Marco Malvaldi, Il telefono senza fili, Luana la bebisitter

Dall'episodio "Brothers in arms", Luana la Bebisitter atto II - di Daniele Caluri

Che uno dice, siamo quasi d’ottobre, continua a fare un caldo assassino, c’è la gente che va a giro col cappottino o col piumotto leggero perché se porti ancora la polo e i sandali di appena UN mese fa un sei punto trèndi, io devo far passare un mese, per che cosa son cazzi miei e non li vengo certo a dire a voi, fatto sta che devo farlo passare, in un modo o nell’altro, vicino casa mi stanno martellando una palazzina in stile neo-geometra, che fra gittate di cemento e piantatura di pali ciò le palle sembrano i neutrini del modello dell’atomo a Bruxelles, mettiamoci che poi, fondamentalmente, un faccio una sega dalla mattina alla sera (non fare una sega è ben diverso dal non avere una sega da fare, resti inteso), allora cosa si fa per schiacciare il teNpo e non farsi schiacciare i coglioni da lui? Si legge un bel giallo. Sissì, via compriamo qualcosa che, visto che di quattrini ce n’ho tanti, si può anche regalare una trentina di eurini a Amazon, così, tanto per finanziare la loro encomiabile politica sull’impiego. E visto che è uscito l’ultimo del Malvaldi, compriamoci pure questo “Il telefono senza fili”, che, voglio dire, nella vita prima o poi si deve mori’, tanto vale godersi qualche cosellina.

Ora, passi che il Malvaldi scriva (come di fatto ha scritto) in prima pagina, bello stampato a piombo su carta di Fabriano, “varî” con l’accento circonflesso alla Sardelli, chè il Sardelli ha, di fatto, (ri)creato un linguaggio, e quel linguaggio possono più o meno riutilizzarlo tutti (lo faccio anch’io, sicché badalì!). Chi non lo conosce (il Sardelli, e anche il suo linguaggio) può pensare che il Malvaldi abbia usato un ipercorrettismo, che abbia, cioè, ecceduto in una perfezione ortografica formale del tutto ineccepibile, ancorché innecessaria (boia come scrivo bene quando mi ci metto).

Passi anche per aver parlato dei miasmi puteolenti provenienti da Livorno (lui dice dal porto, ma non è che lo Stànaci -versione livornese per “Stanic”- sia da meno), che puzzerà perché cià il mare, ma Pisa puzza per sua stessa mano, ovvero per genesi, per essenza, per sustanzialità, e ora basta sennò mi gaso.

Ma che nelle prime pagine, narrando della sgradita visita di un rappresentante di giochi d’azzardo al Bar Lume, Malvaldi metta in bocca a Massimo, il proprietario del bar (ecco, per dire, un peronaggino letterario di una antipatia congenita, fin qui ha avuto du’ fìe a portata di mano e non è riuscito a gallarne nemmeno mezza, che si bèa a fare il Maigret della situazione, senza tener presente che almeno Maigret era sposato e che lui ha la sessualità di un Poirot) dica all’incauto interlocutore “si levi dai coglioni se no sguinzaglio i varani”, questo no, non va bene.

Perché se si può leggere “varî” senza pensare al Sardelli, se si può descrivere il puzzo di Livorno senza pensare che c’è anche il Romito, non si può leggere “sguinzaglio i varani” senza pensare che quella frase è stata pronunciata decine di vole da Màico, il bambino botrione e carogna, rampollo di una famiglia potentissima, nel ciclo a fumetti di Daniele Caluri e Emiliano PaganiLuana la bebisitter” (sì, scritto così).
Per chi non lo conosca, Màico è un bambino orribile, stronzissimo, praticamente un mostro che concepisce la vendetta come valore sommo e ineguagliabile. Ha una tata, Luana, puppe e curve mozzafiato ma cretina come uno stick per le punture d’insetto (la metafora n’è venuta perché ne ho uno davanti, proprio mentre scrivo) ma la sua ossessione è arrivare a sapere cosa lei abbia fra le gambe. Essendo molto determinato, Maico ne prova di tutte. In genere le sue soluzioni, ancorché ingegnose, finiscono sempre per avere ripercussioni negative su di lui, che non esita a eliminare fisicamente (anche sguinzagliando i varani) chiunque si frapponga tra lui e l’obiettivo da raggiungere.

In letteratura i debiti sono debiti e far sciogliere i varani da un barrista (a Livorno la “r” si raddoppia) frustone rispetto allo stesso gesto compiuto dal mitico Màico corrisponde a svilire il povero bambino e far suonare ridicolo il barrista, più ancora di quello che è (per coloro che abbiano la fortuna di avere tutta la saga di Luana la bebisitter, e io son fra quelli).

Invito a questo punto Marco Malvaldi a riconciliarsi con le sue fonti letterarie e con Livorno, mediante ingozzamento di un cinqueccinque e di una spuma bionda diaccia stecchita.

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