono sulla ragione, e qualsiasi cosa la ragione dica o affermi, restano lì a dimostrarti che loro ci sono, che tu ci sei, e che questa cosa proprio no, non ti va giù.

In Europa chi vuol morire per mettere fine coscientemente alle proprie irreversibili e indicibili sofferenze deve emigrare in Svizzera (cioè fuori dall’Unione), e chi vuole che il proprio figlio minore continui a vivere, sia pure attaccato a delle macchine, si vede sbattere la porta in faccia.

E, probabilmente, in Italia una cosa del genere non sarebbe mai accaduta. E non solo perché siamo (ed è vero) una nazione di bigotti, molto affezionata alla presenza del Papa sul proprio territorio, per cui affiliamo tutti quanti il nostro Facebook per scrivere commossi, nel momento in cui Charlie morirà (perché morirà, quasto è certo) per scrivere “Addio, eri un angelo, proteggici da lassù” (fa tanto nazional-popopolar-chic una cosa del genere!), no, non sarebbe mai successa perché abbiamo un diritto che continua a garantire alla volontà dei genitori di un minore un valore superiore, in mancanza di chiare leggi sul tema. Perché, se non ve lo siete ancora dimenticati, nel caso di un minore sono i genitori che decidono. Sempre. O che dovrebbero sempre decidere (stiamo anche noi andando alla deriva con uno stato che impone dodici vaccinazioni obbligatorie e una Costituzione che continua a stabilire che siamo padroni di accettare o rifiutare qualsiasi tipo di terapia). Punto. E se i genitori di Charlie se la sentono di accudire il bambino, tenerlo con loro vita natural durante (sottolineo “natural”, quella vita legata alle condizioni normali di vita, garantite magari anche da macchinari), se pensano che quella vita è vita e vale la pena comunque di essere vissuta, non si vede perché non debbano veder riconosciuta la loro volontà, che è quella di genitori di un minore che per età e per condizioni non può determinarsi autonomamente.

Di più: Charlie è un “checkpoint”, un punto di controllo per le nostre coscienze, chiamate a uscire dallo stato sonnacchioso e quasi comatoso della quotidianità, e a dare una risposta a una Unione Europea che non accetta stati che abbiano in vigore la pena di morte ma poi stabilisce il dovere di morire e non il diritto alla vita. Che esiste, è vero, autentico, e disponibile per tutti.

Aspetto cordialmente i vostri sputi. Sian benedetti.

Quattro anni senza Margherita Hack

hack

L’insostenibile leggerezza di chiamarlo “Stefano”

boldrinirodota

E’ morto Stefano Rodotà e io ci sono rimasto così male da non aver trovato nulla da dire o da dedicargli (non credo sia la stessa cosa, anzi, quasi mai lo è, ma è tanto per dire) nelle ore immediatamente successive la sua morte.

Come la maggior parte di noi ho appreso la notizia via internet, dove era riportata in primissima evidenza sui principali quotidiani nazionali, verso sera. Poi, la mattina successiva, era già passata in second’ordine (via, via, che qui il mondo gira, posson mica star dietro solo a Rodotà che muore lorsignori dell’editoria giornalistica!).

Poi i commenti su Twitter. Io è tanto tempo che mi dico che devo assolutamente iscrivermi ai canali delle istituzioni e dei principali politici italiani, ma leggere quello che scrivono può farmi male ai succhi gastrici, che son già delicatini, per cui mi dedico con tempi e attenzione limitati allo spulciare i loro cinguettii. Ce n’è uno che mi ha particolarmente colpito, ed è quello di Laura Boldrini, di cui non parlo più in questo blog da molto tempo. Ha scritto: Con #Rodotà [mi raccomando l’hastag, che fa più figo] perdiamo uno straordinario giurista [vero!], che si è battuto per il diritto di avere diritti [verissimo, sacrosanto!], anche nell’era digitale. [Perché, nell’era digitale i diritti non valgono?? Va be, passiamole anche questa.” E poi la chiusura finale: “Grazie Stefano”.

Ma come sarebbe a dire “Grazie Stefano”?? Perché lo ricorda e lo chiama come se fosse un amico intimo di infanzia? Perché si conoscevano, d’accordo, mi fa piacere, certamente Rodotà era un uomo dalla compagnia gradevole e da cui c’era sempre qualcosa da imparare, ma diamine, sei la Presidente della Camera, un po’ di contegno e di misura nell’eloquio non guasterebbe. Che so un “Grazie Professore” (per ricordare tutti gli anni di Rodotà spesi nell’insegnamento e nella formazione di generazioni di giuristi), “Grazie Presidente” (per ricordare quello che ha fatto come Presidente dell’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali). Rodotà era un gigante e almeno in articulo mortis merita il rispetto e il doveroso Lei che tutti gli dobbiamo tutti. E che gli deve, a maggior ragione il Presidente della Camera come terza figura istituzionale. Che, evidentemente, non smette di essere Presidente della Camera neanche quando sditeggia su Twitter.

Così ho scritto un controtweet alla Boldrini: “Perché lo chiama ‘Stefano’ come se ci fosse andata a mangiare la pizza insieme fino all’altro giorno?” I miei 140 caratteri di amarezza.

Per tutto quello che ho appreso nella lettura dei suoi scritti, grazie Professor Rodotà!

Scontro di civiltà per uno smartphone

smartphonerotto

In un negozio di riparazione cellulari, smartphone e iPhone:

– Buongiorno!
– (…zzz…)
– senta… volevo chiederle… io avrei un vecchio smartphone… siccome ci sono affezionato vorrei vedere se è possibile continuare ad usarlo.
– (…zzz…) Ehm, sì, cos’ha?
– Scalda. Scalda parecchio. Non so se sia un problema di batteria. Ma sta acceso per pochissimo tempo dopodiché si scarica…
– Ah, ma lo fa, sa? Non si creda!
– Cioè? Che vuol dire?
– Che tutti i Samsunghi fanno così. E’ la scheda madre. E’ programmata per partire dopo due anni.
– Quindi non posso farci niente?
– Proprio niente caro Coso, mi dispiace, lei è proprio nato sfortunato.
– Mah… è il Suo lavoro riparare cellullari…
– Guardi, sia cortese, esca con i suoi piedi e se ne compri uno nuovo, chè se no c’è anche da pagare la consulenza (eurini…)
– Ben gentile!

La depenalizzazione dello stalking. Anzi, no, scusate, è una fake news.

Screenshot da rassegna.it del 27/6/2017

Screenshot da rassegna.it del 27/6/2017

Scusate, come avrete già notato sono particolarmente sensibile al tema dello stalking e a quello dei reati “riparabili” attraverso un risarcimento del danno, che oggi ci ritorno con queste poche righe.

A proposito dell’ stalking, sta girando una notizia in parte fasulla e, comunque, dannosa. Loredana Taddei, responsabile nazionale delle Politiche di Genere di Cgil, Liliana Ocmin, responsabile del coordinamento nazionale donne Cisl e da Alessandra Menelao, responsabile nazionale dei centri di ascolto della Uil hanno segnalato di aver scoperto che «nella legge di riforma del codice penale, approvata il 14 giugno 2017, si prevede l’introduzione di un nuovo articolo: il 162 ter, che prevede l’estinzione dei reati a seguito di condotte riparatorie. Uno di questi reati è lo stalking. Senza il consenso della vittima l’imputato potrà estinguere il reato pagando una somma se il giudice la riterrà congrua, versandola anche a rate».  In breve, che valga per il reato di stalking quello che dicevo è stato introdotto per la diffamazione e, in genere, tutti i reati lievi punibili a querela di parte revocabile. Può essere vero solo in minima parte e, comunque, non per i reati di stalking più gravi.

Appunto, si può fare estinguere il reato pagando una somma che si ritiene adeguata, e mettendo in atto tutte quelle azioni necessarie per estinguerne gli effetti SOLO se il reato è perseguibile a querela di parte revocabile. L’articolo 612 bis del Codice Penale recita tra l’altro: “Il delitto e’ punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela e’ di sei mesi. La remissione della querela puo’ essere soltanto processuale. La querela e’ comunque irrevocabile se il fatto e’ stato commesso mediante minacce reiterate nei modi di cui all’articolo 612, secondo comma (quindi “se il fatto e’ commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che e’ o e’ stata legata da relazione alla persona offesa ovvero se il fatto e’ commesso attraverso strumenti informatici o telematici.”). Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto e’ commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilita’ di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonche’ quando il fatto e’ connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio.”

Per cui, per lo stalking aggravato, il neointrodotto articolo 162 ter semplicemente non si applica. Punto. Fine della questione. E’ inutile mettersi a fare allarmismi su uno Stato che ci depenalizza i reati sotto gli occhi. Almeno per quanto riguarda la disciplina degli atti persecutòri aggravati, come nel caso dello stalking.

Esiste, questo sì, una zona d’ombra in cui NON si applica la querela irrevocabile (ma sempre e comunque processuale), ed è quella del cosiddetto “stalking semplice”, previsto dal primo comma dell’articolo (“…e’ punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.”). Ma questo non autorizza nessuno a parlare di “depenalizzazione” del reato, come riportato in testa all’articolo tratto da rassegna.it (in cui il brano viene inserito come virgolettato) di cui vi ho offerto lo screenshot: “Lo Stato non può tradire le donne due volte, prima esortandole a denunciare e poi archiviando le denunce, o peggio, depenalizzando il reato di stalking” perché qui si parla di una cosa diversa, certamente odiosa, su cui il legislatore ha il dovere di trovare un rimedio, e su cui il PD ha fatto una figura cacina,  ma che nulla ha a che fare con la depenalizzazione. Lo stalking continua ad essere reato. E, aggiungo, ci mancherebbe anche altro.

Chiediamoci piuttosto come mai queste querele, revocabili o irrevocabili che siano vengono lasciate inascoltate fino ad arrivare all’archiviazione quando non alla morte delle vittima (e non mi dite che sono esagerato, basta leggere il post precedente). Questi sono gli schiaffi veri che lo Stato dà alle donne tutti i giorni.

Scusate ma mi viene un senso di schifo (ve l’ho detto, sono sensibile a queste cose).

Aggiorno questo articolo con alcuni link a interventi esterni che mi sembra corretto riportare

https://www.laleggepertutti.it/82607_lo-stalking-e-stato-depenalizzato

http://www.cgilbo.it/2017/06/28/stop-alla-depenalizzazione-del-reato-stalking/

http://www.altalex.com/documents/leggi/2014/02/26/femminicidio-conversione-in-legge-con-modificazioni-del-d-l-n-93-2013

e con alcuni screenshot tratti dalla stampa on line

secoloxix

lastampa

depen

fatto

Grazie di cuore a Gio Nicola per il contributo a questo articolo.

Ester Pasqualoni uccisa a coltellate nel parcheggio dell’ospedale di Sant’Omero

ester

Ester Pasqualoni, oncologa, persona di straordinario spessore umano, civile e culturale,  è stata uccisa.

Voi non la conoscevate, ma io sì. La vidi per la prima volta il giorno dei ricevimenti generali dei genitori per la classe di suo figlio, che avevo alle Scuole Medie. Diventammo subito amici, tanto che lei mi chiese di farle delle traduzioni dallo spagnolo perché da Cuba le erano arrivati dei documenti da parte di alcuni ciarlatani che andavano ciaqnciando che il veleno degli scorpioni cubani era efficace nella cura dei tumori e avevamo deciso di sgominarli sputtanandoli su questo stesso blog. Poi non se ne fece di niente per motivi che non mi piace stare qui a ricordare.

Mi ha curato quando ne ho avuto bisogno (anche se non era per patologie oncologiche, fortunatamente) e, sempre quando ho avuto necessità, mi ha messo nelle mani dei suoi colleghi migliori e più stimati.

Ci sentivamo ogni tanto. L’estate scorsa ci siamo visti diverse volte con la bambina (mia figlia, sì). Insomma, le volevo bene, e devo dire che voler bene a Ester era facile. Anche e soprattutto quando morì Fabrizio, il suo compagno.

Oggi è stata presa a coltellate da uno stalker che aveva preso a perseguitarla e che lei aveva denunciato due volte. Stava andando a prendere la sua auto al parcheggio dell’ospedale in cui lavorava (Sant’Omero). Pare che non abbia neanche sentito dolore e che sia morta sul colpo. Stupide e magre consolazioni.

Non è vero che gli stalker vanno denunciati e basta, perché denunciarli non serve a nulla, se non a incattivirli e a renderli ancora più tenaci nella loro azione persecutoria. Vanno denunciati e identificati subito e messi nelle condizioni di non nuocere. A cosa è giovato a Ester avere presentato due segnalazioni alla magistratura se poi queste segnalazioni -secondo quanto riferisce Caterina Longo,  un’amica, già candidata alle elezioni europee del 2014 nelle file di Forza Italia, lista “Berlusconi per Chiodi”, all’agenzia ANSA e in una successiva intervista a Radio Capital- sono state archiviate per difetto di forma (anche se “la 27a ora” sul Corriere on line riferisce che un provvedimento di allontanamento era stato firmato per poi essere revocato)  e non si è arrivati a nessuna misura di interdizione di qualsivoglia tipo nei confronti del persecutore? Ester si è affidata allo stato, chiedendo aiuto e protezione. Oggi è morta. E c’è da chiedersi fino a dove deve spingersi un energumeno per essere “attenzionato” (bruttissima parola!) al punto da diventare un oggetto di indagine, e non essere lasciato libero di seguire la propria vittima fino nel parcheggio di un ospedale e sgozzarla.

E adesso immagino il prudor scribendi dei pennivendoli da giornalino locale, che si beatificheranno l’anima lorda di congetture pruriginose, fare uso del termine “Femmincidio”, un brutto linguaggio per una brutta storia, ma sì, ne succedono tante, merita il primo piano, e quindi perché non sprecarci una parola che va tanto di moda, che, specialmente con “stalker” è un abbinamento che va sempre bene nei pranzi luculliani di fame da notizia pruriginosa della gente?

Ma è una storia che vale solo due colonne su un giornale. Ce ne sono tante. Andiamo, su, via…

Screenshot di una porzione della notizia riportata dall'agenzia ANSA

Screenshot di una porzione della notizia riportata dall’agenzia ANSA

Note del 22/06/2017: Questo post viene aggiornato e modificato in tempo pressoché reale. Scusate. Il presunto assassino di Ester Pasqualoni, secondo quanto riferisce il giornale radio regionale di Radio Uno alle 12,10, è stato ritrovato in fin di vita nella sua abitazione (ma “La Stampa” riferisce più genericamente che si trattava di “un appartamento”) di Martinsicuro. Spero che i medici facciano di tutto per salvarlo per poterlo vedere a difendersi dall’accusa di omicidio premeditato in un pubblico dibattimento e davanti a un giudice terzo.

Il Fatto Quotidiano riferisce che “la Pasqualoni aveva presentato al commissariato di Atri non una denuncia per stalking, ma un esposto, a inizio 2014.” e che “All’esposto erano seguiti degli approfondimenti e il successivo ammonimento del questore.” Successivamente, “ad aprile 2014 quando, trovandosi a camminare per Roseto degli Abruzzi, dove risiedeva, aveva chiamato i carabinieri segnalando che l’uomo era passato con l’auto e sembrava la stesse riprendendo. A quel punto, proprio a fronte dell’esistenza del provvedimento di ammonimento, i carabinieri di Roseto avevano fermato l’uomo, sequestrandogli la telecamera che aveva in macchina, e trasmesso un fascicolo in Procura.” Dopo la convalida del sequestro, il PM a cui era passata la pratica “aveva chiesto l’archiviazione del fascicolo che era stata comunicata anche alla parte offesa che avrebbe fatto, tramite il suo legale, richiesta di accesso agli atti ma nessuna richiesta di opposizione.” Il giornale aggiunge che “Dopo l’archiviazione del fascicolo da parte del gip, nessun’altra denuncia. Il provvedimento di ammonimento tuttavia era ancora in corso, non essendo mai stato revocato.”

Nota del 23/06/2017: E invece il formalmente ancora presunto assassino di Ester Pasqualoni è morto. Così non ci sarà nessun processo (il reato è estinto per morte del reo) e nessuno pagherà. Tristezza nella tristezza. Con questa nota chiudo gli aggiornamenti di questo post: sono stati ben 14 in meno di due giorni. Adesso lo do per definito e definitivo. Su una cosa mi sono sbagliato, che questa storia (e avevo ripreso i versi di una canzone di Guccini) non valeva due colonne su un giornale. E invece sono stati tanti i giornali (anche a tiratura nazionale) che se ne sono occupati. In un solo giorno soltanto questo post (che è l’ultimissima ruota del carro) ha totalizzato più di duecento visualizzazioni. Oltre alle notizie ci sono stati gli approfondimenti e perfino gli accessori inutili (come quelli del GR3 Regionale dell’Abruzzo che ha insistito su alcuni aspetti della vita affettiva di Ester, aspetti del tutto estranei alla vicenda della sua tragica e assurda morte). Solo che da oggi non se ne parlerà più. Basta. La notizia ha esaurito il suo effetto dirompente, non “rende” più ascolti, l’audience si è progressivamente andata esaurendo ed è sparita dalle home page dei giornali più consultati. Andiamo, su, via…

Screenshot da corriere.it con l'indicazione dell'avvocato Caterina Longo secondo cui l'ordine di allontanamento nei confronti dell'aggressore sia stato revocato.

Screenshot da corriere.it con l’indicazione dell’avvocato Caterina Longo secondo cui l’ordine di allontanamento nei confronti dell’aggressore sia stato revocato.

fatto

Commentando a caldo le tracce della maturità 2017

caproni

Una serie di tracce bruttine e noiosette che non aiuteranno a valorizzare al meglio i ragazzi che affrontano la maturità. L’unica proposta veramente bella era l’analisi del testo di una poesia di Giorgio Caproni. Ma chi lo ha spiegato Caproni in classe quest’anno? Il 99% dei ragazzi non sa neanche che è esistito Caproni! E ci sarà qualcuno che dice: “ma per affrontare la traccia non era necessario sapere chi era Caproni e contestualizzare la sua poesia.” E allora di cosa stiamo parlando? Del nulla. Questa prova scritta non è un buon viatico per lasciare la scuola superiore di cui i ragazzi non conserveranno, comunque, un buon ricordo.

(da Facebook: 21/06/17)

La diffamazione e la riforma del processo penale

Giovannino Guareschi, martire del reato di diffamazione.

Giovannino Guareschi, martire del reato di diffamazione.

La Camera dei Deputati ha approvato, con voto di fiducia (di cui si fa sempre un uso smodato e smisurato), la riforma del processo penale con un provvedimento definitivamente “licenziato” di 14 giugno scorso.

Ci sono anche delle importanti novità per quanto riguarda la diffamazione. Quella più importante è l’introduzione dell’articolo 162 ter del codice penale, che riguarda l’estinzione del reato per condotte riparatorie.

testo

 

Cosa vuol dire? In buona sostanza che se io diffamo qualcuno (o commetto un altro reato perseguibile con la sola querela di parte remissibile), prima che venga dichiarato aperto il dibattimento posso risarcire il danno (in termini squisitamente monetari, s’intende) ed eliminare le conseguenze della mia condotta (quando questo sia possibile).

La cosa è interessante perché oltre a riguardare il reato di diffamazione (che è perseguibile solo su querela di parte, e la querela può essere rimessa dalla parte offesa in qualsiasi momento del procedimento), interessa molti dei casi che si trovano sul web o che, comunque, hanno l’aggravante dell’uso dei mezzi di propagazione del contenuto (come, ad esempio, la diffamazione a mezzo stampa).

Se vengo incriminato, dunque, posso anche solo proporre alla controparte un risarcimento (ma è meglio se glielo trasmetto materialmente), e non importa se la controparte non lo accetta non trovandolo congruo, l’essenziale è che lo trovi congruo il giudice. Se, poi c’è stata offesa tramite un forum, un commento, un tweet, un post di un blog, su Facebook o altrove, il cancellare questo contenuto contribuisce a rafforzare il convincimento del giudice, perché si sono eliminate le conseguenze negative del reato (ad esempio la possibilità che altri vedano quel contenuto nel corso del tempo).

Una volta verificate queste condizioni (e solo allora), “il giudice dichiara estinto il reato“. Questo vuol dire che il processo muore prima ancora di nascere, si va tutti a casa e tutto finisce lì. Non c’è nemmeno l’elemento soggettivo del giudice che potrebbe o non potrebbe decidere di accordare o meno l’estinzione del reato, perché la formula “il giudice dichiara estinto il reato” è chiara, quasi un imperativo.

L’unico neo della questione potrebbe risiedere nella non congrua entità del risarcimento (in quel caso non sarebbe soddisfatta una delle condizioni necessarie), cioè se io, tra la notifica dell’informazione di garanzia e la prima udienza, mando un risarcimento alla controparte ma il giudice non la trova adeguata alla gravità del fatto, il processo va avanti. In breve, non posso dare del ladro a qualcuno sul web e poi cavarmela con 100 euro.

Fin qui la normativa. Che apre, anzi, spalanca la porta ai diffamatori di professione e moltiplica, con la garanzia dell’impunità, tutti quei comportamenti odiosi che quotidianamente vediamo sul web in generale e sui social network in particolare. Non ci sarà più chi “inciampa” nel reato per aver espresso un’opinione o per un uso discutibile di una espressione particolare, ci saranno persone che diffamano con la precisa volontà di diffamare, tanto, per mal che vada, il commento poi si cancella e si risarcisce la persona offesa.

E il pensiero va a Giovannino Guareschi, col cui ritratto ho voluto iniziare queste riflessioni, che per la diffamazione si è fatto la galera, quella vera, senza sospensione condizionale della pena e senza sconti. Diffamazione d’altri tempi.

 

Pensierino amaro (21/06/2017): ripenso a quei poveri genitori della bambina morta “dimenticata” dalla madre nell’auto al sole per ore che si sono visti invadere gli account Facebook di insulti e offese con un assalto senza precedenti dei soliti diffamatori senza scrupoli, tanto da dover chiudere gli account dopo pochi giorni. Io spero tanto che le nuove norme in tema di diffamazione non siano retroattive e che chi ha infierito con tenacia, determinazione e inaudita violenza verbale venga giudicato secondo il vecchio rito, senza la possibilità di riparare il danno per farla franca. Sarebbe solo uno schiaffo ulteriore addosso a tanto indicibile dolore.

L’irresistibile dolcezza de “la” cheesecake

cheesecake-con-gelatina

Ecco, io sono fatto un po’ come quel personaggio di Nanni Moretti che a un certo punto del film (abbiate pazienza, non mi ricordo quale, credo “Palombella Rossa”, ma non potrei giurarci, e considerato che questo blog è frequentato da morettiani DOCG, rischio la fucilazione) esce fuori con la storica battuta “Le parole sono importanti!! Come parlate?? Chi parla male pensa male e vive male” Nel senso che ci sono delle cose che riguardano la grammatica, la sintassi, l’ortografia, che mi dànno (con l’accento, che è voce del verbo dare) mostruosamente ai nervi e che mi farebbero venir voglia di reagire con gli stessi occhi spiritati e con la stessa indignazione di Moretti.

Ultimamente sento (e leggo sul web) questa abitudine odiosa di dire “la” cheesecake al femminile. E lì il mio già fragile sistemino nervoso esplode. Ma perché al femminile?? Ho provato a chiedere in giro e ci sono state donne (evidentemente specializzate nella realizzazione di cheesecakes) che mi hanno detto: “perché in inglese non si fa distinzione tra maschile e femminile, e siccome cake vuol dire torta e torta in italiano è femminile, allora anche cheesecake diventa femminile”. Perfetto, non farebbe una grinza, solo che quando rispondi: “E allora perché non si dice anche LA plumcake?”, lì ti guardano col ghigno storto: “No, LA plumcake non si dice, si dice IL plumcake, però cheesecake resta femminile”, col ghigno teso e il nasino all’insù di chi ha appena fatto una figura di merda ma non vuole ammetterlo. Dio, come non la sopporto la gente che non vuol capire!

E intanto, ma sì, continuate pure a massacrare la lingua italiana con questi prestiti dall’inglese (perché dire “torta al formaggio” non si può, eh, no, non fa fine, farebbe scappare perfino i frutti di bosco da ‘ncopp’ ‘o cise-chéic) e massacratevi la linea a suon di formaggini light finché vi pare, ma la grammatica lasciatela stare, vili attentatori!

Roseto: il culo come volontà e rappresentazione

aloisi

Un culo è un culo. E un culo che sia un culo si chiama “culo” proprio perché è un culo. Non si chiama “lato B” o “le terga”. O “sedere”, giusto per addolcire.

Ciò premesso, accade anche in questa Roseto, piccolo mondo di un mondo picccolo come la chiamerebbe Giovannino Guareschi, in questa ridente cittadina che sempre meno ha da ridere, che un consigliere comunale, nonché segretario locale del PD, tale Simone Aloisi posti (“un po’ per celia un po’ per non morir”, direbbe la Butterfly) su Facebook un selfie che lo ritrae sdraiato su un lettino, con accanto un culo femminile altrove definito “scultoreo” (per noi è un culo e basta). Pochi minuti e il popolo di Facebook, che, si sa, è implacabile sia quando dà dei giudizi positivi che quando dà dei giudizi negativi, si è tuffato a mani basse a difendere il consigliere comunale, oppure a stigmatizzare il contenuto sessista dell’immagine. Alla fine le spiegazioni di Aloisi: “Noto che da uno scherzo tra amici si è scatenato un polverone più grande del previsto, ovviamente chiedo scusa se ho potuto urtare la sensibilità di qualcuno ma di certo non era questa la mia intenzione, è chiara una cosa: il mio ruolo mi impone di mantenere un certo self-control, da oggi in poi cercherò di ricordarmelo. Non ho intenzione di cambiare per colpa della politica, continuerò a scherzare come ho sempre fatto”. Insomma, scherzava e poi, come spessso succede, il gioco gli è sfuggito di mano. Tanto che, adesso, pentito, il post è stato rimosso dal suo profilo Facebook (già, ma se scherzava e se non trova nulla di male in quello che ha fatto perché non l’ha lasciato?).

Fin qui i fatti. Per carità, può capitare a tutti “un momento di fosforescenza” (come scriveva Eduardo De Filippo in “Napoli Milionaria”) e di goliardia senza freni. E, in fondo, dicevamo, non c’è proprio nulla di male in quello che ha fatto l’esponente locale del PD. Già, è vero: non c’è niente di male. Ma non c’è nemmeno niente di bene. Voglio dire, che valore ha una azione di questo genere? Nessuno. Non è una cosa morale o immorale, no, è una cosa del tutto a-morale, che non ha un perché, non ha una causa, non ha una spinta all’origine, non ha niente di niente se non l’effetto dirompente di provocare delle reazioni (ma, in fondo, mi viene da pensare che la bravata sia stata organizzata a bella posta proprio per questo, per vedere di nascosto l’effetto che fa). In fondo tra fotografarsi con un culo a fianco e andare in giro vestite di tutto punto, attopatissime, con un tacco veriginoso, l’andatura ancheggiante e il seno strippato al punto di esplodere, non c’è molta differenza. Tutti e due gli atti hanno un solo scopo finale: quello di essere guardati.

E allora scatta la domanda successiva: cosa me ne frega a me di con chi vai a trascorrere una giornatina sul mare e se questa amica ha, per inciso, un gran bel culo? Ma saranno ben affari tuoi e del tuo privato. Io cosa c’entro? Io mi trovavo su Facebook a leggere il tuo profilo perché, oltretutto, c’è la non piccola discriminante che sei un personaggio pubblico. Tutto lì. Invece mi ritrovo questo cupolone che non dice nient’altro che “Guardami, sono qui.” Va bene, lo vedo che ci sei, e allora?? Niente, nessuna risposta oltre alla mera e banale constatazione dell’esistenza.

La rete, per fortuna, ha la memoria lunga. Ma anche i rosetani che vanno a votare a volte non scherzano.

 

A distanza di pochi minuti dalla messa in linea di questo articolo, l’amico Pasquale Bruno Avolio mi comunica che il post originale non è stato rimosso da Facebook (grazie, prendo atto e correggo) e che la proprietaria del culo ha rivelato coram populo la sua identità. Prendo atto anche di questo e mi nauseo.

La morte dignitosa di Totò Riina

riina

Un mio amico ha scritto su Facebook che ora va tanto di moda Totò Riina. Non è vero. Non va di moda Totò Riina, va piuttosto di moda il dibattito sempiterno sul primato della pena sulla pietà umana e cristiana o viceversa, sul se un mafioso in quanto mafioso e riconosciuto colpevole di delitti atroci (dalle stragi di Stato agli scioglimenti nell’acido) adesso che si trova alla fine della sua vita con la prospettiva di avere davanti un lasso alquanto limitato di tempo, debba morire come un cane rognoso o possa crepare in condizioni più umane e dignitose. La porta al dibattito (e alla polemica) l’ha aperta una sentenza della Cassazione a cui è stato fatto dire di tutto e di più. Inrealtà il Palazzaccio dice una cosa molto semplice: che della questione deve tornare ad occuparsi il tribunale di sorveglianza di Bologna, annullando con rinvio un’ordinanza dello stesso collegio giudicante. Se ne deve riparlare, insomma, la partita non è ancora chiusa. Ma la Cassazione non ha assolutamente sospeso la pena per Totò Riina, che continua a rimanere detenuto al 41 bis nell’ospedale di Parma, dove mi risulta sia curato. Tutto lì. O, meglio, c’è dell’altro. In verità la Cassazione ha ritenuto contraddittoria la sentenza di Bologna, ma non stiamo lì a ravanare, il punto è che la Cassazione non intendeva certo far sollevare questo vespaio di interventi a favore o contro.

Perché il punto non è se essere buoni e perdonare Riina mandandolo a morire a casa sua nel suo letto anziché su una brandaccia sgangherata oppure essere senza cuore ed augurarsi che Riina muoia il più lentamente possibile espiano a lungo (ma mai sufficientemente) le sue colpe, rendendo allo Stato una briciola di tutto il male che gli ha fatto. Queste sono cose da cattolici. O da giustizialisti (a volte coincidono). A dire il vero c’è una terza scuola di pensiero che sui social network si sta facendo sentire ed è quella di chi vorrebbe che Totò Riina, visto che sarà anche malato, ma è lucido e capace di intendere e di volere, si decida, dietro promessa di concessione di qualche beneficio (noi italiani siamo pur sempre mafiosi dentro), a raccontare tutto quello che sa delle relazioni della mafia con lo Stato, scoperchiando finalmente quel vaso di Pandora che permetterebbe di togliere il velo di nebbia dalla conoscenza dei fatti e che ci restituirebbe dignità di Nazione (ma dove?). Costoro non si preoccupano minimamente di pensare che dovrebbe essere lo Stato quello che dovrebbe ragguagliarci del come e del perché dei suoi rapporti con la mafia, non il contrario. Ma passiamoci sopra. No, dicevo, il punto non è uno di questi, il punto è che, premesso che lo Stato non deve essere vendicativo e che le pene devono tendere alla rieducazione dei condannati, bisogna trovare una soluzione che contempli l’esigenza di Riina con quella dello Stato che ha tutto l’interesse a vederlo scontare la pena. E questa soluzione potrebbe non essere necessariamente la sospensione dell’esecuzione della pena, perché ci sono da contemplare i diritti dei familiari delle vittime (Nando Dalla Chiesa ha scritto delle pagine molto toccanti sul tema, ultimamente). Si potrebbe arrivare alla concessione degli arresti domiciliari (che erano stati richiesti “in secundis” dalla difesa di Riina), così il detenuto continuerebbe a scontare la pena e avrebbe dall’altra parte quella serie di benefici limitati (bisognerebbe comunque garantire una detenzione alternativa sì, ma comunque sicura e similare a quella del 41 bis, e francamente non è certo che ci si possa arrivare). E bisogna farlo in fretta perché c’è un uomo che sta morendo e perché, come diceva la mi’ nonna Angiolina, “davanti alla morte siamo tutti uguali (finalmente!) e ci si tasta debitamente i coglioni” (“debitamente” l’ho aggiunto io).

Ma non si tratta di applicare la pietà. E neanche di mettere in pratica la vendetta. Bisognerebbe sostituire le parole “pietà” e “vendetta” con la parola “diritto” (pare se ne siano dimenticati in troppi che c’è anche quella, ormai parliamo esclusivamente in base a degli impulsi sentimentali personali, non più in base ai codici e ai regolamenti) e tutto quello che rientra nel “diritto”, allora, sarebbe buono e utile, compresa la morte dignitosa di Totò Riina. E se ci rendessimo conto che la Cassazione non ha fatto altro che applicare delle regole sulla base di una sentenza già scritta. Hanno fatto una cosa meravigliosa che si chiama “giurisprudenza”, che vuol dire “direzione”, “orientamento” legislativi. Hanno creato un precedente, stabilendo che se si pone la questione di un detenuto cui dare una morte degna di questo nome (e non c’è mai nulla di degno nel nome ‘morte’) QUANTO MENO ci si può far venire il dubbio, aprire uno spiraglio e andare incontro al detenuto, perché il motto latino recita che “in dubio pro reo”. E che lo Stato non sia mai più carnefice del carnefice che intende punire. Sarebbe, semplicemente, una aberrazione inaccettabile.

Cacciucco Pride

Partecipate!

cacciucco

Nella vecchia omeopatia

omeo

L’altro giorno, mentre stavo cercando in rete articoli e aggiornamenti sulla morte del bambino con l’otite, curato con l’omeopatia anziché con gli antibiotici, dopo aver immesso in Google la stringa “otite omeopatia”, tra i risultati di ricerca proposti (quasi tutti riconducibili a quotidiani e periodici on line) ho trovato un articolo dal sito riza.it (immagino sia la versione web di quella rivista cartacea che una volta si chiamava “Riza Psicosomatica” e che aveva un certo successo tra i lettori durante gli anni ’70 e ’80) sull’uso dell’omeopatia per curare l’otite. Ha un tono dolce e rassicurante: dice che “il 75% delle otiti è virale: in questi casi gli antibiotici non servono e i rimedi omeopatici aiutano ad alleviare il dolore e a scongiurare le ricadute.” L’articolo, poi, elenca qualsi sono i preparati omeopatici da utilizzare in questo 75% dei casi. In cui, evidentemente, non ricadeva quello del bambino morto. E trovare queste indicazioni dal tono rassicurante che contrastano con le notizie di cronaca che le fanno da contorno lascia un bocca un sapore amaro. Soprattutto a vedere che l’articolo è stato inserito in una rubrica (o in una directory web) intitolata “figli felici”. Felici di cosa non si sa.

Screenshot da riza.it

Screenshot da riza.it

Dobbiamo dirlo fuori dai denti, fino alla nausea: l’omeopatia non ha alcuna efficacia scientificamente provata su nessuna patologia, lieve, cronica o grave che sia. E non può averla perché i preparati omeopatici contengono sostante talmente diluite da non lasciare più nessuna traccia nell’acqua o nell’alcool che li diluisce e con cui vengono intrisi dei globuli di lattosio o di altro zucchero. Perché questo è l’omeopatia: acqua e zucchero, nient’altro. E non si può pretendere di curare nulla, neanche una patologia di lieve entità, con acqua e zucchero. E se dopo l’assunzione di un preparato omeopatico quei disturbi regrediscono è perché dovevano regredire per conto loro, non perché ci sia stato un qualche effetto da parte dei chicchini omeopatici. E se i fan dell’omeopatia ci dicono che funziona perché l’acqua in cui è diluita all’estremo la sostanza (che, secondo loro, più è diluita e maggiore efficacia assume) porta il RICORDO del contatto con le altre molecole del principio attivo (ormai dis-attivato), non ci credete. Se esistesse veramente il ricordo dell’acqua (o dell’alcool) saremmo intossicati ogni volta che ci ritrovassimo a bere, perché i contatti dell’acqua con altre sostanze sono tante e tali da non poter essere classificate e da non poter dare l’assoluta certezza che il prodotto finale sia pulito ed esente da agenti inquinanti. E oggi non esiste nessunissima differenza tra prodotti finali. Nel senso che l’acqua fresca è acqua fresca, qualunque sia il nome che vai ad etichettargli dopo. Natrum muriaticum, Pulsatilla, Nux vomica, Apis… tutto, quando arriva in farmacia, è tragicamente uguale a se stesso.

Eppure c’è chi ci crede. L’assunzione di un preparato omeopatico è un rituale quasi magico. Non devi toccare i globuli con le dita, non devi assumerli dopo esserti lavato i denti con un dentifricio alla menta o dopo aver bevuto il caffè, devi farli sciogliere sotto la lingua (se no acqua e zucchero non hanno alcuna efficacia), devi essere visitato da un medico omeopata che ti fa un’intervista di oltre un’ora per sapere chi sei, cosa fai, qual è la tua storia sanitaria, come ti senti. Ti ascoltano, ti considerano un tutt’uno con la tua patologia, un essere irripetibile e questa sensazione ti arriva: il sentirsi considerati per quello che si è è la prima strada verso una guarigione psicologica. Ma non tengono presente, probabilmente, che una chiacchierata con uno psicoterapeuta o più semplicemente una confessione dal parroco dietro l’angolo sortiscono lo stesso effetto e probabilmente costano anche di meno di un ciclo di “cure” con prodotti omeopatici (che tali sono: “prodotti” e non “farmaci” nè tanto meno “rimedi”). Una volta un omeopata a cui mi ero rivolto quando ero molto più giovane e scemo mi chiese perfino se mi puzzassero i piedi e, nel caso, che tipo di cattivo odore assumessero. Allora lo presi come un eccesso di scrupolo, il segnale che quel medico era veramente bravo e se si interessava a dettagli così apparentemente insignificanti era segno che ero io quello che non capiva un cazzo e non sapeva dare a quelle domande la giusta dimensione e il giusto inquadramento. Oggi sono CERTO che quello sbagliato era il medico. Perché non c’entra nulla la puzza dei miei piedi con la forma di acne di cui soffro (soffrivo, era quello il motivo per cui mi ero rivolto, senza sapere che cosa fosse, all’omeopatia).

E poi accade (perché accade) che qualcuno muore. Il che vuol dire che il caso del piccolo Francesco non è certamente né il primo né l’ultimo. Ci sarà stato, certamente, qualcuno che soffrendo di una di quelle malattie i cui nomi fanno vibrare i polsi al solo farli passare dalle corde vocali e pronunziarli, si sarà rivolto all’omeopatia contando in una cura più dolce e meno invasiva senza sapere di essersi imbattuto in un fantasmagorico niente, con medici che dicevano “Mi raccomando non mangi caramelle di menta se no non fa effetto”, “Non si operi, non prenda antibiotici!” e viandare di altre emerite nullàggini. E che, proprio per questo, si è fidato, ha riposto nel medico e nella disciplina omeopatici tutta la propria fiducia e le proprie speranze. Poi però è morto lo stesso. La prima cosa che si è detta all’indomani della morte di Francesco era che la colpa è del medico (e, secondo gli atti giudiziari, dei genitori), non dell’omeopatia. Certamente anche il medico ha le sue responsabilità. Qualcuno addirittura è andato a spulciare le sue convinzioni religiose e ha scoperto che fa parte di una setta fantomatica detta “del Roveto Ardente” (o come cazzo si chiama). O i suoi precedenti lavorativi chiarendo che, in un periodo di sospensione dall’attività medica, questo qui ha fatto anche il facchino. Sono tutti e due espedienti per spostare l’attenzione sul principale responsabile non-chimico e non-biologico della morte del bambino: il nulla. Perché davanti alla gravità della situazione questo medico non solo ha insistito a voler utilizzare l’omeopatia, non solo ha sconsigliato alla famiglia l’uso di un farmaco come la Tachipirina, non solo si è opposto all’uso degli antibiotici che gli avrebbero salvato la vita, ma ha prescritto una terapia omeopatica, cioè il nulla assoluto. E il nulla è un principio attivo molto pericoloso, perché là dove c’è una patologia grave in atto, quella patologia non migliora di certo, anzi, caso mai peggiora, ed è quello che si è visto. Ignorare dei segnali come il peggioramento soggettivo del paziente non ha nulla di omeopaticamente corretto, non si tratta del “peggioramento omeopatico” a cui molti medici fanno riferimento quando non possono o non vogliono giustificare un loro insuccesso (“Pronto dottore, mi sento peggio…” “Eh, sa, lo deve fare, è l’effetto di rimedi, significa che il suo corpo sta espellendo tutte le tossine e le robacce che aveva dentro” “Ah, sì, grazie, adesso sì che sono più sollevato!”), è proprio la malattia che sta prendendo corpo e che in casi estremi finirà col prendersi anche il paziente.

Perché, mettetela come volete, di omeopatia si può anche morire. Perché l’acqua fresca non cura.