Nella vecchia omeopatia

omeo

L’altro giorno, mentre stavo cercando in rete articoli e aggiornamenti sulla morte del bambino con l’otite, curato con l’omeopatia anziché con gli antibiotici, dopo aver immesso in Google la stringa “otite omeopatia”, tra i risultati di ricerca proposti (quasi tutti riconducibili a quotidiani e periodici on line) ho trovato un articolo dal sito riza.it (immagino sia la versione web di quella rivista cartacea che una volta si chiamava “Riza Psicosomatica” e che aveva un certo successo tra i lettori durante gli anni ’70 e ’80) sull’uso dell’omeopatia per curare l’otite. Ha un tono dolce e rassicurante: dice che “il 75% delle otiti è virale: in questi casi gli antibiotici non servono e i rimedi omeopatici aiutano ad alleviare il dolore e a scongiurare le ricadute.” L’articolo, poi, elenca qualsi sono i preparati omeopatici da utilizzare in questo 75% dei casi. In cui, evidentemente, non ricadeva quello del bambino morto. E trovare queste indicazioni dal tono rassicurante che contrastano con le notizie di cronaca che le fanno da contorno lascia un bocca un sapore amaro. Soprattutto a vedere che l’articolo è stato inserito in una rubrica (o in una directory web) intitolata “figli felici”. Felici di cosa non si sa.

Screenshot da riza.it

Screenshot da riza.it

Dobbiamo dirlo fuori dai denti, fino alla nausea: l’omeopatia non ha alcuna efficacia scientificamente provata su nessuna patologia, lieve, cronica o grave che sia. E non può averla perché i preparati omeopatici contengono sostante talmente diluite da non lasciare più nessuna traccia nell’acqua o nell’alcool che li diluisce e con cui vengono intrisi dei globuli di lattosio o di altro zucchero. Perché questo è l’omeopatia: acqua e zucchero, nient’altro. E non si può pretendere di curare nulla, neanche una patologia di lieve entità, con acqua e zucchero. E se dopo l’assunzione di un preparato omeopatico quei disturbi regrediscono è perché dovevano regredire per conto loro, non perché ci sia stato un qualche effetto da parte dei chicchini omeopatici. E se i fan dell’omeopatia ci dicono che funziona perché l’acqua in cui è diluita all’estremo la sostanza (che, secondo loro, più è diluita e maggiore efficacia assume) porta il RICORDO del contatto con le altre molecole del principio attivo (ormai dis-attivato), non ci credete. Se esistesse veramente il ricordo dell’acqua (o dell’alcool) saremmo intossicati ogni volta che ci ritrovassimo a bere, perché i contatti dell’acqua con altre sostanze sono tante e tali da non poter essere classificate e da non poter dare l’assoluta certezza che il prodotto finale sia pulito ed esente da agenti inquinanti. E oggi non esiste nessunissima differenza tra prodotti finali. Nel senso che l’acqua fresca è acqua fresca, qualunque sia il nome che vai ad etichettargli dopo. Natrum muriaticum, Pulsatilla, Nux vomica, Apis… tutto, quando arriva in farmacia, è tragicamente uguale a se stesso.

Eppure c’è chi ci crede. L’assunzione di un preparato omeopatico è un rituale quasi magico. Non devi toccare i globuli con le dita, non devi assumerli dopo esserti lavato i denti con un dentifricio alla menta o dopo aver bevuto il caffè, devi farli sciogliere sotto la lingua (se no acqua e zucchero non hanno alcuna efficacia), devi essere visitato da un medico omeopata che ti fa un’intervista di oltre un’ora per sapere chi sei, cosa fai, qual è la tua storia sanitaria, come ti senti. Ti ascoltano, ti considerano un tutt’uno con la tua patologia, un essere irripetibile e questa sensazione ti arriva: il sentirsi considerati per quello che si è è la prima strada verso una guarigione psicologica. Ma non tengono presente, probabilmente, che una chiacchierata con uno psicoterapeuta o più semplicemente una confessione dal parroco dietro l’angolo sortiscono lo stesso effetto e probabilmente costano anche di meno di un ciclo di “cure” con prodotti omeopatici (che tali sono: “prodotti” e non “farmaci” nè tanto meno “rimedi”). Una volta un omeopata a cui mi ero rivolto quando ero molto più giovane e scemo mi chiese perfino se mi puzzassero i piedi e, nel caso, che tipo di cattivo odore assumessero. Allora lo presi come un eccesso di scrupolo, il segnale che quel medico era veramente bravo e se si interessava a dettagli così apparentemente insignificanti era segno che ero io quello che non capiva un cazzo e non sapeva dare a quelle domande la giusta dimensione e il giusto inquadramento. Oggi sono CERTO che quello sbagliato era il medico. Perché non c’entra nulla la puzza dei miei piedi con la forma di acne di cui soffro (soffrivo, era quello il motivo per cui mi ero rivolto, senza sapere che cosa fosse, all’omeopatia).

E poi accade (perché accade) che qualcuno muore. Il che vuol dire che il caso del piccolo Francesco non è certamente né il primo né l’ultimo. Ci sarà stato, certamente, qualcuno che soffrendo di una di quelle malattie i cui nomi fanno vibrare i polsi al solo farli passare dalle corde vocali e pronunziarli, si sarà rivolto all’omeopatia contando in una cura più dolce e meno invasiva senza sapere di essersi imbattuto in un fantasmagorico niente, con medici che dicevano “Mi raccomando non mangi caramelle di menta se no non fa effetto”, “Non si operi, non prenda antibiotici!” e viandare di altre emerite nullàggini. E che, proprio per questo, si è fidato, ha riposto nel medico e nella disciplina omeopatici tutta la propria fiducia e le proprie speranze. Poi però è morto lo stesso. La prima cosa che si è detta all’indomani della morte di Francesco era che la colpa è del medico (e, secondo gli atti giudiziari, dei genitori), non dell’omeopatia. Certamente anche il medico ha le sue responsabilità. Qualcuno addirittura è andato a spulciare le sue convinzioni religiose e ha scoperto che fa parte di una setta fantomatica detta “del Roveto Ardente” (o come cazzo si chiama). O i suoi precedenti lavorativi chiarendo che, in un periodo di sospensione dall’attività medica, questo qui ha fatto anche il facchino. Sono tutti e due espedienti per spostare l’attenzione sul principale responsabile non-chimico e non-biologico della morte del bambino: il nulla. Perché davanti alla gravità della situazione questo medico non solo ha insistito a voler utilizzare l’omeopatia, non solo ha sconsigliato alla famiglia l’uso di un farmaco come la Tachipirina, non solo si è opposto all’uso degli antibiotici che gli avrebbero salvato la vita, ma ha prescritto una terapia omeopatica, cioè il nulla assoluto. E il nulla è un principio attivo molto pericoloso, perché là dove c’è una patologia grave in atto, quella patologia non migliora di certo, anzi, caso mai peggiora, ed è quello che si è visto. Ignorare dei segnali come il peggioramento soggettivo del paziente non ha nulla di omeopaticamente corretto, non si tratta del “peggioramento omeopatico” a cui molti medici fanno riferimento quando non possono o non vogliono giustificare un loro insuccesso (“Pronto dottore, mi sento peggio…” “Eh, sa, lo deve fare, è l’effetto di rimedi, significa che il suo corpo sta espellendo tutte le tossine e le robacce che aveva dentro” “Ah, sì, grazie, adesso sì che sono più sollevato!”), è proprio la malattia che sta prendendo corpo e che in casi estremi finirà col prendersi anche il paziente.

Perché, mettetela come volete, di omeopatia si può anche morire. Perché l’acqua fresca non cura.

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