“Ottocento” di Fabrizio De André e “Donna de Paradiso” di Iacopone da Todi

Iacopone da Todi in un dipinto di Paolo Uccello

Mi è capitato di scrivere qualcosa sulle “fonti” da cui De André ha attinto per alcune delle sue canzoni più celebri e osannate.

Premessa necessaria a scanso di equivoci: io adoro De André. O, meglio, lo adoravo. Ora mi piacicchia. Un po’ perché lui non c’è più e io ho qualche anno, un po’ perché Marinella e Bocca di Rosa dopo un po’ stufano. O, meglio, sono fuori tempo, fuori contesto. Sono certo che qualcuno scenderà alla stazione di Sant’Ilario senza pensare al “cuore tenero” che “non è una dote di cui sian colmi i carabinieri” o all'”ira funesta delle cagnette”.

Tempus fugit.

Avevo scritto, dunque, altrove, come la musica della Canzone dell’Amore perduto fosse tratta in maniera piuttosto pedissequa da un concerto per tromba e orchestra di Telemann.
Le reazioni sono state molteplici: “De André non si tocca!” (e va beh, perché?), “Se la musica non è sua sono suoi almeno i versi che sono pura poesia” (sì, ma allora si compone una poesia, non si fa una canzone!), Vaffanculo, stronzo!” (prevedibile!) o anche “Non è vero, te lo sei inventato” (mi sono inventato Telemann che è vissuto 250 anni fa, sì, sì…).

Poi rinvenni in due poesie di Olindo Guerrini le tracce di “Marinella” e del “Testamento”.
Anche qui critiche su critiche: “Non è vero che De André ha copiato anche se le parole sono tali e quali” (e chi ha mai detto che ha copiato? Ho detto, casomai, che le parole, guarda caso, sono tali e quali), “Ma è solo una fonte di ispirazione!!” (questo lo dicono quelli che difendono il copia e incolla da Wikipedia per dire “ma ho preso solo uno spunto”) oppure anche “Sei decisamente spietato e cattivo” (e questi hanno ragione).

Ma nessuno ha capito il dolore. Il dolore che si prova nel vedersi sgonfiare un mito.
Un mito non è una statua di bronzo che la tiri giù con due o tre corde da tirare con le ruspe, un mito è qualcosa che hai dentro, in cui credi fermamente, incondizionatamente. E quando la ragione te lo demolisce, c’è poco da fare, non c’è più.

Tutta questa premessa per rendervi partecipe del ritrovamento di un’altra “fonte” di una canzone di De André.
Trattasi di “Ottocento”, incluso nell’osannatissimo album “Le nuvole” (che contiene, tra gli altri, “Don Raffaè'” e “La domenica delle salme“, brano, quest’ultimo, che personalmente non ho mai amato in modo particolare).

Dunque, “Ottocento” è un brano geniale, senza dubbio istrionico, ricco di un gioco linguistico e di una ricercatezza lessicale e musicale a volte strabilianti.

Una delle sue parti recita:

“Figlio, figlio,
povero figlio,
eri bello bianco e vermiglio
quale intruglio ti ha perduto nel Naviglio
figlio, figlio,
unico sbaglio,
annegato come un coniglio
per ferirmi, pugnalarmi nell’orgoglio”

La fonte è “Donna de paradiso” di Iacopone da Todi, composizione a metà tra il dramma sacro e la ballata.
La rima in “-iglio” è già presente nella composizione:

“O figlio, figlio, figlio,
figlio, amoroso giglio!
Figlio, chi dà consiglio
al cor me’ angustiato?

Ma la prova provata della filiazione di “Ottocento” dal componimento di Iacopone da Todi è:

“Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio,
figlio, e a ccui m’apiglio?”

dove c’è una chiara corrispondenza lessicale (“bello, bianco e vermiglio”).

E il duecentesco Iacopone da Todi fa capolino. 

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Comments

  • Andrea  On 6 ottobre 2012 at 04:47

    Ho letto appassionatamente tutti i tuoi interventi su De Andrè, e più leggo più mi accorgo che il mio giudizio va nella direzione opposta al tuo. Chi mai nella storia fu tanto pazzo da andare a scovare una canzone in un testo di Iacopone da todi, o ancora Telmann per una base musicale, o ancora la poesia copiata di Prevert… Prevert, forse qualcuno in commissione avrebbe dovuto conoscerlo, ora io faccio l’ingegnere e se qualcuno mi dice di aver risolto il problema elastico di un corpo solido (perdonate la stringatezza o voi ingegneri) allora si che mi incazzo a memoria di De Saint Venant. De Andrè (anch’io non lo chiamo Faber in quanto non ho avuto il privilegio di conoscerlo) lo incontrai anni orsono (avevo 11 anni) e mia sorella venne regalato da un parente un giradischi con alcuni dischi, tra cui non al denaro, ne all’amore ne al cielo, credo di averci consumato la testina e il disco ma era semplicemente geniale la maniera di costruire una storia con un album, anzi prima con un titolo. Si narra di alcuni personaggi che “dormono sulla collina” ci puoi trovare il matto, il giudice, il nano e il suonatore jones!!!!! Sono d’accordo con chi ti ha detto in un’altro blog che De Andrè introduceva sempre le sue canzoni durante i concerti, non tanto per spiegare o giustificare, ma forse perchè le canzoni sono solo intermezzi di una storia parlata, quella che lui voleva parlare,e aggiungo che spesso le parole qualcuno le ha scritte meglio e semplicemente prima di noi, va reso onore a chi ha “copiato” un gioco lessicale da Iacopone da Todi, va altrettanto riconosciuto come almeno io sia enormemente ignorante da non essere riuscito ad accorgermene prima. Che dire crollo di un mito…. no anzi curiosità per andare a vedere dove a preso:….
    – la storia dell’impiegato (dalla cronaca del tempo)
    – l’infanzia di maria (dai vangeli apocrifi)
    – la città vecchia (bè ci viveva!)
    – hotel supramonte (lasciamo perdere…)
    – zirichiltaggia (dai Sardi)

    Cosa voglio dire, voglio soltanto dire che De Andrè cantava la sua vita e ciò che gli stava attorno e dentro se stesso, dentro di lui c’è Prevert, Telmann, Iacopone, le puttane di Genova, gli Zingari…. e vorrei che altri allungassero la lista… Ti chiedo di continuare a cercare gli spunti copiazzati da De Andrè, in maniera che, io leggendo te, possa andare all’aldilà a parlare con De Andrè della sua vita, magari seduti ad “ascoltare” il colore del vento.
    Andrea

  • valerio  On 6 ottobre 2012 at 05:53

    Se bisogna rendere onore a chi ha copiato, chissà quale onore bisogna rendere a chi è STATO copiato.
    Stiamo perdendo il senso delle cose.
    Tanto più che hai dimenticato di citare Olindo Guerrini.
    Insisterò sulla ricerca delle fonti di De André, ma non ti dispiacerà, spero, se non mi siederò ad ascoltare il colore del vento.
    Mi dici che “un’altro blog” dice cose opposte alle mie. E sia. Ai fan di De André è sempre piaciuto andare in direzione “ostinata e contraria”. Bontà loro. Ma finché si tratta di “un’altro blog” con l’apostrofo, scusa, non credo di volerlo prendere in considerazione.

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