The Project Gutenberg EBook of Fiore di leggende, by Unknown This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.org Title: Fiore di leggende Cantari antichi I - cantari leggendari Author: Unknown Editor: Ezio Levi Release Date: November 21, 2006 [EBook #19886] Language: Italian Character set encoding: ISO-8859-1 *** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK FIORE DI LEGGENDE *** Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images generously made available by Editore Laterza and the Biblioteca Italiana at http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) SCRITTORI D' ITALIA FIORE DI LEGGENDE I CANTARI LEGGENDARI FIORE DI LEGGENDE CANTARI ANTICHI EDITI E ORDINATI DA EZIO LEVI Io prego voi che ciaschedun m'intenda, però che questo è il fior della leggenda. _Regina d'Oriente_, c. III, ott I. SERIE PRIMA CANTARI LEGGENDARI BARI GIUS. LATERZA & FIGLI TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI 1914 PROPRIETÀ LETTERARIA MAGGIO MCMXIV--38475 Io veggo storie, favole e novelle, nuove ed antiche, tutte stare a schiera dinanzi a me, con lor senbianze belle, piú che non sono i fior di primavera, e gli autori, or di queste, ora di quelle, m'invitan con sí dolce lor matèra ch'io non so quale in prima cominciare o di qual piú vi piaccia udir cantare. _Il cantare dei cantári_, St. 4. I IL BEL GHERARDINO CANTARE PRIMO 1 O Gesò Cristo, figliuol di Maria, che pegli peccator pendesti in croce, non seguitare la mia gran follia, sed io inver' di te mai fui feroce: concedi grazia nella mente mia, favoreggiando me colla tua voce, ch'io dica cosa ch'a te non offenda, e questa gente volentier la 'ntenda. 2 Con ciò sia cosa che questo cantare sia dei primi ch'io mai mettessi in rima, però vo' far perfetto incominciare, e ritornare al buon detto di prima, sicch'a costor, che mi stanno a ascoltare, piaccia e diletti dal piede alla cima: però averete ad ascoltar memoria ch'io vi farò d'una romana storia. 3 Nella cittá di Roma anticamente aveva una colonna in Campidoglio, che v'era scritto ogni uom prode e valente, saggio e cortese, come legger soglio; sicché, tornando brieve a convenente, d'un franco cavalier contar vi voglio, che fu figliolo di messer Lione, signor del Patrimonio per ragione. 4 Quando messer Lion venne alla morte, chiamò i suo' tre figliuoli a capo chino, e al maggior, che dovea regger la corte, raccomandò quel ch'era piú fantino, e questo fu che poi fu tanto forte, che si chiamava "lo bel Gherardino": dicendo:--Gherardin ti raccomando,-- passò di questa vita lagrimando. 5 Dopo la morte di questo signore rimason tre fratei co' molto avere, e il piú cortese di lor fu il minore, che sempre corte volle mantenere; e gli fratelli n'avien gran dolore, perché facealo contra al lor volere; e' gli assegnaron parte del tesoro. E' fu contento, e partissi da loro. 6 Se prima tenne corte co' fratelli, poi la tenne maggior sette cotanti, con bracchi e veltri e virtudosi uccelli, palafreni e destrier co' molti fanti, sempre vestendo di molti donzelli, cavalier convitando e mercatanti; sicché per Roma e per ciascun cammino si ragionava del Bel Gherardino. 7 Oltra misura fu tanto cortese, che poco tempo la poté durare, e la sua povertá fu sí palese, che gli sergienti incominciò a cacciare; e, non avendo di che fa' le spese, senza cavallo non sapeva stare. E gli frategli né nissun parente di lui non ne voleano udir niente. 8 Bel Gherardin, che suo vita procura, di doglia e di vergogna si moria; ma pensossi d'andare alla ventura sol per escir di tal malinconia. Ed un donzel, ch'amava oltra misura, chiamò segretamente, e sí dicia: --Or vuo' tu venir meco, Marco Bello, ed io ti tratterò come fratello?-- 9 E Marco Bello neente gli disdisse per la voglia ch'avíe di lui servire; ed al presente gli rispuose e disse: --Io vo' con teco vivere e morire.-- E innanzi che di Roma e' si partisse a creatura nol fece a sentire: 'nsu n'un ronzino, ciascheduno armato, di Roma si partiron di celato. 10 E, cavalcando tutti traspensati, piú e piú giorni sanza dimorare, fûr una notte in un luogo arrivati, che non v'aveva casa ove albergare. E senza cena, la notte, affannati, non ristetton per ciò di cavalcare. E quando apparve l'alba de lo giorno, e Marco Bello si guardò d'intorno. 11 E, ragguardando per quella pianura, di lunga vide un nobile castello, ch'era cerchiato d'altissime mura. Al mondo non aveva un par di quello; non poria cantar lingua né scrittura d'esso, quant'era fortissimo e bello. E dentro sí vi aveva un bel palagio. E cavalcaron lá per prender agio. 12 Ma, quando furon giunti in quella parte, davanti a Gherardin venne un serpente; e uno grande orso (ciò dicon le carte) assalí Marco Bel subitamente: tali eran fatti star solo per arte, uomini solean esser primamente; e cosí gli assaliron su la strada, onde ciascun cacciò mano alla spada. 13 E lo serpente, per l'aria volando, davanti a Gherardin trasse a ferire; e Gherardin si difendea col brando, però che sapea ben dello schermire; dicendo:--Iddio, a te mi raccomando: non mi lasciar cosí impedimentire!-- però che unque 'l serpente lo toccava coll'ale, tutte l'arme gli tagliava. 14 A Gherardin ne paria molto male che lo serpente gli facia tal guerra: ficcò la spada nel mezzo dell'ale, davagli un colpo, se 'l cantar non erra, che fu per lui sí pessimo e mortale, che di presente cadde morto in terra; e, nel cader che fe', misse gran guai, e disparí che non si vidde mai. 15 Morto il serpente, e Gherardin provide a Marco Bel, che combattea coll'orso, gridando a voce:--L'orso mi conquide, se da te, Gherardin, non hoe soccorso.-- E Gherardin, che suo fatto ben vide, sprona il ronzino e inver' di lui fu corso; e, come l'orso lo vidde venire, Marco lascioe, e lui trasse a ferire. 16 Uno animal cosí feroce e visto, che non si vidde mai tra l'altre fiere, che colla branca quel ronzin fe' tristo, che morto cadde sotto al cavaliere. Gherardin chiama forte:--Iesú Cristo, ora m'aiuta, che mi fae mestiere!-- E da Marco non potea avere aiuto, però che avea ogni valor perduto. 17 E Gherardin si levò prestamente: colla sua spada giá non fece resta, e ferí l'orso nequitosamente: davali un colpo di sopra la testa, che lo fendeva infino al bianco dente; e Marco Bel di ciò facea gran festa! E, nel cader, disse l'orso:--Donzello, tu hai morto il signor d'esto castello!-- 18 E Gherardin, ch'avea la bestia morta, maravigliossi che l'udí parlare: nella sua mente tutto si conforta. A quel palagio presono ad andare; e, quando fûrno giunti a quella porta, e Marco Bello incominciò a picchiare, la porta fue aperta immantanente: ma chi l'aperse non videro neente. 19 Dismontarono e fûr sopra alla scala que' che l'un l'altro ma' non abandona. E, quando fûrno giunti in su la sala, non vi trovâr né bestia né persona. In quello tempo lo freddo non cala. Uno con l'altro insieme si ragiona. Per tal maniera dimorando un poco, ad un cammin vidon racceso un fuoco. 20 Sicché ciascun si facea maraviglia; ché chi 'l facesse non potien vedere. Guardandosi d'intorno a basse ciglia, per iscaldarsi andarono a sedere. Fra loro insieme ciaschedun pispiglia: --Se da mangiare avessimo e da bere, avventurati sarem sette tanti piú che non fûrno i cavalieri erranti!-- 21 Benché persona non vi si vedesse, ciò che dicien fra lor erano intesi; e tavole imbastite furon messe, fornite ben di molti belli arnesi: ceri e lumiere v'eran molte e spesse; e que' baroni per le man fûr presi. Quando a tavola furono i baroni, recate fûr di molte imbandigioni. 22 Molto fûr ben serviti a quella cena, ma non vedien sergenti né scudieri; e poi, istando in cosí fatta mena, avevan sopra ciò molti pensieri; onde ciascun di lor ne stava in pena, e quasi non mangiavan volentieri. E, quando ebben cenato, e' ritornarono al fuoco, donde prima si levarono. 23 Quando fu tempo d'andare a dormire, in bella zambra ciascun fu menato, e a uno bel letto, ch'io nol potrei dire. Bel Gherardin vi si fu coricato, ed una damigella, a lo ver dire, si fue spogliata di presente a lato, dicendo:--Non aver di me spavento, ch'io son colei che ti farò contento.-- 24 E Gherardin, che le parole intese, rassicurato fu co' lei nel letto; e la donzella fra le braccia prese, che di bellezze non avea difetto; e sopra il bianco petto si distese, baciando l'un l'altro con gran diletto. E, s'egli è vero quel che il cantar mostra, piú e piú volte d'amor feciono giostra. 25 Signor', sacciate che questa donzella si faceva chiamar la "Fata bianca", e mantenea cittadi e castella con molta quantitá, se il dir non manca. Del serpente e dell'orso era sorella: delle sette arti vertudiosa e franca, contrafatti per arte gli fea stare, per poter meglio il suo signoreggiare. 26 Quando ebbono assaggiato il dolce pome, avendo l'uno l'altro al suo dimino, la Fata bianca il domandò del nome, e egli rispuose:--Lo Bel Gherardino.-- E po' sí le contò il perché e il come della cittá di Roma e' si partîno, e come ciò che in questo mondo avía, tutto l'avea dispeso in cortesia. 27 E, quando quella damigella intese come cortese e largo egli era istato, d'una amorosa fiamma il cor l'accese, che non trovava posa in nessun lato; e Gherardino fra le braccia prese, e con bramosa voglia l'ha baciato. Ed e', veggendo la sua innamoranza, come da prima incominciò la danza. 28 Come del giorno apparve alcuno albore, la Fata bianca in piè si fu levata, ed una roba d'un ricco colore a lo Bel Gherardin ebbe recata. E poi a Marco Bel, suo servidore, un'altra bella n'ebbe rapportata. E quando tempo fu, sí si levarono; vestirsi quegli, e li lor non trovarono. 29 Se Gherardin parea prima giocondo ch'avesse roba di si gran valenza, ben parea poi signor di questo mondo, tanto era bella la sua appariscenza! Di zambra uscí, e Marco Bello secondo, che non v'era persona di presenza, se non quella donzella che gli guata, che nolla veggon, perché sta celata. 30 Disse Bel Gherardino allo scudiere: --Andiamo un poco di fuori a sollazzo,-- e uno bel palafreno ed un destriere trovâr sellati, e non v'avea ragazzo! montârvi suso, e non v'avien ostiere! Gherardin corre il destriere a sollazzo, e be' lo mena a sinistra ed a destra, e la donzella stava alla finestra. 31 Quando a lor parve tanto essere stati, e' tornâro al palagio a disinare: ed ogni giorno s'erano avezzati d'uscir di fuori un poco a sollazzare; e ogni volta, quand'erano tornati, trovavan cotto per poter mangiare. Ed ogni notte, per diletto, avea Gherardin quella che il dí non vedea. 32 Tre mesi e piú cotal maniera tenne Bel Gherardin con allegrezza e strada; ed una notte sí gli risovenne della sua gente e della sua contrada. E quando quella pena sí sostenne, piú non vedea quella che sí l'agrada; e' con temenza alla donzella disse che le piacesse che si dipartisse. 33 E disse:--Dama, non vi sia pesanza, se contro a la tua voglia io ti parlassi; io t'adimando e cheggio perdonanza, s'alcuna cosa nel mio dir fallassi: d'andare a Roma i' ho grande disianza: di subito morrei, s'io non v'andassi. Però ti priego che tu mi contenti, ch'io veder possa gli amici e' parenti. 34 E la donzella al cor n'ebbe gran doglia, ch'a gran fatica gli fece risposta. Per Gherardin tremava come foglia, considerando che da lei si scosta. Ma pur, veggendo sua bramosa voglia, sí gli rispuose, quando ella ebbe sosta: --Ben ch'il mio cor del tuo partir tormenta, po' ch'a te piace, ed io ne son contenta.-- 35 A la partita gli donava un guanto, e disse:--Ciò che vuogli, tu comanda; e tu l'avrai; non chiederesti tanto, cavalieri o danari over vivanda.-- Queste parole gli disse con pianto; ma finalmente cosí gli comanda: --Non sia persona a cui lo manifesti, ché ciò che tu averai, sí perderesti. 36 E quella gente, che tu troverai, con teco mena, ch'e' ti ubidiranno. Di me sovente ti ricorderai; ma fa' che tu ci sia in capo all'anno: in tua presenza allor mi vederai con molte dame che mi serviranno; e sposera' mi a grandissimo onore: sarò tua donna e tu siei il mio signore.-- 37 Perché a Roma torna volentieri, Bel Gherardin da lei prese commiato. E covertati trovò due destrieri, sí che ciascuno a cavallo è montato: e mille cinquecento cavalieri trovò fuor del castello insú in un prato; e sessanta vestiti ad una taglia, e molta salmeria, se Iddio mi vaglia. 38 Siccome valoroso capitano. Bel Gherardin disse lor:--Cavalcate.-- Eglin gridâr:--Viva il baron sovrano!-- con molte trombe innanzi apparecchiate; ed ogni gente fuggía per lo piano. E cosí cavalcâro piú giornate, tanto che fûr nel contado di Roma, e la novella a la cittá si noma. 39 Quando fûr pressi a Roma, a cinque miglia, tender vi fe' trabacche e padiglioni: e il padre santo se ne maraviglia, che non sapea di lor condizioni: montò a cavallo con la sua famiglia, con compagnia di molti altri baroni, ed altra gente molta e' suoi fratelli contra a costoro andâro per vedelli. 40 E il padre santo ben lo cognoscea, siccome egli era di grande legnaggio. e, co' fratelli insieme, gli dicea: --Donde avestú cotanto baronaggio?-- Ed egli a tutti quanti rispondea: --Come Iddio volle, io ho tal signoraggio.-- E tanto non poteron domandare, che volesse altro lor manifestare. 41 Ne la cittá con grande onore entrava Bel Gherardin e sua gente pregiata, ed ogni gente si maravigliava della gran baronia ch'avíe menata: e tutta gente di lor ragionava, facîendo festa della sua tornata. E co' fratelli in casa si ridusse con quella gente ch'a Roma condusse 42 Sí bella corte tenne quel barone, che dir non si potrebbe né contare. Se v'arrivava giullare o buffone, era vestito sanza addomandare; e non sapea neun suo condizione, come potesse sí corteseggiare. E ben tre mesi fe' corte bandita, che per vertú del guanto era fornita. 43 E una sera, quand'ebbono cenato, e la madre il chiamò segretamente, e disse:--Figliuol mio, dove se' stato, po' che del tuo partir fui sí dolente?-- E poi appresso l'ebbe dimandato come potea tener cotanta gente; e finalmente tanto il dimandoe, che ciò ch'egli avíe fatto le contoe. 44 E disse siccome egli aveva avuta la Fata bianca, che l'era suo sposa. E, come la parola fu compiuta, dipartissi la gente ed ogni cosa, e la vertú del guanto fu perduta; onde suo madre fu molto crucciosa. E Gherardino e Marco, lagrimando, partirsi, e lei lasciaron sospirando. 45 Sol ha un ronzin ciaschedun, sbigottito. Gherardin mosse lo ronzin predetto, e cavalcando partesi smarrito, e ragionando andava il suo difetto. Siccome della fata fu marito, nel secondo cantar vi sará detto, e come del paese fu signore. Questo cantare è detto al vostro onore. CANTARE SECONDO 1 O Padre, e Figlio, e Spirito Santo, che venir ci facesti in questo mondo, al vostro onor comincio questo canto. Benché 'n semplicitade ognora abondo, concedi grazia ne lo mio cor tanto, ch'assai piú bello sia, ch'è lo secondo; e, se a lo primo avessi a voi fallato, per lo secondo fie ben ristorato. 2 Signori e buona gente, voi sapete che in prima è l'uom discepol che maestro; e le vertú, ch'agli uomini vedete, procedon dal Signor, Padre cilestro. Però s'i' fallo, non mi riprendete, che di tal arte non son ben maestro: che vi vo' dire, col piacer divino, ciò che intervenne a Marco e a Gherardino. 3 Nell'altro cantar sapete ch'io dissi come a la madre manifestò il guanto, e come la suo gente dipartissi, e rimasono in tormento ed in pianto; or vi dirò che, seguitando, addissi. Pognendo ogni pensiero da l'un canto, ascoltate, signori, in cortesia, ch'io intendo trarvi di malinconia. 4 Bel Gherardino e Marco si partiéno, addolorati nel core amendue, e come fuori della cittá usciéno, Gherardin disse il fatto come fue, dicendo:--Marco mio, come faremo, che danar né derrate non ci ha piue?-- E Marco disse:--Non ci sgomentiamo: a quella dama ancor ci ritorniamo.-- 5 E, cavalcando insieme per costume, arrivarno una sera lungo il mare ad una fonte dove mette un fiume, che 'l conveniva loro pur passare; ed era notte e non si vedea lume, ma pure incominciarono a passare. E come furon nel mezzo del varco, dentro vi cadde Gherardino e Marco. 6 Ciascun ronzino pel fiume fuggiva, e' cavalier' l'un l'altro non vedea. Cosí ciascun tornando inver' la riva, la sua disaventura ognun piangea. Ed in quel tanto una donna appariva in una navicella, e si dicea: --Deh, come ti sta bene ogni mal c'hai, Bel Gherardin, po' che voluto l'hai!-- 7 E nella nave Bel Gherardin chiama, e medicollo, ch'avea sconcio il braccio, e disse:--Io son scrocchia della dama; per lo suo amor ti fo quel ch'io ti faccio: però che soe ch'ella cotanto t'ama, sí ti volli cavar di questo laccio.-- Ad una ròcca, che era in mar, menolli; dentro v'entrâr cosí fangosi e molli. 8 La dama si partie; e quel valletto riman con Marco Bel malinconoso; e riguardandosi l'un l'altro il petto, e Gherardin veggendosi fangoso, uscí fuori ed entrò in uno barchetto sol per lavarsi dov'era terroso. E come la nave fue di lui carca, una fortuna menò via la barca. 9 E la donzella fu tanto maestra, che gli fe' pace far colla scrocchia; poi si partine valorosa e destra, ed entrò in mare e fu presso alla ròcca e chiamò Marco, ch'era alla finestra, a maggior boce che l'uscíe di bocca: perché Bel Gherardin non v'avea scorto, fra suo cuor disse:--Questi fia morto!-- 10 Quando ella ne la ròcca fue entrata, trovoe Marco far sí gran lamento. Ella diceva:--Oh lassa isventurata! ov'è lo mio signor, che io nollo sento? Or ben si crederá la Bianca Fata, ch'io l'abbia fatto questo a tradimento! Dimmi che n'è, o io m'uccideraggio.-- Ed e' rispuose:--Ed io vel conteraggio. 11 Vedendosi fangoso, come adviso --disse il donzel, battendosi la gota,-- e' si volea lavar suo' mani e viso, che si n'era cotanto pien di mota. Guardandol io da la finestra a fiso, entrar lo vidi in una barca vota; e come vi fu dentro, in fede mia, una fortuna venne, e menòl via.-- 12 Disse la dama:--Non ci diam piú ira, e mise Marco Bello entro la nave; e, navicando, tanto fiso il mira, ch'Amor nel cor ne le mise una chiave; sicché, parlando, per amor sospira. E, ragionando, per lo mar soave, la barchetta in una isola percosse, sicché la dama tutta si riscosse. 13 E Marco Bello, che di ciò s'avvide, che la donzella avíe avuta paura, co' lei insieme forte se ne ride, e dice:--Or, donna mia, te rassicura, ch'io t'imprometto, ch'amor mi conquide, se io non godo tuo gentil figura.-- E poi discese in terra quel donzello, ed appiccò la nave a un albuscello. 14 E la donzella del legno discese, che forse voglia di lui n'hae maggiore, e contra a lui niente si contese: in su l'erbette sopra al bianco fiore Marco Bello di lei diletto prese molte volte, baciandola d'amore. E poi andaron nella navicella per ritornare alla Bianca donzella. 15 La fata, che gli aspetta con letizia, e lo Bel Gherardin co' lor non vede, nello suo cuor sí n'ebbe gran tristizia, e che fie morto veramente crede: ma, pur udendo che sanza malizia l'aqua sí 'l n'ha menato, si die' fede che fosse vivo, cosí fatto stando; e stette insin che fu compiuto l'anno. 16 E lo Bel Gherardin, per la fortuna, al porto d'Allessandria fu arrivato, lá dove molta gente si raguna. In quella notte il mare fue crucciato: non si vedea, tanto era l'aria bruna. In quella terra cosí era usato, che, se v'arriva niuno cristiano, si egl'era imprigionato dal Soldano. 17 In quella notte fûr presi e legati, e fûr menati davanti al signore, e comandò che sieno imprigionati tutti i cristian per maggior disinore. Cosí ne fur nella prigion serrati tutti i cristian ciaschedun a furore. Gherardino dall'un canto si stava, e mai nel viso non si rallegrava. 18 E quando venne terza, la mattina, una che dava mangiare a' prigioni, che per usanza mandava la Reina di quel che mangiava ella e i suoi baroni, e lo Bel Gherardin per cenno inchina: --Dimmi chi se', e vo' che mi perdoni.-- Et e' rispuose molto volentieri: --Io sono un damicel che fu pres'ieri.-- 19 E la donzella a casa fu redita, e disse a la reina di costui: --Madonna mia, in tempo di mie vita non viddi un bel donzel come colui!-- E come ella ebbe la parola udita, subitamente innamoròe di lui, e fecelo venire a sé davanti, ed e' s'inginocchiò con be' sembianti. 20 Ed ella, raguardandol nel visaggio, sí 'l domandò:--Sapresti tu servire?-- et e' rispuose:--Molto di vantaggio, di coppa e di coltel me' ch'altro sire.-- Ed ella, lo veggendo tanto saggio, si 'l dimandòe, se vuole ubbidire. Ed e' rispuose:--Molto volontiere farò, madonna, ciò che v'è in piacere.-- 21 Cosí fu Gherardin suo servidore, che di tale arte era molto sottile: e quel signor gli puose molto amore, che quasi tutti gli altri tenne a vile. E la reina ne 'nfiammò nel core, perché ella il vedea tanto gentile. Ella li disse:--Il tuo amor mi bisogna!-- Egli rispuose con molta vergogna: 22 --Io v'addomando e cheggio perdonanza, ch'i' non farei tal fallo al signor mio.-- Ed ella il prese con molta baldanza, dicendo:--Se non fai quel ch'io disio, io griderò, che non è mia usanza, e farotti morire, in fé di Dio.-- E in quel punto gli gittò il braccio in collo; e cosí il prese per forza e baciollo. 23 Ed e', veggendo che non può stornare che egli non faccia il suo comandamento, fra suo cuor disse:--E' mi convien pur fare, ed io ne vo' fornire il suo talento.-- E sí la prese sanza piú indugiare; del gran disio, ch'è pieno d'alimento, al suo voler di quelle rose colse, e poscia per piú volte se ne tolse. 24 Istando Gherardino in tale stato, la Fata bianca fa di lui cercare. Quando ella vede che non l'ha trovato, disse:--Al postutto io mi vo' maritare, perch'ella vede che l'anno è passato, che per sua donna la dovíe sposare. Allor per tutto il mondo il bando manda; gli amici priega ed i servi comanda, 25 da parte de la Fata, che si mostra, ch'ogni prode uomo e di grande ardimento de l'arme s'apparecchie e facci giostra, e per combatter vada al torniamento. E chi avrae l'onor di quella giostra, la sposerae con grande adornamento; siccome "re signore" fia chiamato, a la donzella insieme incoronato. 26 Quando il soldano udí quel bando andare per Alessandria, mosse con sua gente, e lo Bel Gherardin volle menare. E' non volea, per essere ubidente. Quando fu ito, incominciò a parlare a la reina molto umilemente: --Datemi la parola, alta reina, ch'io vada a quello stormo domattina.-- 27 Disse la dama:--Avresti tanto ardire che tu ti dipartissi e me lasciassi? Ma volentier vi ti lascerei ire, se io ne credessi che tu a me tornassi.-- Ed e' rispuose:--Dama, a lo ver dire, non potrebbe stornar ch'io non v'andassi, che io credo sposar quella fanciulla: di ritornar non v'imprometto nulla.-- 28 Quando ella vide ch'elli n'era acconcio d'andare a quello stormo sanza fallo, sí gli rispuose, portandoli broncio: --Sanza te, mai non avrò buono stallo. Ma ben che la tua andata mi sia sconcio, io pur ti donerò arme e cavallo; ma tu mi giurerai, se Dio ti vaglia, d'uccidere il soldan nella battaglia. 29 Però che mi pare tanto invecchiato, che non val nulla a la mia giovanezza; non posso sofferir di stargli a lato, pensando che ha a goder la mia bellezza! Prenditi cura a provveder mio stato: se ti vien fatto per me tal prodezza, a lo tuo senno mi mariterai; saroe contenta piú che fossi mai.-- 30 Poi gli donòe tre veste di zendado, una verde, una bianca, una vermiglia, e tre destrier, che si veggon di rado piú begli intorno a cinquecento miglia. De l'aver tolse quanto li fu a grado, donzelli e fanti con molta famiglia, trabacche e padiglion: poi si partío da la donzella e accomandossi a Dio. 31 E tanto cavalcò per piú giornate, che giunse presso a lo stormo predetto, ed allungossi ben due balestrate per istar piú celato in un boschetto. E disse a la sua gente;--Or m'aspettate, ch'io vo' veder come il campo è corretto.-- E vidde il soldano ch'era campione, e ritornòe inverso il padiglione. 32 E la mattina, come apparve il giorno, la Fata bianca vae agli balconi con molte dame e damigelle intorno, per veder que' che votasse gli arcioni. Come la gente udí sonare il corno per la battaglia, parevan leoni. Quale era proe e quale era codardo; il soldan sopra tutti era gagliardo. 33 E lo Bel Gherardin, veggendo questo, che quel soldan sí malamente lancia, in sul destriere cosí armato e destro, pigliò lo scudo ed imbracciò la lancia. Veggendo che 'l soldan fa tal molesto di questa gente, non gli paríe ciancia. Veggendo che ciascun contro a lui perde, andògli incontro colla vesta verde. 34 E tal colpo gli diè sopra lo scudo, che 'l fece a terra del destrier cascare. Agli altri si volgea col brando ignudo; beato chi meglio lo può levare! Però ch'ogni suo colpo è tanto crudo, chi ne pruova uno, non ne può scampare; sicché il campo fu suo per questa volta, poi ritornava nella selva folta. 35 Disse la dama, ch'è stata a vedere: --Dove andò il cavalier di verde tinto?-- E da la gente nol poté sapere chi fosse que' ch'avie lo stormo vinto. Altri dicea:--Egli è uno cavaliere, egli e il cavallo di verde dipinto!-- E di lui non è altri che risponda; sicché vedremlo alla volta seconda. 36 Al secondo sonar l'altro mattino, el soldan d'Alessandria die' per costa; e quale iscontra al dubbioso cammino, la suo venuta molto cara costa: e, combattendo come paladino, rimase il campo a lui in poca sosta, gli altri fuggendo, il soldan seguitando, mettendogli per terra, scavalcando. 37 E lo Bel Gherardin molto sdegnosse, veggendo che 'l soldano era vincente. Dal padiglion di subito si mosse, inver' di lui cavalca arditamente, e per sí gran possanza lo percosse, che morir crede quando il colpo sente, e sbalordito fugge e non soggiorna: e Gherardino al padiglion ritorna. 38 Tutta la gente, che d'intorno stava, cridavan:--Viva il cavalier vermiglio!--e la donzella si maravigliava, e colle dame faceva consiglio: ed in quel punto nel suo cuor pensava: --Sed e' ci torna, io gli darò di piglio!-- E dice a l'altre:--Deh! guatate donde dello stormo esce e dove si nasconde.-- 39 La Fata bianca, al cavalier pensando, addormentar non si puote la notte, e nel suo cuore giva immaginando: --Chi sare' que' che vien pure a sodotte? Quando lo stormo ha vinto, tal domando, par che nascoso sia sotto le grotte! Il cuore in corpo tutto mi si strugge di voglia di saper perché si fugge. 40 E uno pensier nel core levo adesso: sarebbe questi il mio antico sposo? Io lo 'nprometto a Dio, che, se fosse esso, altro marito che lui i' tôr non oso, conciosacosa ch'io gliel'ho inpromesso: senza lui ma' non credo aver riposo.-- E disse:--Signor mio, datemi grazia, ch'io abbia del suo amor la mente sazia!-- 41 E, quando il giorno chiaro fu apparito, fece sonar le trombe e li stormenti. I cavalieri furno al cerchiovito, e molti fan pensier d'esser vincenti. A tanto giunge il cavaliere ardito, ciò fu il soldan, con altri sofficienti, che per un suo nipote combattea, che per marito a lei darlo credea. 42 Quando le schiere furon tutte fatte, presente quella ch'è cotanta chiara, il soldan, che in sul campo combatte, fa tristo quel che innanzi gli si para, però che del destrier morto l'abatte, e tal ventura a molti costa cara. E molta gente gli fuggiva innanzi, sicché è mestier che tutti gli altri avanzi. 43 Veggendo la donzella che il soldano gli altri baron di prodezza avanzava, pensando aver per marito un pagano, nella sua mente forte dubitava, e spesse volte a l'alto Iddio sovrano nella suo mente si raccomandava, e dicea:--Signor mio, se t'è in piacere, fa' ritornare il franco cavaliere!-- 44 E lo Bel Gherardino niente tarda; coll'arme bianca uscíe della trabacca. E la donzella, che da lunge il guarda, che correndo il cavallo venne in stracca, fra l'altre dice, di color gagliarda: --Questo soldano ci è omai per acca, ch'io veggio il cavalier, ch'è cosí franco, a lo stormo tornar vestito a bianco.-- 45 Come a lo stormo il Bel Gherardin giunse, riconobbe il soldano a l'armadura, e 'l buon destriero degli sproni punse: abbassa l'asta e inver' di lui procura, e co' la lancia in tal modo l'aggiunse, che il fe' cadere in su la terra dura. E, qui ismontando, di franchezza giusto, e' tagliolli la testa da lo 'nbusto. 46 E rimontò a cavallo arditamente; piú presto che non fu giammai levriere, innanzi li fuggia tutta la gente, gridando:--Viva il franco cavaliere!-- Cosí del campo rimase vincente, come il lion, signor de l'altre fiere. Incoronato insieme fue co' lei, con tal onor che contar nol potrei. 47 Po' ch'a la Fata ebbe dato l'anello, gran festa fae che l'hae ricognosciuto. E la serocchia diede a Marco Bello, ed hallo sempre con seco tenuto. E quella del soldan diede a un donzello di gran legnaggio, cortese e saputo; e novanta anni vivette signore. Questo canto è compiuto al vostro onore. II PULZELLA GAIA CANTARE PRIMO 1 Intendete me ora tutti quanti in cortesia ed in buona ventura: dire vi vo' de' cavalieri erranti, ch'al tempo antico andava all'avventura. In corte allo re Artú sedean davanti, secondo come parla la scrittura, incominciando di messer Troiano, che fece un vanto con messer Galvano. 2 Messer Troiano disse:--O compagnone con teco i' voglio impegnare la testa, chi addurrá piú bella cacciagione di nullo cavalier di nostra gesta.-- Quando elli fecion la impromissione, al re e alla reina fe' richiesta; e ciaschedun la lesta sí impegnava, chi cacciagion piú bella appresentava. 3 Entrati i cavalieri a quelle imprese, inverso 'l bosco preson lor cammino. Messer Troiano una cerva sí prese, ch'era piú bianca di un armellino. E tuttavia la menava palese: veder la potea grande e piccolino. Davanti lo re Artú saluta e inchina; poi presentolla a Ginevra regina. 4 Messer Galvan cavalca alla boscaglia: allo levar del sole ebbe trovato una serpe, che 'l chiese di battaglia; sopra lo scudo ella li s'ha gittato. Messe mano alla spada, che ben taglia, credélla aver ferita nel costato: la serpe, che sapeva ben scremire, messer Galvan non la puote ferire. 5 Infin a mezzogiorno ha contrastato messer Galvan con quella sozza cosa; un solo colpo non li può aver dato, tant'era quella serpe poderosa. L'elmo e lo scudo aveva infiammato; messer Galvano non trovava posa. Messer Galvano disse:--Aimè lasso! che sozza cosa m'ha condotto al basso!-- 6 Messer Galvano a terra si smontava, e disse:--Lasso! ch'io mi rendo morto. La serpe andava a lui e sí parlava, e disse:--O cavalier, prendi conforto.-- E dolcemente lei lo addimandava: --Dimmi la veritade, o giglio d'orto, per cortesia e per amor di donna: saresti della Tavola ritonda?-- 7 Messer Galvano allor li rispondía, e nello cuore avea fuoco ed ardura; delle man per lo viso e' si fería, vedendo quella sí sozza figura: --Della Tavola esser mi credía; or non son piú, per la disavventura, a dir ch'io sia, e non avere ardire sí sozza cosa conduca al morire!-- 8 La serpe disse:--Deh! non ti sdegnare, o cavaliero, se tu non m'hai morta. Quanti n'è qui e n'è di lá dal mare de' piú pro' cavalieri che arme porta, un solo colpo non mi potria dare, tanto io sono poderosa e accorta. Giá piú di mille aggio discavalcati: tu se' lo fior di quanti n'ho trovati.-- 9 Disse messer Galvano:--Io non mi sdegno se non per tanto ch'io non ho la morte, da poi che piace all'alto Dio del regno che la sventura mia sia tanto forte, che cosí sozza cosa con suo ingegno m'abbia condotto a cosí mala sorte. Dammi la morte e piú non indugiare, ch'io non ti vo' veder piú, né parlare.-- 10 La serpe disse:--O sire, in cortesia, dimmi 'l tuo nome e non me lo celare; ch'è un gentil cavaliere in fede mia, che lungo tempo l'ho avuto a amare. Se tu se' desso, o dolce anima mia, di ricche gioglie t'averò a donare; che mai piú ricca gioglia né piú bella non ebbe cavalier che monti in sella.-- 11 Messer Galvan rispose:--Altri che Dio di te non poría fare cosa bella; ma, poi che vuoi saver lo nome mio, lo sire Lancilotto ogn'uom m'appella.-- La serpe li pon mente con disio, e disse:--Tu m'inganni alla favella. Di arme ho avuto a far con Lancilotto: tu se' di lui molto piú saggio e dotto.-- 12 Messer Galvano sí prese a parlare, e sí li disse molto umile e piano: --Ora m'intendi, pessima mortale-- e l'elmo si cavòne con la mano, --vegno appellato da tutti 'l liale e avventuroso cavalier Galvano. Se da te scampo ch'io non sia morto, i' prenderò allegrezza e gran conforto.-- 13 La serpe l'udía molto volentieri; di quella forma s'ha strafigurata: piú bella che una rosa di verzieri si fece una donzella dilicata; e disse:--Ora m'abbraccia, o cavalieri, ch'io sono la tu' amanza a sta fiata.-- Puoseli 'l braccio al collo e l'ha abbracciato, dicendo:--Tu se' quel c'ho disiato.-- 14 Messer Galvano allor ne fu gioioso, e di buon cuore abbracciò la donzella. Ed ella:--O cavaliero avventuroso piú che nullo che mai montasse in sella!-- E lui li disse:--O bel viso amoroso, voi che parete in tutto un'angiolella, dite chi sète e di cui sète nata, voi che parete un'angiola informata.-- 15 La donzella rispose umile e piana: --Io tel dirò, da poi che 'l vuoi sapere. Figliuola i' son della fata Morgana, di quella donna che guarda l'avere. Molto gran tempo i' son stata lontana, e sí t'ho disiato pur vedere. Pulzella Gaia m'appella la gente: or di me prendi gioia allegramente.-- 16 Messer Galvan non fece piú dimore, abbracciò la donzella, a quel ch'io sento, e della rama ben ricolse il fiore della donzella piena d'olimento. E disse:--Ogni bellezza, o dio d'amore, m'avete data qui a compimento!-- E cosí stetton fin nona passata Galvano con la rosa imbalconata. 17 Messer Galvano allor s'arricordava della testa ch'avea messa al paraggio; forte cominciò a pianger, lagrimava, perduto ebbe 'l colore del visaggio. La damigella allora li parlava, dicendo:--Cavaliero pro' e saggio, la veritá mi di' senza tardanza: forse non t'è 'n piacer ch'io sia tu' amanza?-- 18 Messer Galvano disse:--Anima mia, di te mi tegno ricco e piú pagato che se lo mondo avessi in mia balía e 'l paradiso poi mi fosse dato. Ma da te mi part'or con gran dolía, mai non credo vederti in nessun lato. A corte e' mi conviene andar morire, c'ho fatto un vanto, e nol posso fornire.-- 19 E la Pulzella disse:--O amor mio, to' questo anello e teco il porterai. Quante cose che son di sotto a Dio, se tu gliele addimandi, tu le avrai. E, quando mi vorrai al tuo desio, a questo anello m'addomanderai. Ma non manifestar la gioia avuta, ché l'anel la vertú avria perduta.-- 20 Messer Galvano alla Pulzella giura di quella gioi' mai non manifestare, e infin la sera, appresso a notte scura, di lei e' non potevasi saziare. La serpe ritornò in sua figura; messer Galvano prese a cavalcare; e 'l primo don, che dimandò all'anello, si fu un destriero poderoso e bello. 21 E lo destrier li si fu appresentato; davanti gliel menava uno scudieri. Messer Galvano suso fu montato, e gioioso cavalca pel sentieri. Poi dimandò che presto li sia allato immantinente cento cavalieri, e dodici baron feriti a morte, che per prigioni andassono alla corte. 22 Poi dimandò una nuova cacciagione, che piedi di caval di drieto avesse, e quei davanti piedi di grifone, la coda d'uno pesce fatta avesse, e le ali con le penne di pavone, lo viso d'una femmina paresse, e un occhio avesse negro e l'altro bianco: sí nuova fiera non fu vista unquanco. 23 Li baroni sí giunsono alla corte e di messer Galvan fecion richiamo, che lui li avea feriti tutti a morte, --E noi per suo' prigioni ci rendiamo.-- Poi con letizia giunse il baron forte, e i cavalier tutti incontra li andârno. Per vedere la caccia ch'ei menava molti baroni incontra si li andava. 24 Messer Galvan con cento cavalieri molto gioioso venía cavalcando; ciascuno aveva accanto 'l suo scudieri, con due poi drieto, in mezzo lor menando la nuova fiera sopra d'un destrieri: intorno tutti l'andavan guardando; giá non aspetta la madre la figlia per andar a veder tal meraviglia. 25 Piccoli e grandi, ognun sí l'inchinava; tutti dicevan:--Ben vegna 'l barone!-- e quella nuova fiera, ch'ei menava, alla reina sí l'appresentòne. E la reina quella sí accettava, e in una zambra la messe al balcone; e tutti quei che quella sí vedeva molta gran meraviglia sen faceva. 26 Troiano avea paura di morire, e della corte tosto si partía. Messer Galvano si puose a dormire, e fu svegliato all'alba della dia. Ed all'anello tosto prese a dire: --Ora ti priego, non fare indugía! e tosto e di presente fa' che appaia nelle mie braccia la Pulzella Gaia.-- 27 Dappoi li fu in piacer ch'ella venisse, e la Pulzella fu nelle suo bracce; entrambi duo pareva che morisse; piú si distendon che non fanno l'acce. E la Pulzella a lui quivi sí disse: --Fa' che lo nostro amor non si discacce! non lo manifestare e non lo dire, se questa gioglia tu non vuoi fornire.-- 28 Messer Galvan rispose:--Non dottare! Or per la terra ogni dí egli armeggiava; tutta la gente fea meravigliare per la grande allegrezza ch'ei menava. E la reina lo fece chiamare, e in una zambra lei sí lo guidava. Di ricche gioglie li mostrò per certo: di sua persona li parlò scoverto. 29 Messer Galvan non ne vòlse far niente della regina suo vil piacimento. E la regina fe' venir presente donne e donzelle, e fece un torniamento. Li cavalieri, armati immantinente, fûr sul palazzo senza restamento. --Ciascun si vanti--disse la reina, --ch'io vo' sapere chi ha gioia piú fina. 30 Tutte le donne e tutte le donzelle e i cavalier si presono a vantare ciascuno delle gioie le piú belle, e quelle poi li convenía provare. Messer Galvano stava in mezzo d'elle, e poi e' cominciò cosí a parlare: --Dappoi che ciascheduno s'è vantato, io sopra ciò non voglio aver parlato.-- 31 La regina chiamò messer Galvano, e li disse:--O malvagio iscognoscente, di questa corte tu se' 'l piú villano: tu non ti vanti di nulla al presente, ora ti dái un vanto piú sovrano di nullo cavaliero immantinente. Se tu se' cotal uom come ti fai, sovr'ogni cavalier ti vanterai.-- 32 Allor messer Galvan disse:--Io mi vanto, e d'està cosa i' mostrerò certanza: io son avventuroso di cotanto piú d'ogni cavalier che porti lanza; e chi cercasse il mondo tutto quanto, non troveria una sí bella amanza come è la mia gentile damigella; e quella è il fiore d'ogni donna bella.-- 33 E la reina disse a tutti quanti: --Lo bando della corte ora intendete, conti e baroni e cavalieri erranti, piccoli e grandi, quanti voi qui sète. Ciascheduno che s'hanno dato vanti, il terzo giorno a me ritornerete. Chi s'è vantato, e nol possa provare, tosto la testa li farò tagliare.-- 34 La baronia di corte fu partuta; messer Galvano in suo zambra fu ito, ed all'anello disse:--Ora m'aiuta! tosto ti muovi, o messaggiero ardito, e la Pulzella Gaia mi saluta: di' ch'ella vegna col viso chiarito.-- La vertú dell'anello era mancata, per quella gioia c'ha manifestata. 35 Messer Galvano forte lagrimava, e disse:--Lasso! ch'io mi rendo morto.-- E a quell'anello pur si richiamava: --Di quel ch'io dissi i' non mi fui accorto!-- e fortemente lui lo scongiurava: --Or mi soccorri, ch'io son a mal porto!-- All'anel non valea lo scongiurare, ché piú vertude e' non poteva fare. 36 E 'l terzo giorno disse la regina: --Ciascuno del suo vanto sia fornito.-- Messer Galvan di pianger non rifina, e nello viso tutto era smarrito. E sí chiamava:--O giovane fantina, Pulzella Gaia dal viso chiarito: se a te pur piace ch'io non sia morto, ora mi scampa, ch'io son a mal porto!-- 37 Del terzo giorno fu il termin passato, all'anel non valea lo scongiurare; e per Galvano allora fu mandato, che tosto ei si dovesse apparecchiare venire a corte, dove è giudicato che a lui bisogna la testa tagliare. Drappi di seta nera ei s'è vestito: messer Galvano alla corte fu ito. 38 Disse lo re Artú:--Vegnami avanti lo ciocco, e la mannaia, e la mazza, con i baroni e cavalieri erranti, e tosto tutti vadan ver' la piazza.-- Piangendo se ne andavan tutti quanti; messer Galvano ciascuno sí abbraccia. Donne e donzelle, tutte allor piangea d'un sí pro' cavalier ch'elli perdea. 39 Messer Galvan, lo nobile barone, lo ciocco e la mannaia lui portava; e questo fea perch'elli era ragione; ed aveal tolto a colui che 'l guidava, dicendo:--Poi ch'i'ho fatto tradigione alla Pulzella, che tanto mi amava, dappoi ch'i'ho fallato allo mio amore, ben è ragion ch'io muora con dolore.-- 40 Messer Galvano alla piazza ne andava: di seta un drappo li fu appresentato. Messer Galvano suso si montava, lo ciocco e la mannaia have posato. Tutti li cavalier gran duol menava del buon Galvano, cavalier pregiato; e poi ciascuno indrieto torna presto: sua cruda morte non vuol aver visto. 41 Messer Galvano sí prese a parlare, e disse allo re Artú:--Or m'intendete: la baronia fate presto tornare; questa grazia, per Dio, mi concedete! Da tutti quanti mi vo' accombiatare; sarò contento, se 'l don mi farete. Tutti i baroni che son scritti in corte sí vegnano a vedere la mia morte.-- 42 Lo re Artú sí li fece tornare; tutti a messer Galvan furono intorno; e tutti quanti aveano a lagrimare, e da messer Galvan s'accombiatôrno. Messer Galvano si prese a parlare: --Della mia morte non sono musorno. L'anima mia ne raccomando a Dio: morir vo', giacché piace all'amor mio.-- 43 Galvano al ciocco allor s'inginocchiava, e sí chiamava:--O rosa imbalconata, poi che t'è a grado, morir non mi grava, la mia morte si fu ben meritata. Merta morire mia persona prava. Dove sei tu, o donna delicata? Pure una volta veder ti vorria; poi di morir non mi rincresceria. 44 Allora la Pulzella con pietade, per camparlo da morte e darli vita, tosto sí corse inver' quelle contrade; drappi di seta nera fu vestita. Molto gioiosa per quei sentier vade; mai non fu vista donzella sí ardita. E, per camparlo, lei si messe in via con molta gente e gran cavalleria. 45 E la Pulzella fece suo' richieste, ben trentamila giovani donzelle; tutte di seta nera fûr suo' veste, e quelle eran lucenti piú che stelle; e via cavalcan per ogni foreste. Ben eran venti schiere tutte belle; ciascuna aveva mille cavalieri, e buone arme e correnti destrieri. 46 Allora la Pulzella molto presta tostamente cavalca in quella parte, appresso a Camellotto senza resta, secondo come dicono le carte; tamburi e trombe, che parea tempesta; e queste gente fea venir per arte. Lo re Artú, quando questo ascoltava, al buon Galvano la morte indugiava. 47 Tutti li cavalier della ventura vedere andavan quella turba magna. Tosto elli corson, preson l'armadura, e cavalcâro verso la campagna. Di quella gente avevan gran paura, che coverto era 'l piano e la montagna. Messer Galvan davanti dalle schiere feridor lui vuoi esser lo primiere. 48 Pulzella Gaia sua magna bandiera in questa ora lá fece fermare. Quando lá apparve la chiarita spera, tutta la gente fe' meravigliare. E lei si trasse fuori d'ogni schiera, e fortemente prese a biastemare: --O cavalier, cattivo e disliale, che l'alto Iddio si ti metta in male! 49 O dislial, perché m'hai palesata? Mala ventura a chi ti cinse spada! La piú gentil donzella hai ingannata che si trovasse per ogni contrada; onde per te io sono imprigionata; ben vo' morir, dappoi ch'ella t'aggrada. Mia madre mi dará prigion sí forte, che meglio mi saría aver la morte.-- 50 E l'uno e l'altro sí forte piangía, e intrambi duo sí si abbracciava. Lo re, tutta la corte li vedia, di suo' bellezze si meravigliava. E la Pulzella Gaia in quella dia dal buon Galvano sí s'accombiatava. E disse:--Amanza ti convien trovare: piú non potra'mi veder né parlare.-- 51 Pulzella Gaia di qui fu partuta, e ritornò alla savia Morgana. Quando la madre allora l'ha veduta, sí li disse:--Or donde vieni, puttana?-- E po' in prigione lei l'ebbe mettuta in una torre, ch'è tanto sottana; non vedea luce, sol, luna né stelle, e stava in acqua fino alle mammelle. CANTARE SECONDO 52 Lo re Artú al cavalier parloe, e disse:--Ahi, messer Galvan giocondo! piú bella amanza tu ingannasti mòe, ch'avesse cavalier di questo mondo. Piú lucente che stella questa foe, le suo' bellezze non trovavan fondo. Tapino te! come fallato hai, ch'alla tua vita piú non la vedrai! 53 Messer Galvano allor prese a parlare. Disse:--Signor, se Cristo mi perdona, non so in che parte me ne deggia andare per ritrovar quella gentil persona. Mai barba né capelli vo' tagliare, né su tovaglia non mangerò adorna, se non racquisto la speranza mia; né tornerá qui la persona mia.-- 54 E, detto questo, elli s'accombiatava. Di presente partí da Camellotto, ed in lontane parte cavalcava; dove andare, non sa lo baron dotto; a molti di Morgana addomandava, dov'ella stava a niuno era noto; e chi in qua, e chi in lá dicia: niuno sapeva qual'era la via. 55 Un giorno, cavalcando alla boscaglia, messer Galvan fu arrivato a una fonte, lá dove un cavaliero armato a maglia stava appoggiato, la mano alla fronte; quale a Galvano domandò bersaglia: combatter vuol con lui e darli onte. Messer Galvan lo addimandò del nome. --Breus mi chiamo. Or hai saputo il come. 56 Io vo cercando Tristan, Lancilotto, messer Galvano e 'l buon Astor di Mare, Palamidès, Galasso tanto dotto, Troiano e Lionel vorria trovare; messer Ivano e Artú di Camellotto, e Lionbordo ancor per tale affare; e tutti li altri cavalieri erranti, ché impiccar li vorria tutti quanti. 57 Per forza o inganno li vorria tradire.-- Messer Galvan li disse:--I' ti disfido!-- Al primo colpo lo fece giú ire, questo Breusse, nato di mal nido. E poi li disse:--Ora t'abbi a pentire; del mal volere i' per ora t'affido.-- E in quel luogo abbattuto lo lasciava; poi 'l buon Galvano al suo cammino andava. 58 Sei mesi e piú elli ebbe cavalcato, e di cercare non fa restagione; e ad un castello lui fúne arrivato; giú da cavallo dismontò il barone. Su per la scala lui fúne montato, e in quello luogo non vedea persone. La tavola imbandita di vivanda v'era, e di tutto che ragion comanda. 59 Galvano a quella tavola s'ha posto: quattro donzelle venner di presente, e avanti a lui apparir molto tosto, e sí 'l servir molto onoratamente. Cento donzelle stavano in un chiostro; piangevan tutte molto duramente. Messer Galvan cominciò a dimandare perché facevan sí gran lamentare. 60 Onde le donne disson la cagione; non si potean tener di lagrimare: --Per la Pulzella Gaia ch'è in prigione, e noi non la potemo giá aiutare. Uno malvagio cavalier fellone della sua gioi' l'have a manifestare. Quei si noma Galvan, lo desliale; che l'alto Dio lo metta sempre in male!-- 61 Messer Galvan li disse:--O damigella, per quella cortesia fatto m'avete, sapessi ov'è la sua persona bella, e chi è quei che in prigion la vi tiene, per vostro amore, o gentil donna snella, io andria in qual parte mi direte.-- Rispose la donzella:--Or te ne andrai per tal cammino, e sí la troverai.-- 62 Allor messer Galvan montò a destriero, e infin a mezzogiorno ha cavalcato; ad una ròcca c'ha intorno un verziero, e dove è una fontana, fu arrivato. Una dama cavalca pel sentiero, cento donzelle li andavano a lato. Messer Galvano, quando l'ha veduta, la dama e le donzelle sí saluta. 63 E quella dama, ch'era molto irata, rispose a lui:--Deh, mal pos' tu stare! per la Pulzella, ch'è stata ingannata, a' cavalier vo' mal, a non fallare; onde per voi ella è imprigionata. Mai cavalier non voglio salutare, per amor di Galvan, lo misliale, che l'alto Dio li dia prigion mortale.-- 64 Disse messer Galvan:--Che colpa aggio io, se altri cavalier villania fanno?-- Rispose:--Ciascun è malvagio e rio; per lo suo amore, quanti ne troviamo, io giuro lialmente all'alto Iddio che a tutti i cavalier farò gran danno. Per lo gran fallo di quel miscredente ciascun di loro i' mangeria col dente.-- 65 Messer Galvan rispose:--Che diraggio a quello cavalier, s'io lo trovasse? Alcuno male io non li mostreraggio: vorria che la su' amanza racquistasse. I' l'ho amato e amo ancor di buon coraggio; gran villania saria se non l'aitasse. Per poterli acquistare la su' amanza combatterria con tutta mia possanza.-- 66 E quella donna disse:--O traditore, dunqu'è messer Galvan tuo conoscente? In questo giorno per lo suo amore io ti farò dar morte di presente. E cento cavalier di gran valore tosto li farò armare immantinente.-- E questa dama sí ha comandato che tosto sia messer Galvan pigliato. 67 Que' cavalier non fêr dimoragione; al buon Galvano egli funno dintorno, e sí li dissono:--Andate in prigione; se no, che voi morrete in questo giorno.-- Messer Galvano a Dio s'accomandòne, e poi si mosse il cavaliero adorno. La lancia in mano e lo scudo imbracciava; di cento cavalieri e' non curava. 68 Tre cavalier di schiera si partía, messer Galvano trassono a ferire; primo, secondo, terzo lo fería; con mortal pena lui li fe' morire. A chi un colpo di buon cuor ei dia non bisognava medico al guarire. Messer Galvan molti n'have abbattuti; li altri fuggían, gridando:--Dio ci aiuti!-- 69 Messer Galvano, uomo di gran vaglia, drieto seguía, e giá non ha paura. Li cavalier fugginno alla boscaglia; alla sua spada non vale armadura; a chi un colpo di buon cuor e' baglia, veracemente di morte il secura. Avanti sera, allo calar del sole, tutti li cavalier messe a furore. 70 E quella donna, ch'era tanto bella, avanti di messer Galvan fu gita; e dolcemente lei sí li favella: --O cavalier, Dio ti dia buona vita! tu se' lo piú prod'uom che monti in sella; ed al suo albergo lei sí lo convita. Messer Galvano ben tenne lo invito, e al castel colla donna lui fu ito. 71 In una zambra sí 'l menava ratto, e prestamente lo fe' disarmare. E in piú parte ch'elli è innaverato dolcemente lo fece medicare. E poi li disse:--O cavalier pregiato, dimmi 'l tuo nome, e non me lo celare.-- Messer Galvan rispose:--Volentieri. Sono appellato il Pover Cavalieri.-- 72 E quella dama disse in quella fiata: --Se tu se' pover, non aver dottanza; ed io son una dama ricca e agiata: darotti questa ròcca per certanza, e ogni altra cosa che ben ti sia grata; ed ho moneta assai, che me n'avanza. Ma priego, cavalier, che di tuo' voglia, avanti i' mora, di me prenda gioglia.-- 73 Disse messer Galvan:--Ora mi udite. Di voi gioglia mai non prenderia, ch'io peggiorrei le mie crude ferite. Ma una cosa ben prometteria in buona lianza, se voi consentite; e questo giuro per santa Maria. Se la Pulzella m'arete insegnare, per cara donna i' v'averò a pigliare.-- 74 Ella rispose:--I' te la insegneraggio. Ell'è in una cittade molto forte; e giorno e notte, per ogni rivaggio, fortemente si guardan quelle porte. E quella donna dal chiaro visaggio ben credo sia con pene di morte. Ed è in una prigione forte oscura, e sta in acqua fino alla cintura. 75 Dentro a quella cittá si è un castello, ch'è di marmore, bello e rilucente, con duo mila finestre di cristallo, li muri di diamante veramente; de' quai non può levar picchio o martello: per arte è fabbricato certamente. Quella cittade ha nome Pela Orso: tu non potresti darli alcun soccorso.-- 76 Messer Galvan rispose:--I' voglio andare. Se posso atare la dama lucente, certo grande servigio avrò a fare al buon Galvano, ch'è tanto valente. E a voi, madonna, avrò a ritornare per prender di voi gioia allegramente.-- E quattro giorni e piú si riposava; poi contra Pela Orso cavalcava. 77 Messer Galvano gia non dimoròe, cavalcò a Pela Orso, la cittate; e tardi a quelle porte elli arrivòe, che tutte quante le trovò serrate. E in quella notte di fuora abitòe, infino alla mattina, in su le strate. Poi lo mattina cavalcò alla porta: la guardia immantinente sen fu accorta. 78 Le porte fûr serrate tutte quante quando vider venir quel cavaliero. La guardia disse:--Non venire avante, se lo tuo nome non mi di' in primiero.-- Messer Galvano disse:--Io son mercante, ch'io voglio guadagnar del mio mestiero.-- La guardia disse:--Tu non entrerai: vista di mercadante tu non hai.-- 79 Messer Galvan molto si corrucciava, intorno alla cittade ha cavalcato; piccoli e grandi, quanti ne trovava, a tutti quanti la morte ha donato. E' con la spada tutti li tagliava, e non lasciava campar uomo nato. Alla cittade facea guerra forte; dí e notte stavan serrate le porte. 80 Messer Galvano per quelle contrade castelli e torri, tutte a lui s'han dare; e poi fece grand'oste alla cittade; quattr'anni e piú li fece dimorare. Quelli di fuora e quei della cittade gran falsitade s'ebbono a impensare, dicendo:--Usciamo. Le porte apriremo, e immantinente lui sí uccideremo.-- 81 E la fata Morgana have ordinato con que' di fuora lo gran tradimento; ed una delle porte ha disserrato, e dentro aveva grande afforzamento. E gran battaglia tosto li have dato; venneli sopra senza restamento. Chi lo fería di dietro e chi davanti: ora l'aiuti Cristo e li suo' santi! 82 Lo Pover Cavalier venía chiamato messer Galvano; a Dio s'accomandava. Chi li ha di spada e chi di lancia dato; Galvan de' sproni lo destrier toccava, tra sé dicendo:--Questo è mal mercato! e nella prima schiera lui sí entrava; e con suo brando cominciò a menare, e tutti quanti li facea scampare. 83 E per tal modo prese a cavalcare dentro da quella gente molto forte. Con quelli alla cittade ebbe arrivare: gran battaglia faceva a cotal sorte. A chi un colpo lui aveva a dare, veracemente il conduceva a morte. Quei della terra allora si rendea; messer Galvano ben la ricevea. 84 E poi alfin quella gente chiamava questo barone, ch'è molto pregiato. Allor tutta la gente che scampava a Galvano ciascun fu ritornato. E tutti quanti a lui s'inginocchiava, e dolcemente l'ebbon salutato: --Povero Cavalier, nobil, verace, a noi comanda quello che ti piace.-- 85 Disse messer Galvano:--Io vel diraggio, e fatto sia senza dimoragione: fate la dama dal chiaro visaggio che tosto sia cavata di prigione; se no, che la testa io vi taglieraggio, e tutti perderete le persone. Per trarla di prigione state accorti; se no, che tutti quanti siete morti.-- 86 E quella gente allor di gran bontade della Pulzella arricordò il tormento; e di lei loro aveano gran pietade. --Nol sapevamo nel cominciamento, che certo data vi avriam la cittade, e fatto avriam tutto il vostro talento.-- Con gran romore i cavalieri andava alla cittá real dov'ella stava. 87 Ma quel castel sí era ben armato, e dentro v'era molta buona gente. Non li valea 'l combatter d'alcun lato; quella battaglia non curava niente. Lo romore era sí grande levato, che la Pulzella Gaia ben lo sente. Nella prigione tutta si smarría di tal romore com'ella sí udía. 88 Una donzella della savia fata, che tuttavia li porta la minestra, andò alla prigione in quella fiata. Disse:--Pulzella Gaia, ora stai destra. Io sí ti dico, e faccioti avvisata che l'angiolo di Dio di te fa inchiesta. Or stai allegra, e non temer ad ora, ché di prigione tosto uscirai fuora.-- 89 E la Pulzella sí prese a parlare, e sí li disse:--O compagna mia cara, io ti priego per Dio, non mi gabbare. Era Gaia: mò son di gioia avara. Cosí non va; di ciò falla mia madre, che mi fa star in pena tanto amara. Non mi gabbare piú, ch'e' mi rincresce: io prima era Pulzella, e mò son pesce.-- 90 Quella rispose:--Io non ti gabberaggio; di te ne porto doglia dolorosa, e sempre sarò grama nel visaggio, s'io non ti vedo, dolce amor, gioiosa, come solea veder lo tuo visaggio. Ma t'imprometto, donna dilettosa, ch'i' ho veduto di fuor del castello quel cavaliero poderoso e bello.-- 91 E la Pulzella Gaia prese a dire: --Compagna mia, s'elli t'è in piacimento, e se tu vo' mi del tutto servire, da scriver mi dái tutto 'l fornimento-- Ella disse:--Di ciò ti vo' fornire:-- ed halli addotto tutto 'l guarnimento. E dièlli un lume, poi ch'ella vedesse a scriver quanto che a lei piacesse. 92 E la Pulzella una lettra ebbe fatta; e, quella scritta e poi ben suggellata, disse:--Compagna mia cara ed adatta, compi di farmi ad or questa imbasciata; e, se di qua dentro io ne sarò tratta, tu ne sarai da me la ben mertata. Dentro dall'oste al mio signor fa' dare questa lettra, se tu mi vuoi scampare.-- 93 Quella rispose a lei:--Signora mia, comanda pure, ch'io ti serviraggio infin che durerá la vita mia; e, se tu scampi, allegra ne saraggio.-- Immantinente sul muro venía; la lettra buttò fuora col messaggio. Un cavalier la prese con sua mano, e poi l'appresentò a messer Galvano. 94 Galvan la lettra ebbe dissuggellata, la qual dicea:--Salute con amore. Se scampar vo' mi, parti alla celata, e stai quindici giorni ascoso fuore. E poi tu troverai di tua masnata cento a cavallo, e non aver timore. Vestili a verde a modo di donzelle, e tu a vermiglio fa' che sii con elle. 95 Sappi ti faccio a tal modo vestire perché la Dama del Lago è mia zia. Alla mia madre ella sí suol venire, né piú né men, con tanta compagnia. Allor si ti fará la porta aprire, ché ben la crederá che dessa sia. E, se passi pur l'una delle porte, l'altra tu spezzerai, non cosí forte.-- 96 (100) Messer Galvano presto ha cavalcato immantinente con que' cavalieri; quindici giorni lui stette celato; come donzelle vestí quei guerrieri, ed al castel con lor si fu inviato. La guarda lungi 'l conobbe manieri. Tosto alla fata Morgana favella; disse:--Madonna, e' vien vostra sorella.-- 97 (101) Allor Morgana tosto comandava che le porte s'aprisson di presente; e molto presto ciaschedun ne andava, perché tutti vedeanla allegramente. La guardia aperse, e a Morgana parlava la cameriera, che sa il convenente. Disse:--Madonna, voi sète ingannata: questa è altra gente: siatene avvisata.-- 98 (102) Allor Morgana molto fu adirata, e tosto corse e si prese a gridare che la porta in presente sia serrata; suoi gridi poco li have a giovare. Messer Galvano dentro fa l'entrata, e sua bandiera qui fece fermare; ma, avanti che spezzasson l'altra porta, tutta suo' gente quivi si fu morta. 99 (103) Ma pur alfine la porta spezzava; messer Galvano dentro ne fu entrato; piccoli e grandi, quanti ne trovava, a tutti quanti lui la morte ha dato. E la fata Morgana poi trovava, quale di morte l'have minacciato. Galvan li disse:--O tu, malvagia e ria, menami alla prigion della tua fia.-- 100 (104) Morgana per paura lo menava alla prigion dov'era incarcerata. Messer Galvano fuor sí la cavava, ch'ella era come pesce diventata. Messer Galvano allor sí l'abbracciava, e d'allegrezza in terra è strangosciata. Quando rinvenne, prese a sospirare, e d'allegrezza aveva a lagrimare. 101 (105) Messer Galvan li disse:--Anima mia, che morte alla tua madre vuoi far fare?-- Ed ella disse:--O dolce speme mia, questa prigion fatela mò provare. I' voglio che in prigione lei si stia, che la figliuola sua fatto ha stentare.-- Galvano di presente l'ha menata alla prigione ed ebbela serrata. 102 (106) Messer Galvan con lei senza fallanza similemente in prigione ha serrata la cameriera ch'io dissi in certanza che al castello la guardia aveva fatta, onde cavato avia la sua amanza. Con lei a Camellotto fe' tornata; ma 'l primo luogo che lui dismontòe si fu il castello che prima arrivòe. 103 (107) Della Pulzella Gaia era 'l castello, e la dama sua cara cameriera. E quel castello era cotanto bello, dove Galvan cavalcò alla primiera. Grande allegrezza fu fatta per ello e la Pulzella, la qual scampata era. Sí grande fue l'allegrezza e lo canto, che mai non si potria dire cotanto. 104 (108) Messer Galvan si ritornò alla corte, con seco lui menando la Pulzella. Gran allegrezza fêr le genti accorte, quando sí inteson cotale novella. Tutti li cavalier sí preson forte ad armeggiar per la cittade in quella. Piú dí duròne ivi la gran festa: al vostro onor compiuta ho questa inchiesta. III LIOMBRUNO CANTARE PRIMO 1 Onnipotente Dio che nel ciel stai, Padre celeste, Salvator beato, che tutt'il mondo con tua man fatt'hai, e regge il tuo saper in ogni lato, e re di ciascun re chiamar ti fai, tanto favor da te mi sia donato che possa dire un bel cantar per rima ch'a ciascun piaccia, dal piede alla cima. 2 Signori, intendo che per povertade molti nel mondo son mal arrivati, hanno perduto la lor libertade, la povertá sí forte gli ha cacciati; ed io vi conterò con veritade d'un pover'uomo gli anni mal menati, come per povertá venne in periglio, convenne dar al diavolo un suo figlio. 3 Il pover'uom si era pescatore, ed ogni giorno n'andava a pescare, per sua disavventura a tutte l'ore, che poco pesce gli venía pigliare. Terra né vigna non avea di fuore; ben tre figliuoli aveva a nutricare. La donna sua, fresca come rosa, viveva del pescar, non d'altra cosa. 4 Una mattina il buon uom si levòe, con la barchetta a pescar ne fu andato, niente di pesce il giorno non pigliòe, onde l'uom si fu forte corrucciato. A un'isoletta del mare arrivòe e quivi un grande diavolo ha trovato. E' sí gli disse:--Che mi vuo' tu dare, se ti dono del pesce da mangiare?-- 5 Ed ei rispose:--Da poi che tu puoi, a me comanda ciò che posso fare.-- Parlò il demonio co' sembianti suoi e sí gli disse:--Se mi vuoi menare su l'isoletta un de' figliuoli tuoi, e mi prometti di non m'ingannare, io ti darò del pesce per ristoro, moneta assai e con argento ed oro.-- 6 E quel buon uomo n'ebbe gran dolore; per povertá convien che lo prometta. Cosí gli disse:--Io ti darò il minore e menerollo su questa isoletta.-- E 'l mal diavol non fece altro romore; pigliò del pesce ed empiè la barchetta, moneta gli die' assai, se lo portasse, e disse:--Io t'annegherei, se m'ingannasse! 7 E quel buon uomo gli rispose ardito: --E' certamente non t'inganneròe-- e poi inverso casa ne fu gito; con tutto il pesce assai dinar portòe e di buon vestimenti fu vestito. La madre ed i figliuo' ben addobòe, di vettovaglia la casa ha fornita; ma del figliuol aveva gran ferita. 8 E poi chiamò il suo figliuol minore nella barchetta e con seco il menòe; dentro del cuor n'aveva gran dolore, e, navigando, a l'isola arrivòe, della barchetta si lo trasse fuore, dicendo:--Aspetta sin ch'io torneròe.-- Cosí lasciò il figliuol con tale inganno, che non avea passato l'ottavo anno. 9 Quel buon uomo di quivi fu partito, ché del figliuol non vuol veder la morte. Il grande diavol quivi parse, ardito, e via lo vuol portar per cotal sorte. E quel fanciullo forte fu smarrito, ché non avea nessuno che 'l conforte; ma per virtú di Cristo si facia il segno della croce, e quel fuggia. 10 Rimase quel fanciul con gran paura, solo soletto su quella isoletta. Guarda e vi vide sopra nell'altura una donna, ch'è in forma di donzella, e un'aquila pareva in sua figura. Ed al fanciullo se ne venne quella e sí gli disse:--Non ti dubitare, ché di questa isoletta ti vo' trare.-- 11 Disse il fanciullo:--Non mi vo' partire, perché mio padre qui debbo aspettare.-- L'aquila allora sí gli prese a dire: --Dov'è tuo padre, ti vuo' ben portare.-- E prese quel fanciul, senza mentire, sopra nell'aria cominciò a volare, e tanto in alto l'aquila il portòe, sí che e' capegli al fanciullo abbruciòe. 12 Poi gli mostrò il paese soprano e 'l suo castello, ch'era in lunghe parte: quattrocento giornate era lontano e piú ancor, fanno menzion le carte. Quell'aquila con quel fanciullo altano in una notte sí v'andò per arte, che la sera dall'isola il traeva, e la mattina al suo castel giungeva. 13 E poscia in una sala molto bella: --Ora m'aspetta fin ch'io torno--disse; entròe in zambra e diventò donzella, pareva che del paradiso uscisse, che riluceva piú che non fa stella; assimigliava il sol che in ciel venisse! Era vestita di molti bei panni e non avea passato ancor diec'anni. 14 Questa fanciulla, la quale io vi dico, sí si chiamava madonna Aquilina, che scampò quel fanciullo del nimico, quando lá il trasse, fuor dalla marina. Andò da lui e disse:--Bello amico, Iddio ti doni la bella mattina! Io son colei che sí alto ti portai, quando da quel diavolo ti scampai.-- 15 E quel fanciullo con buon argomento cortesemente assai la ringraziòe, e dissegli:--Madonna, io son contento, e vostro servitor sempre saròe.-- Ella rispose:--Non ti dar spavento, ché ancora piú contento ti faròe.-- Ella aveva dieci anni ed egli sette e vergin piú d'otto anni ancora stette. 16 Infra quel tempo lo misse a studiare con un maestro, e da lui bene imprese, ed imparò a scrivere ed a giostrare, e venne in arme prodo uom palese. Ai suoi colpi niun potea durare, e ben dicea ciascun di quel paese: --Quest'è figliuol di conte e di barone!-- tanto era adatto e di bella fazzione. 17 Quando cresciuti furono in etade, egli pareva un giglio, ella una rosa, e quella donna piena di beltade disse:--Il mio cuore non ará mai posa, se non adempio la mia voluntade: piacciati al tutto che io sia tua sposa: poiché allevato t'ho, donzel gradito, ora ti piaccia d'esser mio marito.-- 18 E quel fanciullo con buona dottrina cosí cortesemente ebbe parlato, e sí gli disse:--Madonna Aquilina, con gran fatica m'avete allevato. Voi mi campaste fuor della marina; ciò che a voi piace sono apparecchiato.-- Ed il suo nome disse a ciascheduno; la gente sí lo chiama Leombruno. 19 Egli sposò la donna in cotal sorte, ella sua sposa ed ei per suo marito. Il suo castello gli era tanto forte, di ciò che bisognava era fornito, fino nell'aria aveva ben due porte fatte per arte, e molto ben guernito. Persona alcuna entrar non vi potea, se madonna Aquilina non volea. 20 Liombruno sapea l'incantamento, a suo diletto n'usciva ed entrava e spesso vi facea torniamento di belle giostre al tutto s'approvava. E quella donna, piena di contento, di giorno in giorno sempre piú l'amava, perch'era bello e pien di leggiadria, sí che la donna gran ben gli volia. 21 Standosi un giorno tutto nequitoso, la bella donna sí gli ebbe parlato, e sí gli disse:--Viso mio amoroso, perché mi sta' tu tanto corrucciato?-- A lei rispose Liombruno sposo: --Madonna, un gran pensier si m'è levato: i miei fratelli vedere io vorria ed il mio padre e madre in compagnia.-- 22 Disse la donna:--Se tu vuoi andare, io vo' che m'imprometta, senza inganno, al termin ti darò, di ritornare. Voglio che torni avanti che sia l'anno.-- E Liombruno sí prese a parlare: --Madonna, e' sará fatto senza affanno.-- Ed ella allora gli donò un anello, che da disagio scampasse il donzello. 23 --Ciò ch'arai--disse--a l'anel domandare tu l'averai tutto al tuo piacere; danari e robba, senza dimorare, ti sará dato a tutto tuo volere: ma guarda di non mi manifestare, ché mai piú grazia non potresti avere; e fa' che fino a un anno tu ritorni e, se piú stai, non varchi quattro giorni.-- 24 E Liombruno disse:--Volentieri!-- E quella donna, sí bella e gradita, innanzi ch'ei partisse a tal mestieri, ben quattro dí fe' far corte bandita, e 'l fece fare ancora cavalieri: fecegli cinger la spada forbita. E, fatto questo, si prese commiato; e "messer" Liombruno era chiamato. 25 Avea d'andar giornate quattrocento innanzi che in suo paese arrivasse; ma quella donna per incantamento sí ordinò ch'egli s'addormentasse; a l'arte fe' da poi comandamento che in suo paese tosto lo portasse. La sera Liombrun s'addormentòe, la mattina al paese suo arrivòe. 26 E, quando venne su l'alba del giorno, si fu allor Liombruno risvegliato, rizzossi in piedi e guardossi da torno e 'l bel paese ha ben raffigurato. E Liombrun, quel cavalier adorno, umilemente Dio n'ha ringraziato ed a l'anello grazia egli chiedía: ciò che 'l comanda, tutto gli venía. 27 Per la virtú ch'aveva quel anello, in prima sí ei richiese un buon destrieri; di vestimenta poi 'dobbato e bello, come bisogna a ciascun cavalieri; una valigia poi appresso a quello, fornita di fiorini a tal mestieri; e gente gli chiedeva senza fallo: assai ci venne a piedi ed a cavallo. 28 Con questa gente e con quei suo' danari andò a la casa e ritrovò suo padre e' suoi fratelli e' suoi parenti cari, e quella robba presentò alla madre. Non si mostrorno i suoi parenti avari verso di lui e tutte le sue squadre, ma, visitandol, diceva ciascuno: --Ben sia venuto messer Liombruno!-- 29 I suoi parenti dicean tutti quanti: --O Liombruno, dove sei tu stato?-- E Liombruno a lor rispose avanti: --In veritade io ho ben guadagnato e sono stato con ricchi mercanti, che m'han cosí vestito ed addobbato, pel ben servire ched io ho fatto loro m'han fatto cavalier a speron d'oro.-- 30 Ben nove mesi stette con presenti, che li facevan ciascuno d'onore. Li si provava amici con parenti; in quelle giostre, pien di gran valore, spesso facea di ricchi torniamenti. E Liombrun di tutti avea l'onore. Passati nove mesi, e' prese a dire a' suo' parenti:--E' mi convien partire, 31 ché a quelli mercatanti io n'ho promesso innanzi passi un anno di tornare.-- Que' suoi parenti sí dissono:--Adesso, o Liombruno, dove vuoi tu andare? Sappi, il re di Granata sta qui appresso, una sua figlia si vuol maritare; e 'l torniamento ha giá fatto bandire che chi la vince, seco de' venire.-- 32 E Liombruno questo dire udía, li venne in cuor di provar sua ventura, ed a l'anello subito chiedía un bel destriero con buona armadura. E ciò ch'ei domandò, tutto venía. Liombruno d'armarsi allor procura; da suoi parenti comiato pigliava, e ciaschedun di loro lagrimava. 33 E Liombruno si prese comiato, tanto cavalca che giunse in Granata, lá dove torniamento era ordinato e la gran giostra era cominciata. E l'altro giorno se n'andò sul prato, dove la gente era giá ragunata. Ivi era un saracin tanto possente, che della giostra quasi era vincente. 34 Quel saracin avea tanta fortezza, che niun a lui si gli volea accostare però ch'egli era prode e pien d'asprezza; a suoi colpi nessun potea durare. E Liombruno, pien di gentilezza, a lui davanti s'andò a presentare. E disse il saracin:--O a me ti rendi, o, se tu vuoi giostrar, del campo prendi.-- 35 E Liombruno disse:--Volentieri!-- Arditamente del campo pigliava. E 'l saracin, che si tenea de' fieri sul buon destrier allora s'affermava; e rivoltossi il nobil cavalieri: l'un verso l'altro forte speronava. I cavalieri furon riscontrati: or udirete i colpi smisurati! 36 Il saracino e messer Liombruno si vennero a ferir arditamente; due gravi colpi si dette ciascuno; ma pur il saracin si fu perdente; arme ch'avesse non gli valse un pruno ché Liombruno, nobile e possente, il ferro e l'asta nel cuor gli cacciòe, giú del destriero morto lo gittòe. 37 Caduto in terra morto il saracino, Liombruno nel campo si feria, quanti ne giugne mette a capo chino e ciaschedun gli donava la via, e ben pareva un franco paladino. Con alta voce ciaschedun dicía: --Non combattete piú, franco signore, del torniamento è giá vostro l'onore!-- 38 Il re si fe' venire il cavaliere e sí gli disse:--Baron valoroso, la mia figliuola sará tua mogliere, e tu sarai mio genero e suo sposo.-- E Liombruno disse:--Volentiere, se ciò vi piace, alto re valoroso.-- Ma, innanzi che quel re gliel'abbia a dare, co' suoi baroni si vuol consigliare. 39 Il re i suoi baroni ha domandato, disse:--Che ve ne par del cavaliere? Voi 'l dovete saper--ebbe parlato-- forse che in suo paese egli ha mogliere, e non mi par di cosí gentil stato, ched a noi si confaccia tal mestiere, benché sia prode e pien di gagliardia, a noi non par che convenente sia. 40 Ma, se per nostro senno si dee fare, ordinarete che ciascun si vanti, e dopo il vanto, senza dimorare, ognun il suo ne provi a noi davanti.-- E l'altro dí si fece ritornare in su la sala i baron tutti quanti, ed ordinò che ciascun si vantasse, e poscia il vanto innanzi lui provasse. 41 Chi si vantava di bella mogliere, chi si vantava di bella magione, chi di caval corrente e buon destriere, chi di gentil sparviero o di falcone, chi di palazzi o di gran torri altiere, chi si vantava di tal condizione; e, quando ciaschedun si fu vantato, messere Liombrun fu domandato. 42 Dissegli il re:--Perché non vi vantate?-- E Liombruno sí gli respondia: --Sacra corona, ora mi perdonate.-- Ed ei rispose:--Perdonato sia.-- E Liombruno disse, in veritade: --Ed io mi vanto della donna mia; piú bella donna non si può trovare, ed infra venti giorni il vo' provare!-- 43 --Termine mi domandi venti die-- rispose il re--ed io te ne vo' dar trenta.-- Liombruno all'anello disse lie: --Donna Aquilina presto m'appresenta!-- E quella donna, perché a lei fallie, non vuol venire, acciò ch'egli si penta. E passò trenta giorni senza resta, alli trentun dovea perder la testa. 44 A trentun dí la donna fu venuta, e fuor della cittá si ritenía: una donzella suo vestir aiuta, mandolla al re e a la sua baronia. E, quando il Re costei ebbe veduta, ch'era piena di tanta leggiadria, disse a Liombruno:--È questa tua mogliere?-- Ei rispondea:--No, dolce messere.-- 45 Poi una cameriera gli arrivava davanti al re e gli altri suoi baroni; e, quando il re costei si riguardava, che l'era tanto bella di fazzione, inverso Liombruno egli parlava: --È questa moglie tua, gentil campione?-- Liombrun disse con dolce favelle: --Signor mio no, ma ambedue son donzelle.-- 46 E madonna Aquilina fu arrivata col suo bel viso, che rendea splendore: davanti al re si fu appresentata, poi di lí si partí senza tenore. E, quando il re costei ebbe guardata --Liombrun--disse,--nobile signore, or mi perdona per tua cortesia! --Perdonate a me voi!--Liombrun dicea. 47 E Liombrun da lui prese commiato, e dietro la sua donna se ne gia. Ella l'aspettò suso in un bel prato; Liombrun perdonanza gli chiedia. Ed ella disse:--Falso rinnegato, della tua morte non m'incresceria!-- Per altra via la donna se n'andava, né arme né caval non gli lasciava. 48 Né arme né caval non gli lasciòe. Liombruno in un bosco ne fu entrato: tre malandrini dentro vi trovòe, che ciaschedun pareva disperato. Nel secondo cantare i' vel diròe, ciò che al cavalier gli fu incontrato. Di Liombruno è giá detto un cantare. Darem principio l'altro, a cominciare. CANTARE SECONDO 1 Imperador de' regni sempiterni, luce del mondo e bontade infinita, che tutto il mondo mantieni e governi ed incarnasti in la Madre gradita, donami grazia, Dio, tal ch' i' discerni la bella istoria con rima fiorita. Al nome di Dio voglio cominciare di Liombruno il secondo cantare. 2 Signori, io dissi giá nell'altra rima come Liombrun del demonio scampòe; di punto in punto vi contai da prima, con grande onore al padre ritornòe; e sí vi dissi, come il libro stima, come madonna Aquilina il lasciòe, e non gli lasciò arme né cavallo, e come si scontrò in un gran fallo. 3 Tre malandrini avevano rubato due mercatanti e morti a gran furore, e' lor denari avevano in un prato sopra una pietra, a partirli in quell'ore; e ciascuno pareva disperato, insieme si facevan gran rumore; per darsi morte avean tratti i pugnali, per un mantello ed un par di stivali. 4 Perché il mantello lo voleva l'uno, l'altro gli usatti non potea accordare, il terzo, disse, rimaneva al bruno; e tutti se n'avevano a crucciare. Intanto li passava Liombruno. Quando lo vidder, tutti hanno a gridare, e il piú antico di loro lo chiamòe, e Liombruno prestamente andòe. 5 E sí gli disse:--Amico valoroso, in queste cose ponci providenza. Questo mantello è tanto grazioso; di questi usatti sappi la credenza.-- E Liombruno a lor ebbe risposto: --Acciò che possa dar giusta sentenza, la virtú del mantel voi mi direte e degli usatti, poi che lo sapete.-- 6 Un di lor due, ch'era il piú saputo, a Liombruno sí prese a parlare, e sí gli disse:--Tu sei proveduto: chi lo mantello adosso avrá a portare da uom del mondo non sará veduto; di questi usatti ti voglio contare: e chi gli ha in piè, cammina come il vento, perché son fatti per incantamento. 7 Liombrun disse:--Giá nol crederia, se primamente non gli ho a provare.-- Il piú antico sí gli rispondia: --Or te gli metti, e sí comincia andare, alquanti passi fa' per questa via.-- Ei se gli messe senza dimorare. Da poi che fu calzato Liombruno, ei del mantello domandava ad uno. 8 --Sed egli è ver quel che voi detto avete, un gran tesoro vale, in fede mia.-- Ed il piú antico disse:--Or vel mettete, voi vederete s'ella cosí sia.-- Ed ei sel misse e disse:--Or mi vedete?-- --Non ti vediamo--il malandrin dicía. Prese di quei fiorini a suo piacere, di niuna parte lo potean vedere. 9 E Liombruno non tardò niente, el mantello e gli usatti n'ha portati. Ciascun de' malandrin restò dolente: sopra el piú antico si fûrno crucciati, dicendo:--Gli è tuo amico o tuo parente, che per tal modo via ne l'hai cacciato.-- Il piú antico disse:--Nol conosco, nol viddi mai, se non in questo bosco.-- 10 E non gli valse scusa ch'e' facía, che pur al tutto non volson udire, dicendo:--Pur tu l'hai mandato via, per ritrovarlo poi al tuo desire!-- Forte infiammato, ciascuno venía, con le spade il cominciono a ferire, in cotal modo che costui moríe suso quel prato e sua vita finíe. 11 E, fatto questo, si furon voltati suso la pietra, ov'erano i danari, e, vedendo com'erano scemati, tutti a due se n'ebbono a crucciare, dicendo l'uno a l'altro:--Gli hai rubati!-- e con le spade comincionsi a dare. Li colpi furon valorosi e forti ché in quel prato ambidue restaron morti. 12 E Liombruno udiva il gran rumore, voltossi indietro e stavasi a vedere, e vidde i crudi colpi di valore che ciaschedun si dá di mal volere; indietro ritornò, senza timore, e prese quei fiorini a suo piacere, ch'eran piú di tremila settecento, poi camminava piú che non fa il vento. 13 E Liombruno tanto camminòe, che presso a un'osteria ne fu arrivato e dentro quella prestamente entròe; tre mercatanti v'ebbe ritrovato, e messer Liombrun gli salutòe. Ed il saluto a quello han raddoppiato; per lo saluto fece Liombruno, in piedi fu levato ciascheduno. 14 Vedendo Liombruno i mercatanti che ciaschedun gli facea grand'onore, a lor parlava con dolci sembianti: --Sedete giuso, o caro mio signore!-- E Liombruno disse a l'oste:--Avanti, reca del vino e togli del migliore, a questi mercatanti date bere, chè voglio star con lor di buon volere.-- 15 E, cosí stando, il vino fu recato. Poiché ebbono bevuto lí davanti, Liombruno allora si ebbe parlato, ed a lor disse:--O degni mercatanti, voi che cercate il mondo in ogni lato, li regni e li paesi tutti quanti, deh, ditemi la terra oltramarina, ov'è signora madonna Aquilina!-- 16 Niun di lor non gliel seppe insegnare e ciascun gli rispose assai cortese: --Mai a mia vita l'udi' menzionare, in veritade, mai cotal paese.-- Disse il piú antico:--Tu potresti andare, molt'anni e molti, piú che qualche mese, non troveresti sí fatto argomento, non tel potria insegnar se non il vento.-- 17 Liombrun disse:--V'è nissun che sapesse come il vento io potesse ritrovare?-- Ed il piú antico par che rispondesse: --Se su quel monte tu potessi andare ed aspettassi vento che traesse, che da un romito vengono albergare piú di sessanta venti di certano; quando vi sono, ognun par corpo umano. 18 Ma dell'andar non ti metter in prova, che non fu giamai uomo alcuno nato; sol un romito, e questo si ritrova, perché da' venti si vi vien portato, ed ogni capo d'anno si rinnova, siccome l'alto Dio ne gli ha ordinato; e cosí viene portato dal vento, siccome a Dio Signor è in piacimento. 19 Questa montagna è di sí grande altura, cosí pendente da montar là suso, ma, se nessun vi monta per sciagura, mezzo miglia non va, che cade in giuso, morto si trova giú, in quella pianura. Però d'andarvi nessun mai fu uso. Deh, non andar, se tu non vuoi morire!--Disse Liombruno:--E' mi convien pur gire.-- 20 Ancor non era il sole tramontato, e da costor Liombruno si partía. Il mercatante sí gli ebbe insegnato della montagna il cammino e la via, e Liombruno l'ebbe ringraziato. Di lí si parte, il mantel si mettía e que' stivali pigliò a tal partito, che innanzi sera giunse dal romito. 21 Per la virtú che avean quegli usatti, allegramente Liombrun camminava, alla montagna giunse a tali patti, senza paura suso alto mirava. Arrivato alla cella, batti, batti! e quel romito si maravigliava, e 'l segno della croce si facea, lo sportell'apre e nessun si vedea. 22 E quel romito gran paura avía, credendosi che fusse il diavol fello. E Liombruno indietro si traía, tosto di dosso si cavò il mantello, chiamando Cristo con Santa Maria, e si fece davanti allo sportello. E quel romito forte si assicura, chiamar sentendo la Vergine pura. 23 Ancor non era il sol bene al tramonto, che Liombruno è al romito arrivato, secondo che l'istoria ne fa conto. Quel romito sí l'ebbe domandato, e disse:--Amico, a che se' tu qua gionto? Or da qual parte se' quassú montato? Uomo non fu giamai che ci arrivasse salvo se 'l vento non ce lo portasse.-- 24 E Liombruno sí gli respondía, e disse a quel romito con desio: --Mi ha portato la ventura mia, e gli stivali che portato ho io, sol per amore della donna mia, la quale tien legato lo cuor mio. Donna Aquilina si chiama palese, che signoreggia questo stran paese.-- 25 E quel romito, ch'è da Dio ispirato, a Liombruno sí prese a parlare: --A la mia vita mai, a nessun lato, cotal paese non odii nomare.-- Disse Liombruno:--E' m'è stato insegnato che quassú i venti vengono albergare. Per lo mio amor, quando saran tornati, per vostra cortesia, gli domandati. 26 --Or entra dentro--quel romito disse-- infin ch'e' venti tornan uno ad uno, e intenderò s'alcun ve ne venisse.-- E nella cella entrava Liombruno nel luogo del romito, e lí s'affisse, perfin che i venti tornasse ciascuno. E quel romito sí gli scongiurava, e di monna Aquilina domandava. 27 In prima venne il vento di Ponente, e dopo lui il gagliardo Garbino, vento Levante poi subitamente, e 'l vento Greco e 'l buon vento Marino, vento Maestro venne similmente, che face 'l mondo al suo furor tapino, vent'Ostro, Borea e vento Tramontana, molti venti del mare e della Tana. 28 E quel romito, ch'è da Dio ispirato, tutti gli scongiurava arditamente che quel paese gli fusse insegnato, dalla parte di Cristo onnipotente. Ciascun diceva:--Io non vi son mai stato.-- Ed un di loro parlò immantinente, disse:--Sirocco ancor ha da tornare, forse ch'ei lo saprá tosto insegnare.-- 29 E, cosí stando, Sirocco è arrivato e quel romito per virtú divina di quel paese l'ebbe domandato che signoreggia madonna Aquilina. E Sirocco rispose:--Io vi son stato, e tornare io vi voglio domattina.-- E Liombruno sí gli prese a dire: --Se ti piace, con teco vo' venire.-- 30 E 'l vento disse:--Vuoi venir con mene a quel paese, ch'è cosí lontano? Ed aspettare io non potre' giá tene, amico; sicché tu ragioni invano!-- Disse Liombruno:--Io vo molto bene e seguirotti per monte e per piano; se domattina tu mi vuoi chiamare, quando vorrai 'l cammin incominciare. 31 Disse Sirocco:--Ed io ti chiameròe, poiché con meco tu vuoi pur venire. In niuno patto non ti aspetteròe, questo ti dico e faccioti a sentire. La strada col cammin ti mostreròe e vederò se mi potrai seguire. --Io son contento--Liombrun rispondía-- purché mi mostri 'l cammino e la via.-- 32 E quel romito da cena gli dava di quelle cose che per lui avía. L'angiol del cielo sí lo visitava. E Liombrun col romito partía, ed a dormir poi subito n'andava: gli usatti di piè trar non si volía, per star in punto, se 'l vento 'l chiamasse, e seguitarlo dov'egli ne andasse. 33 E, quando il giorno si venne a schiarare, Sirocco Liombruno ebbe chiamato, e disse:--Amico, vuo' tu camminare?-- Ed ei rispose:--Io sono apparecchiato.-- Uscí di fuora senza dimorare; la strada ed il cammin gli ebbe mostrato, dicendo:--Ve' quella montagna, lungi? Lassú mi troverai, se tu mi aggiungi.-- 34 Poi si partiva Sirocco fuggendo, e Liombruno da quel fraticello prese commiato, e vassen via correndo dietro del vento, e méssesi il mantello. Sirocco indietro s'andava volgendo, e Liombruno andava innanzi ad ello. E cosí alla montagna egli arrivò prima del vento, e qui lui aspettò. 35 --Or--disse il vento--che uomo sei tu, che non ti posso veder né sentire e quanto me cammini, ed ancor piú? Io non credea che potessi venire. Quella montagna, lungi, vedi tu? Lassú con meco ti conviene gire e sí ti mostrerò, amico bello, di madonna Aquilina il suo castello.-- 36 Allor Sirocco innanzi si avviava, Liombruno il mantello si mettía, e innanzi al vento d'un gran pezzo entrava, Sirocco pur indietro si volgía, e spesse volte Liombrun chiamava; e Liombruno innanzi rispondeva. E cosí alla montagna fu arrivato innanzi al vento, e 'l mantel s'ha cavato. 37 Cosí cavato che s'ebbe 'l mantello, il vento giunse e tal parole disse: --Io ti prometto, caro amico bello, che sei 'l miglior corrier che mai sentisse! Or leva suso e lá vedi il castello.-- E poscia il vento da lui dipartisse, e per un'altra strada se n'andava, e Liombruno al castel camminava. 38 E Liombruno niente ha dimorato per infin ch'al castel ebbe arrivare; con allegrezza subito fu entrato e nel palazzo entrò senza tardare. E nella sala trovò apparecchiato, che madonna Aquilina è a desinare. Egli si affetta e mangiava al tagliero; la donna non vedeva il cavaliero! 39 Una donzella di cortel tagliava, l'altra donzella di coppa servía, e Liombruno di buon cuor mangiava, ciò gli bisogna, e nessun non vedía. Ma quella dama si meravigliava che quella robba, che innanzi venía, la quarta parte non gli par mangiare di quel che innanzi si facea recare! 40 E quella donna nobile e reale subitamente si s'ebbe pensato, infra 'l suo cuore disse:--Gli è segnale che Liombruno si è mal arrivato: o ch'egli è morto, o ver ch'egli ha gran male! Tapina me, ch'io feci gran peccato! Io non dovevo guardar al suo fallo, che non gli lasciai arme né cavallo!-- 41 Per la virtú che aveva quel mantello, le donne non vedevano l'ardito; e Liombruno aveva ancor l'anello ch'ella gli die', quando si fu partito. Ed egli allor si ricordò di quello, e Liombruno, quel signor gradito, sopra il taglier se lo lasciò cascare. La donna il vide, e presto ebbe a parlare: 42 --Questo è l'anello cosí grazioso, ch'a Liombruno diedi quella volta ch'egli da me partí tanto gioioso, e verso la sua patria diede vòlta. Sempre il mio cuor ne resterá doglioso, e l'alma mia sará fra pene involta fin che 'l mio cor non veggio e la mia vita!-- E cadde in su la panca, tramortita. 43 Le donne la portorno suso a letto, fregandole le mani e 'l chiar visaggio. Ella rivenne e disse con affetto: --Lassa! tapina me! come faraggio? Di Liombruno, il mio sposo diletto, in questa notte saper io vorraggio, lá dove gli è andato ed in qual parte! In questa notte lo saprò per arte.-- 44 Allor le donne di camera uscía, come la donna gli aveva ordinato presto Liombrun dentro se ne gía, alla sua sposa egli si fu accostato; e quella donna di dolor dormía; presso di lei egli si fu appoggiato, il chiaro viso e la bocca ha baciata di quella donna, che si fu svegliata. 45 E Liombruno il mantel si mettía e la sua donna nol vedea per niente. Subitamente questa si dicía infra 'l suo cuor:--Lassa, o me dolente! che Liombruno fussi mi credía, io bene l'ho sognato certamente. Tapina me, ch'io non ho piú conforto! Questo segno è che Liombruno è morto! 46 Cosí la donna, non vedendo niente, un'altra volta si mise a dormire. E Liombrun si fece similmente. Piú che di prima la fece smarrire; ma ella si voltò sí prestamente, che del mantel non si puoté coprire, che pur alquanto lo vidde per certo prima che del mantel fusse coperto. 47 Ed Aquilina di dormir si finse. Liombruno il mantello si ha cavato; ella fu presta e con la mano il cinse, 'nanzi che del mantel sia covertato, sí fortemente allora ella lo strinse, dicendo:--Liombrun, chi t'ha insegnato lo incantamento adoperi per arte? Chi t'insegnò venire in questa parte?-- 48 E Liombrun gli disse tutti i fatti, de' malandrini che trovato avía e del mantello ancora e degli usatti, e di quel vento gli insegnò la via. Infra lor due non bisognò altri patti; le braccia al collo ciascun si ponía, e poi intramendue si fêr la pace, annullando ciascun ciò che dispiace. 49 E cosí stêrno insieme allegramente, infin che visson, con perfetto amore. I' priego Gesú Cristo onnipotente e la sua Madre, piena di valore che salvi e guardi tutta buona gente, che si mantenga in pace e buon amore. Al nostro fine Dio ci dia la gloria. Al vostro onor, finita è questa storia! IV ISTORIA DI TRE GIOVANI DISPERATI E DI TRE FATE CANTARE PRIMO 1 Colui che da Giovanni ebbe il battesmo in nel fiume Giordano, ignudo nato, il qual principio fu del cristianesmo, che dei nostri peccati ci ha lavato, prestimi aiuto lui, ché io medesmo so ch'io non sono a tal mestier usato; pertanto presti grazia a mia memoria ch'i' possa raccontar la bella istoria. 2 Dapoi che siete venuti a ascoltare, io vi vo' dire una bella novella; istate tutti attenti al mio parlare, ché so ch'a tutti la vi parrá bella. In ogni luogo sí vorre' cercare, pel mondo tutto, per cittá e castella: "perché gli è dato ad ogni creatura, come gli è nato, a ciascun sua ventura"; 3 ma vuolsi se non è nella sua terra cercarne un'altra, tanto che la trovi, e non temer fatica, affanno o guerra. Rado s'ha il ben, se prima il mal non provi, e vuolsi passar monti ed ogni terra, ché, se se' pigro e sempre un luogo covi, tu non la troverai, questo ti provo, se tu stai saldo e mai esci dal covo. 4 Perché talvolta si truova in un prato, e' si vuol sempre ogni cosa cercare. E' furon tre che ciascun disperato erano, e non sapean come si fare, tanto ch'ognun di lor si fu accordato, ciascuno insieme cominciò a parlare: --Dove vai tu?--E tu che vai cercando?-- --E' tel dirò, stu mi verrai 'scoltando. 5 I' ho cercato di molto cammino, e son disposto tanto camminare, e tanto andrò portando il capo chino, ch'i' porrò fine a tanto sospirare.-- Rispose l'altro:--Ed io son sí meschino, sí, mi dovessi un dí gettar nel mare, ch'io son disposto con pene o con danni veder s'i' posso uscir di tanti affanni. 6 --Veggio ch'ognun di noi è disperato; se ci vogliamo insieme accompagnare, arèn pel mondo poi tanto cercato, qualche ventura ci potrebbe aitare.-- E fussi insieme ciascuno accordato; cosí presono insieme a camminare e stettono una sera all'osteria, e la mattina poi ritornò via. 7 Eran tutti vestiti alla leggiera; ma, perché n'era lontano il cammino, tolsen del pan dall'oste quella sera, e ciascheduno aveva un fiaschettino, e perché l'oste disse che lungi era, ciascun la sera se l'empiè di vino. E camminorno insino al sol passato, tal che la sera alloggiorno in un prato. 8 Diceva l'uno:--E' sará me' cenare, e poi cenato porrènci a dormire.-- Mentre che stanno cosí a ragionare, ecco tre belle giovane apparire, tal che fanno costor maravigliare; e, giunte quivi, cominciorno a dire: --Voi siate tutti quanti e' ben trovati, da poi che siete nel prato alloggiati.-- 9 Disse un di lor:--Le ben venute siate! Dove n'andate adesso, ch'è giá notte? Se volete, con noi quivi posate, e non andate errando per le grotte; da poi che noi tre siamo e voi tre siate, ognun ne torrá una questa notte, e ciascuna di voi piacer arete; dove vi piace, domattina andrete.-- 10 Una rispose:--Non ne fare istima, ch'a nessun modo non mi toccherai, se giá per donna non mi pigli prima; per altro modo me tu non arai; ma, se mi vuoi sposar, odi mia rima: farò tal cosa che tu riderai, e darotti per dota tanto avere ch'alla tua vita tu potrai godere. 11 --Sappi--rispose alla donna colui-- ch'i' non son ora per donna pigliare, se giá non fosse, come dite voi, che quella, a chi m'avesse a maritare, mi desse tanto aver, ch'avesse poi per la mia vita sempre a trionfare. A questo modo forse lo farei; per altro modo mai non ne torrei!-- 12 Disse la donna:--Sappi domandare e chiedi quel che vuoi, ché l'averai.-- Colui rispose:--Se tu mi puoi dare questo che chieggo, tu sempre m'arai: una borsa che sia di tal affare, che fusse piena di denari assai, e s'io aprissi quella borsa ogn'ora cento ducati ne balzasser fuora. 13 --Ecco la borsa la qual tu mi chiedi.-- Disse colui:--I' vo veder la prova. --Guarda qui ben, se cosa alcuna vedi.-- Colei la borsa dalla bocca snoda e fe' balzar cento ducati a' piedi. Colui, che di tal cosa ben gli proda, tolse costei, ch'aveva il viso bello, come sua donna e dettegli l'anello. 14 Disse quell'altra al secondo di loro: --E tu che cosa pensi nel tuo cuore? Disse colui:--Non chieggio argento od oro, ma sí un tappeto di fino colore, che mi portasse senza far dimoro, senza esser visto, in ogni concistore.-- Detto tappeto la donna lo trova, e poi gli disse:--Faranne la prova.-- 15 Colui sel mise addosso ed ha parlato con quel tappeto ravvolto alle rene, e fecesi portare in capo al prato, e prestamente indrieto se ne viene; ed ha la donna subito sposato, ché gli pare la cosa andasse bene. E poi quell'altra disse senza lagno: --C'hai tu pensato? Dimmelo, compagno! 16 --Se tu sapessi quello c'ho pensato e potessimel dare, o viso adorno, i' t'arei come gli altri anch'io sposato e servireiti sempre senza scorno. --Abbi pur quel che tu m'hai domandato!-- E colui disse che voleva un corno, ched ogni volta che l'abbi sonato sian dieci squadre quivi, ognun armato. 17 --Perché, quando io volessi assai denari, io metterei l'assedio ad una terra, che per paura, senza alcun divari, mi dien l'argento per levar la guerra, che contra me non arén poi ripari, tanta metterei gente in quella terra.-- Disse la donna, che con lui ragiona: --Ecco lo corno. Fa' la prova e suona.-- 18 E' si pigliò quel corno e l'ha sonato: ecco la gente d'arme comparire; son dieci squadre, ciaschedun armato, dimostran d'aver forza e grand'ardire. Un'altra volta e' l'ebbe risonato; eccotene altrettanti li venire. Dieci volte il sonò di valimento, tanto che venner delle squadre cento. 19 Fecer la prova e furon consolati, e ciaschedun quel ch'avien chiesto l'ebbe, e tutt'e tre si furon maritati a quelle tre, che a nissun non l'increbbe. E tutt'e tre si fûrno addormentati infin che l'altro giorno arriverebbe; ma la mattina, quando si destorno, ignuna delle donne e' non trovorno. 20 E disse:--Ove son io stanotte stato?-- e viene il sogno suo imaginando; e diceva a' compagni:--I' ho sognato un sogno ch'io verrò poi ragionando: e' mi pareva moglie aver pigliato, e stavomi con essa sollazzando. Arebbela nessun di voi veduta, che non so giá quel che se ne sie suta?-- 21 L'altro rispose:--A me parve iersera, quando eravamo a cenare nel prato, venner tre donne con bella maniera e dolcemente ci ebbon salutato.-- Quell'altro lor compagno si dispera, e non sa come il fatto sia passato, dicendo:--Una ne presi per mia sposa: or non so come vada questa cosa.-- 22 Quell'altro disse:--Anch'io ne presi una e donommi un tappeto molto bello e, perché fusse ben di notte bruna, mi portava, dov'io voleva, quello.-- E 'l primo disse che di seta bruna la sua una borsa gli donò per ello, che, come quella borsa ella s'apriva, cento ducati fuor di quella usciva. 23 Il minor disse:--A me donò la mia un corno lavorato gentilmente, ch'a sonarlo, ogni volta quel facía ben dieci squadre di pulita gente.-- Guardando intorno, ciaschedun vedía quelle cose ciascuna di presente; viden la borsa e quel tappeto adorno, e similmente il lavorato corno. 24 --Questo sarà un sogno da dovero? --Facciàn la prova?--E poi qual cosa fia?-- Fecion la prova e viddon ch'era vero; e inverso Roma pigliaron la via. Quel della borsa pagava l'ostiero, quando avevan mangiato all'osteria. Stettono a Roma circa quattro mesi, poi terminoron di mutar paesi. 25 Partissi prima quel ch'avea la borsa, e prese il suo cammin verso la Spagna, e molto bene all'oste il becco intorsa, e facea scotti, che non ne sparagna; ed avea giá di molta via trascorsa, e molto spende perc'ha chi guadagna, ed are' fatto di denar duo sacchi, giocar sapendo a' tavolier e a scacchi. 26 Giocava a tavole e era buon maestro, tal che venne agli orecchi alla regina; e fu mandato per lui molto presto che venga in corte; e lui tosto cammina avanti alla regina molto destro; con riverenza la saluta e inchina e diceva:--Madama, in cortesia, che mi comanda Vostra Signoria? 27 --Detto m'è stato di tua gentilezza, e come a scacchi giuochi cosí bene, ed a tavole--disse--con destrezza ne sanno giocar pochi come tene. I' ho di giocar teco gran vaghezza poi che cosí gentil maestro sene.-- Ed ei rispose che gli era contento di far ciò che gli fosse in piacimento. 28 E cominciorno il giuoco al tavolieri, e piaceva alla donna il suo giocare, ed anche lui la vedea volentieri, tal che se n'ebbe mezzo a innamorare. Lassôr le tole e preson lo schacchieri, e lei, ch'era maestra di giocare all'uno e all'altro giuoco gli ha tirati, se non son piú, cinquecento ducati. 29 Finito il giuoco, quel giorno presente, diss'ella:--Poi ch'abbiam tanto giocato, i' vo' che mi prometta veramente che con meco stasera abbi cenato.-- E lui, che giá sentía le fiamme ardente, ebbe l'invito suo tosto accettato; e disse:--Poi che vi faccia piacere, io son contento far vostro volere.-- 30 Cenato c'hanno, senza uscir da mensa, sul tavolieri incominciorno il giuoco, perché colei nell'animo suo pensa come potesse far ardere il fuoco; e talvolta sospira, e poi ripensa com'ella possa fare a poco a poco; e la sua fantasia avea trascorsa com'ella possa tôrgli quella borsa. 31 E finge, e dice:--O traditor d'amore!-- E con queste parole poi sospira. Costui, ch'aveva giá ferito il cuore, alle parole sue pose la mira: --Costei non ha marito né signore,-- tanto che questo alle sue voglie tira; e diceva a costui nel sospirare che gli voleva in secreto parlare. 32 Tanto che disse:--Poi ch'amor m'ha giunto e forzami a seguir tutte tue voglie, io son regina, com'io t'ho riconto; se ti piacessi di tôrmi per moglie, di te come di me sia fatto conto. Cosí fortuna adempie le sue voglie. Ma non fare' cotal cosa altrimente, se non mi fai della borsa un presente. 33 E vo' che, come sai, anche a me insegni. Veggo che fai de' fiorini a tua posta; e di tal cosa non vo' che ti sdegni; non so come tal cosa sia composta.-- Costui gli disse:--Guarda questi segni, che, se pigli la borsa senza sosta e che la scuota per li pellicini, n'uscirá sempre fuor cento fiorini. 34 --Questo è per certo una mirabil cosa! I' ti farò signor di questo regno, e sarò, com'io dissi, poi tua sposa, se di tal grazia fai l'animo degno!-- Costui, che 'l cuor in corpo non gli posa e vede riuscir il suo disegno, gli disse:--Io son contento: io te la dono, se farai prima quel ch'io ti ragiono. 35 --Ista' cosí un poco e lá verrai, ed io m'avvierò, ma vien' lá solo. Quivi soletta tu mi troverai.-- E cosí seppe ben tirar l'aiuolo, diègli la borsa, e non credette mai esser piantato cosí a piuolo. Costei n'andò ed in zambra si misse. Prima avea detto che Biagio venisse, 36 ed avvisato i servi di tal fatto: --State qui fermi, che non vi partiate; se Biagio d'entrar qui fa alcun atto, fate che dentro entrar non lo lasciate e fategli, oltre a questo, miglior patto: dategli a conto dieci bastonate. Dite che non sappiate chi si sia e, scossogli il mantel, cacciatel via!-- 37 Ecco che Biagio s'accostava a l'uscio, onde un gli disse:--Che vai tu cercando? Biagio, ch'aveva il cervello nel guscio, disse a colui:--Io ti farò dar bando! Benché tu porti il piede nel camoscio, ascolta quel che ti vo ragionando: io non istimo nulla il tuo parlare, e voglio alla regina dentro entrare.-- 38 Eccoti giunti quattro mascalzoni e cominciôrgli a scardassar la lana. Trovossi in mezzo di quattro bastoni, ch'ogni volta cascava in terra piana; ed ebbe frutti di molte ragioni, che rimbombava come buca e tana. E fêrno uscire il mostro fuor del guscio, ed a quel suon si trovò fuor dell'uscio. 39 Non sa costui che fare, il meschinello; ma dipartissi, solitario e cheto, tornando inverso Roma, il poverello; e ritrovò i compagni, ciascun lieto; e disse ad un di lor:--O car fratello, bisogna che mi presti il tuo tappeto, perch'una donna m'ha gabbato a forza e con inganni m'ha tolta la borza. 40 --Il mio tappeto non ti vo' prestare, che ho paura che lo perderesti. --Io voglio nella zambra sua entrare, sí che bisogna che tu me lo presti; io voglio la mia borsa ripigliare.-- Tanto che pur sono d'accordo questi; e misseselo addosso e tirò via ed al palazzo di costei giugnía. 41 Giunto che fu di costei al palagio, subito in zambra entrò per la finestra, e vide la regina star ad agio; ma ella se ne accorse molto destra. però che giá invisibil non va Biagio. Lei, che di simulare era maestra, e disse:--Molto m'hai fatta stupire, perché tardato hai tanto il tuo venire. 42 Io non so la cagion del tuo tardare. Hammi tu forse al tutto rifiutata? --Adesso, che m'hai fatto bastonare, tu vuoi mostrare di non esser stata? --Biagio, tu mi fai ben maravigliare di questa cosa che tu m'hai parlata.-- E lui sí li contava la cagione, e lei fingeva d'averne passione. 43 --Vo' che mi cavi un dubbio della testa, ch'i' son del caso impallidita e smorta: perché io ti vidi entrar per la finestra? perché non sei venuto per la porta? --Sí ho questo tappeto in mia podésta, mi porta dove voglio senza scorta. --Cotesto mai non crederei giá io, se non provassi cotal cosa anch'io, 44 ché questa pare pur cosa incredibile; io mi stupisco e non lo posso credere!-- Rispose Biagio:--Io so che gli è possibile-- e che provasse cominciò a credere. --Dimmi--diss'ella--se si va invisibile con quest'addosso, se mel vuoi concedere. --Invisibile vassi--disse Biagio:-- tu lo puoi qui provar per lo palagio. 45 Tu gli puoi comandar quel che tu vuoi, che in ogni lato ti fará la scorta. Non puoi esser veduta, stu non vuoi, e contra lui non val finestra o porta.-- Costei sel mise addosso, e disse poi: --Vedimi tu? Son io diritta o torta?-- Biagio rispose:--Io non veggio niente.-- E lei trovava l'uscio prestamente. 46 Biagio restossi in camera soletto. Costei si fece a' suoi servi vedere, e contò lor del tappeto l'effetto, e poi diceva alle sue cameriere ch'andassen due di loro a fare il letto, s'alcun vi trovan ritto od a sedere: --Fate che presto leviate il rumore, e i servi correran lá con furore.-- 47 E come giunti son, ebbon veduto costui che sta la regina a aspettare, e, senza dargli le donne saluto, incominciorno subito a gridare. E' servi, come questo hanno sentuto, addosso a Biagio s'ebbono a cacciare, e diceva ciascun:--Se ben ti squadro, tu debbi esser per certo qualche ladro!-- 48 E cominciorno a scuotergli il mantello. Biagio diceva:--Io non son rubatore! Costor pur gli imbottíano il giubberello, tal che di zambra si fuggiva fuore, e fuggí per paura, il meschinello, che per istizza gli crepava il core; e disse:--Lasso! che debbo piú fare?-- E prese verso Roma a camminare, 49 tanto che giunse a' suoi compagni un giorno; e disse, malcontento e corrucciato, com'avea ricevuto grande scorno, come il tappeto gli è stato rubato. --Prestami--disse a quell'altro--il tuo corno, e voglio esser in Spagna ritornato, e voglio a quella mover tanta guerra, piglierò lei e abbrucierò la terra!-- 50 Disse il compagno:--Non ne ragionare, perché so certo che lo perderesti, e mai non si potrebbe racquistare. Faresti a me come all'altro facesti.-- Biagio lo seppe tanto predicare ch'al tutto bisognò che glielo presti; ed halli dato il corno in sua balía. Biagio lo prese e poi tirava via. 51 E come giunse nel pian, s'accamporno presso alla terra dove egli ha pensato; e cominciava a sonar questo corno, ed ha di molta gente ragunato. Intanto le novelle via n'andorno alla regina, come il fatto è andato, e con questo facea gran minacciare, tanto che alfin gli dava che pensare. 52 Costei mandava spioni per intendere chi sia costui; e, quando l'ha saputo, diceva:--Il placherò senza contendere, s'io ho tant'agio ch'io gli abbi parlato.-- E fe' pensier fin giú nel prato scendere, ed aveva ogni cosa pur pensato. Montò a cavallo con sua compagnia e 'nverso il campo pigliava la via. 53 E, giunta al campo, ne va al padiglione, e domandava chi era il signore; e scese prestamente da l'arcione, e fece a questo singolare onore. E disse:--Io vorrei intender la cagione perché sei mosso in cosí gran furore.-- Biagio gli disse:--Tu l'intenderai, ed ogni frode adesso pagherai! 54 --Se mai t'è stato fatto alcun oltraggio, io non lo so, che non ci ho colpa niuna e n'è stato cagion mio baronaggio, se ti fu fatta villania nessuna. Ma so che sei sí savio e tanto saggio, ed hai da ringraziar ben la fortuna, che t'ha donato tanta forza e ingegno, che t'ha fatto signor di questo regno. 55 E dotti la mia fé che 'l tuo venire io l'ho sí caro, che contar nol posso, e molto mi fu duolo il tuo partire, ch'ancor pensarlo trema tutto il dosso. Disposta son di sempre te ubbidire in ogni caso ched io so e ch'io posso. S'io t'ho per il passato nulla offeso, me ne sa male, ed honne al cor gran peso! 56 Liberamente ti vo' dar la terra e ciò, ch'io ho, in balía t'offro e dono, purché si ponga fine a tanta guerra. E nella mente stupita mi sono, ché certo nel mio regno, in ogni terra, e tutti i gran signori che ci sono, e' non han tanta forza veramente che faccin la metá di questa gente. 57 Tu mi trarresti di gran fantasia, raccontarmi tal cosa veramente, se fai per arte di negromanzia, ched e' ti venga drieto tanta gente.-- Rispose Biagio:--La possanza mia non te la voglio raccontar per niente, acciò che non m'inganni, come fai; ma d'ogni cosa te ne pentirai. 58 --Adunque sarai tu cotanto strano, che tu mi voglia far tal villania? Da poi che inver' di me sei sí villano, io son condotta in tutta tua balía, prendi questo coltel nella tua mano, dammi nel petto e passa l'alma mia, e dirassi di te che sei crudele dapo' ch'uccidi chi t'è sí fedele!-- 59 Udito ch'ebbe di lei le parole, sagline male, e volse il suo pensiero, e nell'animo suo seco si duole; e diceva fra sé:--Egli è pur vero ched una donna possa quel che vuole e faccia altrui parer bianco per nero!-- Ed è sí rimutato nella mente, e sí diceva alla donna in presente: 60 --Io ti dono la vita e la tua terra; rendimi la mia borsa e 'l mio tappeto ed io ti leverò cotanta guerra e poi ti conterò questo secreto.-- Costei che gli lo dica pur lo serra; ma Biagio alle parole stava cheto. Lei disse:--Fammi questo manifesto, e donarotti assai, oltra di questo.-- 61 E disse:--Se tu m'ami, o sire adorno, trammi del capo, deh, questa oppinione!-- Biagio gli disse:--Vedi questo corno? Vo' che tu sappi questa condizione: ogni volta che 'l suono, notte o giorno, vien dieci squadre armate a tua intenzione.-- Disse la donna:--È cotesto possibile? --Sí--disse Biagio--lo vedrai visibile.-- 62 Disse la donna:--Fammi di ciò sazia: io mi voglio recar quivi da parte; e se mi dái, barone, tanta grazia, io ti darò del mio reame parte.-- Seppe costei sí ben far con sua audacia, come colei che di ciò sapea l'arte, Biagio gli ha il corno nelle sue man dato; costei con gran vaghezza l'ha accettato. 63 Montò sul suo cavallo per ragione e, come s'ebbe alquanto a discostare, conobbe come quella è fatagione; comincia el suo cavallo speronare. --Mio danno!--disse Biagio--Io n'ho cagione, ch'i' m'ho lassato di nuovo gabbare!-- Come non ebbe il corno in sua balía, tutta la gente fu sparita via. 64 Costei se ne tornava inverso casa e lasciò Biagio, che s'ha a disperare, e diceva di lui:--Bestia di vasa! Cosí intervien, chi non si sa guidare!-- Vide che gente non gli era rimasa, e diceva tra sé:--Lasciamlo andare!-- Lassollo andare, il povero meschino; ché cosí n'ha voluto il suo destino. CANTARE SECONDO 1 Biagio diceva:--Che debbo piú fare? lasso me, che fatt'ho tristi guadagni! In che modo poss'io piú ritornare a rivedere i lassati compagni?-- E si voleva al tutto disperare; nulla gli val, invan par che si lagni; e dicea come fa chi mal si guida: --Cosí ne avvien a chi troppo si fida.-- 2 Biagio si trova in maggior laberinto che fusse mai e non ne puote uscire, perché la fede sua sí l'ha sospinto a questi casi che gli hanno avvenire, e si ritrova come un corpo estinto, e piú non sa dove si debba gire. E, trovandosi in tanto duro assedio, e' sempre prega il ciel trovar rimedio. 3 Ma quella fata, che die' loro il corno, non lo vòlse però abbandonare, e fece che trovasse in quel contorno