La scuola violenta

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– A Giulianova un alunno accoltella al volto un coetaneo;
– ad Avola in Sicilia un professore aggredito a calci e pugni da madre e padre di un alunno per un rimprovero;
– a Foggia prof aggredito dal padre di uno studente
– in provincia di Treviso professore spintonato e raggiunto da un paio di ceffoni è stato perfino oggetto di un provvedimento disciplinare da parte della dirigente scolastica;
– a Santa Maria a Vico 16enne accoltella la prof in aula per un’interrogazione;
– a Caserta un 17enne sfregia la professoressa con un coltello e viene fermato per lesioni gravi;
– a Sondrio una professoressa ha sgridato un alunno perché usava il cellulare. E’ stata aggredita e ferita con il lancio di un oggetto.
– a Succivo una maestra forse incinta è stata sbattuta contro il muro dalla madre di una alunna di scuola primaria;
– in Abruzzo un ragazzo di 13 anni tira un pugno a un compagno e gli compromette definitivamente la milza;

è la scuola di oggi, bellezze. Ed è solo la punta dell’iceberg. Che piaccia o non piaccia siamo arrivati a questo. E’ la “buona scuola”, quella che è (secondo me neanche tanto) consapevole di avere delle condizioni di partenza disastrose insiste nel non voler vedere e far passare comportamenti indecenti perché tanto non succede nulla almeno finché non succede nulla. E’ la scuola che vive se stessa come in una sorta di apnea ogni santo giorno che il Padreterno mette in terra. Si va a insegnare, o si mandano i propri figli con la speranza che non succeda mai niente. E, peggio ancora, che se succede qualcosa, almeno succeda agli altri. Perché la scuola diventa violenta quando si insiste a guardare nel proprio orticello e non si pensa mai agli altri, al collega che arriva all’ultimo minuto perché ha i guai in casa e appena giunto sul lavoro deve per forza sgravarseli di dosso e far finta di niente, ché ci sono le giovani generazioni da allevare e tirar su. La violenza più inaudita tra insegnanti è l’indifferenza reciproca. Il collega o la collega a fianco potrebbe soffrire le pene inenarrabili dell’inferno, fisicamente e psichicamente, è lì accanto a te, ti separa un solo alito da lui/lei, ma la lontananza sai è come il vento, dunque tira vento di tramontana, giusto per tenere quella distanza di sicurezza che ti permette ancora di farti un po’ di cazzi tuoi. Poi suona la prima campanella. Al contrario delle altre della giornata non si verifica quel fuggi-fuggi generale (verso la classe successiva o verso l’agognata uscita, si veda il caso), ma una l-e-n-t-a e i-n-d-i-f-f-e-r-e-n-t-e andatura lungo i corridoi, ché lo sanno tutti ma non se lo ricorda nessuno che bisogna essere in classe cinque minuti prima dell’inizio delle lezioni, ma ci si spalma ovunque a chiacchierare e a far finta di non aver sentito (“E’ suonata? Di già?? Ma come, non l’ho sentita… Oddio, è meglio che vada… Adesso raccolgo le mie cose… Oh, che sbadata, ho dimenticato la trousse al bar, vado a prenderla, così mi bevo anche un secondo caffè già che ci sono e poi vado in classe.”). Poi comincia tutto. E gli alunni fanno quello che devono fare, cioè gli alunni. Entrano tirando lo zaino sul banco, non ti salutano nemmeno, fanno finta di avere sonno così ti possono strappare il permesso di andarsi a prendere una dose di Coca-cola (caffeina) alla macchinetta e bighellonarci quella mezz’ora abbondante in modo da urtare i tuoi nervi (“Scusi, prof., sono andato anche in bagno già che c’ero!”), così che tu chiedi a un altro alunno della classe “Per favore, mi vai a cercare il tuo compagno?” e quello sparisce a sua volta, andando a finire dall’altra parte dell’istituto dove il suo compagno non può trovarsi, ma non si sa mai, c’è sempre una prima volta. Ti fanno perdere tempo per fare la maledetta “lista”. La “lista” è l’elenco dei panini e delle stuzzicherie da consegnare alla bidella che poi la consegna al bar. Passa di mano in mano con la lentezza di un bradipo. Qualcuno tira fuori le monete e si mette a spicciolare tintinnandole ritmicamente sul banco (e i tuoi nervi lievitano come un panettone industriale sotto Natale). Poi c’è sempre chi se ne dimentica (“Prof, posso andare a prendere il panino? Non ho fatto la lista!” e tu lo ammazzeresti) e una ragazza che ti guarda con gli occhi da gattina presa a calci e ti chiede  di andare in bagno mostrandoti il pacchetto dei fazzolettini di carta e picchiandoci sopra con le dita disposte a V di “Vittoria”, che ti chiedi cosa cavolo vincono andando in bagno, ma non hai tempo per darti una risposta perché la prima ora è già finita, tu sei riuscito afare sì e no 10 minuti di lezione e ti eri preparato un’ora intera, lettura, traduzione, commento linguistico, comprensione, elaborazione di un testo scritto ed esci frustrato da questi ragazzi che non hanno fatto nulla di male, ma che, soprattutto, non hanno fatto nulla in assoluto. Che poi uno dice “andrà meglio all’ora successiva”, macché, ti accolgono in classe sditeggiando sui loro cellulari come ossessi. Il cellulare non è un accessorio, nossignori, è una parte di loro stessi, provatevi a toglierglielo e siete finiti, come minimo il giorno dopo arriva il padre e ve ne chiede conto. E, naturalmente, vi mena. E voi zitti perché non si può reagire, ne va del buon nome della scuola, ché una scuola violenta non si è mai sentita, ma allora quella dei genitori che pigliano a calci i docenti che cos’è? Risposta: “la buona scuola”. E vai di luoghi comuni come se piovesse. Quindi loro il cellulare lo usano, sissignore, e tutto quello che puoi fare è dire “Potresti spegnere e mettere via?” Loro vi rispondono biascicando chewing-gum: “Sissì, adesso… un momento solo… rispondo al mio ragazzo e poi spengo… certo, come no…”. Ma in quel momento, proprio mentre stavi pensando che due schiaffoni assestati bene male non ci starebbero per quella ruminante maleducata, arriva la bidella: “Professò’, c’è una madre che vuole parlare con lei” – “Ma questo non è il mio orario di ricevimento” – “Sì, lo so [e allora se lo sai perché vieni a calpestarmi i testicoli coi tacchetti a spillo?] ma quella ha detto che deve parlare con lei!” – “Ma non posso lasciare la classe incustodita! “Su, Professo’, la classe gliela guardo io [ed è esattamente QUELLO che mi preoccupa], che saranno mai 10 minuti?” E ti avvii bestemmiando a mezza voce verso la signora che è lì che ti aspetta e sembra volerti dire “Già arrivato? Sono almeno 15 minuti che l’aspetto, non ho mica del tempo da buttare via, io!” e tu con il sorriso a 32 denti (anche se vorresti tanto querelarla per interruzione di pubblico servizio, ma non si può, perché c’è questa visione della scuola come ambiente in cui si accolgono tutti e tutte, comunque, a qualsiasi ora e sempre come se niente fosse) che le dici “Ma buongiorno gentilissima signora, disponga pure di me a suo bell’agio!” [tanto, voglio dire, io sono qui che ricevo quando la gente vuole, sono perfettamente a sua disposizione, anzi, mi faccia sdraiare sul pavimento a mo’ di tappeto così se vuole può camminarmi sopra] “Lei ha messo un due a mio figlio!” “Ehm, aspetti… mi faccia controllare… adesso sul momento proprio non ricordo…” [e non è una scusa, non te lo ricordi sul serio, non puoi conoscere a memora la situazione di un paio di centinaia di alunni, ma a quella non gliene frega niente] “Oh, sì, ecco qui, gli ho dato un due perché era impreparato, sa è una cosa molto grave, non ha studiato e non mi ha neanche dettodi non voler venire all’interrogazione, è rimasto seduto al banco e si è anche addormentato pochi minuti più tanrdi…” “Eh, va beh, ma non potrebbe mettergli, toh, dico una cosa a caso, almeno sei? Giusto per riconoscere l’impegno [impegno? Quale impegno??] e per non farlo crescere troppo represso. Sa, è così sensibile!” [“Sì, alle sacrosante legnate che dovresti dargli”, ti viene in mente di dirle, ma anche questo non lo puoi dire perché non è politically correct, probabilmente la Montessori sarebbe stata più brava di te ad allevare quel campione, ma tu non sei la Montessori e anche questo è un dato di fatto] “Sì signora, gli ho messo due e glielo confermo, vediamo adesso se studia e viene volontario per rimediare.” “Tutti uguali voi insegnanti, io lo saprei come si entra in classe e come si insegna ai ragazzi, altro che!!” “Allora signora, guardi, faccia una cosa, visto che i concorsi sono pubblici, ne vinca uno, si faccia assumere e poi viene in classe ad insegnare come vuole, ma venirmi a dire come devo fare il mio mestiere no, non mi sta bene, si avvicini cortesemente alla porta e guadagni l’uscita!” Ecco, anche questo VORRESTI dirglielo, ma non si può, sempre per il politically correct, sempre perché bisogna essere sempre gentili ed accondiscendenti, perché noi siamo la “buona” scuola, non quella cattiva, perché nel frattempo i ragazzi che hai lasciato con la bidella ti stanno sfasciando l’aula e prima o poi qualcuno arriverà a chiedertene conto. E perché tanto c’è sempre qualcuno che si meraviglia del fatto che la scuola è violenta.

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Comments

  • Baluganti Ampelio  On 26 Febbraio 2018 at 19:22

    Boia, menomale che tra i buoni propositi per l’anno novo avevi detto che non parlavi più di scuola!

    Bacy e abbraccy.

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