Il popolo dei post-it scende in piazza accanto alla casta dei giornalisti. Quello dei blogger resiste!

Sono in piazza, dunque, quelli che si mettono un post-it sulla bocca.

"Repubblica" ha pubblicato la foto che vi (ri)propongo a corredo di un articolo di stefano Rodotà (che è una brava persona e mi riprometto di leggere il suo intervento più tardi…).

Questi qui mi fanno paura. Sono ragazzini. Li guardo bene e mi paiono implumi, manifestanti indignati a fianco della casta dei giornalisti, connivente fino a ieri con il governo. Li vedo indifesi, ragazzi sbaragliati a manifestare contro una legge ingiusta a fianco di gente ingiusta. Perché:

- i giornalisti che scendono in piazza oggi sono per la maggior parte dipendenti da testate e quotidiani che ricevono il finanziamento pubblico a getto continuo;
- i giornalisti che scendono in piazza oggi sono per la maggior parte a servizio di testate ed editori il cui controllo, direttamente o indirettamente, è afferibile al Presidente del Consiglio;
- i giornalisti che scendono in piazza oggi sono per la maggior parte gli stessi che non disdegnano di pubblicare particolari morbosi degli eventi di cronaca giudiziaria, di spellarsi sullo zoccolo indossato dalla Franzoni nel delitto di Cogne, di scannarsi sull’orecchino di Elisa Claps pubblicando perfino le foto del cadavere e dimostrando di non avere pietà per nessuno;
- i giornalisti che scendono in piazza oggi sono per la maggior parte favorevoli alla clausola "riproduzione riservata" posta in calce agli articoli on line delle maggiori testate e che impedisce, di fatto, a norma della legge sul diritto d’autore, la realizzazione di rassegne stampa su eventi di attualità;
- i giornalisti che scendono in piazza oggi sono per la maggior parte favorevoli all’obiezione di coscienza e, quindi, al carcere per la pubblicazione delle intercettazioni contenute negli atti di indagine (vedere l’AD di SKY) perché hanno dalla loro gruppi editoriali che possono permettersi il lusso di assumere difensori di grido e affrontare un processo penale e un provvedimento disciplinare, cosa che non può fare un free-lance o un blogger.

Il bavaglio colpisce anche la rete, lo sappiamo bene, con l’odiosa norma sull’obbligo di rettifica previsto per qualunque sito web. Chi non si adegua va in carcere.

E, quindi, "scusate, non mi lego a questa schiera", come disse il poeta, sto in trincea, loro possono permetterselo di scendere in piazza e proclamare, indignati, lo sciopero dell’informazione.

Ma se l’informazione fa sciopero, le idee non si astengono. Mai. Non le mie.
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