The Project Gutenberg EBook of Dal vero, by Matilde Serao This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.org Title: Dal vero Author: Matilde Serao Release Date: November 21, 2006 [EBook #19887] Language: Italian Character set encoding: ISO-8859-1 *** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DAL VERO *** Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano) MATILDE SERAO DAL VERO MILANO CASA EDITRICE SOCIALE PERUSSA & QUADRIO Via Bocchetto, 3. 1879. DAL VERO MATILDE SERAO DAL VERO MILANO, CASA EDITRICE SOCIALE PERUSSIA & QUADRIO, Via Bocchetto, 3. 1879. Proprietà letteraria della Casa Editrice. Tip. Milanese, C.^a A. GIULIANI--Via Larga, 35-37. A ROCCO DE ZERBI. _Egregio amico,_ A me, ignota ancora, voi apriste generosamente le colonne del vostro giornale; nella breve e modesta via letteraria che ho percorsa mi foste prodigo d'incoraggiamenti. Permettete che ve ne ringrazi, ancora una volta, offrendovi questo libro. MATILDE SERAO. Napoli, Giugno 1879. FANCIULLO BIONDO. A Mimì. Di certo il fanciullo era bellissimo. Aveva gli occhi grandi ed azzurri, ma di quell'azzurro vero, leale che non diventa mai nero di sera; il bianco della cornea era anche irradiato da una tinta bluastra, cosa che faceva sembrare anche più grande la pupilla: i lumi della sala, riflettendosi in quegli occhi azzurri, vi accendevano una stella luccicante, una sola. Poi era biondo; non tendente al giallo, come la Gioconda di Leonardo da Vinci, nè al fulvo, come la Maddalena del Tiziano, e nemmeno come dovette essere biondo il danese Amleto: quei capelli erano fini, lucidi, biondi e dolci alla vista, riposavano lo sguardo stanco da tante teste sfrontatamente brune. Quella testina originale, dal profilo abbozzato, dai lineamenti puri, dalla fronte serena, attirava il mio sguardo. * * * La commedia quella sera mi annoiava, gli attori strillavano, io non avevo il programma e non ci capivo nulla. In palco, con noi, vi era un medico, ma uno di quelli moderni, che sono prima filosofi, poi fisiologi, poi medici: un materialista calmo e feroce, che in tre parole distruggeva l'amore, l'anima, l'immortalità, riducendoli a questioni di nervi. Di Dio non discorreva più; lo aveva ammazzato da un pezzo. Io, fosse conseguenza di una giornata triste ed uggiosa, dipendesse dalla lettura di un libro stupido, o venisse dal dispetto di non aver ritrovata la catenina del mio braccialetto, mi sentivo disposta all'idealismo e quindi a contraddire aspramente il dottore. Per questo, preferii guardare attorno. * * * Il fanciullo ascoltava religiosamente la recita: spalancava i suoi occhioni, quasi a vedere maggior numero di cose, ed appoggiava il mento sulle due manine incrociate; ma il labbruccio inferiore, rosso come una ciliegia, era avanzato in atto d'infantile fierezza. Forse la commedia non gli andava a versi, ma non ne perdeva una parola, non batteva palpebra, non si moveva: a fissarlo bene con l'occhialino, si vedeva sotto la candida pelle, salire il sangue per lo sforzo dell'attenzione e pel calore del teatro. All'intervallo rialzò il capo, pensò un poco, poi sorrise a qualcuno che gli parlava: quella sua bellezza si completava, animandosi. Doveva essere anche intelligente. * * * --Vi piace quel fanciullo?--chiesi al dottore. --Carino!--mi rispose costui sorridendo. --Come vorreste che fosse, per chiamarlo bello? Bruno forse? --Forse. --E perchè? Avete torto, dottore, se negate al _biondo_ il dominio dell'arte, e l'arte cammina sempre verso il bello. Tutte le fantastiche immagini, tutte le incarnazioni della grazia e della bontà noi le fingiamo bionde: così Venere, dea della bellezza, è bionda; così Maria, la Vergine, è bionda, e se il serpente s'innamorò di Eva è perchè costei dovette essere bionda. Apollo, il primo poeta, aveva le chiome d'oro, e gli angioletti ed il bambino Gesù pure. Ary Scheffer, quando dipinge la sua Gretchen, è grande, perchè ritrae il sogno di molti pittori: e sono secoli che i poeti impazziscono per le donne bionde. Perchè in quel colore è la gioia, la vita, la gioventù. Ma voi sorridete, signor positivo; vi occorrono altri esempi? Ebbene, l'oro, il motore del mondo, il fattore della civiltà, il vostro oro divino è anche esso biondo! --Nulla di questo--rispose il dottore, niente commosso dalla valanga delle mie parole--per me, non amo i biondi, e la ragione è chiarissima. Quella tinta, egregia amica, è il risultato di una debolezza nella materia colorante, è la pruova di un temperamento linfatico: da ciò, poca forza fisica e quindi poca forza morale, se vogliamo adoperare questa parola. Come tutte le persone deboli, le femmine bionde sono perfide, e se un uomo biondo arriva a fare grandi cose, ha dovuto adoperare una forza di volontà doppia per dominare il suo organismo. Ma i casi sono rarissimi; la statistica..... --Per carità! * * * --Vedete, dottore--ripresi--la casa dove vive quel fanciullo non deve essere mai triste: egli la rallegra, la riempie con la sua presenza, i corridoi echeggiano dei suoi passi, le volte sono piene delle sue voci, gli angoli oscuri illuminati dal suo sguardo. Il padre, quando ascolta il suo riso trillato, argentino, sente rianimarsi e riprende coraggio a vivere; la madre, guardandolo, pensa che la primavera si è incarnata nel suo figliuolo, tanto i suoi capelli ricordano il sole ed i suoi occhi il cielo. Quando parla, gli risponde l'uccellino dalla gabbia, ed il loro dialogo è carissimo, e se anche egli commette una piccola mancanza è così soave il perdonargli.... --Quando si farà grande..... Mi tacqui subito; il sogno era svanito. * * * E che! Tu diventerai grande, il tuo labbro innocente si piegherà al sogghigno, la fronte bianca diventerà pensierosa, gli occhi azzurri si annebbieranno per la collera! Tu, immagine pura, conoscerai in che fiume d'amarezze si convertano le cose più dolci della vita! Saprai che valgano i nomi di amicizia, di amore, di gloria! E ti sarà palese l'odio, assaporerai la vendetta! Non sarai più grazioso, noncurante, allegro; non riderai più, piangerai; dubiterai, ti annoierai, vorrai dominare il mondo e ne cadrai poi vinto! Sei un fanciullo, e sarai uomo! Oh! se io fossi Michetti ti dipingerei; se fossi Victor Hugo scriverei per te un libro: ma se io fossi un Dio, fermerei la tua età, biondo fanciullo! LA CANZONE POPOLARE. Ciascuno vivendo della vita comune, ha una vita propria; e chi la trova nel pensiero, chi nell'arte, chi nel desiderio di gloria. Il popolo, questa grande parte dell'umanità, non conosce ancora la lotta dell'idea, nulla sa di arte e lo splendido fantasma della gloria non gli apparisce--eppure il popolo è l'uomo; l'uomo che soffre, ama, è felice, infelicissimo e deve avere una vita sua, una sua speciale manifestazione. L'ha; ed è il canto. Canta dappertutto--certo dove il sole lo riscalda, dove la luce lo inonda, dove il mare unisce la sua voce, il popolo canta di più, ma nel freddo e nebbioso nord, in quell'atmosfera grigia, il canto popolare si eleva a menomare la tristezza della vita; le strade della città ne echeggiano, come le vallate della campagna; e lo stesso contadino che lavora nelle fatali paludi Pontine, scaccia il pensiero della morte col canto. In ogni stagione il popolo canta: nelle sere solitarie dell'inverno è una voce lontana, fievole, che si perde poco a poco nella distanza; nel risveglio della primavera, nella ricchezza dell'estate, è un concerto che sale da tutte le parti, che vi obbliga a spalancare le finestre ed a lasciare entrare la gioia del popolo; nell'autunno è un sospiro, un addio al bel tempo che parte! * * * La canzone popolare non si definisce, essa si sottrae all'arida spiegazione della scienza; è una cosa vaga, fuggevole, senza contorni determinati, evanescente. È tutto ed è nulla; è un soffio leggiero e può diventare una leva potente; brilla di tutti i colori dell'iride, si crede che sia una perla ed è una bolla di sapone; donde viene non si sa, dove va non si conosce; può morire, ma può anche risuscitare; ha una fragile esistenza e la si vede resistere all'urto degli avvenimenti ed al trascorrere degli anni. In essa si ritrova lo spirito multiforme del popolo; è gaia, vivace, dal ritornello allegro, dalle battute affrettate e rapide; è malinconica, dalle note lunghe e cadenzate con un pensiero mesto che ricompare ogni tanto; talvolta è burlesca, vi si sente lo scoppiettìo del sarcasmo ed il fischio dell'ironia--ed infine, con una profonda ed inconsciente filosofia unisce spesso parole dolenti ad un motivo brillante. È un lamento, una risata, un sogghigno, un bacio; l'espressione di un momento, la durevole rappresentazione di un sentimento rapidissimo; è una idea complessa ed energica che ha bisogno di svolgersi con la parola e con la musica. Senza sapere la prima bocca che l'ha intuonata, la canzone si propaga in un momento, diventa la proprietà del popolo, e se essa ha saputo cogliere bene l'idea ed il sentimento, sopravvive lungamente, forse più che nella classe degli intelligenti un'opera di grande maestro. * * * Vi si parla quasi sempre d'amore. Amore diverso dal nostro, ci s'intende; amore grossolano e che può giungere a certe delicate espansioni, sognate solo dalla fantasia del poeta; amore che dona egualmente un garofano ed un colpo di rasoio: amore che non s'inchina, non porta guanti e suona per ore intiere la chitarra sotto la finestra dell'amata; amore che quando vi s'inframmette la gelosia, diventa passione; amore che è sboccato, villano, ed intanto riempie di matrimoni i registri dello stato civile. Esso ispira le canzoni popolari: vi si narrano le gentili speranze della corrispondenza, il dolore per la indifferenza, l'affannoso tormento della gelosia, le pene del disinganno e dell'abbandono; tutta la profonda variabilità dell'amore prende forma in quella musica. Vi sono canzoni per augurare la buona notte, canzoni per ridestare una cara e pigra dormiente, canzoni per rimpiangere una giovinetta morta; spesso, rinnovando le romanze degli antichi trovieri, vi è un dialogo fra l'uomo e la donna, in cui volta a volta cede l'una o l'altro, ed il vincitore è sempre l'amore. La medesima idea della morte, questa idea che fa impallidire i più forti, nella canzone sembra dolcissima; ivi è detto come _bellissima cosa sia morire davanti la porta della_ _donna amata_, e questa frase che riassume l'_amore e morte_ di Leopardi, è accompagnata da un motivo così lento e triste che vi mette nell'anima un desiderio insolito di pace e di silenzio, un arcano struggimento dell'ultima ora. * * * Al popolo nessuno parla di patria e di libertà, nessuno gli dice che ha dei diritti, nessuno gli suggerisce la parola eguaglianza; il popolo non sa la storia e niuno cura d'insegnargliela, eppure il popolo si solleva, combatte, cade, risorge, è glorioso: una canzone patriottica lo ha infiammato, ne ha risvegliato il valore e sostenuto il coraggio. Nel 1860 vennero fuori mille canzoni di guerra, senza sapere chi ne avesse gettata la prima nota; al loro suono sorgevano i soldati dalla terra, i giovani ed i vecchi sentivano per le vene un fremito, i cervelli si mettevano in tumulto, le mani correvano all'armi; e si moriva, si moriva con la gioia negli occhi ed il canto sul labbro. Anche adesso, dopo tanti anni, dopo che l'Italia è compiuta, dopo che tante febbrili illusioni sono svanite, al risentire quei canti gli occhi si riaccendono ed il cuore si solleva. Bonaparte il grande, prima d'inebbriare i suoi soldati con la polvere ed il fuoco, li inebbriava con le canzoni popolari; è la canzone popolare che, insieme alle teorie dei filosofi, crea la presa della Bastiglia e la rivoluzione francese; essa è un'arme contro il tiranno, contro il cattivo governante, un'arme che vale più del fischio, più dell'urlo, più della pietra; perchè il fischio, l'urlo, la pietra significano l'individuo e la canzone significa la massa, il numero e la forza. * * * Si è detto, ed anche da un ingegno illustre, che il popolo non è vero poeta, massime il popolo napoletano. È così: l'elemento poetico delle canzoni è scarso, a lampi, il senso spesso ne diviene incomprensibile--talora sono frasi, parole accoppiate senz'ordine e senza significato. Ma nell'elemento musicale è la grande rivincita, nell'elemento musicale ricchissimo di melodia e di espressione; tutto quello che la poesia non dice, la musica lo interpreta e lo rende, schiudendovi un orizzonte largo, immenso, dove la fantasia può meglio spaziare che nello stretto giro della parola. La cantilena del marinaio vi giunge senza che possiate ascoltare quello che egli dice, eppure vi parla del dolore della partenza, del lungo viaggio in paesi ignoti, dell'ansia del ritorno; quando sulla barchetta al largo, si canta di _Santa Lucia_, voi senza saperne nulla, indovinate, al sentirne solo il ritornello, tutta quell'allegra vita sotto il sole caldo, nel profumo del mare, nelle notti limpide e serene. Non ci è poesia ed intanto potete crearci un poema, un poema tanto più bello in quanto che vi mettete una parte di voi, riunite al sentimento della musica quello del vostro cuore e quasi tacitamente ringraziate colui che pose delle frasi senza costrutto sopra una musica divina, e vi lasciò la libertà di adattarvi tutte quelle che la vostra immaginazione può plasmare. Forse il popolo non è poeta vero nel pensiero, ma è tale nel sentimento--stroppia il concetto ed è insuperabile nella musica. Vi è qualcuno che preferisce questa seconda poesia alla prima. * * * La scienza è la misura del dolore--è una severa verità. Più si procede nel regno del pensiero e più l'occhio della mente discopre abissi paurosi, e l'anima sitibonda di pace vorrebbe ritornare all'antica ignoranza: in alto vi sono dei fatali miraggi che attirano, affascinano e non si fanno raggiungere mai, in alto il pensatore e l'artista soffrono. Ma in basso, nell'ignoranza anche, si soffre: in alto vi è la povertà smagliante, in basso la povertà nera. In basso vi è il pensiero del domani senza pane, dei figli senza tetto, della vecchiaia che si approssima: tutto questo può fermentare e diventare odio. Allora si maledirà al lavoro continuo senza l'adeguata ricompensa, si maledirà all'ingiusta divisione dei beni della terra e la cattiva idea del socialismo sotto la sua forma più rozza si farà strada. Ma no, no; il popolo non può odiare, il popolo non può maledire, perchè canta: la povera cucitrice con gli occhi stanchi ed il petto logorato accompagna con la voce il _tic-tac_ della macchina; il muratore, arrampicandosi per le impalcature dove arrischia la vita, gitta al vento le note della sua canzone; nel seno della terra dove non entra barlume di sole, il minatore unisce ai colpi regolari della sua piccozza un monotono ritornello. Il popolo non ha svaghi, non ha consolazioni, non ha gli strani piaceri in cui noi ci anneghiamo--il popolo per dimenticare, per non maledire, per sorridere, non ha che il canto. Lasciatelo cantare... Chi sa! È forse così che parla a Dio. PSEUDONIMO. Parola aspra ed invenzione antica. Se le escursioni storiche fossero permesse con la stagione che si avanza, troverei bene qualche monaco medioevale che se ne servì per isfuggire la scomunica, qualche timida poetessa che vi adombrò i suoi lamenti d'amore, ed infine, per congiurare direttamente contro la pace del lettore, io parlerei dell'Arcadia. Ma tutto questo, oltre all'essere micidiale, sarebbe anche inutile; perchè lo pseudonimo, come passaporto, come legge, come istituzione, è una gloria della letteratura moderna. E più che una moda, è una febbre, una smania: dall'articolista di grande giornale sino al droghiere del villaggio che manda le _nozioni di chimica_ al giornaletto del capoluogo; dal romanziero rinomato sino al biondo adolescente che pubblica le sue novelle sui letterari e clandestini periodici della domenica; dalla scuola romantica che muore, a quella realista che crede di essersi affermata; dal poeta sommo a quello che _confeziona_ sonetti: tutti, tutti pare abbiano il vivissimo bisogno di lasciare il proprio nome e di prenderne un altro. È una protesta in regola contro il gusto di babbo e mamma, contro il registro dello Stato Civile e quello della parrocchia: libero nome in libera letteratura! Lo pseudonimo diventa un elemento necessario, indispensabile di successo; basta averlo per poter scrivere; anzi qualcuno pensa a provvedersene prima di esser sicuro che conosce la lingua italiana. Trovarlo non è molto difficile: vi è il campo della buona ed inesausta mitologia, vecchia mitologia, che tutti spregiano ed a cui tutti ricorrono, quando vogliono esprimere la parvenza del bello e del divino; vi è la storia, fantasmagorica galleria di tipi spiccati ed eccezionali; vi è l'arte con le sue manifestazioni pittoriche, scultorie, musicali, poetiche; vi sono le stranezze dei nomi greci, la severità dei latini, i modi di dire, i sottintesi di tutte le altre lingue; vi sono i fiori, il paradiso, le stelle, l'inferno--ed il mondo. Un vocabolario senza fine! Allora si cerca, si cerca, si cerca; si discute, si chiede agli amici, s'interroga l'amica, si consulta il professore, l'archeologo: oggi vi è una decisione, domani esitazione, dopodomani abbandono. Da capo a cercare, è un affar serio, bisogna averlo, non si può vivere senza di esso, ne va della dignità; l'attenzione si ferma, finalmente! Lo pseudonimo è trovato, lo si assume, lo si spiega, lo si commenta; è stampato sulla carta da lettere, ricamato sui fazzoletti, inciso sul suggello--investitura completa. Il fortunato possessore passa a godere i vantaggi ed i malanni della sua nuova proprietà. Facciamo vi sia un poetino, il quale senta l'irresistibile desiderio di narrare al pubblico i dolori del suo cuore trafitto ed intanto si chiami Pasquale; i _dolori_ ed il cuore _trafitto_, hanno un carattere d'incompatibilità col nome Pasquale. Ebbene, una firma nebulosa, _Vesper_, ed il rimedio è trovato; le giovani lettrici si commuovono ed ammirano. L'unica cosa che possa attenuare le proporzioni di un _fiasco_ è lo pseudonimo, santuario in cui si ricovera dignitosamente l'autore offeso, pronto ad uscirne nel caso di un successo. E dove mettete quella cara libertà di sbizzarrirsi, di punzecchiare l'amico? Nessun obbligo di esser modesto, facoltà di dire sciocchezze, paradossi, financo verità: tutti sorrideranno, nessuno andrà in collera ed in questi tempi di squisitissime suscettività nervose, un parafulmine morale è cosa molto utile. Si stabilisce un dualismo, uno sdoppiamento, una impersonalità piena di diletto; l'uomo arrischia le sue riserve senza paura, la donna anche si mette in campo. Volere o non volere, la donna è sempre un po' timida--le ragioni non servono--ha scorno di rivelarsi e tiene per sè le acute e sottili osservazioni, le sfumature del sentimento, le cognizioni del cuore, se queste parole vanno bene insieme. Tutto questo si perde, perchè ci vuole un pochino di coraggio a firmare in disteso anche la più piccola verità: invece sotto la salvaguardia del nomignolo, le confessioni si fanno adito, si espandono, si moltiplicano con la massima soddisfazione dei signori uomini, che vedono esser questo l'unico mezzo per saperne qualche cosa di più sulle signore donne. La storia aneddotica dello pseudonimo è molto ricca. Sono incidenti agrodolci, talvolta punto piacevoli: state con gente in un ritrovo e salta fuori uno sbarbatello che non vi conosce, a dichiarare che il tale (declinazione del vostro nomignolo) è un cretino nato e pasciuto--quadro plastico degli ascoltanti che vi conoscono. Un altro giorno ricevete una lettera poco rispettosa dal fratello di una cantante in cui si dice che se non volete smetterla di dir male della germana correranno le batoste: voi che siete innocente di critiche musicali, v'informate ed arrivate a sapere che un corrispondente incognito di un giornale teatrale ignoto, si compiace firmare col vostro medesimo nome di guerra. Ma questo equivoco non sarà il solo, nè il più innocente. La gente comincerà a chiamarvi sempre col nome falso--le lettere verranno a quell'indirizzo, la vostra individualità di cittadino e di elettore tenderà a scomparire; vi avverrà che, presentato col nome di vostro babbo, vedrete dei visi indifferenti ed aggiungendovi lo pseudonimo, subito grandi riverenze e profondi inchini. Voi stesso, dimenticherete il vostro casato e se ne ricorderà solo l'esattore della ricchezza mobile! Ancora: vi è una parte del pubblico che crede lo pseudonimo essere il rifugio dei burloni, della gente che scrive alla giornata, ed è incapace di serio lavoro; andate un po' a farvi eleggere, se avete stampato senza la vostra firma! Gli è per questo che una parte degli scrittori si rifiuta al nuovo sistema: si tratta di qualche giovanotto che ambisce al posto di professore in un ginnasio qualunque; si tratta di qualche vecchietto quadrato, ragionevole, che è stato uso di schiccherare, in fondo alle proprie opere, nome, cognome, titolo qualità e magari anche la paternità e il luogo di nascita; si tratta di qualche uomo maturo, grave, che scrive un libro con uno scopo più o meno politico, e che quindi ha bisogno di far sapere che è stato lui, proprio lui e non un altro ad averlo fatto. --Vedete--mi diceva uno dei contrarii alla innovazione--questo rifugiarsi nei nomi altrui, sa di sotterfugio, di bugia. E sapete perchè? Perchè coloro che assumono un nome di guerra dovrebbero pensare ad assumere anche un tono, un genere, una idea relativa a questo nome. Per nulla; conosco uno scrittore lugubre che firma Momo, un materialista che si chiama Psiche ed un uomo di spirito che perpetua il tipo di un imbecille! Lasciamo correre: credete che uno pseudonimo possa andare ai posteri? --La letteratura moderna ha troppa fretta per pensare ai posteri--gli dissi. --E la gloria? --Bah! È un pezzo che la critica l'ha abolita. CASA NUOVA. È deciso, si deve andar via: basta una letterina gentile al proprietario dell'appartamento per indorargli la pillola e si è liberi. Si dà in un grande sospiro di sollievo per aver affermata la propria indipendenza e si enumerano la millesima volta le buone ragioni per cui si va via. Ragioni solide: una scala alta come quella di Giacobbe; sopra le stanze piccine; d'inverno il freddo; di estate il caldo. Sempre il medesimo orizzonte: un palmo e mezzo di cielo, sette centimetri di collina ed un campanile; di mare e di Vesuvio neppur l'ombra; giù, una straduccia rumorosa ed antipatica. I vicini, gente noiosa: il damerino che si pettina ad uno specchietto presso la finestra, la sarta che inaffia la malvarosa, il giudice che litiga con la moglie, la signorina che impara la _réverie_ di Ascher dalla mattina alla sera: sempre gli stessi visi, sempre le stesse voci. E dentro la casa, che monotonia! Gira, gira e rigira, si è sempre in un posto: tutto è uniforme, regolato, ordinato; lo stesso disordine del salottino è stato pesato e discusso; dello studiolo non si discorre le pareti occupate dalle librerie, il tavolo di fronte alla finestra, le statuine sui piedestalli, una simmetria desolante. Lo spirito è oppresso, schiacciato, ridotto al silenzio; i suoi slanci e le sue ispirazioni si frangono contro tutta quella immobilità, non ci è più modo di scrivere, di lavorare, di sorridere. Irritazione, dispetto, fastidio in tutti; la casa è brutta, cattiva, micidiale; si è stanchi, si soffoca, si muore, bisogna scapparne via. Sospiro di conforto. * * * Invece la casa nuova, quella dove si andrà, è un amore, un paradiso terrestre. È vasta, ci si può giocar di spadone, vi è lusso di aria e di luce, il Vesuvio entra nella stanza da pranzo, il golfo nel salotto, dal terrazzo si veggono tutte le colline tenersi per mano. I vicini sono roba fina, aristocratica; si è saputo, così di straforo, che vi sono due cavalieri, una contessa, un vice-sindaco, un ex-ministro, figurarsi! Il portinajo, una vera pasta di miele, una perla nascosta nella conchiglia del suo casotto. I mobili andranno sottosopra, vi sarà un grande rimestío, se ne compreranno dei nuovi ed i vecchi avranno la pensione in soffitta; discussioni infinite su questo soggetto. Tutto sarà nuovo, bello, diverso. E quanti cari progetti, quante dolci speranze si realizzeranno nella casa nuova! Si farà il matrimonio di Carolina, il figliuolo ritornerà dal suo lungo viaggio, ed allora che feste, che allegria! Il lavoro progredirà rapidamente, l'ispirazione verrà; non ci saranno i mille guai domestici che menomano e ristringono la mente: la famiglia sarà felice. Ma viene o non viene questo benedetto maggio? Si contano i giorni, si sorride ad ognuno che ne passa, si è soddisfatti, completamente soddisfatti. * * * Quando il mese di aprile incomincia, quando l'epoca della partenza si approssima, in mezzo a tanta soddisfazione, si fa luogo un senso di amarezza. Sulle prime è leggiero, inavvertito, si presenta nella solitudine, nel riposo: poi cresce, cresce, si rende assiduo, continuo, non se ne va più. È un dispiacere vago, come di una disgrazia che sia alle spalle; una cura segreta, indefinibile anche per chi la prova; un dolore sordo per qualche cosa che deve mancare o morire. Che cosa è? L'uomo s'interroga, si rivolta, si tormenta, non trova niente, e la pena è sempre là, anzi si va accentuando, si disegna...... Ecco, sarà una debolezza, una fanciullaggine, una _sentimentalità morbosa_, ma si è addolorati di lasciare la casa. È vero, è vero: il cuore si stringe pensando a quelle stanzuccie dove si è tanto amato, tanto vissuto e che non si vedranno più; pare che dalle vecchie pareti, dagli angoli oscuri partano voci di affetto e di tenerezza; nella notte si ode un susurrio indistinto e carezzevole. In ogni cantuccio vi è una parte di vita, un brano di cuore: sul muro, quel segno col lapis è la misura del bambino che ora l'oltrepassa di tutta la testa--ed accanto quel ritratto, quel caro ed amato ritratto di persona morta! In questa camera la buona madre si è ammalata, e quando la salute è tornata a brillare nei suoi buoni ed amorevoli occhi, essa ha respirato l'aria presso quel balcone: sul balcone dove alla primavera tutte le pianticelle hanno fiorito, dove l'edera, più tenace dell'uomo, si è abbarbicata; sul balcone dove nelle sere estive vi furono tante dolci parole mormorate all'orecchio. E quando vi fu quella grande, grande disillusione, la pace del piccolo studio ha calmata l'asprezza della ferita. Dio, quante memorie! Che fiotto di ricordi! * * * La pruova che il passato ha esistito bisogna abbandonarla, bisogna dimenticare; e perchè anche l'ultimo profilo delle rimembranze si cancelli, bisogna lasciare il fedele testimonio della vita trascorsa. Staccarsi da tutto, annullare, fare il vuoto. È uno spasimo acuto. Si vagola per le camere, sogguardando lungamente, quasi a volersi imprimere nella mente ogni linea; non si va più fuori quasi a prolungare i momenti della permanenza; non si scambiano che brevi frasi; le fanciulle sono malinconiche, i vecchi parenti si fanno pensosi. Il giorno della partenza viene: i visi sono pallidi e scomposti, si va e si viene senza far nulla, quasi per distrarsi; si resta seduti sopra un baule a guardare tristamente i mobili che se ne vanno; la casa è piena di persone estranee, di facchini ruvidi, di voci irose; la casa è profanata, manomessa, sembra una chiesa dove sia passata un'orda di cosacchi. I mobili se ne vanno, se ne vanno, e si è ancora lì, in un angolo polveroso a guardare, a prolungare quello strazio interno: vengono i vicini a salutarvi e si scopre che quella gente era buona ed onesta; che tormento! Passano, passano le ore, pare un triste sogno; è invece una realtà--il nuovo abitante è venuto, vuole la casa sua, vi scaccia quasi. Si gitta intorno un'ultima occhiata; lentamente, con le labbra serrate ed un gruppo nella gola, si parte. * * * La nuova casa! È un'estranea; non la conoscete, non vi conosce, non avete vissuto con lei, le sue mura sono mute, hanno parlato ad altri; è fredda, vuota, sembra un deserto, sembra una rovina, ci si parla a bassa voce come in una piazza. Sorprese dappertutto; anditi, scalette, porticine, e non si sapeva nulla, ed in quei momenti eccezionali sembrano tradimenti, trabocchetti; la notte non si dorme, si sta a disagio; gli oggetti non trovano il loro posto, tutto va di traverso. Qualche sera, per una soave distrazione, si prende l'antica strada, perchè della nuova casa non si sa che farne; si vuole la vecchia, la vecchia e buona casa che è senza tradimenti, senza sorprese, che ama, parla, compiange--è là che si vuol andare, per viverci come tanto tempo ci si è vissuti, in un ambiente cognito ed amico; ci si vuole restare sino alla morte. Non si può più. Occorre scrollare il capo, sospirare, rassegnarsi, fino a che il tempo, l'abitudine facciano calmare lo spirito amareggiato; e poi in capo a due o tre anni esser ripresi dalla medesima follia, partire di nuovo, soffrire ancora, agitarsi sempre, fino a far credere che la favola dell'Ebreo Errante sia il simbolo dell'uomo. VOTAZIONE FEMMINILE. Nel novembre venturo, quando si discuterà la legge sulle elezioni comunali e provinciali, i deputati _emancipatori_ faranno molti passionati discorsi. Essi diranno, per la milionesima volta, che la civiltà italiana differisce poco da quella ottentotta per quanto riguarda la donna; che l'Europa ci guarda (non sa far altro, povera Europa!); che per formare la felicità delle donne italiane, bisogna conceder loro il voto amministrativo. La Camera esita; poi si turba, si commuove al quadro straziante delle donne italiane pronte a suicidarsi, se vien loro negato il voto, ed il voto è accordato. Ma questo non basta--non basta dare un diritto senza fornire l'occasione di farlo esercitare. Quindi il governo farà bene a sciogliere tre o quattro municipii, o i municipii avranno lo spirito di sciogliersi da sè stessi. Mi figuro allora che cosa vorrà succedere. Grande agitazione in tutti i _boudoirs_, congiure nei salotti, dialoghi vivaci agli angoli delle strade, nei magazzini di mode, nei palchetti dei teatri: non si pensa più all'amore, alle acconciature, alla maldicenza; a tutto questo ci sarà tempo; le elezioni si fanno così raramente! Le amiche, le parenti, le semplici conoscenze si ritrovano, si ricercano per parlare delle elezioni, per far propaganda, per discutere sui nomi proposti; circolano i bigliettini rosei, profumati, gentili; si sprecano gli abbracciamenti, i baci, le parolette soavi; sono tirate dall'arsenale femminile tutte le riverenze, le cerimonie, le _chatteries_ delle grandi occasioni: le donne cercano sedursi fra loro. Ma con gli uomini diventano gravi, severe, misteriose; ogni tentativo di corte è respinto come sospetto; ogni presentazione è accettata con diffidenza; si passano a rassegna i difetti ed i meriti dei singoli candidati con una grande serietà. Il tale è bruno: ebbene, tutte quelle che hanno fatto degli studi fisiologici sui biondi, gli negheranno il voto; il tal altro, mentre spende una lira e ottanta per comprarsi un paio di bretelle, nega a sua moglie un meschinissimo paio di orecchini di brillanti di cinquecento lire--è un cattivo amministratore, non andrà al Consiglio. I candidati subiscono minuziosi interrogatorii, debbono promettere per mantenere: se no, no. Una signorina con le sopracciglia corrugate e la bocca piena di cifre, domanda ad un eleggibile: --Nel caso che vi mandassimo al municipio, votereste il progetto per la nuova strada da San Ferdinando alla Villa? --Sicuramente. --Bene--e i fondi? --Una nuova tassa..... --Su che? Spero non sugli oggetti di lusso! --Dio me ne guardi! --Benissimo, persistete in queste buone idee.... --E.... posso sperare? --Vedremo, signore, penseremo. Una moglie va in giro raccomandando alle sue amiche la candidatura di suo marito; non parla dei meriti di lui, non dice quello che egli farà, ma susurra amabilmente: «L'ho sempre d'attorno dalla mattina alla sera, sarà una fortuna se me lo mandate a fare il consigliere!» E le amiche mogli, compassionevoli e conscie di quello che significa un marito troppo per casa, danno il loro voto. Il candidato non si occupa più dei suoi elettori; è invece tutto intento ad accaparrarsi le elettrici: fa grandi scappellate a dritta ed a sinistra, sfoggia abiti eleganti, diventa virtuoso e morigerato come uno sposo novello. La signorina nel 1° piano è elettrice: egli nelle scale le cede il passo con galanteria; la maestra elementare dove va la sua figlietta, è elettrice, egli con un grande affetto filiale va sempre a riprendere la bambina; dovunque trova signore, egli fa valere i suoi principii politici e il petto candido della sua camicia. Deve diventare dolce e pio con le buone anime che si fanno guidare dal parroco, promettendo loro che ristabilirà il cattechismo nelle scuole; ed invece assicurare ad un gruppo di giovani ed allegre spose che le feste del carnevale saranno splendide ed il municipio voterà una bella somma. Infine una meravigliosa miscela, di sorrisi, d'inchini, di concessioni, di promesse che si urtano, si imbrogliano, si contraddicono, si confondono e gli fanno perdere..... se non altro, la testa. Intanto le donne si riuniscono. Si riuniscono, sicuramente: se sono elettrici hanno il diritto di riunione e di discussione. Me la immagino di qui una sala vasta, piena zeppa di donnine, dove si odono da tutte le parti richieste di aver la parola, dove le oratrici non arrivano mai ad ottenere il silenzio, dove tutte restano d'accordo..... sulla propria opinione. M'immagino il colpo d'occhio che formeranno le _toilettes_ variegate, scure, chiare, a mezze tinte; l'abito cilestro di una moderata che farà risaltare i nastri rossi di una repubblicana, il cappellino _Empire_ di una costituzionale che insulterà quello _Nobiling_ di una socialista, la lotta dei gialli e dei verdi che cercano di sopraffarsi, la serietà del nero che guarda con disprezzo il bianco! E tutte le gentili padrone di questi indumenti che si agitano, che sono nervose, che scoppiano volta a volta in risate ed applausi; ed i ventagli che si animano, le piume che svolazzano, i fiori che hanno le convulsioni! La sento quella oratrice di spirito che avendo un pubblico composto di fanciulle, dice loro queste sole parole: --Elettrici, votate la lista dei _consorti_! il loro nome, il loro carattere vi è garante della loro onestà! La sera del sabato non si dorme: e se il diavolo zoppo potesse realmente sollevare i tetti delle case, vedrebbe tutte le teste insonni ed irrequiete sui guanciali. Riuscirà la lista? E _lui_ riuscirà? Sì, no, sì: non si sa, si spera, si teme; quando spunterà l'alba? Infine, viene quest'alba benedetta, è spuntata la grande giornata, si andrà finalmente a votare; la casa è in rivoluzione, gli usci sbattono, il gatto miagola, i bambini che non hanno una chiara idea delle elezioni, strillano; non importa. S'indossa il costume di circostanza; abito grigio, colletto di tela, cravatta nera, cappellino sull'orecchio, borsellino sul fianco per la scheda, occhialino per sorvegliare le operazioni elettorali e via--per quel giorno vanno all'aria la messa, la passeggiata, l'appuntamento ed il resto. Nelle frazioni si odono cheti fruscii e frasi mormorate anzichè dette; si respirano profumi finissimi; si veggono mani bianche, dalle dita affusolate, sospendersi un momento sull'urna; passano le teste bionde e le brune con un'aria dignitosa, composta e sfilano, sfilano, guardando il presidente--povero presidente, lo compatisco--, sorridendo al segretario, sbirciando le altre elettrici, ma con una serenità, una calma invidiabile. Sono oramai persuase di aver esercitato con coscienza uno dei più preziosi diritti della donna; sanno di aver compiuto una missione, non troppo bene quale, ma è una missione. Aspettando l'esito, non si parla che di incidenti elettorali, di blocchi--anche di blocchi--, d'imbrogli sventati, di trame fallite--e la tal signora che aveva nella manica venti schede, e quelle altre che hanno preso d'assalto il seggio, e le impiegate telegrafiste che hanno votato compatte! Quando si arriva a sapere il risultato, allora succede la vera guerra: da una parte balli, canti, scampagnate, pranzi, brindisi--dall'altra svenimenti, convulsioni, emicranie, lagrime e disperazioni; poi inimicizie, giuramenti di vendetta, legami infranti, amori traditi ed i poveri uomini nei tormenti. Ed il Consiglio? Un Consiglio strano, eterogeneo, o troppo giovane o troppo vecchio, un po' cattolico, un po' libero pensatore, un poco biondo, un po' bruno...... Baie tutte queste: _è tempo, o signori, che la donna non sia più manomessa, è tempo che ella entri nei pubblici uffici, è tempo che le si concedano quei sacrosanti diritti_.... Dio! come si riderà in novembre alla Camera! IL TRIONFO DI LULÙ. Novella. I. Sofia non alzava gli occhi dal suo lavoro, e le sue dita leggere volavano su quella trina delicata. Invece Lulù girava per la camera, spostava gli oggettini sulle mensole, apriva un tiretto per guardarvi dentro, distratta; era chiaro che essa voleva fare o dire qualche cosa, ma che il contegno serio della sorella maggiore la metteva in soggezione. Provò a canticchiare un po' di canzone, disse un verso di Dall'Ongaro; Sofia parve non aver inteso. Allora Lulù, che non peccava di molta pazienza, si decise ad affrontare la questione, e piantandosi davanti alla sorella, le chiese: --Sofia, sai quello che mi ha detto _mademoiselle Jeannette_? --Nulla di molto interessante, per certo. --Ci siamo con una risposta secca e fredda, da far venire i brividi in estate! Dove prendete il vostro gelo, o mia agghiacciata sorella? --Lulù, sei una vera bambina. --Ecco dove v'ingannate, bisavola del mio cuore; io non sono una bambina, perchè mi marito. --Eh?! --È appunto quello che mi ha detto _Jeannette_. --Che imbroglio! Io non capisco niente. --Or ora, ti narrerò _tutto_, come si dice nei drammi. Ci sarà un racconto... ma Vostra Serietà mi presta tutta la sua attenzione? --Sì, sì, ma sbrigati. --Il giorno delle corse al Campo di Marte, ecco il tempo ed il luogo. Tu non vi eri, tu che preferisci i tuoi eterni libri... --Se divaghi sempre, non ti ascolto più. --Devi ascoltarmi; questo segreto mi soffoca, mi uccide. --Ricominci? --Smetto, smetto. Dunque alle corse stavamo in prima fila sulla tribuna: viene Paolo Lovati e ci presenta un bel giovane, Roberto Montefranco. Soliti saluti e complimenti vaghi, essi trovano dei posti e siedono alle nostre spalle; scambiamo qualche parola, sino a che si ode il segnale della partenza dei cavalli. Ti ricordi che io proteggeva _Gorgona_, senza prevedere quanto essa mi sarebbe stata ingrata... basta, bisognerà rassegnarsi anche all'ingratitudine delle bestie. Una nube di polvere fa scomparire i cavalli. «La _Gorgona_ vince!» esclamo io. «No, dice sorridendo Montefranco, vince _Lord Lavello_.» Io m'indispettisco per la contraddizione, egli continua a sorridere ed a contraddirmi; facciamo una scommessa, una _discrezione_. Infine dopo mezz'ora di palpiti e di ansietà, arrivo a sapere che la _Gorgona_ è una traditrice, che io ho perduto e che Montefranco ha guadagnato: figurati! Gli dico che voglio pagare subito subito, egli s'inchina e risponde che c'è tempo; lo incontro a Chiaja, gli rivolgo un'occhiata che è un'interrogazione; egli si contenta di salutare e sorridere in un modo misterioso. Così al teatro, così dappertutto; io vivo nella massima curiosità: Roberto è bello, ha ventisei anni... e stamane il signor Montefranco padre, mio futuro suocero, è rimasto in conferenza due ore con la mamma! --Oh! --Segni di attenzione nel mio pubblico. La visita del papà l'ho saputa da _Jeannette_. Dunque il matrimonio è fatto. Resta a stabilirsi una cosa di grave momento: quando andrò dal Vice-Sindaco, avrò un abito grigio o foglia morta? Porterò il cappello con le sciarpe o senza? --Come corri... --Corro? Sicuro: non vi sono ostacoli. Con Roberto ci amiamo alla follia, i nostri degni genitori sono contenti... --E tu sposeresti un uomo così? --Che significa quel _così_? Vocabolo elastico. --Senza conoscerlo, senza amarlo?... --Ma io lo conosco, l'ho visto alle corse ed alla passeggiata! Io lo adoro! Ieri l'altro, non avendolo visto, rifiutai di far colazione e presi invece tre tazze di caffè, per cercar di suicidarmi. --E lui? --Mi sposa, dunque mi ama!--replicò vittoriosamente Lulù. Ma vedendo il volto di Sofia scolorirsi, si pentì di quella frase imprudente e curvandosi verso di lei, le chiese con affetto: --Ho detto qualche cattiveria? --No, cara, no; hai ragione. Chi ama, sposa. Il difficile è farsi amare--e sospirò lievemente. --Farsi amare, farsi amare!--ripetè irritata Lulù.--È facilissimo, Sofia; ma quando, come te, si ha la fronte severa, gli occhi tristi e la bocca senza sorrisi; quando si vestono abiti oscuri; quando si va in un angolo a pensare, mentre tutti gli altri ballano e scherzano; quando invece di ridere si legge, ed invece di vivere si sogna; quando, giovane ancora, si ha l'aria stanca e vecchia, allora è difficile esser amata. Sofia abbassò il capo, e non rispose. Le tremavano un poco le labbra come se comprimesse un singhiozzo. --Ti ho afflitta di nuovo?--domandò Lulù.--Gli è che vorrei vederti amata, circondata di affetto, e sposa... Che piacere se fossimo spose lo stesso giorno! --Follie queste: io resterò zitella. --Nossignora, ve lo proibisco, cattiva creatura. Se Roberto è un galantuomo, deve avere assolutamente un fratello celibe; io voglio che abbia un fratello celibe; lo voglio! In questa entrò la madre, in abito da uscire. --Vai fuori, mamma?--disse Lulù. --Sì, cara, vado dal notaio. --Uh! dal notaio! Roba grave è questa. --Ve ne accorgerete, signora burlona. Sofia, vieni un istante meco. --Anche Sofia ha degli affari tenebrosi col notaio? --Lulù, quando ti deciderai ad essere seria? --A momenti, mamma; vedrai. Schiuse la porta, ed al passaggio della madre e della sorella, fece due profonde riverenze, mormorando: --Signora, signorina... Quando furono fuori, dalla soglia gridò loro, scoppiando in risate: --Parlate, parlate pure: io farò le viste di non saperne nulla! II. Roberto Montefranco, per solito, non pensava molto: non ne aveva il tempo. La giornata gli fuggiva fra la colazione, la passeggiata a cavallo, le visite ed il pranzo; la sera scorreva dolcissima presso Lulù, la sua fidanzata. Poi ci erano gli affari spiccioli da sbrigare, qualche appuntamento con l'avvocato, qualche contratto da firmare, qualche debituccio vecchio da soddisfare; aggiungete i preparativi della casa e del viaggio nuziale. Appena appena se gli rimaneva una mezz'ora per leggere e un quarto d'ora per isprecarlo alla porta del caffè. Così non lo si vedeva mai assorto in riflessioni profonde, nè si sapeva che egli si fosse mai occupato a risolvere qualche problema sociale: perchè, del resto, Roberto non aveva nulla di tragico o di _eroico_ nel carattere. Anzi godeva di una serenità di spirito invidiatagli da molti. Quel giorno--un giorno qualunque, di dopopranzo--si era disteso sulla poltrona, una gamba a cavalcioni dell'altra, lo stuzzicadenti in bocca, ed un volume delle edizioni Treves in mano, con la determinazione netta di leggere. Il libro era interessante; ma, caso nuovo e strano, il lettore era molto distratto; dirò di più, era nervoso ed inquieto. Non voltava mai il foglio perchè dopo un paio di versi, le lettere uscivano di posto, saltavano, si confondevano, scomparivano. Roberto, senza sua voglia, partiva per le incognite regioni del pensiero. .... Papà è soddisfatto, le zie mi mandano la loro santa benedizione, le cuginette sono in collera, gli amici del caffè si congratulano ironicamente, gli amici serii mi stringono la mano--dunque fo bene ad ammogliarmi. Non si può negare che Lulù sia molto graziosa; quando mi fissa con quegli occhietti pieni di malizia, quando scoppia a ridere mostrando i dentini bianchi, mi vien la voglia di stringere fra le mani quella testina leggiadra e di darle tanti e tanti di quei baci! È anche un bel carattere, un carattere d'oro: sempre ilare, sempre di buon umore pronta allo scherzo, piena di spirito, punto schizzinosa, malinconica mai. Andremo d'accordo; io non posso soffrire le fronti pensierose, massime nelle persone che amo: mi sembra che celino sempre un segreto dolore, un dolore che non conosco e che non posso lenire, o di cui forse sono la causa involontaria. Ad esempio, Sofia, la mia futura cognata, ha la virtù di irritarmi con quel suo volto freddo ed impassibile; quando lei compare, l'anima mi si chiude, muore il sorriso sulle labbra e, rilucesse il più bel sole di primavera, mi pare di essere in una oscura e grigia giornata di novembre. Non ho nemmeno più il coraggio di scherzare con Lulù; quella Sofia disperde la gioia. Ella forse si è accorta della cattiva impressione che mi fa, perchè mi saluta senza guardarmi, non mi dà la mano, mi risponde con brevissime frasi; di sicuro si è accorta della mia antipatia. Forse se ne dispiace... ..... Lulù ride sempre. È molto giovane. Non mi rivolge mai una parola sul serio, ed anche quando vuol farlo, non ci riesce e sembra che voglia burlare. Dice di amarmi, poi si mette a ridere e parla di altro. Mi vuol del bene, ma non è un amore disperato. In coscienza, neppure io ci spasimo... meglio così. Per me, ho due teorie chiare, stabilite nella mente: primo, bisogna che i due fidanzati siano dello stesso carattere; secondo, non si deve mai cominciare con una forte passione. Siamo nel caso con Lulù; saremo felicissimi. Andremo a fare un viaggio per l'Italia, ma senza correre, senza affannarci, a piccole giornate, godendo di tutti i comodi, trattenendoci dove più ci piace, osservando anche le più piccole cose. Ci vorranno almeno tre mesi... no, non bastano... mettiamo anche quattro: ho anche piacere di sottrarre me e Lulù, per un certo tempo, alla triste compagnia di Sofia. Ma, domando io, è naturale che alla sua età quella fanciulla debba essere così seria? Avrà ventitrè anni... non è brutta, credo. Anzi ha occhi bellissimi ed un portamento da regina.--Se non fosse così severa, potrebbe piacere. Prevedo che rimarrà zitella: forse questo è il suo cruccio, forse un amore... qualche tradimento... sarei tanto curioso di sapere la causa della sua tristezza... ne chiederò a Lulù quando ci ritroveremo un po' soli... ..... A Lulù piacciono i dolci, me lo dichiarò la seconda sera che andai in casa sua. Bisogna vedere come li rosicchia; i confetti si liquefanno, scompaiono dietro quelle labbruccie rosse, e dopo un momento essa prende una falsa aria di compunzione, per dire che non ve ne sono più. È carina, carina, carina! Mi ha confidato a bassa voce che, quando romba il tuono ha paura e va a nascondere la testa sotto i cuscini; che ha sempre sognato di avere un abito di velluto nero, lunghissimo, col merletto bianco alle maniche ed al collo; mi ha assicurato che sarà gelosa, gelosa come una spagnuola e che comprerà un piccolo pugnale dal manico di acciaio, intarsiato di oro per compiere le sue vendette. È adorabile quando mi ripete queste cosuccie, con quella sua aria fanciullesca e convinta. Anche la Sofia è costretta a sorridere delle follie di Lulù... se fossi intimo con Sofia la consiglierei a sorridere qualche volta; ciò le rischiara il viso..... Quella Sofia! quella Sofia! Chi arriverà mai a conoscere il suo animo?..... Il libro cadde dalle ginocchia a terra, il nostro giovanotto si riscosse al rumore, si guardò attorno meravigliato, quasi si toccò per riconoscersi. Era proprio lui, Roberto Montefranco, colto in flagrante delitto di meditazione! III. Il crepuscolo cadeva come una fina pioggerella di cenere grigia; Sofia in piedi dietro i vetri del balcone guardava giù nella strada popolata e rumorosa. Era l'ora in cui la via di Toledo diventa pericolosa pel gran numero di carrozze piccole e grandi, che s'incrociano, salgono, scendono senza posa. Sofia pareva cercasse qualcuno con lo sguardo: ad un tratto un vivo rossore le passò sul viso, essa chinò un poco il capo, ridivenne pallida e subito rientrò nella camera. Non era trascorso un minuto che Lulù giunse come un turbine, sbattendo porte, scostando sedie per correre meglio: --Che fai qui, donna Sofia Santangelo? Leggevi? --Sì..... leggevo. --Non hai avuto lo spirito di stare al balcone? --E se lo avessi avuto? --Bah! io son dovuta stare di là, perchè Albina la sarta ha portato l'abito per questa sera--intanto fremevo d'impazienza, perchè avrei voluto esser qui. Ier sera dissi a Roberto di mettere il suo costume _bleuté_, di attaccare _Selim_ al carrozzino e di passare alle sei e mezzo. Chi sa se mi avrà obbedito! --Roberto è passato col costume _bleuté_, nel carrozzino. --Misericordia! Come sai tutto questo? Non leggevi forse? --..... Ero dietro i vetri. --Ed hai riconosciuto Roberto, mentre non lo guardi mai? Miracolo! Ti ha egli salutata? --Sì. --Come ha tolto il suo cappello? --Ma... come si toglie sempre. --E tu hai risposto? --Mi prendi per una sgarbata? --Gli hai rivolto un sorriso almeno? --No... cioè non lo so. --Sei una cattiva, Sofia. Anche ieri sera Roberto mi parlava di te..... --Dicendoti che ero cattiva? --No, ma chiedendomi la causa di questo tuo carattere chiuso chiuso, così differente dal mio. Allora io gli ho sfilato un bel panegirico; gli ho detto che tu sei più buona, più amabile, più amorosa di me e che hai il solo difetto di nascondere le tue qualità. Figurati, che lui mi ascoltava con molto interesse; infine mi ha domandato dell'avversione tua per lui... --Avversione? --Così ha detto, e sai, non ha tanto torto! Lo tratti con sì poca cordialità! Ma anche su questo punto ti ho difesa, ho messa su una bugia, cioè che egli ti era molto simpatico, che lo stimavi tanto tanto... --Lulù! --Lo so che non è vero; ma Roberto ti vuol del bene, non è una ingratitudine averlo per estraneo? Sofia buttò le braccia al collo di sua sorella e la baciò; Lulù la trattenne un istante e le mormorò con voce carezzevole: --Perchè non lo ami un pochino, Roberto? L'altra fece un moto brusco, tirandosi indietro, e non disse verbo. --Sicchè--riprese Lulù, stringendosi nelle spalle e cambiando discorso--questa sera non vieni proprio con noi? --No, ho mal di capo. Puoi andare con mamma. --Delle tue solite. Basta, io vado lo stesso, perchè mi divertirò molto molto. --Viene con te..... Roberto? --_Nix_; egli va al suo circolo, dove vi è Consiglio di direzione. Io ne profitto per isvignarmela e per ballare sino a domattina. --E se egli lo sa? --Tanto meglio, imparerà da ora a lasciarmi libera. Non voglio fargli prendere cattive abitudini. --Lo ami poco, mi sembra. --Moltissimo, alla mia maniera. Ma io scappo a vestirmi, mi ci vorranno almeno due ore. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Sofia stette ad ascoltare il rumore della carrozza che si allontanava, portando seco la madre e la sorella; era rimasta sola, sola come aveva sempre desiderato di esserlo. Da bambina, quando le facevano qualche torto, aveva pianto solo quando era in letto all'oscuro, e l'uso gliene era rimasto: così perduta in quel gran salone, sotto il chiaro lume della lampada le mani inerti e la testa abbandonata sulla spalliera della seggiola, le si dipingeva sul volto un grande affanno, il vivo riflesso di una lotta interna alacrissima. Certo in quei momenti di solitudine completa le ritornava la coscienza di un grande dolore; il sentimento della realtà, lungamente respinto, diventava chiaro, distinto, crudele. Un rumore di passi la fece scuotere. Era Roberto. Vedendola sola si fermò, esitante; ma supponendo il resto della famiglia in altra camera, si avanzò. Sofia si era alzata subito, turbata. --Buona sera, signorina. --Buona sera..... Erano entrambi impacciati. «Dio! quanto è antipatica questa Sofia!» pensava Roberto. Infine la fanciulla si rimise, riprese l'impero sulla sua fisionomia, che ridiventò composta e severa; sedettero a poca distanza. --La signora madre sta bene? --Abbastanza bene, grazie. --E..... Lulù? --Anche lei benissimo. Qui un silenzio. Roberto provava una strana sensazione, come una gioia che lo riempisse di amarezza. --Lulù è occupata?--chiese egli. Sofia represse un lieve movimento d'impazienza: --È al ballo, con la mamma, in casa Dellino--rispose poi rapidamente, quasi volesse prevenire altre domande. Dunque Sofia era sola! E se non voleva essere il più scortese degli uomini, avrebbe dovuto trattenersi con lei! Roberto a questa idea ebbe l'irresistibile volontà di fuggire. Pure non si mosse. --Io sono venuto perchè al mio circolo non siamo stati in numero legale--disse dopo, come se volesse scusare la sua presenza. --Lulù non vi attendeva... Mi dispiace... --Oh! non importa!--interruppe Roberto. La interruzione era troppo rapida, quindi poco lusinghiera per l'assente. --E voi--riprese egli--non siete andata? --No... sapete che non amo molto il ballo. --Preferite la lettura? --Sì, di molto. --Non temete che vi faccia male? --Ho buoni occhi--rispose Sofia, alzandoli in viso al suo interlocutore. --E belli--disse fra sè Roberto--ma senza espressione.--E ad alta voce:--Volevo dire... --Male morale forse? Non lo credo: dai libri che leggo mi venne sempre una grande pace. --Avete bisogno di pace? --Tutti ne abbiamo bisogno. La voce di Sofia era grave, sonora, eppure Roberto se ne compiaceva come se la sentisse per la prima volta. Pareva si trovasse di fronte ad una donna sin allora sconosciuta, e che costei gli si rivelasse da ogni parola, da ogni atto. Perchè Sofia aveva perduto la sua freddezza, si lasciava andare a guardarlo, a sorridergli, a parlargli come ad un amico. Che ci era stato _prima_ fra loro? Che vi nasceva _adesso_? --Quando un libro mi piace--riprese Roberto--mi viene un desiderio forte di conoscerne l'autore, di sapere se è buono, se anche egli ha amato, se anche egli ha sofferto... --Forse provereste qualche delusione. Gli autori descrivono sempre l'amore degli altri, mai il proprio. --Per rispetto forse? --Per gelosia, credo. Vi sono casi in cui l'amore è l'unico tesoro nascosto di un'anima. Ma la voce di Sofia non si alterò, dicendo queste parole. Rifulgeva dal suo volto tanta onestà; era così semplice, così pura, così convinta in quel suo accento che Roberto non provò alcuna sorpresa, sentendola discorrere così sicuramente dell'amore. Di nulla più egli si meravigliava, tutto gli sembrava naturale, preveduto;--anche quella serata, passata da solo con quella fanciulla singolare, gli sembrava che fosse stata stabilita ed a lungo attesa. Quando si lasciarono, si guardarono bene in viso, quasi volessero riconoscersi. Sofia porse la mano, Roberto la prese e s'inchinò, una portiera ricadde pesantemente. Erano divisi. Cessato il fascino della presenza e della conversazione di Sofia, Roberto si sentì l'animo in disordine, il cervello scombussolato. Era allegro, malinconico, avrebbe voluto morire ed era pieno di vita: non sapeva più che pensare di Lulù, di Sofia, di sè stesso e dell'avvenire. Sofia era molto felice, molto felice! Per questo piangeva a singhiozzi, col capo perduto nei guanciali. IV. Erano passati tre mesi, il matrimonio di Lulù tirava in lungo. Alle volte la madre, che non ci vedeva chiaro in questi ritardi, chiamava in disparte la figliuola e gliene domandava. --Voglio aspettare--rispondeva sempre Lulù--ho bisogno di conoscer meglio Roberto. Infatti la fanciulla era diventata un po' osservatrice. Andava attorno come al solito; come al solito cantava, rideva, scherzava, ma interrompeva spesso queste piacevoli occupazioni per indagare il contegno della sorella, o per ascoltare ogni parola di Roberto. La si vedeva spesso con le labbra strette, le sopracciglia protese, in aria di grande attenzione: ora Lulù si guardava molto d'attorno. Ed attorno avvenivano strani fatti. Roberto non più sereno ed ilare come il consueto, sibbene pensoso, pallido e turbato. Parlava breve e distratto: molte cose cui prima si interessava, sembrava gli fossero venute indifferenti: a volte, con grande sforzo giungeva a dominarsi ed a ritornare quel di prima, ma per poco. Abitudine di dissimulare non ne aveva mai avuta e ci riusciva male: la passione, l'interno cruccio gli si rivelavano dagli occhi. Era venuta fuori un'altra Sofia: cioè una Sofia inquieta e nervosa, che a volte abbracciava con effusione la sorella, a volte rimaneva ore senza vederla, anzi fuggendola. Fugaci rossori le passavano sul viso, rossori di febbre; negli occhi le si accendeva una fiamma; la voce ora profonda e commossa, ora stridula e secca: le labbra spesso tremanti; le mani agitate da un continuo brivido. La notte non dormiva: Lulù si alzava a piedi nudi, andava ad origliare presso la porta, e sentiva che Sofia si agitava e piangeva. Richiesta, Sofia rispondeva non aver nulla, esser sempre la medesima. Quando Roberto e Sofia si trovavano insieme--ed avveniva quasi ogni giorno--allora si chiariva di più il loro cambiamento. Parole rade, risposte o troppo pronte, o troppo vaghe, sguardi singolari; per sere intiere non si parlavano, ma l'uno studiava i moti dell'altro. Non sedevano mai daccanto, ma Roberto trovava sempre modo di prendere il lavoro ed il libro che aveva toccato Sofia; talvolta costei non compariva e Roberto, sempre più irrequieto, fissava la porta chiusa, rispondendo distrattamente a quanto gli si diceva; talvolta cinque minuti dopo la comparsa di Sofia, egli prendeva il suo cappello e partiva. La fanciulla impallidiva, un cerchio nero le si formava sotto gli occhi; si decise a non farsi veder più. Si chiuse ogni sera per otto giorni nella sua stanza, fremente d'impazienza, soffocando i suoi lamenti.... Una sera Lulù entrò nella camera: --Vuoi farmi un favore?--le disse. --Che desideri? --Ho bisogno di scrivere un bigliettino. Roberto è solo, fuori il terrazzo. Va a fargli compagnia tu. --Ma io... --Vuoi continuare a star serrata? Tanto ti costa il contentarmi? --Verrai presto almeno? --Il tempo per metter giù quattro righe. Sofia si avviò verso la terrazza cercando di avvalorare il suo cuore per quei pochi minuti. Si fermò sulla soglia. Roberto passeggiava; le si accostò. --Lulù mi manda--ella disse a bassa voce. --Veniste forzata? --Forzata... no. Essa tremava tutta; Roberto le era vicino, col viso travolto dalla passione. --Che vi ho fatto, Sofia? --Nulla, nulla mi avete fatto. Non mi guardate così--supplicò essa smarrita. --Lo sai, dunque, Sofia, che ti voglio tanto, tanto bene? --Oh! taci, Roberto, per carità taci! Se Lulù ci sentisse! --Io non amo Lulù. Amo te, Sofia. --È un tradimento! --Lo so, ma ti amo. Partirò... --Ebbene--gridò di lontano Lulù comparendo sotto un'altra porta--ebbene, è fatta questa pace? Ma nessuno rispose. Sofia fuggì via, celando il viso fra le mani, e Roberto rimase immobile, silenzioso, come istupidito: --Roberto?--chiamò Lulù, --Signorina... --Che avviene dunque? --Nulla; me ne vado. E senza neppure salutarla, andò via anche lui con un gesto da disperato. Lulù lo seguì con lo sguardo e restò tutta pensosa: --Uno di qua... uno di là--essa mormorava e prima?... basta, bisognerà che mi ci metta io! V. --..... Per tutte queste buonissime ragioni, io non posso sposare il signor Roberto Montefranco--conchiuse Lulù a sua madre. --Sono delle ragioni assurde, fanciulla mia--rispose la madre, scuotendo il capo. --Insomma, vuoi che io te la dica chiara e netta? Roberto non mi piace e non lo sposo! --Almeno qui c'è franchezza; ma è sempre un capriccio, Lulù, un grande capriccio. Roberto ti ama. --Si consolerà. --È corsa una parola. --Si riprende. Non siamo più ai tempi dei matrimoni per forza. --Che dirà il mondo? --Madre, definiscimi il _mondo_. --La gente? --Chi è la gente? non la conosco; non ho obbligo di essere infelice per la signora gente. --Sei una fanciulla terribile! Ma io come l'accomodo con Roberto? che gli debbo dire? --Quello che vuoi. Sei mamma per questo. --Già, per riparare i tuoi guasti. Ne verrà uno scandalo. --Non credo; gli si dice con garbo, con buona maniera. Anzi ti permetto di parlar male di me, di darmi della capricciosa, della leggiera, della fanciullona; aggiungere che sarei stata una pessima moglie, che sono poco seria, che non ho dignità, che mia sorella è... --Tua sorella? Perdi la testa, Lulù? --Bah! potrebbe darsi benissimo. Per adesso Roberto e Sofia sono indifferenti, poi si conosceranno meglio, si potranno apprezzare... ed allora... chi sa, chi sa! Tu avresti lode di buona madre per aver maritata prima la maggiore... --Infatti... --A me non mancheranno mariti, ho appena diciotto anni. Poi voglio divertirmi, voglio ballare ancora, voglio godermi questa mia gioconda gioventù con la buona mammina, mammuccia... --Sei un diavoletto--rispose la mamma commossa, abbracciando la figliuola. --Sicchè restiamo intesi? A Roberto si annunzia pulitamente la brutta notizia, però gli si aggiunge che si resta amici, che lo vogliamo veder sempre. Se quei due si debbono amare, si ameranno: è scritto. --Ma credi, cattiva Lulù, che le cose si metteranno bene? Sai che mi piacciono poco gli imbrogli. --O impersuadibile madre! O madre peggiore di San Tommaso! Ma sì, ma sì, te lo assicuro io, con la mia _provata esperienza_, che non accadranno scandali. Roberto è un gentiluomo, infine, e non pretenderà che, senza amarlo, io lo sposi. --Quello che mi sembra impossibile è l'affare di Sofia... --Nulla di più possibile che l'impossibile--rispose con gravita Lulù. --Cara, con questi assiomi! Suvvia; lasciamo fare al tempo; forse regolerà egli le nostre faccende. Ciò non toglie che tu sia una pazzerella. --Ed una capricciosetta... --Una testa senza giudizio... --Ed un cervellino bisbetico. Sono tutto quello che vuoi; fammi la predica, me la merito. Andiamo: non hai nulla più da dire? Io attendo. --Dammi un bacio e va a letto. Buona sera, bambina. --Grazie mammina. Buona sera. --Meglio così--diceva fra sè la buona madre.--Meglio così. Lulù è ancora troppo giovane. Si vedono ogni giorno le tristi conseguenze dei matrimoni senza gusto. Dio ci liberi! Meglio così. --Auff!--diceva prendendo fiato Lulù.--Che diplomazia ho dovuto spiegare, che arte per vincere la mamma! Sarei un ambasciatore perfetto io! Che trionfo, che trionfo! Altro che il trionfo d'amore! Questo è il trionfo di Lulù! Si fermò davanti alla porta della sorella ed origliò. Si udiva ogni tanto un sospiro represso: la povera Sofia aveva perduta la quiete. --Dormi, Sofia, dormi--mormorò a bassa voce Lulù baciando la serratura, quasi volesse baciare la fronte della sorella--quietati e riposa. Ho lavorato per te questa sera. E la generosa fanciulla si addormentò, contenta e felice per la felicità delle persone che amava. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Il tempo, il buon vecchio tempo, l'eterno e giudizioso galantuomo, ha fatto il suo còmpito. Lulù chiede a sè stessa, se una signorina che accompagna sua sorella sposa, deve portare un abito azzurro di seta, o semplicemente un _foulard_ paglierino con piccoli merletti. Vuol sapere da Roberto se vi saranno molti dolci da rosicchiare, e da Sofia se le donerà quel bel fazzoletto ricamato che sembra un soffio, una nuvoletta. Quei due che hanno conosciuto di quanto sia capace il cuore della fanciulla, sorridono della sua gaia spensieratezza, e l'amano, e la considerano come la loro Provvidenza. --Perchè io l'ho sostenuto sempre--dice Roberto Montefranco ad un amico, parlandogli del suo matrimonio--gli sposi debbono essere di carattere opposto. Gli estremi si toccano. Così s'intenderanno, si fonderanno, formeranno un tutto completo--mentre quelli di inclinazioni eguali somigliano due parallele: camminano insieme ma non s'incontrano mai. E poi, quando ci è l'amore.....! L'ho sempre detto! IL CRISTO DI SAVERIO ALTAMURA. Jésus, ce que tu fis, qui jamais le fera? Nous, vieillards nès d'hier, qui nous rajeunira? A. De Musset. Rolla. È una sala vasta, deserta, polverosa; qua e là sono aggruppati piedistalli di statue e qualche sedia sgangherata; la luce piove dagli alti finestroni e sembra grigia e fioca, mentre fuori riluce il sole invernale. Camminando in quel salone nudo ed oscuro si abbassa la voce o si tace, si prova un senso di stanchezza e di obblio, e, giunti all'ampio seggiolone che sta di fronte al quadro, si chiudono gli occhi senza volerlo, quasi ad attendere l'ultimo, il più dolce riposo. Ma convien ridestarsi subito, perchè il quadro è là, rimpetto a voi, grande, immobile vivente. * * * È un episodio della passione di Gesù: gli leggono la condanna dopo averlo flagellato. Sono ebrei--uno di essi dalle spalle tarchiate, dalle braccia nerborute, stringe un flagello, ed indifferente se la discorre con certi altri; un secondo flagellatore sghignazza orribilmente, ed alza la verga quasi volesse continuare ancora. Alla destra di Gesù è un tale che vuole spuntargli la tunica, a sinistra un altro che gli mostra con atto vero e vivace la condanna. Tutta questa gente, sebbene animata da sentimenti diversi, come l'odio, il disprezzo, la noncuranza, ha il tipo ebreo spiccato: carnagione bruna, soppracciglia vicinissime, sguardo falso; quello poi che ha in mano la carta è un fariseo, un ipocrita che si rivela: labbra strette su cui corre l'insulto, fronte bassa, mano rugosa. Guarda il Nazzareno con invidia e con ira: invidia per quella serenità pacata, ira perchè si vede vinto: e indica la sentenza. Ma il Nazzareno non lo ascolta, non lo guarda: pensa. * * * A che pensa? Forse agli sconfinati orizzonti della sua Palestina che non vedrà mai più, alle campagne ridenti, inondate dal sole, al lento volo delle azzurre tortore, alle limpide notti, al cielo stellato e profondo che tante volte ha interrogato con lo sguardo, al placido lago di Tiberiade: egli, che amò tanto la natura, pensa forse a tutto questo. O forse gli vengono in mente i cari compagni delle sue peregrinazioni, quelli che lo compresero e lo amarono; forse ricorda la dolce madre che dovette abbandonare così presto; forse colei che lo adorò sovra tutti: e pensa al loro dolore? No. In quello sguardo vi è qualche cosa di più largo, di più generale: quel Gesù pensa al suo ideale, s'inebbria di esso e dimentica l'individuo nell'universo. La fatale notte di Getsemani, in cui il dubbio lo ha sopravvinto, in cui ha visto scomparire l'anima e la sua immortalità, in cui ha sofferto lo spasimo dell'uomo che vede spezzarsi il suo sogno, quella notte è lontana: egli crede in sè, crede negli altri; ancora pochi giorni ed egli morrà; ma il mondo sarà scosso, rivoluzionato dal più grande concetto umanitario: la libertà delle anime. * * * Io non m'intendo di pittura e molto meno di disegno, non conosco le scuole antiche e moderne e mi affido al solo mio gusto: non so, quindi, se la luce sia giusta nel quadro del comm. Altamura, se le figure del _secondo piano_ siano proporzionate a quelle del _primo_, se le pieghe degli abiti siano armoniose e via discorrendo. Ma quando una pittura mi colpisce e mi commuove, quando io vi resto estatica lungo tempo davanti, dimenticando in quella sala vuota e fredda il mondo e la vita, quando la tela è illuminata da quel viso intelligente, pallido, buono, sofferente, quando in mezzo a quel gruppo di cretini, di ipocriti, di malvagi, veggo dominare viva e vera la persona del filosofo, del pensatore, del Grande Maestro, io dico che il pittore è un sommo artista, perchè ha raggiunto appunto lo scopo dell'Arte. * * * Filosofo! ho sognato su questa parola. Ho riveduto un altro paese bello e fecondo, culla della civiltà umana, ho riveduta la campagna sterminata e la lunga sfilata dei portici marmorei, sotto cui passeggiava gravemente un vecchietto circondato da molti giovani. Il vecchio anche parlava ad essi di libertà, d'anima, d'immortalità e quelli lo ascoltavano e lo amavano: come il Galileo, il vecchio maestro distruggeva gl'idoli antichi, annientava il passato e creava l'avvenire. Sola differenza: il vecchio ragionava, il giovane sentiva. Ma in Grecia ebbero paura come in Gerusalemme, carcerarono il vecchio e gli dettero la cicuta; ed il Nazzareno anche dovette morire. Così, attraverso il tempo, avevano comune il sacrificio ancora i due più grandi martiri dell'Ideale: Socrate e Gesù. IN PROVINCIA. Quelle due famiglie rivali rifacevano in miniatura le discordie dei Capuleti e dei Montecchi: solo, avuto riguardo alla civiltà dei tempi, invece di sparger sangue, spendevano e spandevano denaro. In cambio di morti, vi erano stati processi molti, lunghissimi ed intrigati; litigavano per dispetto, per ripicco, per rabbia; litigavano con quella cocciuta volontà di processi che è uno dei principali morbi della provincia. Come al solito si trattava di scioccherie; un filo d'acqua che prendeva cattiva direzione, una turbolenta capra che era saltata dal campo dell'uno in quello dell'altro, alcune oscure e stupide patate che sotterra, distendendosi, avevano annullato il confine. Su questo pioveva la carta bollata, gli uscieri si affaticavano a scrivere con quel loro stile, ultimo ricordo delle invasioni barbare, le sentenze si moltiplicavano, i processi si complicavano; i due avvocati si fregavano le mani per la gioia, e dall'aspetto che pigliavano le cose, erano sicuri di trasmettere come preziose eredità quelle liti ai loro figliuoli. Come era stata causata quella inimicizia fra i Pasquali e i Dericca non si poteva sapere chiaramente; da una parte e dall'altra vi erano affermazioni varie: soltanto era una inimicizia profonda e dichiarata. Essendo vicini di casa in città, vicini di terra in campagna, s'incontravano spesso, guardandosi in cagnesco; le donne sentivano la messa in due chiese diverse; se le fanciulle Dericca portavano abiti azzurri, le fanciulle Pasquali inalberavano subito il rosa; al consiglio municipale i Pasquali erano sempre conservatori ed i Dericca, naturalmente, sempre progressisti; quello che l'uno faceva, l'altro non avrebbe fatto per mille scudi; dove l'uno andava, l'altro non compariva. E poi pettegolezzi, maldicenze, mormorii, avidità di scandali, malignità: insomma quel corredo di piacevolezze che succedono in provincia fra due famiglie rivali. Su questo, Carlo, primogenito dei Pasquali e Maria, secondogenita dei Dericca, pensarono bene d'innamorarsi. Gli amori delle piccole città non hanno molta varietà: per lo più sono relazioni che cominciano con l'infanzia, seguitano nelle partite di _mosca cieca_ si manifestano solitamente nei balletti famigliari, continuano nel giuoco della tombola e si completano sempre davanti al parroco ed al sindaco. Sono amori risaputi, sorvegliati, stabiliti, registrati nelle entrate e nelle uscite della casa; protetti dai nonni brontoloni, dagli zii preti; conosciuti da tutta la città; amori senza nervi, senza lagrime, senza tenerumi, senza fantasticherie; qualche cosa di molto calmo, di molto lento, la cristallizzazione dell'amore. Ma Carlo Pasquali aveva avuto l'incomparabile fortuna di passare, in una volta, quindici giorni a Napoli, il che gli faceva guardar con disprezzo gli usi provinciali; ma Maria Dericca, la notte, ad un lumicino fioco, aveva pianto sulle sventurate eroine del Mastriani e le aveva invidiate nelle loro fantastiche passioni; quindi a quei due ci voleva un amore eccezionale. Fa prima uno sguardo furtivo, una paroletta mormorata pianissimo eppure intesa con singolare percezione, da colei che doveva udirla, un garofano caduto da un balcone per colpa sicuramente del vento, un subitaneo pallore di lui, un subitaneo rossore di lei; poi coll'intervento armato di un ferro da stirare di una biricchina quindicenne che andava a stirare in casa di Maria, un bigliettino, una breve risposta; una letterina, una letterona, ed infine quei volumi di otto o dieci foglietti che segnano il più alto punto della follia amorosa. Ahimè! furono brevi le gioie dei due giovanotti e rapidissimo giunse il dolore a dileguarle. Furono visti, spiati, le novelle giunsero ai relativi papà e tutti i fulmini delle ire paterne, inasprite da undici processi, caddero sulle teste dei poveri amanti. Si chiusero i balconi, fu messo il catenaccio alla porta del terrazzo, si contarono i garofani sulla pianta, le passeggiate furono proibite, o almeno fatte senza annunzio, l'ora della messa fu cambiata ogni domenica--ma quei due continuarono ad amarsi. I rabbuffi, le prediche, le proibizioni, le difficoltà, non valsero che ad infiammare il loro amore: la notte, nell'inverno, Maria si alzava, si vestiva, si avvolgeva in uno scialle, con le pianelle, rattenendo il fiato, tremante dalla paura, scendeva nelle scale, ad un finestrino del primo piano; l'amichetto era nella strada, addossato alla muraglia. Così conversavano per due o tre ore senza curarsi del freddo, della pioggia e del sonno perduto; conversavano senza vedersi, a cinque metri di altezza, tacendo ad ogni rumore di passante, riprendendo cautamente il discorso, col timore continuo che i parenti di Maria si alzassero e la ritrovassero in quel colloquio aereo. Ma che importava loro tutto questo? Avevano nel cuore la luce, il sole, la primavera, il coraggio, l'entusiasmo; venisse pure il re, non si sarebbero mossi. Invece il fratello di Maria, una notte che non poteva dormire, si alzò di letto e trovò la porta socchiusa, scese per le scale, udì un mormorio e colse la sorella sul fatto; poco complimentoso sbarrò le imposte sul viso a Carlo, dette uno schiaffo sonoro a Maria e se la riportò in casa. Dal mattino fu murata la finestruola del primo piano, malgrado la scala ne rimanesse un poco oscura. O voi, fedelissimi amanti che vi desolate nelle pene di un amor contrastato, immaginate la disperazione di quei due! Le loro lettere non si potevano più leggere, perchè le lagrime cancellavano le parole; filze di punti ammirativi da sembrare soldati prussiani sotto le armi, seguivano le diuturne imprecazioni alla sorte, al destino, al fato e ad altri esseri impersonali che non potevano rispondere; mille progetti fantastici erano creati, discussi e poi rigettati. Carlo avrebbe voluto fuggire con Maria, ma suo padre non gli lasciava danaro e sarebbe stato difficile riunire le nove lire e cinquanta per un viaggio in due sino a Napoli; pensarono per un momento al suicidio, ma.... trovarono che non risolveva le difficoltà. Poi a lungo andare il loro amore divenne sistematico, le imprecazioni furono sempre le medesime ed essi non poterono andare a letto senza aver _versato sulla fedele carta la piena del loro dolore_. Nel paese non si parlava che del loro incrollabile amore e dei loro tormenti; erano l'oggetto dell'interesse generale; se giungeva un napoletano lo conducevano a veder le rovine del loro anfiteatro e gli narravano il caso di Carlo e Maria. Quindi i due giovanotti, carezzati nel loro amor proprio, si atteggiavano ad un contegno di circostanza. Maria era pallida sempre, con un'aria malinconica, non sorridendo mai, parlando sempre alle amiche del suoi giorni senza gioia, rifiutando di divertirsi, contenta di somigliare tal quale ad una eroina del Mastriani. Carlo andava a fare delle passeggiate solitarie, era sempre di pessimo umore; ai balli non si moveva mai da un angoluccio, contento che intorno ad esso si mormorasse: Povero giovane, quell'amore sfortunato gli rattrista la vita! Nei circoli, nelle festicciuole, nelle visite, con la monotonia instancabile della provincia, ritornava sempre il discorso dei due amanti, e chi avesse qualche notizia fresca su di loro era accolto a braccia aperte: Carlo e Maria portavano dignitosamente il peso della loro popolarità. Infine, non so dopo quanti anni, quattro o cinque mi sembra, di questa lotta continua, di questi pianti cotidiani, di questo amore allungato, allungato, mantenuto vivo dai dissidi, le cose cangiarono di aspetto. Vi fu una brava persona--ce ne sono ancora--che con molti sforzi di loquela persuase i genitori che ai processi ci si rimetteva del proprio e molto, testimoni i due avvocati che si erano arricchiti alle spalle dei clienti; che quei due giovanetti si struggevano ed avrebbero dato nel mal sottile per quell'amore contrariato; le case erano daccanto; daccanto i possedimenti; Cristo aveva perdonato, perdonassero anch'essi, se voleano trovare perdono; tante ne disse, tante altre persone, mosse dall'esempio, ci si interposero, che le quistioni vennero ad una transazione, la quale aveva per primo capitolo il matrimonio di Carlo con Maria. Qui certamente tutti supporranno che i giovanotti furono consolatissimi e supporranno il vero: ma il mio obbligo di novellatrice sincera mi costringe a dire che nel loro primo colloquio libero regnò un grande imbarazzo. Si erano abituati a vedersi di lontano, alla sfuggita; a parlarsi da un primo piano alla strada, nella oscurità, falsando o smorzando la voce: si trovarono molto diversi, forse un po' ridicoli; non avevano argomenti di discorsi, tacevano spesso, affrettando col pensiero l'ora che dovevano lasciarsi. Non vi erano più imprecazioni e lagrime da mescolare con l'inchiostro, non si scrissero più. Tutto era libero, piano, facile davanti al loro affetto: non dovevano pensare alle sottigliezze per ingannare la vigilanza dei vecchi, non avevano più nessun gusto al mormorarsi qualche parola in segreto, non facevano più progetti ardimentosi per l'avvenire. Si sarebbero sposati prosaicamente, senza ostacoli, come tante altre coppie sciocche. Quei del paese non badavano più a loro; passata la meraviglia ed i commenti sul matrimonio, Carlo e Maria non destarono più l'attenzione, non si parlò più di essi, non si notò più il loro contegno; cessarono di essere additati come esempio di fedeltà. Adesso si portavano gli occhi sulla moglie del pretore che era accusata di avere una simpatia poco tribunalesca per il sostituito procuratore del re: caso gravissimo. I due amanti si sentirono abbandonati, una grande freddezza si ingenerò fra loro. Carlo trovava che le virtù della sua fidanzata, quelle virtù che rifulgevano nelle lettere, si appannavano nella casa; Maria pensava spesso che Carlo era un poco triviale nei suoi gusti e che finire con un matrimonio stupido un amore così tempestoso, era indegno di una lettrice del Mastriani. Vi fu fra loro qualche paroletta vivace sulle _illusioni smentite dalla realtà, sui miraggi, sugli inganni ottici_ ed altre punzecchiature simili; venne una questione, poi due, poi divennero quotidiane. Una sera Maria disse con voce irritata: --Carlo, lasciamo stare. --Lasciamo pure,--rispose lui senza esitare. Ed il giorno seguente partì per un viaggio d'istruzione; Maria andò a Napoli, presso una sua cugina, per pescarvi un marito eroico. Le famiglie si ruppero di nuovo: il padre di Maria aprì una finestra che dava nel cortile del suo vicino; costui per molestarlo fabbricò un colombaio i cui colombi scorrazzavano dappertutto; subito una citazione, una seconda, una terza, i processi ricominciarono, e questa volta, dicevano gli avvocati sorridendo, senza speranza di transazione. NEL BOSCO. Quando si entra nel parco, un vivissimo bagliore fa chiudere gli occhi;--ma si riaprono subito perchè si vuol vedere, si vuol sorridere, si vuole ammirare. L'animo è inclinato a trovare tutto buono e bello, la fantasia calza i coturni di festa, ogni pensiero di tristezza è dimenticato; si vorrebbe raddoppiare, triplicare la potenza visiva. Il paesaggio è vasto; sono viali interminabili, tracciati con un rettifilo egualissimo, bianchi, polverosi, senza un sassolino o una erbuccia parassita; ai due lati grandi prati di trifoglio, lasciato crescere a quattro dita da terra e che vi dà una uniformità di verde, senza la più piccola gradazione; a regolari intervalli, gruppi di alberi tagliati a capanne, a scaglioni, non un ramo fuori di posto; enormi masse di acque silenziose e con un moto così lento, che pare siano ferme--ed in ultimo un orizzonte largo, largo, aperto, che non cela nulla. Si guarda tutto questo, si vuole abbozzare un sorriso, ma riesce male, non è sincero; si pruova quasi un senso di delusione: si vorrebbe chiedere se _questo è tutto_ e non si osa per timore di sembrare ignoranti o incontentabili; si fissa ansiosamente l'angolo del viale, sperando di trovare dopo quello il nuovo, l'incantevole. Ecco, l'angolo è girato....: viali polverosi, prati di trifoglio, orizzonte senza fine; è sempre lo stesso spettacolo: allora quelle linee grandi, pure, armoniche, cominciano a stancarvi, a mettervi nell'anima una malinconia indefinita. Questa mestizia viene forse dagli alberi, che hanno un'aria saggia e riflessiva, come persone che abbiano esperimentato la vita; forse si eleva da quelle acque brune e senza riflessi che se ne vanno alla loro via senza fare scappate giovanili; forse è la luce sfolgorante, crudelmente ripercossa dai bianchi viali; forse è la inutile ricerca di un angolo fresco, ombroso, nascosto, dove riposare l'occhio--ed è forse tutto questo insieme. Perchè è lo spasimo della Natura a cui sono state imposte le leggi della prospettiva, della geometria, della idraulica e di non so quante altre orribili parole greche e latine; è la umiliazione, la sommissione di una potenza ad un'altra. Però la vittoria dell'uomo può paragonarsi ad una sconfitta; quello è uno spettacolo magnifico, ma non ha anima, è morto: in quel parco non vi è mezzo nè di amare, nè di sognare, nè di vivere.... --Queste,--ripete la voce fredda e cadenzata della guida--sono le reali delizie.... Se i re hanno solo quelle delizie là! * * * In un cantuccio semi-nascosto vi è un cancello. I visitatori l'oltrepassano di rado, perchè giunti a quel punto ne hanno già abbastanza e provano un desiderio vago di fuggire. Solo qualche testa strana, qualche _touriste_ infaticabile, malgrado abbia inteso che quello è il _bosco_ e che non ci si entra in carrozza, si decide ad esaurire le forze delle sue gambe e si fa aprire il cancello. Qui la vegetazione è libera, le piante crescono invadendo il regno dell'aria coi robusti polloni e penetrando la terra con le grosse radici: i rami si dividono, si moltiplicano, s'intrecciano allegramente. Le fronde salgono, scendono, fanno capolino dappertutto; sono brune in cima, pallide al basso, e presentano tutte le più delicate tinte del verde, da quello opalino, trasparente, aereo, sino al vigoroso e forte che quasi sembra nero. Il sole manda negli interstizi certi raggi sottili sottili che paiono capelli biondi luminosi, getta in terra tanti cerchietti lucidi che sono la sua piccola e ridente immagine; la luce è buona, la luce è soave nel bosco. Malgrado la stagione avanzata spuntano ancora gli anemoni, protetti dalla frescura, e le lucertoline brillanti schizzano tra le alte erbe--i sentieri non sembrano tracciati, vi sono labirinti, crocicchi, salite, discese; ogni tanto un vano azzurro che si allarga, si allarga: è la pianura inondata di luce; è scomparsa, ecco il bosco un'altra volta. Il bosco sorride, parla, canta: si odono dintorno lievi sospiri di benessere, voci indistinte e vaghe, confusi mormorii che sembrano parole di gioia balbettate da labbra infantili. Giungono odori forti e sani, leggermente aspri: sono i profumi energici di quegli alberi vigorosi, è lo scoppio della loro gioventù, è il succhio impetuoso di vita che sale in essi e rompe la corteccia. Calma meravigliosa in tanta vitalità--sicurezza profonda in tanta libertà. Allora l'azione benefica della natura si manifesta, l'uomo si sente sollevato, sulla fronte bruciata dal sole pare sia passata una mano leggera e carezzevole: entra in lui, per tutti i pori, una nuova parte di vita, di vita ridente e felice. Per la prima volta egli si trova davanti alla più sublime delle verità fisiche, perchè la luce, i profumi, i mormorii gli arrivano come palpiti, vibrazioni di aria; le sue sensazioni sono piene, complete, perfette, ed ognuna di esse riassume tutte le altre e tutte concorrono all'equilibro dell'anima e del corpo. L'uomo pensa; pensa alla stirpe dei primi, vigorosi terrigeni che adorarono la terra come madre e come dea; ai giocondi tempi dì Evandro e di Saturno; pensa alle foreste ombrose, alle sconfinate pianure, alle montagne nevose, a tutti i liberi svolgimenti della natura. L'uomo ama e sogna nel bosco, dove ride la luce e si nasconde la pervinca. E quando domani ritornerà alle strade rumorose, alle sale soffocanti, alle veglie prolungate, porterà in sè un ricordo pieno di soavità e di freschezza; la buona Natura, avrà messo una _nota di verde_ nella affannosa ed incessante lotta dell'esistenza. _Bosco di Caserta, giugno 1878._ NUOVA CACCIA. Oh, i bei tempi delle antiche caccie! Lunghissime corse dietro una problematica lepre o una volpe astutissima, colazioni succolenti e sonni profondi, campagne, boschi, colline, dove siete più? La civiltà vi ha distrutte, o belle caccie dei nostri padri: la civiltà, col suo noioso fumo della vaporiera, con le sue armi di precisione, con le sue larghe strade, con le sue nuove occupazioni. Non vi sono più caccie: le ultime si sono rifugiate fra le montagne del Tirolo, in Russia, in Africa, ma da noi l'è finita. Adesso quasi nessuno più si alza allo spuntar dell'alba, per infilare la giacca e gli stivaloni, e ponendosi ad armacollo il fido fucile andarsene a minacciare le filosofiche riflessioni di un tordo o le rumorose moine di una pernice: bisogna andare alla Borsa, al giornale, al circolo, al caffè, soffocare in una sala angusta, piena di fumo e di malignità che si svolge nell'ambiente, opprimersi il cervello con le solite notizie, le usate ed abusate freddure, i quotidiani scandali; fare una cattiva colazione, un peggior pranzo: e poi di nuovo là, donde si esce affranti senza aver camminato, stanchi senza aver lavorato, vuoti di spirito ed annoiati--Oh la civiltà, miseria della nostra epoca! * * * Così è, non si va più a caccia. Mentre gli antichi uomini si contentavano di essere grandi cacciatori davanti a Dio, i nostri moderni vogliono essere grandi pubblicisti, grandi statisti, grandi professori, grandi... qualcos'altro, davanti ad un Dio qualunque che molte volte è la società, spesso il denaro, spesso sè stessi, raramente quel di sopra. Ma io casco nell'enfatico; andiamo al fatto. La caccia non ci è più, ma la caccia ci è. Paradosso. Sorriso ironico ed incredulo del lettore. Mia spiegazione: la caccia non è più nelle campagne, ma si è rifugiata nelle città, la materia deve avere un posto: se la si leva da una parte, essa spunta dall'altra--benedette lezioni di fisica! Dunque s'è fatta cittadina e quindi messa in fronzoli e nastri, nè vi garantisco che non usi la simpatica _veloutine_: in città si acquistano tante belle abitudini: tutto sta ad intenderle subito. Ma, venendo al sodo, non si tratta della eterna caccia che danno le signorine alla difficile selvaggina che è un marito, nè di quella che i creditori fanno agli innocenti debitori, non è neanche caccia alla eredità, al testamento, agli onori, alle cariche. È un'altra caccia. Chi la vuol sapere, legga più basso. * * * È la _caccia al lettore_. Sì, lettore umanissimo, tu sei l'oggetto della caccia dei letterati, poeti, giornalisti, filosofi, scienziati. A te sono dirette tutte le colossali lettere dei cartelloni, le microscopiche lettere dei cartellini, i trasparenti, le pioggie colorate, tutti gli infiniti e molteplici aspetti della _rèclame_ e della _claque_. Per te gli autori si inginocchiano nelle prefazioni, negli _avant-propos_, nelle platoniche dediche--per averti s'inventano i mille _trucs_ degli abbonamenti, le promesse dei premi favolosi che superano di gran lunga il prezzo che tu sborsi, quasi che il giornale volesse avere il piacere di farti un regalo: curioso disinteresse! Poi le sciarade, immenso campo dove il lettore potrà, mediante un piccolo sforzo di memoria, indovinare, rimanere vincitore, e di che premio! vi so dire. Lettore, per te si fabbrica, per te si traduce, alcuni hanno anche l'ingenuità di creare; per te si legge e per te si scrive; per te si scarabocchia, per te si _toglie_--onesta parafrasi--dagli altri giornali--e tutta questa roba mischiata, unita, condita col pepe di uno scherzo, col sale di una riflessione, con l'olio della raccomandazione alla tua _benignità_, ti vien presentata con un inchino, con un sorriso--si vuole che tu legga. Tu non leggi--o uomo di poca fede! * * * Non si legge, non si legge--ecco il secreto tormento di coloro che invece d'imparare un utile mestiere, hanno avuto la felice ispirazione di volere _scrivere_. Il _lettore_ è sparito dal mondo--oh legge sulla istruzione obbligatoria! Come faranno dunque tutti questi nuovi ingegni che hanno assolutamente la smania di comunicarci le loro idee? dove è il pubblico per tanti attori? Io moltiplico gli ammirativi e gl'interrogativi, ma la punteggiatura non è un rimedio, tutt'altro; la piaga rimane la medesima. E dire che del lettore si ha assoluto bisogno, lo si cerca, lo si vuole, lo si va cacciando--e lui duro, ostinato, incredulo, fugge, si nasconde, evita i colpi, para le botte e tira via. E così si vede quell'essere spesso innocente, forse involontariamente colpevole, che è uno scrittore letterario, salutare cortesemente la figlia del portinaio che trova leggendo un romanzo--è una lettrice futura remota; quell'altro bipede implume, grande fabbricatore di _pettirossi_ e di _carote_ che è il giornalista, proteggere modestamente lo speziale dell'angolo che dovrà leggere il suo articolo sulla tassa degli zuccheri--il professore sorridere all'alunno che ha comperato il suo libro--Sono tutte armi quel saluto, quella protezione, quel sorriso; si semina per raccogliere che se poi non si raccoglie nulla, incolpatene la cecità del pubblico poco disposto ad essere illuminato anche _gratis_. * * * Vi dovette essere qualcuno che t'insegnò tanta malizia, o lettore--devi avere qualche segreto potere che ti fa forte contro le infinite tentazioni della penna, contro le molteplici e svariate seduzioni che dalla mattina alla sera sono la ricerca degli scrittori: tu sorridi quando ti si chiama _benigno_, _benevolo_, _simpatico_, quando ti si dice bella lettrice; sorridi e passi avanti. Non ti curi della lunga schiccherata di collaboratori che sfilano nei programmi delle riviste, bada, nei soli programmi, quasi che tu sapessi essere quello un mezzo di comprare la gloria, tanto per la rivista quanto pel collaboratore--Tu non cerchi vedere chi si nasconde sotto la moderna invenzione, lo _pseudonimo_; sai forse che lì dietro vi è quasi sempre un nome ignoto, di cui non si deve aver che fare, se lo si lascia tanto comodamente? Tu non sai che farti dell'amore dei libri; ami forse, ma non in quel modo: nè vuoi essere data la legge. Non t'importa che la cronaca ti dica che la gente onesta, pulita, che si rispetta, va a Castellammare o a Montecatini; tu resti un galantuomo, prendi l'asino e te ne vai sul Vomero. Il giornale ti dice di votare pel tal dei tali, tu non ne fai niente. Dimmi, chi ti insegnò queste cose, o lettore? La tua scienza tanto sottile, tanto astuta, tanto fine, dove l'hai trovata? * * * Questa volta, a furia di girare e di rigirare la questione, credo di averne rinvenuta la molla segreta e i miei punti interrogativi troveranno una qualunque risposta--se non piace loro, che si stiano. Dunque, studiato, paragonato, osservato tutto, risulta: che si legge poco, perchè si scrive troppo. Che novità, eh? Ma la è così: il campo del pubblico si assottiglia, quello degli scrittori aumenta, ma in quantità non in qualità. Ognuno vuole spifferarci la canzone, la poesia, la novella, il romanzo.--Dopo aver letto le gioie del signor Caio, bisogna sorbirci le disperazioni del signor Sempronio e le bestemmie di quell'arrabbiato di Tizio! I circoli, le associazioni, le scuole, i premi accrescono la terribile mania e siamo inondati di genii in erba, incompresi... perchè non sanno la grammatica--ed atei... perchè non hanno di meglio a fare.--Dinanzi a questa irruzione, il pubblico si arretra, si spaventa, si annoia, perde la fiducia e non legge più; apre i libri quando sono firmati da nomi che conosce, compra il giornale che ha l'abitudine di portarsi a casa, ma davanti all'ignoto, di fronte alla _x_ incognita, fa il niffolo e rifiuta. * * * Malgrado questo, la caccia continua, i cacciatori sono accaniti, pazienti, non si scoraggiano, non lasciano la traccia--la selvaggina non si trova, non ci è; è dileguata, scomparsa. E la sorte delle lettere, e l'arte? Mah!..... Dategliele queste lettere, quest'arte, e vediamo se quel caro pubblico dirà di no; ma, a conti fatti, bisogna persuadersene: per _fare_ un libro ci vogliono due persone: l'autore ed il lettore. Nevvero, signor lettore? Nessuno mi risponde: ecco una caccia perduta. ACACIA. Acacia, amor platonico _Linguaggio dei fiori_. Si vedevano in mezzo a molta gente, si scambiavano un saluto breve e distratto, sedevano sempre lontani. Fra loro non ci erano nè sguardi, nè sorrisi. Si conoscevano solo di nome, nulla avevano di comune. Egli, Renato, venuto dalla nativa Germania, diviso dai suoi cari, sotto l'affannoso ricordo di dolori recenti, era serio e grave per natural costume; e frequentava gli allegri ritrovi per non attirarsi la taccia di misantropo. Ella, Cherubina, una fanciulla umile e timida, slanciata nella società prima del tempo, afferrata dal vorticoso turbine del mondo, era piena di stordimenti e di paure. Alla sua delicata natura, alla squisita sensibilità del suo cuore, convenivano meglio la pace ed il silenzio della casa, ma le sue allegre e robuste sorelle se la trascinavano dappertutto; essa che le amava, non osava dire di no. Sibbene, ai balli, ai teatri, ai rumorosi divertimenti, in mezzo ai piaceri, ella portava i suoi occhioni sorpresi ed un volto che arrossiva alla minima emozione. Ma Renato non sapeva di lei, lei nulla aveva indovinato di Renato--erano estranei. Il caso solo li riuniva nelle sale illuminate, ricche di fiori e di donne: il caso li faceva incontrare nelle vie, dove il mondo felice trascina il suo fasto; il caso solo si compiaceva mettere faccia a faccia la timida giovinetta ed il giovane serio e grave. Essi non si ricercavano. * * * Eppure, nel profondo segreto del cuore, Renato amava la fanciulla. Quel cuore che aveva tanto sofferto, in cui si erano scatenate le tempeste della passione e dell'ambizione, quel cuore che aveva palpitato e pianto, riuniva tutte le sue forze di affetto per amare Cherubina. Era un amore intelligente, cioè amore di uomo che ha già amato, amato con la mente, coi sensi, con l'anima e che finisce per riunire in una sola tutte queste espansioni. Era singolare: egli non aveva alcun desiderio di manifestarsi, non lo premeva l'ansia di conoscersi corrisposto. Forse era sicuro di non poter mai risvegliare un affetto simile al suo; forse, con una sublime astrazione, più che la persona, egli amava l'amore. Nelle lunghe veglie invernali, solo, nella sua camera, egli vedeva apparire il volto gentile della fanciulla; egli parlava a quel fantasma, a quel fantasma che egli solo poteva evocare, che era suo, che egli creava dal nulla. Ma la luce mattinale scacciava le ombre, il sognatore ridiventava uomo, e quando Renato rivedeva Cherubina, la Cherubina reale, poteva, senza dolore, non guardarla, non rivolgerle una parola: tutta la notte egli l'aveva adorata, le aveva bruciato l'incenso dell'amore. A che serviva la realtà? Nulla poteva dargli più dei suoi sogni, e forse poteva distruggerli. La fanciulla delle sue notti era una splendida immagine senza macchia e senza debolezze; mentre forse la vera creatura era una semplice e limitata donnina. * * * La buona fanciulla che nulla sapeva di sogni e di visioni, che si lasciava condurre ai balli come un agnellino ubbidiente e che al ritorno, toltisi i fiori dai biondi capelli, mormorava le sue infantili preghiere, la buona fanciulla voleva bene a Renato. Però, siccome non era certa che l'amore fosse o no un peccato grave, così si teneva bene stretto il segreto nel piccolo cuore; si nascondeva, credendo far male; chinava i grandi occhi ed arrossiva più che mai. Invidiava la franchezza delle sorelle ed avrebbe voluto dirgli una parolina dolce; ma aveva tanta vergogna, tanta vergogna! Ci era in lei un indistinto sentimento di pudore, quasi che l'amore le completasse e le rivelasse il segreto della vita: certo non osava guardarlo. Non aveva più la mammina, quella cara mammina, al cui orecchio essa aveva mormorato tutti gli ingenui desiderii della infanzia; la mammina se n'era andata e la Cherubina non diceva nulla a nessuno; anzi tremava tutta al solo pensiero che _egli_ comprendesse qualche cosa; e si sedeva in un angolo recondito, lontana dai pericoli. Passò tanto tempo. Una sera--in un ballo--Cherubina era intenta a rialzare i petali dei suoi fiori, fiori che appassivano in mezzo ai lumi ed ai profumi artificiali; Renato, alle sue spalle, discorreva con un amico. --Sai? parto--disse. --Torni presto? --Non so, non lo credo. La fanciulla si morse il labbruccio e rimandò indietro le sue lagrime; ebbe il coraggio di non voltarsi e di continuare a gingillar co' suoi fiori; anzi provava un piacere acre in quella sofferenza. Certo, l'amore era un peccato e doveva subirne la penitenza. Renato partì amandola. Non si dissero neppure addio. Essa pregò per lui; egli portava seco il suo diletto fantasma. * * * Due volte si rividero, due volte si lasciarono e gli anni scorrevano. La gioventù di entrambi declinava; le belle ore, le ore delle liete e serene speranze fuggivano per rientrare nel passato; essi passavano volta a volta per le tristi e gioconde vicende che sono di ogni uomo, essi vivevano e la gioventù moriva. Già i volti perdevano la freschezza, già il corso dei pensieri diventava meno tumultuoso, già la vita si faceva più lenta, più lenta. Ma rivedendosi, essi non si trovavano cangiati, perchè serbavano in cuore una eterna giovinezza ed apparivano l'uno all'altra come nei primi tempi del loro amore silenzioso. Avevano serbata la fede senza averla giurata, erano rimasti fedeli ad una idea; Cherubina, prima fanciulla, poi donna, non aveva conosciuto, non aveva nutrito che quel solo affetto, ed era quell'affetto che le faceva brillare gli occhi di una luce dolce e soave, era quell'affetto che rendeva così trasparente la sua pallidezza fino a farle mostrare l'anima, se fosse stato possibile. Portava in sè stessa un tesoro di slanci, di speranze, di aspirazioni; sentiva il cuore dilatarsi sotto la soverchia ricchezza di amore, ed intanto provava una compiacenza a tacere, a restarsene, come sempre, muta in un angolo recondito, calma in apparenza, ma vivendo di una alacrissima vita interna. E Renato immerso nelle ardenti lotte della scienza, consumato dalla sete dell'ambizione e del potere, nella parte di sè stesso più sconosciuta portava una immagine fresca e sorridente, una immagine che egli era sempre rifuggito dall'incarnare. Ci fu un momento, un giorno, in cui si trovarono di fronte, soli, liberi, senza doveri. Avevano la pace nel volto, ma non nello spirito e l'amore si precipitava alle labbra, quasi ad una meta lungamente anelata. Ebbene, quel momento, quel giorno, essi rimasero freddi, muti, indifferenti. Non trovarono parole, non trovarono sguardi, non li aiutò nè raggio di sole nè profumo di fiori--la natura non voleva forse. Si lasciarono, ritornando ai loro sogni, pentendosi di quel momento in cui avevano arrischiato di perdere il loro tesoro, rivelandolo. Gli anni passarono--morirono. * * * Costoro il pazzo mondo chiamerà pazzi e sorriderà della loro follia; ognuno che abbia il cosidetto _buonsenso_ li dirà imbecilli e si stringerà nelle spalle per compassione. Eppure, io so che essi furono felici nel loro silenzio, più di molti altri che delirarono nelle ebbrezze di un amore confessato e corrisposto; e che uno dei loro sogni valse più che mille ardenti realtà. Io so che essi non soggiacquero alle volgarità della vita, e che, rispettosi, non circoscrissero il loro affetto in una cerchia gretta e meschina, dove lo avrebbero veduto morire di sazietà. Perchè il poeta ha detto che vi sono idee vaste, sconfinate, infinite, che non possono sottomettersi a nessuna forma umana. Forse una di queste è l'amore, il quale è tanto più grande in quanto è inviolato; e forse in questa perenne violazione che ne fanno gli uomini, è il segreto della sua morte. UN INTERVENTO. I. Guido aveva quel giorno l'aspetto di un uomo felice: fronte serena, occhi e labbra ridenti, andatura svelta e spigliata. Ritornava da un banchetto politico--in questo caso la parola _pranzo_ è troppo volgare--dove alle frutta aveva minutamente spiegato ai suoi elettori futuri il suo programma: gli applausi erano fioccati, la cucina del cuoco, lo _champagne_ ed il programma del candidato avevano prodotto molta impressione: l'elezione era assicurata. La sera poi, Guido sarebbe andato ad un ballo, dove avrebbe incontrato la baronessa Stefania, una crudele che cercava da un mese un pretesto dignitoso per lasciarsi intenerire: forse durante un _waltzer_ di Metra o in una visita poetica al _buffet_, il pretesto si sarebbe offerto da sè: la misericordia divina è così grande! Aggiustati quindi i suoi affari pubblici ed intimi, Guido rientrava per dormirsela un'oretta, come il grande Napoleone alla vigilia di non so quale battaglia. Ma Giuseppe, un servitore vecchio e fedele, come se ne trovano ancora pochi, Giuseppe rimaneva in posizione rispettosa davanti al padrone; sul suo volto si leggeva il desiderio di dire qualche cosa. --Ebbene?--chiese Guido, che se ne era accorto. --Chieggo scusa al signor padrone.... volevo dire.... --Purchè tu lo dica presto. --Il signor padrone ricorda che giorno è questo? --No, Giuseppe, no. --Oggi è il suo compleanno.... --Ah!--fece soltanto Guido, la cui fronte si rannuvolò. --Altre volte.... ai tempi di qualcun altro.... in questo giorno eran fiori dappertutto.... --....Erano, non ci sono più!--osservò Guido con una leggiera mestizia. --Ci sono, ci sono--disse il vecchio servo smascherando un grosso mazzo di fiori che troneggiava sopra una mensola. --E chi?...--domandò Guido, ma guardando il volto umile e sorridente del servo, comprese subito.--Tu, Giuseppe? --Il padrone.... scuserà.... --No, non vi è bisogno di scusa. Ti ringrazio: mi hai fatto piacere con quei fiori. E il candidato al collegio di Roccacannuccia ed al cuore della baronessa Stefania, si commosse, pensando che nel suo compleanno, al solo servo era venuta la gentile idea di un dono di fiori. Ma fa una lieve emozione, perchè anzitutto Guido era un uomo di spirito. Ora chi appartiene a questa onorevole e ristretta classe di persone, ha il diritto di commuoversi ogni tanto, ma a patto che lo faccia brevemente, senza dimostrarlo all'esterno, e che dopo sia pronto a sorriderne. --Io vado a dormire un poco--riprese Guido;--mi sveglierai alle sette e mezzo. --Sarebbe meglio che il signore non dormisse. --E perchè, savio Giuseppe? --Perchè stamane, mentre in casa vi era soltanto Girolamo, è venuta una signora. Quando ha inteso che il padrone era uscito, essa ha detto: «Benissimo, appena sarà di ritorno, ditegli che verrò nuovamente questa sera alle sei, che mi attenda ad ogni costo, perchè debbo parlargli di un affare urgente». Ed è andata via. --Bravo! ed il nome? --Non ha voluto lasciarlo. --Uhm! roba misteriosa, qualche rondinella pellegrina. Girolamo ti ha detto almeno.... di che si trattava? --Sì: giovane, alta, bruna, vestita con molta eleganza. --Di bene in meglio. La mia curiosità è stuzzicata. E tu credi, Giuseppe, che per questa incognita io non debba dormire? --Sono le sei. Se essa è puntuale, il padrone non avrà neppure il tempo di stendersi sulla poltrona. --E va bene, facciamo questo sacrificio alla Dea ignota. Giuseppe, dammi i giornali, attenderò leggendo. Una bruna ed alta! giusto, Stefania ha i capelli biondo-ardenti; sarà un diversivo. Qui la lettrice alzerà gli occhi dalla pagina e penserà che Guido minaccia di essere un Don Giovanni; niente affatto. Non nego che ai suoi venti anni Guido era tanto ricco di cuore da adorarne anche tre alla volta; ma poi era venuta la sua grande passione in cui ce lo aveva rimesso tutto il cuore, poi per una sciagurata combinazione la felicità era crollata come un castello di carta e la grande passione soffocata e seppellita nel passato. Dopo due anni impiegati a farla morire, Guido aveva ripreso la sua vita da giovanotto, un po' qua, un po' là: ma erano fuochi di paglia. --Signore, signore--disse Giuseppe, rientrando tutto turbato. --È venuta? --È in salotto. --La conosci tu? --No, no.... non la conosco--rispose il servo balbettando. Ma il padrone era già presso la porta del salotto, dove si fermò un momento per contemplare l'incognita. Costei stava ritta presso il tavolo sfogliando l'_album_ delle fotografie; voltava le spalle alla porta, sicchè non si distingueva altro che una figura alta e graziosa, vestita di un ricco abito di seta nera, carico di merletti. --Signora....--disse Guido, avanzandosi. Quella si rivolse subito: Guido provò come una scossa elettrica, e per celare la grande meraviglia che gli apparve sul volto, fece un profondo inchino. --Non disturbo?--chiese ella, sedendosi con molta scioltezza, dopo aver risposto al saluto. --Per nulla; sono a vostra disposizione. --Peggio per voi se questo è un complimento; io sono disposta a profittarne. --A mio rischio e pericolo dunque--replicò Guido sorridendo--compiacetevi di parlare. La signora (in confidenza si chiamava Emma) carezzò un poco il pelo morbido del suo manicotto; pareva che, sicura delle sue idee, cercasse una forma efficace ad esprimerle. Guido si distraeva a guardarla; era proprio lei, sempre bella, sempre affascinante come il primo giorno che l'aveva vista; anzi adesso gli appariva completa, perfetta. Il profilo sempre puro era più deciso, più fermo; la carnagione bruno-pallida si era colorita di una leggiera tinta rosea; gli occhi che prima erano soltanto vivaci, avevano preso un'espressione profonda; quella donna aveva vissuto e sofferto. --Avete mai recitato la commedia?--chiese lei infine. --Si vive nel mondo, signora.... --E si recita da mane a sera. Benissimo, vedo d'aver fatta una domanda inutile. Dunque domani la reciterete ancora; ma vi avverto che avrete una parte seria e che il successo sarà difficile a conseguire. --Tutto dipende dagli attori e dal pubblico. --Avrete me a compagna. --Conosco la vostra valentia. --Nel fingere? --Nel recitare. Sarà un proverbio? --Sì, ma senza la moralità negli ultimi due versi. La moralità è nello scopo della rappresentazione: si tratta di un'opera pia. --Viene da voi--disse Guido con una velatura d'ironia. --Vale a dire? --Che voi siete pietosa; e che io non capisco ancora. --A momenti. E ditemi.... siete in corrispondenza con mio padre? --Sempre; ma saranno ora due settimane che non mi scrive. --Invece io ho ricevuto ieri una lettera. Mi scrive che sta bene e che domani arriverà a Milano col treno delle dieci e venti. Questa volta Guido non credette dover celare la sua sorpresa. --Domani? --Proprio domani. --Vostro padre che non si muove mai? --Si trova di passaggio per andare a Napoli e fa una breve diversione per vedere.... --Sua figlia.... --E suo figlio, dice lui. --Sicchè? --Sicchè ci troviamo in un grazioso impiccio--disse Emma distendendo il piede sopra uno sgabellino di velluto. --Lo chiamate _grazioso_? --Non sono solita a pronunziar paroloni. Pure bisogna trovare un rimedio. --Io non ne veggo. --E siete un uomo politico, un uomo di spirito? A che vi giova aver imparato l'arte dei sottili sotterfugi, delle transazioni delicate, delle frasi leali e.... molto diplomatiche? --Se continuate così, io troverò molto meno il rimedio. --Bah! io l'ho trovato. --Lo sapevo. --Siete cortese anche nell'intenzione. --Vorrei esserlo nei fatti per voi. --Vedremo. Dunque vi diceva che un mezzo c'è. Eccolo qui: io, a niun costo, voglio fare sapere a mio padre la verità.... --La triste verità. --Aggettivo inutile. Mio padre ne soffrirebbe molto ed io avrei un rimorso cocente della sua sofferenza: le colpe dei figli non debbono essere piante dai padri. Finora, per le mie cure e per le vostre, per la lontananza, per la nessuna conoscenza che egli ha di persone milanesi, gli è stato risparmiato questo dolore. Ma domani, tutto questo bell'edifizio di pietose menzogne cadrebbe, e sa Dio quali ne sarebbero le conseguenze. Occorre impedire ciò assolutamente; voi mi aiuterete in quest'opera. Che egli ci ritrovi domani insieme come ci ha lasciati; che non una parola, non un gesto gli riveli il vero stato delle cose: ecco quanto dobbiamo fare. Tutto questo era stato detto con voce seria e grave, e seriamente Guido lo aveva ascoltato. Pure non rispose subito: rifletteva. Emma s'impazientì: --È la commedia, come vedete--essa riprese.--Una commedia per beneficenza, non vi dovrà costare tanto. --Per me sono pronto. Non temete che avvenga qualche equivoco? --Quale? --I servi.... --Darete licenza per domani al nuovo servo che ho trovato stamane. A Giuseppe parlerò io. --Benissimo: e se viene qualche amico importuno? --Per domani non riceverete. --Suppongo che andremo a prendere vostro padre alla stazione e che ve lo ricondurremo; la gente che ci vedrà uniti, che dirà? --La gente non ci vedrà; andremo nel _coupé_ e di corsa. --Vostro padre resterà qui una giornata: per quanto sia buono ed ingenuo, credete che non si accorgerà di trovarsi nella casa di uno scapolo? --Questa sera farò portare qui il mio tavolino da lavoro, i miei libri e la mia musica: sarà la _messa in iscena_. --Pure.... --Vi è forse qualche cosa di cambiato nelle camere? --Nulla vi è di cambiato--rispose Guido con voce grave--la vostra camera è intatta, quale la lasciaste. --Fate del sentimento? --V'ingannate, fo del rispetto. --Grazie; avete altre obbiezioni? --Nessuna più: resta a vedere se saremo capaci d'ingannare il bravo signor Giorgianni. --Facendo gli sposini affettuosi? Ci ricorderemo i tempi antichi: le scioccherie del primo anno di matrimonio--disse con sarcasmo Emma. --Io le aveva dimenticate--rispose prontamente il marito. Si guardarono in viso, scambiando un'occhiata da duellanti che si riscontrano di prima forza. --Ma forse io sono un'egoista, a pretendere di sequestrarvi per una giornata intiera. Domani non avete altri impegni? --No, alcuno: avendone, li lascerei. --Grazie, di nuovo; per questa sera, poi, siete assolutamente libero: io non ho bisogno di compagnia. --Come, di compagnia?... --Certo, io rimango qui stasera. Attendo le mie robe, come vi ho detto: ed intanto mi occuperò ad ordinarle, a disordinarle in modo che sembrino essere state sempre qui. Ma a voi non voglio dare maggiori fastidi; uscite, ritornate a quell'ora che vi piace: fino alle dieci di domani siete un cittadino indipendente. --Infatti dovrei andare ad un ballo; pure, se volete, rimango. --E perchè? dovremmo fare conversazione, e fra noi non ci è da dire niente più. --O troppo; avete ragione. Sicchè chieggo permesso per andare a vestirmi. Emma s'inchinò e Guido uscì, come un uomo scevro di cure e libero di spirito. Ma dentro era un po' scombuiato; infatti l'avventura era meravigliosa ed egli ci pensava, ci mulinava tanto che al ballo fu distratto in modo deplorevole. La baronessa Stefania gli gittò sguardi fulminei che egli ebbe l'impertinenza di non vedere: anzi, profittando di una quadriglia che teneva occupata tutta la sala, egli se ne andò senza salutare nessuno. Ritornato a casa, si ritrovò in un ambiente trasformato, insolito, nuovo, era stata data aria al grande salone, chiuso da tanto tempo; nella camera da letto erano accesi i lumi, gli armadii erano spalancati, si sentiva un sottile odore di violetta. Nel salottino il pianoforte aperto e la musica squadernata sul leggìo, dei fiori freschi nei vasi, cangiato l'ordine dei mobili, ed Emma in veste da camera, che si adergeva sulla punta dei piedi per prendere una statuetta da un'_étagère_. Era un sogno quello? Emma in casa che lo attendeva... cioè i tre anni di assenza cancellati, cancellato quel doloroso giorno della separazione... che follie! --Buona sera--disse Guido e passò. --Buona sera--rispose lei senza voltarsi. II. Mi è d'uopo confessare, che malgrado la stranezza degli avvenimenti, malgrado i dubbi del domani, in quella casa, per quella notte, non ci furono insonnie, nè guanciali bagnati di lagrime. Emma era persuasa che la commediola da rappresentarsi non avrebbe cangiato nulla all'avvenire, e Guido aveva dal canto suo la medesima persuasione; si conoscevano troppo bene e sapevano che nulla, nulla poteva più riunirli. Emma, entrando nella sua antica camera, pensò di essere all'albergo; e Guido nella sua si addormentò dopo tre pagine di Herbert Spencer (non intendo calunniare il filosofo, ma il mio eroe avea sonno). Era vero, nulla poteva più riunirli. Per maritarsi avevano commesso mille stranezze: Guido era corso dietro ad Emma da Firenze sino a Napoli, aveva passati tre mesi sotto le sue finestre; Emma gli scriveva ogni giorno una lettera di otto foglietti e stava tutta la notte sul balcone. Il padre di lei, un po' di buona voglia, un po' per forza, finì per consentire come consentono tutti i papà di questo mondo. In fondo, in fondo, egli era una bravissima persona ed aveva tergiversato perchè gli doleva di allontanarsi dalla figliuola: pure, temendo di vedersela ammalare, disse di sì. I due sposi, schiettamente felici, si adorarono per tre anni di seguito. Non dico che mancassero fra loro le questioncelle, le gelosie, sovratutto da parte di Emma. Essa possedeva un carattere estremo, orgoglioso, irruente; non sapeva amare o odiare a mezzo: invece Guido le si opponeva con quella tinta di freddezza, con quel sorrisetto menomatore ed ironico dei caratteri medii. A volta si urtavano vivamente, ma la pace dopo sembrava più bella. Un giorno, non so come, Guido ritrovò un'antica fiamma; si rividero, ricordarono, ci corse un biglietto ed un convegno. Guido vi si lasciò trascinare più per debolezza che per un trasporto; più di tutto si vergognava della figura di collegiale. Come lo seppe Emma? Fu un servo imprudente, un'amica zelante, una lettera smarrita? Non si sa, ma fu per certo una prova sicura e lampante: perchè tutto l'amore cieco ed ardente che sentiva per suo marito, le si convertì in un freddo disprezzo. Non trovò per lui una scusa, si sentiva ferita a morte nel suo affetto e nel suo orgoglio di donna felice. Fece venire suo marito e con una calma meravigliosa, senza che mai la voce le tremasse, gli annunziò che si sarebbero divisi senza strepiti, senza scene. Egli strabiliò, per la sorpresa; volle reagire, sorridere, prenderla sullo scherzo, attenuare la sua colpa, ma la moglie gli rispose così fiere e severe parole, che egli dovette tacere. Gli pareva ridicolo continuare a giustificarsi, accettò tutte le condizioni da lei impostegli e la lasciò andar via: la giudicò una donna superba e disamorata. Cercò distrarsi, come ho detto, negli affari, nella politica, negli amoretti; assunse un contegno franco, fece il trascurato e lo scettico; ma solo, in compagnia della sua coscienza, sentiva che la sua vita era infranta e rovinata. Rivide la moglie due o tre volte, di lontano: si salutarono come due persone che appena si conoscono, l'uno non cercava mai dell'altro; del resto essa faceva una vita molto solitaria, non frequentando mai i teatri e le feste, mentre egli si gittava a capofitto nei rumorosi divertimenti. Si trovavano di accordo in un solo punto: scrivere al padre come se nulla fosse stato; vale a dire notizie stereotipate. Per esempio, Guido scriveva: «Emma sta bene, credo che vi abbia scritto, vi saluta tanto, abbraccia sua zia.» Ed Emma: «Guido sta benissimo, è molto occupato, non potrà accompagnarmi ai bagni.» Così, reggeva, attaccata ad un sottil filo di seta, la felicità del signor Giorgianni. Nel rivedersi, dopo quell'ultima e crudele giornata, marito e moglie furono molto turbati. Per venire in casa del marito, per vincere le sue esitanze, per assumere quel contegno gaio ed ironico, Emma aveva dovuto domare il suo orgoglio. Per mio padre, per mio padre! andava ella ripetendo per darsi coraggio, ma quello che l'aveva più sollevata fu la gentile freddezza di Guido. Il loro era stato un dialogo cortese, ossequioso, senza allusioni al passato od all'avvenire, salvo qualche frizzo leggiero: non ci erano stati tragicismi, recriminazioni; si erano comportati da persone savie, positive. E il domani? Il domani sarebbe lo stesso: un po' di finzione, un po' di spirito, essere calmi, non tradirsi mai, celare l'inquietudine sotto il sorriso, dire una filza di bugie ufficiose, e riaccompagnato il papà alla stazione, farsi un grande saluto e dividersi: ognuno per la sua strada. Di conciliazione, nemmeno l'idea: Guido non avrebbe mai detto la prima parola, Emma non avrebbe mai perdonato. Quindi ognuno, dal canto suo, aveva l'animo in pace. III. Avevano allora allora finito di pranzare, il signor Giorgianni sorrideva contento e beato, e i due attori si sforzavano di sorridere anch'essi. Ma tutto quello che era loro sembrato facile la sera innanzi, diventava difficilissimo al momento di eseguirlo. Dal mattino, dall'arrivo del padre che li aveva uniti in un abbraccio, erano costretti a darsi del tu, a chiamarsi per nome, ad usarsi quelle affettuose compitezze che sono di due sposi ancora innamorati: e per una parola, per una intonazione di voce, per un ricordo fuggevole del passato, Guido impallidiva, Emma arrossiva ed un imbarazzo visibile regnava fra loro. Per quanto fossero disposti a tutto, per quanto avessero pensato agli equivoci che potevano sorgere, per quanto cercassero di dimenticare le loro personalità, pure la realtà sorgeva ad ogni istante e gettava lo scompiglio nel loro animo: era inutile, non potevano sopprimere la loro coscienza. Aggiungete il timore che per una lieve imprudenza andassero perduti tutti i loro lodevoli sforzi, e più lontano ancora l'idea vaga, ma persistente, che quella scena così rappresentata non dovesse creare fra loro qualche cosa di nuovo, d'inatteso. Per le scale, mentre il Giorgianni saliva avanti, Emma rivolse un'occhiata desolata al marito, occhiata che significava: --Come la dureremo sino a stasera? E quegli di rimando uno sguardo espressivo: --Aiutiamoci, chè il destino ci aiuterà. E via di questo passo. Ma in casa i pericoli raddoppiavano. Il Giorgianni pareva ci si dilettasse a porre su discorsi pieni di rischi, a rivolgere domande ingenue che turbavano chi doveva rispondere; povero e buon padre che amava tanto i suoi figliuoli! --Sì--riprese egli, dopo aver posata la sua tazza--sono lietissimo di questa mezza giornata trascorsa con voi. Vedi, Emma mia, le lettere sono una bella cosa per chi sta lontano, ma io preferisco le visite, anche di poche ore; almeno ci si vede! Tu, figliuola, stai bene; anzi sei diventata più bella, più elegante. Non è vero, Guido? --È quello che le dico sempre--rispose Guido sorridendo. --E lo scrive anche a me! Oh! per questo, figliuola, ti posso assicurare che Guido nelle sue lettere non sa far altro che parlarmi di te; si direbbe che lo hai stregato. Che marito modello! --Infatti--approvò Emma a voce bassa. Vi fu un momento di silenzio; dopo la risposta della moglie, Guido aveva chinato il capo e pareva contasse i fiorami della tovaglia. Ma per quel giorno il papà aveva la parlantina: --La zia Elisabetta vi saluta tanto, tanto. È sempre un po' brontolona, ma vi vuole un bene dell'anima. Eri tu, Emma, la sua favorita ed ora non fa altro che discorrere di te... --Buona zia! --Ottima. Sai che mi diceva poco tempo prima della mia partenza? «Sarei più contenta se la mia cara Emma avesse un grazioso figliuccio...». Ma qui il Giorgianni, malgrado la sua bonomia, si accorse di aver commessa una imprudenza: vide che il viso di Emma si era tutto rannuovolato, vide che il genero si attorcigliava con mano nervosa i mustacchi. --Anche la Rosalia, tua cugina--riprese allora per troncare quel discorso--anche la Rosalia sta benino. Ma quella lì ha avuto le sue sofferenze. --Oh! e perchè? Non aveva sposato il suo Piero?--chiese la figliuola con un po' di ironia. --Sì, sì, lo aveva sposato, si amavano molto, Non so come, non so perchè, Piero ebbe un capriccio per una signora napoletana... --Lo chiamate capriccio, papà? --Sì, fu un capriccio fuggevole; non essere pessimista. Ma Rosalia n'ebbe un grande dispiacere; vennero pianti, scene... --Bah! --Come ti dico. Rosalia se ne fuggì da sua madre... --Fece benissimo. --Malissimo, dico io. Una moglie non abbandona mai il marito. Infine, io con la mia eloquenza, la persuasi a perdonargli, a dare un frego su quel debito... --Voi, papà? --Sì, e mi glorio del mio intervento. Perchè poi, ad essere intransigenti su queste cose, si finisce sempre per iscapitarci: l'uomo erra talvolta senza sua volontà... --Comoda morale--ribattè con accento incisivo Emma. --Era quella di tua madre, figlia mia. --Come, anche la... mamma era di parere che si dovesse alzar la mano?--chiese Guido con molto interesse. --Sicuro, sicuro. Quella donna lì era piena di misericordia e d'indulgenza: era buona, buona, buona. Chi ama bene, soleva dire, perdona molto. Rimasero tutti pensierosi; e Giorgianni, per interrompere il silenzio, esclamò: --Sicchè, figliuoli, me lo fate vedere questo appartamento, questo nido di seta e velluto? Non ho potuto darci che un'occhiata di sfuggita. --Andiamo--rispose Guido--cominceremo dal salone. --Magnifico, magnifico--disse Giorgianni, Quando vi furono arrivati.--Questo è buono per grandi ricevimenti. Date feste? --Ne davamo. --Capisco; ora gli affari, la politica v'impediscono di veder troppa gente, ma il salone è bellissimo. E questo salotto, che gusto squisito! Sei stata tu, Emma, a scegliere? --No, è stato Guido. --Mi congratulo con lui. Già avrà pensato che in questo salotto tu ti saresti trattenuta di preferenza; qui vengono i tuoi adoratori a farti la corte, nevvero, bricconcella? Non sei geloso, Guido? --Io? conosco mia moglie. --E tu, Emma? --Conosco troppo Guido. Le due risposte erano scattate rapidissime. Giorgianni ne fu soddisfatto. --Questa camera da letto è una meraviglia--egli riprese--i colori formano una dolce armonia. Tutto questo bianco e grigio carezza l'occhio. Egli girava per la camera, come se ricercasse qualche oggetto mancante. Infine chiamò la figlia che era rimasta sulla soglia. --Emma? --Papà? --Dove sta il ritratto della mamma? Non lo veggo. Essa restò tutta confusa, senza saper rispondere. --Fummo in Brianza--disse Guido--e di là non sono giunte ancora tutte le nostre robe. --Quel ritratto avrebbe dovuto giungere prima di tutto. Non importa; Emma non può aver dimenticata sua madre. Che donna, che donna, Guido mio! Peccato che tu non l'abbia conosciuta! Quando essa se ne volle andare, poveretta, si fece promettere che tutto avrei sacrificato per la felicità di Emma; e così anche lei ha contribuito al vostro matrimonio. Quando Emma venne a dirmi: «Papà, senza Guido io sarò sempre infelice», pensai alla mia cara morta e mi decisi. Voi eravate fatti l'uno per l'altro: vi amavate da un anno, Emma mi diventava pallida e triste, tu, Guido, davi nel farnetico: gioventù, gioventù! Ti ricordi, figliuola, di quel ballo dal console inglese, dove andasti con Guido? --Mi ricordo--rispose essa macchinalmente. --Ai vostri volti sereni e felici, agli sguardi che vi davate, tutti compresero che eravate fidanzati: e mi chiamavano padre fortunato! Sì, molto fortunato, aggiungo io: voi vi amavate fin troppo. --Mai troppo--disse Guido. --È vero. Auguriamoci sia sempre così, nevvero, Emma? --Auguriamcelo, papà. --E questa camera chiusa, che cosa è? Era la stanza di Guido; a sua volta egli si trovò impacciato, ed Emma salvò la posizione. --È la camera degli ospiti, papà. --Ah! bravo, bravo. Cioè quella che avrei occupata io, se avessi potuto rimanere una notte con voi. È una disgrazia, ma debbo ripartire. --È una vera disgrazia--aggiunse il genero. --Non importa: consoliamoci nel vederla, invece di abitarla. --Ma... --Capisco, sarà disordinata, fa nulla. Guido aprì coraggiosamente; non si poteva più esitare. --Non c'è male, non c'è male; è anche questa carina, come tutto il resto, Oh! guarda, guarda! Chi ha messo qui il ritratto della mia figlietta? Certo sarà stato un gentile pensiero di Guido; grazie, caro mio. Ma io non posso rimanere; quanto me ne dispiace! Sedettero in salotto. Marito e moglie erano molto distratti, e se il signor Giorgianni avesse avuto un po' di naso fino, avrebbe fiutato che qualche cosa di anormale era fra loro. Ma per fortuna il buon papà non era molto furbo. --Peccato!--egli disse--peccato per tutta questa bella casa! --Perchè, peccato? --Gli è che fra poco dovete lasciarla. Se ti eleggono deputato, come ne sei quasi sicuro, ti converrà stare a Roma almeno per sei mesi dell'anno, e non credo che vorrai abbandonare Emma sola a Milano. Dovrete avere due case; sarà un grave impaccio; pure vi è una cosa che mi solleva molto. Se venite a Roma, io potrò capitare da voi almeno una volta al mese: da Napoli a Roma il viaggio è breve e comodo, mentre da Napoli a Milano ce ne vuole, che ce ne vuole! Allora ci rivedremmo spesso! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . IV. Quando i due eroi risalirono in carrozza, dopo aver accompagnato il papà alla stazione, quando si trovarono soli, dettero in un grande sospiro di sollievo. La era finita finalmente; la vita loro avrebbe ripreso il suo corso regolare. Non si parlavano; Emma guardava le goccioline della pioggia che battevano sui vetri del _coupé_; Guido non dava segno di vita; erano ridiventati estranei. Ad un punto, Guido, movendosi, urtò il braccio della moglie: --Scusate--fece lui. --È nulla. Estranei, è vero. Pure ambidue in quel silenzio riandavano sui fatti della giornata; ne ricor