Il “femminicidio” (ohibò) di Antonietta Gargiulo

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Poi c’è quella triste storia di Antonietta Gargiulo, la moglie del carabiniere che ha ucciso le figlie e si è suicidato, dopo aver sparato tre colpi anche a lei, che adesso è ricoverata in fin di vita.

I giornalisti hanno di nuovo estratto dal cilindro la parolina magica, quella che mette d’accordo tutti e su cui tutti sono d’accordo, quel bruttissimo vocabolo che dovrebbe essere cancellato perfino dal dizionario, ammesso e non concesso che ci sia mai entrato: femminicidio.

Ora, si dà il caso che la signora sia in condizioni disperate ma ancora viva. Parlare di “femminicidio” in questo caso mi sembra come minimo prematuro, ma, comunque, inopportuno. Michela Murgia, che è una persona intelligente, dice in un suo recente tweet che la parola “femminicidio” non fa leva tanto sul fatto che sia stata uccisa una donna (no, macché!) quanto sul PERCHE’ sia stata uccisa. Dimenticandosi del fatto che non c’è proprio nessuna differenza tra l’uccisione di una donna per un raptus di follia da gelosia o volontà di non separarsi, e un povero gioielliere che si vede sparare dal rapinatore a cui non voleva consegnare la refurtiva. E’ come se, chiamandolo “femminicidio”, l’omicidio assumesse una valenza di gravità superiore proprio per una appartenenza di genere e non per il fatto in sé.

Una povera donna già seppellita prima ancora di essere morta in un cumulo informe di carta stampata. Questo è davvero ciò che indigna.

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