Intorno al suicidio assistito di Lucio Magri

Davanti alla morte di una persona, l’ho sempre detto, bisognerebbe che calasse la cortina del silenzio, della pietà umana, della cristiana compassione ("compassione" è una bellissima parola, vuol dire "sentire insieme", non ha nulla a che vedere con la sofferenza, il moralismo cattolico ci ha privati anche del significato più autentico e profondo delle parole), del rispetto, magari dell’imbarazzo per l’ineluttabilità dell’evento e per le modalità con cui si è verificato (anche se non si muore mai per incidente stradale, malattia, omicidio o legnate prese in un carcere, io dico sempre che si muore di morte e tanto basti).

La morte di Lucio Magri, intellettuale quanto mai lontano dalla mia esperienza culturale, ma a cui va riconosciuto l’onore della ricerca di una via nuova nella comunicazione delle idee, di un impegno giornalistico generoso e sincero, certo, tutto quello che si vuole, ma la sua morte per "suicidio assistito" non può che lasciarmi perplesso.

Non tanto per il buio della depressione che l’ha determinata e che ha reso a quest’uomo insopportabile la vita, con il gravàme della morte della moglie.
Ma perché proprio nel momento in cui io voglio con tutto me stesso rispettare la scelta di Lucio Magri di farla finita attraverso un ultimo viaggio in Svizzera, non posso pensare a questa migrazione della morte cui lui ha potuto accedere (sia pure nelle condizioni di immane sofferenza psicologica in cui versava) senza farmi venire in mente Mario Monicelli che si è lasciato andare giù senza andare proprio da nessuna parte, anzi, rimanendo lì in un ospedale per malati terminali, beffando il tempo dilatato degli infermieri e dei medici, andandosene facendo pochi passi, pochissimo rumore, e, soprattutto, senza nessuna "assistenza" suicidiaria, perché, come diceva De André, quando si muore si muore soli.

Malati terminali che non hanno neanche la determinazione sufficiente a porre fine ai loro giorni perché rintontiti dalla morfina, che chiedono aiuto con gli occhi, quando riescono a chiederlo, sofferenze indicibili che non passano attraverso viaggi della pietas laica (per quanto ultimi essi siano) in Svizzera, sono facce di una medaglia del dolore che non riesce a farmi pensare che Lucio Magri se ne sia andato esattamente come uno di noi.

Anzi, mi viene da pensare che sia stato un privilegiato. Ha pianificato la sua morte, ha avuto tutto quello che voleva perché lo voleva, ha fatto partecipi del proprio progetto amici, conoscenti e persone che stimava, ha affidato a Luciana Castellina la cura dei suoi scritti, provveduto per le sue esequie, ha ottenuto conforto e assistenza nel momento in cui ci ha lasciati, emigrando in un paese dove tutto questo è possibile e in cui i suoi amici lo hanno seguito.

Ecco, tutto questo riesce a trasmettermi una rabbia profonda. Perché lui almeno è riuscito a morire in Svizzera, mentre in Italia, tutt’al più si crepa.
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Comments

  • Single a trent'anni  On 1 dicembre 2011 at 10:14

    Ha fatto notizia perchè è morto da signore. Se si fosse, semplicemente, sparato alla tempia non avrebbe fatto altrettanto notizia.

    C’è chi può e chi non può…

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