The Project Gutenberg eBook, Il Designato, by Luciano Zuccoli This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.net Title: Il Designato Author: Luciano Zuccoli Release Date: May 26, 2004 [eBook #12446] Language: Italian Character set encoding: ISO-8859-1 ***START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL DESIGNATO*** Produced by Distributed Proofreaders Europe at http://dp.rastko.net in cooperation with Progetto Manuzio, http://www.liberliber.it Project by Carlo Traverso, revision by Claudio Paganelli. LUCIANO ZÙCCOLI IL DESIGNATO ROMANZO NUOVA EDIZIONE riveduta dall'autore MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI Ottavo migliaio. PROPRIETÀ LETTERARIA. _I diritti di riproduzione e di traduzione, sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._ Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera, dal 7,° migliaio in avanti, che non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori. Milano, Tip. Treves, 1920. PREFAZIONE CRITICA A QUESTA NUOVA EDIZIONE. Il libro che vede ora la luce nella sua edizione definitiva, dopo che l'autore vi ha arrecato notevoli e pazienti ritocchi, fu pubblicato la prima volta a Milano nel 1894, presso una Casa editrice, che oggi non esiste più. Se il primo romanzo di Luciano Zùccoli era subito parso opera indipendente e originale, questo, che veniva a un anno dì distanza da _I Lussuriosi_, diede a divedere che lo scrittore non intendeva la letteratura come un dilettantismo giovanile, ma come un'alta faticosa nobilissima arte, alla quale voleva dedicare tutto il suo ingegno. E in realtà, ingrandendo la fama dell'autore e confermando la speranza che il primo libro aveva fatto fiorire, _Il designato_ decise dell'avvenire di Luciano Zùccoli. Parve il libro d'un uomo che avesse lunga esperienza d'anni e di casi, ed era il libro d'un giovanissimo; parve la critica implacabile d'un malcontento marito, e l'autore era scapolo. Ma era uno scapolo e un giovane che viveva a occhi aperti, in una grande città, precocemente; era l'opera d'uno scrittore nato, che a una sensibilità eccezionale accoppiava per istinto uno spirito d'osservazione fresco e sincero. E in verità, chi volesse analizzare le qualità principali di questo libro,--di questo, e osiamo dire di quasi tutta l'opera di Luciano Zùccoli,--troverebbe ch'esse provengono dalla sincerità dell'osservazione, dalla facoltà di sentire acutamente, dalla precisione originale nell'interpretare i moti interni dell'animo e gli avvenimenti cospicui della vita vissuta. L'autore afferra movimenti psicologici non veduti da altri e li vivifica con uno spirito tra il sentimentale e lo scettico, il quale è caratteristica di lui; rende con brevi tòcchi le scene, di cui mette in rilievo i particolari che sfuggono ai più e che vi lascian più duratura l'impressione; e riflette nel giudizio delle cose e degli uomini una sua filosofia malinconica e indulgente, lepida e disperata nel tempo stesso, che se non ha stupito più nell'autore di _Farfui_ e del _L'amore di Loredana,_ fece la maraviglia dei critici che nell'autore di _Il designato_ dovevan giudicare, un giovane di ventiquattr'anni. Si è, ripetiamo, che Luciano Zùccoli, prima ancor che uno scrittore, è un uomo che ha vissuto e vive, e della vita, nonostante quella sua filosofia, è amico e ammiratore. Indipendente come tutti coloro,--e _tutti_ qui vuol dir _pochi_--i quali hanno una personalità rilevante, egli ha sempre un'opinione sua e una sua volontà; non per il piacere di contrasto, benchè un certo qual gusto per la contraddizione gli si potrebbe a quando a quando rimproverare, ma perchè non dice se non ciò che sa, che ha visto, che ha constatato; non ha gli occhi, insomma, che alla vita e alla realtà. Parrebbe che uno spirito così formato dovesse essere arido e freddo; e sarebbe, se Luciano Zùccoli pretendesse troppo dalla realtà e dalla vita e si disgustasse facilmente d'ogni cosa dolce per quel fondo d'amaro che vi si trova quasi sempre alla fine. Ma in questo medesimo libro il lettore può aver la prova della sensibilità che l'autore ha saputo conservare fra le delusioni, la lotta, le tempeste della sua non mai pacifica esistenza. Si leggano, ad esempio, il capitolo in cui è descritta la prima notte di matrimonio, e l'altro in cui è ritratta la protagonista tutta affaccendata nelle sue frivole compere, e quello in cui si racconta della morte e dei funerali di Laura Uglio, e si veda con qual delicatezza di tocco ha saputo lumeggiare, argomenti gravi o teneri, leggeri o tristi, scabrosi o sentimentali. E si confrontino con l'arguzia onde son delineati certi altri personaggi, conn l'ironia di certe scene di famiglia, col senso di ribellione con cui sono affermate o rapidamente esposte certe verità della vita comune; e non ci si darà torto se diremo che lo studio del vero, quasi istintivo nello Zùccoli, presta alla sua opera, una varietà mirabile. Non è certamente un autore monocorde colui che vicino a questo può allineare altri dieci volumi, in cui ciascun personaggio ha una figura sua propria; dieci volumi nei quali sfilano i tipi di tutte le classi sociali, dall'aristocrazia al popolo minuto, dal superbo patrizio del _L'amore di Loredana_ ai ladri e ai teppisti della _Compagnia della Leggera_, dalla candida fanciulla di certe sue novelle alla donna ardente, volitiva, disdegnosa, che è la protagonista di _Farfui_, dal bambino ingenuo al libertino inquieto e curioso, dal soldato fanfarone e generoso al trionfatore freddo, taciturno e senza pietà. Mille sono i tipi che lo Zùccoli ha animato della una arte, e quelli che popolano _Il designato_ hanno un carattere di realtà e un rilievo indimenticabili. In lui la fantasia lotta di continuo con l'istinto d'osservazione e con l'amore del vero; la sua fantasìa ricca, bizzarra, agilissima, lo inviterebbe all'opera dì pura imaginazione; e non è detto che un giorno non ci dia il libro «libero» senza freni, tutto fantastico. Già nella _Roberta_ molte pagine segnano la vittoria di questa facoltà poderosa d'imaginare e di staccarsi dal vero quotidiano per darci sensazioni nuove. In questo, lo Zùccoli è un osservatore coscienzioso e un artista calmo, che sa già la scaltrezza dell'arte sua, e che è tuttavia sincero e ardito come sempre. Il successo incontrato da questo volume fin dal suo primo apparire, ha consigliato gli editori a farne la presente ristampa, che l'autore ha riveduto attentamente e ritoccato in più parti; e noi siamo certi che il favore del pubblico e della critica gli sarà nuovamente e più largamente accordato, oggi in cui lo Zùccoli col trionfo dei suoi ultimi volumi è entrato a far parte di quel ristretto numero di scrittori che si ammirano più presto che non si discutano. S. T. Ottobre 1910. IL DESIGNATO PRIMA PARTE. I. Nel salotto non c'ero che io; io, in piedi, nell'atteggiamento nervosissimo dell'aspettazione, guardando dei quadri di cui conoscevo tutto, l'autore, il tema, il valore artistico, la provenienza, la data in un angolo. Geltrude, la cameriera, entrò dallo studio e mi disse: --Il signore ha una visita; ma si sbrigherà sùbito, e la prega di pazientare un istante.-- La cameriera attraversò la sala ed uscì dalla porta che metteva al sèguito dell'appartamento: io mi posi a sedere sul divano color foglia morta. Vecchio salotto, dove regnava un ordine insoffribile, quello del signor Pietro Folengo! V'era lo scaffaletto da ninnoli, con dei minerali preziosi e degli uccelli imbalsamati; v'era il piano, a coda; v'era la tavola con dei mostri cinesi, degli albi di famiglia e dei libri regalati dai giornali cui il signor Folengo era abbonato; v'eran quegli oggetti e quei mobili volgari, che disposti in qualunque modo, messi sotto qualunque luce, formano sempre un solo tipo di casa, producono sempre una sola impressione. Tuttavia, dopo i quadri, io passava in rivista accuratamente quelle cose notissime, rilevando la maniera sciatta con cui le si eran collocate, e così ligia alle regole di riscontro ch'io mi volsi per vedere se non vi fossero anche due caminetti, l'uno di faccia all'altro. Il gusto informatore della disposizione era indubitabilmente del signor Pietro Folengo; e il visitatore meno atto all'osservazione poteva giudicare che il padrone di casa doveva essere inclinato meglio alle cifre che alla meditazione, meglio al commercio che all'arte; se poi, di questo padrone si guardava il ritratto--attaccato alla parete principale e naturalmente di fianco a quello della sua signora e, più naturalmente, al disopra di quel di sua figlia,--il signor Pietro Folengo appariva, senza speranza alcuna, ragioniere, amministratore; uno di quei terribili uomini i quali vi parlan della Borsa, dei corsi d'acqua, d'edilizia e di cambiali, allo scopo di divertirvi. Il signor Folengo aveva una fisonomia senza significato, per natura e per arte; poichè s'era lasciato crescere i favoriti, lunghi e bianchi, che lo facevan rassomigliare a centinaia d'altri, servitori o ministri, cocchieri del vecchio stampo o ambasciatori e plenipotenziarî: sulla sua fronte, non troppo alta, ma levigata come di marmo, nessun pensiero aveva fatta presa; la computisteria gli era stata leggiera; egli ignorava perfettamente l'esistenza di Dante e di Raffaello. Dallo studio venivan le voci del visitatore e del Folengo; la prima, tenue come d'un implorante, la seconda, calma, con chiaroscuri studiati, che indicavan gl'incisi dei quali il Folengo usava abbellire il discorso; ad ora ad ora giungeva anche il fruscio di carte spiegate; qualche colpo di tosse, che aveva un perchè; finalmente udii che il visitatore si congedava, col solito: «Allora, siamo d'accordo; io le farò avere i documenti....» La porta che dallo studio metteva all'anticamera s'era chiusa dietro le spalle dell'incognito; la porta che dallo studio metteva al salotto dov'io mi trovava, veniva aperta per dare adito al signor Folengo. Io m'era alzato. Il signor Pietro, basso e largo, severamente abbigliato di nero, colla faccia illuminata da un sorriso breve, mi veniva incontro a mani aperte. --Caro signor Sergio!--egli disse.--Mi perdoni la lunga attesa: sa, queste benedette faccende; l'amministrazione.... Così dicendo, sedette egli pure sul divano e mi fece accomodare presso di lui. --Ora, sono tutt'orecchi,--continuò.--Mi pare che nel suo viglietto di ieri mi chiedesse udienza per affari, anch'ella.... --Per affari!--dissi, brutalmente colpito.--Per affari, no: per cose di sommo rilievo, sì. --Dunque, affari;--perseverò testardo il signor Folengo,--è question di nomi. Sto a sentirla.-- M'avvidi ch'egli sapeva già di che cosa io volevo parlargli; ma, in quel momento, io rappresentava un postulante, e per sistema, il signor Pietro non faceva mai un passo verso questa categoria d'uomini. S'io non avessi trovato sùbito le parole adatte, egli avrebbe aspettato anche un quarto d'ora, con olimpica serenità, senz'offrirmi il modo d'entrare in argomento. Guardai fuori della finestra chiusa, riparata da tendine bianche; oltre la quale si vedevan gli alberi del giardino, spogli di fronde, sotto il cielo bigio d'ottobre; alcuni colombi selvatici s'erano appollajati sui rami e tubavan malinconicamente. Non faceva ancor freddo; ma il mese era assai triste, e l'ora--tra le cinque e le sei del pomeriggio,--piena di memorie. --Io non sono un grande oratore,--dissi sorridendo,--e per questo non userò circonlocuzioni. Che cosa pensa ella di me, signor Folengo?-- Qui avevo deluse le aspettazioni del mio interlocutore, e me n'ero accorto sùbito dall'impaccio in che la domanda l'aveva gettato. Il signor Pietro pensava di me ogni bene, e per questo avevo osato chiedergli la sua opinione; ma è sempre difficile dichiarare una simpatia senza limiti a una persona, la quale è tutto il nostro opposto per idee, per passato, per modo d'intender la vita; anche più difficile era nel nostro caso, in quanto il signor Folengo sapeva benissimo dov'io tendeva, ed era per ciò in obbligo d'esprimersi senza frasi, senza generare in me il sospetto ch'egli dicesse per dire, per cavarsela. --Io non giudico--egli rispose--dalle parole, ma dai fatti. Certo, io so come di lei si sia molto parlato in altri tempi e con diversi criterî; e so pure come, se si volesse giudicarlo dalle sue opinioni.... --Lei non mi farà torto--interruppi--di credere che le opinioni espresse in un salotto o in un caffè sieno le mie.... --No,--disse gravemente il signor Folengo.--So appunto che la gioventù nostra ha questo vezzo pericoloso di mettere innanzi delle idee che nella pratica della vita non vorrebbe mai applicare. Perciò, io mi tolgo affatto da questo campo e, come le dicevo, baso il mio giudizio sulla vera essenza della sua indole, per quello ch'io ne ho intravisto. Respirò a lungo e proseguì: --A rassicurarla immediatamente, le affermo che il mio giudizio su di lei è ottimo. Questa volta respirai io. La pomposità delle frasi che ascoltavo, andava persuadendomi sempre più vero quanto io aveva presentito: il signor Folengo sapeva lo scopo della mia visita; non solo, ma aspettandosela da un giorno all'altro, aveva preso ragguaglio d'ogni cosa che mi riguardava, del mio stato finanziario, de' miei amori morti, delle mie abitudini, de' miei difetti; notavo quasi con vergogna ch'io era vilissimo in quell'istante e che se il signor Folengo m'avesse imposta l'abjura d'ogni credenza più antica, la rinuncia ad ogni orgoglio più accarezzato, io avrei abjurato, io avrei rinunciato, pur d'effettuare la mia speranza. --È ottimo in questo senso,--riprese il Folengo;--che ella è di gran lunga migliore di quanto vorrebbe sembrare; che ella ha dato troppo peso a sciagure intime e ha troppo generalizzati i suoi casi, scambiando l'uomo e il mondo per gli uomini e il mondo che le furono d'attorno lunghi anni. Ora, questo non è; ella è assai giovane; ha maniera di ricredersi, e nonostante certe sentenze scettiche delle quali s'è imbevuto, ella a ricredersi volge ogni speranza, ogni forza d'animo. Io restava in silenzio, perchè intuivo che l'orazione del signor Folengo non sarebbe così presto finita; mi pareva il discorso prendere un atteggiamento troppo diplomatico, e aumentarmi le difficoltà non piccole della mia domanda; ma riservavo un'interruzione che avrei fatta non appena se ne fosse offerta l'opportunità. --Si vorrebbe da lei,--continuò il mio giudice,--una maggior coerenza fra le azioni e le parole, una schietta ribellione a tutti i dogmi che l'infracidita società nostra va infiltrando nei giovani. Ma già, questo vien dall'esperienza, dalla critica, è frutto dell'età più vecchia.-- Pausa. Il signor Folengo,--la cui testa cominciava a entrar nella penombra della camera, mentr'io rimaneva ancora in luce, colla finestra di contro--si portò all'indietro col corpo, quasi prendesse la rincorsa, e giunse inaspettatamente alla conclusione, per esaurimento delle frasi magnifiche. --Insomma, caro signor Sergio, io non ho che a finire come ho cominciato. Ella è per me gentiluomo irreprovevole, al quale è onore proferir dell'amicizia e dal quale è ambizione ottenerla.... Del resto, io non so rendermi ragione di quest'inchiesta non aspettata; sono sorpreso.... Notai che il signor Folengo s'era sorpreso un po' tardi, quando cioè aveva comodamente espressi i pochi pensieri che la mia persona e la mia vita gli suggerivano. --Era necessario,--interruppi,--per ambedue; io la ringrazio assai del concetto ch'ella nutre di me, e spero di poterne sempre esser degno.... Guardai di nuovo fuor della finestra; i colombi selvatici erano spariti dagli alberi. Udii la pendola sul caminetto suonar lentamente le cinque ore e la mezza. --Ora, al fatto,--disse il signor Folengo con uno sguardo scrutatore. Ne' suoi occhi grigi lessi la sicurezza che la mia risposta doveva essere la buona, e avvertii un impercettibile moto in lui, come di preparazione. --Il fatto è semplice e grave,--risposi. Mi alzai, mi posi di fronte all'uomo, e dissi con voce quasi tremante: --Ho l'onore, signor Folengo, di chiederle la mano della signorina Lidia sua figlia....-- Vi fu un silenzio che giudicai spaventevole. Il signor Folengo si levò adagio, sempre tenendo gli occhi fissi ne' miei, uscì dalla penombra, e rispose: --Una simile domanda fatta all'improvviso.... Io sono lusingato....-- Mi morsi le labbra; l'istinto vittorioso aveva costretto l'uomo a trincerarsi e a guardarsi da una promessa immediata; le parole uscivan dalla bocca del signor Folengo meccaniche; egli si dimenticava la sua professione di fede in me; gli proponevo un affare, secondo lui, ed egli mi trattava da uomo d'affari. Però, scorgendomi forse impallidire, aggiunse tosto: --Debbo dichiararle ch'io non ho nulla, nulla in contrario al suo voto; anzi ho molta propensione a vederlo esaudito, e sono commosso...-- Non era commosso per niente. Si allontanò alcun poco da me e premette il campanello elettrico. --Avvertite donna Teresa che ho bisogno di parlarle,--disse alla cameriera sopraggiunta.--E portate la lampada.-- Mentre Geltrude usciva, il signor Folengo mi tornò vicino. --Perchè meglio si persuada ch'io accolgo la sua domanda con viva simpatia, voglio sùbito comunicarla alla mia signora,--fece con tono affettuoso. Io m'inchinai, ed essendo sopravvenuto un silenzio molesto, il Folengo occupò quell'intervallo nell'accomodare e nello spostare alcuni oggetti sulla tavola, che non ne avevano bisogno; alla prima ansia era succeduta in me la riflessione e con essa la calma speranzosa; non trovavo a' miei desideri alcun ostacolo degno di essere discusso. Donna Teresa comparve, seguita dalla cameriera che posò la lampada sul caminetto e si ritirò. Donna Teresa, allevata alla scuola del marito, ebbe uno sguardo istintivo e ricostruì, evidentemente, a grandi tratti, la conversazione avvenuta fra me e il signor Folengo. Il salotto si riempiva di solennità. Donna Teresa mi venne incontro e mi strinse la mano; la piccola e grassoccia signora non aveva rinunciato a una certa eleganza; i suoi capelli eran tuttavia neri, e la sua carnagione, eburneamente lumeggiata dalla lampada, appariva senza rughe nè grinze; il color delle labbra era rinforzato da una leggiera tinta di carmino abbastanza gradevole. Solo, nel suo corpo difettava l'eleganza naturale, che l'assiduità allo specchio non insegna mai; le forme tozze prorompevano, in odio alla fascetta strettissima; attorno al collo l'adipe formava un monile, e sui fianchi si espandeva con insolenza. Noi ci eravamo seduti di nuovo. I coniugi Folengo occupavano il divano ed io, di fronte a loro, in una poltrona bassa, aspettavo con ritornata angoscia la ripresa della orazione. --Ti ho fatto chiamare,--disse il signor Folengo,--perchè il signor Sergio ci presenta l'opportunità di stringere assai notevolmente i legami della nostra amicizia.-- Donna Teresa dimostrò con un cenno della testa che tale opportunità le gradiva. --Per esprimermi chiaramente, il signor Sergio mi ha domandata la mano di Lidia. Donna Teresa balzò dal divano con un'agilità imprevedibile e mi si precipitò incontro, colla faccia trasformata dalla gioja. Senz'aspettare un gesto di suo marito, e parlando per istinto, come l'altro aveva per istinto tergiversato, esclamò: --Grazie, signor Lacava! Mille volte grazie di simile onore! Lei effettua la mia più cara speranza!-- Presi la mano di donna Teresa, toccato dall'effusione ingenua della buona signora. --Ella mi rinfranca,--dissi, alzandomi dalla poltrona.--Io mi sento appoggiato dalla fiducia che le ispiro.... --Ma certo, ma certo!--rinforzò donna Teresa.--Forse mio marito non le aveva espresso?... Forse ella temeva?... --Vedi, cara amica,--mormorò il signor Folengo tranquillamente, senza muoversi dal suo posto.--Vedi: io mi sono dichiarato assai favorevole; ma io non sono il solo arbitro, e prima di me, e prima di te, c'è Lidia, la cui volontà deve essere libera.... --Lidia!--esclamò donna Teresa con un'occhiata di trionfo.--Lidia! Non ci son che le mamme per saper certe cose.... Io annuncerò immediatamente la felice novella a Lidia....-- Stava per avvicinarsi al campanello elettrico, quando il signor Folengo, levatosi dal divano, la fermò con un cenno. --Tu vuoi?--disse.--Così, sùbito, senza prender tempo?... --Ma certo, ma certo!--ripetè donna Teresa--non vedi com'è pallido questo povero giovane? Io so quel che faccio.... È una tortura inutile che noi infliggiamo _loro_.-- L'indice di donna Teresa si posò due volte sul bottone del campanello. Il signor Folengo, vistasi levata la direzione diplomatica delle trattative, riprese il suo posto, con un sospiro di sollievo. --Sì, sì, forse è meglio!--disse come tra di sè.--Io sono contento. --La signorina Lidia sùbito qui!--ordinò donna Teresa a Geltrude comparsa. Quindi, ripresemi le mani: --Caro, caro figlio mio!--disse.--Non dubiti di nulla. Io so quel che faccio!-- La signora Folengo assumeva un aspetto di franchezza che non le avevo conosciuto prima; una leggiera onda sanguigna le aveva imporporato il viso, e la commozione sollevava a ritmo il suo largo seno. L'uscio fu toccato lievemente, poi girò sui cardini senza romore, schiudendo il passaggio a Lidia. Io non dimenticherò mai com'ella apparve in quell'istante, coi capelli biondi pettinati all'indietro, in modo da scoprir la fronte pura. Lidia vestiva un abito grigio e portava un grembiale nero; l'abito indicava forme così giovanili e così recenti di maturanza da ispirar piuttosto sollecitudine tenera che ammirazione; il suo viso era un po' pallido, ma freschissimo, e ne aumentavan l'impressione di giovanezza rigogliosa gli occhi turchini, la bocca dalle labbra rosse e ben delineate; aveva piccolo naso, con narici rosee, e piccolissime orecchie; il collo, per quanto appariva dall'abito, era d'una bianchezza alabastrina; il petto non troppo esile nè povero; le mani magre, con dita affusolate. L'espressione interrogativa ch'era sul viso della fanciulla all'entrar nel salotto, sparve non appena Lidia mi scorse, e fu cancellata da un tenue rossore. --Buona sera, signor Lacava!--ella mi disse. Per la prima volta dacchè ci conoscevamo, io le tesi la mano, ch'ella strinse, gettando un'occhiata dubitosa a suo padre. --Vieni!--le disse donna Teresa, avvicinandola a sè.--Vieni dalla tua mamma.-- Lidia s'accostò alla poltrona, dove la madre s'era seduta; non so quel che passasse allora nell'animo della giovane, ma certo l'insolita accoglienza doveva assai turbarla. I suoi occhi andavan senza posa da me a suo padre, e da suo padre alla signora Folengo. Questa la serrò fra le braccia, e la fece sedere vicinissima a sè. Io solo rimaneva in piedi, appoggiato al piano-forte. --Che cosa avviene dunque?--domandò Lidia, non potendo trattenersi. --Cara!--esclamò donna Teresa, prendendole la testa e baciandola sui capelli. --Noi ci siamo radunati qui,--cominciò il signor Folengo con voce solenne,--per parlar del tuo avvenire. --Stai bene oggi? Hai la mente lucida?--cominciò a sua volta la signora.--Ti senti di poter rispondere e decidere con chiarezza? --Ma sì, senza dubbio....--rispose Lidia, guardandomi come per invocare il mio ajuto. --Ebbene....--disse la signora Folengo con precipitazione,--ebbene il signor Sergio Lacava ti ha chiesto in isposa, noi abbiamo acconsentito, e aspettiamo la tua risposta.-- Alle prime parole, Lidia sobbalzò, mentre un rossore intenso le saliva fino alla radice dei capelli; poi nascose la testa con rapidità sul petto di sua madre. --Oh mamma!--disse. E scoppiò a piangere con una violenza nervosa irrefrenabile. --Io credo--osservai--che la signorina: si trovi a disagio davanti a me; sarebbe stato forse meglio....-- Donna Teresa mi troncò la parola con un moto del capo. --Via,--fece poi a Lidia,--non essere bambina. Tu ci metti in pena.... Lo so; non eri preparata; è un assalto di nervi; andiamo, alza la testa.... Lidia obbedì e prese dalle mani di sua madre il fazzoletto per asciugarsi gli occhi; ella guardava con tanta fissità il viso di donna Teresa, da svelar la paura d'incontrare i miei sguardi. L'attitudine era cosi fanciullesca e così bella a un tempo, che i signori Folengo e io sorridemmo insieme. --Forse--disse il signor Folengo--noi esercitiamo su Lidia una pressione involontaria. Vuoi prender tempo? Vuoi pensare prima? --Oh no!--proruppe inavvertitamente la fanciulla, tenendosi immobile. --Allora? --Allora, è presto detto,--fece donna Teresa, volgendosi a me.--Lidia è contraria a questo matrimonio....-- La fanciulla allungò le mani verso donna Teresa e tentò l'atto di chiuderle la bocca. --Ah!--esclamò ridendo la signora.--Dunque, vieni qui. Dunque, sì? --Sì!--rispose Lidia, che aveva nascosto nuovamente il capo fra le braccia della madre. Io avventai alla fanciulla uno sguardo quasi violento di desiderio e d'amore. Da quell'istante, ella era tutta mia. II. Il cielo prendeva un aspetto retorico, da melodramma. Sopra uno sfondo potentemente azzurro, vagavan certe grosse nuvole bianche, fra cui la luna ora si nascondeva, ora faceva capolino. Dalla finestra della mia camera era, lo spettacolo, più curioso perchè il giardino, al disotto, andava illuminandosi ed oscurandosi a seconda della luna bizzarra. S'alternavan gradazioni di verde lucido e gradazioni di nero opaco, ombre sul terreno scheletriche e scarmigliate, indecisioni di contorno. Queste diverse imagini s'imprimevano forte nel mio cervello non come percezioni chiare, ma come sensazioni, che ricordo; perchè il momento era dei più difficili. Noi ci eravamo ritirati da circa un'ora; gli amici, i parenti, avevano abbandonata la casa con un'ultima stretta di mano, alcuni con un sorriso. Lidia--mia moglie--s'era appartata nella sua camera, accompagnatavi da donna Teresa, che l'aveva lasciata poi, baciandola sulla fronte; pallide e commosse tutt'e due. Io, in abito nero, sembravo una decorazione della mia stanza da letto, nervosamente allegra, perchè al giuoco della notte indecisa vi faceva robusto divario la luce artificiale; erano accesi i due bracci a candela dell'armadio, le due lampade sul caminetto e la lampada pensile nel mezzo. Poi, aleggiava un profumo acuto di fiori, raccolti in coppe, morenti con furiose dispersioni d'ebrietà. Appoggiato al davanzale della finestra, vedendo ma non osservando il rimpiattino della luna, io meditava. Era necessario lasciare scorrere un certo lasso di tempo affinchè Lidia non credesse la mia un'intempestiva sorpresa, un'invasione da barbaro. Il suo cuore doveva battere a martello; era necessario lasciarlo calmare. Io stesso aveva bisogno di guardare in faccia il fenomeno di questa vergine lanciatami fra le braccia dalla legge, datami esultando da sua madre, perchè la trasformassi in donna, con un mezzo che due giorni avanti si sarebbe chiamato il disonore. Con maravigliosa mutazione, pel semplice fatto che l'amore, così insofferente di forme e di nomi, aveva preso nome e forma di matrimonio, tutto quanto era proibito, condannato, scandaloso prima, diventava lecito, onesto, doveroso adesso; un bacio, un abbraccio, una notte, più notti, un giorno, più giorni d'intimità, erano cosa buona; e se io avessi dato il bacio, tentato l'abbraccio, passata una notte con Lidia, avanti ch'io avessi potuto chiamarmi suo marito, Lidia sarebbe stata perduta, e suo padre avrebbe avuto il diritto d'uccidermi e di farsi applaudire come un istrione alla ribalta. Ciò non era logico, ma necessario, il che è ben diverso; tanto diverso che la considerazione de' miei diritti improvvisi su Lidia mi dava un umor chiaro, allegro, piacevole. Sapevo il significato di quanto era per avvenire; significato di sì grande rilievo che da esso dipendon quasi sempre le sorti di due esistenze. Mi richiamavo alla memoria delle letture fatte sull'argomento in altra età, per una speranza di possibile eclettismo che mi servisse di guida; ma mi sembravano ingenue o inadatte al paragone. L'unica mia guida dovevo essere io medesimo e trovare nel mio passato quelle cortesie, e quelle delicatezze e quelle audacie che l'esperienza m'aveva insegnate ottime, se non in casi identici, almeno in casi di qualche somiglianza col presente, se non in una prima notte di matrimonio, almeno in una prima notte. Accostarmi a Lidia come un amante a un'amante, era possibile e bello; ma Lidia, la mia amante, era una fanciulla e il nostro amore non aveva termine, e ogni falso o corrotto insegnamento si sarebbe trasformato in un germe pericoloso del quale avrei colto io il frutto. Quindi, potevo e dovevo essere l'amante, ma un amante castigato, limitato, rettissimo. Volgendo nel mio animo questi pensieri, m'ero ritratto dalla finestra ed ero venuto ad appoggiarmi colle braccia sul marmo del cassettone. Innanzi, lo specchio mi rifletteva pallido con un sorriso un po' convulso, e la lucentezza dello sparato chiuso quadratamente nell'abito, mi dava un'aria quasi severa. Il profumo dei fiori vibrava fortissimo alle nari; dall'uno lato e dall'altro dello specchio, due vasi di porcellana traboccavan di narcisi e di garofani e d'anemoni e d'altri fiori vigorosi. Levai dal gruppo folto una gardenia, che soffriva più dei compagni e la passai nell'occhiello. C'eran molte persone, le quali pensavano a noi in quell'istante. La nuova del mio matrimonio s'era sparsa per Milano e fuori con rapidità e maraviglia. Gli amici non si figuravano me nella notte presso Lidia? non analizzavano con cinica irreverenza il nostro amore che s'iniziava? nell'ombra non si preparavan già delle insidie? Io avrei trovati i mezzi d'intercludere il passaggio a qualunque insidia tesa sulla via della mia donna. E anche questo dipendeva dal momento in cui ero. Laura Uglio non era tornata dalla prima notte di matrimonio così nauseata, da giustificare il suo adulterio avvenuto tre mesi dopo? Angela Tintaro non aveva nella prima notte di matrimonio giurato di darsi a una donna, e a uomini mai più? Quanti mariti maldestri non avevano in poche ore mutata una fanciulla in un'impura colomba, presto insaziabile? Aneddoti sparsi nelle mie memorie, dei quali capivo a un tratto la sapienza.... Secchi e sonori per l'amico silenzio, l'orologio del giardino diffuse dodici colpi. Li contai adagio, smorzai i lumi, lasciando accesa la sola lucerna pensile. Mi diedi un ultimo sguardo nello specchio: la gardenia, lo sparato candido, l'abito nero, anche il viso molto pallido, sembravano giovarmi. Al momento d'aprir l'uscio, ero tranquillo; meglio, ero ilare e sicuro di me; avevo un indiavolato bisogno di scherzare. Apersi, passai nel salotto oscuro, ma grave di profumi come la mia camera. Un sottil filo di luce rosseggiava sotto l'uscio della stanza di Lidia: troppo intenso, non poteva provenire dalla lucerna da veglia; era la luce d'una lampada portatile. Posta dove? Non presso il capezzale. Lidia aveva fatta un'illuminazione nervosa come la mia? Bussai leggiermente alla porta di Lidia, e mi sentii sorridere. L'orologio ribattè i dodici colpi nel giardino. Che lampo era stato e che eternità quell'intervallo! Avvertii un lieve romore: poi il silenzio proseguì dovunque. --Lidia!--dissi ponendo la mano alla gruccetta dell'uscio. --Avanti!--rispose con voce soffocata. Apersi l'uscio e guardai. Lidia, in accappatojo, coi capelli sciolti, aspettava in piedi presso una poltrona. Da una tavola sotto la finestra, una lampada alquanto attutita dal paralume a smeriglio, sprigionava luce blanda, quasi pulviscolo azzurrato, che veniva a stendersi sui capelli, sulla fronte, sulle guance di Lidia e le dava una stanchezza, come dopo il ballo, al sorger dell'alba. L'atteggiamento della giovane denotava un'apprensione vivissima, tradita pure dal respiro precipitoso che le agitava il seno. --Non ti sei coricata?--domandai, mentre avanzavo richiudendomi l'uscio dietro le spalle. Lidia fe' cenno di no colla testa. --Hai avuto paura?--dimandai di nuovo, prendendole una mano. Lidia fe' cenno di sì. Mi sedetti sulla poltrona a cui ella era appoggiata, e tenendo tutt'e due le mani di Lidia, attrassi la fanciulla sulle mie ginocchia. --Vediamo,--dissi, posandole le labbra sulle labbra caldissime ed immobili.--Io son desolato d'essere costretto a disturbarti; ma non prevedevo di trovarti ancora alzata. Volevo semplicemente augurarti la buona notte. Sorridi?... Non bisogna dubitare delle mie parole,--aggiunsi, mentre mi scoprivo a sorridere io pure. Noi, così seduti, avevamo la tavola colla lucerna alle spalle e di fronte il letto; il letto sui guanciali serbava l'impronta della testa di Lidia e le coperte apparivano già rimosse. Evidentemente, Lidia s'era coricata, e vinta a un tratto da un'impazienza nervosa, aveva dovuto alzarsi. La fanciulla afferrò il mio sguardo, arrossì, e rise lievemente. --Questa paura!--continuai.--Non t'ha lasciata riposare? Ma di che cosa hai paura? Di me?-- Le presi la testa fra le mani e l'obbligai a guardarmi; i suoi occhi azzurri continuavano a ridere sì piacevolmente, ch'io li avvicinai e li baciai senza aspettare la risposta. Finalmente, le labbra di Lidia si mossero a restituirmi il bacio. Il sistema, come il più semplice, era dunque anche il migliore. --Di me, no, senza dubbio,--ripresi.--Non rispondi? --Di te, no, senza dubbio,--ripetè Lidia a voce bassa. --Grazie. Ma allora, non capisco più nulla! Lidia abbassò la testa, guardando la mia gardenia, un po' ingiallita. Io sentiva il profumo del fiore levarsi dalla massa bionda dei capelli di Lidia, dall'accappatojo, dalle braccia un po' scoperte, dal busto senza fascetta, che mi s'appoggiava contro, in una perspicuità di linee assai tormentosa. Presi la gardenia e tentai di collocarla sul petto della fanciulla; ma non appena allungai la mano, Lidia portò le proprie, arrossendo, sopra i ganci che le chiudevan l'accappatojo fino al collo. Il sistema non era dunque il migliore. --Perchè non hai fatta accendere la lucerna da veglia?--chiesi, tornando a infilare il fiore nell'occhiello. --Non ci ho pensato,--rispose Lidia.--Vuoi accenderla tu? S'io mi fossi alzato, Lidia avrebbe preso il mio posto ed avrei perduta una strategica posizione. --Accendila tu!--ripetè Lidia. La mia considerazione rapida doveva essere stata fatta anche da Lidia. Ella si levò dalle mie ginocchia e rimase in piedi presso il letto; nel mentre abbassavo e accendevo la lucerna, Lidia non si ricordò di sostituirmi nella poltrona; mi guardava impacciata, colla mano destra sul guanciale. --Ora c'è troppa luce,--disse. M'avvicinai alla tavola e posi innanzi a quella lucerna una specie di ventaglio roseo, che mutò sùbito la luce viva in altra delicatissima. L'accappatojo di Lidia prendeva una tinta deliziosa, difficile a riprodursi, che pareva gradazione di due colori soavi compenetrati. Rimasi un istante a gustare il quadro. Lidia continuava a guardarmi coi grandi occhi turchini. M'accorgevo che se avessi ceduto alla mia volontà, invece di riprendere il posto nella poltrona, come feci, avrei abbracciata Lidia e l'avrei atterrita coll'irruenza d'un amore represso e rattenuto per due anni. --Non ti senti stanca?--le chiesi, senza pregarla d'avvicinarsi.--Vuoi coricarti? È passata la mezzanotte. La fanciulla girò la testa intorno, come cercasse un angolo discreto. --Io me ne andrò,--aggiunsi.--Vuoi? --Sì,--rispose Lidia, movendosi per aprirmi l'uscio. Quando fummo sulla soglia, ella tradì una fuggevolissima esitazione, come ogni volta respingeva un pensiero malagevole ad enunciarsi. --Io aspetto qui in sala.... Volevi dirmi? --Volevo dirti questo, appunto,--ella confessò. E per nascondere il suo turbamento, si ricoverò fra le mie braccia. Provai tale un'impressione di tutto il suo corpo sul mio, tale una vertigine di piacere, che dovetti ricordarmi il proposito di non fare un'invasione da barbaro,--per resistere all'agitazione di prender Lidia e portarla sul letto e spogliarla io. Non dubitando del cimento al quale mi sottoponeva, Lidia rispose a un tratto al mio bacio e mi circondò delle braccia il collo. --Sei molto pallido,--osservò, mentre si staccava.--Non ti senti male? --No, cara. Ho la camera zeppa di fiori; deve essere il profumo che m'ha alterato un istante. --Dev'essere il profumo!--ripetè Lidia chiudendo l'uscio e accompagnando il gesto con un grazioso saluto del capo. --«Sì, il profumo,--pensai.--Ma quale?» Il salotto era oscuro; ciò mi servì di pretesto per accomodarmi su una sedia vicinissima all'uscio. Io udiva così Lidia muoversi nella sua camera; il fruscìo dell'accappatojo sciolto e cadutole ai piedi, facendole cerchio, e dell'accappatojo raccolto su una sedia; lo scricchiolìo del letto che accoglieva il corpo leggiero; un fievole colpo di tosse. --Sergio!--chiamò la voce di Lidia. Non so perchè, l'essersi ella coricata diede ad entrambi maggiore sicurezza. Lidia medesima sorrideva, guardandomi rientrare, sebbene si fosse accuratamente volte intorno le coperte fino al collo; aveva spinta la poltrona accanto al letto. --Il mio posto?--domandai, restando in piedi. --Il tuo posto è lì,--ella rispose accennandomi cogli occhi la poltrona. --Ma qui avrò freddo!--mormorai. --Nel mese di giugno!--esclamò Lidia.--Prova. --Proviamo. Il posto non era brutto, sebbene non fosse il migliore. La testa di Lidia circondata,--aureola giovanile,--dai capelli biondi, gli occhi vividi, e quell'indefinita sola bianchezza della carnagione, propria dell'età più bella, m'apparivano ben lumeggiati, precisi. L'astuzia d'avvolgersi diligentemente nelle coperte, dovuta al pudore, non aveva sortito il suo effetto, perchè le forme di Lidia si determinavano con procace evidenza e se la fanciulla non fosse stata volta sul fianco, le coltri sottili avrebbero delineato anche il seno. --Sarebbe possibile,--dissi,--baciare una tua manina? --Possibile,--rispose Lidia, sporgendo la mano destra con un sorriso. La breve camicia lasciava il braccio nudo. Vidi passar negli occhi di Lidia il quesito insolubile di darmi la mano coprendo il braccio; ma cedette all'inattuabilità di tale disegno; nel movimento un po' precipitoso, le coltri si smossero, ed io le rattenni, e per stabilire e mantenere l'insperato vantaggio, rapidamente dalla poltrona passai sul fianco del letto, mentre istintivamente Lidia si ritraeva facendomi posto. L'atto riuscì seducentissimo nella sua schiettezza; la cortesia femminile dominava la verecondia per un lampo e si faceva incontro alla dolce necessità di cedere. Vidi e compresi, e la improvvisa intelligenza di quel moto mi provocò un brivido lungo. Non ero più nè ilare, nè tranquillo; consapevole d'una veniente tristezza. Il mio amore invadeva l'animo con tale veemenza, da sgominarlo, e farlo debole. Sorgeva misteriosa e meglio che da qualunque legge, da quella verginità, tutta profumo e sorriso, ch'io stava per distruggere,--la comprensione di quanto io doveva alla fanciulla sacrificata. All'ultimo baluardo, invece del goloso desiderio, io incontrava una tenerezza mesta ingiustificabile, da avaro innanzi al tesoro lungamente accarezzato. L'avaro non avrebbe voluto spenderlo, avrebbe voluto aspettar tuttavia, gioirne tuttavia, promettersi e negarsi la frenetica sensazione di tuffar le mani nell'oro, forse meritarsela di più. Io soffriva dell'attimo fuggente e dell'irreparabilità della conquista. Passai adagio le braccia sotto il busto di Lidia, attirandola a me. Ella teneva gli occhi chiusi e il suo pallore mi spaventò. --Anima,--susurrai,--soffri? --No,--rispose Lidia, aprendo gli occhi. La luce delle due lampade si projettava troppo intensa. Lasciai Lidia e smorzai quella ch'era sulla tavola; ora la penombra si faceva tutelare e propizia; ma tornando al mio posto, di nuovo il pallore della fanciulla mi spaventò. Ella mi guardava smarrita, e un'agitazione ch'era male vero, cresceva in lei, le pulsava nel petto, nelle arterie, moltiplicandone il ritmo. Tentò di togliersi alla mia stretta e si trovò sùbito libera. Erta sul busto, colle braccia rigide che le facevano sostegno, rimase un attimo indecisa. --Ho paura!--esclamò poi.--Non per te, Sergio, ma ho paura! Perdonami! Le salivano convulsi alla gola singhiozzi senza lagrime; chino su di lei, le mie mani sentivan le ciocche de' suoi capelli, morbide e lisce, disordinate per il guanciale. Non osavo muovermi nè parlare; lucide, lancinanti, memorie di spose morte così fra i primi amplessi del marito, mi si piantarono nel cervello. Ma come ella avesse intuita la mia angoscia superiore alla sua, Lidia mi gettò le braccia al collo. --Perdonami!--disse nuovamente.--Ho paura! Noi ci cercammo le labbra, e al caldo contatto infine le lacrime di Lidia proruppero, mi caddero brucianti sulle mani, chiamarono le mie; la crisi quietò Lidia a poco a poco, lasciandola colla testa sul mio petto, gli occhi chiusi, da' cui angoli scorrevan deliziosissime e infantili le lagrime. Non so quanto così rimanessimo, vittime d'un arcano fascino. Quasi sentivamo i gravi silenzi della casa circondarci lentamente e addormentarci la coscienza dell'ora. Tutt'e due sulla soglia d'una felicità agognata, rimanevamo titubanti, malinconici e paurosi, perchè nulla più del presente doveva tornare. Ella s'era distesa nel letto, quasi calma; io la baciava adagio sui capelli, sugli occhi, sulla bocca, sul collo, sulle mani, naufragante in un'onda voluttuosa. L'avaro assaporava il suo tesoro che aveva anima e forma, e si sferzava col ricordo di tutte le caducità umane per togliersi al pazzo bisogno di serbare il tesoro intatto. Quindi, la fanciulla ridivenne fiduciosa. E così l'attimo fuggente si dileguò. III. Parecchi anni addietro, al buon signor Pfaff, io aveva domandato un giorno: --Perchè non mettete un'epigrafe sul vostro ricovero di pace e di salute? Il signor Pfaff m'aveva guardato senza rispondere, ed era stata la figlia a spiegargli il mio concetto. La signorina Silesia Pfaff, dopo aver discusso alcun poco in dialetto grigione col padre, mi s'era rivolta dicendomi in italiano sgangherato che il padre non capiva e che se volevo porre un'epigrafe sul piccolo albergo, la dettassi a lei. Fu così che sul ricovero di pace e di salute lampeggiò in lettere d'oro l'iscrizione: VENITE, DOLENTES. E i dolenti venivano, uscendo dalla ressa delle città, pallidi e smunti, e cercavano il silenzio, la vita semplice, l'armistizio di pochi mesi nella battaglia rabbiosa di tutto l'anno. E v'ero venuto io medesimo, ora curvo per la morte di mia madre, indimenticabile figura di donna bruna e nobile; ora freddo, caustico, per l'opprimente perizia degli inganni; ora scosso e attonito per la morte inaspettata di mio padre; ora vuoto ed aspro per diffidenza degli altri e di me stesso; e ogni volta, l'anima aveva ricongiunte le ferite, s'era dilatata nel silenzio, s'era compiaciuta di quella grande e libera solitudine. Al caro luogo avevo prestata quasi una simbolica potenza di farmaco. Vi sognavo bene, come in città non era possibile, e vi attingevo preziosi cumuli d'energia morale; talchè nelle gioje lo desideravo per meglio compenetrarle, e nei grandi dolori per essere umile innanzi a superbi spettacoli di paesaggio. L'albergo del signor Pfaff era situato fra Splügen e Andeer, sulla via per Coira, in posizione così felice che sempre, quando la diligenza vi si fermava dinanzi, erano esclamazioni ammirative fra i viaggiatori. Poichè, dietro la casa, i prati si stendevan verdemente fino al Reno, indomato ancora e ruinoso; davanti eran la strada postale e la lunga serie di pinete che costeggian quella strada per notevole tratto; la conca nella quale l'albergo ha fondamento, è formata da montagne, alcune ricche d'abeti e di lecci, altre brulle quasi il fuoco vi sia passato con indileguabil traccia di devastazione. Intorno, vie numerose conducono ai boschi, ai villaggi, ai monti; una, poco aperta allo sguardo, dietro la casa del signor Pfaff, costeggia il Reno, avvallata fra gli alberi fitti, e conserva l'indole selvaggia delle strade raramente percorse. Più in alto, al disopra dell'albergo, il villaggio di Sufers, con quelle case metà di legno e metà di pietra, che danno sùbito l'imagine della Svizzera, come le pagode caratterizzano l'India e gli edifici a più tetti e a sesto acuto indicano la Cina. Spesso, in quel villaggio di Sufers, preziosamente conservati sul davanzale delle finestre, alcuni vasi di geranî e di garofani, risvegliano una nota d'allegria gentile. Noi eravamo diretti al ricovero di pace, non dolenti, ma lieti anzi d'inesprimibile contentezza. Avevo pregata io Lidia di seguirmi lassù, perchè mi pareva ed era triste cosa di non aver raccolte in un sol luogo ed in un successivo spazio di tempo le più pure nostre memorie. Un po' di vanità femminile aveva forse giovato a convincer Lidia del mio disegno; l'idea di varcare il confine e di veder costumi nuovi, le era parsa men comune e preferibile a un pellegrinaggio per città italiane, notissime a tutti; ne' suoi viaggi colla famiglia, non s'era mai spinta oltre il lago di Como o il lago Maggiore. Salimmo nella carrozza da posta verso mezzogiorno. L'antico veicolo dipinto in giallo e rosso e tirato da quattro cavalli, ci poteva illudere un istante di non vivere in un'età insopportabilmente civile e meccanica. Noi avevamo agio a gustare la bellezza dei luoghi e ad aspirare una purissima aria montanina, comecchè il giorno fosse ricco d'azzurro e di sole. Nella scossa che il veicolo ci comunicò mettendosi in moto, Lidia mi si appoggiò tutta, ridendo, ed io le strinsi le mani. D'improvviso, mi ricordavo una molestia patita il mattino stesso durante il viaggio in battello da Como a Colico. V'era salito un giovane elegante, il quale non aveva smesso di guardar Lidia con occhiate da scapolo esperto, date a tempo e in modo che la persona osservata non se ne avvedesse. Per l'insistenza stupida dell'ammiratore, avevo sofferto con ridicola intensità, e pretestando l'aria troppo fresca, avevo finito per invitar Lidia a discender meco sotto-coperta. Era un principio di gelosia vaga? Senza dubbio, quantunque incoerente col mio intero passato; non ero mai stato geloso d'alcuna donna, o perchè non ne valeva la pena, o perchè sapevo allora dominarmi. Ma indubitabilmente d'ora innanzi, gli sguardi, i sorrisi, le parole dirette a Lidia, m'avrebbero fatto male; potevo affermarlo con sicurezza quasi matematica. Ciò era necessario e illogico siccome ogni paradosso di sentimento. Lidia era bella, e non d'una bellezza così capricciosa da risvegliar l'attenzione di pochi intelligenti; ma d'una bellezza fresca, ingenua, assai pura, che avrebbe stimolato il desiderio perverso, quel desiderio del male, del corrompere, dell'insozzare un'anima il quale è peggiore di gran lunga d'ogni desiderio sensuale, e pur s'annida in fondo al cuore di molti uomini. Si sarebbe annidato fors'anco in fondo al mio cuore, se io fossi stato estraneo a Lidia; anzi, peggio, vi s'era annidato già, in altri tempi, ed io aveva commesso il delitto di pervertire _qualcuna_, pel solo piacere di pervertirla, d'eccitarla malamente e di mutare una superba in una donna come tutte le altre. La cattiva esperienza m'insegnava che le anime chiarissime, incitano e richiamano la malvagità; la fede provoca la negazione, quasi processo di fenomeno elettrico. Forse non è lo stesso dei corpi femminili, tanto più procaci quanto più velati allo sguardo in vesti ondeggianti, con linea severa? Lidia, dopo le prime esclamazioni di gioja al cospetto della vallata che si offriva alla nostra manca,--parlava con inflessioni carezzanti della voce colorita, e parlava d'ogni cosa, ora sorridendo alla figura burbera del cocchiere appollajato e mutolo sul suo sedile, ora intenerendosi alla vista dei monelli cenciosi che ne seguivano in cerca d'un soldo. Come la carrozza, per la salita, andava al passo, i monelli si facevano audaci, gettavano mazzolini d'_edelweiss_ sulle ginocchia di Lidia, senza cessare dalla loro nenia mendicante. Lidia, che credeva liberarsene coll'offrir loro qualche moneta, se li vedeva comparir più numerosi. V'era una bambina coi capelli arruffati, sudicia, scalza, insistentissima; non appena un soldo veniva gettato, ella si slanciava e lo disputava ai maschi, rotolandosi con loro per terra; la scena crudelmente selvaggia stupiva Lidia, la quale non riusciva a persuadersi che la monella appartenesse al medesimo sesso di lei. Al riprender del trotto, i monelli rimasero, addietro, sparvero ad un gomito della strada e in un nugolo di polvere. La carrozza procedeva robustamente, e il vetturale, curvo, indifferente al paesaggio di cui doveva conoscere ormai ogni anfrattuosità, spingeva i cavalli a esortazioni e a tocchi di frusta. Sui fianchi delle montagne si vedevamo sparsi poledri e giovenche, intenti al pascolo, volgendo appena la testa al passaggio del veicolo romoroso. Alcune fra le giovenche, piantate in mezzo alla strada con bruta apatia, costringevano il vetturale a frustarle perchè facessero largo, e oltrepassata la carrozza, riprendevano, la loro immobilità, coll'occhio atono e fisso, come animali di bronzo. Dopo il cambio dei cavalli a Campodolcino,--collocato graziosamente in un'estesa verde di praterie,--l'aria si fece più viva, il paesaggio intorno più tetro per maestosità di montagne, la salita più decisa. M'ero lasciato prender volentieri dalla vivacità di Lidia; era impossibile non esultare alla soddisfazione complessa che illuminava la donna e le brillava negli occhi. Discesi dalla vettura, noi le camminavamo a fianco, studiando di precorrerla quando il terreno ce lo permettesse. La strada, scavata a giri nel fianco della montagna, ci offriva d'accorciar di molto il cammino che il veicolo doveva seguir tutto e ci arrampicavamo sui rialzi per balzar dall'altro lato della strada. Lidia, coll'abito corto da viaggio, i piccoli piedi calzati in forti stivaletti di cuojo giallo, svelta, agile, s'appoggiava alla mia mano e spiccava il salto con arditezza. Ma si stancò presto e dovemmo attender la carrozza, che avevamo vantaggiosamente distanziata, per risalirvi. Il vetturale ci guardava con occhio tenero, quasi paterno e non riprendeva il viaggio se non certo ch'io avessi ben collocata Lidia. Una pigra ma sicura mutazione mi faceva sentire, man mano procedendo, che le memorie dei luoghi noti m'entravan nell'animo spalancato, ne cacciavano ogni imagine faticosa della città, mi davano una superbia di possesso quasi io solo fossi passato di là e solo conoscessi le voci sonore e profonde dell'altitudini; poi, guardando Lidia,--ora avvolta in uno sciallo da viaggio per ripararsi dall'aria pungente,--provavo un fremito leggiero, nulla giudicando più dolce di simile amore in simili plaghe. A un tratto, Lidia volse il capo verso di me, i nostri sguardi s'incontrarono, e la donna intuì il mio pensiero dilettosamente soggettivo. --Sei venuto spesso qui?--ella chiese. --Cinque anni di séguito, in questa medesima stagione. --Solo?--ribattè ella, con qualche esitanza. --Sempre solo.... Puoi supporre?... Ma no. Lidia non mi supponeva capace di condurla dove altre memorie di donne vivessero, e mi pentii del sospetto, e per cancellarlo le narrai in quali condizioni avessi scelto quel ricovero tranquillo, le dissi dell'epigrafe sulla casa, e ormai mutabile in quest'altra: «_Venite, gaudentes_» se _gaudente_ non avesse una significazione materiale e volgare. Le brevi domande, però, mi ricordarono ch'io doveva la storia del mio passato a Lidia. Non sapeva io tutto di lei? La sua vita fino al mio incontro era stata così semplice, così eguale, che ponendo piede in casa Folengo, avevo capito come ogni giorno vi fosse monotono e puro, perchè Lidia non aveva amiche. Soffersi quindi, nuovamente, una curiosa molestia dacchè il mio passato era ben diverso, inutilmente ricco d'intenzioni variate e inesorabilmente vuoto di bene e di male grande; ero stato un uomo allegro e triste, malvagio o beffardo, a seconda dei casi, e per questo, nel mentre nulla avevo fatto che mi distinguesse da qualunque altro scapolo,--nulla, nel medesimo tempo, era più increscioso a narrarsi di quegli anni desolati, infingardi; chiusi nella ricerca di commozioni, comunque fossero, anche bassamente colpose. Stabilii, dietro la rapida sintesi, di non parlare e d'attendere che Lidia desiderasse o in qualsivoglia modo mi ricercasse quella storia, un po' fosca, un po' grigia. Pel momento, la donna era assorta nella contemplazione della cascata di Madesimo, presso Pianazzo, balzante rivo d'acqua bianchissima, spumosa, lunga e molle, che rallegrava d'un tratto la montagna nera e nel silenzio della strada deserta mormorava con liquida cadenza. Madesimo, l'elegante ritrovo, era alla nostra destra e larghi affissi sopra una casa cantoniera ne indicavan la via; ma pel bisogno di calma ch'io sentiva, per il tepido fiorir dell'amore di Lidia, il luogo riusciva troppo chiassoso e vivace. Più oltre, e a più fresca altezza, attirò gli sguardi della donna il villaggio d'Isola, giù nella vallata, disperso a gruppi di capanne brune, dal tetto acuto, e arrampicate pel versante dell'opposta montagna in notevole estensione e in una mutezza desolante di luce, anche malinconica per la nudità del monte sul quale eran disseminate. Assai piccole e quasi immobili, si scorgevan qua e là delle gregge di mucche. E tutto appariva traverso il fogliame degli alberi che avevamo a fianco della diligenza e che sembrava un immenso ornato, frapposto al villaggio da un artista bizzarro. Una particolarità del cammino erano ora le gallerie, attraversanti il ventre della montagna, e sotto le quali passavamo. Istintivamente, Lidia si curvò, come temesse d'urtar la testa nelle travi che sostenevan l'opera ardita, dalle vôlte umide, stillanti, le cui aperture, intervallate a guisa di finestre verso il fianco sinistro del monte, illuminavano con regolar quadrato di luce. V'eravamo giunti per una via serpentina, talchè, volgendoci, potevamo ritrovar coll'occhio il percorso fatto. Lidia, nella quale l'incontro delle gallerie aveva ridestata la maraviglia graziosamente loquace delle prime tappe, si lamentava del freddo, soffiato coll'aria violenta, che trovandoci in abiti estivi aveva buon giuoco anche sulle coperte da viaggio cui eravamo ricorsi. La molestia durò poco, perchè oltrepassata la vetta dello Spluga e l'ultima cantoniera italiana, cominciò la discesa, prima quasi insensibile, poi rapida così che i cavalli di timone dovevan resistere all'impeto del veicolo piuttosto che favorirlo, e quelli di volata si piegavano abilmente sul fianco per mantener l'equilibrio. Era una bella e potente sensazione, questa della discesa. Il paesaggio svizzero si presentava foltissimo di pini, cosicchè pareva vi ci tuffassimo, e il profumo di resina, l'aria nitida venissero ad incontrarci, penetrandoci beneficamente nei polmoni. Lidia non mostrava d'essere stanca più di quanto fosse al principio del viaggio e come il sole andava riprendendo calore, ella si toglieva le coperte, sorridendo alla corsa piacevole, colle mani appoggiate allo sportello e il busto eretto; l'onda d'ossigeno le prestava nuove forze; la fatica, lo sbalordimento del viaggio, i mutamenti improvvisi di temperatura, di cui avevo temuto per la fragile donna, svanivano innanzi al bisogno nervoso di giungere, dal quale ella appariva animata. La discesa continuava veloce; vedevamo, come già prima la via percorsa, in basso tutta la via da percorrere, a nastro, bianca e soleggiata, ombrosa di tanto in tanto,--e lontana, diritta, eguale, la strada che da Splügen conduce a Nufenen e a Hinterrhein. Lidia m'interrogava sulla situazione della casa Pfaff, dimostrandosi felice del mio disegno effettuato, sentendo inconscia ella pure la voluttà d'una solitudine amorosa, senz'occhi indiscreti. I cavalli trottavano ora in piano, in direzione opposta a Nufenen. Erano le sei del pomeriggio e il sole si ritraeva man mano, lumeggiando le case più alte, il cimitero e la chiesetta di Splügen, senza malinconia, quasi con un senso largo di quiete abituale. Al passo, traversammo il ponte di Splügen e dal ponte ci arrestammo sulla piazzetta del villaggio, innanzi al _Bodenhaus Hôtel_, dove un gruppo di contadini raccolto pel riposo della sera, ci salutò con amichevol deferenza. In un angolo della piazzetta, ci aspettava la carrozzetta del signor Pfaff, linda e ripulita, colla giumenta saura; e mentre ajutavo Lidia a scendere, il signor Pfaff, uscito dal _Bodenhaus Hôtel_, mi si fece incontro tenendo il cappello tra le mani. Piccolo, tozzo, formidabilmente quadrato di spalle, col viso senza neppure i peli delle sopracciglia, con due furbi occhi cilestri,--il signor Pfaff non era in nulla mutato dall'ultima volta ch'io l'aveva visto, e dimostrava una diecina d'anni meno de' suoi sessanta. Egli mi strinse la mano, felicitandosi del mio ritorno, in una specie di dialetto lombardo, da lui imparato per frequenti corse nell'Alta Italia ad acquisti di vini e di bestiame; poi guardò Lidia, ch'era presso di me, esile e dùttile figurina d'adolescente. --La mia signora!--dissi. Egli s'inchinò sùbito, ma compresi che Lidia non gli piaceva. Non era un tipo svizzero; le mancavano le allegre tinte alle guance, il seno turgido, i fianchi rotondi, e una sola mano del signor Pfaff sarebbe bastata a piegar Lidia come un virgulto. L'istinto, che in quei paesi fa valutar la donna secondo la capacità a lavorare e a produrre attestata dal suo corpo, dava una delusione al signor Pfaff. Lidia era un essere inutile, a suo credere. Quando fummo nella carrozzella, guidata dal signor Pfaff e seguìta a distanza da un carro coi nostri bauli, io approfittai della solitudine che si ritrovava appena fuori di Splügen, per baciar lungamente la bocca di Lidia. Era una bocca sì viva di colore e così perfetta di linea, ch'io mi compiaceva a serrarla e a riunirla fra le dita per meglio sentirla sotto le mie labbra. In quel momento, il signor Pfaff si volse dal suo sedile verso di noi, ma rigirò sùbito la testa, allo spettacolo, e la tenne poi ostinatamente fissa in avanti, per non disturbarci. --Ho fatta posticipare la cena!--egli disse, senza guardarci. --Va bene. Avete molti viaggiatori all'albergo?--domandai. --Due francesi. --Maschio e femmina? --Maschi tutt'e due.-- Volevo chiedere se fossero giovani, ma mi rattenni, vergognandomi dell'impulso. Pensai che fossero due solitarî com'ero io qualche anno prima, e li compiansi; tutto quanto viveva all'infuori del mio amore, estraneo a Lidia, mi giungeva perdutamente sconsolato, ed ero già disposto a considerare i due francesi come anime in pena. La strada, a sinistra di Splügen, discendeva per breve tratto, poi saliva e si stendeva piana, a gomiti, costeggiata quando dal Reno, quando dalle pinete, su ambo i lati. Il Reno, che interessava Lidia, quasi un personaggio storico di cui si son lette e udite mirabili gesta sanguinose, era nel tramonto quieto, assai sonoro; una lieve brezza moveva le cime dei pini circostanti lambendoci il viso; il cielo, privo di sole, pareva una gran vôlta sulle nostre teste, e mai quanto allora ne compresi la maestosità. --C'è ancora molto?--chiese Lidia. --Tre chilometri,--rispose il signor Pfaff, rigido al suo posto. --Sei stanca?--domandai io alla donna. Ella negò col capo e mi volse la bocca in modo ch'io fui costretto a ribaciarla. Traversando il primo dei ponti che s'incontrano su quella strada, vedemmo il Reno orribilmente serrato fra due montagne a picco, furioso di spuma. Il vecchio fiume balzava, tutto bianco, irrompeva, accelerando la corsa verso i luoghi dove gli sarebbe stato possibile allargarsi immortale e magnifico.... Anche oggi, mentre scrivo, il Reno ulula così sotto quei monti; ma chi lo guarda cogli occhi amorosi coi quali noi lo guardammo? Il crepuscolo ci avvolgeva in un manto cenerognolo, passandoci nell'animo il presentimento d'un gran riposo, nella casetta bianca e ilare che ci aspettava a poca distanza; pareva aleggiassero le sforate d'una ballata di Göthe fra i rami dei pini, inclinati in uno stormir discreto. Non v'era altro che pace, all'intorno, e ombra, e mitissimo grado di calore. S'incontravan qualche contadino, qualche addetto alla manutenzione della strada; levavano il cappello, augurando buona sera. Non era il saluto al nostro amore? Buona sera, veramente, quella in cui arrivammo all'albergo del signor Pfaff! Buona sera, che cancellava dallo spirito anni dolorosi d'errori e mi offriva la fede in qualche cosa, nell'avvenire, in me stesso! Quando la casetta s'abbozzò nell'ombra, la giumenta saura aumentò l'andatura, nitrendo; dalle finestre si scorgevano i lumi accesi della sala di conversazione e della sala da pranzo, unici fari in mezzo ai pini, ormai simili a spettri. Prima che la carrozzella si fermasse, baciai di nuovo Lidia. Sulla soglia, la signorina Silesia Pfaff, coi capelli neri accuratamente ravviati e la tipica faccia rubiconda, comparve insieme a Leo, il grosso cane di Terranova al quale ero insoffribilmente antipatico. La signorina mi porse la mano, Leo m'abbajò contro, secondo il solito. Ancora, Lidia fu una delusione per Silesia, per quanto questa s'affrettasse a salutare ossequentemente; ma certo pensò che se avessi sposata lei, avrei fatto miglior negozio. Ci avevano approntate al primo piano due camere da letto comunicanti, un salottino e una specie di studio colla scrivania, dove avrei potuto sognar di lavorare; luce e fiori dappertutto, la quale particolarità mi parve assai gentile e mi obbligò a ringraziar vivamente Silesia Pfaff che ci accompagnava. Quando fummo nel tinello per la cena, potei notare che le razze hanno istinti non mai fallaci e sconfessabili; perchè, se Lidia aveva delusa l'aspettazione degli svizzeri tedeschi, provocò l'ammirazione dei due francesi che ci avevano preceduti; un'ammirazione rispettosa, ma chiara per qualche sguardo e per quell'impaccio quasi piacevole che una bella donna ispira sempre ai giovani. I due viaggiatori, sulla trentina, eleganti per abitudine, compìti per esperienza di società, eccellenti parlatori, si contentarono di discutere fra loro alcune questioni superficiali di letteratura; ma in modo che se la buona volontà non mi fosse mancata, avrei potuto io pure esprimere delle opinioni, concordi o contrarie, il che era affatto indifferente a me e ai due francesi. Io aveva ben più dolce esca alla mia attenzione. Lidia, dai cupi occhi azzurri e dalle labbra vermiglie, appariva serenissima, e la grande notte silvestre che calava, prometteva un'immensa voluttà di silenzio. IV. Per tutto quel mese di luglio milleottocento ottantasette, uno spettacolo di saltimbanchi e una passeggiata notturna furon le sole digressioni nella gran calma felice della nostra vita. All'albergo eran sopravvenuti altri forastieri, i soliti dogliosi in cerca d'oblio; ma noi li vedevamo di rado, non intervenendo alla mensa comune. Intuivo parecchi intorno a noi che sorridevano del nostro appartarci; quei due francesi incontrati pei primi, dovevan filosofare mirabilmente sull'idillio che presentavamo loro, e una vecchia dama bisbetica sogguardava Lidia con qualche acredine, incolpandola d'essere nata cinquantacinque anni dopo di lei. Ciò non era molto doloroso e noi gustavamo con tanta intensità il nostro egoismo a due, che per tutti gli altri ci sentivamo feroci. V'erano e vi sono, in quell'angolo delizioso dei Graubünden, lunghissimi tratti di strada quasi per null'affatto frequentati e secretissimi e riparati fra la verzura e simiglianti a certi selvatici e vergini paesaggi, dal pennello più presto imaginati che riprodotti fedelmente; ora chiusi come interminabili chioschi, ora aperti come giardino signorile, dove la vigile attenzione dei paesani ha collocati opportunamente i sedili pei rari passanti. Noi sceglievamo sempre quelle vie, procedendo fin che il Reno sopraggiungeva ad accompagnarci, scapigliato di schiuma, e spesso, non contenti dell'impreveduto e del mistero, lasciavamo la via segnata, inoltrandoci pei boschi, salendo pei greppi che i lichéni avevan ricoperti di morbidissimi tappeti naturali, qualche volta anche arrischiandoci su rocce a picco, dalle quali si poteva veder sotto il ruinar vertiginoso del fiume. Lidia, cogli abiti a chiare tinte, formava in quella varietà di cose belle per dolcezza o per orrore, un inarrivabile complemento, che io ammirava col rammarico di non sapere in modo alcuno descrivere. Quando,--pel timore che le crittogame delle rocce non nascondessero qualche falla del terreno,--Lidia s'attaccava alla mia mano e camminava così a capo chino, studiando il passo, sorridendo un po' nervosa, aiutandosi col bastone ferrato e chiedendomi cogli occhi una parola incoraggiante, io non trovava altra parola che il bacio, dato sulle labbra fresche, volonterose. Qualche incontro inaspettato animava le nostre escursioni; dei camosci, a gruppi di tre o quattro, s'allontanavan lentamente, rivolgendo la testa a guardarci coi neri occhi oblunghi; degli scoiattoli bruni fuggivan d'albero in albero, la coda ritta, le piccole orecchie calate per la paura; ed eran graziose macchie sullo sfondo verdastro dei tronchi antichi. Talora, alti cumuli edificati pazientemente con fuscelli di pino, c'indicavano il soggiorno delle formiche rosse, e innanzi a quei meravigliosi risultati dell'intelligenza animale, Lidia ed io ci soffermavamo a lungo. Quelle formiche, d'un'audacia e d'un coraggio diabolici, si rizzavan sull'addome appena tocche, s'avventavano con furore contro la punta del mio bastone, eran tremendi guerrieri capaci dei più inauditi eroismi; se io gettava loro qualche insetto, era un accorrere da ogni dove, un fermarlo, un assalirlo per quanto esso potesse sembrare smisurato al confronto degli assalitori; se scoperchiavo il formicaio, le abnegative abitatrici del luogo correvan tosto a nascondere e a riseppellire le uova così esposte, e si rizzavano a guardar donde venisse l'attacco, e senza frapporre indugio rimediavano alla catastrofe, ricostruivano immediatamente le abitazioni distrutte. Spettacoli non poco umilianti pel mio orgoglio d'_homo sapiens_. Fu giusto al ritorno da una di quelle passeggiate istruttive, che, seguendo un sentiero in mezzo ai campi, protetto su un lato da un filar d'ontani, Lidia s'arrestò ad osservar le incisure che mani ignote avevan fatte nel tronco degli alni; eran lettere intrecciate, numeri e motti stentatamente segnati nella corteccia, ricordi sentimentali. La donna mi domandò il coltellino per aggiungere i nostri nomi all'elenco sospiroso; girò intorno al tronco per trovarne una faccia priva di segni, e vedendo una S circondata da mirabili ghirigori, mi chiese: --Quando hai inciso questo, Sergio? --Mai, cara,--risposi.--Lo vedo ora per la prima volta.-- Più sotto alla S, v'era un'A, e più sotto ancora, la S e l'A s'univano in un monogramma, come due amanti che dopo battuta diversa via, si ritrovano e si congiungono per sempre. Lidia mi restituì il coltellino, prese il mio braccio e s'incamminò meco senza far parola. --Via, bambina;--dissi.--Che cosa c'è? Tutte le S indicheranno Sergio e tutti i Sergi non potranno essere altri che io? Ti ho già detto come io sia sempre venuto solo in questi luoghi. --Sei diventato pallido,--osservò Lidia. --Pallido no,--risposi;--triste sì, pel tuo sospetto ingiusto.-- E sciogliendomi dal braccio della donna, mi fermai. Provavo un tormento, improvviso, crudele. Come mai Lidia mi credeva abbastanza vano e vile da condurla dove avevo condotte le mie amanti, da permetterle di scrivere il nostro nome sotto il nome d'un'altra donna ch'era stata mia? --Perchè mi giudichi così male?--domandai, guardando la donna fissamente.--Chi ti ha parlato di me? --Nessuno mi ha parlato di te, Sergio,--ella rispose, ritta, immobile come un'accusata.--Ho creduto io; ma non ti ho detto niente, non ti avrei detto niente mai.-- La sera calava con quella solita maestà non priva di tristezza che i grandi paesaggi posseggono. Di fronte a noi, sull'altra strada che conduceva ad Andeer, risonavano le campanelle delle mandre reduci dal pascolo; le foreste di pini, stese lungo i fianchi dei monti, ispessivano il loro verde fino a diventar nere e lucide. --Mi credi, dunque?--domandai, avvicinandomi a Lidia. --E tu, mi perdoni?--ella rispose. Procedemmo in silenzio; il brevissimo episodio m'aveva ancor rammentato ch'io nulla aveva detto a Lidia de' miei anni precedenti, e simile lacuna poteva ben giustificar nella donna qualunque sospetto. Infine, ella m'aveva sposato perchè mi amava, i suoi m'avean data Lidia perchè io conveniva loro; ma sapevano essi chi io era, non riguardo al mondo, non riguardo alla vita vissuta, ma in faccia alla coscienza e alla vita dei sentimenti? Nulla sapevano essi; potevo esser un cinico, un corrotto, un libertino, un ipocrita che avesse trascinata l'esistenza senz'infamia e senza lode, sol perchè gli eran mancate le occasioni di far diversamente. Rimaneva perciò un malessere tra me e Lidia, prodotto da quel velo steso sul mio passato, e bisognava rimediarvi, presto, sùbito, perchè non si prolungassero oltre i motivi a sospetti e a dubbi. Quella sera medesima, dopo cena, quando Lidia fu nella sua camera, io ve la raggiunsi. La serata aveva chiuso con un acquazzone formidabile, dando un tracollo alla temperatura, divenuta quasi fredda; nel nostro appartamento le stufe russavano. Trovai Lidia ben disposta ad ascoltarmi, seduta in una poltrona con dei giornali sulle ginocchia. C'illuminava chiaramente una lucerna posta a fianco di Lidia, sopra una piccola tavola. Mi sedetti presso la donna, le presi le mani, e le dissi: --Vuoi ascoltarmi, amica mia? Debbo parlarti a lungo.-- Dal movimento di viva attenzione che seguì in Lidia a queste parole, compresi ch'ero arrivato a tempo e che s'ella non aveva osato mai chiedere, non aveva per ciò men desiderato quell'istante di confidenza. Quanto a me, studiai di dare alla mia voce l'inflessione più affabile di cui era capace, e per la durata dell'esordio, non abbandonai le mani della donna, fattasi grave subitamente. --Debbo dirti chi sono io,--cominciai sorridendo,--e come ho vissuto fino al giorno del nostro incontro. Io ne ho il dovere, ma ti parlo piuttosto per desiderio d'una piena confidenza, che per stimolo di soddisfazione ad un obbligo. Sai che io ho perduto mia madre a vent'anni e che d'allora, fino all'altra dolorosa scomparsa di mio padre, io sono stato sempre con questi, accompagnandolo in tutt'i suoi viaggi per l'Italia e fuori; ma non sai quale notevolissima influenza sulla mia indole abbia esercitato questo genere di vita. Mio padre, vecchio colonnello di cavalleria, era di quegli uomini maravigliosi che han conosciuto l'entusiasmo e che, dopo essere stati eroi in tempo di guerra, non s'eran dimenticati d'essere onesti in tempo di pace. Per me aveva una benevolenza sollecita, e io credo d'aver destata in lui compassione non meno che affetto; ero esile, gracile, e presso l'uomo che aveva scritta la propria storia a colpi di sciabola, parevo un virgulto, non abbastanza bello per essere interessante e non abbastanza interessante per essere perdonato della sua gracilità. Quindi, mio padre credette ottima idea d'evitarmi le noie e le ansie degli studî, supplendovi coi viaggi, ed io confortai questi col tuffarmi a corpo perduto nella lettura di qualunque libro, di qualunque giornale, di qualunque opera pesante od allegra mi fosse dato trovare. Ciò non era grave, alla fine; conobbi molte cose superficialmente e nessuna con profondità, ma non dovendo votarmi ad alcuna professione, la cultura saltuaria mi rese eguali servigi, nelle conversazioni, dove tutta la scienza si limita ad un accenno.... Gravissime, invece, furono le conseguenze morali di quella vita febbrile e diffusa. Io non ebbi abitudini, perdetti la nozione della famiglia, non amai nulla di quanto si conveniva alla mia età; come i viaggi m'insegnavano che non v'era luogo così bello da escluderne altri migliori, la vita mi si presentava quasi un viaggio lungo, ed ogni avvenimento quasi un incidente di via, che al primo gomito della strada si sarebbe dimenticato. Perciò, io dispersi le forze intellettuali e non potei indirizzarle ad un determinato scopo; dispersi le forze affettive, non raccogliendole sopra alcuno oggetto. Feci una pausa. Lidia osservò con voce tranquilla: --Io non vedo gran male in tutto questo. Avrai avuta una giovinezza molto fredda e senza peripezie. --No,--risposi.--Allora pareva anche a me che non vi fosse gran male, perchè ero assai giovane, e quello stesso metodo di vita m'era d'ostacolo ad interrogarmi, a studiare se in fondo all'animo io non sentissi qualche irrimediabile amarezza. Ma quando mio padre morì, m'accorsi tosto d'essere straordinariamente solo nel mondo, inutile al punto che la mia vita e la mia morte dovevan riuscire indifferenti fenomeni agli altri, non pure, ma a me stesso. Non avevo alcuno scopo, non avevo amici, non rappresentavo nulla, non ero una forza, considerevole o mediocre, nella, meccanica della società; se fossi sparito, nessuno si sarebbe doluto della mia scomparsa. A tale idea io soffersi molto, e fui così malcontento, così irritato, che invece di tentar qualche cosa, venni in questo paese a rodermi internamente de' miei anni sciupati. Capisci questo, amica mia? Lo spettacolo dell'attività altrui, invece di spingermi all'emulazione, mi stremò di forze e mi tolse ogni speranza di poter fare. --Come mai?--domandò Lidia, rizzando la testa a guardarmi. Nel mentre andavo parlando, m'accorgevo che, diversamente da tutte le aspettative, la confessione mi riusciva facile, e che enunciando e sintetizzando il mio passato, illuminavo me stesso su cose prima oscure. Avevo anche avvertita una certa impazienza in Lidia, e me ne davo ragione sapendo che la donna non poteva contentarsi di quelle linee generali, ma voleva la confessione di argomenti assai più vicini a lei e più pericolosi. --Come?--ripetei.--Non so. Saranno effetti nervosi, ma certo senz'alcun rimedio; avrei avuto bisogno di trovare gli altri molto addietro; li vidi al contrario molto innanzi, e lo spazio che mi separava da essi, mi diede un vero spavento, quasi una vertigine. --Così, tu non hai fatto bene e non hai fatto male?--chiese Lidia. La voce della donna s'oscurò di tristezza, e mi penetrò in fondo al cuore. --No,--confessai,--no, io non ho fatto alcun bene.... --Non hai amato?--incalzò Lidia, rizzandosi sul busto e stringendomi le mani. --Non ho fatto alcun bene,--dissi nuovamente.--Ero preso da quella specie di malattia della volontà, e divenni maligno, contro di me e contro gli altri; fui dei più pronti a schernire, dei più volonterosi a negare; fui un essere colmo d'odio, perchè invece d'incolpar me della mia vuotaggine, incolpai non so quale fatalità avversa. --E le donne non riuscirono a toglierti quell'asprezza, a consolarti?-- Appena pronunciate queste parole, Lidia arrossì vivamente; ma nel medesimo tempo, il mio viso ebbe forse un'espressione così dolorosa, che la donna porse la destra sulla mia bocca, aggiungendo: --No, no, non dir nulla, se non vuoi, Sergio!-- E si chinò a baciarmi. Nell'atto ch'ella avanzava e serrava le labbra contro le mie, io chiusi gli occhi ed ebbi come un'immensa visione di tutta l'impossibilità a parlare. Lidia era ancora, una fanciulla; donna solo fisicamente; il suo animo era incontaminato, il suo pensiero casto, i suoi costumi ingenui. In che modo potevo io dire?... Perchè bisognava farsi comprendere, cioè sviscerare i fatti, analizzarli.... Quando Lidia staccò la bocca dalla mia, io aveva già divisato di non parlare. Mi diedi a passeggiare per la camera, comprendendo che non potevo tacermi immediatamente, se non col pericolo d'ingenerar nello spirito di Lidia chi sa quale stranissimo sospetto di mistero. La donna mi seguiva dello sguardo, e per la prima volta s'insinuò fra noi il dolore di non sentir le nostre anime sopra una medesima via. --A che giovano i fatti?--io ripresi, avvicinandomi a Lidia e sedendomi sullo sgabello a' suoi piedi.--In amore e per l'amore, sono stato un perverso. Non mi chiedere altro, amica mia; non ti dirò di non avere amata alcuna donna prima di te; la cosa, più che mirabile, sarebbe ridicola. Ma è certo, è vero, è sacro che dal primo giorno del nostro incontro, ogni altro amore cessò e ho voluto mutarmi. --Sono contenta,--disse Lidia con semplicità.--Sono contenta e ti credo: però....-- Tacque un istante, esitando; poi si chinò fino al mio orecchio e soggiunse a bassa voce: --Però.... vorrei sapere se fra le donne ch'io conosco, ch'io conoscerò e che ci verranno in casa, vi sia qualcuna che tu hai amata.-- Non era ancora finita la frase, che Lidia se ne pentì, poichè corresse: --No, no, in casa; non dubito; ma v'è qualcuna ch'io conosca? --Nessuna,--risposi prestamente, e volsi il capo perchè Lidia non mi leggesse in viso la menzogna. Una, ve n'era; ben conosciuta da Lidia, che l'ammirava per la superbia e l'eleganza; una, che frequentava la casa Folengo, e m'aveva irritato colle carezze finte prodigate alla fanciulla. Ma perchè dir questo a Lidia? Non era inutile e pericoloso? --Vedi,--continuai dominandomi.--Vedi ch'io non ho nulla di buono nel mio passato e ch'io ti debbo una totale rigenerazione? Sono un vagabondo arrestato dalla tua potenza. --E tu mi ami quanto non hai amato alcuna donna, è vero?--domandò Lidia, ancor dubitosa. --Puoi ben crederlo,--esclamai,--se a te lego tutta la mia vita!-- Vagamente e con un'indefinita paura, io rilevava uno strano fatto; che la mia confessione era inutile, perchè non poteva esser chiara, e che, lasciando Lidia più calma di quanto io non m'aspettassi, aveva invece turbato me oltre ogni previsione. La colpa era mia, non avendo io il coraggio necessario a spingermi fin dov'era possibile; la colpa era anche di Lidia, la quale, sorvolando ai miei mali dello spirito, aveva voluto giungere sùbito ai fatti, agli amori, alle donne, alle persone che da un istante all'altro ella poteva incontrare. In fondo, Lidia non aveva capita l'amarezza della mia esistenza, tormentata da un inutile desiderio di fare e di lavorare: non aveva viste che delle rivali, non aveva tremato che di gelosia. Così, mentre io credeva la mia confessione dovesse prolungarsi, era invece finita d'un tratto, proprio sul limitare della piena confidenza. Io guardai la donna; delicatissime apparivano la bianchezza rosea del suo volto, l'espressione degli occhi lunghi, ombrati da palpebre simili a minuscoli ventagli, coronati da ciglia simili a leggiere strisce arcuate di pennello. Ed io poteva condannarla, s'ella non comprendeva l'infinita melanconia, l'infinita vacuità dell'uomo che le parlava? Anche troppo presto se ne sarebbe avveduta quando la nostra casa si fosse aperta agli amici miei, agli uomini che seguivano una via ben chiara, incontro a una meta ben decisa. Lidia era, del resto, come tutte le donne, chiusa entro i limiti della vita pratica; non poteva supporre occupazioni oltre la famiglia, o supponendole non le avrebbe trovate necessarie. Io solo, che avevo sognato di giungere alla fama, ero giudice della rovina che al sogno aveva tenuto dietro invece della realtà. Non avevo mai saputo chiuder la vita entro limiti così precisi che arginassero le incomposte tendenze, dirigendole robustamente a un fine; proclive a più cose ed avido di conoscere, avevo dispersa l'energia creativa, atrofizzandola in un vuoto compiacimento di sapere; privo di vanità nella sua forma più eletta ch'è l'ambizione, m'ero limitato ad ammirar l'opera altrui, spesso semplicemente induttiva, e m'ero sfiduciato al pensiero di muovere i passi dove uomini eminenti avevan talora dubitato ed erano anche caduti numerosi; e se di tanto in tanto il peso dell'inerzia vergognosa mi diveniva intollerabile,--guardandomi intorno e vedendo i già noti e battaglieri preparar nuove opere e nuove battaglie, la mia nervosità suggestionabile soffriva d'un contraccolpo mortale, la mia volontà si rannicchiava al cospetto di volontà più illuminate e più esperte. Rimaneva poi verissimo quanto io avevo detto a Lidia: che al vuoto del quale arrossivo avevo sempre trovate altrettante giustificazioni, considerandomi vittima di complicate e malaugurose vicende; e il tempo, la solitudine, l'incontentabilità, le difficoltà materiali per farmi conoscere, la lenta progressività dell'esito futuro, mi sbigottirono e mi relegarono decisamente fra l'immensa caterva di coloro che vivono come possono e che una tomba inonorata accoglie e dissolve. Nei giorni susseguenti a quel colloquio con Lidia, io ebbi più volte l'opportunità di spiegare alla donna quanto fossi insoddisfatto dell'indirizzo preposto alla mia giovanezza. Lidia accoglieva questi discorsi con una duplice espressione: lieta, perchè notava come le donne del mio passato fossero totalmente scomparse dalla memoria; triste, perchè avrebbe voluto altrettale oblio de' miei sogni e dei proponimenti frustanei. V'era nel suo modo di rispondere, nell'angoscia rinnovellata ad ogni apparire de' miei rimorsi,--un chiarissimo sottinteso, ch'io aveva sùbito spiegato così: --«Non ti basta la realtà del mio amore? Non ti basta la vita ch'io ti offro?»-- Ora, quando in addietro lottavo, cercando di dedicarmi alla letteratura per la quale credevo di aver qualche disposizione,--m'ero sempre tolto a quelle spaventose lotte col medesimo pensiero: tuffarmi nella vita reale, godere quanto era più vicino e più facile ad ogni uomo. E quel pensiero d'allora, germinato spontaneo, e quel sottinteso d'adesso, nascosto nelle parole di Lidia, concludevano in un'egual rinuncia, avviandomi sulla strada comune, dove non si trova gloria, ma la calma è solenne, l'indifferenza grande, il benessere sicuro. E poichè questa volta l'esortazione alla rinuncia veniva da una bocca giovanile e cara, io credetti poterla obbedire, e per lungo tempo i rimorsi della vanità delusa tacquero, mortalmente. V. In quella dissonanza d'anime, lievissima e tuttavia avvertibile, sorta fra Lidia e me dalla sera in cui ella non aveva capito il mio tormento e non aveva temuto che per donne immemorabili,--so e affermo che, quantunque io volessi negarlo a me stesso, noi non potevam giudicare la giornata trascorsa se non al cominciar della notte. Era nell'alcova di Lidia che io vedeva sciogliersi i nodi aggruppati durante il giorno; erano il sorriso o l'impaccio, il desiderio o la sommissione della donna, che mi davan la misura di quanto noi fossimo all'unìsono, o delle modificazioni lentissimamente verificatesi nella nostra vita felice. Appena ombre, appena gradazioni d'una fuggevolezza così rapida che ad uomo chiuso all'investigazione, sarebbero andate perdute. Lidia, per la prima, non aveva nulla rilevato, e si credeva senz'alcun dubbio ancora a quell'altezza di passione che aveva riscaldati i primi giorni della nostra intimità. Io stesso osservava a scatti, e soltanto ora, studiando quei tempi, vedo la strada percorsa, digradante con infinitesimale declivio. Colui che batteva all'uscio di Lidia era il medesimo, l'identico uomo che due mesi avanti aveva passata la soglia della camera virginale e aveva pianto alle lagrime della dedizione? colei che permetteva all'uomo d'entrar nell'alcova, era la medesima, l'identica Lidia che aveva tremato di paura e non aveva trovato requie nell'aspettazion timorosa? No. Oramai, eravamo diversi da quelli. Innanzi tutto, nel mio animo s'era risvegliata l'attenzione che m'era particolare; a luogo di procedere fidente, gli occhi chiusi, come nei primordî della nostra unione,--io sorvegliava. A che cosa? A nulla e ad ogni cosa; a Lidia, a me, ai sorrisi, alle parole, a corrugamenti di ciglia, a strette di mano, ai baci, alle forme di piacere, alla durata dei desiderî, al bisogno di confidenza, all'intensità di molestia causata da presenza d'estranei. In quei giorni di Sufers, io aveva ripresa l'abitudine d'archiviare dei fatti, e per lunghissimo tempo, a Sufers ed altrove, tutto si ridusse a questo. Onde, da quel risveglio, io aveva soltanto percepito che avvenivano delle modificazioni; eufemismo col quale si stabilisce il principio d'una catastrofe; fiocco di neve, che rotola pel versante, s'ingrossa, si dilata e forma la valanga. I fatti eran d'una sola entità. Ne ricordo alcuni: Quando noi ci recavamo il mattino a Splügen, era nostra abitudine seguir la strada men battuta, che partendo dalle spalle dell'albergo, giunge a quel villaggio per discreti viottoli ombrosi. Non saprei dir quante volte noi ci fermassimo e le nostre labbra si cercassero avidamente; non saprei dire con quanta diligenza io vegliassi a che Lidia non s'affaticasse di soverchio. Da qualche tempo, i baci eran diminuiti; Lidia, dicendo di voler imitare gl'inglesi, camminava innanzi a me, senza darmi mano; se ci soffermava l'improvvisa bellezza d'un mattino estivo, ammiravamo silenziosi, nè sentivamo il bisogno d'esser vicini, d'interrogarci e di commoverci insieme. Una volta, al ritorno da Splügen, invece di riprender la via secreta, m'incamminai sulla via postale, ch'era più breve. Lidia mi seguì, senza mostrar noia o stupore; giungemmo a casa, privi di baci, e risaliti in camera non ci ripagammo di quell'insolita astinenza. Peggio: da quel giorno, le strade postali furono le preferite. Ancora: noi non parlavamo che del nostro amore, in principio, e non ci curavamo se all'intorno si vivesse; il bel tempo e il cattivo erano egualmente benvenuti e con egual piacere si rimaneva in casa o si usciva a passeggio. Da parecchio,--avevo cominciato io,--i nostri discorsi parlavan degli altri; si faceva la caricatura ai compagni d'albergo, ci si chiedeva che potessero pensar di noi i genitori di Lidia e i miei amici. Peggio; si facevan disegni per altri luoghi, si evocavano i ricordi della città; si prediligevan le passeggiate, nelle quali s'inframmettevano fra noi mille oggetti e variati spettacoli; e si leggevano i giornali. Queste modificazioni eran necessarie; accennavano al passaggio dall'amor violento, dalla frenesia giovanile a un più calmo possesso, a una più tranquilla felicità; passaggio inevitabile, poichè sarebbe stato pericoloso e sovrumano che avessimo continuato come nei primissimi tempi. Nè mi potevano esse spaventare, nè eran brusche ed aspre così da lasciar fra l'inizio e il presente una visibil lacuna; ma avevan tuttavia qualche cosa di caratteristico, d'indefinibile, prodotto dalla graduale conoscenza reciproca delle nostre indoli. Certamente, per noi i giorni dipendevan dalle notti, la vita dell'anima s'informava alla vita dei sensi, e conservo a tal riguardo la memoria di due episodî, che segnano a mio credere due punti ben chiari e diversi della nostra parabola amorosa. Com'io aveva indugiato una sera nella mia camera a scorrere diverse lettere, ed era inavvertitamente valicata la mezzanotte, l'ora classica in cui mi presentavo a Lidia,--sentii presso l'uscio un tenue fruscìo d'abiti, e sulla porta l'errar d'una mano in cerca della gruccetta. Aguzzai l'orecchio; il fruscìo pareva ripetersi; ma sempre tenue e dubitoso. Mi diressi all'uscio, l'aprii sveltamente e vidi Lidia, immobile, fulminata dalla propria audacia. --Oh!--ella esclamò, giungendo le mani, con voce tra la gioia e il malcontento.--Oh non pensar male di me! È già mezzanotte; non ti vedevo, temevo che fossi indisposto. Non pensar male!-- Io risi prendendola fra le braccia. --Mi duole, o signora,--dissi, mentre la portavo sopra una poltrona.--Mi duole immensamente, ma io sono costretto a pensar male di voi!-- E le diedi più baci sugli occhi e sulla bocca.... Questo era avvenuto non molto dopo il nostro arrivo all'albergo; ma v'era anche il riscontro a quella scena d'impulso; riscontro causale di cui io aveva la maggior colpa. Leo, il cane del signor Pfaff, s'era fatto singolarmente ringhioso e per dimostrarmi che la sua antipatia aveva concluso nel più strano odio, mi guardava con occhi torvi e brontolava se appena osassi avvicinarlo. Talchè, scendendo solo, un mattino, e trovando Leo disteso nel corritojo, lungo e stretto, che seguiva alla scala, tentai d'accarezzare il cane, di persuaderlo all'amicizia con qualche buona parola. Leo s'alzò veemente e visto chiuso l'uscio che dal corritojo metteva alla strada, ringhiò, in atto di difesa; per punir l'animale dell'accoglienza eccessivamente incivile, staccai dalla parete la frusta del signor Pfaff, drizzandone la punta al muso del cane; ma questo senza darmi tempo di colpirlo, spiccò un balzo con un latrato, mi si lanciò contro così veloce, ch'io riuscii a mala pena a schivarne l'urto. Quasi nel medesimo istante, sulla scala che mi era alle spalle, risonò un grido acuto e volgendomi scorsi, abbrancata alla ringhiera, Lidia, pallidissima, cogli occhi aperti su di me. Leo parve ammansato dalla inattesa comparsa della donna; io corsi a Lidia, la riaccompagnai nella sua camera, dov'ella, cedendo a un moto nervoso, diede in dirotto pianto, tutta scossa da un tremito. Non so perchè, quelle lacrime innocenti m'irritarono e mi sconvolsero in modo che invece di chieder perdono a Lidia d'averla così turbata colla mia improntitudine, non apersi bocca e aspettai ch'ella avesse rasciugati gli occhi e si fosse dominata; nè per quanto i suoi sguardi invocassero una scusa, io fui capace di formularla. Ci trattammo con molta freddezza pel resto della giornata, poichè, sapendo d'aver torto, mi dicevo e mi persuadevo d'aver ragione, ed ero arrivato ad aspettarmi io una spiegazione dello spavento di Lidia. Quando calò la sera, ci lasciammo al limitare delle nostre camere, e nessuno di noi due tentò una riconciliazione, venuta solo l'indomani. Se questo chiaroscuro aveva potuto svelare a Lidia la dominante incoerenza del mio carattere, ben ve ne furono in séguito, che squarciarono altri veli. E, per esempio, rammento che all'arrivo della diligenza avendo una volta osservata con qualche attenzione una signora assai giovane ed elegante, che vi si trovava, rincantucciata in un angolo,--rammento come Lidia soffrisse di quella mia curiosità senza scopo, e me ne chiedesse con insistenza delle ragioni che non potevo dare, poichè non esistevano. E, ancora, Lidia tradiva a poco a poco la smania, l'impazienza di tornare in Italia, di ritrovarsi fra gente conosciuta, d'ascoltar dei discorsi e delle narrazioni di fatti. I fatti soli la interessavano, mentre su di me esercitavano una noia indicibile, specie se raccontati con quella minuzia di particolari che Lidia voleva. Gli stupendi paesaggi a noi d'intorno, eran piaciuti a Lidia, non per sè medesimi, ma per la loro novità; laddove io, conoscendoli assai bene, li amavo perchè me n'ero fatto padrone e ne sapevo ogni inflession di linguaggio; cosicchè avveniva che a me l'abitudine faceva il soggiorno più caro, e a Lidia il soggiorno non piaceva se non vario di gite e d'escursioni. Abituato a mutar luogo dalla prima giovanezza, nulla dei costumi stranieri mi riusciva molesto o inaccettabile; m'allignavo così prestamente in qualunque paese da dimenticare in pochi giorni d'avere altri costumi. Lidia, vissuta sempre sotto la tutela assorbente di donna Teresa, trovava insopportabile la minima variazione alle sue abitudini; aveva sofferto d'insonnia perchè il letto non era collocato di fronte alla finestra, e dopo più di due mesi, ancora arricciava il nasino quando le avvenisse d'ascoltar gli svizzeri parlare il dialetto grigione o il romancio; la cucina dell'albergo le aveva tolto l'appetito; il romore del Reno la spaventava come al primo giorno; e osservando ch'io non pativa punto di questi disagi, s'irritava leggiermente. Perchè, la collana di screzî che sono andato enumerando, era, infine, così sottile da notarsi appena, e ancora sopra tutto dominava l'amor nostro, che appianava le piccole difficoltà e conservava il color roseo a quei primi mesi; nessuno di noi due, certo, ingrandiva le scabrosità di carattere dell'altro, ma al contrario, ciascuno si studiava di sorriderne con affetto e d'obliarle tosto. Sul cominciar di settembre, donna Teresa ci scrisse, manifestando il desiderio di riveder Lidia e mi parve opportuno cedere alla preghiera nonostante che Silesia Pfaff e suo padre si rammaricassero assai della nostra partenza. --Perchè così presto, quest'anno, signor Lacava?--osservò Silesia, all'annuncio. Perchè così presto, infatti? Abitualmente, io aspettava la prima tormenta di neve, a levar le tende; ciò mi offriva la varietà d'un ritorno in islitta. Ma il mio volere era ormai dimezzato; io non poteva più vivere a capriccio. Quando tentai di far capire questo a Silesia, ella di nuovo deve aver pensato che se avessi sposata lei, avrei potuto viaggiare in islitta otto mesi all'anno. Un ultimo incidente segnò la vigilia della partenza. Avevo raccomandato a Silesia che provvedesse a prepararci le bagaglie, e tornando da un'escursione d'addio, trovai invece le due cameriere dell'albergo, che si limitavano ad aiutar Lidia, la quale faceva i bauli da sè. Chiamai questa nella mia camera, e la pregai di lasciar fare ai domestici. --Come!--esclamò Lidia stupita.--Non vuoi ch'io sorvegli? --Sorvegliare sta bene,--risposi.--Ma tu eri inginocchiata ad accomodare le robe nel baule. --Bisogna fare così con costoro che non capiscono niente!--Lidia concluse, e tornò alla sua camera e riprese ad accomodar la roba. Io mi morsi le labbra. Fra tutte le cose meno tollerabili per me, la buona massaja, questa creazione della società borghese, questa tiratrice di colli d'oca, era la più urtante. Avevo della donna un concetto quasi orientale, in cui m'ero conservato con tenacità; rivedevo sempre mia madre, finissima signora, le cui sole mani innamoravano, e rivedevo tutte le donne di mia conoscenza, anche le men belle, allevate per gli agi e per occupazioni aristocratiche. La concordanza di tali fatti, la vita errabonda che avevo condotta con mio padre, avevano generato in me l'assurda opinione che la donna fosse un oggetto prezioso, degno di prezioso contorno; una specie di regina di delizie. Ed io voleva la donna così, io poteva averla così; nè m'ero sognato mai di considerar la sorte di quelle che così non erano e non potevano essere. Lidia, bianca, bionda, leggiadra,--giocattolo inestimabile--doveva farsi una di queste signore inutili, uno di questi fiori esili e delicati il cui apparire è pien di regalità, come lo sboccio è luminoso d'iridescenze. Buona massaja no! Io mi sarei opposto con ogni mezzo. Lasciammo l'albergo sul far del giorno, mentre piovigginava, nell'incertezza d'un'alba fredda; e l'indomani eravamo alla Villa Folengo, tra Pallanza ed Intra, sul Lago Maggiore. Io sentiva che avevam bisogno degli altri e che la solitudine a due aveva rischiato di sgretolar con lenta marcia un grande edificio d'amore. La società, gl'indifferenti, i curiosi, gli amici, le esteriorità che avevam dimenticate durante il soggiorno nei Graubünden e che eran così soavi ad abbandonare in quei tempi, ci tornavan graditi ora, ci scuotevano salutarmente. Lidia, in ispecie, mandava ogni poco dei trilli di gioia, e si buttava fra le braccia di sua madre. Donna Teresa, superato un certo impaccio nel darmi del tu, era commossa della felicità che avevo portata in casa sua, e il signor Pietro Folengo trovava il nostro matrimonio bello e prezioso quanto una partita doppia scritta senza errori in eleganti calligrafie. Per una festa data da Ettore Caccianimico nella propria villa a Pallanza, ebbi occasione di ritrovar parecchie conoscenze; Ettore Caccianimico, innanzi tutto, l'interessante uomo la cui vita contava per due, così era stata violenta di passione, ricca d'avventure e febbrile; a lui mi legava grandissima amicizia, nonostante la disparità ragguardevole d'anni. Portava lunghi i capelli bianchi e vestiva con eleganza; avendo vissuto in quasi tutte le capitali d'Europa, conosceva la storia di molte genti e ne inventava di molte altre. Non aveva trovato il tempo di far la solita evoluzione senile verso gli scrupoli religiosi. --Amo i divertimenti onesti, la compagnia dei giovani ed i ricordi dei vecchi,--diceva.--Quando sarò di peso, mi farò saltar le cervella.-- Sua moglie, Clara Caccianimico, la quale in trent'anni di matrimonio non s'era visto vicino Ettore per più di quattro mesi di séguito, era una donna alta, robusta, rossa in viso, cordiale. Non appena ci vide entrare, s'impadronì di Lidia, l'abbracciò, le presentò una ventina di cavalieri caricandole il taccuino di tanti nomi, ch'io a stenti riuscii a fissare un giro di valzer con lei. Appoggiato alla porta che metteva dalla prima alla seconda sala, Ettore Caccianimico mi stava al fianco enumerandomi le qualità dei convenuti. Io da lontano osservava Lidia, che pareva difendersi assai bene e rintuzzar con prontezza i complimenti dei sùbiti corteggiatori. Ella era un po' accesa in volto, e i suoi occhi fosforici ogni tanto mi cercavano, venivano a salutarmi, sfuggivano. Per l'abito lilla che indossava, avevo lasciato fare a lei e a donna Teresa; ma ora mi sembrava oltremodo scollato, e quel movimento del seno alternato ad ogni respiro, quel giro di perle attorno al collo, quei fiori nei capelli, che io aveva tanto ammirati in casa, mi davan fastidio come troppo procaci. Quanto a Lidia,--quand'ella appariva dalla porta, di fronte a quella ov'io era con Ettore,--studiava il movimento delle mie labbra per intuire quel che dicessi; e non appena avevo qualche signora al braccio e mi disponevo a ballare, la distrazione di Lidia arrivava al punto che il cavaliere di lei parlava, interrogava, senz'ottener mai risposta. A quella festa, la presenza di Giorgio Uglio mi stupì non poco. Bell'uomo, Giorgio Uglio, dalle membra flessibili per assidui esercizî di scherma; un po' vano, così da meritarsi il soprannome di _uomo-camelia_ che il Caccianimico gli aveva dato a indicar la sua fatua eleganza. Quand'io era partito con Lidia per la Svizzera, a Milano si parlava molto della riconciliazione di Giorgio con sua moglie Laura; non già perchè il perdonare alla più volte adultera fosse cosa inaudita, ma perchè la pace in casa Uglio s'era ristabilita con sì stretti nodi, che Giorgio e Laura parevano innamorati novelli e avevan trovato nel museo dei loro affetti una fioritura di tenerezze sbalorditoie, una passione d'anime disgiunte che si riuniscono a dispetto del destino. Mentre chiedevo al Caccianimico perchè Giorgio fosse solo, Giorgio stesso mi venne incontro a mani aperte. --Caro, caro!--egli esclamò.--Così presto tornato? La tua signora è maravigliosa d'eleganza e di bellezza. Contate di ripartire? Un giro per l'Italia, m'hanno detto.... Laura è nell'alta Engadina coi parenti; soffre molto, lontana; sarà qui a giorni e spero ti tratterrai per salutarla. Ella sarà felice di riveder la tua signora che le era così simpatica da fanciulla....-- Ettore Caccianimico,--nell'angolo d'osservazione cui ricorreva durante gl'intermezzi,--sorrideva malignamente. Quando Giorgio si fu allontanato, domandai conto ad Ettore di quel sorriso. --Che cosa vuoi?--rispose.--Fa bene veder tanta intimità fra vecchi amici.-- E aggiunse: --Hai sentito? Laura soffre molto, lontana. Lontana da chi? Lontana da lui, si capisce. Dio mel perdoni, l'idea è comica.-- A me, nell'animo, s'era piantata un'angoscia indicibile per le parole di Giorgio Uglio. Nella solitudine dalla quale uscivo, m'ero dimenticato affatto che un giorno avrei dovuto incontrarmi con persone che desideravo evitare; la scelta mi sembrava facile, e non ricordavo quanto la libertà di azione fosse circoscritta nel mondo, sottoposta a compromessi di peso granitico. Avevo una ragione chiara, plausibile, per non ammettere Laura Uglio in casa mia? Ella era accolta dovunque, poichè il marito perdonava e ne magnificava le virtù; non avevo speranza che nel tatto di Laura, la quale avrebbe forse compreso ch'era di cattivo gusto una sua visita a Lidia. --Donna sul far della sera!--mi susurrò il Caccianimico, mentre passava Angela Tintaro al braccio d'una giovanetta bruna.--Piacevole, però. Non è piacevole? Ti sfido a scoprirle un amante.-- Anche Angela Tintaro! Questa no; questa, poi, in casa mia, non avrebbe messo piede. Ella si dirigeva ora verso di me, sola. --C'è la sua signora, qui, non è vero?--domandò offrendomi la mano.--L'ho vista. Quanto è carina! Di un'eleganza tutta francese: molto giovane, molto bella!--- --La conosceva già?--disse il Caccianimico. --Non avevo e non ho quest'onore,--rispose Angela Tintaro.--Stavo appunto chiedendo al signor Lacava....-- Ma prima di lasciarle terminar la frase, Ettore Caccianimico le prese il braccio e se la portò via, esclamando: --Come, non l'hanno presentata? Ma che cosa fa dunque mia moglie?-- Quando l'orchestra attaccò il valzer, raggiunsi Lidia, che l'aveva fissato con me. Dalla stretta istintiva del suo braccio, dal sorriso risplendente con cui la donna mi accolse, indovinai ch'ella pure soffriva, soffocava fra la folla. --Andiamo via, dopo,--ella pregò sottovoce. --Sì, sì,--risposi.--Sono stanco. Ti hanno presentata Angela Tintaro? --Un momento fa. È stata molto gentile; piena di cortesie. --Lo so,--mormorai inavvertitamente. --Come lo sai? --Volevo dire ch'è naturale,--corressi. --Mi ha invitato a renderle visita, all'Hôtel Pallanza. Ci andremo? --Ti dirò poi,--risposi. Al cominciar del valzer, vidi che tutti gli occhi erano su di noi, ed ebbi una tremenda e voluttuosa soddisfazione di vanità. Quegli uomini che seguivan dello sguardo le movenze agili di Lidia e aspettavano l'aria mossa dal suo abito quasi come cosa sua; quelle donne che l'odiavan già dell'odio più femminile; quell'Angela Tintaro che aveva preso posto in un divano per goder tutta la visione di Lidia,--sapevano, dal primo all'ultimo, ch'io solo poteva amarla, ch'ella era per me solo. Le loro diverse sofferenze formavano il più bello perchè il più volontario degli omaggi alla nostra felicità. Anch'io in altri tempi avevo sopportate per altre donne simili torture; il contrappasso era perfetto. Poco importava se qualche imbecille facesse dei disegni di conquista; ciò non guastava nulla. Amavo Lidia in quell'istante come non l'avevo forse amata neppure il primo giorno della nostra unione; io la teneva fra le mia braccia, sotto quegli occhi invidi e desiderosi; il profumo di gardenia saliva dal suo busto, si diffondeva da' suoi capelli ad inebbriarmi, come l'onda musicale che avrei voluto sempre accompagnasse la mia donna. --Il signor Uglio ha detto che Laura desidera salutarmi,--Lidia riprese, mentre, lasciato il posto alle coppie seguenti, ci attardavamo a far coda. --L'ha detto anche a me,--risposi.--Ti piace Laura? --Dev'esser finta. --Aspetteremo che venga lei a visitarci.-- Quando il valzer finì, Lidia declinò tutti gl'inviti pei balli successivi, e appena fu possibile, ci congedammo. Angela Tintaro, Giorgio Uglio, Clara Caccianimico, parecchi altri sopraggiunsero, e in un attimo fu una ressa d'inviti a visite, di cortesie d'una noiosità sorprendente. Ettore Caccianimico mi strinse la mano, gridando: --Non è permesso, non è permesso andar via a quest'ora!-- E a bassa voce mi aggiunse: --Sta bene attento: voi vi amate troppo in fretta!-- VI. Avveniva in me da qualche tempo un fenomeno eminentemente nuovo. Avveniva che dopo i maggiori trasporti d'affetto, dopo le ore più confidenziali, io vedessi a un tratto in Lidia un'estranea, una donna messasi al mio fianco io non sapeva perchè. Mai simile fatto erasi avverato con altre donne, destinate a passar velocemente; ma con Lidia sì, poichè ella doveva essere per legge e per diritto non altro che una ripetizione del mio animo, e quasi il sangue mio doveva trasfondersele, ed ella rappresentava la famiglia, il legame alla vita, il perchè della vita. Ora, io mi chiedeva: --«Può ella diventar tutto questo? Chi è Lidia Folengo? In qual modo ho io creduto che fossero in lei tali affinità da permetterle questa mutazione di sentimenti?»-- Io, ripeto, vedeva in Lidia un'estranea; ma non con amarezza, bensì con maraviglia profonda. Era come se in una corrente d'aria caldissima, d'improvviso precipitasse una folata diaccia di nevischio, rapida così che appena avvertita finiva, per dar di nuovo il posto all'aria calda. Avevo degli stupori mentali, in cui mi trattenevo a forza dal gridare alla donna: --«Chi sei, chi sei? Come hai sperato di farti un altro io? Puoi rinunciare alle tue idee, alla tua educazione, alla tua anima per accogliere la mia? Sai tu dove io ti conduco? Mi conosci tu bene? No, no, non affermarlo, perchè io stesso non l'oserei!»-- Ed uscivo da quelle visioni fulminee più innamorato che avanti, e stringevo Lidia al mio petto con tenerezza infinita. Povera bimba! Ella non sapeva nulla; le avevano offerto di sposarmi e mi aveva sposato senza darsi conto di ciò che fosse il matrimonio; non aveva io fatto altrettanto, seguendo l'impulso del cuore? Nè lei nè io somigliavamo a suo padre e a sua madre, nati in altri tempi, vissuti fra altre genti, cresciuti senz'audacia di discussione. Lidia ed io eravamo giovani, fra un consorzio deturpato dalla civiltà; io, decisamente moderno; lei, ancora involuta, ma pronta ad accogliere il soffio turbolento, irrisorio, demolitore, dell'età nostra. Sotto l'influsso di tali pensieri, io mi alzava qualche volta a piena notte, e mi recavo nella camera di Lidia. L'oscurità vi era piena, e mi dirigevo, guidato dall'abitudine, fino al letto della donna, ascoltandone il respiro isocrono, sfiorandone le mani, la braccia, i capelli, dicendomi mentalmente: --«Chi dorme qui? Chi è venuto qui?»-- E se mi rispondevo: --«Colei che è tua per sempre, colei alla quale sei per sempre legato,»-- io sorrideva, crollava la testa quasi non comprendendo. Non dovevo aver più segreti? il mio cuore doveva essere aperto agli occhi di Lidia? Ma come, ma perchè, ma era ciò naturale? Invece di creder la mia personalità duplicata compenetrando anche quella della donna, io la sentiva rimpicciolita e meschina. Il posto che Lidia prendeva nella mia vita mi pareva enorme, grottescamente sproporzionato a quello che io prendeva nella sua. Per lei, per un suo tradimento, io doveva dare il sangue, o fare uno scandalo e coprirmi di ridicolo; per me, per un tradimento mio, ella veniva ad acquistar l'aureola d'una vittima e ad aumentar la simpatia della quale godeva. Ella era la donna, la classica debole, cui tutto è perdonato, di cui si esagerano la bellezza, lo spirito, l'eleganza, la grazia.... S'io avessi osato annoiarmi al suo fianco sarei stato un barbaro, un ottuso, un triviale.... Ma io non osava, perchè i pregiudizi avevano effetto su' miei impulsi. Non potevo procedere in quest'analisi irritante; correvo da Lidia, la facevo parlare, la volevo l'intero giorno vicina; non era noiosa, no; non era esagerata la fama della sua bellezza e della sua grazia. Io m'era irritato pel principio, evidentemente, non pel mio caso speciale. E, alla scoperta, baciavo Lidia lungamente e andavo con lei in barca, la sera, remando io, sotto il pulviscolo lunare, ch'era tutta una retorica. Una notte ch'ero penetrato nella camera di Lidia, questa si svegliò, mi prese le mani dicendo: --Sei tu, lì? Che fai? --E tu, chi sei? --Io? Io sono la tua bimba, la tua bimba piccola!--ella rispose colla voce assonnata. Le passai una mano sul viso; ella aveva gli occhi serrati e teneva le labbra raccolte per ricevere un bacio. Nell'oscurità me la figurai così graziosa, vinta dal sonno e tuttavia offrendosi per istinto affettuoso, ch'io sentii svanire d'un colpo le mie crudeli discussioni d'indole generale. Ma me ne riprendeva bene la necessità, quand'eravamo tutti riuniti, donna Teresa, Pietro, Lidia ed io, pel pranzo o per qualunque altro motivo. La villa Folengo era quanto di più inestetico avessi mai visto, con un'architettura che non si poteva incolpare ad alcuno stile antico o moderno; e nel villino, il salotto di riunione era il capolavoro di quell'assenza di gusto. Già le cose m'urtavan di per se stesse; già io comprendeva di non poter trovarmi ad agio in una casa dove si voleva far del lusso senza spendere quanto è necessario per essere almeno convenienti. Le persone, poi, compievano quell'impressione disgustosa e non riconoscevo loro alcun diritto alla mia reverenza. Pietro Folengo era un imbecille, nonostante i suoi favoriti bianchi da diplomatico. Un'assoluta mancanza di critica lo costringeva alla pecorina devozione alle critiche già fatte; un'incurabile povertà d'iniziativa gl'impediva d'agir diversamente da come s'è agito sempre; un cieco rispetto per le tradizioni, per tutto quanto è costituito e nei termini legali, per ogni titolo accademico, per ogni apparenza, lo sommetteva alla massa, della quale abbracciava immediatamente il giudizio e applaudiva al gusto. Se si fosse occupato di politica, non avrebbe mai osato rovesciare un Ministero; se si fosse occupato d'arte, non avrebbe riconosciuto mai dell'ingegno a chi non avesse seguìti e finiti gli studi prescritti; entrato nel commercio, lo continuava nelle proporzioni in cui l'aveva intrapreso. Sempre, e in ogni caso, la fortuna gli era stata propizia. Per altro, non gli si poteva far colpa se la natura non gli aveva largita una mente d'aquila, e se l'educazione di casa aveva cooperato a foggiargliene una da gallina; bensì, era d'uopo tener conto della sua onestà in tempi così difficili, e dell'eccezionale avventurosità che aveva presieduto ad ogni speculazione di lui anche alle più strane. Egli non era nè ingenuo, nè furbo; evitava con somma cura le idee isolate, per accogliere quelle col battesimo della popolarità; fra l'aforisma d'un uomo intelligente e un proverbio vecchio, s'atteneva a quest'ultimo, senz'esitare. Donna Teresa non era ammiratrice del marito se non in quanto l'esito era sempre favorevole a lui e pareva dargli ragione; ma ella ammetteva che in teoria il signor Folengo s'era arrestato a cinquant'anni addietro. Donna Teresa non aveva alcun difetto capitale; trasmodava spesso e volentieri nel raccontare un fatto, gonfiandolo sensibilmente e svisandolo fino a dar forma tragica al caso più insignificante. Troppo facile ad accettar le opinioni altrui, da qualunque parte venissero, si contraddiceva con imperturbabilità olimpica, e parlava d'ogni cosa, ora con vedute audaci, ora con frasi fatte. Ciò produceva un vaniloquio intollerabile, del quale andavo ogni giorno meglio sentendo la tortura; e cominciava a crescermi in cuore uno sdegno irragionevole contro donna Teresa, che obbligava Lidia a descriverle il nostro viaggio, minutamente, a renderle conto dei camosci e degli scoiattoli incontrati nelle nostre escursioni, per poi raccontar tutto questo ai visitatori e agli amici di casa. --Figuratevi,--diceva ella un giorno ai Caccianimico,--figuratevi che mia figlia ha trovato a Splügen un centinaio di camosci, che le son corsi incontro.... --Perdòno,--io interruppi, seccato;--i camosci erano tre e invece di correrci incontro, son fuggiti con molta naturalezza.-- Per questo semplice incidente, donna Teresa mi tenne il broncio un giorno intero, durante il quale compresi d'aver mancato e di non poter vincere il bisogno di mancare in séguito. Sulle prime, con Pietro io mi divertiva ad oppormi a tutte le sue opinioni e ad inquietarlo con delle sentenze paradossali. Il buon uomo, non trovando pronti argomenti, si smarriva o portava la questione in un altro campo, dov'io lo raggiungeva tosto e ricominciavo coi paradossi. Ma Lidia m'aveva pregato di non tormentarlo oltre, ed io aveva finito per approvar le teorie di Pietro, limitandomi a monosillabi, secchi ed eguali come battute di pendolo. Giorgio Uglio arrivò un mattino in casa, mentr'eravamo a colazione. Splendeva d'una gioia intensa, e dopo i saluti, ci annunciò che Laura sua moglie giungeva l'indomani. --Domattina, col battello delle dieci,--egli disse.--Verranno a salutarla? Ella ne avrà molto piacere. Anche lei, signora Lidia, è vero, sarà a riceverla? --Senza dubbio,--rispose Lidia con prontezza.--Ho tanto desiderato rivederla!-- Quando Giorgio fu uscito, nella sala da pranzo seguì un breve silenzio; poi, donna Teresa mormorò: --Com'è felice! Si amano alla follia!... --Si comprendono!--aggiunse Pietro. Io guardai l'uno e l'altra e fui stupito dell'espressione calma e grave ch'era sul loro viso. Avevan detto per davvero! Non sapevano che Laura aveva tradito Giorgio quattro volte, a quanto s'era scoperto, ed altre volte infinite, a quanto si poteva indovinare? I romori del mondo svanivan dunque assolutamente sulla soglia di casa Folengo? Sebbene io conoscessi quella famiglia e sebbene l'avessi frequentata nel periodo del fidanzamento, non m'aspettava simile cecità; forse l'assidua attenzione che raccoglievo allora su Lidia, m'aveva tolto di giudicare a fondo i parenti di lei. --Da dove torna la signora Laura?--chiesi. --Non sai? Dalla Svizzera,--rispose Pietro Folengo. --Con chi era laggiù?--ridomandai. --Con dei congiunti,--fece donna Teresa. --Ne sei sicura?--osservai. --Deve fare un bel freddo in Isvizzera, ora!--concluse Pietro, senza neanche rilevar la mia insinuazione. E si parlò del freddo, che pel venuto ottobre doveva calare anche da noi. Appena fui solo con Lidia, quel giorno, le dissi: --Andrò io a salutar la signora Uglio. Tu, rimani; troverò un pretesto per iscusarti. --Non vuoi ch'io ti accompagni? --Lo credo inutile. I signori Uglio non sono simpatici nè a me, nè a te; ce ne libereremo a poco a poco. --Non vorrei che mamma mi rimproverasse,--mormorò Lidia. --Perchè? Sei tu, sono io, che dobbiam fare la scelta dei nostri amici; e ci sarà ben lecito aver dei gusti diversi da quelli di tua madre. --Naturale,--assentì Lidia. Non uscii che alle dieci e un quarto l'indomani mattina e perciò, mentre mi dirigevo al ponte di sbarco, vidi venirmi incontro Giorgio a fianco di Laura, i Caccianimico, Angela Tintaro e qualche altro conoscente. Li salutai, chiedendo venia del mio ritardo, e strinsi la mano a Laura, che mi parve singolarmente bella. --La tua signora?--domandò Giorgio, nell'atto ch'io mi poneva al suo fianco e m'incamminavo con loro all'_Eden Hôtel_. --Lidia è indisposta e vi prega di volerla scusare.-- Capii, dalla faccia contrariata di Giorgio, che, come avevo sperato, il pretesto non era buono; ma nessuno si lasciò sfuggire l'occasione di sorridere con qualche sottinteso. --Già indisposta?--fece Laura, guardandomi di tra le ciglia socchiuse. --Oh, una cosa molto semplice,--risposi. Laura era alta, magra, degna del pallio o degli abiti con lungo strascico. La testa, piccola ed animosa, pallida e notevole per una capigliatura bruna e crespa, era capace di più espressioni violente e la tranquillità vi si sarebbe male significata; dagli archi sopraccigliari larghi e dagli occhi castagni, ma instabili d'irradiazioni così che parevan neri, usciva un'energia lieta di vivere, facile a trasmodar nell'ira e nell'odio, senza fermarsi in graduali sentimenti; il naso aveva rettilineo e la bocca dalle labbra carnose; le orecchie rosee, ben disegnate, nascondevano l'origine plebea che si rimproverava alla donna; erano orecchie da patrizia e non anse da schiava; la voce chiarissima, era nell'intimità un po' velata, ma eguale. Ettore Caccianimico, fiancheggiato dalla moglie e da Angela Tintaro, ci seguiva portando la valigetta di Laura; io m'offersi di prendere una piccola borsa di pelle che Laura aveva alla mano; ma la signora si rifiutò, dicendomi: --No, no. Questa non si tocca. C'è tutta la mia corrispondenza, qui dentro. --Di': tutta la nostra;--corresse Giorgio con un sorriso celestiale. Ettore Caccianimico tossì. Io pensai che Giorgio Uglio volesse beffarsi di noi. Non si poteva ammettere ch'egli ostentasse la pace domestica con ingenuità così fuor di proposito; e se tale ingenuità esisteva in lui, non sapeva egli che io, fin dal primo riveder Laura, m'ero chiesto s'ella portasse ancora le giarrettiere che nell'interno avevan ricamato il mio nome? o quale altro nome chiudessero ora, dopo il soggiorno coi parenti? Arrivati all'albergo, Giorgio lasciò Laura, il Caccianimico diede la valigia ai servi accorsi; vi ebbe un istante in cui Laura ed io fummo a viso a viso, discosti dagli altri. --Vieni a trovarci,--ella sussurrò prestamente.--E di' a tua moglie che non c'è bisogno di scuse perchè io la dispensi da ogni visita....-- M'accomiatai, sottraendomi a un invito a colazione fattomi da Giorgio con insistenza. Quando Laura m'aveva dette quelle parole coll'audacia che le era propria e che l'abitudine al tradimento aveva in lei perfezionata fino alla temerità,--io era rimasto attonito. Mai, per tutto il tempo del mio fidanzamento, Laura aveva fatto cenno al nostro passato, quantunque non di rado la incontrassi in casa Folengo; mai s'era curata del mio amore per Lidia.... Che cosa le frullava per la testa, ora? Non potevo supporla così pazza da credere ch'io conservassi di lei, non un desiderio, ma pur anco un ricordo.... Vedevo una sola cosa buona ed utile in tutto questo: la persuasione di Laura che un'amicizia tra lei e Lidia sarebbe stata assurda e mostruosa; persuasione, espressa da Laura coll'altierezza sua caratteristica, quasi lei e non Lidia rifiutasse le occasioni d'un incontro. Chiarissima era in me l'idea dei doveri che m'ero assunti verso Lidia e ferma la decisione di compierli, fors'anco pel sentimento egoistico di pretendere altrettal rigida osservanza dalla donna. La compagnia di Laura m'era quindi uggiosa; non riuscivo a comprendere perchè in altri tempi mi fosse ella piaciuta. Osservandola bene, durante il primo rivederci e nei giorni successivi, m'ero persuaso che Laura era fibra da tradir uomini e donne colla stessa facilità con cui avrebbe bevuto un bicchier d'acqua. Sul suo viso stava un'espressione cinica, dura, spudorata, volubile; gli occhi avevano sguardi equivoci, il sorriso non era aperto e cordiale, ma rapido, presto a mutarsi in sogghigno, a scomparir d'un tratto perchè i lineamenti assumessero una gravità altrettanto falsa. L'eleganza di Laura Uglio era capricciosa, troppo spesso procace; se le risa della donna mi giungevano alle orecchie, mi parevano alte e sguaiate e m'irritavano contro Giorgio, ch'era così buono da permetter simile contegno a chi portava il nome di lui. Non sono ben certo delle impressioni che il mio atteggiamento suscitava in Laura. Se non conoscessi l'acutezza femminile per inarrivabile nell'avvertire e definire il fascino o la repulsione prodotta in un uomo, sarei tratto a credere che Laura ignorasse il mio mutamento a suo riguardo; così appariva tranquilla e sicura. Ero con lei più riservato che cortese, più freddo che ostile, ma dovevo in ogni modo rispecchiar l'antipatia per Laura, dal solo fatto che poco prima del mio matrimonio, io la trattava come ogni altra conoscenza. Noi ci vedevamo al Caffè Bolongaro d'Intra, ove mi recavo solo. In quel momento, Laura aveva lungo corteo d'ammiratori, i quali m'evitavan la noia di trovarmi isolato colla moglie di Giorgio e impedivano a questa un possibile inopportuno richiamo al passato. Nel tornare a Pallanza, Ettore Caccianimico dava di piglio al mandolino e faceva da menestrello alla compagnia; io mi offriva compagno costantemente ad Angela Tintaro, sebbene anch'ella mi ripugnasse per le sue innaturali venture amorose. Nel susurro delle conversazioni, fra le risate, sentivo Laura dominar gli altri, avventar motti brucianti come labbra febbrili, aizzar quelli che l'accompagnavano; e guardando Giorgio, trovavo sulla faccia di lui il consueto sorriso celestiale. Mercè l'opera di Laura, la villa Caccianimico s'era tramutata in una gran sala di divertimento; il giardino si popolava di giovanotti e di signore attratti dai giuochi eleganti che Giorgio, Ettore e Laura avevano organizzati; il pianoforte era tormentato di notte fino a tarda ora e dalle finestre aperte prorompevan grida ilari, schiamazzi, risate femminili; dopo il trattenimento, la baraonda usciva per le strade a far serenate coi mandolini e le chitarre, e di tutto Laura Uglio era l'anima informatrice.... Quanti diabolici intrighi aveva ella saputo aggrovigliare, nonostante l'idillio col marito? Io sarei giunto forse a calcolarli, se il freddo improvviso non m'avesse indotto a vincer l'inerzia di quel soggiorno e a ritornare a Milano, donde contavo riprendere il nostro viaggio. VII. Saliva dalla via una sonnolenza larga e morbida, che pareva scemar gli stessi romori dei carri e delle carrozze, passanti sotto la pioggia a rovescio. In qualche negozio, le lampade elettriche splendevano, quantunque non fossero che le due del pomeriggio. Le signore, chiuse nei mantelli, non trattenute dal tempo accidioso, affollavano il Corso egualmente come nel più bel giorno d'autunno, si soffermavano alle vetrine, trovavan la volontà di comperare e di discutere le compere fatte. Lidia apparteneva a questa categoria di signore instancabili nel passare da un magazzino all'altro. Quando la pioggia era più violenta, Lidia si faceva allegra. Calzava stivaletti alti serrati, indossava la pelliccia, un piccolo cappello di feltro, guanti scuri, e usciva con me a pellegrinare pei negozi di mode. Aveva un umore eccellente; mi abbracciava ad ogni poco, prima d'andar fuori, e rideva ad ogni occasione; sopratutto era abilissima nello scoprir la necessità degli oggetti inutili, al punto che mentre credevo di doverci trattenere solo un paio di giorni a Milano, ivi eravamo già da dieci e sembravamo incamminati a rimanervene altrettanti. S'era cominciato cogli acquisti di gran rilievo, rappresentati dagli abiti di Lidia per la veniente stagione. Le stoffe offrivano due motivi a pensieri gravissimi: la qualità ed il colore, o meglio la combinazione dei colori, perchè con mia grande sorpresa, Lidia m'aveva assicurato che una combinazione di colori falsi avrebbe distrutta la sua fama di signora a modo. Appena ella poneva piede nel negozio, la sua ilarità spariva e un'ombra grave le si diffondeva sul viso bianco e fresco. Lidia ascoltava le parole del commesso con molta diffidenza, e sottoponeva l'uomo a un'analisi psicologica delle più accurate; non amava i discorsi di quella gente; non aveva scrupolo alcuno di mettere a soqquadro un magazzino intero, o d'andarsene senza comperare. Mentr'ella tuffava con voluttà le piccole mani fra gli ammassi di stoffe sciorinati sul banco, o confrontava gl'infiniti campioni dei quali aveva zeppo il manicotto,--io mi sedeva presso di lei, ascoltandola, e nei casi dubbi ella si rivolgeva a me. --Che ne pensi, Sergio?--chiedeva, mostrandomi il velluto o la seta. --Molto bene,--rispondevo. --Ma no, ma no!--ella esclamava, con un sorriso.--Non si tratta di lodare; non ho ancora scelto. Credi che questa guarnizione?...-- Io aveva cura di creder sempre quanto credeva ella medesima e di fingermi anche più ignorante di quel che non fossi, perchè ella non avesse a sospettar d'una certa mia esperienza di mode, acquisita in diverse occasioni, le quali da Lidia non si dovevan conoscere. --Se fosse qui la mamma, potrebbe consigliarmi!--diceva ella infine. Faceva mandare a casa gl'involti voluminosi, ma quando ve n'era qualcuno appena possibile a portarsi, ella stessa se ne impadroniva e se lo metteva sotto l'ascella con una tenerezza materna delle più ingenue. Poi mi diceva: --Spero che così andrà bene; quel mantello aveva assolutamente bisogno della piuma, in basso; quest'anno la piuma si usa molto; purchè la sarta non guasti!... Aspetta; devo entrar qui un istante....-- E si andava in un altro negozio, dove il commesso ricominciava le chiacchiere, e Lidia l'analisi psicologica. Avevo occasione d'osservare che tutte le signore facevan così, e che l'aria grave di Lidia si ripeteva sui viso di quante entravano. In qualche magazzino, il susurro femminile pareva un ronzìo d'api laboriose; colla differenza che le api umane qui, scialavano invece di raccogliere; alcune s'abbandonavano alla disperazione per non aver trovato quanto desideravano; altre discutevan sul prezzo e mercanteggiavan per abitudine; e tutto questo, alternato cogli sguardi rapidi, sintetici, alle compagne, delle quali si valutavano in un baleno anche il veletto e i guanti. Avvenivano incontri di amiche, sùbito unite in una lega tacita contro il commesso; più sovente, s'incontravan delle nemiche, riconoscibili alla ostentata cura dell'una di non sfiorar l'abito dell'altra, squadrata con sovrano dispregio. Potevo cogliere a volo dei piccoli dialoghi: --«Sai, l'ho pagato quaranta lire; ma a Giuseppe dirò che mi costa venti. --«Naturale. --«In un caso, citerò la tua testimonianza. --«Còntaci pure; faccio anch'io lo stesso con Paolo. --«Stavolta donna Mercedes è sbaragliata. Compro questa pelliccia, ch'è adorabile. --«Adorabile; somiglia alla mia, salvo che quella mi vien da Parigi.»-- Se giungeva per caso una cortigiana in momentaneo favor del pubblico, l'attenzione delle signore si raccoglieva totalmente su di lei; lì, era la moda, un po' audace, ma espressiva. Forse, in qualche cuore di donna onesta non sanguinava una piaga d'invidia, pensando che il bel giovane presso la cortigiana dava lentamente la vita e il patrimonio per lei; non tanto per quest'ultimo, quanto per la vita? (Dolce poter dire, levando gli occhi languidi al soffitto: «Ahimè, povero ragazzo! Se avessi saputo che sarebbe giunto a morirne.... Ma chi lo imaginava, coll'ipocrisia della nostra gioventù?») Mi pareva di respirare aria più libera, all'uscir da quei negozî, mentre Lidia rilevava con immenso sconforto che per la giornata non aveva altre compere in vista. Si consolava però sùbito a casa, trovando accatastati gl'involti nella sua camera; li apriva, considerava ancora gli acquisti, aspettava la sera per giudicarli alla luce artificiale; qualche volta li rimandava o li mutava, dopo i consigli della sarta. Questa aveva libero adito in casa nostra, a qualunque ora del giorno. Era una signora alta, magra, con un neo posticcio sulla guancia destra; compariva,--eccezionalmente e solo per Lidia condiscendeva a muoversi dalla sua officina--seguìta da una commessa che portava i giornali di moda, quei giornali di moda i quali rappresentavan per lei il limite a cui l'umana intelligenza può giungere e donde è affatto inutile si spinga innanzi. Apertili, con suprema delicatezza quasi porte di tabernacolo, Lidia e la sarta si curvavano sul figurino, v'appuntavan l'indice, facevan lunghi calcoli non meno di due generali alla vigilia d'un attacco decisivo. I consigli di quella signora eran semplicemente infernali; dovevan partir forse dal principio che ogni cosa bella ne ammette una migliore, e per questo principio indicava lei medesima le stoffe, i colori, le guarnizioni, le fodere più opportune, spiegando a me, sottilmente, come la bellezza di Lidia volesse un'eleganza raffinata e aristocratica, ma senza possibili confronti. Ella aveva pure intuito che nessun momento della vita coniugale meglio del nostro, si prestava a comporre e a radunare un corredo muliebre così vantaggioso per Lidia, quanto, in altro senso, per lei; e ciò spiegava l'attenzion matematica, l'accuratezza con cui gli abiti erano ideati, fatti e finiti, in un giro di tempo relativamente assai breve e con approvazioni entusiastiche da parte di Lidia. Quei capolavori di buon gusto ammaliavano Lidia, la quale si sentiva diventar donna forse più per merito loro che per merito mio; sembravan contener fra il raso, il velluto, la seta, un universo d'insidie, d'invidie, di frivolezze, di cattiverie, di seduzioni, di sottintesi che ancora mancavano a Lidia per poterla considerare un'adorabile signora della buona società. L'intervento della sarta aveva portato un ritardo nella nostra partenza. Ottobre era già venuto al termine e novembre,--in quell'anno rimasto memorabile per la sua rigidezza,--si presentava carico di nebbioni e assai minaccioso. Al comparir dell'ultimo abbigliamento, respirai: ora saremmo infine partiti. Ma Lidia, con un'infinità di moine graziosissime,--dove l'aveva imparate?--mi pregò d'as