Lolite a Teramo

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, al terzo, contro i denti. Lo-li-ta. Era Lo, null’altro che Lo, al mattino, diritta nella sua statura di un metro e cinquantotto, con un calzino soltanto. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea punteggiata dei documenti. Ma nelle mie braccia fu sempre Lolita.”

Vladimir Nabokov, Lolita
E così anche nel teramano le hanno beccate.

Ragazzine minorenni, con ogni probabilità “di buona famiglia” (si dice sempre così quando si vuol distaccare il frutto marcio dall’albero che lo ha generato e che si suppone sano), insospettabili, che si dà per scontato che debbano pensare alla scuola, allo studio, ai turbamenti segreti per qualche ragazzino, a uscire con le amiche e invece schiaffano le loro foto per nulla caste su ask.fm.

Nude su richiesta, dunque, o, come si dice con anglicismo improponibile, on demand, contando da una parte sulla complicità dei mezzi (puoi farti una foto nuda da sola e farla circolare senza che nessuno ti veda) e sull’ignoranza dei loro limiti (nessuno è veramente anonimo su internet).

Ignoro come sia andata. Chissà, magari qualche genitore ha scoperto il “giro” e ha interessato la polizia postale per vedere fino a che livelo da girone dantesco sia profondo (“cignesi con la coda tante volte/quantunque gradi vuol che giù sia messa”), qualcuno che non ci sta a definirla una ragazzata, un qualcosa che possa essere risolto “tra galantuomini“, perché, si sa, è da “galantuomini” mettere sempre tutto a tacere quando i figli fanno le pirlate. Oppure quelle fotografie sono cadute nel calderone di una inchiesta più ampia.

Ma il senso del pudore ce l’hanno anche le minorenni, queste ragazzine che se il padre entra per sbaglio in camera loro mentre si cambiano saltano in aria e sbattono la porta, ma poi si fanno i “selfie” alle tette  perché è tanto figo.

E allora perché lo fanno? E’ semplice, lo fanno perché lo vogliono fare, perché è una loro scelta. E i genitori sempre lì a dare la colpa a internet, alla rete, ai social network, “a questo Facebook che io non so nemmeno cosa sia“. Però regalano alle loro figlie telefonini da 500 euro che si collegano perfino ai dischi volanti, perché loro vogliono WhatsApp. O, semplicemente, permettono loro di usarli solo perché qualche zia o nonna ringoglionita regala loro dei soldi perché hanno preso un bel voto in religione e quelle ci si sono comprate la quintessenza della telefonia compatibile con il pensiero neoputtanista dilagante (perché, si sa, “se no non sei nessuno“).

E non “tradiscono” solo la fiducia dei genitori. Tradiscono anche il loro portafoglio (è intestata a loro la connessione internet di casa, e loro pagano la bolletta anche perché la figlia ha voglia di farsi due cosine via webcam) e li pongono a rischio di procedimento penale (è a loro che è intestata la SIM con cui fanno mostra di sé sulla rete, e, comunque, esiste sempre la “culpa in vigilando”, ossia, se hai una figlia che zoccoleggia in rete la colpa è tua che non hai saputo vigilare sui suoi comportamenti).

Sì, lo so che questa non è certo la vita che ho sognato un giorno per (tutti) noi.

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