La morte dignitosa di Totò Riina

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Un mio amico ha scritto su Facebook che ora va tanto di moda Totò Riina. Non è vero. Non va di moda Totò Riina, va piuttosto di moda il dibattito sempiterno sul primato della pena sulla pietà umana e cristiana o viceversa, sul se un mafioso in quanto mafioso e riconosciuto colpevole di delitti atroci (dalle stragi di Stato agli scioglimenti nell’acido) adesso che si trova alla fine della sua vita con la prospettiva di avere davanti un lasso alquanto limitato di tempo, debba morire come un cane rognoso o possa crepare in condizioni più umane e dignitose. La porta al dibattito (e alla polemica) l’ha aperta una sentenza della Cassazione a cui è stato fatto dire di tutto e di più. Inrealtà il Palazzaccio dice una cosa molto semplice: che della questione deve tornare ad occuparsi il tribunale di sorveglianza di Bologna, annullando con rinvio un’ordinanza dello stesso collegio giudicante. Se ne deve riparlare, insomma, la partita non è ancora chiusa. Ma la Cassazione non ha assolutamente sospeso la pena per Totò Riina, che continua a rimanere detenuto al 41 bis nell’ospedale di Parma, dove mi risulta sia curato. Tutto lì. O, meglio, c’è dell’altro. In verità la Cassazione ha ritenuto contraddittoria la sentenza di Bologna, ma non stiamo lì a ravanare, il punto è che la Cassazione non intendeva certo far sollevare questo vespaio di interventi a favore o contro.

Perché il punto non è se essere buoni e perdonare Riina mandandolo a morire a casa sua nel suo letto anziché su una brandaccia sgangherata oppure essere senza cuore ed augurarsi che Riina muoia il più lentamente possibile espiano a lungo (ma mai sufficientemente) le sue colpe, rendendo allo Stato una briciola di tutto il male che gli ha fatto. Queste sono cose da cattolici. O da giustizialisti (a volte coincidono). A dire il vero c’è una terza scuola di pensiero che sui social network si sta facendo sentire ed è quella di chi vorrebbe che Totò Riina, visto che sarà anche malato, ma è lucido e capace di intendere e di volere, si decida, dietro promessa di concessione di qualche beneficio (noi italiani siamo pur sempre mafiosi dentro), a raccontare tutto quello che sa delle relazioni della mafia con lo Stato, scoperchiando finalmente quel vaso di Pandora che permetterebbe di togliere il velo di nebbia dalla conoscenza dei fatti e che ci restituirebbe dignità di Nazione (ma dove?). Costoro non si preoccupano minimamente di pensare che dovrebbe essere lo Stato quello che dovrebbe ragguagliarci del come e del perché dei suoi rapporti con la mafia, non il contrario. Ma passiamoci sopra. No, dicevo, il punto non è uno di questi, il punto è che, premesso che lo Stato non deve essere vendicativo e che le pene devono tendere alla rieducazione dei condannati, bisogna trovare una soluzione che contempli l’esigenza di Riina con quella dello Stato che ha tutto l’interesse a vederlo scontare la pena. E questa soluzione potrebbe non essere necessariamente la sospensione dell’esecuzione della pena, perché ci sono da contemplare i diritti dei familiari delle vittime (Nando Dalla Chiesa ha scritto delle pagine molto toccanti sul tema, ultimamente). Si potrebbe arrivare alla concessione degli arresti domiciliari (che erano stati richiesti “in secundis” dalla difesa di Riina), così il detenuto continuerebbe a scontare la pena e avrebbe dall’altra parte quella serie di benefici limitati (bisognerebbe comunque garantire una detenzione alternativa sì, ma comunque sicura e similare a quella del 41 bis, e francamente non è certo che ci si possa arrivare). E bisogna farlo in fretta perché c’è un uomo che sta morendo e perché, come diceva la mi’ nonna Angiolina, “davanti alla morte siamo tutti uguali (finalmente!) e ci si tasta debitamente i coglioni” (“debitamente” l’ho aggiunto io).

Ma non si tratta di applicare la pietà. E neanche di mettere in pratica la vendetta. Bisognerebbe sostituire le parole “pietà” e “vendetta” con la parola “diritto” (pare se ne siano dimenticati in troppi che c’è anche quella, ormai parliamo esclusivamente in base a degli impulsi sentimentali personali, non più in base ai codici e ai regolamenti) e tutto quello che rientra nel “diritto”, allora, sarebbe buono e utile, compresa la morte dignitosa di Totò Riina. E se ci rendessimo conto che la Cassazione non ha fatto altro che applicare delle regole sulla base di una sentenza già scritta. Hanno fatto una cosa meravigliosa che si chiama “giurisprudenza”, che vuol dire “direzione”, “orientamento” legislativi. Hanno creato un precedente, stabilendo che se si pone la questione di un detenuto cui dare una morte degna di questo nome (e non c’è mai nulla di degno nel nome ‘morte’) QUANTO MENO ci si può far venire il dubbio, aprire uno spiraglio e andare incontro al detenuto, perché il motto latino recita che “in dubio pro reo”. E che lo Stato non sia mai più carnefice del carnefice che intende punire. Sarebbe, semplicemente, una aberrazione inaccettabile.

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