The Project Gutenberg EBook of Nana a Milano, by Cletto Arrighi Copyright laws are changing all over the world. Be sure to check the copyright laws for your country before downloading or redistributing this or any other Project Gutenberg eBook. This header should be the first thing seen when viewing this Project Gutenberg file. Please do not remove it. Do not change or edit the header without written permission. Please read the "legal small print," and other information about the eBook and Project Gutenberg at the bottom of this file. Included is important information about your specific rights and restrictions in how the file may be used. 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NANA A MILANO PER CLETTO ARRIGHI ______ EDIZIONE PRIMA ____ MILANO 1880 ENTRATURA Gli svegliarini critici dei nostri giorni sono tanto scorbellati, che se l'autore d'un libro non ha la precauzione di spiegarsi un poco, su cio che ha inteso di dire e di fare, va a rischio di sentirsene a dir delle belle. Per prima questione s'affaccia quella della scuola o del genere. Che ormai le panzane romantiche "fra il didascalico e il rompiscatole" a situazioni in sospeso, a caratteri tirati a pomice, e a personaggi tirati pe' capegli siano andate giu di moda e non piacciano piu neppure ai ragazzi non ci sara forse a negarlo altro barbassoro, fuorche un professore famoso per un certo suo _grido_. Dunque, se voi signori, che state per leggere siete di quelli che nei racconti dei fatti contemporanei amano i _babau_ della sospensione romantica e si compiacciono di non tirare il fiato se non dopo d'essersi bene assicurati che il fratello del figlio, del nipote, della cognata, del protagonista e appunto il padre dello zio, del genero del cugino, dell'eroina, e vogliono che l'intreccio incominci, si complichi e si sciolga col finale trionfo di tutte quante le virtu e col suo bravo castigo di tutte quante le colpe, se voi, dico, avete di queste fisime felice notte. Oggidi, mi duole il dirlo, tutto va a rovescio di quella conclusione, giacche le virtu che trionfano e le colpe che si castigano sono cose lasciate tutte all'altro mondo. Dunque _realismo_! E realismo vuol dire verita, vuol dire ricerca di cio che veramente succede, sia pur doloroso e brutto; vivisezione, fisiologia palpitante, studia della vita quale essa si mostra, senza rispetti umani e senza reticenze. Chi scrive _Nana a Milano_ ormai non ammette in arte che il realismo; giacche egli segue il suo tempo e nelle cose dell'oggi vede appunto la inesorabile verita, che fattasi iconoclasta, abbatte dovunque le imagini della finzione romantica: il cattolicismo e distrutto dal libero pensiero, la bibbia e annientata dalla scienza, la filosofia e sconfitta del positivismo, la pittura dalla fotografia, la scultura dalla galvanoplastica, la musica dall'aritmetica. Vedete persino sul palcoscenico le illusioni che bastavano ai nonni come cedono il posto ai simulacri della realta: ai gabinetti e ai salotti dipinti a prospettive ed a scorci si sostituirono dei gabinetti e dei salotti reali, per mezzo delle scene parapettate; alle cascate d'acqua fatte, una volta, di tela d'argento girante sul rotolo, si sostituisce l'acqua vera, cadente dall'alto e spruzzante le gambe delle ballerine... che magari non sono _reali_ del tutto! Se non che e noto che ci sono due modi molto diversi di fare del realismo: c'e il realismo decente e c'e l'indecente. C'e il realismo decente nella forma, indecente nella sostanza, e c'e il realismo decente tanto nell'una che nell'altra. Tutta quanta la morale femminile della nostra societa frolla e senza convinzioni molto fisse, risiede ormai nella decenza. In questa parola sta appunto anche l'avvenire della nuova scuola naturalista, tanto osteggiata da chi non l'ha ancora capita, e tanto compromessa da chi nella forma non ha saputo trovare il giusto mezzo fra la verita nuda e cruda e la desiderata decenza. Le trivialita, le bassezze, le turpitudini, le laidezze e le miserie umane--le quali in passato furono lasciate indietro da tutti i romantici, come cose da non svelarsi--devono essere portate in pubblico, chiarite, discusse, sviscerate una buona volta, perche servano di leva al rimedio di ammaestramento, agli ingenui, di castigo e di flagello ai viziosi. Tutto sta dunque a saperle svelare con decenza. Emilio Zola, che e pur sempre decente _nella forma_, ci presento in Nana una donna che _nella sostanza_ non lo poteva essere del certo. Puttana sbracata, rotta ad ogni turpitudine, in un ambiente di cinismo e di depravazione, per conservarsi vera, e reale doveva riuscire per forza molto indecente. Ora se, partita da Parigi e capitata per caso a Milano sullo scorcio del 1869, la Nana di Zola si fosse conservata tale e quale ce l'ha presentata il romanziere francese, io dal canto mio non avrei fatta certamente la fatica di ricominciarne la storia da lui lasciata a quel punto in sospeso. Non l'avrei fatto, ancorche avessi potuto pensare che per quanto essa fosse rimasta la stessa sgualdrina, pure le differenze di ambiente, di influssi, di contorni di conoscenze dovevano dar luogo ad altrettante differenze di linee, di tinte, di chiaroscuri e di avvenimenti. Ma Nana giunta a Milano non era piu ne poteva essere piu la stessa donna ch'ella era a Parigi. Io l'ho conosciuta nei pochi mesi che stette nella mia citta, l'ho studiata e ho trovato che il mutamento avvenuto in lei era cosa degnissima di studio attento e profondo, e che il mondo milanese, che s'aggirava intorno a lei sarebbe stato un vero peccato mortale se lo si fosse trascurato e non si fosse pensato da alcuno a portarlo innanzi ai lettori fotografato e caldo in una fisiologia di costumi contemporanei. Quella _cocotte_ francese, sfinge non egiziana metteva tanta suddizione e pur tanta concupiscenza nel cuore di certi nostri giovani i quali colle dame e colle crestaie concittadine si mostravano audacissimi, e ha dato una tinta cosi speciale ai fatti; della vita milanese e ai caratteri delle persone colle quali ebbe a che fare, nei pochi mesi di sua residenza, che bisognerebbe essere proprio un balordo per non cavarne un libro interessante. In quanto a lei, chi avrebbe detto che nel nuovo ambiente milanese, dovesse apparire assai diversa da quello che ce l'ha descritta e tramandata lo Zola! Nessuna donna forse ebbe piu di Nana le doti che si attribuiscono al camaleonte; nessuna piu di lei sapeva trasmutarsi da un giorno all'altro, e da abbietta cortigiana diventar magari una signora rispettata e superba. Ed ecco perche a me e venuto il grillo di ripigliar da Zola istesso questa donna stranissima, che riusci a miei occhi un tipo unico di figlia di Eva del nostro tempo, un problema di isterismo a freddo, una personificazione dello spirito scacciapensieri, una sintesi di puttanesimo rapace, un'epopea: di calcolato disinteresse, un campo aperto di capricci, di estri, di fantasie, di voglie, di brame, di vanita, di ambizioni, di vaneggiamenti, di simpatie, di antipatie, di libidini, di freddezze, di affetti, di passioni in continua contraddizione con se stessi; anzi in continua ribellione fra loro, un tipo di avarizia, un mostro di prodigalita, un ecatombe di _toilettes_, un entusiasta del risparmiare, un apoteosi di poltroneria, un prodigio di attivita, un iperbole di egoismo, un miracolo di buon cuore, una iena pazza di ferocia, un'incapace di veder soffrire una formica, una capace di ripetere con Brillat Savarin che in una tal salsa avrebbe mangiato volentieri suo padre! Un ultimo avvertimento, perche io bramo sopratutto di essere sincero. Qualche lettore, in questo mio nuovo studio della vita milanese contemporanea, trovera delle scene che non gli giungeranno sconosciute. Un episodio infatti di _Nana a Milano_ mi servi gia a scrivere una commedia che ebbe lieto successo sul teatro milanese. Alcuni altri frammenti io pubblicai prima d'ora, in qualche giornale italiano e non riusciranno nuovissimi a chi per caso li avesse gia letti in que' periodici. Io non saprei dir a questi signori se non che oggi li ritroveranno, se non foss'altro, sotto la loro vera luce e al loro posto preciso. Chi poi credesse di trovare in questo libro, un dramma giudiziario _con simulazione di parto_, che levo rumore grandissimo in questi giorni, si pulisca la bocca. CLETTO ARRIGHI. Milano, 20 giugno 1880. I. Nell'ottobre del 1866, moriva in Milano di pneumonite il vedovo conte Guglielmo O'Stiary dopo una fiera malattia di cinque giorni. Lasciava un milione al suo unico figlio Enrico, di passa vent'anni, col patto espresso nel testamento, ch'egli non potesse andar in possesso assoluto e dispotico della sostanza se non compiuti i ventiquattro, come portava la legge cho vigeva al tempo degli Austriaci. In caso che l'erede avesse voluto fare opposizione al testamento il severo babbo lo privava di tutto, e sostituiva nella eredita: _il Sacro Cuore di Gesu_. I titoli per diseredare suo figlio Enrico, secondo lui, non mancavano. Egli era fuggito dal collegio dei Barnabiti, adolescente ancora, per correre a combattere gli Austriaci con Garibaldi. Egli si mostrava irreligioso e liberale. Egli sarebbe riuscito, senza alcun dubbio, prodigo e dissoluto. Il conte Guglielmo O'Stiary discendeva da una famiglia irlandese molto cattolica, stabilitasi a Milano nel secolo decimosesto. Enrico O'Stiary ricevette la notizia della malattia mortale del babbo, quando questi era gia spirato. La campagna contro gli Austriaci era finita. Chiese ed ottenne il congedo e parti, sperando di rivedere ancor vivo l'autore de' suoi giorni, che egli amava in cuor suo di grande e profondo affetto, malgrado la di lui severita piuttosto unica che rara. Quando giunse a Milano trovo che suo padre era gia stato seppellito da una settimana. E intanto l'esecutore testamentario, don Ignazio Martelli, di lui zio materno, aveva gia pensato in fretta ed in furia a praticare certe operazioni e certe riduzioni nell'appartamento, nella cucina e nella scuderia, dalle quali si riprometteva di aumentare il reddito del pupillo di una mezza dozzina di mille lire all'anno. Il conte padre, anche dopo la morte della contessa sua moglie, e la partenza di Enrico per il collegio, non aveva mutati d'un pelo l'ordine e l'ampiezza dell'aristocratica magione. Ma ora? Che cosa avrebbe dovuto farne l'Enrico di sedici stanze? "Troppa grazia a sant'Antonio!", Fece dunque appiccar all'imposta del portone il suo bravo cartello col _da affittarsi al presente_, e dopo sei ore ebbe, il piacere di vedere, come disse lui, _bruciato via_ l'appartamento e invaso da stranieri. La creatura, che si dava maggiore affanno in palazzo, era la guardarobiera: una vecchia che chiamavano _la balia_, che aveva allattato il conte Guglielmo e portato in braccio il contino. Oh il suo non era certo _l'affacendato ozio_ dei _Ritratti Umani!_ Con che amore la buona donna mise in ordine il quartierino, che il tutore spilorcio aveva lasciato al di lei caro Enrico! Con che cura gli preparo la biancheria e fece rimetterle cortine alle finestre e gli forni dell'occorrente la teletta, e dispose qua e la nelle camere dei fiori appena colti. --Le pare, marchese, ch'egli sia alloggiato come un principino?--disse la signora Eugenia Martelli al marchese d'Arco, uscendo insieme dalle stanze destinate al giovine ereditiero.--Per dire la verita queste sono le camere migliori del vecchio appartamento. Che ne dici tu Elisa? La Elisa, una fanciulla di poco piu che quindici anni, una rosa thea appena sbucciata, una bellezzina molto _distinta_, con occhioni e denti da sbalordire, rispose con una piccola smorfia, un _umh!_ che voleva come dire "per l'Enrico ci sarebbe voluto ben di piu!" --Io sono certo pero,--disse il marchese d'Arco,--che l'Enrico avra gran dispiacere di vedere affittate cosi subito e a della gente ignota, le camere dove tien raccolte le memorie della sua infanzia.... --Se sapesse quante volte ho detto anch'io questa cosa a mio marito! Non e vero Elisa? --Si, certo; ma il babbo non vedeva che la necessita di cavare di piu dal palazzo. --La casa de' suoi maggiori,--riprese con grande nobilta il marchese d'Arco--va tenuta da conto e il lasciarla invadere dal primo che capita e un mancarle di riguardo. --Che vuole marchese? Lei sa bene che mio marito non le ha mai capite certe delicatezze. --Come!--domando questa volta ingenuamente l'Elisa.--Il babbo non ha mai capite le delicatezze? --Zitta Elisa--disse la madre stringendo, nel suo il braccio di sua figlia. Poi di nuovo al marchese: --Del resto l'Enrico sara, come si dice, in famiglia. Tra il suo quartierino il nostro non c'e di mezzo che l'anticamera e questa sala in comune. --E noi per far tutto questo tramestio,--disse la Elisa mostrando un gran dispiacere nella voce--abbiam dovuto cambiare alloggio anche noi e andare verso il giardino. --Povera ragazza, guarda mo,--fece ridendo il marchese d'Arco--dover cambiare alloggio! --E non abbiamo tenuta neppur una straccia di finestra verso strada. --Ah capisco ora! Neppur una straccia di finestra verso strada! --Stare sul Corso e non poter andare al balcone, la mi concedera marchese che e una condanna.... Io non ho che il giardino da vedere. --Ma il giardino ha anch'esso i suoi meriti! replico il marchese sorridendo.--Questa primavera vedrai a sbucciar i fiori, a spuntar l'erba, a fiorire i tulipani. --E vero,--sclamo la Elisa,--ma a me sarebbe piaciuto di piu il poter vedere fiorir le rose in giardino.... --E spuntar i tulipani sul Corso?--domando ridendo il marchese. E, quasi per farsi perdonare la facezia un po' ardita, soggiunse subito: --Basta! Non vedo l'ora di abbracciarlo quel caro ragazzo! --Oh marchese!--sclamo la fanciulla.--Ora non e piu tanto un ragazzo. Ha quasi ventun anni ora. Cinque piu di me. --E vero! Sono tre anni ormai ch'io non lo vedo piu. --E che ne dice marchese di quel barocco d'un testamento di suo padre?--domando la signora Martelli. --Che vuole mai che le dica, cara signora? Quel povero conte Guglielmo era fatto cosi. Una testa debole, che non calcolava mai gli effetti delle sue azioni; pur di assecondare i moti dell'animo dispotico e pieno di ghiribizzi egli non badava a nulla. --Ah, lei lo deve sapere, che fu tanto amico della povera contessa! Il marchese mise un sospiro, e quasi per stornar l'attenzione da quella frase, ripiglio: --A che ora crede lei che potra arrivare l'Enrico? --Io dico che sta per arrivare fra mezz'ora--sclamo la fanciulla.--Lo sento qui!--E poso la destra sul cuore. --Ma zitto Elisa! --La lasci dire. E cosi bella l'ingenuita a quindici anni. --E quattro mesi!--sclamo la Elisa. --Oh, ma non la creda poi tanto ingenua, sa?--fece ridendo la madre.--E un capetto, mah! --Senti Elisa? Tua madre dice che sei un capetto.... mah! --Miracolo che questa volta non abbia aggiunto anche l'ameno! Il marchese rideva. --Dunque io ripassero stasera,--soggiunse egli--e se l'Enrico arrivasse prima, gli dica di venir subito da me a farsi vedere. _Sans adieux_. E tu Elisa ricordati di voler un po' di bene anche a questo povero vecchio che te ne vuol tanto! --Oh, anch'io, anch'io, caro marchese,--rispose con espansione sincera la fanciulla. --Ora andiamo a vestirci subito,--disse la madre quando il d'Arco fu uscito,--che non abbiamo tempo da perdere se non vogliamo salare la messa. * * * * * La Elisa era un capetto davvero. Un tipo di fanciulla piu simpatica, piu piccante, piu piacente di lei non lo si potrebbe imaginare facilmente. Dove diamine la signora Eugenia ed il notaio Martelli fossero andati a pescar tanto spirito, per dare vita a quella loro creatura, e un mistero! La signora Eugenia era infatti una eccellente madre, una buonissima donnetta, una moglie irriprovevole, ma sgraziatamente peccava assai nel fisico; quanto al padre era sgraziato nel fisico e nel morale. La Elisa appariva come la perfetta antitesi de' suoi genitori. Sua madre era piuttosto piccola e tozza, Elisa era slanciata e svelta come un giunco odorato. Sua madre era scarsa d'ingegno; sua figlia un genietto. Suo padre era taccagno e di idee ristrette; la Elisa era una socialista spiegata senza sapere di esserlo. Forse di lei s'avrebbe potuto dire, come della maggior parte dei figli unici, ch'era un _enfant gate_. La mamma, le aveva sempre voluto troppo bene, le aveva fatte buone le innumerevoli fantasie, l'aveva sempre accontentata in ogni capriccio e baciucchiata troppo. Ma le madri che amano assai non ci sentono da questo orecchio. Quanto non si e detto contro il soverchio amore di certe madri? Ai fanciulli esse parlano incessantemente e quasi esclusivamente del bel musino, del bel vestitino, delle belle scarpette, e li baciano tutto il santo giorno con tali frenesie di tenerezza, che spesso i bimbi ne scoppiano in pianto. Cari e santi baci quei delle madri! Ma non pensano desse che, a lungo andare, anche quei baci riescono fatali, giacche stimolando senza posa nei bimbi la delicata innervazione, sviluppano in essi una, per quanto inavvertita, troppo precoce sensualita. Amorevole, ma fatale stupro materno, che gia rende colpevole l'adolescenza prima che essa abbia cessato di esser innocente! Le madri romane si guardavano bene dall'insegnare la volutta del bacio alle loro figliuoline. E quando alcuno lodava la bellezza d'una loro figlia in faccia a lei stessa, quelle madri nobilissime usavano di metter la punta del dito medio sulla lingua e di toccar con quella la guancia dell'adulata quasi a purgarla col materno amore da un maleficio straniero. La Elisa aveva tra le altre cose una voce che agiva voluttuosamente sulla corda sensibile dell'udito. Nessuno ha mai ascoltato le arpe eolie, ma chi ha sentita la voce di Elisa Martelli, giura che non la cambierebbe con quella di un'arpa eolia. E il sorriso? S'ha un bel dire, ma dinanzi al realismo della bellezza e della gioventu restano eterne e immutabili anche le ispirazioni romantiche, alle quali fummo allevati. Elisa quando rideva, rideva tutta, come disse il Dossi, e s'avrebbe detto che facesse una luce maggiore intorno a se, giacche, il di lei sorriso alleandosi al nitor dei denti e lampeggiando nelle pozzette delle guancie e raggiando fuori collo splendor degli occhi pareva davvero la circondasse di una gioiosa aureola, che e luce appunto e delle piu lucenti! Queste doti, gia s'intende, preziose per tutti erano difetti per quella lesina di suo padre. Egli avrebbe amato tanto una figlia belloccia si... non dico! ma che avesse avuto il suo quietismo nel sangue, che andasse in cucina a sorvegliar la cuoca, che facesse tutti i rimendi alla biancheria e rivedesse i libretti della spesa. Ma non c'era verso, e la mamma su questo la difendeva a spada tratta e qualche volta la si permetteva di ricordare al marito una certa loro speranza, sorta si puo dire il giorno stesso della nascita della bambina e nutrita religiosamente in famiglia: --Pensa poi che la Elisa deve essere contessa e milionaria! Era la frase sacramentale, che metteva ogni pace e ogni buon umore in quella casa. * * * * * Il contino arrivo, come aveva presentito la Elisa, mezz'ora dopo, mentre le donne erano a messa. Monto quattro a quattro i gradini dello scalone, che non aveva riveduto da circa tre anni e tiro il campanello all'uscio di casa sua. Il servitore che venne ad aprirgli non lo conosceva punto. --Chi cerca di grazia il signore? --Il notaio Martelli e in casa?--domando Enrico con un mesto sorriso. --No signore,--rispose l'altro,--il signor cavaliere Martelli e uscito. Enrico si fece conoscere. Entro, ando difilato alla camera dove era morto suo padre, e vi si rinchiuse. Poi mezz'ora dopo cogli occhi rossi di pianto, si fece portar nascosto in una carrozza al cimitero per visitare il luogo dov'era stato sepolto. Di ritorno a casa Enrico trovo il notaio Martelli suo tutore, che lo aspettava per abbracciarlo. Prima che questi tornasse a casa dal cimitero, il notaio avendo udito dal portiere, come il contino fosse arrivato, era salito frettoloso le scale, ed entrato in anticamera: --Dov'e dov'e questo ragazzo?--aveva sclamato, non pensando che il ragazzo s'era fatto ormai un uomo di quasi ventun'anni. --E andato al cimitero--gli rispose il servitore. --Ah, povero figliuolo!... E vero! Bravo, bravo! Cosi dicendo, attraverso l'anticamera ed entro in uno studio attiguo, dove era solito stare qualche ora del giorno a sbrigare le faccende della tutela. --Di un po'--ruppe a dir egli quando fu seduto allo scrittoio rivolto al Leopoldo--sei stato dal Saulino? --Si, signor cavaliere. --Cosa ti disse? --Che verra qui lui dopo pranzo. --E dal Sala? --Anche. --E quello che cosa ti rispose? --Mi disse che ora non ha voglia di comperare carrozze usate. Ma stamattina e stato qui un signore a vederle in rimessa e ha fatto un'offerta. --Quanto? --Mille lire. --Non c'e male. Si puo cederle a questo prezzo, mi pare. --La scusi signor cavaliere se metto il naso anch'io in questa materia. E solo per avvertirla che lo _steage_ e quasi nuovo, perche l'ha fatto fare l'anno scorso il signor conte e l'ha adoperato non piu di otto volte in tutto l'anno. --Ebbene? --Ebbene dico che si potrebbe tenerlo, ora che e arrivato il signor contino. E un legno del buon genere. --Che cosa? Buon genere? Bagattelle! Quest'e una parola inventata adesso. A' miei tempi non si parlava punto del buon genere. "Sicuro. Quando regnava Carlo V" penso tra se il Leopoldo. --Io di carrozza non me ne intendo una maledetta--continuo il notaio--ma se questo _steage_ e quel demonio di un carrozzone coi sedili fin sull'imperiale come una diligenza.... --Si, si, proprio quello! --Allora ti dico addirittura di mettere da parte il pensiero, perche a trascinare quella macchina non ci vorranno meno di due cavalli.... --Come due! La dica pur quattro. --Figuratevi! No, no, no, vendiamolo subito. --Lei signor cavaliere vorrebbe forse che il signor contino tenesse meno di quattro cavalli in scuderia? --Ma che quattro, ma che tre, ma che due!--sclamo il notaio vivamente.--Adesso so che e di gran moda un legnettino leggero da un cavallo solo. Tanto piu per un giovinetto della sua eta. Bagattelle, anche troppo! --La mi scusi don Ignazio--disse il palafreniere con voce insinuante--ma anche volendo tenere un cavallo solo da tiro ce ne vorra sempre almeno uno di cambio e uno da sella. --Ma che cambio, ma che sella!--sclamo il notaio inviperito.--Il cambio e perfettamente inutile, perche se quell'altro fa il suo servizio bene, il cambio resterebbe in stalla a mangiar fieno e biada a tradimento. E quanto a quello da sella si puo _scusare_ con un cavallo a doppio uso. "Bazzica!" penso il Leopoldo. "Come il curato di Cilavegna!" E non disse piu nulla, giacche comincio a mulinare come qualmente per rubare la biada ad un cavallo solo non gli sarebbe piu convenuto di star in quella casa, --Dunque?--domando il notaio. --Ma ecco, se il signor cavaliere mi permette di parlare. --Te lo permetto. --Le faccio presente che se il cavallo a doppio uso si ammalasse.... --Oh, allora poi, bagattelle, si va un po' anche a piedi... _pedibus calcantibus_. "Ah sicuro!" pensava fra se quello scorbellato di Leopoldo, "un bel paio di scarpe nuove e avanti." --Io sono bene andato a piedi tutta la mia vita!--riprese il notaio. "E si, che e un cavaliere!" pensava l'altro. --Se poi il mio signor pupillo non volesse proprio degnarsi di andar a piedi ci sono sempre dei buoni omnibus a dieci centesimi. "Ma si, guarda me! Non ci pensavo. Ci sono questi omnibus? Adoperiamoli." --Qualche volta ci vado anch'io in omnibus; non pero quando non ho fretta, perche allora arrivo prima colle mie gambe. --Lei e il padrone!--conchiuse Leopoldo.--Faccia lei. --Sicuro che debbo far io--sclamo il notaio.--Anzi, ti avviso di non mettergli in testa all'Enrico delle fisime inutili. L'economia e la madre di tutte le virtu, e quando un solo cavallo puo far il servizio di tre, non saprei come possa venir in testa ad un cristiano di tenerne tre invece di un solo. Questi cavalli a doppio uso ci sono o non ci sono? Saranno ben stati inventati per qualche cosa, io credo? Adesso chiama la balia, che mi deve dar la nota della spesa della guardaroba. * * * * * Chi era la balia? Poco prima che il notaio arrivasse a casa, una vecchia sbacando fuori da una scaletta interna, che metteva nelle cucine del palazzo, aveva sclamato tutta intenerita: --Oh, ch'io lo veda questo mio signor contino, ch'io lo stringa ancora una volta al seno prima di morire. Il palafreniere, che aveva condotto il padroncino nella camera del conte padre, pose l'indice attraverso le labbra e additando alla balia la stanza dove era entrato Enrico, aveva risposto: --E la dentro e non vuol essere disturbato. Piange. --Povero ragazzo!--sclamo la balia con amore.--Staro qui ad aspettarlo. Cosi detto si adagio, trasse di tasca la corona e comincio a biascicare orazioni. Ma il palafreniere non le lascio il tempo di finire il _panem nostrum quotidianum_, che le domando: --Voi balia che dovete esser vecchia di casa.... --Altro che vecchia di casa!--interruppe questa.--Io sono nata nel castello dei conti O'Stiary, ed erano gia sessantanove anni che ci stavo prima di venir giu a Milano. Io ho allattato il povero conte Guglielmo che e morto or ora; e sono stata la balia secca del contino Enrico. --Tanto meglio! Io volevo domandarvi conto di questo signor marchese, che e venuto un'ora fa a a vedere se il contino era arrivato. --Il marchese d'Arco? --Sicuro. Mi pare di aver capito ch'egli abbia un grande attacco pel giovinetto che deve arrivare, e m'e passato per la testa, cosi per dire a dire, che egli fosse stato l'amante della mamma.... Si sa bene! La balia levo lentamente la testa canuta, con un fiero rimprovero negli occhi: --Dica, signor Leopoldo; la si ricordi che non e di moda in questa casa il fare dei giudizii temerarii. La contessa Irene era una santa donna e il bene che il signor marchese le voleva era come quello che noi altri cristiani vogliamo alla Madonna. --Tanto peggio per lui!--rispose cinicamente il palafreniere. Leopoldo fece entrare la vecchia e don Ignazio stava per interrogarla, quando s'intese il campanello dell'uscio d'ingresso e poco stante comparve sulla soglia dello studio il giovinetto conte. Vedendo la balia, la quale si era voltata al rumor dell'uscio che s'apriva, Enrico le corse incontro, colle braccia tese e le salto al collo. --Oh Teresa, la mia buona Teresa, quanto tempo che non t'ho abbracciata! Ma poi vedendo il suo tutore, che s'era levato dallo scrittoio e gli si avvicinava colle braccia protese, si stacco dalla balia e ando con premura verso di lui. --Scusami, caro zio, se il mio primo saluto fu per la Teresa, che mi ha veduto nascere e che mi ha portato tanto in braccio. La balia si asciugava col lembo del grembiale i luciconi. --E naturale, caro Enrico--disse il tutore--Guarda che l'hai perfino fatta piangere di consolazione. --La m'ha scusare--fece la balia, colla voce ancora fra le lagrime--ma non avrei potuto far di meno, e ora posso morire contenta. Avevo tanta paura di morire prima di poterla rivedere. --Ma ho da sentir di peggio?--disse Enrico alla vecchia.--Dammi subito del tu come mi hai sempre dato in castello. --Ah caro lei, adesso e impossibile signor conte. Adesso lei e un uomo. --No, no, non importa. Ti comando espressamente di trattarmi ancora come pel passato. Poi si volse al tutore. --Ma sicuro che mi sei diventato un uomo!--sclamo questi,--tu mi mangi la torta in capo ora. Bravo, bravo! Bene bene! E dimmi un poco. Hai gia vedute le mie donne? --No,--rispose Enrico,--non mi ero ancora mosso dalla camera del povero babbo. --Sono andate a messa,--disse la balia.--La signorina Elisa non vede l'ora di vederla,--aggiunse ella sottovoce, mentre il notaio s'era voltato. --A proposito,--ripiglio questi--tu l'avrai gia sentita la santa messa? --La messa? Ma no, a dirti la verita. Sono arrivato di buon mattino, ho viaggiato tutta notte... non saprei neanche dove avrei potuto averla sentita. --Bene, bene, per questa volta...! Oh, dimmi un poco, tu forse non avrai con te altri abiti che questi che hai indosso, non e vero? In ogni modo ti abbisogna un vestito di lutto. --Sicuro! Quando il colonnello mi disse che il babbo era moribondo e mi lascio partire, fu tale la mia fretta che non ho neppure fatta la valigia della biancheria. Ora bisognera provvedere subito a tutto, altrimenti non potrei uscir di casa. --Leopoldo,--disse il tutore al palafreniere,--andate ad avvisare il mio sarto che venga qui subito. --Il suo sarto?--domando Leopoldo con ironia.--Il portinaio di casa...? --Ma si, ma si, il mio sarto,--replico don Ignazio,--ci vuol tanto? Andate. Poi, rivolgendosi all'Enrico continuava: --Non e certamente uno dei primi sarti di Milano, ma e bravino e mi e tanto raccomandato dal preposto della parrocchia. E poi, e tanto discreto nei prezzi. Vedi quest'abito?--Cosi dicendo voltava al contino le spalle per mostrargli una palandra, verdolina sgualcita sui gomiti, che gli faceva delle pieghe da tutte le parti.--Mi sta abbastanza bene, n'e vero? Ebbene, indovina un po' quanto me lo ha messo fuori, compreso stoffa, fodere, bottoni, guarnizioni, spedizioni, tutto insomma? Enrico conosceva a un dipresso l'umore di suo zio e non fu sorpreso da quella domanda. Si die' a ridere; pero rispose: --Caro il mio zio, non me ne intendo davvero, --Ma perche ridi? Sono cose molto piu serie di quello che tu imagini. Me lo ha fatto pagare ventinove franchi. E nota che l'ho gia fatto voltare e rivoltare. Enrico era un po' sulle spine. Tutta questa roba gretta, spilorcia, sordida gli faceva provare una specie di angoscia nervosa. S'intese il campanello. --Saranno le mie donne,--disse il notaio.--Vedrai, vedrai anche la mia Elisa che hai lasciata colle vesti al ginocchio, come si e fatta grande e donna. Enrico arrossi. Il nome di Elisa gli aveva dato un tuffo nel sangue. Erano infatti la signora Eugenia Martelli e la Elisa che tornavano dalla messa. * * * * * Enrico ed Elisa, primi cugini per parte della madre, erano cresciuti insieme e si erano anche picchiati qualche garontolino giuocando a moscacieca nelle anticamere dell'avito palazzo. Enrico quasi non la riconosceva piu, tanto s'era fatta grande, bella e vistosa uscendo dall'eta ingrata. I saluti, le condoglianze, le frasi scambiate fra di loro son tutte cose che il lettore intelligente imagina da se. Elisa negli occhi, nel sorriso, nel colorito del viso, bello e innocente, mostrava una felicita cosi sincera e grande, che non c'era da sbagliarsi. Povera fanciulla! Ella s'era avvezzata gia da qualche tempo a considerare apertamente il contino come il suo amante, come il suo futuro sposo. Era una cosa quasi convenuta in famiglia. Sua madre e la balia glielo ripetevano spesso. La balia qualche volta, non ridendo, la chiamava contessina. La mente dell'Elisa, per non dir ancora il suo cuore, era piena dell'imagine di Enrico, bello, giovine, conte, simpatico, ricco. Perche non l'avrebbe essa desiderato per marito? Del resto l'Elisa non ne sapeva nulla piu in la! Dopo una mezz'ora di condoglianze, di domande, di risposte, di progetti, di spiegazioni la signora, Martelli fece all'Enrico l'ambasciata del marchese d'Arco. --Ci vado subito dal povero vecchio. Mi vuol sempre tanto bene? --Oh si,--disse la Elisa,--come tutti, del resto. La madre diede a sua figlia uno sguardo significante. Di li a poco la signora Martelli domando a suo marito se aveva pensato di invitare l'Enrico a pranzo. --C'e anche Aldo Rubieri, che desidera di conoscerlo. --Non faceva pero bisogno d'invitarlo,--rispose don Ignazio,--dove vuoi che vada a pranzare oggi se non e con noi? --Aldo Rubieri, il bravo scultore?--domando Enrico. --Lui! Io gli faccio tutti i suoi affari,--rispose il notaio. --Oh! bravo, bravo, pranziamo insieme--aveva sclamato intanto l'Elisa battendo le palme una contro l'altra. Ma l'esplosione di gioia erasi troncata di botto perche ella aveva incontrato di nuovo lo sguardo severo di sua madre. * * * * * --Non vuoi proprio dunque imparare a dissimulare un poco i tuoi sentimenti?--le diss'ella quando furono sole. --Ma che cosa ho fatto poi? Non m'hai detto tu stessa qualche volta che sono destinata ad essere la sua sposa? --Certo--disse la madre--ma se vuoi che egli prenda molta stima di te, e necessario.... --Ch'io finga di non volergli bene?--interruppe l'Elisa. --Non dico questo.... Tu sei sempre estrema nelle tue frasi. E poi pensa che c'e tempo. Egli non ha che ventun'anni. Figurati quanti ne devono passare ancora prima ch'egli abbia l'eta conveniente per sposarti. --Ah, non troppo poi!--sclamo l'Elisa con un adorabile atto di sorpresa--io ne ho quasi sedici, sai mamma, e fra quattro anni saro gia vecchia perche ne avro venti. --Oh!--sospiro la madre alzando gli occhi alla soffitta,--esse credono di esser gia vecchie a venti anni! * * * * * Un lungo colloquio ebbe luogo piu tardi fra il marchese d'Arco e il giovine conte, che era andato in quella stessa giornata a cercare di lui. --Tu sai come ti ha trattato tuo padre?--gli domando il marchese fissando negli occhi il giovine con molta attenzione. Enrico piego leggermente il capo sul petto e rispose: --Si. --E quali sono le tue intenzioni in proposito?--domando il marchese con una leggerissima emozione nella voce. Tu fra poco in faccia alla legge sarai maggiorenne. E il suo sguardo nelle pupille di Enrico raddoppiava d'intensita. Era ansioso. --Io voglio rispettare religiosamente la volonta di mio padre,--rispose il giovane alzando la testa con molta naturalezza. Il viso pallido del marchese, si illumino; gli occhi gli si inumidirono. Allungo le braccia e attiro al petto il giovine conte, che non sapeva spiegarsi bene il perche di tanta tenerezza. A lui pareva una cosa tanto naturale quella di rispettare l'ultima volonta di suo padre! "Bisogna dire--penso fra se--che la cosa a Milano non sia creduta molto facile." Anche il tutore il giorno dopo abbordo la questione del testamento. Don Ignazio, piu ancora, del marchese, temeva che l'Enrico si ribellasse alla protratta maggior eta e volesse tentare la lite, la quale aveva certamente assai probabilita di essere vinta, ma non la certezza. E s'ingannava! A lui pure l'Enrico dichiaro quello che il giorno prima aveva risposto al marchese, intendere cioe di rispettare il testamento, quantunque fosse persuaso che legalmente parlando quella clausola non avrebbe avuta una sanzione! Il cavaliere Martelli era fuori di se per la gioia. --Che bravo figliolo! Chi l'avrebbe detto! Che bravo figliolo! Allora discorriamo un poco del tuo avvenire--soggiunse egli col suo miglior sorriso. Il ribollimento del suo dolore, fece scoppiar l'Enrico in nuovo pianto. --Via Enrico--disse il tutore tra l'ammirazione e il compatimento--non rammaricarti poi troppo colle tristi memorie. Tuo padre, come pure la tua povera mamma, erano due degne e sante creature che ti stanno guardando di lassu e che ti proteggeranno contro i pericoli della vita. --Son qua, se lo crede necessario,--disse il giovinetto. --Hai tu pensato qualche volta a quello che vorrai farne della tua vita?--comincio a bruciapelo don Ignazio. --Quello che vorro farne della mia vita?--ripete Enrico---ma credo che faro anch'io ne piu ne meno di quello che fanno tutti gli altri. --Gli altri, gli altri!--sclamo il tutore con una smorfia--chi sarebbero secondo te questi altri? Enrico fu un poco sorpreso di questa specie di interrogatorio, ma dissimulando rispose: --I miei amici d'infanzia, i giovani della mia eta, i miei compagni di collegio... non saprei io... quelli che conoscero in societa... per esempio, mio cugino Lorenzo e Gigi Prato e Ferdinando Sappia che sono maggiori di me, ma che mi volevano tanto bene, e Alfonso Sant'Albano, che veniva sempre a trovarmi, con la sua mamma e con cui giuocavo... ti ricordi zio? precisamente in questo salotto, prima di andar in collegio.... --Ascolta, caro il mio figliolo; questo gia non e il momento di farti un predicozzo sui cattivi compagni, pero.... --Come!--interruppe Enrico--mio cugino Lorenzo e Gigi Prato e Santalbano sarebbero cattivi compagni? --Non dico questo... non faccio il nome a nessuno io... parlo in generale. Ti basti di sapere che acqua torbida non fa bel specchio. Qui a Milano ci sono dei giovani, cosi detti del buon genere, che buttano via il tempo, la salute e i quattrini in cavalli, in cene, in ball... in baldorie, in frascherie insomma, e che so io. --Io non ho davvero queste intenzioni--disse Enrico seriamente.--In collegio mi hanno insegnato che cosa si deve fare per diventare un uomo che possa far onore al proprio paese. --Tu mi consoli, caro Enrico--sclamo con giubilo don Ignazio.--Mi piace sentirti a parlare cosi dei Barnabiti! Enrico sorrise. --Dunque siamo intesi. Ora veniamo alla morale. Tu gia non avrai piu nessun danaro di quello che ti ho spedito per fare il viaggio. --Non solo non ne ho piu di quello, ma siccome, fatto il conto all'ingrosso, quello che tu mi hai mandato non sarebbe stato sufficiente per venire fino a Milano.... --Come! come! Ti sbagli, --Io non volevo farmi vedere a piangere e ho preso un cuppe tutto per me, caro zio. Tu mi hai mandato il denaro misurato per viaggiare nei secondi posti. --Io viaggio sempre nei secondi. --Io no; sempre nei primi. Mi feci dunque prestare duecento franchi da un compagno a cui bisogna li rimandi subito. --Cominciamo male!--disse il tutore grattandosi in capo.--Dunque non hai piu neppur un centesimo? --Ma no, caro zio; l'ultima lira l'ho data al facchino, che porto le mie valigie sul legno, tanto e vero che il cocchiere l'ha pagato la portinaia a cui debbo un altro paio di franchi. --Ma caro Enrico, dovevi sapere che non si da un franco al facchino della stazione. --Non avevo altro. Non potevo farmi dar indietro il resto in spiccioli. --Io ai facchini do sempre dieci centesimi e sono contentoni. --Sara benissimo. --E poi che necessita di prendere un legno? C'e l'omnibus della stazione, che passa qui davanti alla porta. Enrico cominciava sul serio a inquietarsi. --Ti dicevo dunque--continuava il tutore--che per metterti nella societa che conviene al tuo rango e alla tua educazione ci vuole un po' di denaro in tasca. --Lo credo io! --Pero, tu non devi aver bisogno di molto. Qui hai il tuo bell'appartamento di sei camere. Hai la balia per la guardaroba e il palafreniere come cameriere e per la scuderia. Colazione, pranzo e vestiario tutto pagato. E un lusso asiatico. Veniamo dunque al concreto e fissiamo questa benedetta cifra dei minuti piaceri, che e lo scoglio piu difficile da sorpassare coi pupilli. Quanto ti pare che ti dovra abbisognare per le tue spese fuori di casa? --Caro zio, ti ripeto che non ne so nulla. Potrei dirti troppo, potrei dirti troppo poco. Mi fido nella tua esperienza. --Io sapevo che tu eri un bravo figliolo--sclamo il tutore tutto contento--noi andremo perfettamente d'accordo. Ebbene io avrei pensato che duemila franchi ti dovrebbero bastare.... --Ma anche di troppo!--sclamo ingenuamente Enrico battendo palma a palma.--Duemila franchi al mese sono un assegno principesco! --Oh, Oh! Bagatelle! Come corri! Io m'intendevo dire duemila franchi all'anno. --Ah!--sclamo il giovine mortificato--allora mi sembrano ben pochi! --Perche, diciamola qui fra noi; a che cosa ti devono servire questi benedetti denari fuori di casa? Ad essere buttati via in cose inutili, in cose da nulla, in sciocchezze, in frascherie. Un qualche capiler al caffe, quando tu voglia leggere i giornali, una qualche corsa in omnibus.... --Una qualche scampagnata cogli amici.... --Ah! le scampagnate, mio caro, costano troppo. E poi, adesso vedi, e diventato quasi inutile l'andar in campagna. Abbiamo il nostro bel giardino pubblico. Io ci vado spesso e talvolta mi par proprio di essere in Svizzera sulle Alpi. --Oh, diamine! Ma, e il teatro? --Se vorrai andar a teatro ti procurero i biglietti pel Filodrammatico. Tutti i venerdi ci va anche mia moglie coll'Elisa. --Si? coll'Elisa?--disse vivamente Enrico.--Volontieri ne approfittero. --Io credo dunque che con duemila franchi all'anno, che sono per cosi dire sei franchi al giorno, tu potrai fare una bella figura in societa e forse anche qualche risparmio. --Risparmio!--sclamo il giovine--perche dovrei fare dei risparmi? Mi fu detto che io potro disporre di circa ventimila franchi all'anno. Mi pare che tu zio ci pensi ora gia abbastanza a fare per me dei risparmi. Duemila all'anno mi paiono pochi davvero! --Bene, facciamo cifra tonda: duecento franchi al mese--disse il tutore mordendosi le labbra.--Del resto, come dico, in casa troverai tutto cio che ti sara veramente necessario. --Basta cosi--disse Enrico che cominciava oltre al resto ad annoiarsi fieramente di quel dialogo. --E di cavalli ne sono rimasti in stalla?--domando egli dopo breve pausa. --Oh, no--rispose il tutore--l'Elisa e mia moglie avrebbero ben voluto che li tenessi, ma io ho pensato che sarebbero rimasti in scuderia a mangiar fieno e biada a tradimento. --Il poney almeno m'avresti fatto proprio un gran regalo a conservarmelo, caro zio! --Ma sei un benedetto ragazzo--rispose il tutore--non capisci che il poney, come dici tu, e stato quello che mi ha compensato delle perdite che ho dovuto fare sulle quattro rozze da tiro. --Lo credo bene! --Ieri sono stato io stesso a vederne uno che par fatto apposta per te. --Tu zio, sei stato a veder un cavallo per me?--disse Enrico ridendo. --Si, perche? --E bello? --Si, e bellino, ma quello che piu importa si e che costa poco. Sono quasi certo di portarglielo via per un tozzo di pane. --A chi di grazia? --Ad un mio amico, che e uno dei primi sensali di zucchero e di cacao di Milano. E nota che e a doppio uso. --Chi, il sensale? --No, il cavallo. Egli lo monta e lo attacca alla carrettella. --Mi pare che sara un po' difficile che lo possa montar io. --Ma perche? Il mio amico lo montava tutti i dopo pranzo sul bastione, e bisognava vedere che brio. Adesso, povero diavolo, deve come aver sofferto delle disgrazie nel cacao, e gli tocca di vendere il cavallo per pagare i debiti. --Ma e impossibile! --Si puo sapere il perche? --Caro zio, un cavallo che costa un tozzo di pane o e una gran rozza di figura, oppure e tanto vizioso, che mi fara rompere l'osso del collo in meno di quella. --Tutt'altro invece. Vedi come sbagli--sclamo il tutore credendo aver trovata una gran ragione in contrario.--Quel mio amico non si e mai rotto l'osso del collo, quantunque siano gia diciotto o vent'anni che lo monta. Enrico scoppio in una grande risata. Il tutore capi d'aver detta senz'accorgersi una minchioneria. --Venti, e tre di puledro, ventitre per lo meno. Tu dunque zio vorresti darmi il cavallo dell'Apocalisse? Sarebbe piu vecchio di me. Se lo montassi mancherei di rispetto al Luogo Pio Trivulzio! --Bene, bene insomma, al cavallo ci penseremo piu tardi,--disse don Ignazio levandosi--Oggi siamo intesi; aspettami qui che ti portero la prima quindicina dei minuti piaceri. --Cento franchi? --Cento franchi. --Basta! Io penso poi che se non mi basteranno tu zio non vorrai mostrarti crudele verso di me. --Crudele no, mio caro Enrico, ma neppur troppo corrente. Ricordati che c'e un limite a tutto e che il mio dovere di tutore e di esecutore testamentario e quello, non solo di conservarti intatta la sostanza, che tuo padre morendo ha affidata alle mie cure, ma anche di aumentarla; perche devi pensare che, per uscire dalla minorita fissata da tuo padre nel testamento, ti mancano ancora quasi quattro anni. Con tale considerazione era terminato fra tutore e pupillo questo memorabile dialogo, il quale doveva essere, per cosi dire, la pietra fondamentale d'un edificio destinato a crollare e a cadere a terra in meno appunto di quattro anni. * * * * * Enrico O'Stiary s'era dato a fantasticare anche lui sul proprio avvenire, e, cosa non molto strana nella sua posizione, s'era sentito invaso, insieme a un certo desiderio di gloria artistica, giacche egli adorava, la pittura, da una grande voglia di spendere, di brillare, di far la bella vita. L'avvenire? L'avvenire, pensava lui, come quello della maggior parte dei mortali, che non hanno una meta fissa e sicura o che non possedono la forza d'animo che serve a raggiungerla, e in balia della fortuna; poteva dipendere dalla prima donna che avesse incontrata sul suo cammino, dalla prima amicizia che avesse stretta al club, dal primo avvenimento che gli fosse capitato sulle spalle. Il tutore dal canto suo non aveva gia fatto, senza saperlo, il primo passo per riuscire alla di lui piu deplorabile rovina finanziaria? Negandogli i mezzi di vivere dignitosamente nella societa del suo rango, obbligandolo a far sicuramente dei debiti, fissandogli nella sua gretta ignoranza del mondo, i duecento franchi al mese, non gli apriva forse dal bel principio la strada al disastro? Qualche volta c'e da pensare volentieri che i Turchi non abbiano cosi gran torto di credere nel destino! La nostra sorte, la nostra felicita, la nostra vita pur anche, non e forse continuamente in balia del caso? Se il tal dei tali fosse uscito dalla sua porta il tal giorno, del tale anno, soltanto cinque minuti piu tardi, avrebbe forse incontrata alla svolta della via quella straniera, che lo colpi di botto, che si fermo a Milano per lui, ch'egli amo come un pazzo, che lo rovino miseramente e che lo spinse al suicidio? Se quell'altro tal dei tali, invece di tirar dritto per un'altra via avesse dato ascolto all'amico, che lo pregava di svoltare con lui a sinistra e di accompagnarlo a casa, avrebbe forse trovato quei malandrini che lo accopparono quella famosa notte per rubargli il portafogli e l'orologio? E suo figlio, non orfano, sarebbe certo cresciuto un galantuomo, mentre oggi sta a Procida condannato a vent'anni di lavori forzati! Il primo amico in cui s'imbatte il conte Enrico O'Stiary, lo stesso giorno del suo arrivo a Milano, fu il Marchesino Ferdinando Sappia, che venne a cercarlo in casa. --Finalmente! Sai tu che sono ormai piu di tre anni che non ci vediamo?--sclamo il Sappia contento di riabbracciare il suo giovine amico d'infanzia. --Come ti vedo volentieri,--disse a sua volta Enrico con uguale espansione. Qui il Sappia, vedendo che Enrico era ancora mezzo vestito da garibaldino, gli domando se non pensava a mutar d'abito e a uscir di casa. --Certamente,--rispose Enrico,--sto aspettando che il sarto mi rechi il vestito nero. --E chi e mai di grazia il tuo sarto?--domando il marchese, mentre arrovesciava indietro sull'omero con ineffabile garbo la rivolta del suo soprabito da mattino. --A dirti il vero non lo so bene ancora; ma credo non debba essere gran cosa perche mi pare di aver udito, non ridere! che sia un portinaio. --Un portinaio!--sclamo il Sappia, balzando in piedi come preso da vero spavento.--Tu conte O'Stiary, discendente... --Bene lascia stare la genealogia!... --Vestito da un sarto portinaio come un diurnista del Municipio? Ma e un tradimento, un disonore, un abbominio! --Che importa? Tu sai che io sono un artista! Io non faccio conto di andar attilato come te. --Prandoni mio caro,--grido il Sappia, continuando colla intonazione semienfatica con cui aveva incominciato.--Fuori di questo non c'e salute. Il Sappia era un di que' giovani, che quando parlano non ascoltano che se stessi, e non rispondono mai direttamente all'interlocutore. Per essi l'obiezione, l'affermazione e la negazione di quegli con cui stanno a colloquio non esistono. Si capisce che essi non spezzano mai nella mente il filo delle proprie idee; talche la parte abbondantissima che essi mettono nel dialogo finisce coll'essere un lungo soliloquio, nel quale non trova posto neppur l'ombra del sentimento altrui. --Che vuoi caro Nando--disse Enrico appena pote avere la parola--sono arrivato oggi stesso dopo essere stato per molti anni nei padri barnabiti e per molti mesi volontario in guerra. Sono ignorante come un pilastro di queste cose. Da quest'oggi, se vuoi, io mi metto sotto la tua direzione. Comincero col licenziare il sarto portinaio. --Il tuo tutore--ripiglio il Sappia--sara un bravissimo, notaio, ma non puo avere pratica di mondo. Guai a te se io non arrivavo da Parigi. --Ah sei stato a Parigi? --Sono tornato l'altro giorno con Filippo Marliani che e fuggito via dalla Nana, perche temeva di pigliare una potente cotta. Anzi l'aveva gia pigliata! Ma fu bravo e mi diede ascolto. --Nana?--domando Enrico curioso come un fanciullo, udendo quel nome muliebre esotico, e vedendo schiudersi con esso un inaspettato spiraglio del mondo delizioso d'amore a cui sognava. --Si, un'attrice delle _Varietes_, una _cocotte_ in gran voga... una bellezza superlativa. --Ah una _cocotte_!--ripete quasi macchinalmente Enrico. Il Sappia non fe' caso di quell'esclamazione e tiro via. --Guai ti dico se io non giungevo in tempo. Chissa come ti conciavano. E sopratutto non lasciarti abbindolare dalle stupide ragioni di chi ci da del leggiero e dell'effeminato, perche spendiamo qualche migliaio di lire piu di loro nel vestirci, nel pettinarci, nell'andare eleganti. Mummie costoro! Il vestirsi bene per noi ricchi e nobili e un dovere ne piu ne meno di quello del farci la barba tutti i giorni e del curvarci a raccogliere un ventaglio o una pezzuola sfuggiti di mano a una signora. Notisi che tutte queste cose, esposte dal Sappia con una grande volubilita, non erano che teorie; giacche, quanto a lui, se lo poteva appena appena, schivava di curvarsi a terra per raccogliere il ventaglio di una signora. Enrico cominciava ad ascoltare il Sappia con quel sorriso a mezza strada fra l'ironia e la sazieta; un sorriso che voleva dire: sono anch'io perfettamente del tuo avviso; non c'era bisogno che tu ti sfiatassi a dirmi cose tanto note; sarebbe stato meglio che tu mi avessi risposto qualche cosa di meglio intorno a quella Nana.... Il Sappia, dopo un altro paio di tirate su quel gusto, trovando, che Enrico era presso a poco della sua statura, lo invito a scender nel _brougham_ che teneva alla porta per andar da Prandoni a comandar l'abito di lutto. O'Stiary non se lo fece dir due volte e cosi uscirono insieme. Quando furono seduti l'uno accanto all'altro nel legno, Enrico disse: --Ora tu devi farmi un programma della mia vita. Come passi tu le ore della tua giornata? Ti diverti o ti annoi a Milano? E bella davvero questa vita milanese o c'e pericolo di stancarsene? --Non e certo tutto oro quel che luce;--rispose questa volta il Sappia, che trovava in quella domanda soddisfatto l'amor proprio.--Si stava meglio a Parigi! Pero con un poco di buona volonta e con molti danari.... "Ahi," penso Enrico. --La giornata la si puo passare abbastanza bene anche qui senza studiare e senza far della politica, come vorrebbero che facessimo noi giovani i parrucconi e i gazzettieri utopisti, che ci rinfacciano continuamente il dolce far niente. Povera gente! Essi non sanno che non c'e creatura la quale abbia maggior da fare d'un uomo che non fa niente! E la ragione e chiara; siccome la sola religione di costoro e l'interesse, siccome il solo idolo ch'essi adorano e il danaro, cosi sapendo che in questo paese non si puo guadagnar danaro, che facendo l'avvocato o il notaio o il negoziante, essi non vedono che queste professioni. Del resto tu sei dilettante di pittura e questo basta gia a darti il diploma di uomo che fa qualche cosa a questo mondo. --Tutto sta che io trovi il tempo di dipingere.... --Tu discendi da un'antica prosapia irlandese, ed e naturale che i tuoi istinti siano piu cavallereschi che artistici o letterarii. Ebbene quella tal genia col pretesto che a Milano nell'aristocrazia ci furono dei Verri, dei Beccaria, dei Borromei, dei Taverna, dei Litta, dei che so io, vorrebbero che tutti noi fossimo scenziati e letterati e che invece di montare a cavallo, tirar di spada, far delle scarrozzate, amar le belle donne, e divertirci a cena avessimo a studiar tutto il giorno e tutta la notte. Non nego che la cosa in massima non sia eccellente, ma piu per tutti gli altri che per noi. Noi abbiamo il dovere di non rubar il mestiere a chi lavora per vivere. Le tre sole carriere che ci convengano sono quella delle armi, quella della diplomazia e quella della chiesa. Ma se si puo far a meno!... Capisci. Di diventar arcivescovo, per esempio, io non mi sento la foia. --Neppur io. Tu mi consoli--disse O'Stiary. --Intanto per questa sera tu sei sequestrato--continuo il Sappia.--Comincero col presentarti alla mia amorosa. --Chi e? --Una bella ragazza, che non ha altro difetto che una piccola cicatrice in fronte. Le ho gia parlato di te e desidera di conoscerti. --Desidera di conoscermi?--sclamo Enrico ridendo.--Sono dunque diventato gia un personaggio in poche ore? Ma no, ti sono obbligato--riprese facendosi serio ad un tratto. L'imagine casta e nobilissima della sua Elisa gli si era affacciata a un tratto. --Capisco--ripiglio--che con una signorina di questo genere sarei ancora molto imbarazzato e temo di aver l'aria di un collegiale. --Fidati di me. La e una casa deliziosa. Non perche gliel'abbia montata io... ma ella sa fare, parola d'onore. _Sans gene_, come lei, che in illo tempore fu _barabbina_ la sua parte. Dopo cinque minuti ti parra d'essere in casa tua. La si saluta, poi chi non ha voglia di farle la corte non pensa piu nemmeno che essa esista. Tu ti sdrai, fumi, parli, leggi, ridi, sfogli degli albums e senti dire delle enormi sciocchezze e dei _calembours_ impossibili che sono anche quelli che fanno ridere di piu. --E la ragazza e contenta che la si tratti cosi? --Contentissima. L'abbiamo lanciata noi? --Dimmi un po'.... E questa Nana chi e? --Ah Nana e un prodigio! E una parigina puro sangue! Bella come una leonessa, matta come una Baccante, calda, piena di spirito. Quel povero Marliani, s'io non lo strappavo da lei, ci lasciava la sostanza, la salute e le ossa. --E tu?--domando il conte. --Oh, io non mi lascio pigliare! Non appena, nel cervello del marchesino Sappia, fu entrata l'idea, che parlando all'amico di quella _gran cocotte_ di Parigi, il proprio prestigio di uomo di mondo ne sarebbe ingrandito di cento palmi, comincio a lodare e a magnificare Nana in tutti i sensi. Da sballone d'ingegno, qual era, invento su di lei cose inaudite e rare. Parlo delle di lei bellezze, del suo treno di casa, delle sue scuderie, del suo modo di ricevere, del suo appartamento. Cose tutte, tranne la prima, che egli non aveva mai vedute, ne conosciute, che per bocca di Marliani. --Imagina una testa--disse a Enrico--che avrebbe fatto delirare Tiepolo, Giorgione e Tiziano insieme; una testa coi capelli color del pomo d'oro pallido, quando e proprio d'oro, quel colore insomma che la scuola veneta prediligeva; capelli che quando glieli scioglievi, andavano giu fino a terra e la celavano tutta intorno intorno, tanto ne era il profluvio. Imagina tutto cio che v'ha di piu bianco e di splendido nei toni della carnagione, che, come puoi pensare dal color dei capelli, e pari a neve, rosata insieme e calda, con dei riflessi d'oro per la lanugine fulva che la ricopre. Imagina delle linee e delle curve sode e belle come non le hanno mai imaginate neppure gli scultori greci, che si crede abbiano dato il _non plus ultra_ della formosita femminile. Tutte queste bellezze di linee e di curve formano un vero incantesimo, caro il mio Enrico. In quanto al morale imagina una buona pasta di fanciulla, piena di cuore, di voglia di far all'amore, allegra, spensierata, alla mano, una vera bambina di diciannove anni, ma che conosce la scuola erotica come una parigina ch'ella e, e che sa mandarti in paradiso o in inferno a tua posta; imagina tutto questo, e avrai una pallida idea di quello che sia la Nana di Parigi. Enrico ascoltava il Sappia con quel lieve sorriso adolescente che vuol dire un'infinita di cose gravi. In lui esprimeva anche quel non so qual pudore giovanile, che serve a far vibrare piu viva nella fantasia quasi vergine le corde della curiosita voluttuosa. Enrico, per conto proprio, avrebbe continuato a parlare tutto il giorno di questa misteriosa e splendida Nana. --Chi e che vi ha presentati a lei?--domando infatti con voce tenue, quasi tentasse di non lasciar iscorgere al Sappia ch'egli si interessava enormemente in quel soggetto. A questa domanda il Sappia non rispose subito. Se egli avesse avuto voglia di dire la verita, avrebbe dovuto rispondere a Enrico che la Nana, lui e Marliani, l'avevano conosciuta da madama Tricon. Avrebbe dovuto raccontare molto volgarmente, che la bella prima sera del loro arrivo a Parigi erano andati a teatro, e avendo veduta figurare, in una rivista, quella stupenda creatura, avevano domandato conto di lei, all'albergo. Che il cameriere aveva loro insegnato di rivolgersi a _madame Tricon_, dove, mediante una trentina di luigi, avrebbero potuto fare la di lei conoscenza. _Fi donc!_ E avrebbe dovuto soggiungere, che la mattina dopo, da veri viaggiatori meneghini e sfaccendati che in paese straniero non vedono che donne e non pensano che alle donne, erano corsi, coi loro trenta luigi in tasca, da _madame Tricon_, proponendosi di tirare a sorte la primizia di Nana. Avrebbe dovuto soggiungere che _madame Tricon_ si rallegro immensamente di vederli, e fece loro una festa spietata, quando s'accorse che erano forestieri: "Perche, diceva essa, la Nana e felice d'essere richiesta da stranieri. Dei parigini essa non ne vuol piu sapere. Sarebbe capace di morir di fame ormai, piuttosto che venire da me, se io non la assicurassi che chi la cerca non e francese. Voi siete spagnuoli, non e vero? "Italiani--aveva risposto il Sappia." E avrebbe dovuto ricordare che la Tricon, a quella notizia, aveva fatta una piccola smorfia, punto lusinghiera pel suo paese, e aveva subito domandato loro se tenevano in tasca i venticinque luigi necessarii; e che alla loro affermativa aveva soggiunto: "Debbo avvertirli pero che ciascuno di loro due dovra scegliere un giorno diverso dall'altro, giacche Nana non acconsente mai di posare due volte nella stessa giornata." Il lettore che avesse bisogno di maggiori schiarimenti sopra codesta _madame Tricon_ non avrebbe che a scorrere la _Nana_ di Zola, laddove egli accenna di questa signora: "Zoe--la cameriera di Nana--aveva veduta una ventina di volte madama Tricon venir in casa e parlare qualche minuto misteriosamente colla padrona; ma essa affettava di non conoscerla, e di ignorare completamente quali fossero i rapporti che esistessero fra questa donna e le signorine che pativano asciugaggine di tasche." La povera--dico povera nel senso cristiano--la povera Nana quando aveva bisogno urgente di danaro ricorreva alla casa di madame Tricon. "_Va, va, ma fille!_--diceva essa fra se--_ne compte que sur toi. Ton corps t'appartient, et il vaut mieux t'en servir que de subir un affront_." "_Et sans meme appeller Zoe elles s'habillait fievreusement pour courir chez la Tricon. C'etait sa supreme ressource aux heures de gros embarras. Tres demandee toujours sollicitee par la vielle dame... elle etait sure de trouver la vincinq louis qui l'attendaient_." Ma tutto cio, che sarebbe stata la pura e nuda verita, il marchese Sappia non poteva ne voleva piu dirlo all'Enrico. Egli, per darsi del tono, si era gia compromesso; s'era slanciato a dir mille bugie e mille invenzioni sul conto di Nana. S'era ingolfato nelle regioni iperboliche di una splendida galanteria. Si guardo bene dunque di accennare neppur per ombra ne alla Tricon, ne ai venticinque luigi necessari, ne ad altre simili bagatelle; e invece impacchiucco ad Enrico una risposta inventata come tutto il resto, e continuo a parlargli di presentazioni fatte sul palcoscenico, anzi nel di lei camerino, da un amico parigino, che aveva entratura nelle _coulisses_, poi di gite in campagna fatte insieme, e di serate al Mabille, e di cene, e di orgie in cui non c'era la benche minima ombra di vero, ma che a lui pareva lo posassero in faccia ad Enrico su un piedestallo eccelso. Cio che v'era poi di piu piccante ancora in tutto questo, cio che costituiva un fatto relativamente grave e ridicolo, si e che, lui, come lui, proprio lui, precisamente lui, codesta Nana non l'aveva proprio mai toccata neppure colla punta del dito mignolo. I due giovinetti naturalmente, la dalla Tricon, avevano tirato le buschette. Se i lettori trovano questo fatto molto _choquant_ non so che farci. E d'altronde nel caso di Sappia e di Marliani tutti i lettori farebbero lo stesso. La sorte aveva favorito il Marliani. La Tricon allora aveva significato al Sappia, che egli avrebbe dovuto rassegnarsi ad aspettar un altro giorno le grazie di Nana, perche quella benedetta ragazza non avrebbe mai acconsentito a passar dalle braccia dell'uno in quelli dell'altro. Il Sappia, di malumore per questo sberleffo della fortuna, pure aveva aspettata Nana la nel salotto della Tricon, per vederla arrivare, e sentir da lei quando fosse stata di comodo di concedergli il _rendez vous_ anche a lui. Essa era venuta infatti, tutta bella, fresca e voluttuosa; ma quand'egli aveva tentato di farsi promettere che il giorno dopo sarebbe ritornata per lui, Nana aveva risposto: "No, caro signore, domani no. Restate voi a Parigi?" "Certamente, siamo arrivati ieri. Io ci staro finche a voi piaccia di non essere crudele con me." "Allora vedremo, aveva risposto Nana, la quale, come si sa, abborriva dal cedere per danaro, e lo faceva soltanto nei giorni di grande arsura.--Vi faro avvisare da madame Tricon, se vi piace. Ma non fatemi importunare troppo dalla vecchia, perche altrimenti non mi avrete mai piu!" Il Sappia ridendo si rassegno ad aspettar il di lei capriccio. Aveva capito che con quella creatura non era il caso di ottener di piu, ne colla preghiera, ne colle offerte. Per venti giorni egli s'era recato ogni mattina a trovare la Tricon, la quale dal canto suo andava un paio di volte la settimana a sollecitare la Nana; sempre invano. Marliani intanto, senza dir nulla all'amico, c'era riuscito invece ad ottenere da lei un secondo _rendez-vous_, in tutt'altro luogo, e le aveva mandato una bagattella di braccialetto da cinquemila franchi, i quali se li era dovuti far mandar da Milano. La Nana aveva trovato il Marliani molto simpatico e non s'era fatta pregare molto a concedergli una seconda visita. Quanto a lui, da buon amico, aveva tentato di dissuadere Nana a dar ascolto al Sappia. Essa non glielo aveva promesso formalmente, ma glielo aveva lasciato sperare. Invece un bel giorno la Tricon mando un bigliettino al marchese in cui gli significava che la Nana sarebbe venuta a casa sua quel giorno per lui, ma che aveva messo per condizione il migliaio. Il marchese, contentone, aveva messo nel suo portamonete il biglietto da mille, e alle due ore era la tirato come uno stecco, ad aspettare la bella donna. La sua fregola era al colmo. Il Marliani gli aveva raccontate cose tali di Nana che il marchesino ardeva, bruciava, e dopo un quarto d'ora aveva gia indosso l'agonia. Passarono le due e mezzo, passarono le tre, le tre e un quarto e Nana non compariva. Madama Tricon si esibi di andar ella stessa a vedere che cosa diamine fosse successo. Mezz'ora dopo torno a contare che Nana aveva litigato con Satin, e che non sarebbe venuta; che l'aveva mandata al diavolo lei, la sua casa, gli Italiani, il biglietto da mille e tutti quanti insieme. Il Sappia era dunque partito da Parigi senza poterla biblicamente conoscere. E siccome aveva conservato pel Marliani in fondo al cuore un po' di rabbietta, perche egli potesse vantarsi d'averla trattata e lui no, giunto in patria gli aveva voltato l'occhio, e dall'arrivo non s'erano piu ritrovati. Quanto al Marliani aveva seguito a malincuore il Sappia. Quella fatale Nana--quella _cocotte_ da venticinque luigi--lo aveva ammaliato. Le due o tre volte ch'essa s'era concessa a lui per riconoscenza del braccialetto, gli ballavano nella fantasia una ridda di tali memori volutta, che capiva non l'avrebbero lasciato tranquillo per un bel pezzo. * * * * * La carrozza era giunta a casa di Sappia. Montati in camera, questi intraprese la metamorfosi di Enrico, vestendolo di nero; poi andarono dal cappellaio, poi dal Mosconi il calzolaio dei nobili, poi dal Prandoni. Enrico torno a casa all'ora del desinare e pranzo colla Elisa, la quale di quando in quando, allorche egli le sorrideva, alzava i suoi occhioni innocenti e belli in viso al garibaldino, mentre due altri sguardi, tutt'altro che indifferenti, andavano spesso a impetrare dalla vergine un amichevol occhiata, ch'ella quel giorno si ostinava di non conceder loro. Erano gli sguardi di un altro giovane invitato a pranzo, e che sedeva accanto alla signora Eugenia, uno scultore, che si era fatto conoscere favorevolmente nella Esposizione di quell'anno e che rispondeva al nome di Aldo Rubieri. Verso le otto e mezza il Sappia venne a riprendere Enrico per andar insieme dalla Luisa, alla quale il marchesino passava seicento franchi al mese. Essa abitava un elegante appartamento a primo piano in Via Solferino. * * * * * Chi era la Luisa? D'onde veniva? Come aveva conosciuto il Sappia? Nel nostro tempo, una ragazza di diciotto anni: come la Luisa, con discreto ingegno, molta malizia, una gran dose di concupiscenza in corpo, e punto quattrini, se fosse rimasta, quel che si dice, una fanciulla onorata lo avrebbe dovuto indubbiamente ai propri genitori. Non e certamente troppo difficile che anche da una famiglia di galantuomini sorta fuori una ragazzaccia che si butti via; ma sarebbe un vero miracolo se in una famiglia viziosa, disordinata e miserabile, ci fosse una creatura che sapesse conservarsi onesta. La Luisa era nata da un padre briccone e da una madre bigotta e quasi cretina. Suo padre faceva un mestiere proibito dal codice, e, quel ch'e peggio, lo faceva colla coscienza tranquilla di chi crede di non commettere azione disonesta. "Un mestiere come un altro" diceva lui. Egli, _sostraro_ fallito, s'era acconciato a diventare fabbricatore di falso coke, che vendeva a certi suoi antichi colleghi, ladri come lui, a non so quanti centesimi il chilogrammo. Il falso coke e composto di rottami di fabbrica, di vecchi mattoni, di calcinacci e di ciottoli fatti cuocere nella pece e simulanti il coke vero. Per certi venditori di carbone e comodissimo. Fa comparir un quintale di combustibile, cio che, in sostanza, non e piu di ottanta chilogrammi. Essi spacciano alle loro pratiche quattro quinti di coke e un quinto di falso coke fabbricato dal babbo della Luisa, e rubano, con un peso perfetto, il quinto sulla differenza. A Parigi questi e simili truffatori sono colti e pagano delle buone multe. A Milano finora nessuno ci ha mai badato, e le stufe a coke milanesi son tutte piene di mattoni e di calcinacci. I primi col dileguarsi della pece che li ricopre, diventano rossi dalla vergogna, i secondi bianchi dalla paura. Prima che giungesse per la Luisa l'eta dei desideri malfrenati e prima che il mal esempio paterno entrasse a guastarne l'indole, gia discretamente perversa, la Luisa era un ciuffetto, ma non dava a pensare che sarebbe diventata la birba che divento. Ella aveva qualche istinto buono; tant'e vero che aveva cominciato fin dai nove anni e senza addarsene, a trovarsi in flagrante contrasto con suo padre per causa di probita. Una sera--ell'aveva appunto nove anni, e andava come _piccina_ a scuola di stiratora--stavano raccolti nella lurida stanzaccia, che serviva di covile a tutti e tre, e il padre si mostrava lieto piu del solito. --Che hai Gana?--domando la madre. --Ho tirato su un bischero al prezzo--rispose il marito fregandosi le mani lorde. --Che prezzo? --Al mio uso carbone. Oggi ne ho venduta una partita a dieci centesimi al quintale piu del solito. Ah, fu una gran bella invenzione la mia! --Babbo!--fece la Luisa. --Che vuoi, pettegola? --E vero che il tuo carbone fa peso ma non fa caldo? --Chi te l'ha detto, stupida marmotta, chi te l'ha detto?--grido il Gana arrovvellato.--Quando i mattoni sono roventi fanno caldo anch'essi. Chi te l'ha detto? --Me l'ha detto la maestra--rispose la piccina. --Dirai alla tua maestra che la vada a pigliar.... La frase, per quanto vera, non puo essere ripetuta. Nessuna teoria al mondo potra fare mai, che essa sia per diventare artisticamente e umanamente presentabile. Ma la Luisa ebbe allora il coraggio di replicar un'idea sentita da sua madre. --Anche la mamma dice, che questo e un rubare alla povera gente. Non l'avesse mai detto! Il Gana prese un bicchiere sulla tavola, e lo scaglio contro la bimba. Il bicchiere si spezzo sulla di lei fronte; uno zampillo di sangue spiccio da un arteria e ando a bagnar la faccia del feritore, che ne resto sconciamente intrisa. La madre svenne di spavento. Questo era stato il primo grave strapazzo, ma non l'ultimo. Quella bestia di un fabbricatore di coke batteva a sangue la Luisa tutte le volte che sentiva di aver torto. Cosi, imparando da suo padre, gia a quattordici anni ella avrebbe potuto aspirare alla cerchia dove Dante condanno i violenti. Di li a poco la Luisa s'era gia concessa per semplice curiosita, senza lotta e senza amore, al primo scapestrato, che le aveva offerto un anellino e una cena al veglione. Costui veniva spesso dalla maestra stiratora a raccomandarle di dar l'amido piu denso o meno azzurrino ai manichini e ai solini da collo. Un giorno regalo alla Luisa uno spillone d'acciaio in forma di stiletto per fermare il profluviante volume de' suoi capegli castagni. La Luisa aveva usato di quello stiletto per ferire malamente una compagna, di scuola, spintavi da subitaneo furore di gelosa picca. L'educazione paterna portava gia i suoi frutti cruenti. Quella ferita, fatta in corpo scrofoloso e affetto da lue ereditaria, aveva tratto al sepolcro quella misera compagna, e la Luisa era stata condannata a due anni di carcere in grazia dell'eta adolescente e della nessuna premeditazione. In carcere essa aveva compiuta la sua educazione di mariuola e quando ne usci, ell'era in tutto il rigor del termine, una birba sconsacrata. * * * * * Immaginatevi ora una fanciulla di diciasette anni bella, poltrona, lasciva, scorbellata, che esce di prigione e che non vuole ne puo tornare in casa paterna, dove non e rimasto che un babbo, ancora piu briccone, piu scioperato e piu lascivo di lei. Sua madre, nel frattempo era morta; le anime buone, dicevano di crepacuore, le sue piu intime amiche dicevano di catarro. Dal carcere, finita la pena, alla Luisa era toccato di andar difilato alla Questura; e piu precisamente a quella sezione dell'ufficio, che provvede alla sanita pubblica e che ha l'incarico di sorvegliare la condotta delle fanciulle, che non avendo di che vivere, non pensano a mettersi un ditale sul pollice e un ago fra le dita. La le venne domandato naturalmente, che cosa intendesse di fare della sua vita e in qual modo contasse provvedere alla propria esistenza? --Me lo dicano loro!--rispose la Luisa.--Io non lo so. --Noi non possiamo dir niente--rispose il delegato con un sorriso eloquente.--Noi siamo qui per sentire e non per insegnare. Non facciamo il maestro di scuola noi. Bisognerebbe pero che prima di tutto tu ti trovassi un qualche galantuomo che venisse qui a rispondere per te. Allora saresti fuori immediatamente da tutti i fastidi. "Bravo--penso la scorbellata--vuole dire ch'io mi faccia mantenere." --Ma dove vado a pescarlo, cosi sui due piedi, un galantuomo che voglia rispondere per una povera tosa che esce di prigione? --Prima di entrarci in prigione un amante lo avevi pure!--disse il delegato. --Ma ora non c'e piu. Ha pensato bene di buttarsi nel tombone di San Marco, perche era troppo contento d'esser venuto al mondo. --Cerca qualcun altro allora. --A questo c'avevo gia pensato anch' io--riprese la Luisa--ma intanto, come faccio a vivere? --Ti sentiresti di poter tornare una buona figliola? --In che modo buona figliola? --Mettendoti ancora a lavorare! --Io si--rispose la Luisa, mentendo; giacche nel suo interno era g'ia scoppiato invece un _no_ risoluto e indiscutibile--Ma dov'e che potrei trovar da lavorare? Se me lo procurano loro lo piglio, se no, non saprei. --T'ho gia detto, cara mia, che noi non facciamo di questi uffici. Non eri tu prima da una stiratora? --Oh, come lo sanno loro? --Noi si sa tutto. Tu eri gia sul nostro libro prima di andar in prigione. Tu frequentavi le sale da ballo e qualche altro luogo anche peggio. Non e vero? "Ho capito"--penso fra se la Luisa. --Va a vedere se la tua antica maestra la ti volesse ripigliare. E una buona donna. --Io no, vede, e lei? Mi canzona? Dopo quello che e accaduto la in quella stanza? L'imagine della ferita, del sangue, delle grida e di tutto il trambusto ch'ella aveva suscitato il fatal giorno, le si affaccio con brusco assalto e impallidi. Il delegato capi e non insistette. --Vedi che cosa vuol dire a fare delle brutte azioni? --Ora quel che e stato e stato; la brutta azione me l'hanno anche fatta pagare carne salata, me l'hanno fatta. --Ricordati che sarai tenuta d'occhio dalle guardie. --Questo lo so senza che me lo dica. Se non ha altri moccoli, perch'io m'aiuti, posso fallare a morir di fame. --Cercati lavoro e non andar in volta di sera e ben poco anche di giorno. Capisci? --Gia, e il lavoro verra da se stesso a cercarmi a casa mia, n'e vero, il lavoro? E intanto come faro a vivere? --Questo ti riguarda, _Arrangiati_. La Luisa continuava a far l'innocentina. --Cosa vuol dire _arrangiati_? --Non so nulla. Ma ricordati di non lasciarti trovar sola a scopar la strada, specialmente dopo il tramonto, se no le guardie ti arresteranno e ti condurranno qui da me. --Me l'ha gia detto e ripetuto tre volte a quest'ora. E nella sua testa la Luisa aveva cominciato a mulinare al mezzo di far cascare il delegato in una frase scandalosa. Ella si sentiva in confuso, una gran voglia di far risaltare la cosi detta immoralita nella bocca di quell'impiegato dei Governo. Voleva che fosse proprio lui a dirle di pensare a vendersi senza tanti scrupoli, e a fare la sgualdrina. --Io le torno a domandare chi e intanto che mi dara da mangiare? --Oh!--scoppio finalmente a dire il delegato che non sospettando non stava in guardia, ed era anche un po' ammaliato dal bel viso di lei--credi tu che io sia un imbecille, da venir qui a farmi la bambina, dopo essere stata due anni in prigione? Chi t'ha a dar da mangiare? Ma, il primo messere che abbia due occhi in capo, dieci lire al giorno da spendere... sacrr...--e qui giu una specie di bestemmia da regio impiegato--e a cui piaccia il bel sesso. E quando il messere sara deciso a fare sicurta per te, conducilo qui che io ti cancellero subito dal libro. --Ora sono soddisfatta--sclamo la Luisa che c'era riuscita.--Basta cosi! Il delegato, che la guardava con compiacenza, s'accorse allora dal sorriso maligno di lei, ch'ella era persuasa d'aver riportata su di lui una piccola vittoria. Essa c'era riuscita! E infatti pensava lei a un dipresso: "E il direttore d'una sezione di Questura, e il rappresentante della morale pubblica, e l'ufficiale del governo italiano che m'ha detto di andar alla perdizione. Io faro il mestiere per obbedire al commissario. Se fosse altrimenti, egli penserebbe piuttosto a procurarmi del lavoro. Egli mi lascia in balia di me stessa, e sa pure che io di lavoro ne posso, ne voglio trovarne, mentre egli sa che di messeri, anche senza il suo parere, ne trovero finche saro stufa." La Luisa, uscita di la, si mise dunque in cammino per obbedire al delegato. Essa dava ascolto alla legge, essa si uniformava ai regolamenti di Questura: _Non caste sed caute!_ Cosi che, se fosse anche stato il caso di dover fare il brutto mestiere contro voglia e contro coscienza--cio che non era--la si sarebbe trovata come si dice colle spalle al muro. Se non che la coscienza e la voce dell'onore nella Luisa era un bel pezzo che tacevano. Anch'essa, come Nana, quantunque in un grado molto piu volgare e piu perverso, non sentiva piu in corpo che tre grandi inclinazioni molto serie e molto spiccate: quella di non lavorare, quella di far all'amore e quella di non morir di fame. E, quanto alla terza, via! non si saprebbe davvero da qual parte farsi per dare tutto il torto a lei sola. Il diritto non le puo essere contestato! * * * * * Non aveva mossi un centinaio di passi fuor dall'ufficio di Sanita, eh' ella s'accorse d'essere pedinata. Non sapeva bene se erano due o tre, perche non li vedeva e non si volto indietro; ma se li sentiva, come per intuizione, nella schiena. Si fermo a guardare in una vetrina di modista per lasciarli passare e sapere almeno se erano gobbi o sciancati, giovani o vecchi. E volgendo il viso per guardarli, passati che furono, scorse dal canto della via, spuntare una donna, un'antica conoscenza, una certa sora Marianna, la quale teneva sotto il braccio un enorme fardello e veniva un po' barcollando verso di lei, col sorriso che dava a vedere come l'avesse gia ravvisata da lungi. Quando le fu d'accosto: --_Centini mundi!_--sclamo questa; la era una sua esclamazione particolare.--Finalmente che la possiam rivedere, la possiamo, questa nostra bellezza! Dove diamine la e stata tutto questo tempo? Sapeva la vecchia che la Luisa era appena uscita di prigione? Le aveva fatta la domanda con malizia e per umiliarla, oppure non ne sapeva nulla? La Luisa, a buon conto, fece la prima supposizione, e rispose non arrossendo e con una specie di impertinenza: --Sono stata a Parigi! E lei, dove va con quel fagotto? --Eh, sa bene! Le solite miserie. Vado a mettere in collegio un po' di roba, perche e bene che impari anche lei a stare al mondo. In lingua il _bisticcio_ della Marianna non regge; in dialetto fece il suo immancabile effetto, e la Luisa ne sorrise malinconicamente. In dialetto, _monte_ e _mondo_, hanno lo stesso suono. --Anche lei!--disse la fanciulla.--Non c'e dunque che miseria a Milano? --Che vuole, cara Luisa! E lei? --Io? Io, come la mi vede, non so oggi come pranzare. --Possibile!--sclamo la signora Marianna coll'accento incredulo.--Una bella tosa pari sua? _Centini mundi!_ S'io fossi in lei, vorrei domandar se Milano e da vendere. Lei non ha a far altro che metter giu il suo bravo grembiale e star li a veder i merli a fioccarvi dentro colle mani piene di bigliettoni bianchi, rossi e verdi. --Me lo disse poc'anzi anche il... Voleva dire il delegato, ma tronco la frase. La vecchia pero aveva gia mangiata la foglia. --Oh, diamine! Le tocco di andar laggiu? La Luisa si morse le labbra. Pel gusto di ponzare la sua piccola idea di ribellione ironica contro le incumbenze del delegato e contro la morale pubblica, essa aveva svelato il brutto segreto. --M'ha mandato a chiamare per sapere come faccio a vivere dopo il mio ritorno da Parigi, perche ha saputo che vivo sola. --Io ne avrei uno che sarebbe un portento per lei--disse la vecchia strizzando l'occhiolino. --Di che cosa?--domando la Luisa fingendo di non capire. --Un messere, _centini mundi!_ Chi vuol che sia? --Chi e desso? --E un banchiere. --Giovane? --Ecco--disse la Marianna--per giovine non e giovine di primo pelo, ma pero e benissimo conservato, e ricco. --Quanti anni avra, insomma? --Io non gli darei piu di sessant'anni o sessantadue. --Oh, che strega!--sclamo la Luisa, scoppiando a ridere.--Mi parla di primo pelo! Non e ne di primo, ne di secondo! --E meglio anzi che sia un uomo posato... un uomo che ha gia fatta la sua carovana. --Si, si, non dico, ma quanto al primo pelo... _maghero!_ --E capace di farle una posizione. --Crede lei che vorrebbe rispondere per me la da quel caro direttore? --Questo poi non lo so, perche e ammogliato. --Anche ammogliato!--sclamo la Luisa. Poi riprese:--Meglio allora! --Sicuro che e meglio. Da minor fastidio. Lo si puo tener in gambe, comprometterlo, levargliene quanti si vuole. E poi si e piu libere di tenersi il candelliere e il capriccio; si ha sempre il coltello per il.... --Bene, bene, queste cose le penso anch'io--interruppe la Luisa un po' duramente. Quella benedetta parola di coltello, poco o molto, la faceva sempre trasalire, anche quando era pronunciata in una figura rettorica. --Dove si potrebbe vederlo questo banchiere di... terzo pelo? --In casa mia, se vuole. --Lei sta ancora laggiu? --Si, cara. --E quando? --Magari domani. Il tempo di avvisarlo. --A che ora? --A mezzogiorno. --Bene, domani a mezzogiorno saro da lei. E si lasciarono. * * * * * La Luisa si spicco di la, e vide sul canto della via che uno de' suoi pedinatori stava ad aspettarla. Quand'essa gli passo dinanzi, egli le fe' tanto di cappello. La Luisa rispose con un modesto chinar del capo. L'altro, che era appunto il marchesino Sappia, le si mise accanto. --Si potrebbe aver l'onore di sapere, bellissima creatura, dove siete diretta? --Lei e ben curioso! --Io faccio come il dottor Faust con Margherita, e vi domando il permesso di accompagnarvi a casa. --Non posso darglielo--rispose la Luisa, che, piena di appetito, aveva gia messo l'occhio sul suo moscone per farsi pagare da pranzo. --Perche non puo darmelo? --Se io le ripetessi che lei e assolutamente troppo curioso, che cosa mi risponderebbe? --Che la curiosita e la madre della voglia di sapere. --Lei e forse uno di quelli che scrivono sui giornali? --No, no--rispose il Sappia ridendo.--Ma perche questa domanda? --Perche lei mi parla molto difficile. Che so io? Poc'anzi era il dottor Faust e Margherita, e ora e la madre della voglia.... --Bene, parlero piu facile. Come avete nome? --Ho nome... ho nome Aquilina. Ma non permetto che mi si dia del voi. --Vi daro del lei. Aquilina, bel nome! Nome superbo, e portato da una donna adorabile. --Me l'hanno detto degli altri. --E se io desiderassi di fare la sua conoscenza, bellissima Aquilina, me ne darebbe lei il permesso? --Mi par bene che stiamo facendola.... --Si, ma io dico... una conoscenza un po' piu intima... a quattrocchi. --Non si rifiuta mai la conoscenza d'una persona educata come lei. --In casa sua dunque non ci si puo venir davvero? --Per ora no. In seguito non dico. Ora io vado a pranzo. Quest'oggi si potrebbe tutt'al piu trovarsi alla stessa tavola a pranzo. --E se io la invitassi a pranzare con me fuori di Porta? --Dove, per esempio? --Non saprei.... All'Isola Bella. --No--rispose la Luisa--all'Isola Bella c'e troppa gente; piuttosto al Giardino d'Italia. --Allora ci possiamo andar subito. Sono ormai le quattro e mezza. --Come vuole. Il Sappia fece un gesto ad un cocchiere di vettura pubblica, che passava col legno vuoto. Vi montarono, e via pel Giardino d'Italia. Come si vede, la Luisa obbediva largamente al delegato. Essa coglieva due piccioni ad un favo. Aveva trovato un probabile messere e aveva azzeccato il pranzo di quel giorno. * * * * * --Sapete, bella Aquilina--disse il Sappia quando fu seduto a tavola colla Luisa al Giardino d'Italia--che voi assomigliate in un modo spaventevole ad un'amante che io ho avuto or ora a Parigi? --Davvero? Cio mi rende orgogliosa! --Naturalmente voi non siete ancora a quel punto.... --Oh, lo credo! --Quella era una _cocotte_ si, ma una cocotte gran dama. --Ho capito! --Ha nome Teresa, ma tutti a Parigi la chiamano Nana. Non ha meno di trentamila franchi al mese, ed e sempre in miseria. --Vuoi dire che li spendeva. --Sicuro! --Ah, in questo poi non vorrei assomigliarle. --Vediamo, Aquilina. Voi mi piacete in modo enorme. Ci sarebbe speranza di intenderci? Io non v'ho ancora detto il mio nome; sono il marchese Sappia. Io vorrei fare di voi una seconda Nana. --Che non spende trentamila franchi al mese, pero. --Ah, naturale! Tutto dev'essere in proporzione. Milano fa trecento mila abitanti coi Corpi Santi, Parigi ne fa un milione e mezzo; cinque volte tanto. A Milano, una fanciulla come voi puo col quinto di trentamila franchi al mese, che sono sei mila far la signora come Nana a Parigi. --Questo poi non credo. Sei mila franchi sono una miseria anche a Milano. --Ah, ah! Avete delle idee in grande, voi. --Voi ci tenete ad essere solo? --Perche questa domanda? --Ponete che io sia gia impegnata con un vecchio, che non vi potrebbe dare ombra di gelosia. Ponete che io sia qui con voi perche mi siete simpatico.... --Grazie, Aquilina. Non ne dubitavo --Io so bene che voi non vorreste che io fossi vostra amante _gratis_, n'e vero? --Neppur per sogno. --Se voi non avete difficolta che il vecchio continui la mia relazione, voi diventerete il mio amante di cuore. Mi farete qualche regalo e tutto sara detto. --Accettato. --Allora vi diro che io non mi chiamo Aquilina, ma mi chiamo Luisa. E cosi era avvenuto il contratto del loro matrimonio morganatico. * * * * * Il marchesino usci dalla casa di Luisa verso le nove del mattino del giorno dopo. A mezzodi in punto, la fanciulla montava le scale della Marianna. Il vecchio banchiere non si fece aspettare; dopo mezz'ora di conversazione, trovo che la Luisa era la creatura che pareva creata apposta pe' suoi fini reconditi; le fece delle discrete proposte, ed essa le accetto subito anche quelle, senza farsi pregare: giacche l'appetito non c'era verso, che non ritornasse ogni mattina e ogni, sera a persuaderla che bisognata dar ascolto al delegato. Cosi in breve la scarcerata di fresco fu accasata come una signora, in mezzo a mobili propri, con due assegni mensili, che uniti ne facevano uno piu grosso di quello d'un consigliere di Cassazione e che le venivano dal Sappia e dal banchiere, il primo dei quali era l'amante _en titre_, l'altro lo spunta-pesi segreto. Poco prima che Enrico O'Stiary giungesse a Milano, essa aveva finto di piantare in asso il vecchio banchiere, per farsi maggior merito presso il suo amante scoperto. Ma in fatti essa era legata al vecchio peggio di prima e da ben altri legami che non fossero i legami dell'amore. * * * * * --Buona sera, Nando--diss'ella al Sappia, che era entrato con Enrico O'Stiary. E intanto aveva diretta un'occhiata curiosa all'amico che stava dietro di lui un po' in disparte. --Buona sera, Gigia--rispose il marchesino, e volgendosi tosto verso il conte, ripiglio: --T'ho condotto il mio giovine amico, il conte O'Stiary, che fara in tua casa i primi passi al mal costume. Enrico strinse la mano che la Luisa gli porse; e l'indispensabile vermiglio, che accompagna quasi sempre il primo passo al malcostume, si pinse sulla fronte del giovinetto. La Luisa lo invito a sederle accanto. --Spero bene--comincio dessa--che Nando le avra detto, che qui da me sono banditi i complimenti. Dunque la metta giu il suo cappello, giacche il mio motto e _sans gene_. Ma quasi mi scordavo di presentare a questi signori; il signor Silvestro Bonaventuri aiutante di... e il signor Paganino di Genova. I due nominati s'inchinarono. O'Stiary fece altrettanto. --Lei e uscito da poco dal collegio, non e vero? --Ora torna dal campo. --Dal campo!... A proposito--disse levandosi; ma disse quell'a proposito precisamente a sproposito, giacche cio che stava per metter fuori non c'entrava per nulla col campo--Cominciate a fare anche voi altri il vostro dovere qui su questa lista. Vi avviso che non voglio rovinarvi pero. Non accetto meno di venti franchi, ma non accetto neppure piu di cento franchi. --Cosi dicendo, la Luisa aveva levato da un tavolino una borsa, una lista, ed un _lapis_ che presento colla bocca aperta al Bonaventuri. --Che cos'e?--domando questi con aria un poco sorpresa. --Ho fatto voto, che tutti quelli che i quali metteranno il piede in questa sala, dal primo all'ultimo del mese, dovranno per una volta almeno aiutarmi a fare un'opera buona. E una colletta per una povera famiglia che muore di fame. --Volontieri--rispose il Bonaventuri.--Che cosa debbo fare? --Scrivere su questa lista il vostro riverito nome e cognome, colla cifra che intendete di mettere in questa borsa, per la mia irresponsabilita. E guardo con un bel sorriso in faccia a O'Stiary. --Spero la mi permettera di avere anch'io questo piacere di far del bene in sua collaborazione--disse Enrico traendo di tasca il portamonete. --Veramente, per la bella prima volta!--sclamo ridendo la Luisa--e un po' da sfacciata! --Faremo dunque il male in mezzo--fece il Bonaventuri parlando forte.--Ecco i miei cinquanta franchi. --Ed ecco i miei--soggiunse il Paganino da Genova, mettendo i suoi cinque biglietti da dieci nella borsa. Il povero Enrico fa sopraffatto da uno sgomento indicibile. Egli aveva pensato in cuor suo di non dare che venti lire, e capiva che bisognava metterne cinquanta come gli altri, e temeva di non averli nel suo portamonete. Dei cento franchi della mezza mesata sborsatagli dal tutore, e che dovevano servirgli per quindici giorni, gli pareva di averne gia spesi in guanti, in profumerie, in gingilli, in mancie e al caffe, una meta abbondante. Non sapeva bene quanto gli restasse nel portamonete, ma temeva d'essere a corto. Guardo trepidando in esso, e con lieta sorpresa vi trovo appunto i cinquanta franchi che parevano li apposta contati. Non gli rimaneva piu che un bigliettino sudicio da cinquanta centesimi, che rimase la unico e vergognoso, come una protesta contro la lesina del tutore. --Ed ecco i miei--ripete anche lui mettendo l'obolo nella borsa di Luisa, che lo ringrazio col suo piu splendido sorriso. "Spero bene--penso--che il tutore non mi vorra mangiare se gli raccontero che ho dato cinquanta franchi a scopo di beneficenza--penso Enrico, dopo che la Luisa lo ebbe ringraziato.--"Io non potevo dar meno di Paganino e di Bonaventuri, che devono essere meno ricchi di me." * * * * * Poco dopo entrarono nuovi visitatori. Erano il signor Ciambelli colla Romea, un fuseragnolo di donna, con due occhi discreti e una carnagione che arieggiava la porcellana colorata, per amor dell'intonaco ch'ella si praticava sul viso. Ciambelli, suo amante, un pancione nero come un croato, le aveva messa su una _buvette_, dove la Romea troneggiava dal suo banco, chiamando, col desio e colle occhiate lunghe, i passanti, che non volevano saperne di entrare nella di lei bottega a bevere l'amaro prima di andare a pranzo. La Romea era una sgualdrina come tante altre, ma la si teneva ingenuamente in conto di donna onesta, e parlava delle mantenute col disprezzo d'una principessa! Quanto la godevano per questa pretesa le sue poche pratiche! A un certo punto si parlo di far un piccolo taglio di macao. La Luisa sulle prime fece finta di opporsi, ma poi, vedendo che tutti erano del parere fece recar le carte e lascio che giuocassero. Enrico, un po' per timidezza, un po' per innata ritrosia, ma sopratutto perche non voleva far vedere d'essere corto a quattrini stava in disparte. Sappia gli ando vicino: --Non fai conto di giuocare tu? --Ma... non ho voglia.... Non sapevo che si giuocasse.... E meglio che stia a vedere... --Ti pare? Il piu giovine della brigata, far la figura del piu vecchio? Mi faresti sfigurare. Ricordati che questa sera comincia a formarsi la tua riputazione di gentiluomo e di uomo di mondo. Bisogna che tu provi un po' di tutto, in societa, se vorrai starci bene, e se vorrai poter educare con cognizione di causa i figli che avrai dalla signorina Elisa. Enrico si fece tutto rosso in viso. --Che c'entra? Come sai? Chi t'ha detto? --Noi sappiamo tutto--sclamo con aria di mistero il marchesino. --Ma io ho ben poco danaro con me... non sapevo. --Se non e che questo ti servo subito. Figurati! E schiuso il portamonete ne trasse un biglietto da cinquecento e lo diede a Enrico dicendo: --Quando non ce n'e piu, ce ne sara ancora. Avrebbe potuto rifiutarsi ancora il nostro collegiale garibaldino? Ando al tavolo verde. * * * * * Dopo mezz'ora egli aveva perduto fino all'ultimo i suoi cinquecento franchi. La Romea gliene aveva beccati fuori la meta. Sappia gliene presto subito altri mille. Il demonio del gioco lo aveva gia preso alla strozza. A mezzanotte il disgraziato aveva perduto i mille e giocava gia disperatamente sulla parola. Al tocco dopo mezzanotte il Sappia si levo dal tavoliere, e disse: --Mi pare ora di andarcene. --Facciamo i conti--gli disse Enrico che appena cessato l'incanto e l'emozione si trovo di aver indosso una febbre indiavolata. Fatti i conti trovarono di avere perduto fra tutt'e due seimila e trecentoventi franchi. Enrico ne doveva mille e cinquecento all'amico, mille e duecento a Silvestro Bonaventuri, e trecento alla Romea, Il povero giovinetto era cosi confuso di dover danaro perfino ad una donna, era cosi spaventato, cosi abbacinato dalla perdita, dal timore di non poter il giorno dopo farsi onore nelle ventiquatt'ore, dello spavento che il tutore e la Elisa venissero a sapere la sua scappata, che quasi quasi ne piangeva a calde lagrime. Il Sappia dovette scuoterlo piu volte. --Ma domani come si fa? Pensa che debbo trecento franchi anche alla signora Romea. --Ci penso io--gli rispose l'amico.--Non seccarti. In ogni caso la Romea ne deve a me cinquecento da sei mesi, che non me li ha mai restituiti. Preso poi in disparte il Bonaventuri, che conosceva, per quel tanto che si conoscono certe persone: --Favorisca--gli disse--a indicarmi dove ella sta di casa. --Oh--sclamo il Bonaveuturi, come schermendosi--la si figuri; ha tutto il tempo; lei e padrone di tutta la mia sostanza... "Buono a sapersi" penso il Sappia fra se. * * * * * Enrico quella notte non chiuse occhio e fece il piu inviolabile proponimento di non giuocare mai piu. Nella ingenua purezza della sua coscienza di vent'anni, egli sentiva di quel fatto un rimorso indicibile. A mattina ando dal tutore e gli spiattello senza reticenze la sua avventura della sera innanzi. La fu una scena di inenarrabile delusione per lui, una tempesta di maggio, un finimondo. Il tutore gli fece una parrucca che non finiva piu. Egli era un di quegli uomini che non crederebbero di far il loro dovere se non quando s'accorgono d'avere ben tormentata la loro vittima. Essi hanno nelle vene, io credo, un po' di sangue di Torquemada. Questo modo di educare, essi lo chiamano _saggezza_. E certo se facesse l'effetto di render saggio meriterebbe quel nome; ma siccome non ottengono invece che quello di seccare dovrebbe esser chiamato _seccatura_. Allo stringer dei nodi il tutore si rifiuto perfino di pagargli quel primo debito di giuoco. Enrico non sapeva piu in che mondo si fosse. Corse a trovare il marchese d'Arco. Questi ascolto in silenzio il racconto e le giustificazioni del giovinetto; poi senza dir motto si levo, ando al suo scrigno, ne abbasso l'imposta, tiro fuori un cassettino, ne trasse tre bei biglietti da lire mille e li porse al giovinetto dicendogli questa sola frase: --Ma cerca di non giuocare mai piu se ti e possibile! Enrico da quel tratto resto assai piu confuso che non lo fosse stato prima dalla lavata di capo e dalle smanie esagerate del suo tutore. --Oh, marchese, come e buono lei!--sclamo il giovine buttandosi al collo del vecchio e baciandolo sulle labbra. --Mi prometti sul tuo onore che non giuocherai piu? ripiglio sorridendo di gioia e dopo un certo silenzio il marchese. --Si, glielo prometto in parola d'onore e colla sicurezza di mantenere la mia promessa. --Tu devi sapere Enrico, che a' miei tempi ho giuocato molto anch'io. Allora il giuoco era di _bon ton_, non era proibito, lo si faceva in pubblico. Il governo straniero usava di questo mezzo per demoralizzarci, per distoglierci dalle idee di patria e di indipendenza. Vedi dunque che ti parlo con cognizione di causa. Fin d'allora mi capitava sempre, che perdendo, io pagava puntualmente entro le ventiquattr'ore il mio debito; ma se vincevo pochi lo pagavano a me. --Possibile? --Possibilissimo mio caro Enrico. Credilo pure; la gente che paga i debiti di giuoco non e a questo mondo che un decimo di quella che non li paga. Questa almeno e la statistica della mia dolorosa esperienza! Non so se gli altri saranno stati piu fortunati di me nella loro vita. Ma e cosi! Ora capisci bene. Se tu quando perdi sei certo di dover pagare, e quando vinci sei certo di non essere pagato che dieci volte su cento... la cosa diventa molto seria. Sarebbe necessario perche tu restassi almeno in pace che vincessi novantacinque volte su cento; il che assolutamente non e possibile avvenga. Hai fatto bene dunque a promettermi che non giuocherai piu. E qui si mise a parlargli di tutt'altro. Il marchese artista nell'anima tempestava Enrico di domande sulla sua posizione, sulla pittura, sulle sue idee circa le due scuole, sulle sue speranze di farsi un nome, sull'avvenire sognato. Enrico s'accaloro in quel dialogo. Il marchese godeva enormemente a sentirlo parlare cosi modesto, cosi schietto, cosi sincero e cosi pieno di illusioni. --Ma non credi tu--gli disse a un certo punto--che il positivismo, il realismo e la democrazia abbiano a uccidere l'arte? --Ah, marchese, al contrario! L'esaltazione del popolo sara l'esaltazione dell'arte. Il marchese crollava il capo sorridendo. --Ah, entusiaste! --Non lo crede lei? --Io no davvero,--rispondeva il marchese.--Il popolo, e per popolo m'intendo quella parte della popolazione d'un paese che si stacca dall'aristocrazia illuminata e dalla borghesia ricca e studiosa, il popolo non sente bisogno dell'arte, ne la capisce. Mancando assolutamente di sentimento estetico come vorresti tu ch'essa amasse il bello nelle sue manifestazioni? --Eppure se c'e un'esposizione di quadri e di statue vi accorre...! --Il popolo no, non se ne cura. La statistica della affluenza del pubblico alle esposizioni parla chiaro. In ogni modo anche i pochi che ci vanno non vi sono attirati dal bisogno di ammirare il bello, ma dalla curiosita di veder nei quadri dei fatti interessanti, allegri o pietosi. Il quadro sara pessimo come arte, ma rappresentera qualche fatto ben volgare, ben chiaro, che squadri al popolo? Sara il prediletto da lui. Esso non s'accorgera che artisticamente parlando il quadro e uno sgorbio, un abbominio. Il popolo non monta verso l'arte se non quando l'arte discende giu fino al volgo. E il naturalismo stesso, l'impressionalismo, di cui tu mio caro Enrico, ti dichiari seguace e cultore, non e forse l'arte che abdica in favore dei grossi istinti del volgo? Enrico era impaziente di andar a pagare i debiti fatti la sera prima. Erano i primi debiti di sua vita e gli rimordevano la coscienza. Diede dunque ragione al marchese e se ne ando ringraziandolo di nuovo con espansione. Prima di spiccarsi dal suo vecchio amico, questi aveva cavato da una cartella che stava sulla tavola un foglio di carta e accostando alla mano di Enrico il calamaio gli aveva detto: --Scrivimi qui la ricevuta e la promessa di non piu giuocare. Enrico si dichiaro debitore delle tremila lire al marchese e promise nella ricevuta di restituirgliele quando fosse andato in possesso della propria sostanza. Della mesata insufficiente fissatagli dal tutore non si fiato. Non si ricordo di parlarne. Il marchese non gli aveva neppur lasciato il tempo di spiegare la cosa, e quando Enrico s'era trovato esaudito, col danaro in mano, s'era scordato di entrar in quell'argomento. Enrico corse a casa di Sappia, a cui racconto il rabbuffo e la crudelta del tutore e il bel tratto del marchese d'Arco. Volle andar egli stesso nella bottega della Romea, a portarle i suoi trecento franchi, che gli bruciavan le dita e dovette spenderne un'altra quarantina di giunta, in bottiglie _di champagne_, ch'essa gli appioppo senza che lui, timido ancora, osasse di rifiutarle. Poi, con Sappia, ritorno a casa. --Parlero io al tuo signor zio antidiluviano--aveva sclamato il Sappia quando Enrico gli aveva raccontato del fiero rabbuffo avutone.--Lui li chiama _minuti piaceri_? Altro che minuti! Impercettibili, microscopici... piaceri! Il notaio a stento acconsenti di portar l'assegno di Enrico da duecentocinquanta a trecento franchi al mese. --Domando io caro signor marchese--gli disse congedandolo, e colla piu profonda convinzione di dir cosa sensata ed onesta--domando io come potra mai arrivare a spendere piu di otto franchi al giorno fuori di casa? --Nei mesi di trentun giorni e negli anni bisestili--disse il Sappia con una finissima ironia che il tutore si guardo bene dal notare--gli otto franchi al giorno si puo calcolare che diventino soltanto sette e novantadue centesimi. --Ho fatto un buco nell'acqua--diss'egli tornato che fu all'Enrico, il quale non s'aspettava nemmeno i cinquanta franchi d'aumento--Bisogna che tu faccia la lite al testamento di tuo padre, che ti ha voluto tener sotto a quel mastodente fino ai ventiquattr'anni; se no finirai, col rovinarti moralmente e materialmente, te lo dico io! --No--rispose Enrico.--Prima di tutto io non vorrei fare questa lite, neppure nel caso che non offendessi l'ultima volonta e la memoria di mio padre. In ogni modo, dato che il tribunale mi desse torto, io sarei perfettamente rovinato, giacche avrei fatta opposizione; e tutta la sostanza andrebbe ai gesuiti che stanno aspettando al varco la preda, E meglio ch'io mi stia ai primi danni. * * * * * Cosi erano passati circa due anni, e a dispetto dei trecento franchi al mese, Enrico O'Stiary era diventato uno dei giovani piu brillanti di Milano. Cavalcate, scarrozzate, scherma, cene, club, ballerine, e pur troppo di nuovo, il giuoco--nel quale era ricascato con vivo, quantunque inutile rammarico, con profondo, ma pur vano rimorso--erano le occupazioni delle sue giornate e delle sue notti. E la povera Elisa trascurata, infelice, ma orgogliosa nel suo dolore s'era fatta intanto donna. Il tutore non badava piu all'Enrico. Disperava di cambiargli la testa. "Chiudeva un occhio per non inquietarsi" come diceva lui. Il marchese d'Arco dal canto suo, il quale vedeva il suo giovane amico far la vita del gentiluomo, e non s'era curato mai di sapere quale somma il tutore gli avesse fissato pei minuti piaceri, era ben lontano dall'idea ch'egli si stesse rovinando a bagno maria. Egli poi non sospettava che Enrico si fosse rimesso a giuocare. Gli sarebbe parso fargli uno sfregio pensando che un'O'Stiary avesse potuto mancare cosi alla parola d'onore. Quando si trovavano parlavano d'arte, di cavalli, di politica, e le miserie umane le lasciavano da parte. Enrico dal canto suo, si guardo bene dal ricorrere un'altra volta al marchese per denaro, e lo schivava come un rimorso. Il Sappia pensava largamente a tutto. Suo padre e sua madre gliene davano in una certa abbondanza, ed egli aveva un credito grande presso gli usurai! E anche lui--lo sciagurato--faceva delle orribili operazioni a babbo morto! Ma era venuto un bel giorno che anche il Sappia erasi trovato nella necessita di chiedere danaro ad Enrico. Il povero giovine gli avrebbe data la vita, ma non aveva che i suoi duecento franchi al mese. Risolse di farla finita col tutore; di parlargli fuor dei denti, di ottenere insomma quello a cui gli pareva di aver diritto. Ci penso un paio d'ore, poi piuttosto che aver a fare con don Ignazio si aperse alla balia. La balia gli aveva detto di avere dodicimila lire alla Cassa di risparmio. Non lascio che l'Enrico terminasse la frase; corse per quanto glielo permettevano i settantanni nella sua camera, e porto al contino le dodicimila lire in tre bei libretti puliti e fiammanti ch'era un piacere a vederli. --Ma no, non voglio, non voglio--diceva Enrico colle lagrime agli occhi. La balia alzo la destra, e con una specie di entusiasmo, sclamo: --Ma non e forse roba sua codesta? Quale uso piu degno potrei fare di questo danaro... io che non ho piu nessuno al mondo? * * * * * Pochi mesi dopo convenne di nuovo rivolgersi altrove. Il tutore, quand'ebbe messa da parte del tutto la speranza di vedere il conte far giudizio, pensando al giorno ormai vicino in cui gli sarebbe toccato rassegnargli la sostanza taglieggiata e forse perduta, intieramente aveva cominciato a cercarsi dattorno un altro sposo per la sua Elisa, che gia aveva trascorso il diciottesimo anno. Egli comando a sua moglie di far di tutto per disingannarla nel caso ch'ella nutrisse ancora qualche speranza di diventare la moglie del contino e si mise a sparlare a tavola del suo pupillo e a tentar di metterglielo in mala vista. Ma egli non pensava che dieci anni di pensieri e d'illusioni accarezzate non si distruggono in un giorno! L'uomo adatto, del resto non tardo a presentarglisi sotto la miglior luce del mondo. Era Aldo Rubieri--che s'era fatto un bel nome e una bella sostanza, e che quantunque artista, parve al babbo un modello di uomo serio e un marito esemplare. * * * * * Chi mai avrebbe detto a Enrico O'Stiary che quei cinquanta franchi da lui con lieto animo versati nella borsa di Luisa a titolo di beneficenza la sera d'un giorno d'autunno del 1866, dovessero essere il primo anello di una lunga e disastrosa catena di sagrifici, di spese, di perdite, di debiti, di rovesci, che lo dovevano condurre tre anni dopo, quando egli era li li per aver la piena disponibilita della propria sostanza, ad essere un uomo rovinato? Ma sopratutto chi gli avrebbe detto che la causa principale, la causa effettiva del suo rovescio, non doveva essere ne l'amico Sappia, non doveva essere la Luisa, non doveva essere il giuoco, ma piuttosto la gretta protervia del suo tutore, che aveva negato fin dal principio di fissargli quel tanto, che nella sua posizione era necessario? II. Aldo Rubieri, nel tempo che aveva molti debiti e poche commissioni, abitava fuori di una porta della citta. Si era fatto corpisantino, e la nel sobborgo, teneva abitazione e studio. Pagava una miseria di affitto, e dalle sue finestre vedeva d'estate molto verde, e d'inverno, se fosse nevicato, molto bianco. Quando poi divento poco meno di celebre, ed ebbe soddisfatti i suoi pazienti ed onesti creditori, egli si era talmente affezionato a quella residenza che non aveva piu voluto venir in citta, quantunque l'aria assai democratica, che tirava nel sobborgo non fosse quella delle sue convinzioni assai moderate. Compero dunque la casetta, e in essa si creo il suo nido dell'arte e della vita. Lo studio, che solo conservo tal quale, era per lui popolato da tutte le imagini, da tutte le finzioni, da tutti i progetti della sua geniale fantasia; memorie imagini, finzioni che gli avevano procacciata l'ambita fama e la invidiata agiatezza. Gli pareva che le vicende della sua vita abbastanza travagliata, gli dovessero sfumar via d'un tratto, se avesse mutato di casa e aveva giurato di finire in essa la sua fortunata carriera. La casetta, dall'umile apparenza, ma tutta leggiadra e artistica di dentro, era da vari anni visitata dagli stranieri. Aldo Rubieri aveva scritto a Bedeker di farne un cenno, nella sua nuova _Guida d'Italia_, e Bedeker infatti nel capitolo che riguardava Milano, parecchi anni or sono, vi aveva fatte due aggiunte: il vaporino illuminante in circolo la cupola della Galleria Vittorio Emanuele e lo studio di Aldo Rubieri. * * * * * Una piccola carovana, uscita dall'albergo Reale un dopo mezzodi di agosto del 1869 s'avvio allo studio di Aldo Rubieri. Per risparmio di ciceroni quella carovana era composta di elementi assai eterogenei. In testa camminava un Francese con quella noncurante serieta che caratterizza la gioventu della giovine Francia, piu gloriosa ancora dopo i rovesci, uno di que' Francesi che in Italia stanno sull'occhio per non essere creduti, _brillanti a spasso_, e che non hanno difetti in fuori di quello di sprezzar troppo la roba straniera. Dopo lui scarpinavano, coi loro piedoni piatti, due rappresentanti della vecchia Albione, un _mister_ ed una _mistriss_.--Anch'essi non presentavano alcuno di que' tratti caratteristici e ormai diventati comunissimi, che si usa di attribuire molto volentieri agli Inglesi in viaggio. Non enormi guide sotto il braccio, non indecenti spolverine, non scarpaccie infangate ed eccessivamente lunghe. Di inglese essi non avevano neppur il colore dei capelli. Alla retroguardia seguivano altre quattro persone, di cui tre uomini e una donna. Costoro che avevano veduta la luce sulle sponde del Danubio erano invece biondissimi. Il Cicerone dell'albergo chiudeva la marcia. La zitellona tedesca poteva avere un trentatre anni; piu al di la che al di qua. A diciotto ella poteva essere stata una bella biondona. Suo padre e suo zio, mercanti di oggetti artistici, stavano disputandosi in dialetto viennese sul merito relativo degli scultori italiani, le cui statue era capitato loro qualche volta di comperare a Milano per cinque e di vendere a Vienna per cinquanta. La zitellona camminava in mezzo a loro due. Quello a destra, sosteneva che al giorno d'oggi non era possibile piu il vendere che pattini e quadri di genere; l'altro, che due giorni prima aveva comperate parecchie tele di stile classico, negava che il realismo in arte potesse mai avere fortuna. Entrambi pero erano d'avviso che lo stile austriaco non avesse confronti "quella maniera larga di dipingere in tinta gialla che fa credere tutta roba da museo anche i quadri di un anno" essi la ritenevano la miglior pittura che fosse al mondo. Si sa bene che ognuno ha il suo orgoglio nazionale! A un certo punto s'interpose il Cicerone. Era costui un personaggio autorevole in fatti di giudizi di pittura. Lo aveva lodato perfin il povero Rovani, che certo non abusava della lode. Era costui un Modello incanutito fra i cavalietti e gli scalpelli che adorava Aldo Rubieri fino alla esagerazione, di quell'amore entusiastico e un tantino irragionevole, di cui non sono capaci che i figli d'Italia: --Scusino, signori--diss'egli in tedesco--nessuno dei giovinetti che cominciano ora ad esporre promette di giungere alla grandezza di Aldo Rubieri. E nel pronunciare questo nome il suo occhio semispento brillo di un insolito guizzo di luce. --Da quanto tempo e diventato celebre il nostro bravo Aldo?--chiese uno dei due viennesi, il padre della zitellona. All'udire quella frase confidenziale il Cicerone ne fu quasi scandalizzato. Guardo l'austriaco con una inenarrabile occhiata di compatimento, e disse: --Conoscete forse _mein herr_, il grande scultore Aldo Rubieri? --Se lo conosciamo? Altro che!--rispose l'Austriaco, guardando a sua figlia che si fe' un poco ciliegia, e che sorrise misteriosamente. --Ed e percio che vi domandavamo da quanti anni sia diventato celebre, giacche noi sono ormai piu di dieci anni che non l'abbiamo piu veduto, e quando l'abbiamo conosciuto noi non lo era ancora. --Dal primo suo gruppo, che fu premiato dall'Accademia e venduto per quarantamila franchi--rispose il Cicerone. --Bella somma!--sclamo lo zio. --Un gruppo alto un metro--aggiunse il Cicerone.--Ma la sua fama il signor Aldo la deve ancora piu al suo modo originale di trattare cogli eroi della democrazia che per altro. Le opere, si sa bene, finche un artista e vivo, saranno sempre criticate; ma la indipendenza del suo carattere e il suo magnifico disinteresse faranno sempre sul popolo un grandissimo effetto. Egli e capace, se non gli garba il soggetto, di rifiutare una commissione, che gli frutterebbe molto danaro. Dopo l'immenso successo del suo ultimo gruppo, il generale Garibaldi gli ordino, un gruppo di soggetto repubblicano che un Inglese gli avrebbe pagato cento mila lire. Credete voi che egli abbia accettata la commissione? Neppur per ombra. Io ero presente quando Aldo Rubieri rispose al messo di Garibaldi, che era venuto la in studio a portargli la ordinazione, credendo di fargli un grande onore: "Dite al generale, che cento mila lire per un gruppo alto un metro e mezzo e troppo! E che io non ho tempo per un simile lavoro." --Cio e bello!--sclamo la zitellona. --Cio e stupido!--disse il padre. --Cio e assurdo!--osservo lo zio.... --Un'altra volta, sara una settimana, caccio fuori dal suo studio un principe russo che voleva sforzare la porta per correr dietro alla signora Nana. Al nome di Nana, tre esclamazioni contemporanee uscirono dalle bocche austriache. --Ah! --Ih! --Oh! Il Cicerone, sorpreso, si arresto di botto. --Chi e la signora Nana?--fu prima a parlare la zitellona. --Chi e la signora Nana?--disse quasi contemporaneamente, il padre. --Chi e la signora Nana?--stava dicendo lo zio a sua volta; ma si tacque, udendo che la domanda veniva gia fatta dagli altri due. --Nana e la piu bella donna del mondo--rispose enfaticamente il Cicerone.--Nana e un'artista francese, che ora serve di modella per la _Venere contemporanea_. --Venere contemporanea?--sclamo Leopoldina--cosa vuol dire? --Vuol dire una _Venere decente_--rispose il Cicerone--una Venere non del tutto ignuda; una Venere della quale si vedano e si indovinino le forme divine in quelle parti decenti, che sono divinamente formate dalla natura e si dissimulino le parti che le donne del giorno d'oggi hanno meno belle, e che non si devono rappresentare. --In tal caso--osservo con un certo acume uno dei due Tedeschi--non arrivo a capire il perche si parli di Venere, che viceversa e il nome di una Deita molto classica e interamente nuda. --E vero!--sclamo il Cicerone, colpito da questa osservazione.--Ma debbo dire che in caso l'errore e tutto mio. Io sono vecchio e non ho potuto ancora svestirmi totalmente dei pregiudizi classici. La statua del mio maestro sara un'opera d'arte che protesti energicamente contro l'invasione moderna dell'impressionismo, del realismo e della sprezzatura esagerata nella divina arte scultoria, che deve essere liscia e finita e non brizzolata e rugosa come la robaccia della scuola nuova. I forestieri capivano e non capivano. Il Cicerone era come invaso da un santo sdegno. --Ma dunque--usci finalmente a dire il padre--il signor Aldo crede ancora possibile una Venere, dopo tante che ce ne lascio l'antichita? --Perche no?--proruppe il Cicerone.--La bellezza non e forse eterna? La bellezza del nudo non tramonta mai! --E tanto bella?--domando di nuovo la donna--questa signora Nana? --Bella e, secondo me, una parola un poco insignificante per esprimere che cosa sia la signora Nana. Essa e un portento. --Dicevate dunque--disse il padre austriaco, quasi volesse stornar il discorso dalle imagini troppo estetiche.... --Io stavo dunque dicendo--ripiglio il Cicerone--che Aldo Rubieri e ancora piu in voga pel suo carattere che pe' suoi lavori, e raccontavo che aveva cacciato fuor dallo studio il principe russo, mentre il giorno dopo aveva spalancata la porta del suo piu segreto penetrale ad un povero pittorello di Roma, che viaggiava per istruzione col sacco in spalla; egli fece colazione con lui nel giardino incantato. --Ah, c'e anche un giardino incantato?--domando la matura fanciulla spalancando gli occhi grigi. --Incantato, per modo di dire--rispose il Cicerone--ma e tanto piu incantato dopo che lo frequenta la signora Nana, giacche, secondo me, un luogo dove regna e dove respira, foss'anche una mezz'ora al giorno, una creatura come la signora Nana, quello diventa per forza un luogo incantevole. I sei occhi dei tre personaggi austriaci s'incontrarono. Parvero dire colla loro espressione desolata, il volgare "_siam fott... o regina!_" * * * * * --Continuate--ripete il padre. --L'avere ricevuto cosi intimamente lo scolaro povero, dopo aver cacciato, senza complimenti, un principe arcimilionario, fece chiasso. Tanto piu quando i giornali liberali, nemici di Aldo Rubieri, raccontarono che il supposto studente di pittura di Roma non era altro che un povero imbianchino di stanze. Allora egli fece una risposta che chiuse la bocca a tutti. Egli dimostro come un imbianchino valga sempre piu di certi giornalisti, per la ragione che questi, _sporcando_ della carta _bianca_, le toglievano ogni valore commerciale; mentre quello, _imbiancando_ pareti _sporche_, ridonava ad esse molto valore commerciale. Quando poi lo scolaro ando a scusarsi d'essere stato causa involontaria della polemica, egli lo consolo dicendogli: "Lasciate scrivere. Sono i pittori invidiosi, che ispirano i cattivi giornalisti. Ma io conosco degli imbianchini che valgono molto piu di quei pittori. Giacche gli imbianchini raggiungono sempre e bene il loro scopo, che e quello di pulire e render lieti i locali, mentre certi pittori, non solo non lo raggiungono mai, ma lo tradiscono e lo deturpano, sporcando delle candide tele. Del resto, che gran differenza c'e fra un pittore e un imbianchino? La sola, veramente grande, e che il pittore adopera un pennello a manico breve e la tavolozza, mentre voi altri adoperate il pennello a manico lungo e la secchia. L'ingegno solo fa la grande distinzione; ed io, fra un imbianchino d'ingegno e un pittore asino, scelgo subito l'imbianchino. --Parlateci ancora di questo giardino misterioso e incantato--disse la zitellona, crollando il caposorridente per le sortite del vecchio Cicerone. --Oh, molto misterioso!--sciamo questi alzando gli occhi al cielo.--Si puo dire che dopo me non vi siano a Milano che tre persone, le quali abbiano avuto la immensa fortuna di spingere lo sguardo in quel sacrario dell'arte viva. --E voi siete del numero? --Io sono del numero--rispose il vecchio sollevando orgogliosamente la bella testa di Cristo invecchiato. --C'e speranza che noi, colla vostra autorita, e come amici vecchi di Aldo Rubieri, possiamo essere introdotti? --Voi, amici vecchi?--sclamo il Cicerone. --Non sapete forse che Aldo, quando aveva 20 anni, era a Vienna con suo padre? --Ah, e vero!--sclamo il Cicerone, portando la mano alla fronte.--Non mi ricordavo piu che egli e figlio di un colonello di stato maggiore al servizio di casa d'Austria. --Dunque? --Dunque che cosa? --Potremo noi vedere il giardino incantato? --Oh, impossibile! --Potreste voi almeno descrivercelo? --Impossibile anche questo. Ho data la mia sacra parola d'onore al maestro, che non avrei tradito mai il segreto della sua dimora. I tre Viennesi tacquero e ciascuno si mise a mulinar a suo modo. Ma in quel punto erano arrivati dinanzi alla casetta di Aldo Rubieri, e s'arrestarono. * * * * * A Milano, come dovunque, ci sono delle abitazioni dove tutto va male, tutto da noia, tutto vi sta a disagio; e ve n'ha delle altre, dove tutto gioisce, tutto da piacere, tutto risplende. Entrando nelle prime, trovi un portinaio ciabattino, che vive in un bugigattolo buio ed infetto. Il tanfo vi e nauseante; sui gradini della scala vi si scivola; gli usci si direbbe si lamentino di dover girare sui cardini; le persiane, spalancate, si rinchiudono sgarbatamente in faccia; gli scarafaggi ed i topi sono padroni della cucina; i cimici, del letto; le faine, del solaio; le lumache e gli scorpioni della cantina; il pozzo da l'acqua cattiva; un cane rinchiuso guaisce tutte le notti; un ragazzo caparbio vi strilla ogni mattina; un suonatore di tromba vi studia ogni mezzogiorno; delle casigliane pettegole vi si picchiano ad ogni calar della sera; il padron di casa usa mandar delle lettere insolenti; il ragioniere ha il fiato che ammorba... e via dicendo. Entrando nelle seconde, il cuore si allarga. Tutto vi spira l'ordine, la pulizia, la pace, il benessere. Si direbbe che queste case benedette furono costruite da operai intelligenti, e siano abitate da gente di buon gusto. Tale apparve ai viaggiatori la dimora di Aldo Rubieri. Appena giunte, la zitellona alzo la testa e s'imbatte in una scena graziosa. Sotto un portichetto, lieto di verdura in un angolo, una rondine aveva costruito il suo nido e giungeva volando alla pensile capannina, nel momento che i viaggiatori si arrestavano dinanzi alla porta della casa. Spaventata nel veder tanta gente, la rondine svolazzava trissando intorno al nido quasi volesse attirare a se tutta l'attenzione di quegli stranieri per distrarla dai suoi cari implumi. La zitellona si fece malinconica. Forse un assalto di nostalgia l'aveva presa. Non c'e come la rondine per ridestar nel cuore la memoria della casa lontana. In quel punto un colpo di martello fece trasalire la Tedesca. Il Cicerone aveva picchiato alla porta chiusa col battente di bronzo. In una delle imposte si vedeva inchiodata una placca di terso ottone su cui stava scolpito un _Rubieri_, senz'altro. Doveva bastare! * * * * * Il Cicerone dato il colpo si volse a' suoi compagni e disse: --Ora ci tocchera forse di aspettare un quarto d'ora; ma guai se io rinnovassi il colpo; potremmo star qui due ore, che nessuno piu verrebbe ad aprirci. --Perche? --Perche la signora Marietta pretende di non essere sorda, ma confessa di essere molto pigra. Questa volta pero il fatto smenti il pronostico. La porta si schiuse poco stante, e una donna s'affaccio al varco, domandando: --Chi e? --Forestieri che desiderano di visitare lo studio e parlare al maestro--rispose il Cicerone. E lancio alla donna un'occhiata espressiva che voleva dire: "Gente per bene, bisogna esser gentile." La donna aperse il battente, si ritrasse, e pronuncio il sacramentale: --Restino serviti. La carovana attraverso un atrio pompeiano, dove sul muro videro graffite delle figure bellissime di fanciulli ricciuti, di vergini con anfore in mano e di satiri con tirsi inghirlandati di pampini, saltellanti e festosi. Il Francese che fu il primo a vederle, ristette; e il Cicerone comincio la sua spiegazione: --Questo atrio venne terminato soltanto l'altro giorno. Questo genere di pittura a chiaroscuri e con linee profonde comuni a Pompei, si chiama graffito. Questo pattino che vedono, e il ritratto del figlio della signora Nana, sopra fotografia, giacche il Louiset e rimasto a Parigi colla zia. Questo nome scosse nuovamente la zitellona e i due Ausriaci. Ma nessuno dei tre oso fare una domanda sul figlio della signora Nana, che non era punto bello, ma che era maestrevolmente disegnato. Ammirato che l'ebbero, s'avviarono verso il viridario contornato di portici, precisamente come si usava nell'antica Roma. Una vaschetta di marmo bianco, con zampilli uscenti dal corno di faunetti di bronzo, sorgeva nel mezzo del giardinetto spandendo intorno una grata frescura. --Questo lo vedremo meglio dopo, uscendo per di la--disse il Cicerone svoltando a destra in coda alla signora Marietta, che aveva schiuso un uscio. Sulla soglia del quale gli stranieri lessero il classico _Salve_, poi entrarono. La scena mutava d'aspetto. Pompei cedeva il campo al piu ferreo dei medi evi risuscitati. Come una di quelle dimore di Fata, che sorgono dal suolo nei sogni che seguono la lettura dei romanzi di Scott o della Radeliffe, cosi il salotto dove erano entrati gli stranieri parve ad essi la viva e reale imagine d'una stanza di antichissimo castello feudale. Il presente scomparve ai loro occhi come per incanto. Si guardarono l'un l'altro, quasi fossero sorpresi di trovarsi vestiti di panno e col cappello a tuba in mano. Una specie di estasi medioevale li invase, e provarono nell'anima un ridestarsi confuso di tutte le memorie romantiche della lontana gioventu. Parte a parte non c'era moltissimo da ammirare. Appiccicati alle pareti, non ricchi trofei di armi in simetria, come e l'uso comune delle odierne sale d'armi. Ma si sarebbe detto da una certa rastelliera e da certi cappucietti come dimenticati sul davanzale d'una finestra, che un falconiere fosse uscito di la poco prima, dopo aver addestrato il falco; si sarebbe detto che il giullare avesse lasciato su una sedia il suo berretto a sonagli; che l'armigero e il balestriere avessero deposta poco prima in un canto, uno la picca, l'altro la balestra; che la castellana passando, avesse profumato quell'aura cogli aromi che il marito crociato le aveva recati dall'oriente. Ciascuno di quei viaggiatori ebbe la propria impressione storica. Al Francese parve di respirar un'aria tutta pregna di effluvi merovingi. Alla zitellona sembro di calpestar la polvere dei seguaci dell'interessante giovinetto svevo, venuto a morire in Italia sotto la mannaia di Carlo d'Angio. Gli Inglesi credettero sentir un bisbiglio di voci dei guerrieri di Riccardo Cuor di Leone. Chi non provo nulla di tutto questo, furono i due Austriaci. Non avevano l'incornatura romantica loro! La carovana, ammirando in religioso silenzio, passo ed entro in una seconda camera tutta parata di giallo, in stile moderno. Quelle fisonomie gia pallide soffuse dal colore delle cortine e delle tappezzerie si fecero cadaveriche. L'artista aveva il capriccio di vedere sulle linee faciali de' suoi visitatori questo effetto di tinte, non gia pel gusto di trovare il genere umano piu brutto di quello che esso sia realmente, ma per studiare il cambiamento di linee, di toni e di riflessi, allorche dal giallo i visitatori passavano allo scarlatto dell'attiguo salotto. --Si fermino qui un momento che io vado ad avvisare il maestro della loro venuta--disse Mattia il Cicerone, mentre la signora Marietta era scivolata fuori dalla camera da un uscio di fianco. * * * * * Mattia Corvino--tale era il nome del vecchio--s'accosto ad un uscio di contro a quello per cui era entrata la comitiva, piego l'indice della mano destra con una specie di religioso raccoglimento e colla nocca picchio un colpetto discreto, tendendo l'orecchio. Egli era compunto. Egli stava per comunicare coi due idoli del suo cuore, e l'atteggiamento della sua persona, pigliava un'apparenza di devozione. Nessuna risposta dal di dentro. Torno a picchiare piu forte, torno ad origliare, e nulla ancora. Allora alzo con una certa soavita la mano alla maniglia dell'uscio, lo aperse e scomparve per esso, dicendo con voce flebile l'indispensabile: --E permesso? Mattia Corvino era entrato nel gabinetto di lettura di Aldo Rubieri. Lo scultore infatti non aveva soltanto uno studio, ma anche uno scrittoio. In faccia a qualche suo collega scapigliato Aldo aveva un gran torto quello di non odiare la coltura e la letteratura. La stanzina parata di rosso conteneva una bella libreria tutta piena di libri d'arte, di romanzi, e di poesie. Una magnifica scrivania--come non se ne vedono certo in casa dei letterati--_tronava_ in fondo al gabinetto di fianco alla finestra. Intorno intorno sulle pareti dei piccoli capolavori di pittura e di scultura. Questo nido della intelligenza gli aveva meritato da alcuni colleghi, il sopranome di _aristocratico_. Dico alcuni, che per fortuna si possono contar sulle dita; e non sono neanche da confondersi costoro, con quei molti, che detestano la letteratura soltanto in apparenza, e non tengono in casa ne libri, ne calamai, ne penne, ma conoscono i letterati e li ascoltano, e ne sono amici. La e piuttosto un'abitudine e una jattanza che un'antipatia; giacche modesti e avidi di sapere, vivono talvolta cogli uomini di lettere e di scienza meglio e piu a lungo che coi loro stessi colleghi. I pochi invece che davano dell'aristocratico a Rub