Project Gutenberg's Il fallo d'una donna onesta, by Enrico Castelnuovo This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.org Title: Il fallo d'una donna onesta Author: Enrico Castelnuovo Release Date: October 2, 2006 [EBook #19442] Language: Italian Character set encoding: ISO-8859-1 *** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL FALLO D'UNA DONNA ONESTA *** Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano) ENRICO CASTELNUOVO Il fallo D'UNA donna onesta _ROMANZO_ MILANO CASA EDITRICE GALLI DI CHIESA-OMODEI-GUINDANI Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80 1897 PROPRIETÀ LETTERARIA Milano, Tip. degli Esercenti, Via Vincenzo Monti, 31. IL FALLO D'UNA DONNA ONESTA I. Anche quella sera, forse per la centesima volta, la Teresa Valdengo, sola nel suo salottino verde, rilesse la lettera, vecchia di circa due mesi, della sua amica Maria di Reana. Cara Teresa mia, Ci scriviamo di rado, ma ci vogliamo sempre bene, non è vero! Abbiamo passato tanti anni insieme, abbiamo avuto tanti sogni e tanti pensieri comuni, che, a dispetto della lontananza e del tempo, possiamo sempre fare assegnamento l'una sull'altra. Oggi son io che faccio assegnamento su te. Mio figlio Guido, il piccolo Guido, sai, quello che quasi ventidue anni or sono hai visto in fasce, e che molto più tardi, quando ci siamo incontrate in Toscana, hai visitato meco nell'Accademia navale di Livorno, oggi, sottotenente di vascello, sta per intraprendere un viaggio di circumnavigazione sul _Cristoforo Colombo_. Egli viene ora a raggiungere il suo bastimento che uscirà a giorni dall'arsenale di Venezia e partirà fra tre o quattro settimane. Guido si presenterà a te, naturalmente, e tu stenterai a riconoscerlo, perchè il bimbo esile, perchè il ragazzo sgraziato è divenuto, non è vanteria materna, un bel giovinotto alto, agile, ben proporzionato di membra, con due occhi che splendono, e una bocca che può ridere fin che vuole, tanto ci guadagna a mostrare i suoi denti, bianchi come l'avorio. Il male si è che, adesso, Guido ride poco. Ha troncato appena, e Dio lo sa con che sforzo e con che difficoltà, una tresca indegna di lui, ma non ha ancora cacciato interamente dalla sua memoria la triste femmina ch'era riuscita a dominargli l'anima e i sensi. Il giro del mondo, e l'ho spinto io stessa a chieder l'imbarco sul _Colombo_, lo guarirà senza dubbio. Però io ho sempre paura d'una ricaduta in queste settimane ch'egli passa a Venezia. Quella donna perversa è capacissima di tendergli insidie anche costì. Non è di quelle che si sposino e non credo ch'ella aspiri a tanto, nè temo che Guido si lasci indurre a uno sproposito di quella fatta; comunque sia, non sono tranquilla. Mi occorre che qualcheduno vegli sul mio figliuolo, lo assista di savi consigli, lo conforti di quella benevolenza di cui egli, grande e grosso qual'è, ha bisogno come un fanciullo. A Venezia, pare impossibile, io non ho più altri che te: parenti, amici, conoscenti, son tutti o morti, o dispersi pel mondo. Ma se pur ci fossero tutti, a nessuno ricorrerei con la fiducia con la quale ricorro alla mia cara Teresa. Non ti dico che tu potresti essere la madre di Guido; hai tre anni meno di me, e io mi son maritata così presto! Per avere oggi un pezzo di giovinetto simile avresti dovuto partorirlo a meno di sedici anni! A ogni modo, per lui tu sei un'anziana, e la tua proverbiale saggezza compensa quello che ti può mancar per l'età. _La savia Teresa_, si diceva quand'eravamo ragazze. E, dopo sposata, la tua riputazione di saviezza non fece che accrescersi. Ne ho sentite, anche lontana, delle storie pepate di codeste vostre signore, dame e pedine. Di te non ho mai sentito parlare che col più profondo rispetto. Donna Teresa Valdengo--esclamava sere fa il comandante Altini che ti ha conosciuta--è una delle poche su cui non si eserciti la maldicenza del caffè Florian. E sì che una vedova è esposta a tutte le tentazioni.--Soggiungeva poi, il comandante, che sei sempre bellina, che sei colta, che hai tanto spirito, e che non si capisce perchè tu non riprenda marito. C'è un conte, dicono, brava persona, ricco, che tu stimi assai e che ti vorrebbe sposare. O perchè non accetti? Che una resti vedova quando ha cinque figliuoli come me, si capisce. Ma tu, così sola, perchè non pensi, prima che sia troppo tardi, a rifarti una famiglia?... A proposito, come sta tuo zio, il console? Non abitate più nella medesima casa? Basta, son digressioni inutili. Ti raccomando il mio tenente. È un malato di cui ti affido la cura. Egli è già preparato ai tuoi sermoni, e, d'indole espansiva com'è, non dubito che si stimerà felice d'avere in te un catechista e una confidente. Soggiungo poi in gran segretezza, e di questo non parlare a Guido se non te ne parla egli pel primo, che in famiglia s'accarezza l'idea di fargli sposare una seconda cugina, una Del Monte che adesso ha le sottane corte ma che quando Guido sarà tornato dal suo viaggio (starà assente tre anni, pur troppo) sarà ormai in età da marito. La bimba è un vero bottoncino di rosa, ha trecentomila lire di dote che non guastano, e io scommetterei che, nonostante le sottane corte, ella è già innamorata fin sopra gli occhi del mio ufficialetto. Buondì, Teresa mia, leggi con pazienza questa lunga tiritera e scusa la seccatura che ti do. Un tenero abbraccio dalla tua MARIA. _PS_. Pare che, il _Colombo_ non essendo ancora in caso di uscire dall'arsenale, mio figlio ritarderà di qualche giorno la sua partenza per Venezia. Non importa; metto ugualmente questa lettera alla posta. Già confido che il ritardo sarà piccolo e che tu ti troverai in città all'arrivo del mio marinaio. La Teresa Valdengo piegò i due foglietti vergati in una calligrafia fina e minuta e spiranti un acuto profumo di _patchouli_, li ricacciò entro la busta ch'ella teneva sulle ginocchia e ripose ogni cosa in un cassetto della sua scrivania. Poi, con la testa arrovesciata sulla spalliera della seggiola, con le mani conserte in grembo, s'abbandonò ai pensieri, assai più tristi che lieti, che già da quindici giorni non le lasciavano tregua. Quindici giorni! Erano passati come un lampo, e il tempo che li aveva preceduti sembrava lontano d'un secolo. La pace soave dell'anima, la tranquilla sicurezza di chi può tenere la fronte alta in mezzo a una società leggera e corrotta, il rispetto di sè, la compiacenza d'essersi meritata l'affezione nobile e pura di un uomo superiore, tutto era dileguato, tutto viveva appena nel mondo delle memorie e dei sogni. Ed ella stessa, la Teresa, viveva in una specie di dormiveglia, che lasciava sussistere in lei la coscienza del vero, pur togliendole la forza di scuotere l'inerzia della volontà. O che sarebbe di lei quando si fosse destata interamente? Non cercava giustificarsi; sentiva bensì che uno strano concorso di circostanze aveva cospirato a' suoi danni. Il suo fido amico conte Mario Vergalli era partito per un viaggio pochi giorni prima che Guido di Reana giungesse; poche settimane prima era morto il dottor Pozzi, il vecchio medico che la conosceva da bambina e pranzava da lei un dì sì un dì no; le varie signore della _società_ che l'ufficiale avrebbe potuto frequentare e che, così volentieri, si sarebbero incaricate di distrarlo, avevano preso il volo per la campagna; ella invece, per certi ristauri nella sua villa di Mogliano presso Treviso, era stata costretta a prolungare il suo soggiorno in città... Era sola, indifesa... Una scampanellata la fece trasalire.--Chi sarà?--Indi ella sorrise malinconicamente della sua ingenua domanda. Chi poteva essere fuori che _lui_? Chi altri veniva adesso in casa sua? Troppo spesso ci veniva, senza riguardo per la gente, senza riguardo per la servitù, ed ella ogni volta era tentata di dirglielo, era tentata di accoglierlo meno bene, di riacquistare la piena padronanza di sè. Belle risoluzioni che restavano inadempiute. A che pro dargli un dispiacere? A che pro resistere... ora? II. Guido di Reana entrò senza nemmeno farsi annunziare. Anche questa era una cosa che le rincresceva. --Buona sera, Teresa. Non c'era nessuno di là?--ella disse tendendogli mollemente la mano e restando seduta. --C'era una delle donne che m'ha aperto--rispose il sottotenente, mentre prendeva quella mano nella sua e la sollevava fino alle labbra.--Ma conosco la strada... --Lo so... A ogni modo, quel capitar così come un fulmine... Egli avvicinò uno sgabello e le si pose accanto umile, carezzevole.--Oh mammina, non mi far quel cipiglio. La Teresa arrossì fino nel bianco degli occhi.--Non dir mammina. Sai bene che non voglio. --Non vuoi... adesso. --Appunto... Dovresti capirlo. Nei primi giorni, quand'egli le raccontava le sue pene ch'egli credeva e ch'ella aveva credute così acerbe e profonde, Guido, commosso dall'attenzione con cui la Teresa stava a sentirlo, commosso dalle parole affettuose ond'ella s'ingegnava di consolarlo, le aveva detto:--Oh come mi fa bene la sua compagnia! Come mi par di essere vicino alla mia mamma! Lasci che la chiami mammina. Ella, scrollando amabilmente le spalle, aveva risposto:--Che fanciullaggini! Ma nello steso tempo gli aveva permesso di darle quel nomignolo che le pareva conciliare la simpatia ch'ella provava pel figliuolo della sua amica col rispetto ch'egli doveva portarle. Ahimè, un giorno la mammina aveva asciugato con una lieve carezza una lacrimetta che tremolava sul ciglio del sottotenente, ed egli le aveva afferrata e coperta di baci la mano; poi tenendola forte con un braccio le aveva, con labbra avide, temerarie, sfiorato i capelli, le guancie, la bocca invano riluttante, aveva destato in lei, sorpresa, smarrita, i palpiti del cuore e le febbri del sangue, e prima ch'ella potesse risentirsi l'aveva stretta in un amplesso violento. --Via di qua, infame... via...--ella gli aveva intimato subito dopo con voce soffocata, levandosi in piedi bianca come una morta e accennando all'uscio. E mentr'egli confuso, vergognoso, balbettava qualche scusa e raccoglieva goffamente il berretto cadutogli per terra, ella si abbandonava sul divano nascondendo il viso tra le palme e rompendo in singhiozzi. Allora l'ufficiale le si era precipitato ai piedi, le aveva posato la testa sulle ginocchia, e s'era messo a piangere come un fanciullo e a implorare perdono. Ella tentennava il capo senza rispondere, ma era manifesto che il suo furore di poc'anzi era sbollito per incanto... Perdonare!... Che aveva ella da perdonare a lui, povero ragazzo, che aveva ceduto agl'impeti della sua età? A sè stessa, se fosse stato possibile, ell'avrebbe dovuto perdonare. Era lei la colpevole. Se veramente non avesse voluto? Se avesse serbato fin da principio un altro contegno? Se, da sciocca, non avesse scherzato col fuoco? Lento lento Guido alzò verso di lei i suoi belli occhi molli di lacrime, e rinfrancato alquanto le dichiarò con accento appassionato il suo amore. Tanto, tanto l'amava. Dal primo momento che l'aveva vista l'aveva amata. Sua madre gliel'aveva descritta ancor giovine e bella, ma egli non s'era mai immaginato di trovarla così bella, così giovine, così seducente. Che cosa erano al paragone tutte l'altre signore ch'egli aveva conosciute? E la sua voce? Quella voce ch'era una musica, che gli era discesa subito al cuore, che aveva fatto vibrar le corde più riposte della sua anima, che era stata per lui come la rivelazione d'un mondo sconosciuto, di una vita nuova? La Teresa cercava di chiudergli la bocca.--No, non dica cose assurde... Dica che s'è lasciato trascinare dai sensi... Non parli d'amore... Vada via.... Amore fra lei e me? Non sa quanti anni ho? --Non sono degno, questo è vero, non sono degno ch'ella mi ami--replicava l'ufficialetto con esaltazione crescente--ma ella non può impedirmi di amarla, non ha il diritto di mettere in dubbio il mio amore... Non so infingermi, glielo giuro... Domandi a tutti quelli che mi conoscono, domandi a mia madre. Questo suggerimento di rivolgersi per informazioni alla mamma in un'occasione simile parve così grottesco alla Teresa che l'ombra d'un sorriso le passò sulle labbra. Egli se ne accorse.--Vedo bene che mi perdona--soggiunse, riafferrandole le mani.--Angelo, angelo, angelo! --Basta, basta--ella riprese tentando di svincolarsi.--Si levi in piedi... E se vuole che le perdoni, vada via... e non torni più. --Ah no... non m'infligga questa condanna--gridò il sottotenente rimanendo in ginocchio.--Qualunque altra più grave, non questa... --Insomma, che cosa pretende?--replicò la Teresa che, suo malgrado, si sentiva sempre più debole, sempre più disposta all'indulgenza. --Qualunque altra--ripetè di Reana senza rispondere alla interrogazione.--M'imponga di andare a casa e di tirarmi un colpo di revolver... --Zitto! È pazzo?--interruppe spaventata la povera donna. --Oh... lo farò... anche s'ella non me l'ordina... --Di Reana! Che spropositi dice? --Lo farò s'ella mi chiude la porta in faccia... s'ella non mi lascia il tempo di riabilitarmi ai suoi occhi... In fine, dopo aver toccato l'apice della felicità, che cosa ci può esser di meglio che morire?... Ma pensi, ma giudichi lei... Potrei vivere con l'idea ch'ella mi ha messo alla porta come un brutale che ha sorpreso la sua buona fede e che non aveva nemmeno la scusa di amarla? --Via, di Reana... Gliel'ho detto che le perdono... Crederò ch'ella mi ami... È assurdo, ma lo crederò... --_Deve_ crederlo--insistè l'ufficiale.--Amare è poco... l'adoro... Oh non tiri in ballo la sua età... La sua fede di nascita dev'essere sbagliata... Per me ella non ha neanche trent'anni... Si guardi nello specchio. Con uno sforzo supremo la Teresa si alzò dal divano respingendo senz'asprezza il sottotenente che si decise ad alzarsi egli pure.--Non voglio sentir più queste bestialità--ella disse.--Vada!... --Per prepararmi a tornare, o per tirarmi un colpo di revolver? --Ma zitto, disgraziato!--intimò la Valdengo dando col piede un piccolo colpo sul pavimento.--Non pensa alla sua mamma? Indi con un'intonazione mesta e grave ella soggiunse:--Torni pure domani... La persuaderò che ha torto ad amarmi. La fisionomia di Guido di Reana s'illuminò come per un'irradiazione interiore.--Angelo! Angelo!... Sarò io invece che persuaderò lei. Ella portò il dito alle labbra nell'atto di chi invoca silenzio, e avvicinatasi alla parete premè il bottone del campanello elettrico. Il sottotenente s'inchinò ed uscì. La Teresa Valdengo stette un momento immobile in mezzo al salotto domandando a sè stessa se aveva sognato. Macchinalmente ella s'affacciò allo specchio, e stentò a riconoscere la donna di cui ella vedeva l'immagine dinanzi a sè. Era pallida, scomposta; mostrava, checchè sostenesse Guido di Reana, i suoi trentott'anni. Come mai egli, che ne aveva ventidue, come mai aveva potuto innamorarsi di lei? III. --Dunque mammina no?--ripetè Guido. Ed ella, alla sua volta, in tono secco, reciso:--Ho detto di no. Le pareva, e non a torto, che quel titolo desse un'apparenza incestuosa alla loro relazione. --E allora diremo: Perchè il mio tesoro mi fa il viso duro? Ella gli passò una mano nei capelli e sorrise.--È una tua fantasia. --Mi ami sempre? Spesso egli le faceva questa domanda, ed ella gli rispondeva di sì. Che cosa poteva rispondergli? Che altra scusa aveva se non quella di amarlo? Ma di tratto in tratto l'assaliva il dubbio che non fosse vero, ch'ella non avesse nemmeno questa scusa, l'unica buona. Oggi ella rispose sospirando:--Pur troppo. --Perchè pur troppo? Perchè? --Perchè faccio male, e nel male non si dovrebbe perseverare. --A me tu hai fatto tanto bene!--egli esclamò, scoccandole un bacio.--Sanguinavo ancora dai morsi di un demone, e adesso son portato sulle ali di un angelo. A lei spiacevano queste frasi ch'egli pronunciava con enfasi melodrammatica. Si strinse nelle spalle e susurrò:--Che angelo!--Indi soggiunse:--T'ho fatto del bene?... Non come voleva tua madre, a ogni modo... S'ella sapesse!... --Ti benedirebbe, mia madre. Ella non replicò. Fors'era vero. Le madri considerano le cose sotto un punto di vista speciale. La Teresa Valdengo aveva fatto dimenticare a Guido di Reana la femmina indegna che lo aveva tenuto prima nelle sue reti; la Teresa gli aveva dato momenti dolcissimi, non gli smungeva la borsa, non gli chiedeva di sposarla, non pretendeva nulla; perchè la madre di Guido non l'avrebbe benedetta? Sì, nel suo inconscio egoismo l'ufficiale aveva côlto nel segno. A _lui_ ella aveva fatto del bene. Che importava a Guido ch'ell'avesse rovinata la propria esistenza? A _lui_ ella aveva fatto del bene. Non era abbastanza? --A che pensi?--egli disse, vedendola taciturna, concentrata, chiusa in sè stessa. Ella tentennò la testa.--A niente. Guido tentò una carezza più ardita. Ella si ritrasse.--No, no. Le accadeva talvolta di aver come un risveglio degli antichi pudori; quasi l'illusione che non fosse vero ch'ell'avesse ceduto, ch'ella dovesse ceder di nuovo. Sulle prime, Guido, sconcertato, confuso dall'inattesa ripulsa, non capace ancora di dominare una certa soggezione che quella donna gli ispirava anche dopo il fallo, si atteggiava a un dolore così profondo e sincero, che ella stessa, la Teresa, non tardava ad aprirgli le braccia. Ma, ormai, cresciuta la dimestichezza, sbollita alquanto la passione, di Reana non si turbava per questi vani tentativi di resistenza, e persuaso che la sua amante non lo avrebbe lasciato andar via in collera, faceva l'indifferente, discorreva del più e del meno, intercalando nel suo discorso, senza forse rendersene conto, qualche parola acre, qualche allusione sgradevole.... Oh, così giovane aveva già imparata l'arte di tormentare la persona amata! --Domani il _Colombo_ esce dall'arsenale--egli disse. --Ah!--fece la Teresa. --Verrà ad ancorarsi in bacino, dirimpetto alla Caserma del Sepolcro... Dalla tua finestra lo vedrai benissimo... un po' a sinistra. La Valdengo abitava un quartierino sulla Riva degli Schiavoni. --Oh, lo vedrò per poco. --No, no, il comandante Gerletti non è ancora arrivato, e scommetterei che non si salperà di qui che alla fine del mese... Non parliamo di malinconie adesso, e cerchiamo d'impiegar bene il tempo che ci rimane. Egli fece di nuovo un movimento per abbracciarla; ella, di nuovo, lo respinse. Stasera egli le pareva così volgare.--Santo Iddio, che non si possa chiacchierare un poco in quiete, da buoni amici?... Via, raccontami qualche cosa. --Non ho nulla da raccontare--rispose di Reana alzandosi dispettosamente. Prese da uno scaffale un volume legato con rara eleganza, lo portò sulla tavola, e si mise a sfogliarlo. Era un _de Musset_ in edizione di lusso, con le illustrazioni di Bida. --Anche questo è un regalo?--egli disse. --Già, quasi tutti quei libri son regali. --Del _tuo_ conte? --Di lui e di altri. --Ma specialmente di lui? --Specialmente di lui. Che te ne importa? --M'è antipatico quel Vergalli. Non te n'hai mica a male? --Non posso impedirti che ti sia antipatico... Ma non trovo cortese il dirmelo... E poi è molto singolare che sia antipatica una persona che non si conosce. --Lo conosco a forza d'averlo sentito nominare. A ogni modo l'antipatia è istintiva... è reciproca... Giurerei che se il conte Vergalli fosse qui non potrebbe soffrire. --Sono ipotesi. --Pretenderesti forse ch'egli non avrebbe avversato il nostro amore? --Certo che mi parrebbe più strano ch'egli l'avesse approvato. --Ma che diritto--interruppe con qualche vivacità il sottotenente--che diritto ha quel signor conte di approvare o non approvare la tua condotta? --Caro mio--replicò la Teresa--il diritto di giudicare i propri simili se lo prendono tutti, anche quelli che non lo avrebbero... E Vergalli lo ha... Ti ripeto ch'è amico mio, il mio migliore amico. --In tal caso, o presto o tardi il suo bravo predicozzo te lo farà. --Dovresti essergli riconoscente di non farmelo che tardi. --Non lo nego... Tuttavia... --Che c'è ancora? --Mi trovi sconveniente? --Ti trovo... curioso fuori di luogo... Ecco... --Se è così, taccio. --Parla, andiamo. --Quel Vergalli... Ma se non vuoi che continui? --No, no, continua. --Lo conosci da molto tempo? Ella sorrise.--Da quindici anni... Quanti ne avevi tu allora? Guido proseguì imperterrito:--Non è stato mai altro che un amico per te? --Un amico carissimo. Nient'altro. --Però ti ha fatto la corte? --Ha provato per me un'affezione sincera e profonda, che, vivente mio marito di cui egli era intimissimo, ho piuttosto indovinata che scoperta. --E quando tuo marito morì? --Mi offerse la sua mano e il suo nome. --Che non hai accettato. --No... Avevo già trentacinqu'anni; egli ne aveva più di cinquanta. Siamo vecchi tutti e due, gli dissi. Restiamo due buoni camerati. --Egli consentì? --A malincuore, ma consentì. --Spererà sempre. --Non credo. --E quando è assente ti scrive? Anche adesso ti scrive? --Sì. --Sospetta il nostro legame? Cerca distaccarti da me? La Teresa alzò verso l'ufficiale i suoi occhi limpidi atteggiati a un'espressione di mite rimprovero.--Oh Guido! Tu mi dai un giorno della tua vita, un giorno che non può aver domani, e da me vorresti tutto, il presente, il passato e l'avvenire! Vorresti ch'io ti sacrificassi le mie memorie, le mie amicizie... Non ti basta quello che hai avuto? Guido si portò le mani alle tempie.--Hai ragione, Teresa... Sono un pazzo, sono un perverso. Dovrei ringraziarti in ginocchio, e invece ti tormento. --Forse ho avuto torto io--ella riprese--di respingere l'offerta di Vergalli. Diventando sua moglie avrei avuto una difesa. --Se ci fossimo incontrati non mi avresti amato? --Ah, no--ella rispose fieramente. Ma, pensando forse che l'orgoglio era in lei fuori di posto, soggiunse a voce più bassa:--Spero. --Cattiva! Avresti amato lui... nonostante la sua età? --Tu dimentichi la mia... In ogni caso confido che un alto senso del dovere mi avrebbe protetta, come mi protesse in gioventù. --Così bella, così seducente, non hai avuto amanti? --Inquisitore! Sono stata anch'io corteggiata, insidiata come le altre; ma più fortunata delle altre, o più fredda, ho resistito. Dopo una breve pausa susurrò con un amaro sorriso:--Ne valeva proprio la pena! --Per me, per me sei discesa dal tuo piedestallo di santa?--proruppe di Reana cedendo nuovamente all'impeto della passione.--E dover partire! Dover lasciarti!... Vuoi, Teresa, ch'io non parta? Ch'io trovi un pretesto per rimanere accanto a te? --Bambino!--ella disse.--Mi stimi così poco da presumere ch'io ti consiglierei una viltà, che t'incatenerei alla mia esistenza, che rovinerei la tua carriera? --Dover lasciarti per tre anni!--ripetè di Reana seguendo il corso dei suoi pensieri--Essere in capo al mondo, e saperti qui circondata da gente che non risparmierà nessun mezzo per strapparti dal mio cuore! Mentr'egli si sfogava in vane querele, un'infinita tristezza si dipingeva sul volto della Teresa. Ella avrebbe voluto dirgli:--O fanciullo, tu parli della nostra relazione come di cosa che possa sopravvivere a un distacco di tre anni, e un'ora forse dopo che il _Colombo_ sarà uscito dal porto ti ricorderai appena di me, e forse tra pochi mesi, se t'accadrà di dover discorrere di quest'avventura, te ne scuserai con gli amici... Una condiscepola, quasi una coetanea di tua madre!... E intanto, disgraziato, ti crucci all'idea che alcuno prenda il tuo posto e temperi l'acerbità del mio cordoglio... S'io morissi dopo il tuo ultimo bacio, allora sì saresti contento. Eppure, di mano in mano ch'ella faceva queste riflessioni acerbe, la Teresa sentiva rammollirsi il suo cuore; provava una pietà dolorosa, quasi materna, pel giovinetto che adesso certo l'amava con un trasporto sincero, che pendeva dalle sue labbra, ch'era a vicenda beato e infelice per cagion sua. Nè gli rinfacciava il suo egoismo; non era lui l'egoista; il grande egoista era l'amore. Anch'ella se ne accorgeva talvolta; anch'ella, dopo la sua caduta, era assalita di tratto in tratto dalla febbre dell'annichilimento, della distruzione. V'erano momenti in cui ella capiva le regine, le imperatrici che avevano ucciso i loro amanti, perchè le labbra che le avevano baciate non si posassero su altre labbra, perchè i cuori ch'esse avevano sentito battere sul loro petto non si posassero sopra altri cuori. Lento lento egli le si avvicinò per di dietro, e chinandosi sopra di lei le sfiorò i capelli. Con un fremito ella arrovesciò la testa: negli occhi dolci e bellissimi egli lesse il perdono e si chinò ancora di più... Le loro labbra si unirono. IV. La Teresa Valdengo non vedeva, si può dire, quasi nessuno; un po' perchè la sua intimità con di Reana contribuiva a isolarla, un po' perchè in quella stagione i suoi conoscenti, maschi e femmine, erano per la maggior parte fuori di città. Invece non passava giorno che la posta non le recasse tre o quattro lettere. Già la sua corrispondenza era stata sempre attiva. Si manteneva in rapporti epistolari con antiche compagne d'infanzia, maritate qua e là, con una vecchia zia che abitava a Torino, con una signora inglese che veniva di quando in quando a Venezia e che aveva preso a volerle bene; in fine, con vari amici che un tempo frequentavano la sua casa e che le circostanze avevano sbalestrati pel mondo. Quell'autunno poi pareva che gli assenti si fossero messi d'accordo per iscriverle più del solito. Intanto la Maria di Reana, la quale non usava dar segni di vita che a intervalli lunghissimi, spesso la tempestava delle sue epistole. Ai primi ringraziamenti per aver cortesemente accolto il figliuolo erano successe effusioni maggiori. Non sapeva più in qual modo esprimerle la sua gratitudine dell'aver preso così a cuore le sue raccomandazioni; dell'aver sacrificato una parte della sua villeggiatura per occuparsi di quel bambinone di Guido; dell'esser riuscita così bene a distrarlo e a confortarlo. Se avesse visto ciò che Guido scriveva di lei; come ne esaltava la bontà, lo spirito, l'ingegno! Ella lo aveva proprio affascinato, incantatrice! E la Maria, tra il serio e il faceto, chiedeva l'ultimissima fotografia dell'amica. Ne aveva una di due anni addietro, e a suo tempo ne aveva mandato alla Teresa le più sincere congratulazioni. Si conservava benissimo. Ma certo in questi due anni, doveva essere ancora abbellita e ringiovanita! Meno male ch'ella era savia, d'una proverbiale saviezza, e che Guido stava per imbarcarsi... Se no, chi sa quel che sarebbe accaduto? Questi scherzi, queste allusioni mettevano la Teresa di cattivo umore. Ella supplicava Guido di nominarla meno che fosse possibile nelle sue lettere alla famiglia, di moderare il suo entusiasmo, di non provocare da sua madre quelle manifestazioni eccessive che la facevano arrossir di vergogna. Dal canto suo, nel rispondere alla di Reana, ella gettava acqua sul fuoco. Non badasse a quell'esagerato di Guido; ella non aveva fatto nulla di straordinario per lui; non era neanche vero che gli avesse sacrificato una parte della sua villeggiatura; la sua villa di Mogliano era in fabbrica ed ella non sarebbe potuta andarvi sino alla fine di ottobre. E non credesse poi che ci fosse voluto tanto a sradicar dalla memoria del giovinotto la mala femmina di cui i di Reana avevano un così grande sgomento; la ferita era bell'e rimarginata fin dall'arrivo di Guido a Venezia e bisognava pur riconoscere che la sirena non aveva tentato nulla per accalappiar nuovamente il suo merlo. In quanto alla fotografia _ultimissima_ che le si domandava, la Teresa prometteva di spedirla quando se la fosse fatta fare; l'ultima era sempre quella di due anni addietro, e a lei non pareva punto di essere abbellita e ringiovanita in questi due anni. «Troppa modestia», replicava la di Reana insistendo nel dare all'amica tutto il merito della guarigione di Guido e ripetendo le espressioni ammirative. E poichè la Teresa non diceva ancora di essersi rifatta la fotografia, le si domandava addirittura l'originale. Vincesse la sua pigrizia, e, se non la spaventava una casa con quattro figliuoli tra maschi e femmine, andasse a passare il novembre colla sua vecchia amica a Posilipo presso Napoli. Fosse colpa dei restauri o della visita di Guido, era positivo che quell'anno ell'aveva sacrificata la sua villeggiatura, e che ormai non avrebbe potuto goderne che nella stagione meno propizia. Invece nel Mezzogiorno anche il novembre era delizioso. Che impegni aveva ella a Venezia? Che difficoltà a fare una corsa a Napoli? Forse le sarebbe stato agevole il trovar compagnia; ma se pur non ne trovava, o che le signore non viaggiano anche sole? Non hanno dei vagoni apposta per loro? La sua venuta sarebbe stata una provvidenza per tutti quanti, per lei specialmente che, sebbene facesse la donna forte, non poteva non esser di cattivo umore all'idea di non dover rivedere il suo primogenito per tre anni. Il curioso si è che, quasi contemporaneamente, la Teresa riceveva altri due inviti; l'uno dalla zia di Torino, l'altro dall'amica inglese che quell'anno non poteva venire in Italia e la sollecitava a traversar la Manica. Ella rispose a tutti ringraziando, senz'accettare nè rifiutare, deliberata però a non andare in nessun luogo, e meno che mai dai Reana, ove le accoglienze entusiastiche che le si preparavano le sarebbero parse un'ironia o una profanazione. Altro corrispondente della Teresa in quell'autunno era il conte Vergalli in giro per l'Europa centrale. Da Monaco, da Beyreuth, da Vienna, da Weimar, da Berlino, da Francoforte, da Dresda egli le comunicava le sue impressioni, le discorreva delle gallerie viste e riviste, della musica di Wagner, dei ricordi di Goethe, esprimendo il rammarico che una donna così intelligente com'ella era non subisse il fascino dei viaggi. Tuttavia egli si sarebbe preso l'impegno di farglieli amare se... Questi puntini significanti che ricomparivano di tratto in tratto tenevano luogo delle frasi più calorose ch'ella non avrebbe permesse... E molto vaghe, molto discrete erano anche le allusioni all'ufficialetto di marina del quale nei primi tempi, quando nulla di grave era successo, ella gli aveva parlato frequentemente. Egli scherzava su questa _flirtation_ a cui non voleva attribuire nessuna importanza. Conosceva troppo la sua savia amica da aver paura ch'ella cedesse ad impeti irriflessivi. D'altra parte a lui ripugnava l'ufficio del pedagogo... In qualunque momento avesse bisogno di lui sarebbe a' suoi ordini. Non aveva che da scrivergli o da telegrafargli. Fosse anche al polo Nord, sarebbe venuto. Queste lettere che rivelavano un'affezione così profonda e disinteressata, una sollecitudine così viva e piena di tanto riserbo, erano per la Teresa nello stesso tempo un conforto e un rimprovero. Sentiva d'avere in Vergalli un amico a tutta prova al quale nessun sacrifizio sarebbe parso troppo grave, ma sentiva pure il rimorso di non essere stata franca con quell'amico, e pensava al dolore ch'egli avrebbe provato quando gli fosse nota tutta la verità. Intanto doveva sforzarsi a scrivergli disinvolta senza schivar di nominargli di Reana (che sarebbe stata un'affettazione contraria allo scopo) ma nominandoglielo poco e soffermandosi di preferenza a discorrer di cose indifferenti: dei restauri della sua villa che procedevano in modo da lasciarle speranza di passarvi una quindicina di giorni in novembre; della stagione ch'era un incanto e che rendeva assai meno triste l'ottobre solitario di Venezia; delle notizie ch'ell'aveva di qualche conoscente comune, ecc. ecc. Mostrava poi d'interessarsi grandemente a ciò che Vergalli raccontava di sè e dei suoi viaggi, e si faceva una festa all'idea di riparlarne con lui nelle loro tranquille serate d'inverno, quando si bisticciavano spesso a proposito d'arte, di musica, di letteratura... Ahi quante volte, mentr'ella scriveva in tal modo, quante volte era tentata di stracciare il foglio, di mutar tuono e di dire al conte Mario: «V'ingannate facendo assegnamento sulla mia saviezza. V'ingannate credendomi incapace di cedere ad impeti irriflessivi. La Teresa Valdengo che volevate per vostra moglie oggi non sarebbe più degna di portare il vostro nome, nè voi osereste più offrirglielo. Ella non ha più diritto d'aspettarsi da voi se non l'indulgenza che s'accorda ai colpevoli sventurati.» Non lo diceva; troppo le ripugnava una confessione che avrebbe precipitato il ritorno del Vergalli, che lo avrebbe forse messo di fronte a di Reana: ma come le costava il mentire; ma che fatica era per lei il riempir quelle quattro paginette, che, durante altre assenze di Mario, ell'aveva riempite con tanta facilità! E come le si leggevano in viso le traccie della lotta combattuta con sè medesima! --O hai ricevuto una epistola del tuo Mentore, o gli hai scritto--le diceva di Reana. E fremeva, pur non osando, dopo il rabbuffo avuto, insistere per conoscere il tenore di queste corrispondenze. Fu la Teresa stessa che un giorno, sorpresa da lui nel punto che stava per chiudere una lettera destinata al conte, la tirò fuori spontaneamente dalla busta e gliela diede fra le mani. --Tu permetti... davvero?--chiese Guido non credendo a sè stesso. --Sì... Egli scorse rapidamente il foglio e parve rasserenarsi. --Gli dai del _voi_? --Non c'è nulla di singolare, con un amico di quindici anni. --Oh, no certamente... E anch'egli ti dà del _voi_? --Anch'egli... Perchè mi darebbe del _lei_? --Avevo paura... --Di che cosa? --Che con la scusa di esser molto più anziano di te e di averti conosciuta appena maritata... --Ebbene? --Ti trattasse con confidenza ancora maggiore;... ti desse del _tu_ insomma. Ell'aperse la scrivania e ne tirò fuori a caso una lettera, porgendola a Guido che sulle prime finse di non volerla. --Leggi--ella intimò.--Tanto fa... Egli esitava ancora. --Leggi--ripetè la Teresa. --Pur che tu non mi tenga il broncio. Ella fece un gesto d'impazienza.--Dal momento ch'io stessa ti dico di leggere... --Allora... ubbidisco. La Teresa chinò la testa in segno affermativo, mentre un sorriso leggermente ironico le sfiorava le labbra. Nel restituirle il foglio, l'ufficiale fece atto di piegare il ginocchio e susurrò:--Perdono. Ella si strinse nelle spalle. Poteva dire d'averla intesa quella parola nel poco tempo dacchè conosceva Guido di Reana; poteva dire d'averglielo accordato questo perdono! E si tornava sempre da capo!--L'amore è fatto così--era la scusa di Guido. Ella sospirava. Amare è dunque la stessa cosa che tormentare? V. Da più giorni il _Cristoforo Colombo_ era ancorato nel bacino di San Marco. La Teresa sentiva gli squilli della tromba sonante la diana al mattino e la ritirata la sera, vedeva, affacciandosi alla finestra, la nave candida galleggiar sull'acqua tranquilla, vedeva issare e calar la bandiera, e i marinai, agili come scoiattoli, salir sui pennoni, e l'ufficiale di guardia, con le mani intrecciate dietro la schiena, camminar su e giù per la coperta. Col cannocchiale le sarebbe stato facile distinguer le fisonomie. Guido di Reana le aveva proposto un sistema di segnali per conversare insieme nell'ora in cui egli era a bordo; ella non volle; non volle nemmeno visitare il bastimento. Confessò che quella mole bianca le destava un terrore superstizioso, confessò che l'odiava. O forse il suo rifiuto aveva una ragione più semplice. Le ripugnava esporsi ai commenti dei compagni di Guido, che senza dubbio avevano scoperto l'intrigo galante del loro amico. Comunque sia, era vero ch'ella odiava il _Cristoforo Colombo_, ma non l'odiava perchè tra poco le avrebbe portato via il suo amante. Per quanto ella tentasse giustificare ai propri occhi l'onta della sua caduta con la scusa della passione, ella non poteva sperare, non poteva nemmeno augurarsi che questo stato di cose durasse a lungo. Che Guido di Reana partisse presto, che partisse per lidi remoti era forse il meglio che potesse succedere. Ma il _Colombo_ rappresentava per lei una di quelle fatalità della vita contro cui si ribellano gli spiriti logici, positivi, nemici dell'imprevisto. La Teresa Valdengo pensava che se quel bastimento, anzichè salpare da Venezia pel suo viaggio di circumnavigazione, fosse salpato da Genova, da Napoli, dalla Spezia, da Taranto, ella, secondo ogni probabilità, avrebbe continuato a menar la sua esistenza scolorita ma calma e serena, e sarebbe giunta rispettata e tranquilla a quel porto della vecchiaia che non teme più le burrasche. Ah per questo ella odiava il _Colombo_. Intanto sui giornali si leggevano notizie contradditorie circa alla data della partenza e all'itinerario della nave. Un giorno la _Gazzetta_ aveva un telegramma da Roma portante l'annunzio che il capitano di vascello Gerletti destinato a comandare il _Cristoforo Colombo_ era stato ricevuto da S. E. il ministro della marina. Pare, aggiungeva il dispaccio, che il legno lascierà il porto di Venezia il 28 corrente e farà rotta per la Plata. Ma il giorno appresso c'era una rettifica. «Si afferma insistentemente che, in seguito alle perturbazioni politiche dell'estremo Oriente, il _Cristoforo Colombo_ non sarà diretto più per l'Atlantico ma per i mari della China. Il comandante Gerletti è ancora alla capitale. La partenza potrebb'essere ritardata di una settimana». Era certo però che, se non agli ultimi di ottobre, ai primissimi di novembre il _Colombo_ avrebbe abbandonato Venezia, e la Teresa non potè indugiar più oltre a secondare un desiderio di Guido. Egli voleva ad ogni costo la sua fotografia. Quella di due anni addietro non gli bastava; voleva quella della donna che lo aveva amato e ch'era infinitamente più bella. E questa fotografia egli voleva metterla in cornice, voleva collocarla nel suo camerino in un posto d'onore, come i devoti tengono l'immagine della Madonna. Ella tentennava la testa.--Prima che finisca il viaggio quante ce ne saranno di queste Madonne! --Una sola! una sola!--proruppe enfaticamente l'ufficiale. Il fotografo (al servizio delle LL. MM. il Re e la Regina e decorato con medaglia d'oro in parecchie Esposizioni) la ritrasse in due pose, e nel prometterle, poich'ella aveva fretta, di mandarle l'indomani le prove, aggiunse qualche sdolcinatura all'indirizzo della cliente che aveva onorato tante volte il suo Stabilimento e ch'era sempre uno dei _soggetti_ che recano maggior soddisfazione all'_artista_. La Teresa, pur non dandone segno, fu piuttosto punta che lusingata da questi complimenti banali e non potè a meno di chiedere a sè stessa se in lei, per solito così riservata nell'aspetto e nei modi, vi fosse qualche novità da autorizzare una maggior confidenza. O forse la sua tresca era nota anche al fotografo, o forse le si leggeva in viso ch'ella era uscita dalla via retta. Comunque sia, l'indomani sera (era di martedì) ell'ebbe le prove, riuscitissime tutt'e due, e stava esaminandole quando giunse Guido di Reana. L'ufficiale era turbato. --Che cos'hai?--ella gli chiese prima ch'egli aprisse la bocca. --Giovedì mattina si parte. Ella impallidì. Doveva esserci preparata; c'era troppo dolore nella sua voluttà perch'ella non dovesse invocarne la fine; pure all'annunzio della separazione imminente ell'ebbe una stretta al cuore. --Giovedì!--ella ripetè con voce sorda. --Sì, al Ministero non sanno mai quel che si vogliono--disse Guido sinceramente addolorato.--Pareva che avessero deciso di ritardare fino ai primi di novembre; invece, che è che non è, oggi piomba da Roma come un fulmine il comandante Gerletti e ci dà la bella notizia. --E... dove andate? --La prima tappa sarà Porto Said... Poi pel Canale, pel Mar Rosso, pel Mare Indiano, finiremo in qualche porto della China o del Giappone a marcir laggiù chi sa per quanti mesi.... Ma già tutto è lo stesso... dal momento che ti lascio... Dio, Dio, che pena! Egli aveva le lagrime agli occhi. Toccava a lei far la parte di confortatrice. --Era inevitabile... Almeno ti ricorderai? --Potrei dimenticare? Ella sapeva ch'egli avrebbe dimenticato, nondimeno finse di credere e lo ringraziò con un mesto sorriso. --E tu, e tu mi scriverai?--egli riprese con calore. --Ti scriverò... Dove? --Intanto a Porto Said... Ch'io trovi una tua lettera appena arrivo... Io, di là, o da quel luogo qualunque dove si poggiasse prima, ti manderò un fascicolo. Ella lo interrogò con lo sguardo. --Sì... perchè a bordo io ti scriverò ogni giorno... per impostar tutto in una volta. Una voce intima diceva alla Teresa che quegli ardori sarebbero presto sbolliti, che la loro corrispondenza sarebbe durata ben poco; pure non replicò nulla. Egli era sincero allora; perchè affliggerlo? Richiamò invece l'attenzione di lui sulle fotografie che egli non aveva ancora viste. --Oh belle, belle!--egli esclamò ammirandole entrambe e non decidendosi a scegliere. --Non ti pare che questa renda meglio l'espressione della mia fisonomia?--chiese la Valdengo accennando a quella che la rappresentava seduta, col gomito appoggiato a un tavolino, con una guancia appoggiata alla mano. --Forse... Ma la tua persona svelta, flessuosa spicca meglio nell'altra. --Ti spedirò quella che preferisci. --Spedire? --Sì; queste non sono che le prove. --Che importa? Già non hai da mostrarle a nessuno... E non ne hai punto bisogno per ordinare quante copie vuoi... Le prendo tutt'e due. --No, Guido, è inutile. Che ne faresti di tutt'e due? --O che ti deve pesare a lasciarmele? Di qui a una settimana potrai distribuirne a dozzine.... potrai beneficarne gli amici lontani.... Adesso voglio averti io sola, anche in effigie. Egli era esclusivo, dispotico, egoisticamente geloso degli _amici lontani_ (l'allusione a Vergalli era chiara), ma alla Teresa non reggeva l'animo di avvelenar coi contrasti l'ultime ore ch'ella e Guido sarebbero rimasti insieme; e cedette. L'ufficiale, dopo ch'ebbe riposta in una tasca interna del soprabito la busta con le fotografie, le cinse con un braccio la vita, le sfiorò con le labbra i capelli e le susurrò nell'orecchio un'altra promessa ch'era tempo di mantenere. --Domani dalle dieci fino a mezzanotte son libero... Alle undici del mattino ti aspetto da me. Ella, imporporandosi il viso, lo guardò supplichevole.--Ci tieni tanto? La fronte di Reana s'annuvolò.--Non rammenti la parola che m'hai data? --Sì, t'ho dato la parola di tornar da te prima che tu partissi. --Dunque... Parto doman l'altro... --Non è lo stesso il venir a casa mia? --No che non è lo stesso... Già non mi permetteresti di rimaner tutta la giornata e io ti voglio per tutta la giornata... E poi... sei curiosa... Tanti casi perchè il giorno che fosti da me hai trovato quell'imbecille di marinaio!... Domani, te lo giuro, non troverai nessuno... Saremo noi due soli... ben più soli che qui, ove si sta sempre in sospetto... Perchè, in fine, credi che la tua gente di servizio non capisca nulla? La Teresa chinò la fronte vergognosa. Ella sentiva che Guido aveva ragione, ch'era ingenuo il sopporre che la servitù non avesse scoperto i loro amori, non avesse origliato agli usci, commentato con plebea volgarità la frequenza e la lunghezza dei loro ritrovi; e cionullostante provava una ripugnanza invincibile a compiacere di Reana che avrebbe voluto farle accettare gli appuntamenti nel suo quartierino ammobigliato o in altro luogo fissato da lui... Fin che restava nella propria casa le pareva che la caduta fosse meno profonda ed ignobile... Pure, con un grande sforzo, da Guido era stata una volta e s'era lasciata strappar quella promessa di ritornarvi da cui ora tentava invano di esimersi. --No--insisteva il sottotenente--non devi per un puntiglio guastar tutto il bene che m'hai fatto... Non devi costringermi a dubitare del tuo grande amore. --Ma, Guido... t'ho negato nulla?--ella disse.--Ti nego nulla? --Avrò torto, ma ne dubiterei--egli riprese.--Sono tanto triste all'idea di abbandonarti che non riesco ad intendere come tu voglia amareggiarmi di più.--E proseguì carezzevole, insinuante:--Vedi, Teresa, ho preparato tutto... Alle undici tu fai colazione con me... servita da me... giudicherai tu stessa se so servir bene, se so apparecchiar bene la tavola... Fammi quest'ultima grazia... Non aver paura, Teresa... te lo giuro che saremo soli in tutto l'appartamento... I padroni stanno di sopra... il capitano del genio che aveva una camera vicina alla mia è in licenza... Vieni, vieni. Sebbene commossa, ella non aveva ancora risposto di sì quando suonò il campanello di strada. Erano così avvezzi a non esser disturbati la sera che balzarono tutti e due in piedi esprimendo in forma quasi identica lo stesso pensiero. --Chi sarà?--egli disse.--Non ricevere. Ed ella: --Chi può essere?... Già non ricevo.--E uscì per dar gli ordini alla cameriera. Ma questa che aveva guardato dalla finestra le riferì ch'era suo zio il console... A lui ella non poteva far dire che non riceveva; non poteva nemmeno far dire ch'era malata; col pretesto della parentela egli sarebbe stato capacissimo di andarle in camera da letto. E ordinò di lasciarlo passare. Ma fin ch'egli saliva le scale ella ebbe tempo di calmar le furie di Guido. --Bisogna rassegnarsi... Non posso licenziarlo come un estraneo... Era in campagna... Forse vorrà qualche cosa... E potrebb'esser che si spicciasse subito... Ma ho paura... Tu resta dieci minuti, un quarto d'ora, e s'egli non si decide ad andarsene, va tu... --Per tornare? --No, Guido.... Abbi pazienza.... non conviene. --Proprio stasera.... la penultima sera che stiamo insieme. --Lo so, è una disdetta... Ma chi ne ha colpa?.. Senti, sii ragionevole, non far quel muso lungo... Domani... --Ebbene?... Domani? --Ti do la mia parola d'onore che alle undici sarò da te. --Ah, finalmente ti sei decisa... --Parla piano. --Ti sei decisa! --Sarai contento. --Angelo! E saltandole addosso le diede un bacio. --Giudizio ora!--ella intimò. Era tempo, perchè di lì a un momento la cameriera introdusse il signor commendatore. VI. Il commendatore barone Amedeo Venosti Flavi, zio materno della Teresa Valdengo, console di un insignificante Staterello la cui rappresentanza senza recargli il minimo incomodo gli permetteva di avere uno stemma sulla porta di casa e d'indossare un'uniforme nelle cerimonie ufficiali, era un uomo di sessant'anni passati, alto, piuttosto corpulento, coi baffi e i capelli tinti e coi denti posticci. A malgrado di ciò, per la sua età, era un bell'uomo, e sapeva d'esser tale, e aveva ancora le sue pretese galanti. D'una vanità morbosa, pareggiata solo dalla pochezza dell'ingegno e dall'inettitudine a ogni applicazione continuata, il commendatore Venosti Flavi non era felice che quando poteva appiccicarsi ai panni di qualche pezzo grosso, di quelli che figurano negli almanacchi della nobiltà, nel _Gotha_ sopratutto... Oh, il _Gotha_ era il suo libro di devozione; ne comperava ogni anno un paio di copie, una delle quali teneva nel suo salotto, l'altra sul comodino accanto al suo letto, per sfogliarlo nelle ore d'insonnia. E poi, chi sa? per mezzo di quelle pagine trasudanti sangue blù si sarebbe forse operata una trasfusione benefica nelle sue vene. Giacchè, pur troppo, in quanto a lui non era mica di sangue purissimo, e c'era voluto il fine ingegno del suo intimo amico cavalier Santi, membro della Consulta araldica, grande restauratore di nobiltà avariate, per imbastirgli una baronìa facendogli aggiungere al borghesissimo cognome paterno quello della madre che nasceva d'una vecchia famiglia trentina. Comunque sia, tra pel Consolato, tra perchè parlava discretamente il tedesco, egli aveva la soddisfazione di conoscere parecchi di quegli illustri personaggi dell'almanacco, a cui, nelle loro visite a Venezia, faceva da cicerone, un po' meno bene di quello che non faccia un mediocre servitore di piazza. Spesso gli alti uffici prestati gli valevano una decorazione, ed egli ne aveva racimolate quindici che gli scintillavano sul petto nelle occasioni solenni, e gli davano l'apparenza d'un Dulcamara alla fiera. La Teresa Valdengo e lo zio commendatore erano d'indole tanto diversa da non potervi esser mai stata fra loro intimità alcuna. Nondimeno, quando la nipote era rimasta vedova, lo zio, che era celibe, le aveva proposto di far casa comune. Una donna giovine e bella, egli le diceva, non istà sola senza dar pascolo alle chiacchiere della gente; d'altra parte a lui, uomo maturo, cominciava a pesar la vita da scapolo; o perchè dunque non provavano ad abitare insieme? Erano ricchi tutti e due; potevano intendersi facilmente rispettando la reciproca indipendenza. La proposta era ragionevole e la Teresa consentì a tentare l'esperimento. Ma non tardò a pentirsene. Lo zio, oltre a esser noioso e pedante, era un piccolo tiranno, pieno d'esigenze e di suscettività, intollerabile con le sue fisime aristocratiche, con la sua mania del _chic_ e del _comm'il faut_. E mentr'egli aveva ogni momento qualche personaggio esotico da presentare alla Teresa perchè lo invitasse a colazione o a pranzo, trovava sempre da ridire sulle relazioni maschili di lei: e che non avevano abbastanza un bel nome, e che mancavano di _comm'il faut_, e che mancavano di _chic_. Non gli andava a genio neppur Vergalli, benchè fosse un conte autentico; lo trovava tirato giù troppo alla buona, noncurante dei vantaggi della nascita, in sconveniente dimestichezza con letterati ed artisti, dimentico dei riguardi dovuti a lui, barone commendatore Amedeo Venosti Flavi. Insomma, di lì a pochi mesi, la Teresa volle riprender la sua libertà, tanto più che il signor console un giorno, in un minuto di buon umore, le aveva sottoposto l'idea di un matrimonio fra loro due, e in seguito alla sua sdegnosa ripulsa aveva cercato meno legittime consolazioni fra le braccia della sua cameriera. Del resto, i rapporti ufficiali fra zio e nipote non erano mai stati interrotti, ed egli veniva a desinare da lei una volta o due al mese, senza contare gl'inviti straordinari che per compiacerlo ella faceva di tratto in tratto a lui e a qualche forestiero del quale egli desiderava accaparrarsi le grazie. Egli dal canto suo le inviava cerimoniosamente un paio di regali all'anno. Scambiati i saluti, la Teresa accennò a di Reana che s'era levato in piedi.--Non occorrono presentazioni--ella disse.--Vi siete incontrati altra volta. I due uomini, guardandosi in cagnesco, fecero un segno affermativo col capo, e si diedero la mano di malavoglia. --Che buon vento?--ripigliò la padrona di casa rivolgendosi allo zio.--Ti credevo in campagna. --Son qui da ieri, ma per poco. Ho un raccomandato. La Teresa sorrise.--Per miracolo! --Sì, un conte dei Schaumburg Waldeck, parente dei Radzivill per parte di donna. Un carissimo giovine... Aveva una lettera anche per la contessa Marvesi. --Non sarà a Venezia... --C'è... E siamo stati iersera da lei... Ci ha invitati a pranzo per domani. La contessa mi ha incaricato di salutarti. --Grazie... Com'è che ha anticipato il suo ritorno? --Vuol festeggiar qui le sue nozze d'argento. --Con chi? --O Teresa, come sei maligna! La Marvesi vive in ottimo accordo con suo marito... un vero gentiluomo. --Sta bene. Parliamo d'altro. Ma il dialogo languiva. Era evidente che il commendatore aveva qualche cosa da dire e che gli seccava la presenza d'un terzo. Di Reana, nonostante la promessa fatta prima alla Teresa, non dava segno di volersi muovere. --E dove hai lasciato il tuo forestiero?--chiese la Valdengo allo zio, tanto per sentire s'egli aveva un impegno che lo chiamasse presto altrove. --L'ho lasciato in albergo--rispose pronto Venosti.--Era stanco d'aver girato tutto il giorno a vedere i nostri monumenti... Essendo libero, ha voluto consacrar la serata a mia nipote... Ti disturba il fumo? --Lo sai che non mi disturba. Il barone estrasse di tasca un astuccio pieno di sigarette e ne offerse una al sottotenente. --La ringrazio--disse di Reana--ma dopo un'infiammazione di gola il medico mi proibì di fumare... e poi... vado via. Come chi prende una risoluzione eroica, si alzò di scatto dalla seggiola, e porse la mano alla Teresa. --Buona sera--rispose questa, ricambiando la stretta in modo da lasciargli comprendere che gli era grata del sacrificio. Di Reana la interrogò con lo sguardo; ella fece un gesto che significava:--Siamo intesi. A domani.--Indi sonò il campanello. L'ufficiale salutò freddamente il commendatore Venosti Flavi ed uscì. VII. --L'ha avuta ora questa malattia di gola, il signor di Reana?--domandò lo zio alla nipote con una punta d'ironia. --No, perchè? --Perchè l'ultima volta che lo vidi da te fumava. --Sarà, non rammento... In generale non fuma. --Poteva però trovare un altro pretesto per non accettar la mia sigaretta.--Venostì si strinse nelle spalle e soggiunse:--Già non me ne importa affatto... Ed ora che siamo soli ti prego d'un piacere. --Se posso... Scusa, prendi un tè o un marsala? --Piuttosto un marsala. Ella gli versò un bicchierino, gli offerse dei biscotti e gli si piantò dinanzi chiedendogli:--Dimmi ora quel che desideri. --Mi permetti di presentarti domani il conte di Schaumburg? Ella non lo lasciò finire.--Domani? non ci sono. --Come? --Ti ripeto che non ci sono. Ho tutta la mia giornata presa. --Anche la sera? --Anche. --Per domani non ti domandavo che un quarto d'ora... Se poi usavi al mio raccomandato la cortesia d'invitarlo a desinare per doman l'altro, te ne sarei stato riconoscentissimo. --Mi dispiace, ma per tutta questa settimana è impossibile... Se quel signore si trattiene qui un pezzo... --Non si trattiene, non si trattiene... E io che gli avevo tanto parlato di te, della tua coltura, del tuo spirito!.. Egli va pazzo per le signore côlte... ha la passione della musica... legge moltissimo... M'ero mezzo impegnato di condurlo qui. --Prima di consultarmi?... Hai fatto male... A ogni modo, gli puoi dire che sono ammalata... --Capirà ch'è una scusa. --Forse; ma s'è un uomo educato, fingerà di credere. Il barone commendatore si grattava la nuca.--Santo Iddio!... Se fosse un qualunque non ci baderei. Ma un parente dei Radzivill, una famiglia principesca che è nell'almanacco di _Gotha_... --Questa è un qualità, caro zio, che non mi fa nè caldo nè freddo. --Già, tu ti atteggi a democratica, a giacobina... Fai buon mercato perfino della nobiltà di tuo marito... non ti fai neppur chiamare contessa. --Se non sono contessa! --O credi che sian tali la metà di quelle a cui si dà il titolo? --Ognuno si regola a modo suo... Lasciamo stare questo discorso. --Sì, son digressioni inutili... Torniamo al mio forestiero... Via Teresa, non puoi scioglierti da' tuoi impegni... per riguardo mio?... È il tuo parente più stretto che te ne prega; è tuo zio che, mi pare, ha sempre mostrato di volerti bene... Annoiata di questa insistenza, la Valdengo ripigliò in tuono fermo:--Perdonami, zio, dal momento che ti ho detto: _non posso_. --Non posso!... Non posso!... Si può sempre quando si vuole sul serio... E se almeno si sapessero le ragioni per le quali non puoi?... --Tu dimentichi che sono fuori di minorità. --Pur troppo... Se non fosse così, t'avrei probabilmente impedito di commettere degli spropositi. --Tu?--esclamò la Teresa, con accento di sincera meraviglia. Non era quello il pulpito da cui ell'era disposta di sentir la predica. --Io, sì... So il viver del mondo, io... e so quanto facilmente una donna sola possa compromettere la sua riputazione. La Teresa cercò d'interromperlo, ma egli voleva andar sino alla fine. --Ed è proprio una gran pena per me che il nome di mia nipote corra sulle bocche della gente... Anche iersera dalla Marvesi... --Di nuovo la Marvesi... la casta Penelope... --Quella è una dama che non si è mai sbilanciata oltre un certo segno. --Se le si sono attribuiti persine tre amanti in una volta! --Cattiverie!... In ogni modo, una donna che ha il marito vivo... La Teresa battè ironicamente le mani.--Bravo!... E quella dama mi fa l'onore di occuparsi di me... Si può saper quel che diceva? --Niente di positivo... È troppo ben educata... Ma faceva qualche allusione alla tua intimità con di Reana. --Ah!... --E si mostrava dolente che tu dessi appiglio a supposizioni le quali, trattandosi d'una signora rispettabile come tu sei, non potevano essere che menzogne... Non avresti avuto una condotta austera, irreprensibile fino adesso per cedere poi a un ragazzo... In complesso ti difendeva. --Amabilissima... E da chi mi difendeva? --Mah!... Da nessuno e da tutti... In quel momento parlava con me... --Tu già hai preso le mie parti. --S'intende... Ma qui a quattr'occhi devo confessarti che le apparenze ti condannano... Diamine! Hai quel sottotenentino di vascello sempre fra i piedi... e le apparenze, cara mia, sono il più... Quello che non si vede è come se non esistesse. --La conosco la tua bella massima!--replicò in tuono sarcastico la Teresa. Poscia, ergendo il capo con alterezza, soggiunse:--Senti, zio, quando ci ritorni dalla tua contessa Marvesi, dille pure che di ciò ch'ella e le sue pari pensano di me non m'importa affatto, che se alla mia età, dopo trentott'anni di condotta irreprensibile, ho ceduto a un ragazzo, il danno e la vergogna son miei, e il mio giudice più severo è la mia coscienza... Chi ha una coscienza non ha tempo di sentire le voci del mondo. E dille anche, alla tua contessa, che le sventure e gli errori possono servire a qualche cosa; e a me serviranno a gettar per sempre lontano da me quella palla di piombo delle convenienze sociali che mi trascinavo al piede mio malgrado... --Ts... ts... ts...--faceva il commendatore spaventato da questa filippica della nipote. Ma ella tirava via senza badargli.--Auff! Che liberazione!... Non profanerò con la mia presenza, io donnicciuola colpevole, i loro santuari immacolati, non invocherò il perdono di quelle mogli fedeli, di quelle vedove inconsolabili... --Ecco le solite esagerazioni, la solita enfasi--esclamò lo zio nella sua qualità di uomo savio e posato.--Chi ti respinge? Chi ti esclude dalla società?... Il mondo è molto migliore di quello che tu supponi... Ci saranno dei maligni a cui non parrà vero di affibbiarti un amante, ma scommetto che i più non credono che a innocenti galanterie, e non crederebbero ad altro nemmeno se tu tenessi davanti a loro il discorso imprudente che hai tenuto a me... E poi, grazie al cielo, il tuo bellimbusto s'imbarca posdomani, e allora, checchè sia accaduto, chi se ne ricorda?... Spero bene che non farai nascere un pettegolezzo con la Marvesi per quelle parole che ti ho riferite e ch'erano dettate da una sincera benevolenza... --Oh, non aver paura!--disse la nipote. --Benedetto cervellino che sei!--seguitò paternamente il barone.--T'accendi come un fiammifero... E sì che tutti ti vogliono bene, tutti ti accolgono a braccia aperte... Anch'io, mi pare, t'ho sempre dimostrato la massima deferenza, e se di tratto in tratto ti disturbo per qualche presentazione, questa è la miglior prova che ti reputo una dama di garbo che qualunque alto personaggio può desiderar di conoscere. --Troppo onore--biascicò la Teresa facendo un inchino. Senza rilevar la canzonatura, il barone arrivò per un'altra strada al punto che gli stava più a cuore. --E forse--egli osservò con l'aria d'un uomo che esamina la questione dal lato obbiettivo--forse, in questo momento, con le chiacchiere che vi sono in giro, il fatto ch'io conducessi da te il conte di Schaumburg gioverebbe... --A che cosa?--interruppe fieramente la Valdengo.--Alla mia riputazione?... Ma, a quella, presso la Marvesi e le sue amiche, gioverebbe anche di più ch'io divenissi l'amante del conte di Schaumburg... Uno ch'è nel _Gotha_, un parente dei Radzivill non può non innalzar sul piedistallo una donna... --Dio, Dio, che maniera di ragionare!--grugnì Venosti levando le braccia al cielo. --Basta, zio; se non vogliamo guastarci, tronchiamo il colloquio... Per tutta questa settimana non ho nè tempo, nè disposizione d'animo da ricever estranei. La settimana ventura, dato che il tuo conte sia ancora qui, vedremo... --Parte, parte--gemette il commendatore. --E allora, pazienza--concluse la Teresa. Sorse in piedi e stese la mano allo zio. --Mi licenzi?--disse questi. --Perdona... È tardi, e sono così stanca... Non mi sento neanche benissimo... Torno a patire delle mie insonnie e non dormo che a forza di cloralio. Il barone Venosti Flavi si decise ad andarsene. --_Sans rancune_--soggiunse la nipote. Egli tentennò la testa.--Non m'aspettavo questo rifiuto da te.--Ma per mostrarle che sebbene in collera non cessava d'essere uno zio amoroso e sollecito, ripetè a guisa d'ammonizione suprema:--Le apparenze, Teresa mia... ti raccomando di salvare le apparenze. VIII. Nella camera quasi buia, ritta davanti allo specchio, la Teresa Valdengo finiva di ravviarsi i capelli. Due volte Guido le aveva offerto di alzare un po' la tendina: ella aveva sempre risposto di no. --Come puoi vederci? --Ci vedo, ci vedo... E a lui che le ronzava attorno non sazio ancora di carezze, non atto a persuadersi che potesse mai venire il momento dell'ultimo bacio, diceva supplichevole:--Sta tranquillo, te ne prego... Mettiti a sedere. Egli si lamentava.--Dio mio!... Sembri già un'altra donna... Sei pentita? Ella voltò lentamente il capo.--Tardi sarebbe. --E allora! --Allora che cosa, tormentatore? --Perchè sei così fredda?... Perchè mi tieni lontano? Ci sarò lontano, domani, a quest'ora... Nonostante il divieto, le si riavvicinò pian pianino e le susurrò nell'orecchio: --Col corpo, non con lo spirito... Nell'ampio mare non vedrò che la tua immagine, non sentirò che la tua voce, non ricorderò che questi giorni di paradiso... Penserai a me? Le labbra di lei si aprirono faticosamente per lasciar cadere un monosillabo:--Sì. Nel modo in cui quel _sì_ era pronunziato c'era come l'affermazione d'una cosa inesorabile e triste. Sì, penserò a te, ma quanto pagherei a poter non pensarci, a poter cancellare dalla memoria questo episodio doloroso della mia vita! Parve ch'egli le leggesse nell'anima.--In che maniera lo dici!... Ecco, io lo capisco, io lo sento, tu non mi perdoni... tu mi detesti. La Teresa trasalì. Aveva anch'egli i suoi istanti di chiaroveggenza, anch'egli intuiva la contraddizione fatale che c'è nell'amore, onde sembra ch'esso lasci dietro di sè un lievito d'odio? Ma la gentilezza della sua natura equilibrata riprese tosto il disopra, e la vinse di nuovo un senso di compassione, di tenerezza per quel fanciullo a cui la voluttà si mutava in pianto e ch'era sincero oggi nel suo dolore come sarebbe stato sincero domani nel facile oblío. --Scegli male il momento per dire ch'io ti detesto--ella notò con dolcezza, abbandonandogli la mano ch'egli afferrò e coperse di baci. --Hai ragione, sempre ragione--egli singhiozzava.--Così sciocco devi trovarmi... così inferiore a te... --Zitto, Guido, sii buono--ella riprese con quel tuono materno che inconsciamente adottava talvolta parlandogli--aiutami piuttosto a veder se ho dimenticato qualche cosa... No, che fai? --Se devo guardare, bisogna pure ch'io sollevi alquanto la tenda... Io... così... non ci vedo. Ella che aveva già il cappellino in testa si tirò indietro vivamente. --Ma se dirimpetto non c'è che un muro sgretolato!--disse l'ufficiale mentre perlustrava ogni angolo della stanza. Era vero; la casa che sorgeva dall'altro lato della _calle_ non aveva, in quella parte, nessuna finestra. Tuttavia, ora che la luce era penetrata nella camera e ne metteva in mostra il disordine rivelatore, la Teresa vi si trovava a disagio. --Non cercar più oltre... non ci sarà più niente. --C'è una forcina dorata--disse Guido--questa la tengo io. --Tienla pure. --Grazie--egli rispose, riponendo il prezioso oggetto nel portafogli.--Hai tutto? --Tutto, fuor che l'ombrellino che dev'esser rimasto di là... Ebbene, Guido, mi apri l'uscio? --Dove vai? --A casa mia. Lo sai che son quasi le quattro e mezzo? Lo sai che son qui dalle undici? --Un lampo. --Per noi, forse; non per la giornata che volge al suo termine... Alle sette e mezzo ci rivediamo... Sei a pranzo da me. Egli non si rassegnava a lasciarla.--Aspetta un poco... Oppure... Congiungendo le palme in atto di suprema preghiera, Guido continuò: --Oppure... permettimi d'accompagnarti. --Ma no, Guido... Perchè mi chiedi questo? --È una grazia che ti domando l'ultimo giorno che resto qui. --Ma no, ma no... --O senti invece--ripigliò di Reana.--Tu mi precedi di due minuti percorrendo la calle dei Fabbri, dirigendoti al Molo attraverso la Piazza... Cammini adagio... io ti raggiungo. --Oh meno che mai!--ella rispose con piglio risoluto. I sotterfugi le ripugnavano.--Piuttosto... tanto fa... usciamo insieme. L'ufficiale non credeva a sè stesso. --Dici davvero? --Sì. Raggiante di gioia, egli la baciò sopra il velo ch'ell'aveva già calato sul viso. --Grazie, amore. Passarono pel salottino ove sulla tavola non ancora sparecchiata c'erano gli avanzi della loro colazione. In mezzo alla tavola, in una coppa piena d'acqua, alcune rose bellissime spargevano intorno una soave fragranza. Guido ne porse una alla Teresa; un'altra ne prese per sè, e l'infilò nell'occhiello del soprabito. Aperse con cautela l'uscio che metteva nell'andito, cacciò la testa per lo spiraglio. --Non c'è anima viva. Giunta sulla soglia, la Teresa si voltò un momento indietro. Mai più ell'avrebbe riviste quelle stanze, ove, nel tramonto della sua giovinezza, ella, la donna austera ed irreprensibile, aveva immolato il suo pudore e il suo orgoglio. Domani il quartierino di Guido di Reana sarebbe occupato da ospiti nuovi. Guido stesso le aveva detto che dovevano venirvi due sottotenenti di vascello, amici suoi... E gli ospiti nuovi vi avrebbero portate le loro belle.... fioraie, sartine, cantanti d'operette... e peggio... Ma non solo dopo di lei altre femmine avrebbero in quel luogo servito al piacere di altri uomini; chi sa quante prima di lei s'erano sedute a quella tavola, s'erano abbandonate in quell'alcova?... Di Reana, supponendo ch'ella esitasse pel timore d'incontrar gente, le ripetè: --Non c'è nessuno. Ella si scosse, e con passo fermo percorse l'andito, scese le scale. Svoltata la _calletta_ deserta, si trovarono su una delle strade che da San Luca conducono in Piazza. Camminavano a fianco in silenzio; ella con un abito di lana allacciato sul davanti da bottoni di velluto cremisi, stretto alla vita da una cintura di cuoio di Russia, con un cappellino nero guarnito anch'esso di velluto del colore dei bottoni dell'abito; egli vestito in borghese con signorile semplicità. Erano due belle persone; egli alto, bruno, agile e forte; ella di statura giusta, di forme nè esuberanti nè scarse, i lucidi capelli castani raccolti dietro la nuca, la piccola testa superbamente eretta sul collo bianco e sottile. Le strade anguste per cui essi passavano erano quasi nell'ombra, e il sole appena illuminava il sommo delle case più alte; ma quando dall'arcata delle Procuratie sboccarono in Piazza San Marco fu come se un'altra ora del giorno brillasse sul loro capo. Bench'ella avesse sempre abitato a Venezia ed egli vi fosse già da oltre un mese, s'arrestarono tutti e due maravigliati, rapiti. Il cielo aveva il color della perla, l'aria era luce e tepore. Ma la cattedrale bisantina, palpitante sotto i baci del sole, ardeva dai marmi, scintillava dalle vetrate, dai mosaici, dai bronzi, dagli ori, con le mille vibrazioni d'un corpo che vive, che sente, che ama. Senza parlarsi, i due s'avviarono lentamente verso la Piazzetta. Seduti sui gradini d'uno degli stendardi alcuni forestieri davano da mangiare ai colombi; altri ritti davanti alla chiesa ammiravano. Guido di Reana toccò il braccio alla Teresa, e le susurrò: --Non è tuo zio quello, là presso il campanile? Era lui appunto, con un giovine, certo il conte di Schaumburg. --Desideri tornare indietro? --No. Ella non tentò nascondersi; anzi con una mossa altera sollevò il velo. Il barone Venosti Flavi vide la coppia che gli passava accanto, ma finse di non conoscerla. --Sciocco!--borbottò fra i denti la Teresa. Poi affascinata dallo spettacolo che si offriva ai suoi occhi, disse all'amante:--Non ci badare... Guarda, piuttosto, che magnificenza! Di mano in mano che procedevano verso la Piazzetta tra il Palazzo dei Dogi e la Biblioteca Sansoviniana, la scena si svolgeva più ampia, più varia. Di fronte, di là dal bacino di San Marco, l'isola di San Giorgio sfolgoreggiava anch'essa nel sole con la sua chiesa palladiana dalla bianca facciata, con lo svelto campanile rosso, con l'antico cenobio benedettino oggi mutato in caserma. A destra la punta della Dogana e la mole imponente della salute, e il sole, sempre il sole che, sfavillante, si calava dietro la cupola eccelsa. In fondo, e visibile soltanto in parte, la lunga striscia della Giudecca, vigilata, protetta dalla chiesa del Redentore. A sinistra, come un braccio che mollemente s'incurva, tutta la Riva degli Schiavoni arcuata da sud-est a sud-ovest, e la gran macchia verde dei Giardini pubblici, e, in una lontananza più grande, il Lido. Da quel lato l'azzurro del cielo moriva in un tenue colore di viola. Ma sulla spalletta dei Giardini, sui fabbricati di Santa Elisabetta del Lido, sulle ultime case della Riva prospettanti verso occidente, il sole, ormai basso, dardeggiava i suoi raggi, mandava bagliori d'incendio. Immobili sullo specchio dell'acqua tranquilla sorgevano qua e là bastimenti a vela e piroscafi; un vapore austriaco, un vapore inglese, un _yacht_ americano, una corvetta greca giunta in porto quella mattina. Il _Colombo_, nella sua tinta bianca, aveva il solito aspetto di fantasma. Guido e la Teresa ne ritorsero istintivamente lo sguardo. Erano fermi l'uno presso all'altra, fra le due colonne di Marco e Todero, con gli occhi rivolti dalla parte della Salute. Sembravano una coppia di sposi, una delle tante coppie che vengono qui a passar la luna di miele. Dal Molo i barcaiuoli gridavano:--Gondola, gondola?... _La gondole_! IX. --Vuoi?--disse Guido all'amica. L'orologio della Torre suonò le cinque. La Teresa accennò di sì col capo.--Per un'ora... Non più. Alle sei o sei e un quarto vorrei essere a casa. --Comandano due remi?--chiese uno dei barcaiuoli, aiutandoli a montare. L'ufficiale stava per rispondere affermativamente, ma la Teresa che, veneziana, intendeva meglio la voluttà della gondola, fu pronta a dire:--No, un remo solo.--E ordinò:--Nel canale della Giudecca. --Brava!--esclamò Guido.--Così non vediamo il _Colombo_. --E poi--ella soggiunse con un sorriso fuggevole--accompagniamo il sole. L'accompagnarono per poco. Per poco la Teresa dovette con l'ombrellino difendersi dai raggi che venivano a batterle in viso; poi il disco luminoso si nascose dietro la linea dell'orizzonte, lasciando dietro di sè un rosso più intenso che digradava via via nel roseo, nell'arancio, nel bianco, nel verdognolo, nel violetto. L'acqua, piena di fosforescenze, beveva avidamente il gran chiarore diffuso; spinta da un braccio invisibile la gondola sembrava cullarsi in un mondo di sogni. Era uno di quei momenti in cui meglio si svela l'armonia del creato, in cui ogni luce ed ogni ombra, ogni suono ed ogni silenzio paiono cospirare ad un fine. E l'uomo sente i vincoli segreti che l'uniscono a tutte le cose, alle più umili come alle più superbe, alle inanimate come a quelle ove più visibilmente palpita e freme la vita. Con la testa arrovesciata sulla spalliera del sedile di cuoio, con gli occhi socchiusi, la Teresa aspirava da tutti i pori la dolcezza ineffabile di quell'ora. Guido le prese la mano.--Se si potesse addormentarsi e morire così! Ella diede un sussulto. Mai egli non l'aveva indovinata come oggi. A questo appunto ella pensava: Se si potesse morire così! --Tu hai l'avvenire dinanzi a te--ella disse.--Io, vedi, se potessi morire oggi... --Cattiva!... E di me che sarebbe? --Oh!--fec'ella. E soggiunse:--Non è lo stesso? --Non lo dire. E rinnovò la promessa di esserle fedele anche lontano, di esserle fedele sempre. Ella tentennò il capo.--No, Guido... Voglio essere un soave ricordo per te, non una pesante catena. --Ma io... --Zitto... Non rompere l'incanto. Quando furono davanti al Cotonificio, un vaporino che veniva da Fusina passò a breve distanza davanti a loro fischiando e sollevando un po' di maretta. --Ecco, l'incanto è rotto--sospirò la Teresa. E girandosi con mezza la persona verso il gondoliere, disse:--Voltiamo. --Che fretta hai?--chiese Guido. --È tardi--ella rispose. In fatti scendeva il crepuscolo smorzando le tinte, raddolcendo le linee. All'Oriente, rossa ancora degli ultimi riflessi del sole, appariva la luna. Per diminuir la forza della corrente contraria, il barcaiuolo piegò alquanto verso sinistra, avvicinandosi di più alle Zattere. La gondola rasentava i legni ancorati lungo la banchina, piccoli legni per la massima parte di bandiera austriaca, provenienti dalla Dalmazia e dall'Istria. Qua e là un cane, correndo lungo la coperta del bastimento e sporgendosi dalla murata, abbaiava ringhioso, qua e là s'issava sull'antenna il fanale, e il lumicino appena visibile in quell'ora dubbia tra il giorno e la sera, alzandosi in silenzio lungo il canape, dava l'idea di una di quelle fiammelle con cui l'arte ingenua del medio evo raffigurava le anime del Purgatorio. Una foglia si staccò dalla rosa che la Teresa teneva sul petto e venne a posarsele sul dorso della mano. --Ah!--diss'ella tirando indietro la mano con un moto istintivo.--Credevo fosse un insetto. E soffiò via il petalo disperso. --Anche la mia rosa si sfoglia--notò tristamente Guido. Chinando il capo ella mormorò:--È così la vita. Tacquero entrambi. Di Reana ruppe primo il silenzio.--Dunque ti decidi ad andar dalla mia mamma a Napoli? Ella fece segno di no. --Perchè? --Ho bisogno di quiete, amico mio. Passerò qualche giorno nella mia villa. Il giardiniere mi scrive che i lavori sono quasi terminati. --Mi sarebbe così caro saperti ospite nostra--riprese Guido.--Ti farebbero tanta festa... non solo la mamma, che ti vuol bene da un pezzo, ma le mie sorelle, i miei fratelli che non ti conoscono... Ecco, adesso, senza volerlo, egli feriva i suoi sentimenti più intimi. Come non capiva che, dopo quanto era avvenuto, la Teresa si sarebbe trovata a disagio nella casa di lui? Che se avesse tradito il suo segreto sarebbe stata un'impudente, se l'avesse dissimulato sarebbe stata un'ipocrita? --Scriverò io alla tua mamma, domani o dopo domani--ella soggiunse. E mutò discorso. La gondola era sboccata nel bacino di San Marco. --Al Molo--ordinò la Teresa. E discesero al Molo, dalla parte del ponte della Paglia. Di Reana, smontato pel primo, pagò il barcaiuolo e offerse la mano alla Valdengo, che sfiorandola appena con la punta delle dita saltò a terra con una mossa svelta ed elegante. --A fra poco--diss'ella tendendogli la destra. Egli fece un gesto di meraviglia.--Come? Non vengo da te? --Verrai--ella rispose--di qui a un'ora, di qui a tre quarti d'ora... Ho da dar parecchi ordini, anche pel nostro pranzo... Non vedendo capitar più la padrona chi sa la mia cuoca quel che avrà fatto?... Anche tu dovrai sbrigare qualche faccenda... Arrivederci, alle sette o sette un quarto al più tardi. E si diresse verso il ponte della Paglia. Evidentemente ella non voleva essere accompagnata ed egli dovette ubbidire. Del resto, la Teresa aveva ragione; anch'egli aveva qualche coserella da sbrigare. S'avviò quindi dalla parte opposta con l'idea di traversar la Piazza e salire un momento al suo alloggio. All'angolo del Palazzo ducale si pentì. Perchè la Teresa aveva voluto rimaner sola?... Con un impeto irriflessivo ritornò sui suoi passi, corse fino al ponte. Senonchè, sul punto di mettere il piede sul primo scalino, ebbe vergogna di sè... Come? Quella donna aveva immolato a lui la sua riputazione, la sua dignità, la sua pace, ed egli, egli che partiva domani, egli che l'avrebbe dimenticata (poichè adesso sentiva che l'avrebbe dimenticata), osava insozzarla de' suoi sospetti, osava spiarla?... Oh, miserabile! Rifece in fretta il cammino, andò effettivamente a casa sua, ove Gaetano, il fido marinaio, aveva finito allora di rimettere in ordine le stanze. La roba dell'ufficiale era stata portata a bordo sin dalla mattina; le stoviglie, il cristallame, le posate che avevano servito alla colazione erano state riconsegnate alla padrona con cui di Reana aveva liquidato anticipatamente i suoi conti. Tuttavia la padrona, la signora Felicita, che abitava al secondo piano, scese col lume per prendere le chiavi e dare un altro saluto al suo inquilino. --Buon viaggio, signor tenente... E se torna a Venezia si ricordi di questa casa... --Grazie... Non dubiti. Nel richiuder per l'ultima volta la porta di strada, Guido di Reana si stupì di non provar un'emozione più forte. E lungo la via che pure per l'ultima volta lo conduceva dalla Teresa Valdengo, egli non poteva a meno di chiedere a sè stesso se fosse veramente quello di poco fa. Aveva i sensi tranquilli, lo spirito calmo; non avvertiva i segni precursori di nessuna tempesta all'idea della separazione imminente. Alla Teresa pensava con benevolenza affettuosa, con gratitudine anche; ma nulla più. Non lo turbava il rimorso; perchè doveva averne? Aveva forse sedotto una fanciulla inesperta? E di fronte al dolore ch'egli recava oggi a quella donna partendo non le aveva forse dato qualche dolcezza? Non l'aveva inebbriata di voluttà? Non aveva fatto rifiorire per poco la sua gioventù?... E poi, ell'era tanta ragionevole. Non s'era mai illusa sulla durata della loro relazione, nemmeno quando s'illudeva lui... Che differenza dall'_altra_! L'altra era una mala femmina, non paragonabile a questa; ma che affar serio era stato per lui lo staccarsene! Quante minacce, quante preghiere, quante lacrime! È vero che poi s'era quetata.... a forza di danaro; ma Guido di Reana rammentava i gran brutti momenti passati sotto l'incubo di uno sproposito, di una disgrazia... Ed egli stesso doveva convenire che l'addio supremo gli era costato molto più di quello che non fosse per costargli l'addio di questa sera. X. La Teresa s'era mutata vestito. Allorchè Guido entrò nel suo salottino ella indossava un abito color avana ch'egli non le aveva ancora visto. --Fa fresco stasera--ella disse. --Ti pare? --Fors'è un'impressione mia... O forse avrò preso freddo in gondola. --Ti senti poco bene?--egli domandò con sollecitudine. --No... Ho tirato fuori la roba più pesante, ecco tutto.... Siamo alla fine d'ottobre. La cameriera venne ad annunziare che la minestra era scodellata. --Andiamo--disse la Teresa. E prese il braccio del suo commensale. Guido di Reana aveva desinato altre volte in casa Valdengo; una volta in compagnia del barone Venosti e del pittore Massimi; un'altra volta con un tenente di vascello, poi imbarcato sopra una torpediniera, e con la moglie di questi, una milanese che la Teresa aveva conosciuta ai bagni. Tranne quella mattina a colazione, soli soletti a tavola non erano stati mai. Ora l'intimità era tolta dalla presenza della servitù, e la Teresa e Guido parlavano di cose indifferenti, dandosi del _lei_. Egli però, col suo appetito di ventidue anni, faceva grande onore al pranzo squisito; ella mangiava pochissimo guardando di tratto in tratto con una gravità malinconica il bello e fatale giovinetto ch'era passato come un turbine nella sua quieta esistenza... Ecco, egli era venuto e partiva; il dramma era giunto all'ultima scena. No, nemmeno potendo, ella non avrebbe voluto ritardar la catastrofe. Ch'egli partisse, ch'egli partisse! Forse, partito lui, ella avrebbe trovato la cara sua pace... Non l'amava dunque più? Poche ore addietro l'aveva tenuto fra le sue braccia, e adesso non l'amava più, e le pareva che lo avrebbe lasciato andar via senza lacrime.... Era possibile?... Con desiderio ardente, con tenerezza profonda il suo pensiero correva all'amico lontano, al vero amico suo, al conte Mario Vergalli, al quale ella avrebbe confessato il suo fallo, supplicandolo di perdonarle, di non privarla della sua stima. Ed egli le avrebbe perdonato, egli l'avrebbe compatita, avrebbe seguitato a volerle bene... ella n'era sicura; ma nello stesso tempo era sicura che s'egli l'avesse di nuovo richiesta della sua mano, ella, adesso più che mai, avrebbe risposto di no... Passarono nel salottino verde a prendere il caffè. Appena la cameriera fu uscita riportando il vassoio, Guido di Reana s'avvicinò:--Ebbene, Teresa? Con un sorriso triste ella ripetè a mezza voce:--Ebbene, Guido? --Quando ci rivedremo?--egli riprese. --Chi legge nell'avvenire?--ella disse. Il giovine le si accostò fino a toccarla; ne' suoi occhi guizzò il lampo d'un desiderio. Ella si alzò, rigida, e aperse la finestra. --Perchè apri? --È una così bella notte. --Non dicevi prima che fa fresco? --Non tanto... E poi son coperta... Tu a ogni modo non dovresti aver paura... Farà ben altro fresco sulla coperta dei vostri bastimenti. Il cielo era limpidissimo, la luna brillava su San Giorgio, segnava d'una tremula striscia d'argento la superficie dell'acqua. Di fronte alla _Veneta Marina_ si profilava con netti contorni il _Colombo_. La caminiera fumava. Il lume acceso da poppa aveva sembianza d'una stella bassa e solitaria. --A che ora devi essere a bordo? --Un po' prima di mezzanotte. Fino alle undici e mezzo c'è la lancia che aspetta nel Rio dell'Arsenale. --Alle undici te ne andrai. --Oh, basta alle undici e un quarto. --No, non devi rischiare di far tardi. Dopo aver richiuso la finestra senza però abbassar la tendina, ella tirò il discorso sui luoghi ch'egli avrebbe visitati, sulle cognizioni che avrebbe acquistate senza fatica, col veder paesi e uomini nuovi, sulla sua promozione che questo lungo viaggio avrebbe affrettata, sulla gioia che la sua mamma avrebbe avuta di lì a due anni e mezzo o tre anni ritrovandolo più forte, più bello e con un gallone di più... Povera mamma! E continuò:--Che brava e savia donna dev'essere!... Perchè quando è rimasta vedova qualcheduno dei figliuoli era proprio bambino, non è vero? --Eh sì--disse Guido.--La Matilde era appena svezzata, e Cecchino portava ancora le gonnelle. --Ed ella--ripigliò la Teresa--non s'è sgomentata della responsabilità che le cascava addosso... Ha preso coraggiosamente le redini della casa, ha educato i ragazzi... Brava, brava! Indi ella volle che l'ufficiale le parlasse dei suoi due fratelli e delle sorelle; tutti minori di lui.... Che temperamento avevano? Che inclinazioni? Gli somigliavano? I maschi erano studiosi? Che scuole frequentavano? --Se accettavi l'invito, facevi ampia conoscenza con l'intera famiglia--osservò di Reana. --No, no, non mi movo dal Veneto per quest'anno. --La mamma avrebbe avuto tanto piacere di vederti... --Anch'io di veder lei. Ma sarà per un'altra volta... E chi sa ch'ella stessa non abbia occasione di venir nell'Alta Italia. --Ah, non è probabile... Troppi doveri la tengono laggiù... E poi è invecchiata... Mostra più della sua età. La Teresa, sospirando, rifletteva che fors'era meglio così. Meglio la vecchiaia precoce che la gioventù prolungata oltre il tempo... Quella almeno ci difende delle tentazioni... E i figli, che àncora di salvezza! Guardando, di là dai vetri, la luna che discendeva sull'orizzonte, la Teresa pensava che anch'ella avrebbe potuto avere un figliuolo di poco minore di Guido di Reana... avviato forse nella stessa carriera, imbarcato forse sullo stesso legno col grado di guardia marina. Ah se quel figliuolo ci fosse stato, come diversamente sarebbero andate le cose! --Teresa!--susurrò Guido interpretando male quel turbamento dell'amica. E le sfiorò con le labbra la nuca. Ella si ritrasse vivamente, aggrottando le ciglia. E gli additò la sedia.--Sta tranquillo, torna al tuo posto. Guido non osò contraddirla, non osò tentar più nessuna carezza. La sentiva, benchè a due passi da lui, tanto, tanto lontana. Alle dieci e mezzo ella gli chiese:--Desideri una tazza di tè prima di partire? --No--egli rispose.--Abbiamo bevuto il caffè così tardi. --Un bicchierino di marsala? --Neppure. --Una _chartreuse_ allora? --Venga la _chartreuse_. Prendendo la bottiglia dal portaliquori ch'era sulla mensola, ella gli mescette un bicchierino. --E tu? --No... Lo sai che non amo i liquori. --Almeno posa la bocca sul mio bicchierino. Per compiacerlo ella accostò il bicchierino alle labbra e glielo restituì subito. --Lo hai appena lambito--egli susurrò vuotandolo d'un tratto. E soggiunse:--Come sei fredda! Come sei indifferente! Ella lo guardò attonita. L'ufficiale proseguì: Mancano pochi minuti a una separazione che potrebb'essere eterna, e tu sei lì calma, composta... I tuoi occhi sono asciutti, la tua mano è sicura, la tua voce non trema... Oh, se ti pesasse di perdermi!... --Che dovrei fare, mio Dio?--ella esclamò, punta dall'ingiustizia del rimprovero, ferita dall'egoismo che si rivelava in quest'ultima frase... Dunque egli non capiva che chi aveva sacrificato di più era lei, ch'era lei che avrebbe sofferto di più?... E pretendeva ch'ella ostentasse rumorosamente il proprio dolore, che desse questo nuovo pascolo alla sua vanità! Tuttavia ella non manifestò alcun risentimento, e ripetè con dolcezza:--Che dovrei fare? Dovrei turbarti con lo spettacolo della mia disperazione? Diceva così, pur sapendo che lo spettacolo della sua disperazione l'avrebbe lusingato assai più che turbato; diceva così per un bisogno irresistibile di esprimer sempre il pensiero più indulgente con la forma più mite. E continuava:--Non è meglio lasciarci senza spasimi, come due che piegano il capo dinanzi al destino?... Addio, Guido, sii felice... --Mi congedi... già? Ella gli mostrò l'orologio che segnava le undici. E infatti dai campanili di San Marco, di San Zaccaria, di San Giorgio gli undici rintocchi vibravano, si rispondevano nel silenzio della sera. --Oh Teresa mia!--proruppe Guido, vinto da un'emozione sincera. E se la strinse al petto. La Teresa appoggiò un istante la testa sulla spalla di lui; quindi svincolandosi si passò la mano sugli occhi e mormorò con un mesto sorriso:--Vedi che i miei occhi non sono asciutti. --E i miei?--egli disse, reprimendo un singhiozzo. Tentò nuovamente di attirarla a sè; ella lo tenne lontano.--Addio... Ricordati... --Sempre, sempre... Ti scriverò... Con un movimento subitaneo ella corse al campanello e premette il bottone. --Perchè chiami? --Perchè ti facciano lume... A che ora parte domani il _Colombo_? --Alle sei... Sarai alla finestra? Ella sospirò:--_A quoi bon_? --Io guarderò da questa parte--egli disse. La Luisa, la cameriera, comparve sulla soglia. Guido dovette contentarsi d'afferrare la mano della Teresa e di coprirla di baci. --Buon viaggio!--ella balbettò. Ritta in mezzo alla stanza, lo risalutò con un cenno, mentre egli dall'uscio si voltava ancora verso di lei. Poi si portò la destra al cuore e si lasciò cader sopra una poltrona. XI. Ella non dormì quella notte; giacque immobile sul suo letto, con gli occhi aperti, con le membra infrante, oppressa da un incubo penoso. Quando la luce dell'alba penetrò nella sua camera--Ecco--ella disse fra sè--è l'ora della partenza del _Colombo_... Forse _egli_ guarderà verso la mia casa, forse mi cercherà alla finestra...--Pur non tentò nemmeno di alzarsi; le pareva che le sarebbe stato impossibile di far qualsiasi movimento... Nè, come usava, sonò il campanello alle otto... Venne la cameriera, alquanto più tardi, venne spontanea, in punta di piedi, a veder se la signora dormiva. --Che ore sono?--chiese la Teresa. --Quasi le nove. --Oh, diamine!... Apri, apri... Lascia entrar il sole. --Non c'è sole questa mattina. --Non c'è sole--ripetè macchinalmente la Teresa. --Vuole il caffè? --No, no, lo beverò subito alzata. E con uno sforzo si levò a sedere sul letto. --È arrivata la posta... Desidera che le porti, le lettere e i giornali? --Sì, e porta anche i vestiti spolverati.... Dopo mi vestirò da me. La posta era più ricca del solito. C'erano quattro lettere, tra cui una del suo giardiniere, un'altra, col bollo dell'Aia, di Mario Vergalli. Questa la Teresa, arrossendo, la mise da parte. Un profumo acuto, particolare, le rivelò la mittente della terza lettera che le capitò fra le dita.--Che cosa può volere la Giulia Orfei?--ella pensò aprendo la busta con una stecca sottile d'avorio. La Giulia Orfei non voleva nulla; anzi, per esser sinceri, non diceva nulla di concludente. Otto paginette d'una calligrafia lunga, fine, aristocratica, erano consacrate per metà alla stagione estiva di Aix-les-Bains, ove la Giulia aveva passato un mese, e per metà ai piccoli pettegolezzi che in quell'autunno rompevano la monotonia delle villeggiature sui colli Berici: amori, fidanzamenti, rotture, paci; il tutto raccontato con una festività priva di cattiveria, perchè la Orfei non era cattiva, e appunto per la bontà del suo animo si faceva perdonare dalla Teresa Valdengo la leggerezza della sua condotta. Ciò non toglie che quella lettera avesse il suo poscrittino con una punta di malizia. «E dei casi tuoi che mi narri? O quanto aspetti ad andar in campagna quest'anno? Dicono che hai la villa in ristauro, ma dicono anche... se tu sapessi quello che dicono gli sfaccendati!... Del resto, sei libera come l'aria e avresti un gran torto a non approfittarne.... Mandami una riga, bella misteriosa!» Stringendosi nelle spalle, la Teresa ripose il foglietto profumato nella busta. E prese l'epistola del suo giardiniere. Vi si parlava della casa ch'era ormai in ordine, tranne due stanze non ancora perfettamente asciutte; del giardino che, favorito dalla mitezza della stagione, era tutto in fiore. Voleva ella ch'egli le spedisse l'ultime rose, o non sarebbe venuta piuttosto a spiccarle con le sue mani? Si poteva giurare che il bel tempo sarebbe durato per tutta questa luna, fin dopo San Martino. --Sì, andrò in campagna fino alla metà di novembre--borbottò fra sè la Teresa.--È il meglio che mi rimanga da fare. Indi, proseguendo nello spoglio della sua corrispondenza, aperse con curiosità una lettera che veniva da Milano e di cui ella non aveva riconosciuto la calligrafia. Era della sua sarta, madama Vollini, che due volte all'anno faceva un giro nel Veneto per raccogliere le commissioni delle sue clienti, ma che quest'autunno doveva rinunziare al suo viaggio per cagione di salute. Un parto precoce l'aveva ridotta in fin di vita, e il suo dottore, il celebre ostetrico Boni, che l'aveva salvata per miracolo, le imponeva per qualche mese ancora i maggiori riguardi. Siccome però non l'era proibito d'occuparsi del suo laboratorio, ella si raccomandava alle signore le quali l'onoravano del loro patrocinio, affinchè volessero farle avere a Milano i loro ordini ch'ell'avrebbe eseguiti con puntualità ed esattezza. Annunziava l'invio di un pacco di campioni coi prezzi ristretti, e con gli ultimi figurini di Parigi. --Vedremo--disse la Valdengo con indifferenza. E si decise a leggere la lettera del conte Mario. Chi sa! Forse qualche indiscrezione l'aveva raggiunto laggiù; forse egli era già informato di tutto. No, non era così, o almeno non appariva così, benchè la lettera avesse un'intonazione più grave, più malinconica del solito. Era in Olanda adesso, il conte Mario, e prolungava di poco la sua assenza per visitare un paese che non conosceva ancora. Ma chi gli spiegava la strana contraddizione? Non aveva provato mai come questa volta il senso doloroso della nostalgia, e mai come questa volta s'era indugiato lungo il cammino. Il cuore lo richiamava indietro e una incomprensibile forza d'inerzia lo spingeva avanti. Era il presentimento che fosse quello l'ultimo viaggio di qualche importanza ch'egli avrebbe fatto? Era la sciocca, singolare pretesa di ricever dall'amica un biglietto, un dispaccio che gli dicesse:--«Affrettate il vostro ritorno. Ho bisogno di voi»?--E perchè doveva ella aver bisogno di lui, ella che sapeva così bene regolarsi da sè? A ogni modo, circa al 20 di novembre egli sarebbe stato in Italia, e l'avrebbe vista a Venezia o nella sua villa di Mogliano. Non erano ancora terminati i ristauri della villa? E il suo raccomandato non era ancora partito?... Vergalli concludeva, secondo il suo costume:--«Ricordatevi che sono sempre a vostra disposizione, sempre alla portata di un telegramma». --Povero amico!--sospirò la Teresa ripiegando il foglio e posandolo sul comodino. Si alzò, si vestì, si pettinò da sola. Avvicinandosi alla finestra, sollevò alquanto la tenda, e guardò nel bacino della laguna, a sinistra, dalla parte dov'era ancorato il _Colombo_. Un vapore mercantile inglese ne aveva preso il posto. Uno sciame di gabbiani, segno di cattivo tempo, svolazzava, stridendo, sull'acqua. --Eran proprio l'ultime belle giornate d'autunno--pensò la Teresa. E soggiunse, pure fra sè:--Com'eran gli ultimi lampi della mia giovinezza. Sonò pel caffè. --Domani si va a Mogliano--ella disse. --Anche se piove?--chiese la cameriera. --Sì... Staremo poco... Basterà il baule piccolo... Manda tu una cartolina al giardiniere per avvisarlo, e falla impostare prima delle undici... Così la riceverà oggi stesso. --E con che corsa partiamo? --Con quella delle 10.15. Ella non partiva già per un desiderio intenso che avesse di goder la campagna; nè quella era più la stagione propizia, nè le condizioni dell'animo suo erano tali da goderne; non partiva neanche con l'idea d'avere una maggiore libertà; chè anzi, in quel periodo dell'anno, coi villeggianti che c'erano tuttora, le sarebbe stato difficile esimersi dal veder qualcheduno; partiva per mutar luoghi e abitudini, per mettere un intervallo di pochi giorni fra la sua vita turbinosa delle ultime settimane e la vita quieta, onesta, raccolta ch'ella sperava ricominciare più tardi. Ora, nemmeno volendo, avrebbe potuto. La sua disgraziata intimità con Guido di Reana, pur non togliendole mai la netta visione dell'abisso in cui ella precipitava, l'aveva assorbita tutta quanta, e il suo tempo era stato diviso fra il desiderare o temere il suo amante, il maledire al destino che lo aveva posto sulla sua via, e il meravigliarsi dolorosamente della propria debolezza. E adesso, prima ancora di provarvisi, ella sentiva che avrebbe fatto opera vana a tentar di riprender le sue letture, la sua musica, i suoi ricami al punto in cui li aveva interrotti. Meglio occuparsi de' suoi fiori, delle sue galline, de' pesci d'oro che guizzavano nel laghetto della sua villa... Sì, sì, meglio recarsi a Mogliano, anche a costo di dover ricevere e ricambiare una mezza dozzina di visite uggiose. Di questa sua tarda andata in campagna, la Teresa avvisò il giorno stesso Vergalli, senza però dirgliene le ragioni intime. Avrebbe passato alla villa un paio di settimane al massimo; sarebbe arrivata in città probabilmente prima di lui. E si faceva una festa all'idea di rivederlo e di sentirsi raccontare il suo viaggio. Dell'intonazione malinconica che c'era nella lettera dell'amico ella finse di non accorgersi; circa a di Reana, dopo aver molto studiato la frase, si limitò a dire ch'era partito. Risoluta ad un'ampia confessione quando Vergalli fosse a Venezia, aveva una ripugnanza invincibile a fermarsi per iscritto sullo scabroso argomento. Ond'ella, per solito così piena d'abbandono nella sua corrispondenza col conte Mario, fu questa volta breve e guardinga, e n'ebbe dispetto per sè e dolore per lui. Ma non c'era modo di fare altrimenti. La giornata le trascorse più rapida ch'ella non avesse creduto. Prima di pranzo venne a trovarla, in compagnia con la madre, una ragazza di ristrette fortune a cui ella pagava le lezioni di pianoforte di un professore di grido affinchè potesse svolgere le sue rare attitudini musicali. Sempre cortese, specie con gli umili, ella accolse benissimo le due donne. --Quanto tempo che non vi vedo! --Ma...--rispose un po' impacciata la madre--veramente... eravamo state ancora... Lei non c'era... Non glielo hanno riferito? --Sì, sì... mi ricordo... Potevate ripassare. --Si temeva di disturbare--soggiunse l'altra. E si morse il labbro, pentita d'aver detto troppo. La Teresa arrossì lievemente e si rivolse alla ragazza:--Dunque, Marcella, come va questa musica? --Così... Il professore non è scontento.. La mamma, loquace, inframmettente, giudicò eccessiva la modestia della figliuola. --Eh via, con la signora alla quale si deve tanto non c'è ragione di nasconder la verità... Arcicontento è il professore... --Davvero?... Ma brava! --Sicuro... E spera che la Marcella possa prodursi quest'inverno in uno dei concerti del Liceo. --Verremo a batterti le mani--esclamò la Valdengo. --Oh... signora...--balbettò la Marcella colorandosi in viso.--Non so mica se avrò il coraggio di espormi al pubblico. --Bisogna provare--insistè la madre. --Già--soggiunse la Teresa.--E cosa studi adesso, cara? --Bach, Beethoven... --Brava!... Quando sarò tornata dalla campagna... vado in campagna domani per pochi giorni... verrai qui qualche sera, mi farai sentire i tuoi progressi. --Grazie--disse la giovinetta i cui occhi luccicavano per la contentezza. --Eh, se non c'era lei!--riprese la madre profondendosi in espressioni di riconoscenza. --Zitta, zitta--interruppe la Teresa.--È stato un gran piacere per me il secondar le inclinazioni della Marcella, e poichè ella riesce così bene io son compensata ad usura del poco che ho fatto. Un'altra visita ricevette la Teresa quella sera mentr'era ancora a tavola, la visita di un altro beneficato suo, un giovine studente di matematica, poverissimo, ch'ella e Vergalli mantenevano all'Università. Egli veniva a salutarla prima d'andare a Padova e le portava in dono una sua memoria di geometria superiore _sugli spazi a quattro dimensioni_, pubblicata negli Atti dell'Istituto Veneto. La Valdengo sorrise. --È arabo per me... E c'è anche la dedica? --È il primo lavoro che stampo... Dovevo offrirglielo... Lo accetta? --Ma figurati... Lo accetto con gratitudine e con quella deferenza umile che si ha per le cose che non si capiscono... Ma perchè stai ritto?... Accomodati, via. Massimo Scilla (era il nome del giovine) sedette timidamente sull'orlo di un divano, nell'ombra, in fondo alla stanza. --Non laggiù... ti vedo appena... Qui, accanto alla tavola, su quella sedia. Massimo ubbidì. Era goffo, impacciato, di persona esile, di lineamenti irregolari; solo gli occhi piccoli e neri brillavano a tratti d'una luce intensa. La Teresa lo inanimiva a parlare. --E a casa tua... che novità? --Nessuna... Il babbo sempre infermo... la mamma lavora... lavora... --E le tue sorelline? --La grande è in pratica presso una sarta; la mezzana farà gli esami di telegrafista; le due piccole frequentano la scuola... --E tu studi giorno e notte, senza una distrazione al mondo? --Oh lo studio mi diverte... Do anche delle ripetizioni... Guai se non aiutassi la famiglia... --Sei così giovine! --Non tanto... Si ricorderà forse che da ragazzo ero malato ogni momento... Ho perduto del tempo per questo... Oh ce ne sono di assai più giovani di me nella mia classe. --Ma quanti anni hai? --Ventidue. --E ti manca molto a finire? --Prenderò la laurea nell'autunno prossimo. --Vedi che non hai rimorsi... E poi concorrerai a una cattedra... --Il meglio sarebbe avere un posto d'assistente all'Università... Riesce allora più facile di entrar nell'insegnamento superiore... Ma... bisognerà invece contentarsi d'insegnare in un ginnasio o in una scuola tecnica... chi sa dove... Se fosse in una grande città, pazienza; lì ci sono i mezzi da studiare... Discorrendo di studi, Massimo Scilla si riscaldava, diventava eloquente... --Ha ventidue anni--pensava la Teresa--l'età di Guido di Reana. E sembra quasi un fanciullo, e lo tratto come un fanciullo, e gli do del _tu_, ed egli mi parla come parlerebbe a sua madre, e non gli vien neanche l'idea di poter parlarmi altrimenti... Che sorriso beffardo avrebbe Guido sul labbro se fosse qui adesso, se vedesse Scilla seduto al posto ch'egli occupava iersera; con che aria di superiorità guarderebbe lo studentino povero, brutto, inelegante, condannato a lottare per vivere; egli per cui la vita è una festa, egli bello, e nobile, e ricco! Eppure, chi dei due vale di più? Chi ha maggior probabilità che il suo nome sia rammentato un giorno con riverenza e con simpatia? Massimo Scilla si alzò per accommiatarsi. Ma prima chiese alla Teresa l'indirizzo del conte Mario. --Per una settimana all'Aia, ferma in posta--ella rispose.--Vuoi spedirgli la tua memoria? --Appunto. --Gli farai un piacere... Egli s'interessa a te... --È così buono. --Molto buono... E lui la capisce la matematica? --Altro che capirla!... Capisce tutto. --Non c'è dubbio, è un brav'uomo--soggiunse la Valdengo.--Addio dunque, Massimo. E arrivederci... Non far così il prezioso... torna presto... Fra qualche settimana sarà a Venezia anche il conte... Spesso è da me la sera... Tu già non sei mica a Padova sempre... --La festa son qui... per la mamma. --E poi ci son tante vacanze!... Siamo intesi allora. Arrivederci... Gli stese la mano ch'egli baciò. Rimasta sola, ell'accarezzò per un istante la speranza di obliare e di far obliare il suo fallo circondandosi di creature semplici e buone che accettassero i suoi benefizi. XII. Pioveva fitto, ciò ch'ebbe almeno il vantaggio che alla stazione di Mogliano, quando la Teresa Valdengo arrivò, non vi fossero i soliti oziosi i quali in autunno assistono al passaggio dei treni. Solo il capo stazione, aiutandola a scendere, le manifestò il dispiacere ch'ella giungesse con un tempo simile. Era stato sino allora un ottobre splendido, una primavera. Se lo ricordava la Teresa lo splendore di quelle giornate che avevano sorriso alla sua follia. E mentre l'acqua flagellava il finestrino della carrozza che la conduceva alla villa ella pensava che non erano trascorse quarantott'ore da quando sotto un cielo luminoso ella solcava in gondola la laguna insieme a Guido... Anch'egli adesso, perduto nel mare immenso, avrebbe visto il cielo grigio e sentito la pioggia fredda ed uggiosa; anch'egli sarebbe tornato indietro col pensiero... Oh, egli viaggiava verso il mezzodì, viaggiava verso il sole... E poi... egli saliva l'arco della vita... Per lei, per lei non ci sarebbe stato più sole. Nonostante il tempo, ella volle, avviluppata nel suo impermeabile, far subito un giro in giardino. Andrea, il giardiniere, l'accompagnava desolato.--Almeno fosse stata qui ieri!--egli le diceva.--Era nuvolo, qualche goccia cadeva di tanto in tanto, ma non s'erano aperte le cateratte; gli alberi avevano tutte le loro foglie; quel gelsomino lì era tutto fiorito, quelle aiole eran piene di rose... Fortuna che sin dall'altro dì si sono messe al coperto le piante di limoni! --E l'orto?--chiese la signora. --Oh, l'orto non patisce. --Andiamo a vedere. --Non la consiglio, perchè affonderebbe a mezza gamba. Ma l'ortolano, Piero, che lavorava sotto la pioggia, appena udì la voce della padrona, le corse incontro col berretto in mano e l'invitò ad ammirare i sedani tirolesi ch'erano stati seminati quell'anno e ch'erano riusciti di là dall'aspettazione. Egli non si lagnava della pioggia. Il suo orto ne aveva bisogno. Da ieri a oggi c'era una differenza! E mostrava con tenerezza i cavoli immensi, lustri sotto l'acqua, e le carote, e i ravanelli, e le radici bianche e rosse che facevano pompa dei loro colori e sfidavano allegramente la bufera. La Teresa s'avanzava con circospezione. --Badi, badi--ammoniva il giardiniere. Piero si stringeva nelle spalle.--O che cosa sarà? Di sotto un pergolato, sbucò, abbaiando festoso, Moro, il vecchio cane da guardia, che s'era ammansato con gli anni e ormai non si teneva più alla catena. Con l'ombrello il giardiniere difendeva la signora dalle dimostrazioni troppo calorose di quella bestia fradicia e impillaccherata. Ma Moro, sfidando le busse, tornava all'assalto, fin che la Teresa n'ebbe compassione e disse:--Tanto mi devo mutare da capo a piedi.--Indi lisciò con la mano il pelo del povero animale che dopo quella carezza si tirò indietro da sè, tutto contento. Venne poi il turno delle faraone, dei fagiani e degli altri bipedi da cortile, che vivevano in un loro speciale recinto, diviso in compartimenti minori e protetto da una rete metallica. C'erano i giovani nati negli ultimi mesi, ma c'erano pure gli anziani, che la Teresa aveva nutriti in primavera e che ora al noto richiamo uscivano dalle loro casette di pietre o di legno e si accostavano alla rete di ferro allungando il collo e girando intorno i tardi occhi incantati. Benchè diguazzasse nella mota, la Teresa passò in giardino oltre un'ora, e fu l'ora più lieta delle giornata. Ben altra tristezza l'invase nel suo salottino, davanti al caminetto acceso, mentre la luce si faceva sempre più scarsa e di là dalle portiere la pioggia insistente cadeva, rimbalzando; sul selciato del marciapiede.... Due volte prese un libro, due volte lo rinchiuse svogliata sulle ginocchia... E si pentiva di aver lasciato la città... Poichè v'era rimasta tanto, poteva ben rassegnarsi a rimanervi anche per quello scorcio d'autunno. Non doveva a ogni modo mettersi in viaggio con un tempo simile... E come non aveva pensato a invitar qualcheduno che le tenesse compagnia? Mai, dalla morte di suo marito in poi, mai non era stata così sola in villa. Ella passò in rassegna rapidamente le amiche, le parenti a cui avrebbe potuto scrivere... Due figliuole d'una sua cugina di Vicenza s'erano sposate da pochi mesi ed erano andate ad abitare lontano... Un'altra discepola, ch'era caduta in basso stato dopo un matrimonio infelice e vegetava tristamente in un paesetto del Polesine, era cagionevole di salute, e aveva la cattiva abitudine di ammalarsi di bronchite ogni anno ai primi freddi; a chiamarla adesso c'era il pericolo di vederla infermare in casa... Di qualche altra si sapeva che in quella stagione avanzata non sarebbe venuta... E in fine, riflettendoci, dal momento che la Teresa voleva rimaner pochi giorni soltanto, era inutile aver ospiti. A non averne, c'era il vantaggio di poter a proprio talento prendere il treno di ritorno. E così realmente ella decise di fare se il domani era pari all'oggi. La sera capitarono il medico, il segretario comunale, l'organista, che suonava abbastanza bene il pianoforte e col quale ella ripassava talvolta un po' di musica. Esprimevano tutti il rammarico ch'ell'avesse tardato così a lungo a venire, perdendo un seguito di belle giornate come non se n'erano viste da un pezzo. E mancando lei era mancato molto al paese.... Sì, la sua casa era il luogo di riunione preferito dei villeggianti; vi si era ricevuti con tanta cordialità; si facevano alle volte quattro salti in famiglia... oh, ell'avrebbe sentito domani le querimonie della Gebaldi, della d'Antoni, della Miliotti per non aver potuto ballare in quell'anno in causa dell'assenza della signora contessa.... Come se la prendevano con quei malaugurati ristauri della villa! Alla Teresa, ch'era naturalmente in sospetto, pareva che nel linguaggio de' suoi interlocutori vi fossero dei sottintesi, delle reticenze: le pareva che le loro labbra si atteggiassero a un sorriso malizioso, quasi a dire:--Lo sappiamo che i ristauri non erano che una scusa, lo sappiamo per quali ragioni vi siete trattenuta a Venezia. E invero, non era da presumersi che in un centro di villeggianti, ove le disposizioni al pettegolezzo sono alimentate dall'ozio, non si fossero ricamati dei commenti allegri sulla sua intimità con l'ufficialetto di marina... Purtroppo ella non aveva diritto di esigere che la si trattasse meglio delle donne le quali avevano o si supponeva avessero un'avventura galante. --Del resto, la trovo bene, proprio bene--ripeteva Sauri, il medico, valendosi dei suoi titoli professionali per fissarla con maggiore intensità.--È guarita della sua insonnia? --No, di quella non guarisco mai! --Non prende più il cloralio? --Qualche volta--ella rispose brevemente. E cercò di sviare il discorso, domandando conto dell'esito della fiera di beneficenza che s'era tenuta ai primi d'ottobre, e per la quale, fra parentesi, ell'aveva spedito da Venezia alcuni bellissimi regali. Il segretario tentennò il capo. Erano anni cattivi. Tutte le borse erano asciutte. A eccezione di lei, che, pur da lontano, aveva trattato da pari sua, nessun altro s'era mostrato generoso. Già bisognava esser giusti. Ogni giorno ce n'era una di nuova. E come se non bastassero le disgrazie nostre, c'eran quelle degli altri. La fame in Sicilia, i terremoti in Calabria, eccetera, eccetera. La gente non ne poteva più. Indi il segretario assurse a considerazioni d'alta politica; biasimò i metodi di governo, l'accentramento amministrativo, l'espansione coloniale, le spese per l'esercito e per la marina, e dichiarò che dal 1870 in poi s'era sbagliato strada, e che per rimetter le cose in carreggiata ci volevano uomini nuovi. Non lo disse, ma lasciò intendere che uno di quegli uomini nuovi sarebbe stato lui. La dotta dissertazione fu interrotta dall'arrivo del marsala e dei biscottini, dopodichè i tre visitatori se ne andarono promettendo di tornar quanto prima. Nell'uscire si scambiarono le loro impressioni. --È distratta. --Non è più quella d'una volta. --Non ci ha nemmeno invitati a pranzo. --E sì ch'essendo così sola!... --_Soletta in compagnia de' suoi pensieri_!--borbottò il medico che aveva le sue pretensioni letterarie. E aggiunse una sguaiataggine che fece rider i compagni. --To', non piove più--osservò l'organista chiudendo l'ombrello e guardando in alto. --E lassù c'è qualche stella--disse il segretario comunale.--Sta a vedere che torna il bel tempo. XIII. Infatti il dì appresso brillava il sole, tanto più gradito inquantochè ricorreva la festa d'Ognissanti e molta gente era arrivata dalla città. Alle undici c'era folla alla stazione per aspettarvi la corsa; alle undici e un quarto un gran movimento nel piazzale davanti alla chiesa. Era l'ora della _messa dei signori_, e le famiglie dei villeggianti andavano a far le loro divozioni _in pompa magna_, portate dagli equipaggi di lusso, coi cavalli riccamente bardati, il cocchiere in livrea, e sullo sportello della carrozza una corona nobiliare o un monogramma dorato che visto da lontano poteva parere uno stemma. La Teresa Valdengo non comparve nè alla stazione, nè in chiesa; ma ci guadagnò poco, perchè i curiosi sentirono il dovere di venir di persona a porgerle i loro omaggi, e si riversarono nella villa. Erano sedicenti amici, erano semplici conoscenti, erano estranei che i conoscenti si tiravano dietro, affidati dalla gentilezza della signora e dalla libertà campestre. Così, agli altri gusti, si aggiungeva quello di subir la presentazione d'uomini e donne che non si sarebbero forse incontrati più e con cui non si sapeva di che cosa discorrere. Soltanto alle cinque i cancelli della villa si chiusero dietro gli ultimi visitatori, e la Teresa esausta, sfinita, potè ritirarsi nella sua camera, ordinando alla servitù di dir quella sera ch'ell'era indisposta e che non riceveva nessuno... Ah, proprio aveva fatto una grande sciocchezza a muoversi da Venezia... Era proprio caduta in bocca al lupo. Figuriamoci se quella gente stupida non era capitata da lei con un secondo fine, come si va spesso a scrutare il viso e a contare i sospiri e le lacrime d'uno che abbia avuto una gran disgrazia. Era, per gli uni, il bisogno di vedere s'ella conservasse, anche dopo lo scappuccio, la sua aria sicura e disinvolta di donna onesta non mai insozzata dalla calunnia; era, per gli altri, quelli che non la conoscevano prima, il desiderio d'esaminare davvicino questa matura bellezza che aveva innamorato di sè un giovine di ventidue anni. E fra gli uomini ce n'erano senza dubbio di quelli che avevano la segreta speranza di raccoglier l'eredità del giovinetto e di consolar la bellezza matura. Con la solita lucidità della sua mente, la Teresa Valdengo leggeva in quelle anime volgari, ne penetrava le curiosità basse e indiscrete, ne indovinava i calcoli abbietti. E le saliva una nausea a pensarvi. Senonchè, per un fenomeno singolare, quella che sarebbe dovuta esser soltanto una nausea morale, una ripugnanza dell'animo, assunse in lei, la sera medesima, i caratteri d'un malessere fisico. A tavola potè prendere appena qualche cucchiaiata di minestra; e fu costretta ad alzarsi per lo schifo ch'ella provava alla vista delle vivande, pei fortissimi crampi di stomaco ond'era assalita. --Se vedesse com'è pallida--disse la Luisa, la cameriera. --Oh, passerà. --Desidera che si mandi a chiamare il dottore? Ella protestò. --Sei pazza? È cosa da nulla... Oggi ho avuto tutta quella gente, mi son stancata a discorrere, m'è venuto il mal di capo, e il mal di capo porta con sè i disturbi di stomaco. Prese alcune goccie di laudano e si coricò presto. Nella notte non ebbe sofferenze gravi; pur non si sentiva bene; aveva la bocca cattiva, la salivazione abbondante, a due riprese si destò in sussulto dall'assopimento prodotto dall'oppio, e si mise a sedere sul letto per liberarsi dall'acqua che le montava alla gola. Ma che cos'aveva, Dio buono? che cos'aveva? Sul far del giorno le parve di star meglio e sperò di cedere a un sonno riparatore. Ma non dormiva da un quarto d'ora che già nella sua fisonomia stravolta apparivano i segni d'uno spasimo interno e tutta la sua persona rivelava lo sforzo di chi tenta scuoter di dosso un incubo affannoso. --No, non è vero--ella diceva agitando le braccia--non è possibile. No... no. Alla fine aperse gli occhi, si rizzò con mezza la persona puntellandosi sui gomiti, e si guardò attorno, bianca in viso più del suo lenzuolo, con un sudor freddo che le gocciolava giù per la fronte. Era nella camera, sola, nessun medico era accanto a lei, nessuna voce aveva pronunziato la sentenza ch'ell'aveva creduto d'udire... Ell'aveva sognato... Ma l'impressione del sogno non svaniva per questo... se di tutti i particolari, di tutte le circostanze esteriori che i sensi allucinati avevano finto a sè stessi non restava più nulla, restava il fatto persistente della sua inquietudine fisica di cui la Teresa non sapeva trovare una spiegazione plausibile... poichè non voleva accettar quella che il sogno le aveva suggerita.--No, no--ella ripeteva fra sè in preda a uno spavento senza nome--non è, non dev'essere.--Il suo labbro non osava dire:--_Non può essere_.--Pur troppo _poteva essere_... E se fosse?... Le si drizzavano i capelli in testa a pensarvi... Se fosse?... Sarebbe stata la sua condanna di morte, perch'ella non avrebbe sopravvissuto all'onta, allo scandalo. Quando le parve di poter fermarsi senza terrore all'idea della morte (ella non s'indugiava a considerare nè il come nè il quando) la Teresa ebbe un po' di requie. Si alzò, rivide i conti della cuoca, uscì in giardino, diede da mangiare alle sue galline, si chinò a carezzar Moro venuto a stropicciarsele intorno al vestito, rispose amichevolmente ai saluti di Piero, di Andrea e del cocchiere, che in ozio tutti e tre, se la contavano al sole. I sui dipendenti l'adoravano, ma non convien pretendere una gran discrezione dalla servitù, e prima ancora che la Teresa fosse a Mogliano il giardiniere, ch'era in buoni termini con la Luisa, aveva saputo che la padrona perdeva la testa dietro un ufficialetto di marina e ne aveva discorso alla villa. Non era dunque un argomento nuovo quello di cui s'intrattenevano adesso i tre oziosi. --È stata poco bene iersera. --Si vede. --È molto patita. --Il primo giorno pareva tutt'altra, ma da ieri in poi ha fatto un tal cambiamento!... --È la passione... Si capisce, poverina! --Chi se lo sarebbe immaginato? Lei ch'era la casta Susanna? --Eh, vien l'ora topica per tutte quante:--notò il cocchiere da uomo d'esperienza. --Sì, ma poteva sceglier meglio. --Oh, per questo, è un gran bel pezzo di ragazzo. --Uno che non tornerà più e che quando tornasse avrebbe ben altro pel capo... --Si sa che non può sposarla... Ma neanche lei vuol saperne del matrimonio!... Se avesse voluto! --C'è il conte Vergalli che sospira da tanti anni... --Quello è un vecchio, e con un vecchio c'è poco gusto. --Per me--disse il giardiniere che aveva una morale di manica larga--se fossi stato nei panni della signora, intanto sposavo il vecchio che ha un bel nome, ch'è ricco, ch'è innamorato cotto, e poi, se mi saltava l'estro, mi divertivo coi giovani. Gli altri si misero a ridere. La Teresa aveva percorso il viale dei tigli ove le foglie secche scricchiolavano sotto i suoi piedi, e prendendo un sentiero coperto di ghiaia minuta s'era spinta fino al piccolo lago ingrossato dalla pioggia recente. Voltò a destra, salì una viottola serpeggiante intorno a una collinetta, ridiscese dal lato opposto, e giunse ad un punto ove le due sponde del laghetto si restringevano e l'acqua frenata da una doppia fila di sassi si frangeva rumorosamente e rimbalzava dall'altra parte fuggendo via in sottile rigagnolo e lambendo i rami di un gruppo di salici. Lì presso, in un'insenatura della riva, a due o tre metri sul livello dell'acqua era un rustico sedile di legno, e dietro al sedile, sopra un piedestallo, una statuina di Diana alla quale da tempo immemorabile mancava un braccio. Quante volte la Teresa aveva cercato questo tranquillo recesso! Quante volte, a metà del giro del giardino, vi aveva fatto una breve sosta in compagnia dei suoi ospiti! Anche oggi il romito asilo le piacque. Ella sedette e pensò. Pensò alla sua vita onesta di cui tanta parte s'era svolta in quei luoghi. Da bambina veniva ogni autunno con la madre a passare un mesetto nella villa non sua ma dei genitori di colui che doveva diventar suo marito e che allora, maggiore di lei di ben quindic'anni, le badava appena. Ella faceva il chiasso con altri fanciulli della sua età, ormai dispersi pel mondo, saliva sull'altalena, s'arrampicava sugli alberi, ruzzolava giù per le collinette, scendeva nel canotto e tragittava il lago minuscolo. Più tardi, uscita d'infanzia, appassionata della lettura e dello studio ella preferiva la solitudine, e a passi taciti e quasi furtivi s'avviava alla statuina di Diana, portando seco qualche suo libro favorito. Però, accadeva assai di rado che non la disturbassero. E il disturbatore perenne era Tullio Valdengo, un uomo maturo al paragone di lei, che da un po' di tempo non si sapeva che gusto potesse trovare a discorrere con una ragazzina. Eppure egli ne trovava tanto che un bel giorno, proprio sotto gli occhi di Diana, egli le domandò a bruciapelo se voleva esser sua moglie. --Le nostre due famiglie--egli le disse--sarebbero così contente di questo matrimonio!--Côlta alla sprovveduta, ella si sbigottì e fuggì via senza rispondere, correndo in traccia della sua mamma. E la sua mamma e il suo babbo, che si era recato apposta a Mogliano, e il babbo e la mamma di Tullio Valdengo l'assediarono con tante sollecitazioni, le magnificarono con sì vivi colori la felicità che l'aspettava, ch'ella, sebbene non innamorata di Tullio, si lasciò strappare il sì desiderato. E del resto, perchè avrebbe detto di no? Se non era innamorata di Tullio, non era innamorata di nessun altro. Nessuno fra i giovani ch'ella aveva visto, neanche tra quelli che le avevano dati segni manifesti di simpatia, era riuscito a guadagnarsi il suo cuore. Tullio Valdengo almeno ella lo conosceva (le famiglie erano legate da una lontana parentela e da una strettissima intimità), lo sapeva buono, intelligente, leale, e s'egli aveva trentaquattr'anni quand'ella non ne aveva che diciannove, l'era forza convenire che non era lecito chiamarlo un vecchio. Le ragioni economiche che avevano avuto tanta parte nell'assenso entusiastico dei suoi genitori, avevano minor valore per lei. Tuttavia, cresciuta fra gli agi, benchè non avesse che una piccolissima dote, ella capiva che, senza un grande amore, non si sarebbe acconciata volentieri a nozze troppo modeste. Sposò dunque Tullio Valdengo e gli fu moglie savia e fedele, com'egli le fu affettuoso e fedele marito. Con lui ella ignorò l'ebbrezze della passione, ignorò le gioie soavissime dell'assoluto consentimento di due anime; troppo gli era superiore per forza d'ingegno, per vivacità di fantasia, per raffinatezza di gusti. Pur non era e non si credeva infelice. Era convinta che ad altre donne la vita desse di più di quel che non dava a lei, ma le pareva che, tranne forse per poche privilegiate dalla fortuna, quel di più dovesse portar seco il rischio di amari disinganni e di crudeli inquietudini. Difesa dal rispetto di sè, dal rispetto del nome di suo marito, ell'era passata vincitrice attraverso alle insidie. Nè si vantava di aver superato grandi pericoli. Ell'aveva ben compreso che appena una volta su mille le dichiarazioni galanti esprimono un sentimento vero e profondo, e provava un disprezzo incommensurabile pei libertini, pei seduttori di professione. Ella fulminava con la sua ironia tutti questi don Giovanni proteiformi; gli audaci e i timidi, i piagnucolosi e i gioviali; li fulminava e se li levava d'attorno in un batter d'occhio, con grande meraviglia di qualche conoscente sua altrettanto virtuosa ma meno risoluta, che non riusciva a liberarsi dagl'importuni. In un solo caso, e non si trattava d'un don Giovanni, la Teresa s'accorse d'aver destato in un uomo un affetto degno di lei; nel caso del conte Mario Vergalli. Ah, quello sì che le voleva bene; quello sì che meritava d'essere amato. Ma era anche più innanzi negli anni di Tullio Valdengo; gli mancava il fascino, l'impeto della gioventù, e a lei non fu difficile di moderarne i trasporti, pur conservandoselo amico. Solo alle donne illibatamente oneste è dato operar il miracolo di trasformare in amicizia l'amore che inspirano. E un'amicizia nata in tal modo ha una poesia, una fragranza che le solite amicizie non hanno. Certo si è che quella di Mario Vergalli aveva finito di riconciliare la Teresa Valdengo con la propria sorte; l'intimità con un cuore così nobile, con uno spirito così elevato la compensava a dovizia della scarsa idealità del marito... E talora ella diceva a sè stessa che se il cielo le avesse accordato le dolcezze della maternità ella non avrebbe avuto più nulla a desiderare... Invece ell'era rimasta vedova, giovine ancora... e non era passata a seconde nozze. Perchè? Era un mistero anche per lei. Sebbene ell'avesse assistito con mirabile abnegazione il suo fedele compagno di oltre quindici anni, ell'era troppo schietta da dire che Tullio Valdengo, morendo, aveva aperto nel suo cuore una di quelle ferite che non si rimarginano. O perchè dunque non aveva ella voluto ricominciar la vita con l'uomo che, nell'intimo suo, ella preferiva a ogni altro, perchè non aveva voluto premiare un così raro disinteresse, una costanza sì rara? Era lì, nel giardino, era presso al lago ch'egli l'aveva pregata di accettare il suo nome; era lì che, stendendogli la destra, ella gli aveva risposto:--Perdonatemi, amico mio, non intendo rimaritarmi. Ove mutassi idea, sarei orgogliosa d'appartenervi... Ma ricordatevi che non dovete incatenare la vostra libertà, sacrificare il vostro avvenire a me... che lo merito così poco... Se un'altra... Egli l'aveva interrotta.--Non parlatemi _d'un'altra_... Qualunque cosa vi piaccia essere, sposa od amica--(amante non disse perchè troppo la rispettava)--ci siete voi sola per me. La Teresa sentiva ancora negli orecchi il suono di quelle dolci parole, aveva ancora davanti agli occhi l'atto cavalleresco con cui il conte Mario le accompagnava, chinandosi alquanto verso di lei e baciandole rispettosamente la mano. Ah sciocca, sciocca, che avrebbe potuto posar la fronte su quel petto leale e trovare un asilo sicuro fra quelle braccia di soldato e di gentiluomo! Non più ora, non più... Quand'anche egli le avesse perdonato il suo fallo, ella non sarebbe stata mai la contessa Vergalli... Un momento d'oblio aveva distrutto tutta l'opera laboriosa del suo passato, aveva distrutto ogni speranza dell'avvenire. Nè in questo completo naufragio della sua vita la Teresa pensava che un soccorso qualsiasi potesse venirle da Guido di Reana. In nessun caso sarebbe ricorsa a lui, in nessuno... nemmeno se l'orribile dubbio che l'angosciava si fosse tramutato in realtà. Aveva creduto d'amarlo; glielo aveva detto, glielo aveva provato con quel dono di sè che gli uomini, a torto o a ragione, reputano la sola valida prova d'amore; e adesso, tre giorni dopo ch'egli era partito, adesso, col terrore d'una catastrofe ond'egli sarebbe stato la causa, adesso il suo cuore era già insensibile e muto per lui. Non lo amava e non l'odiava. Solo non era spento nel suo animo quel senso di pietà femminile, quasi materna, ch'egli aveva inspirato sin dal primo vederlo. Lo considerava come un fanciullo cieco ed irresponsabile al quale non si può domandar conto del male che ha fatto. XIV. --Disturbo? Era Sauri, il dottore, che s'era fermato, col cappello in mano, a pochi passi dalla Teresa. Ella dissimulò a fatica la sua noia. Pur troppo ell'avrebbe dovuto interrogare un medico. Non avrebbe però interrogato nè Sauri, nè altri ch'ella conoscesse... Sauri, a ogni modo, meno di tutti. --Avanti pure--ella rispose.--E si copra, chè non fa mica caldo. --Ho sentito--ripigliò il dottore--ch'ell'era in giardino e mi son immaginato che sarebbe stata qui nel suo posto prediletto... Ma badi ch'è un posto umido, e se non istà perfettamente... --O perchè vuole ch'io non stia perfettamente?--replicò la Teresa colorandosi in viso. --Non so... Or ora era pallida... E qualche parola della cameriera... --Pettegola!... O dica la verità... È stata lei a farlo venire? --No, da galantuomo... Era una visita che le facevo io spontaneamente... E dal momento che son qui... La Teresa capì che non sarebbe stato opportuno il voler nasconder tutto, e soggiunse:--Ho avuto iersera un disturbo di stomaco... Questa è la gran malattia. --Mi vuol mostrar la lingua? --Non ho più nulla! --Via--insistè Sauri,--lasci vedere. --Oh che noioso... Ecco la lingua... È contento? --È bianca... sporca... --Tornerà pulita. --Non c'è dubbio... Ma prenda due polverine di Seidlitz. --Domani... se ne avrò bisogno... le prenderò. --E il polso?... Mi dia il polso. --O Sauri... non la finiamo? --Il polso poi... Che cos'è un medico che non tasta il polso? La Teresa dovette rassegnarsi. --Un po' frequente... un po' agitato--disse Sauri,--Ma non c'è febbre... Credo che una purgatina basterà... Però io la consiglierei di aversi qualche riguardo... O che bisogno ha di venir qui in riva al lago? --Non son mica le paludi pontine... E se crede ch'io sia disposta a rimaner tappata in casa... --No... Ma per un paio di giorni potrebbe contentarsi di star sul davanti ove c'è più sole... --Ce n'è anche qui del sole... --Ce n'è meno... E poi c'è l'acqua e ci son troppi alberi... Non convien dimenticarsi che siamo al 2 di novembre. --Il giorno dei morti. --Già, quest'anno è caduto di domenica. --È vero, è domenica... Essendo stata festa ieri mi confondevo... credevo fosse lunedì. Il dottore parlò alquanto delle corse di Treviso, dello spettacolo d'opera al Teatro Sociale. Ella non ci andava? --Se sono un'invalida!--disse la Teresa sorridendo. --Oh per sabato prossimo che c'è la corsa grande sarà perfettamente guarita... Intanto, badi a me, venga via di qua... E per darle il buon esempio si alzò. La Teresa si strinse nelle spalle. Tuttavia ella consentì ad avviarsi