La Signora e i ciucci della Chicco

Devo al più che parentale Francesco (sì, senza cognome, come il Papa) la segnalazione di questa preziosa icona che rappresenta una locandina de “La Nazione” di Firenze, segnalante una rissa seguita all’invio di un SMS non proprio ortodosso ma assai gustoso per l’evidenziazione del genio, se non labronico, almeno toscano.

Si chiedeva il Melandri in “Amici miei”? “Che cos’è il genio?? E’ fantasia, intuizione, colpo d’occhio e rapidità di esecuzione”. Uno inventa una metafora di sublime gusto barocco, la manda al marito della Signora e la gente si tonfa a rondemà.

E’ da dire, comunque, che la battuta di una signora che farebbe “più ciucci della Chicco” mi sembra più fiorentina che livornese. A Livorno “ciucci” non si dice. Esiste, questo sì, il popolare “ciuccione” che, tuttavia, è qualcosa di ben più innocente (ma, comunque, compromettente) rispetto al “ciuccio” anzidetto.

Ed è una trovata che ne ricalca altre ben più corpose e preesistenti. A Livorno si è sentito dire a lungo “Ha visto più schizzi lei degli scogli di Calafuria!” e “Ha fatto più pompe lei dell’Agip(pe)!” Frasi che se possono sembrare, a primo impatto, grevi e triviali, rivelano una creatività espressiva illimitata.

C’è solo da chiosare con una scritta che trovai, da giovane, sul muro del terzo piano dello Sperimentale di Via Crispi, che frequentavo con gàrrulo entusiasmo: “X, se le troie volassero a te bisognerebbe datti da mangià’ colla strómbola!”

Altro che ciucci!

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